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Prefazione
Il racconto che segue fu scritto nel 1875 in occasione di una conferenza militare, e fu desunto principalmente da un già comparso nel Bollettino della Società geografica del 1869.
Il racconto non contiene dunque nulla nè di nuovo nè di sconosciuto, e non si sarebbe mai pensato a pubblicarlo se i fatti del gennaio scorso non fossero venuti a ridargli un certo interesse di attualità.
La pubblicazione, d’altronde, potrà forse servire ai giovani ufficiali i quali desiderassero qualche sommaria notizia sulla sola spedizione militare compiuta finora, da un governo europeo, nell’interno dell’Abissinia
Roma, aprile 1887.
I
ct ct L’Abissinia può definirsi, geograficamente parlando, quell’ammasso di alte montagne dove hanno origine, da una parte, il Nilo Azzurro, il Tacazze ed altri affluenti minori della riva destra del Nilo, dall’altra, i pochi torrenti che attraverso le pianure sabbiose dei Scioos e dei Gallas vanno a gettarsi nel Mar Rosso o nell’Oceano indiano tra Massaua ed il Golfo di Aden.
La separazione tra le acque che scendono al Nilo e quelle che vanno al Mar Rosso od all’Oceano Indiano, è determinata da una serie di altipiani i quali costituiscono appunto la cresta del sistema abissino, e si succedono, l’uno all’altro, in direzione press’a poco del meridiano.
Il clima di quegli altipiani, grazie alla elevazione sopra il livello del mare (dai 2000 ai 3000 metri), può dirsi temperato, e presenta un delizioso contrasto coi calori infocati del Mar Rosso; ma v’è una stagione, che comprende i mesi da maggio ad ottobre, durante la quale continue pioggie convertono gli altipiani in pantani, e danno origine a torrenti impetuosissimi che rendono impossibile qualsiasi comunicazione col mare.
La provenienza del popolo abissino rappresenta, per gli storici e pei geografi, un problema ben lungi ancora dall’essere risoluto; e qui basterà citare le due grandi caratteristiche affatto speciali di quel popolo africano, ossia: il profilo perfettamente caucasico del volto, che stona non poco coi capelli lanosi e ricciuti e col colore quasi nero della pelle, ed il cristianesimo importatovi nel iv secolo dopo Cristo e rimastovi tuttora.
Per tacere della leggenda della regina Saba attirata a Gerusalemme dalla fama di re Salomone, i primi documenti attendibili per la storia dell’Abissinia rimontano al secondo secolo dell’era volgare: quei documenti accennano già ad un regno potente il quale dalla capitale di Axum stendeva il suo dominio, lungo la costa, da Suakim sino al paese dei Somali, e, nell’interno, dai deserti della Nubia sino al lago Tsana.
Quel regno crebbe, nei secoli seguenti, a grande stato di floridezza e s’allargò sino a comprendere le opposte rive del Mar Rosso; ma combattuto dalla invadente potenza degli Arabi, e rôso da lotte politiche e religiose, venne più tardi a totale decadenza e si ridusse, poco alla volta, alla regione montuosa del centro.
I portoghesi venuti, verso il 1500, a soccorrere gli Axumiti contro gli invasori mussulmani, lasciarono dietro di sè alcune missioni cattoliche, le quali, col voler ridurre i cristiani d’Abissinia alla dipendenza dalla sede di Roma, non fecero che aggiungere un partito di più ai tanti che già desolavano lo sventurato paese.
Verso la metà del secolo xvii le missioni portoghesi furono scacciate dall’Abissinia; ed allora le relazioni di questa regione africana col mondo incivilito cessarono interamente per altri cento anni, sino a che nel 1769 lo scozzese Bruce richiamò col suo viaggio l’attenzione degli Europei sull’Abissinia, e fu in tal modo l’iniziatore di quella serie di esplorazioni che si chiuse poi nel 1868 colla spedizione inglese.
Le missioni portoghesi avevano trovato l’Abissinia sotto il governo dei suoi re: re guerrieri che avevano per reggia la tenda e che vivevano trasportandosi da un punto all’altro del regno, or combattendo, ora amministrando la giustizia, ora raccogliendo tributi.
