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Discorso sul testo della Commedia di Dante

Ugo Foscolo · 1887 · Free in the US

13,016 words · about 55 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Ugo Foscolo
Language
Italian
Published
1887
Length
13,016 words · about 55 min
Sections
29 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (29)
  1. Al lettore about 6 min
  2. I about 1 min
  3. II about 2 min
  4. III about 2 min
  5. IV about 2 min
  6. V about 2 min
  7. VI about 1 min
  8. VII about 1 min
  9. VIII about 1 min
  10. IX about 1 min
  11. X about 1 min
  12. XI about 1 min
  13. XII about 2 min
  14. XIII about 2 min
  15. XIV about 1 min
  16. XV about 2 min
  17. XVI about 1 min
  18. XVII about 2 min
  19. XVIII about 2 min
  20. XIX about 2 min
  21. XX about 3 min
  22. XXI about 1 min
  23. XXII about 1 min
  24. XXIII about 2 min
  25. XXIV about 2 min
  26. XXV about 1 min
  27. XXVI about 3 min
  28. XXVII about 2 min
  29. XXVIII about 2 min

Continue:

Al lettore

A chi paresse quest’Edizione diversa in tutto dall’una disegnata da me in un manifesto fatto pubblico sul principio dell’anno 1824 — troverà qui alcune ragioni che m’indussero anzi a indugiare che a mutare il mio proposito; e insieme alcuni avvertimenti sì ch’egli ed altri possano giovarsi di questi volumi.

Da che l’autore si tolse per soggetto della Commedia il secolo suo, ed ei se ne fece protagonista, l’animo mio era che fosse preceduta da un volume col titolo: «Storia della vita, de’ tempi e del poema di Dante.»

E perchè tanta dottrina in letteratura e scienze, della quale le opere di lui sono talvolta luminosissime, non poteva originare da ispirazione, io intendeva di corredare ciascheduna Cantica di alcuni discorsi brevissimi ne’ quali la Storia e la Poesia s’illustrassero scambievolmente non solo intorno agli avvenimenti dell’età media accennati da Dante, ma molto più intorno alle fonti antiche, dalle quali il lume della filosofia de’ Romani e de’ Greci, traversando a raggi rotti ed incerti per entro i secoli tenebrosi della barbarie, era giunto quasi a riaccendersi nella sua mente.

Esposizione veruna non era mio intendimento di aggiungere al testo. L’aiuto migliore, anzi l’unico che il critico possa somministrare, consiste, parmi, nell’osservare i fatti reali, che il poeta adornò d’illusioni — l’ingegno suo o nell’inventare, o nell’adoperare i mezzi efficaci al suo scopo — i popoli e i tempi ai quali intendeva di scrivere — e sopra tutto la cognizione del mondo e del cuore umano che può derivare dal Poema, quand’anche fosse privato della magia della illusione, e di tutti gli abbellimenti dell’arte. Allora anche quelli che non hanno l’anima temprata agli allettamenti della poesia, profittano, non foss’altro, delle lezioni dell’esperienza altrui. E si fatte illustrazioni utili in tutti i grandi poemi, sono richieste dalla necessità, quando l’autore aduna avvenimenti e individui infiniti, e li ravvolge sotto il velo della finzione, — quand’egli allude a tutto quello che il mondo sapeva a’ suoi tempi, e richiede che i suoi lettori sappiano assai più di quanto i più degli uomini sanno, — quand’egli è creatore della poesia d’un popolo, e con ingegno straordinario si giova di mezzi ignoti a’ sommi artefici che lo avevano preceduto, e inutili a quanti poi li hanno tentati — e finalmente, quand’egli è il primo e solo pittore dell’età sua, e osservatore de’ vizi, delle virtù, e de’ caratteri di tutti i viventi.

Dante infatti rappresentò la natura — come vive sostanzialmente invariabile nel genere umano — e come va rimutando sembianze per le modificazioni della società di secolo in secolo — e come l’uomo per la ingenita sua necessità d’illudersi perpetuamente, e di vivere ad un tempo in due mondi, l’uno reale l’altro immaginario, si lascia governare da regole di giustizia derivate dal Cielo. La natura inva- riabile era allora meno repressa. La civiltà era più impetuosa e più rapida ne’ suoi progressi e ne’ suoi cangiamenti. Le opinioni sulla giustizia celeste regnavano onnipotenti, e operavano invisibili, come sempre, sovra la terra; ma allora pareano visibili, così che negli avvenimenti, ne’ costumi ed individui di quell’età lo storico sa raramente discernere, se più la natura o la società o la religione regolassero la vita degli uomini. A Dante nondimeno riuscì di descriverle con più verità ed energia, perchè in ciascheduno dei tre compartimenti del suo Poema fa quasi sempre che l’una predomini su l’altre due: e non già, a quanto io credo, per disegno premeditato, bensì perchè ciascheduno de’ tre regni differentissimi di quel mondo ideale rispondeva spontaneamente a tre distinte intenzioni.

