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Dedica
Se la vostra modestia, Nobile Signor Conte, ha potuto impedirmi, che il vostro Ritratto fosse collocato fra quelli che compongono la calcografica Galleria d’Illustri Italiani viventi, che per me vide la luce, la vostra gentilezza ha dovuto cedere a nuove preghiere, onde mi fosse almeno conceduto, che questo volume portasse in fronte il nome vostro.
Alta stima ed ammirazione non meno pei vostri talenti che per le vostre virtù, ed il nobile vanto di essere vostro concittadino m’ispirarono il pensiero d’indirizzarvi questa Opera, in cui trovansi i profondi pensamenti di uno dei più grandi uomini che vanti la moderna Italia: egli è questo il Segretario Fiorentino, i cui Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio sono appunto raccolti in queste pagine, colle quali si compie il quinto anello della Classica Collana di Scrittori Italiani, che per me si pubblica in questa Insubre Metropoli, nella quale da un lustro ho trasportata una parte de’ miei torchj, e dove trovai incoraggiamento e favore per eseguire parecchie ardite nobilissime tipografiche e calcografiche imprese.
Il vostro nome, chiarissimo per le Opere vostre, e pegli eminenti impieghi a voi affidati dalla Sovrana Autorità, accrescerà pregio, ne son certo, a questa edizione, che a voi consacro; mentre vi prego di conservarmi la benevolenza vostra, e di accogliere le proteste del mio rispetto ed ossequio.
Milano 20 Dicembre 1824
Vita dell'Autore
Niccolò Machiavelli nacque in Firenze l’anno 1469. Se al nome del Machiavelli fosse d’uopo di altri onori oltre a quelli che gli vengono dal suo talento, e dalle sue Opere, verremmo accennando in lungo ordine gli avi illustri dai quali discese, e diremmo ch’ei procedette da famiglia antichissima e nobilissima. Ma perchè sarebbe contro a ragione il cercare di accrescer lustro colla nobiltà degli avi ad un uomo che da sè solo basterebbe a far gloriosa un’intiera prosapia, diremo invece della sua vita quel tanto almeno che ne sappiamo dagli scrittori.
Non è ben certo in qual modo, nè da chi il Machiavelli fosse educato, nè quali studj prediligesse mentre era ancor giovanetto. Le notizie della sua vita cominciano dall’anno ventesimonono dell’eta sua, in cui gli fu conferita la carica di Cancelliere nella seconda Cancelleria dei Signori. Poco dopo fu eletto a Segretario nell’Officio dei Dieci, in cui stette per ben quattordici anni: e perchè quel- l’Officio costituiva il governo generale della repubblica di Firenze, ne venne a lui il nome di Segretario Firentino. In questo Officio il Machiavelli mostrò tanta diligenza e tanta perizia nella condotta de’ pubblici affari, che immantinente ei venne in grandissima opinione appo tutti i suoi concittadini, e ricevette da loro incarichi della più grave importanza, sì al di dentro, come al di fuori della repubblica. Fra queste incombenze annoveransi molte ambascerie ai principali Potentati che allora fossero nell’Europa.
Ma dopo questi quattordici anni di servigi utili alla repubblica, e gloriosi per lui, caduta la potenza dei Francesi in Italia, e rientrati in Firenze i Medici, il Machiavelli fu privato della sua carica, esiliato, e poi (quasi per grazia) lasciato vivere nella sua patria, purchè non mettesse piede nel Palazzo dell’Alta Signoria. Accusato poi di aver congiurato con alcuni suoi concittadini contro il Cardinale de’ Medici, fu imprigionato, e secondo la barbara costumanza dei tempi, posto alla tortura, non senza pericolo della vita, come egli medesimo dice. Nè da queste persecuzioni e da questi gravi travagli fu liberato, se non se quando il Cardinale ridetto, salito sulla sedia Pontificia, accordò il perdono a tutti coloro contro i quali da qualche tempo veniva esercitando la sua vendetta. Chè anzi questo medesimo Papa che ebbe sempre una grande influenza sopra il governo della repubblica Firentina, poichè fu morto Lorenzo de’ Medici, gli affidò di bel nuovo alcune pubbliche faccende, come a dire, le fortificazioni della città, le negoziazioni con , allora governatore della Romagna, e qualche incombenza nell’armata posta in campo dalla famosa Lega contro di Carlo V. E questo fu l’ultimo affare in cui si adoperò il Machiavelli. Perocchè ritornato a Firenze in sul finire del mese di Maggio 1527, morì nel Giugno successivo; colpa di un rimedio da lui preso intempestivamente.