Bruce e gli altri trovarono invece l’antica dinastia o spenta, o decaduta, ed il paese, diviso in tre Stati principali: Amhara, Tigré e Scioa, divisi essi pure tra tanti principotti o feudatari, di null’altro occupati che di combattersi a vicenda: — e del resto totale assenza di commercio o d’industrie, nessuna traccia di civiltà tranne le forme esterne del Cristianesimo, e nessun’altra ricchezza all’infuori dell’agricoltura.
In questo medesimo stato di cose trovarono l’Abissinia nel 1840 due giovani ufficiali della marina inglese, i signori Plowden e Bell, i quali, trattenuti forse da grande amore alla vita d’avventure, finirono per stabilirvisi definitivamente: uno d’essi, in un breve viaggio in Inghilterra ottenne anzi da lord Palmerston nel 1848 la nomina a console inglese in Abissinia.
Questi due signori, passando da un campo all’altro dei diversi principotti, finirono per legare la loro sorte a quella di un giovane capo abissino, chiamato Kassa; il quale, più intelligente, più energico, e più fortunato degli altri, aveva vinto, poco alla volta, i più potenti tra i suoi rivali, e stendeva il suo dominio sopra un territorio ogni giorno più vasto.
Kassa parlava già di ricostituire l’antico regno d’Etiopia, e si diceva chiamato da Dio a fare la grandezza del suo paese, a combattere l’islamismo, a conquistare Gerusalemme; — fondandosi anzi sopra un’antica leggenda, egli andava predicando che in lui era rinata l’anima di un re Teodoro morto nel secolo xi, e la cui memoria era assai cara agli Abissini. — La sorte non cessò di favorirlo: e nel 1855 l’abuna o vescovo lo consacrava Negus dell’Abissinia col nome di Teodoro II.
Sempre invaso dall’idea di combattere l’islamismo, e di conquistare Gerusalemme, il nuovo re volle ben presto provare le sue forze contro l’Egitto; ma, disfatto e respinto, ebbe il buon senso di capire che il suo esercito non poteva far fronte ad un altro più o meno ordinato all’europea; e da quel giorno fu suo pensiero predominante attirare in Abissinia maestri ed artigiani europei.
Era morto frattanto il signor Plowden, primo console inglese, e lord Russell gli aveva nominato un successore nella persona del capitano Cameron: — quest’ultimo, giungendo in Abissinia nel 1862 vi trovò già non pochi missionari, alcuni dei quali, spediti dal reverendo Gobat, vescovo protestante di Gerusalemme, erano appunto apostoli ed artigiani al tempo stesso.
L’accoglienza del re a Cameron non fu certo cordiale: ma nella speranza forse di cattivarsi il favore dell’Inghilterra e di ottenerne appoggio nelle future spedizioni contro i Turchi, Teodoro scrisse alla regina Vittoria offrendole amicizia ed alleanza, ed espresse a Cameron il desiderio che portasse la lettera egli stesso.
Cameron, anzichè aderire al desiderio del re, se ne parti per una città presso i confini dell’Egitto, dove lo chiamavano, a quanto sembra, le sue funzioni di console, e la lettera fu spedita alle Indie dove rimase dimenticata.
Il re, già in sospetto per il soggiorno di Cameron ai confini dell’Egitto, si adirò fortemente quando seppe che egli era ritornato senza la risposta della regina, ed ordinò che il console fosse trattenuto in ostaggio sino a quando la risposta non fosse arrivata.
A rendere Teodoro così permaloso concorrevano, pur troppo, altri avvenimenti; giacchè i nemici del re cominciavano allora a riaversi dalle disfatte subite ed alzavano già in alcuni punti lo stendardo della ribellione; fatto sta che la condotta di re Teodoro verso Cameron ed i missionari fu da quel momento una successione non interrotta di selvagge bizzarrie che non val la pena di citare; le difficoltà all’interno crescevano a dismisura, il nuovo impero s’andava sfasciando, ed il re, sospettoso ogni giorno più, si decideva finalmente nel 1864 a far incatenare Cameron ed i missionari ed a spedirli in Magdalà, fortezza sui confini dei Gallas.