Adunque parevami che potesse riescire opportunissimo commento il premettere alla prima Cantica un Discorso intorno alle condizioni civili dell’Italia, perchè l’originalità dell’ingegno suo risultò in gran parte dalla originalità de’ suoi tempi; e però nellInferno ei ritrasse l’umana natura, qual’ei la vedeva schietta, violenta ed eroica, e quale vive a patire e operare fortemente in tutte le età mezzo barbare.

Al Purgatorio, dov’ei più spesso allude alle lettere, alle belle arti, alle case regnanti, alle leggi, e ai costumi del suo secolo, e si compiace di ragionare con poeti e pittori e cantori e artefici di stromenti, era destinato un Discorso intorno alla letteratura di quella era, a fine di rintracciare i principj, e i progressi, e le modificazioni della civiltà, alla quale il genere umano europeo cominciava allora a rinascere.

E alla Cantica terza era da premettersi un Discorso sullo stato della Chiesa d’allora, della quale Dante si professa riformatore per diritto della sua Missione Apostolica, esposta nel Discorso sul Testo. Osservando

come la religione fosse sentita e praticata a quei giorni; quanto riuscisse utile o dannosa all’Italia; quanto e perchè Dante volesse rivocarla a’suoi primi istituti, avrei forse indotto taluni a percorrere d’allora in qua colla loro memoria i vantaggi che la loro misera patria derivò dalla Chiesa.

Se non che innanzi tratto importava indagare la lezione del Poema in guisa che potesse essere stabilita, se non per altri, almeno per me, tanto che le illustrazioni rispondessero al loro testo. Quante indagini e cure e carta necessitassero a questo lavoro, ne darà saggio la prima Cantica anche in questa edizione, comechè eseguita, pur troppo, in volume di poca mole.

La disegnata da me doveva stamparsi in quarto grande, e meno per l’Inghilterra che per l’Italia. Pur la fortuna (qui, dove le sue ruote girano sì rapidissime che stordiscono chiunque le guarda) me ne ha subitamente impedito; e l’età prossima a cinquant’anni mi avvisa

Frattanto al librajo che si assunse la impresa, piacque che i tomi dovessero corrispondere alla forma degli altri poeti maggiori d’Italia ch’egli ha in animo di pubblicare. E inoltre desiderò, ed era giusto ch’io gli compiacessi, che non mancassero esposizioni di vocaboli, e nomi, e allusioni, a giovarne que’ lettori a’ quali esso mira, e che senz’altro s’abbatterebbero in nuove difficoltà ad ogni passo. Come siasi a ciò provveduto apparirà nell’ultimo volume.

Sulla Cantica dell’Inferno ho abbondato in osservazioni critiche su le varie lezioni, tanto che bastino a lasciar desumere poscia per quali ragioni e principj di critica io abbia nel testo del Purgatorio e del Paradiso accolte e rifiutate le varie lezioni, che io, senza allungarmi a discorrerne, registro a pie di pagina. I meriti de’ Codici e delle Edizioni di cui mi giovo sono osservati nell’esame critico de’ Testi a penna ed a stampa, aggiunto al volume ultimo. I Codici dell’Accademia della Crusca e il Cassinense, il Caetano, l’Angelico, il Vaticano, l’Antaldino, il Bartoliniano, lo Stuardiano, quei del Poggiali, del Mazzuchelli, di Guglielmo Roscoe, sono citati con le abbreviature Cr. Cass. Caet. Ang. Vat. Antald. Bar. Stu. Pog. Maz, Ros., ed alcuni altri a tutte lettere, perciocché occorrono raramente. Le abbreviature Vol. Edd. Fior. Edd. Bol. Edd. Pad. Ed. Ud. Ed. Bod. Ed. Nid. importano lezione Volgata della edizione degli Accademici della Crusca: Editori Fiorentini dell’edizione dell’Ancora: Bolognesi dell’edizione del Machiavelli: e Padovani della Tipografia della Minerva: la stampa del Codice Bartoliniano in Udine illustrato da Quirico Viviani: la Bodoniana per la quale vuolsi sempre intendere la lezione introdottavi dal Dionisi: e la Nidobeatina, che dove non trovisi accompagnata dall’aggiunto originale, addita il testo pubblicato secondo l'emendazione del Lombardi. Dov’è citata la Volgata e non la Nidobeatina, o la Nidobeatina e non la Volgata, significa che ho adottata la lezione di quella che è nominata. Queste due Edizioni si contendono oggi il primato (si qua est ea gloria!) in Italia, alla quale pur troppo i tempi di giorno in giorno par che inibiscano ogni altra gloria; e forse presto anche questa.