Così può dirsi che la vita del Machiavelli fu tutta consacrata agli affari della sua patria, se non quanto ne lo distolsero le circostanze dei tempi, o l’inimicizia dei potenti. Ma anche nell’ozio pensava incessantemente alla repubblica da cui era stato rimosso, e poichè non poteva coi fatti, studiavasi di giovarla coi libri, e dettava precetti di politica, acconci principalmente a’ suoi tempi.
Le più importanti Opere del Machiavelli sono la Storia Firentina, il Principe, i Discorsi e l’Arte della guerra. Della Storia si ammira principalmente il primo libro, in cui l’Autore, cominciando dalla caduta dell’Imperio occidentale, descrive per sommi capi la Storia d’Italia fino al 1200 dove principia più minutamente la sua narrazione. Questo libro, che serve d’introduzione alla Storia, è lavorato con sì fino accorgimento, e con tanta chiarezza ed evidenza, che i giusti estimatori delle Opere letterarie lo paragonano a quello con che incomincia la sua Storia, od a quegli altri, ancor più conosciuti del Robertson e dell’Anacarsis. Ma per nostro giudizio il Segretario ha vinto il greco Scrittore nella chiarezza e nell'ordine con cui espone quell’immenso numero di avvenimenti che disciolsero la gran mole dell’Imperio romano e diedero nascimento alle recenti monarchie europee, nè fu superato dagli altri due Scrittori, se si riguardi alla brevità che ci sembra una dote precipua ed essenziale a così fatti lavori. In quanto poi alla Storia di Firenze, alcuni accusano il Machiavelli di aver qualche volta abbellite più presto che schiettamente narrate le cose: e recano di questo giudizio sì aperte ed inconcusse ragioni, da non potersi con sicurezza lavarlo da questa taccia. Alcuni altri hanno censurato l’ordine tenuto dallo Storico nella esposizione dei fatti, poichè segue non tanto i tempi quanto gli avvenimenti dei quali racconta distesamente il principio, il mezzo e la fine, contuttochè durino più anni: ne li interrompe per metter mano ad altri fatti che insieme con quelli siano occorsi: e quindi è necessitato a discorrer più volte uno stesso periodo di tempo. Con tutto ciò la sua Storia è piena di bella ed utile filosofia; ed è raccontata con uno stile schietto, elegante e tale da farsi leggere assai volentieri.
Il Principe è un libro che destò contro al Machiavelli, e le folgori della Chiesa, e l’indignazione dei Governi. Non è ben certo s’egli in quell’Opera si facesse veramente maestro di malvagità ai regnanti, o se invece sotto colore di dar tali precetti tendesse a svelare i difetti di qualche principe suo contemporaneo. Non v’ha dubbio però che la lettura di quel libro contrista l’animo con una continua dipintura delle arti più rovinose alla società.
I Discorsi sopra la prima Deca di T. Livio sono un’Opera di politica, diremmo quasi, pratica; in quanto che senza alcun apparato di sistema, e senza altro ordine, fuorchè quello dei fatti appartenenti alla Storia Romana (ai quali vien raffrontando quelli de’ tempi a noi più vicini), il Filosofo italiano studia le cagioni dell’ingrandimento di Roma e della sua decadenza, e ne deriva mirabili precetti pel reggimento delle moderne repubbliche.
L’Arte della guerra è scritta con sì profonda cognizione della scienza militare, da pregiarsene non solamente un uomo di toga, ma qualsivoglia comandante di eserciti, che fosse continuamente vissuto fra l’armi. Dalla meditazione sulle cose guerresche dei Romani deduce principalmente il nostro Autore i suoi precetti per migliorare gli ordini militari de’ suoi tempi, e principalmente per far proscrivere le mercenarie milizie, e rimettere in onore ed in uso l’infanteria di cui allora non tenevasi nessun conto. Alcuni però si sono fatti a censurare le dottrine di questo libro, ed altri lo hanno spregiato senza conoscerlo, quasi per imitare Annibale che rideva la vana eloquenza del retore che a lui voleva insegnare come si guer-
reggi e si vinca. Per costoro acconciamente disse l’Autore nel suo proemio: benchè sia cosa animosa trattare di quella materia della quale non ne abbia fatta professione, nondimeno io non credo che sia errore occupare con le parole un grado, il quale molti con maggior presunzione e con l’opera hanno occupato: perchè gli errori ch’io facessi scrivendo possono essere senza danno di alcuno corretti; ma quelli i quali da loro sono fatti operando, non possono essere se non con la rovina degl'Imperi conosciuti.