Il governo inglese, avvertito della cosa, pensò di mandare ambasciatore al re certo sig. Rassam, armeno, ed il tenente Prideaux, dell’esercito delle Indie; ma Teodoro credè bene di incatenare anche questi, e di spedirli a Magdalà a tener compagnia agli altri.
L’Inghilterra protestò, ma inutilmente; ed alla fine, poichè ogni mezzo era riuscito vano, si decise nel 1867 per la guerra.
Re Teodoro, a quest’annunzio, dal centro dell’Abissinia, dove si trovava, pensò di accorrere col suo esercito in aiuto di Magdalà, contro cui suppose subito che sarebbero stati diretti gli sforzi delle truppe inglesi; ma, circondato da ribelli, esausto di mezzi, ridotto a far trascinare a braccia d’uomo i suoi pesanti cannoni, ed obbligato ogni giorno a costruire la strada che doveva percorrere l’indomani, il re non poteva giungere a Magdalà se non dopo tre o quattro mesi di marcie non interrotte. Gli inglesi pensarono dunque di affrettare i preparativi di guerra, nella speranza di arrivare a Magdalà prima del re.
II
ct ct Le strade che si offrivano al corpo di spedizione erano tre principali, ugualmente note come percorse già da viaggiatori o da carovane.
La prima ha per punto di partenza Massaua sul Mar Rosso; e di là, costeggiando, su territorio egiziano, la frontiera nord e nord ovest dell’Abissinia, penetra, dopo lungo giro, nell’Amhara e si dirige a Magdalà per Gondar e Debra-Tabor.
La seconda, da Taggiura sull’Oceano Indiano, conduce alla catena abissina attraverso le pianure dei Danacli: superata quella catena, si dirige poi a Magdalà seguendo la valle d’uno degli affluenti del Bascilo.
La terza finalmente, dalla spiaggia di Zula, o da altro punto vicino della costa del Mar Rosso, sale immediatamente sugli altipiani; e proseguendo, sempre su quelli, in direzione di mezzogiorno, giunge a Magdalà passando per Antalo ed il lago Ascianghi.
La prima, oltre ad essere soverchiamente lunga, presentava una seria difficoltà: quella, cioè, di non poter essere percorsa senza il consenso dell’Egitto: consenso che si sarebbe certamente ottenuto, ma che avrebbe attirato alle truppe inglesi la inimicizia dei capi abissini, concordi tutti nell’odio contro i mussulmani e particolarmente contro gli egiziani.
La seconda era la più breve di tutte; ma si svolgeva per tre quarti del suo percorso attraverso deserti dove il soldato avrebbe dovuto lottare con privazioni di ogni sorta e specialmente d’acqua, con calori soffocanti, con fiere, con malattie.
La terza infine, non solo non presentava gli inconvenienti delle due prime, ma offriva l’immenso vantaggio di trasportare subito il corpo di spedizione in climi temperati e salubri, in terreni facili a percorrersi, ed in posizioni assai utili ad occuparsi nell’interesse delle operazioni militari. La scelta cadde dunque su questa terza strada, ed al principio di ottobre del 1867 il colonnello Merewether, incaricato dei primi lavori di ricognizione, entrava nella baia di Annesley, e sbarcava con pochi soldati sulla spiaggia di Zula, a pochi passi dalle rovine dell’antichissima colonia di Adulis.
III
ct ct Dopo la scelta della strada, la prima questione che si presentava era quella della forza e composizione del corpo di spedizione.
Facendo largo assegnamento sulla immensa superiorità delle truppe, e non calcolando per nulla le tante difficoltà che si sarebbero potute incontrare, proposero alcuni di affidare l’impresa contro re Teodoro ad una colonna volante di due o tre mila uomini, la quale, senza seguito d’artiglierie e provvisioni, e vivendo solo di ciò che avrebbe dato il paese, si portasse celeremente a Magdalà, liberasse i prigionieri, e facesse ritorno con essi alla costa.