Le due prime Cantiche sono corredate in via d’illustrazioni insieme, e di documenti di poesia, storia, e di critica, delle tre sue canzoni nominate nel poema da Dante; delle sue tre epistole ricordate dagli Storici, e di tre canti dell’Inferno in esametri latini stimati a torto per suoi, e come fossero l’originale innanzi ch’ei si riconsigliasse a scriverlo in Italiano. Dopo la terza Cantica ho aggiunto una Cronologia di avvenimenti connessi alla vita e al poema di Dante, avverata sugli Annali d’Italia, e documentata con estratti dalle opere di lui.

Il volume primo che avrebbe dovuto essere narrativo, e che or è intitolato Discorso sul Testo, s’è fatto polemico di necessità, per ciò che non avendo io spazio di raccontare, ho dovuto, non foss’altro, sgombrare gli errori a stabilire le opinioni mie, non da storico, ma da critico. Però a quel discorso per ora dovrò richiamarmi più ch’io non vorrei. Forse,

Né parmi ch’io potrò dir lietamente addio all’Italia, e all’umane cose, se non quando le avrò mandato il suo poeta illustrato, per quanto io posso, da lunghi studj; e sdebitarmi verso di lui che mi è maestro non solo di lingua e poesia, ma di amore di patria senza adularla; di fortezza nell’esiglio perpetuo; di longanimità nelle imprese, e di disprezzo alla plebe letteraria, patrizia, e sacerdotale, della quale il genere umano ebbe ed ha ed avrà sempre necessità.

I

I. La questione, se le interminabili industrie intorno agli antichi riescano più di vantaggio o di danno alle lettere, è da lasciarsi dove si sta. Quando un’arte, comechè sterile, viene tuttavia propagandosi resistendo alle opinioni de’ più ed al ridicolo, chi pur vuole abolirla pare meno savio di chi si provasse di migliorarla. Se anche importasse che interpreti non vi fossero, chi potrà fare che non siano mai stati; e non vivano irrequieti; e non si succedano per forza di lungo costume, e necessità nuova di tempi? Que’ molti che torturavano la loro vita a procacciarsi fama con le opere altrui, soddisfatti del nome di dotti, sono oggi distinti in filologi, archeologi, estetici: esaltando la grammatica, l’erudizione, e la retorica alla dignità di scienze: insegnano in virtù di principj; e da che tutti professano in comune l’ufficio di critici, a me, sì per urbanità letteraria e sì per la speditezza del nome generico, non rincrescerà di chiamarli Critici tutti. Questo pare innegabile, ch’essi tutti — o che si studino di mantenere la venerazione per vecchie dottrine di accademie, e di scuole — o che sollevino il trono della loro critica a dettare oracoli metafisici dalle nuvole — stanno a rischio di mortificare a ogni modo gli ingegni originali, con danno tanto più deplorabile, quanto ne toccano pochi ad ogni terra ed età. Dall’altra parte, gli individui nati ed educati per essere anzi lettori che scrittori, vivono sempre infiniti; e l’esempio e l’ajuto de’ critici ne richiamano parecchi a’ libri preservati per molti secoli dal consenso del genere umano; ma che se non fossero meditati, si rimarrebbero anzi ammirati che intesi. Però chi potesse appurare a quanti individui l’uso dell’arte critica giovi, e a quale riesca peggio che inutile, s’avvedrebbe che danni e vantaggi si contrappesano. Tutto sta nello scopo al quale, negli scrittori primitivi segnatamente, vuol essere, e non fu sempre diretta.