Alcuni si sono maravigliati che il Machiavelli occupato sempre com’era in affari politici, potesse scrivere un’Opera sì profondamente erudita intorno all’arte del guerreggiare. Or che dirassi dell’essersi egli fatto autore di commedie, e di poesie, e dell’aver côlti bellissimi allori anche su questo sentiero? Egli è, a dir vero, troppo gran danno, che come una parte delle Opere politiche del Machiavelli non può proporsi alla gioventù per la pericolosa condizione delle sue dottrine, così non pochi de’ suoi lavori letterarii non possono darsi a modello a motivo della loro immoralità. Chè del resto i suoi Capitoli sono tali da esser letti con molto buon frutto da chiunque si proponga di seguire la poesia soda e semplice dei nostri antichi; e le Commedie andrebbero tra le migliori italiane, principalmente rispetto ai tempi nei quali furono scritte. Il Voltaire diceva che la sola Mandragola vale più di tutte le Commedie del greco
Aristofane. Con tutto ciò, anche lasciate in disparte le Opere dalla censura politica o morale notate, ci resta del Machiavelli un numero di libri sufficiente non meno a conservare saldissima e fiorente la sua fama, che a recare moltissima utilità a coloro che in essi vorranno studiare.
E fra questi occupano un luogo distinto i Discorsi che noi presentiamo ai nostri Signori Associati. Le edizioni che abbiamo avute sott’occhio nel compiere questa nostra ci somministrarono un nuovo argomento per conoscere quanto siano tutte incerte e bisognose di ammende: e cercammo infatti coll'esame delle stampe migliori e col sussidio della critica di toglier di mezzo quegli sconci che molte volte guastano il senso, e non di rado deturpano l’eleganza di questo Scrittore.
Dedicatoria a Zanobi Buondelmonti e Cosimo Rucellai
salute
Io vi mando un presente, il quale, se non corrisponde agli obblighi che io ho con voi, è tale, senza dubbio, quale ha potuto Niccolò Machiavelli mandarvi maggiore. Perchè in quello io ho espresso quanto io so e quanto io ho imparato per una lunga pratica e continua lezione delle cose del Mondo. E non potendo nè voi nè altri desiderare da me più, non vi potete dolere, se io non vi ho donato più. Bene vi può increscere della povertà dello ingegno mio, quando siano queste mie narrazioni povere; e della fallacia del giudi- zio, quando io in molte parti, discorrendo, m’inganni. Il che essendo, non so quale di noi si abbia ad essere meno obbligato all’altro, o io a voi che mi avete forzato a scrivere quello che io mai per me medesimo non arei scritto, o voi a me, quando scrivendo non abbia soddisfatto. Pigliate dunque questo in quel modo che si pigliano tutte le cose degli amici, dove si considera più sempre l’intenzione di chi manda, che la qualità della cosa che è mandata. E crediate che in questo io ho una satisfazione, quando io penso che, sebbene io mi fussi ingannato in molte sue circostanze, in questa sola so ch’io non ho preso errore, di avere eletto voi, ai quali sopra tutti gli altri questi miei Discorsi indirizzi; sì perchè, facendo questo, mi pare aver mostro qualche gratitudine de’ benefizj ricevuti, sì perchè e’ mi pare essere uscito fuora dell’uso comune di coloro che scrivono, i quali sogliono sempre le loro opere a qualche Principe indirizzare; e accecati dall’ambizione e dall’avarizia laudano quello di tutte le virtuose qualitadi, quando di ogni vituperevole parte dovrebbono biasimarlo. Onde io per non incorrere in questo errore ho eletti, non quelli che sono Principi, ma quelli che per le infinite buone parti loro meriterebbono d’essere; nè quelli che potrebbono di gradi, di onori e di ricchezze riempiermi, ma quelli che, non potendo, vorrebbono farlo. Perchè gli uomini, volendo giudicare dirittamente, hanno a stimare quelli che sono, non quelli che possono essere liberali; e così quelli che sanno, non quelli che senza sapere possono governare un regno. E gli scrittori laudano più Jerone Siracusano quando egli era privato, che Perse Macedone quando egli era Re; perchè a Jerone a esser Principe non mancava altro che il principato, quell’altro non aveva parte alcuna di Re che il regno. Godetevi pertanto quel bene, o quel male che voi medesimi avete voluto; e se voi starete in questo errore che queste mie opinioni vi siano grate, non mancherò di seguire il resto dell'istoria, secondo che nel principio vi promisi. Valete.