Ma tale proposta fu subito giudicata non abbastanza seria: se si pensa infatti alle mille incognite che presentava la spedizione, se si considerano i pericoli che potevano derivare dallo stesso stato d’anarchia in cui si trovava il paese, se si riflette che la distanza dal mare a Magdalà è di circa 600 chilometri, riesce assai facile persuadersi che le truppe destinate ad agire contro re Teodoro non potevano avanzarsi senza essere protette alle spalle da distaccamenti stabiliti lungo la strada, ed incaricati sia di provvedere alla sicurezza delle comunicazioni, sia di spingere innanzi le provvisioni.
Si decise dunque che la cifra dei combattenti fosse di 14000, ripartiti nel seguente modo:
4 reggimenti di fanteria inglese (1 battaglione a 10 compagnie)
10 reggimenti di fanteria indiana (1 battaglione a 8 compagnie)
2 squadroni di cavalleria inglese (Dragoon Guards)
4 reggimenti di cavalleria indiana
1 batteria di cannoni Armstrong da 12
id. di mortai da 8 pollici
id. da montagna da 7 (acciaio rigati)
1 batteria da montagna di cannoni lisci
1 compagnia di Royal Engineers per il servizio di telegrafia, fotografia e segnali
9 compagnie di zappatori e minatori indiani per i lavori stradali
e finalmente una batteria di racchette (12 tubi) servita da marinai.
L’ordinamento della spedizione fu affidato quasi per intiero al Governo locale delle Indie, il quale doveva fornire le truppe; ed al comando fu designato il tenente generale sir Robert Napier, allora comandante dell’esercito di Bombay, uomo di bella fama, che era giunto a quell’alto grado servendo sempre nelle Indie.
Ai 14000 combattenti, distribuiti come è detto poc’anzi, vennero poi ad aggiungersi 27000 non combattenti, ossia: il corpo del treno, reclutato per l’occasione come vedremo più innanzi, il personale amministrativo, e la innumerevole coorte dei domestici o campfollowers, in guisa che la forza totale della spedizione sali effettiva mente a 41000 uomini.
Finalmente, al seguito di questi 41000 uomini furono sbarcati sulla spiaggia di Zula 2500 cavalli da sella o da tiro per la cavalleria e l’artiglieria, e 32000 circa animali da trasporto.
Delle truppe inglesi, tanto conosciute in Europa, è certamente inutile discorrere: ma all’opposto sarà forse necessario dire alcune parole sulle truppe indiane.
Anzi tutto le truppe indiane od indigene (Native troops) sono divise in tre eserciti, di Bombay, di Madras, e del Bengala, ognuno dei quali ha leggi proprie speciali.
Il comandante in capo delle Indie ha il comando diretto dell’esercito del Bengala, e solo un’alta sorveglianza, assai limitata, sugli altri due.
I modi di reclutamento dei diversi corpi di uno stesso esercito variano all’infinito, ma hanno tutti per base l’arruolamento volontario: nei corpi di cavalleria vige poi un sistema tutto speciale, ed i cavalli sono di proprietà dei soldati.
Le truppe indigene contano ora:
R | 131 | reggimenti | di fanteria a 8 compagnie | (99000 | uomini | ).
R | 30 | C | id. | di cavalleria a 6 troops | (48600 | C | id. | ).
Zappatori e minatori | R | (2950 | C | id. | ).
D’artiglieria non rimane più, dopo l’insurrezione del 1857, se non qualche batteria di cannoni lisci.
L’ordinamento interno dei corpi di truppe indiane è il seguente che data dal 1861: ogni reggimento ha i suoi quadri intieri di ufficiali indiani, compresi i medici; ma al di sopra di questi ha poi uno stato maggiore di ufficiali inglesi, i quali non si occupano direttamente nè di amministrazione nè di disciplina, ma sono in realtà quelli che rispondono del reggimento all’autorità militare superiore.
Il grado più elevato a cui può giungere un ufficiale indiano è quello di maggiore, e non occorre dire che un sottotenente inglese può dar ordini anche ad un maggiore indiano.
La fanteria è armata di fucile a canna liscia, la cavalleria di sciabola e carabina, oppure di sciabola e lancia.
Le uniformi sono press’a poco le stesse delle truppe inglesi, eccetto però per taluni corpi irregolari i quali vestono alla foggia nazionale: così i cavalieri del reggimento Sind-Horse portano la lunga toga indiana di color verde scuro, il turbante rosso, ed una fascia rossa alla cintura.