II

II. Qui dov’io scrivo, le minuzie sono istituto di Università, dove inculcano doversi interpretare gli antichi in tutti i significati veri, probabili, immaginabili, e quanti ne stanno fra’ termini inconcepibili del possibile; per ciò che l’acume, l’ingegno e l’erudizione de’ critici gratifica i dotti di caldissima ammirazione. Daniele Uezio, mecenate malfortunato, e se ne pentì amaramente, delle illustrazioni tutte de’ classici per gli studj del Delfino di Francia, spendeva anch’ei molta parte della sua vita a far da commentatore, e stimò che i sudori assidui per trecento e più anni dopo il risorgimento delle lettere, avessero alloramai procacciato allori e riposi alla critica emendatrice. Ma io vedo vivente e gloriosa la progenie di que’ valenti, i quali dal regno di Vespasiano in Roma al regno di Anastasio in Costantinopoli disossavano tutte le odi e i cori de’ Greci a ridurli alle strofe simmetriche delle nostre canzoni. Il famosissimo de’ Bisantini aveva nome Eugenio Frigio; e le filologiche sue prodezze sono narrate da . La posterità nomini i miei contemporanei; e di certo conoscerà i loro emuli: da che per quanto ridica alle scuole che numeris fertur lege solutis, chi può dir quando si ristaranno mai dal provarsi a indurlo a cantare co’ ritornelli metastasiani? La filologia, che fa pompa del niente e nessun uso del poco che solo può dare e che le lettere le domandano, non è ella giuoco di penne e di menti inquiete insieme ed inerti? Pur anche in Inghilterra le Università hanno la loro plebe, e vuole ammirare —

Pur, da che la gioventù non gli ode spiegati da’ frati, gli scrittori Greci e Romani e gli antichi per lo più d’ogni popolo giovano alla repubblica: non perchè insegnino teorie di libertà

naturale e di diritti imperscrittibili, quando anzi per essi tutto diritto ed obbligo erano decretati dal fatto e dalla vittoria. Nè quegli scrittori guardavano il mondo, nè vedevano uomini fuori delle loro città; onde divezzano dall’osservare le somiglianze e dissomiglianze fra le nazioni, e derivare un sistema politico dalle origini prime delle diverse società sulla terra. Tuttavia rappresentano individui fortissimi, nobili imprese, anime maschie; allettano la fantasia ad illusioni eroiche; concentrano il cuore alla patria e all’ardore di fama guerriera; però movono a fatti più che a speculazioni a difendere la libertà. Certo, qui dove scrivo, alcuni che furono esercitati sino dalla prima gioventù a pesare sillabe e accenti su’ classici, oggi primeggiano autori popolari, e poeti nuovi, ed eloquenti fra gli oratori. Se non che molta, se forse non tutta, originalità viene a genio dalla attitudine d’arricchirsi di tutto da tutti, a fare suo proprio l’altrui, e rimodellare e immedesimare ogni cosa, sia straniera o antichissima; tanto da trasformarle che assumano le sembianze e le qualità confacenti a nuova età e altro popolo. E vedo la letteratura in Inghilterra quasi fiume ampliatosi rapidamente per lontanissimo corso da mille ignote sorgenti confluenti da più secoli sino ad oggi da tutte le parti, a innaffiare nuove campagne. La libertà della patria aggiunge anima all’ardire, e generosità alle passioni, e vigore alla mente onde il genio, non sì tosto si libera dalla tutela delle scuole, va quanto può e come vuole.