Il timore riverenziale che gli indiani professano per gli inglesi non ha limiti, e si basa, a quanto sembra, sul profondo sentimento che hanno gli indiani della superiorità della razza inglese per rapporto alla loro.
Gli inglesi in compenso accordano il più scrupoloso rispetto a tutti i pregiudizii di religione, di sètta o di casta degli indiani.
Una volta gli uomini del reggimento Sind-Horse rimasero quattro giorni senza mangiare carne: e perchè? Perchè il commissariato non aveva macellai maomettani, e nel reggimento non v’era nessuno a cui la casta permettesse di abbassarsi sino ad ammazzare un bue; ora la religione di Maometto proibisce ai suoi seguaci di mangiare carne d’animale ucciso da infedeli.
Un giorno, essendo scarsa la farina, il comandante in capo aveva ordinato che venisse distribuito del pane d’orzo fabbricato nel paese; ma i buoni cavalieri del Sind, invece di mangiarlo, lo gettavano ai cavalli, perchè lavoro di mani più o meno cristiane, e quindi infedeli.
Altra volta era stato ordinato che, dopo il tramonto del sole, tutti i fuochi dei campi fossero spenti; ma i bravi mussulmani si trovavano allora in quell’epoca dell’anno (il Ramazan) durante la quale il Profeta proibisce loro di cibarsi mentre il sole è ancora sull’orizzonte; e perchè non morissero di fame si fu costretti di ritirar l’ordine e permettere i fuochi anche di notte.
Ma su questo proposito sono ancora ben più curiosi gli Indù; — costoro, divisi in cento sêtte diverse, si rifiutano di aver comune il fuoco con chiunque non appartenga alla stessa sêtta, ed alla stessa casta; succede così che in un reggimento si vedono tanti fuochi quanti sono gli individui che lo compongono: ognuno di questi ha il suo materiale da cucina che custodisce gelosamente e con molta cura, e che getterebbe via immediatamente se venisse a sapere che un altro se n’è servito. Guai a coloro, massime se europei, che s’avvicinano ad un Indù occupato a far cucina! Gli Indù che appartengono alle alte caste si considerano come polluti se hanno mangiato cibo su cui sia passata l’ombra di un europeo.
Gli Indù tengono sacro il bue e non si cibano che di carne di montone, ammazzato, s’intende, colle loro proprie mani: non bevono nè vino nè liquori, ed hanno comune coi mussulmani il sacro orrore per qualsiasi cibo preparato da infedeli.
Peccato davvero che tali pregiudizii facciano troppo forte contrap peso alle belle doti dell’indiano, — sobrio, paziente, duro alla fatica, nato apposta per servire ed obbedire!
Un’altra piaga terribile da cui sono affette, non solo le truppe indiane, ma anche le inglesi di servizio alle Indie, è quella dei camp-followers o domestici al seguito delle truppe.
Il numero di questi camp-followers supera sempre d’assai il numero dei combattenti: basti dire che ogni ufficiale ne ha non mai meno di cinque, e talvolta dodici o venti, per il suo servizio perso- nale, — che ogni soldato di cavalleria ne ha uno per il governo del cavallo, — e che vi sono inoltre in ogni corpo:
I sais, o conducenti per gli animali da basto
I grass-cutters, incaricati di tagliare erba
I beesthies, che provvedono l’acqua
I dhooli-wallors, che trasportano le lettighe d’ambulanza
I lascars, che piantano e levano le tende
I cuochi, i sellai, i calzolai e così via.
Questi followers seguono ed accompagnano le truppe in marcia senza alcun posto fisso nella colonna: vestiti in mille foggie bizzarre, e solo uniformi nella loro seminudità, si recano da un luogo all’altro portando sulle spalle o sulla testa il loro modesto bagaglio e gli arnesi di cucina: non soggetti a sorveglianza alcuna, si sparpagliano qua e là, vanno e vengono come a lor pare e piace, e quando trovano un po’ d’ombra si fermano volontieri in crocchi di tre o quattro per accendere una pipa e riposarsi.
Ma pur troppo, all’impronta pittoresca ch’essi sanno dare agli accampamenti od alle marcie si contrappongono inconvenienti, nè pochi nè leggieri.
Oltre alle difficoltà amministrative ch’essi producono, ed alla con fusione che suscitano sempre nei campi e nelle colonne, i followers sono pure assai pericolosi dal punto di vista militare; e non mancano esempi di sorprese, di scompigli, di operazioni fallite, in causa appunto di siffatta turba di gente non soggetta a disciplina, che rivela al nemico in mille modi la presenza delle truppe, che si allarma senza ragione, che grida, fugge, e trascina seco talvolta, colla potenza del numero, i veri combattenti.
Sir Robert Napier vide subito la necessità di diminuire tutte quelle bocche inutili, e, a più riprese, ne rimandò centinaia e centinaia alle Indie; ma, anche dopo ripetute diminuzioni, ne rimasero pur sempre troppi, ed il reggimento Sind-Horse, per esempio, ne conservò 339 per il servizio dei suoi 453 combattenti.
È inutile dire che il rispetto di questi pregiudizii e questi usi costituisce, in gran parte, il segreto della potenza inglese nelle Indie; ma non è men vero che le truppe indiane, quali sono ora e quali forse saranno sempre, creeranno inevitabilmente gravi imbarazzi amministrativi e riesciranno di assai difficile impiego in qualsiasi teatro di guerra all’infuori delle Indie.
IV
ct ct ct Oltre a non poche navi da guerra, furono impiegati al trasporto delle truppe, degli animali da soma, e delle provviste per la spedizione: 291 grossi bastimenti del commercio espressamente noleggiati, ed un numero rilevante di vaporini rimorchiatori, barche e barcaccie d’ogni dimensione.
Per otto intieri mesi, ossia dal novembre 1867 al giugno 1868, quei grossi bastimenti furono continuamente in viaggio tra la baia di Annesle, l’Egitto ed i porti delle Indie; e sbarcarono sulla spiaggia di Zula, oltre ai 41000 uomini della spedizione, 35000 circa tra cavalli, muli, asini, buoi, cammelli ed elefanti, un migliaio di carri maltesi a due ruote per il servizio della stazione di sbarco, due locomotive a vapore, parecchi vagoni e tutto il materiale per 19 chilometri di strada ferrata, una quantità sterminata di selle e basti d’ogni modello e dimensione, casse d’ambulanza, lettighe, oggetti di vestiario, tende, legname per baracche, munizioni, biade e foraggi, viveri d’ogni sorta, dalla carne in conserva al tè, ai pickles, alla cioccolata.
Per facilitare lo sbarco, sia delle truppe che degli animali e delle provviste, furono immediatamente costruite due gittate parallele che si protendevano in mare per lo spazio di circa 250 metri; il tratto di spiaggia compreso tra le due gittate venne convertito in banchina; e s’ebbe così una specie di porto, a ciascun punto del quale potevano comodamente approdare le barche o barcaccie che si staccavano dai grossi bastimenti, e trasportavano a terra uomini, animali, o materiale.
Su ciascuna delle due gittate fu stabilito un binario: e ciascun binario, dividendosi e suddividendosi di mano in mano che s’allon- tanava dal mare, metteva in comunicazione il porto coi diversi punti dell’accampamento, oppure colla ferrovia stessa che conduceva al piede delle montagne.
Per i primi giorni le provviste sbarcate furono raccolte in mucchi colossali, o sulla riva del mare, o sulle gittate, o lungo i binari; poi, poco alla volta, si rizzarono tende, si costruirono baracche, si tracciarono quartieri, si riescì a formare, in una parola, uno stabilimento dei più ordinati e regolari, a cui venne poi ad aggiungersi anche un vastissimo bazar dove negozianti italiani, tedeschi, inglesi, francesi, turchi, chinesi avevano botteghe di commestibili, vini, liquori, oggetti di vestiario, arnesi di cucina e così via.