III

III. L’Italia, se tal rara volta non vede il Genio far vezzi di scimia, ringrazi la divinità della natura, la quale n’è prodiga più che altrove di tanto, che nè inquisizione Domenicana, nè malìa di educazione Gesuitica, nè onnipotenza di codardia servile riescono sempre ad imbastardirlo. Ma que’ tanti ne’ quali le facoltà della mente, quantunque nobili, non sono temperate sì prepotenti che reggano ad ogni qualità di tirannide, fanno oggi come i loro antenati incominciavano non molto dopo l’età di Dante, e peggioravano a’ tempi della dominazione di Carlo V. Fiorivano senza fiutto; si confondevano co’ mediocri; scrivevano gli uni per gli altri e non mai per l’Italia; e or gli uni or gli altri s’assottigliavano intorno a’ libri de’ morti in guisa da recarli a noja a’ viventi; e senza pur eseguire opere d’arte, imponevano ch’altri le ricopiasse invariabilmente simili in tutto alle antiche, e ne agguagliasse la perfezione. Taluni or vogliono averne procreate delle nuovissime, che non vi si raffigurino le Italiane; e gli uni e gli altri insegnano il come. Non pare che mai s’avveggano, o che s’attentino il sincerarsene, che il sapere efficacissimo sì di perfezionare, e sì di far nuovi lavori, non è mai conosciuto se non dagli uomini che nacquero atti e vivono liberi ad intraprenderli. Odo come la su- perstizione alle vecchie dottrine letterarie, e la affettazione di forestiere, l’una e l’altre aggravate dalla pubblica servitù — che oggi è pessima — hanno prolungato certa guerra per la quale, nè più nè meno che nelle virili di sangue, all’Italia non ne rimarranno che i danni. Diresti che s’argomentino — alcuni d’imprigionare la mente de’ loro concittadini nel cranio degli arcavoli — e alcuni d’esiliarla lontano dalle consuetudini e dalle illusioni, e dall’aria propria d’Italia, e dalle reminiscenze delle origini Greche e Romane della loro patria, e da’ fantasmi e da’ nomi di quella poesia, senza la quale Canova non avrebbe mai potuto ideare le Grazie. Forse in Roma per la greca lingua che v’abbellì le belle arti ne resta la gratitudine; e so che ove alcuni nelle altre città tuttavia la professino, sono non foss’altro ammirati da chi non lo sa; ma testi e commenti vi arrivano oggimai da più tempo dalla Germania, dove la dottrina somma e la industria più che umana sono di rado ajutate dalla velocità dell’ingegno. Credo che della scuola di Padova, ove la lingua latina era custodita sino a’ miei giorni, sopravvivano molti; ma la diresti fedecommesso lasciato a promovere l’educazione de’ preti. Di parecchi frammenti illustrati d’antichi fra questi ultimi quindici anni, alcuni pochissimi non sono disutili, se non che dalle magnificenze che se ne dissero, escono indizj di povertà alla quale ogni piccolo nuovo acquisto pare tesoro. Spesso la oziosa curiosità letteraria loda perchè non guarda; poscia ne ride: e davvero que’ frammenti furono dissotterrati con solennità di panegirici; quasi cadaveri sollevati alla venerazione popolare sopra gli altari.

IV

IV. S’agitava, quand’io mi partii, la contesa, se fosse migliore o peggiore il despotismo irrequieto del genero; regnatore nuovo e plebeo per conquista — o la quetissima tirannia del suocero; procreato di razza regale e succeduto nella dittatura de’ principini in Italia in virtù di trattati. La disperazione e le pazze speranze aspreggiavano la discordia; però che gli uni avevano perduto assai, e gli altri si promettevano d’acquistare ogni cosa. Pur non potendo prorompere a chiare parole, cominciarono a spassionarsi sotto le apparenze del problema: se sia da stare all’antica scuola di letteratura, o alla nuova. — E questa nuova riescirà sterilissima: sì perchè, emancipandosi da’ Greci e Latini, imita tuttavia forestieri, e sì perchè l’imitazione essa pure lavora paurosa, ed esosa al principe, quasi sia stata promessa da quanti oggi fidano nella perfettibilità illimitata dell’uomo. Presentono universale la libertà ne’ progressi irresistibili della ragione, e nella divinità dell’opinione pubblica, com’essi la stimano. Forse oggi s’avveggono, che ogni ragione si dilegua annientata dalla vera, unica, eterna forza de’ fatti; e che la umana razza grida, tace e si ricrede per obbedire, non so se alla provveduta, o fatale, o fortuita, ma certamente onnipotente necessità del presente, che fa dimenticare l’esperienze del passato, e accieca intorno agli av- visi dell’avvenire imminente. Ne le opinioni prevalgono mai se non quanto regnano in compagnia della forza de’ governi per cui solo possono prosperare; e si mutano a un tratto quando ogni forza di popoli e di governi s’atterra abbattuta dilla forza del tempo, che si porta via quelle opinioni, poi le riporta, tanto che tornino a predominare per cedergli nuovamente. L’illusione, che l’universalità de’ popoli illuminata dalla filosofia costringerà i loro signori a ridurre le monarchie tutte d’Europa a liberali costituzioni, affrettò gl’Italiani alla prova sciaguratissima di fondare libertà teorica dove non era indipendenza, nè patria. Così innanzi di avere cacciato un esercito forestiero all’oriente di là dall’Alpe, accattarono costituzione forestiera dall’occidente. E che pro? quand’anche dovendo operare a difenderla contro a leghe di principi ipocriti, discorrevano a questionare come, dove, quando dovesse alterarsi? tanto gl’innamorati filosofici della libertà sembrano destinati nè ad acquistarla, nè a perderla virilmente. In quali condizioni la letteratura si rimanesse d’allora in qua, non l’ho mai risaputo, nè domandato. Pare a ogni modo — che la religione per l’antica scuola sta forse a rischio di vedersi ricondotta da’ Gesuiti a superstizioni dimenticate oggimai da trent’anni — che l’ammirazione alla nuova darà da piangere a molte madri, ed emolumenti alle spie — e che sì l’una che l’altra promoveranno il sapere e l’originalità degli ingegni fino a’ termini conceduti dalla alleanza della dittatura Tedesca e dell’Ecclesiastica; ma né un passo più in là. Pur è somma ventura che oggi pochi, se pur taluni, dissentano dall’opinione che il poema di Dante domanda d’essere meditato assiduamente. Molti nati per avventura a lavori più lieti accorrono a sudare intorno alle edizioni di quel libro. Nè di certo ritroveranno rifugio migliore agli studi e all’ingegno; da che oggimai nè durata di triste condizioni politiche, nè vicissitudini di regni e di religioni, nè forza umana potranno distruggerlo o proibirlo. Di quanto sarà più illustrato tanto più gioverà ed in più modi; e le fatiche arriveranno aspettate alla letteratura fuori d’Italia.