Una cosa purtroppo mancava a questa stazione di sbarco (come manca del resto a tutta la costa del Mar Rosso); ed era l’acqua potabile . Si stabilirono quindi, su alcuni bastimenti e lungo la riva del mare, non pochi condensatori per la produzione dell’acqua distillata: e si calcolò che la produzione totale di siffatti condensatori fu di circa 37,000,000 di litri, e che il costo d’ogni litro fu di circa 30 centesimi di lira italiana.
Un’opera che venne a compire degnamente tutti i lavori ora accennati, fu la ferrovia che metteva in comunicazione il porto di Zula col campo di Komélu al piede delle montagne. Questa ferrovia, lunga 19 chilometri, fu cominciata nel dicembre 1867 e compiuta alla fine d’aprile 1868; non appena una sezione era terminata vi si stabiliva subito il movimento, e si formava alla testa della linea un deposito provvisorio di vettovaglie le quali si spingevano poi di mano in mano verso l’interno; così, in ultimo, si diminuì di un giorno il tempo necessario per i trasporti, e, cessato il bisogno di un gran numero d’animali al campo di Zula, si potè scemare di molto la costosissima produzione dell’acqua distillata.
Al finire della campagna questa ferrovia rese altri servizi non meno importanti: le truppe, giunte a Komélu, si fermavano sino a che non fossero pronti i bastimenti per il ritorno alle Indie: al momento voluto un treno le portava sino al mare, dove prendevano subito imbarco; ed in tal modo, dopo le lunghe fatiche della spedizione, esse evitavano almeno quell’ultima marcia ed un nuovo soggiorno sulle coste del Mar Rosso ai calori infocati di maggio e giugno.
Il suolo della spiaggia fu in alcuni punti un ostacolo serio al so- lido armamento della ferrovia; in alcuni altri si dovettero scavare trincee; e, per superare i torrenti che attraversavano la linea, si gettarono otto ponti in ferro, alcuni dei quali a parecchie travate.
Senza tener calcolo del materiale portato tutto dalle Indie, dove aveva già servito, questi 19 chilometri di strada ferrata non costarono che 6000 sterline, ossia 150 mila lire. ct Era naturale che in una spedizione come questa, le principali speranze di sostentamento si fondassero su ciò che le truppe potevano trasportare al loro seguito: ed era non meno naturale che l’Inghilterra provvedesse ai bisogni dei suoi soldati con quella generosa grandezza che è uno dei suoi tratti caratteristici.
Secondo il progetto di sir Robert Napier la stazione di sbarco doveva essere, come fu di fatto, la grande base di provvigionamento: lungo la linea di marcia si sarebbero stabiliti tre o quattro grandi depositi di viveri, munizioni, oggetti di vestiario e d’equipaggiamento; e finalmente in ognuno dei luoghi di tappa si sarebbe lasciata una piccola riserva di viveri e biade per le truppe di passaggio.
Perchè questo progetto potesse essere compiuto occorreva, in primo luogo, che il movimento verso l’interno si eseguisse abbastanza lentamente da permettere il contemporaneo accumularsi delle provvisioni alle spalle delle truppe, ed in secondo luogo che il treno fosse talmente numeroso e bene ordinato da poter mantenere comunicazioni non interrotte, ed ogni giorno più estese, tra la grande base di provvigionamento ed i successivi punti d’arrivo delle truppe.
Ora, il movimento era cominciato verso la metà di gennaio, e cinque mesi dopo, al più tardi, vale a dire verso i primi di giugno, bisognava assolutamente che le truppe, raggiunto o no il loro scopo, fossero di ritorno alla stazione di sbarco: poichè, appunto verso la fine di maggio, comincia in Abissinia la stagione delle pioggie, ed il corpo di spedizione non avrebbe potuto lasciarsi sorprendere da quella stagione sugli altipiani senza esporsi al rischio di rimaner privo di viveri, o, per lo meno, d’essere condannato per cinque o sei mesi all’immobilità.
Alla metà di marzo, vale a dire dopo due mesi di marcia, la testa di colonna non era ancora che a mezza via tra il mare e Magdalà; e la necessità di affrettarsi appariva ogni giorno più evidente. Ma se le truppe potevano spingersi celeremente avanti, esse non potevano certo farsi precedere nè tampoco seguire da colonne di muli abbastanza numerose per trasportare tutte le provviste necessarie per il resto della campagna. Quand’anche la cosa fosse stata possibile, l’ordinamento del treno in quel momento, come vedremo fra poco, vi si sarebbe opposto.