V

V. La poesia primitiva sgorgava spontanea da quelle epoche singolari insieme e brevissime, e più meritevoli d’osservazione, nelle quali i fantasmi dell’immaginazione erano immedesimati nelle anime, nella religione, nella storia, e in tutte le imprese, e per lo più nella vita giornaliera de’ popoli. Oggi la finzione poetica, e le dottrine filosofiche e religiose, e la pratica della vita, e fin anche le più generose fra le passioni del cuore, sembrano non pure dissimili, ma separate nella mente d’ogni uomo da larghi intervalli. Pur dove la poesia viene stimata fittizia, riesce meno efficace, e giova appena di stimolo empirico al torpore morboso della fantasia — se pur giova. Perchè oggimai non siamo eccitati dalla materia nè dal lavoro; bensì dalla ammirazione per l’arte e l’artefice. A che abbiamo noi bisogno di critici, se non perchè siamo tardissimi e freddi a sentire nell’arte il potere della natura? Che gli uomini lontani ad un modo e dalla stupidità della barbarie e dalla scientifica civiltà non fossero tocchi di manìa, nol direi. Parrebbe anzi che la fantasia s’immedesimasse nelle passioni, negli organi della mente e ne’ sensi, come fosse facoltà unica, o predominante sulle altre, e predominata potentemente essa pure da pochissime idee fitte, ardenti, profonde, che insistevano ad affaccendarla. Vedevano il mondo naturale nel teologico: confondevano la vita e la morte, e non per via d’astrazioni, ma viveano co’ morti, udivano demoni: conversavano con gli abitatori del cielo. Qualunque pur sia il punto intermedio in che i popoli, nel loro corso invisibile dalla stupida infanzia dello stato selvaggio alla corrottissima decrepitezza della civiltà, si sentono meno miseri, pur è manifesto che l’umana ragione si sta fra gli estremi della manìa e della fatuità: e forse ci siamo; quand’oggi molti cercando la realtà in ogni cosa, vivono a ricredersi di ogni religione, e a morire paurosi di tutte. Ad ogni modo, fra l’età poetica e la scientifica il tempo s’è frapposto sempre di tanto che l’una rimase oscurissima all’altra. E se pure non sorridiamo arrogantemente di popoli a’ quali unica voluttà d’intelletto era la poesia, non però stiamo meno attoniti a’ loro poeti, ridomandando quale si fosse la terra e l’epoca procreatrice del Genio gigante.

VI

VI. Il Genio nasce oggi sì come allora; meno infrequente, e più vigoroso ove gli organi dell’animale umano crescono favoriti dal clima. Credo che in alcuni individui gli organi intellettuali siano, non pure temprati di vigore sommo ed egualmente proporzionato, ma velocissimi ne’ loro moti e di mobilità inconcepibile, e tuttavia in equilibrio perpetuo fra loro. Quindi i varj poteri dell’anima cospirano simultanei a radunare affetti, reminiscenze, riflessioni, immagini e suoni, forme e colori, e combinando tutte le idee in guise diverse e nuovissime le fanno presumere creazioni. Certo, ad ogni pensiero ed immagine che il poeta concepisca, ad ogni frase, vocabolo sillaba ch’ei raccolga, muti o rimuti, esercita a un tratto le facoltà tutte quante dell’uomo. E mentre sente le passioni ch’ei rappresenta, e riflette sugli effetti dell’arte, e medita la verità morale che ne risulta, l’orecchio suo pendendo attentissimo dalle minime dissonanze o consonanze delle parole, congiunge la melodia all’armonia ne’ suoni dell’alfabeto con proporzioni esattissime di modulazioni nelle vocali, e di articolazioni nelle consonanti, e l’occhio suo vede, e guarda, ed esamina tutti i fantasmi e le loro forme e i loro atteggiamenti, e le scene ch’ei vuole creare e animare: e sembrano ispirazioni. La velocità di produrre fors’è la prima; ma la paziente longanimità a perfezionare non fu mai dote seconda, o divisa dal Genio. L’impeto e l’affluenza incredibile de’ pensieri lo sollecita e insieme lo lascia perplesso intorno alla disposizione e alla scelta. Quindi i pentimenti, le correzioni senza fine, i miglioramenti, e le incontentabili cure, le quali talora fanno presumere che l’attitudine di immaginare sia mal secondata dalla facilità di eseguire. Ma il sommo della immaginazione poetica sta nel vedere e tentare una perfezione che ad altri non è dato d’intendere nè ideare.

VII

VII. Se non che fra le cagioni accennate dianzi, la maggiore che oggi disanimi il Genio è la certezza di essere tenuto artefice di lavori per lusso di lettori svogliati, e studio di censori maligni spesso, e di critici non contentabili mai. Bensì la venerazione di popoli a’ quali il poeta era profeta e legislatore ispirato, e guidatore a vita meno feroce, aggiungevagli anima. Operava liberissimo; guardava tutto da sè; e ogni cosa eragli nuova. Le facoltà di sentire, di osservare, e d’immaginare vivevano in lui fortissime ed indivise: nè si raffreddava a spiare le cause delle sue impressioni; bensì affrettandosi a rappresentarne gli oggetti ingranditi dalla sua fantasia calda di meraviglia, ne moltiplicava i magici effetti, imitandoli, e le illusioni improvvise che ne risultavano, e le passioni ch’ei vi trasfondeva, le provava senz’affettarle; però le sue rappresentazioni sembrano natura ideale insieme e vivente. L’esperienza de’ suoi proprj sentimenti veementi e schiettissimi guidavalo direttamente nel cuore umano, e vi coglieva vergine la verità. Parlava una lingua arricchita, armonizzata e animata da esso, la quale senza mai vincolarlo d’usi a capriccio, s’arrendeva alla mente che la modellava per la letteratura di nuove generazioni. Tuttavia non che il Genio potesse trarre creazioni da nulla, la sua lingua gli veniva somministrata rozza dagli uomini a’ quali parlava; e molte idee erano reliquie della letteratura e della civiltà di nazioni effeminate per corruzione e abbrutite da barbari conquistatori. E quanto quelle idee arrivavano logore e travisate, e dimenticate dal tempo, tanto il poeta poteva illuminarle e ricrearne le forme in aspetto di originali.

VIII

VIII. Oggi chi mai potrebbe immaginare quanta poesia primitiva e quante scientifiche età, succedute dopo lungo intervallo di generazioni a’ poemi, si siano smarrite nell’eternità de’ tempi innanzi che il Libro di Giobe, e l’Iliade e i Profeti Ebrei fossero privilegiati a sopravvivere a tante nazioni? Se non che le modificazioni della teologia mosaica in più religioni avverse fra loro hanno fatto smarrire anche le poche circostanze storiche atte appena a spargere indizj sulla epoca e la vita e le menti de’ poeti Ebrei; — e diresti che tre secoli dalla età probabile dell’Iliade sino alla diffusione della letteratura in Atene, tacquero intorno ad Omero come per compiacere alla intenzione di lui di risplendere illustre ed ignoto eternamente alla terra. La Commedia di Dante è immedesimata nella patria, nella religione, nella filosofia, nelle passioni, nell’indole dell’autore; e nel passato e nel presente e nell’avvenire de’ tempi in che visse; ed in questa civiltà dell’Europa che originava con esso, se non da esso, e ne vediamo i progressi narrati da mille scrittori di padre in figlio. A ogni modo era secolo eroico; e molti de’ suoi lineamenti sono alle volte fantastici; e dove hanno del rozzo, furono trascurati; e gli altri bastò guardarli con meraviglia, quasi che tanto sapere e tanta barbarie fossero inesplicabili. Ma l’affluenza e il silenzio delle storie tornano del pari dannosi. Così e narrazioni e tradizioni e opinioni si sono oggimai riaccumulate, e confuse e spinose di dubbj; e quando accolte, e quando smentite e neglette; e tuttavia richiamate alla loro volta. Pur tutte, tale più tale meno, sviarono la lingua, la poesia e la interpretazione della Commedia dalle intenzioni del suo creatore; tanto più quanto il popolo e i tempi a’ quali intendeva d’apparecchiarla, non che potere mai dirizzarsi alle mète additate in quell’Opera, furono costretti a dissimularle.