Si decise dunque che avrebbero marciato contro Magdalà due sole brigate (5000 combattenti circa); e che queste truppe, seguite da scarsissimi trasporti, avrebbero vissuto principalmente su ciò che offriva il paese; siccome poi non era prudente far calcolo su grandi mezzi, così diventava necessario eliminare, per quanto possibile, le bocche inutili.
In tal modo, a misura che la marcia si fece più celere, si videro diminuire prima i domestici, poi i bagagli, poi i viveri, sinchè in ultimo si fu ridotti ad una tenda conica ogni dieci ufficiali, all’abolizione completa del bagaglio personale, e ad una razione viveri composta di sola carne e farina.
Era veramente curioso il sistema col quale procedeva il commissariato nei suoi contratti cogli indigeni.
Numerosi messi, spediti avanti e sui fianchi, spargevano la notizia del passaggio delle truppe ed indicavano il punto di fermata.
Gli indigeni accorrevano a frotte portando ognuno un sacco di farina o di avena, oppure trascinandosi dietro un bue od un montone.
In un punto qualsiasi del campo un agente del commissariato aveva steso a terra un larghissimo tappeto di tela cerata, e, ritto in piedi nel mezzo, colle tasche della giubba pieni di talleri, faceva cenno agli indigeni di avvicinarsi: gli indigeni, rattenuti a stento da un cordone di soldati, porgevano i sacchi: l’agente del commis- sariato, pesato un sacco con una mano, gettava con l’altra uno o due talleri, e la tela cerata scompariva ben presto sotto immensi mucchi di farina, o d’avena.
Frattanto in un altro punto del campo un altro agente visitava, comperava e faceva abbattere buoi e montoni; e in meno di due ore le truppe potevano recarsi a ritirare le razioni.
I prezzi medii in siffatti contratti erano i seguenti: un tallero sette chilogrammi di avena, un tallero tre chilogrammi di farina, e da dodici a quindici talleri un bue: in tal modo la razione degli europei, scarsa com’era negli ultimi tempi, veniva a costare in moneta italiana L. 3,50 circa, e quella degli indiani L. 2,50.
Non è forse fuor di luogo il ricordare qui che l’unica moneta europea conosciuta ed accettata in Abissinia è il tallero di Maria Teresa col millesimo 1780; il governo inglese, non volendo imporre le sue sterline, aveva pensato di far coniare a Vienna migliaia e migliaia di quei talleri, e di distribuirli al corpo di spedizione per facilitarne sin dal principio le relazioni cogli indigeni: il guaio era che non c’erano spezzati, e che per la più piccola cosa s’era obbligati di spendere un tallero, ossia L. 5,50 della moneta nostra.
Appena iniziate le marcie di ritorno, si ritrovò subito l’abbondanza; e le truppe furono ampiamente risarcite degli stenti sofferti nella prima parte della campagna. Il riordinamento del corpo dei trasporti aveva prodotto i suoi benefici effetti, e s’eran potuti formare lungo la strada numerosi depositi di viveri e d’oggetti di vestiario: nelle stazioni principali s’erano stabiliti forni di campagna per la fabbricazione del pane: in quasi tutti i luoghi di tappa s’erano scavati pozzi: a Zula poi, e specialmente al Bazar, non c’era ghiottoneria che non si potesse avere. ct Non appena fu decisa la spedizione, parecchie commissioni, composte ciascuna di un ufficiale d’artiglieria, un ufficiale del commissariato, ed un veterinario, furono mandate dall’Inghilterra sulle coste settentrionali d’Africa, in Asia Minore, in Italia, Spagna e Grecia coll’incarico d’acquistare muli e spedirli in Egitto, a due campi di deposito espressamente stabiliti ad Alessandria e Suez.
In pari tempo altre commissioni, composte come le precedenti, furono mandate sulle rive del Mar Rosso all’incetta di cammelli; ed altre ancora se ne formarono in India per radunare cavalli da basto, asini, buoi ed un piccolo numero di elefanti.
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