IX

IX. Ma e chi ne incolperà gl’Italiani? E chi mai, se pur vi pensa, chi scrive di ciò che guida alla libertà della mente, dove niuno può scriverne o parlarne, o ascoltare senza pericolo? Onde, poichè forse vero è che le Muse non sono nemiche degli esuli, io senza assumermi gli obblighi tutti del critico — quando a me, neppure solitaria, la vita pare lunga nè fredda che patisca d’intorpidirsi continuamente in questo mestiero — mi proverò ad ogni modo di diradare le opinioni che per cinquecento anni si sono confuse a quel tanto di vero, che dall’esame del secolo e della vita e della mente del poeta può emergere per emendare e intendere con norme critiche il testo. E premetto questo Discorso, affinchè altri poscia accompagnandosi meco per entro il poema non gli s’accresca la noja, fatale alle chiose, e sciagura pessima ogni qualvolta al commentatore, volendo stabilire il proprio parere, importa di necessità di disfare innanzi tratto l’altrui, meno vero, ma tuttavia resistente. A’ versi non mi soffermerò se non in quanto il richiegga il valore delle varie lezioni; e osserverò solo que’ Canti dove la poesia e la storia s’illustrano maggiormente fra loro. A’ necessitosi d’interpretazione continua, moltissimi hanno oggimai provveduto. So ch’altri invocano un critico che faccia ad essi di passo in passo sentire i pregj della composizione; e vi provvederanno gli estetici. Io so, o mi par di sapere, che la natura crea pochi poeti, e molti lettori di poesia, e moltissimi qualificati a cose diverse, e forse più utili, ma che nelle arti d’immaginazione non possono sentire da sè. A questi moltissimi vorrei rammentare come Prometeo poteva infondere, ma non aggiungere anima nell’argilla.

X

X. Per la tacita presunzione — o che tutti sappiano — o che niuno possa umanamente sapere, — quando e da chi fosse divolgata la Commedia di Dante, e in quali condizioni egli lasciasse l’autografo, — tutte le edizioni si sono emendate e si emendano sopra esemplari di copiatori ignotissimi; e da’ quali non esce certezza se non quest’una, che sono tardissimi tutti. L’emendazione de’ testi antichi dipende sempre dall’appurare non questioni retoriche e grammaticali di stile e di lingua, bensì la questione storica, se l’autore abbia veramente scritto come si legge, o com’altri propone che s’abbia a leggere; e l’autorità sta tuttaquanta ne’ codici antichi; è dunque da vedere e di quanta antichità siano, e di che origine prima, e quando e come originassero dagli autografi. Il più antico, attribuito all’anno 1343, e a Filippo Villani lettore pubblico della Commedia in Firenze, sarebbe posteriore appena di ventidue o ventitre anni alla morte del poeta. Ma da che pure è storia documentata, innegabile, che Filippo non fu eletto alla cattedra innanzi che passasse tutto il secolo XIV, e più dopo, — è da dire ch’ei cominciava a spiegare il poema da forse settanta anni dappoi che n’aveva trascritto la copia, venerata oggimai da’ filologi tanto per garrire chi non ne fida. Or la copiava egli da bambino? da fantolino? da garzonetto? Poniamolo adulto, e al più di venti anni; e così è pure da dire che i Fiorentini si elessero un professore decrepito di novanta. Nè per esempi, non so se spessi o credibili, della longevità d’intelletto in alcuni mortali, quel codice parrà copia fedele, poiché è brutto di cassature e varianti e correzioni d’ogni maniera. Forse ove fosse stampato paleserebbe — e così avviene del codice del Vaticano; adorato da prelati morti e viventi — che i testi nell’oscurità d’archivj risplendono come lucciole che a dì chiaro tornano vermi.

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