Introduzione
Ancora che per la invida natura degli uomini sia sempre stato pericoloso il trovare modi ed ordini nuovi, quando il cercare acque e terre incognite, per essere quelli più pronti a biasimare che a laudare le azioni d’altri; nondimeno spinto da quel naturale desiderio, che fu sempre in me, di operare senz’alcun rispetto quelle cose che io creda rechino comune benefizio a ciascuno, ho deliberato entrare per una via, la quale non essendo stata per ancora da alcuno pesta, se la mi arrecherà fastidio e difficultà, mi potrebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie fatiche considerassero. E se l’inge-
gno povero, la poca esperienza delle cose presenti, la debole notizia delle antiche, faranno questo mio conato difettivo e di non molta utilità, daranno almeno la via ad alcuno, che con più virtù, più discorso e giudizio, potrà a questa mia intenzione satisfare; il che se non mi arrecherà laude, non mi dovrebbe partorire biasimo. E quando io considero quanto onore si attribuisca all’antichità, e come molte volte, lasciando andare molti altri esempj, un fragmento d’un’antica statua sia stato comperato gran prezzo, per averlo appresso di sè, onorarne la sua casa, poterlo fare imitare da coloro che di quell’arte si dilettano, e come quelli poi con ogn’industria si sforzano in tutte le loro opere rappresentarlo; e veggendo dall’altro canto le virtuosissime operazioni che le Istorie ci mostrano, che sono state operate da Regni e da Repubbliche antiche, dai Re, capitani, cittadini, datori di leggi, ed altri che si sono per la loro patria affaticati, essere più presto ammirate che imitate, anzi in tanto da ciascuno in ogni parte fuggite, che di quella antica virtù non ci è rimaso alcun segno, non posso fare che insieme non me ne maravigli e dolga; e tanto più, quanto io veggio nelle differenze che intra i cittadini civilmente nascono, o nelle malattie, nelle quali gli uomini incorrono, essersi sempre ricorso a quelli giudizj, o a quelli rimedj, che dagli antichi sono stati giudicati o ordinati. Perchè le leggi civili non sono altro che sentenze date dagli antichi jureconsulti, le quali, ridotte in ordine, a’ presenti nostri jureconsulti giudicare insegnano; nè ancora la medicina è altro che esperienza fatta dagli antichi medici, sopra la quale fondano i medici presenti li loro giudizj. Nondimeno nello ordinare le Repubbliche, nel mantenere gli Stati, nel governare i Regni, nell’ordinare la milizia, ed amministrare la guerra, nel giudicare i sudditi, nello accrescere lo Imperio, non si trova nè Principe, nè Repubblica, nè Capitano, nè cittadino che agli esempj degli antichi ricorra. Il che mi persuado che nasca, non tanto dalla debolezza nella quale la presente educazione ha condotto il Mondo, o da quel male che uno ambizioso ozio ha fatto a molte provincie e città cristiane, quanto dal non avere vera cognizione delle Istorie, per non trarne, leggendole, quel senso, nè gustare di loro quel sapore che le hanno in sè. Donde nasce che infiniti che leggono, pigliano piacere di udire quella varietà degli accidenti che in esse si contengono, senza pensare altrimente d’imitarle, giudicando la imitazione non solo difficile, ma impossibile; come se il cielo, il sole, gli elementi, gli uomini fossero variati di moto, di ordine e di potenza, da quello ch’egli erano anticamente. Volendo pertanto trarre gli uomini di questo errore, ho giudicato necessario scrivere sopra tutti quelli libri di Tito Livio, che dalla malignità de’ tempi non ci sono stati interrotti, quello che io secondo le antiche e moderne cose giudicherò essere necessario per maggiore intelligenza di essi, acciocchè coloro che questi miei Discorsi leggeranno, possano trarne quella utilità, per la quale si debbe ricercare la cognizione della Istoria. E benchè questa impresa sia difficile, nondimeno ajutato da coloro, che mi hanno ad entrare sotto a questo peso confortato, credo portarlo in modo, che ad un altro resterà breve cammino a condurlo al luogo destinato.
Capitolo 1
Coloro che leggeranno qual principio fusse quello della città di Roma, e da quali legislatori, e come ordinato, non si maraviglieranno che tanta virtù si sia per più secoli mantenuta in quella città; e che dipoi ne sia nato quello Imperio, al quale quella Repubblica aggiunse. E volendo discorrere prima il nascimento suo, dico: che tutte le città sono edificate o dagli uomini natii del luogo dove le si edificano, o dai forestieri. Il primo caso occorre, quando agli abitatori dispersi in molte e piccole parti non par vivere sicuri, non potendo ciascuna per sè, e per il sito e per il piccolo numero resistere all’impeto di chi le assaltasse, e ad unirsi per loro difensione, venendo il nemico, non sono a tempo; o quando fussero, converrebbe loro lasciare abbandonati molti de’ loro ridotti, e così verrebbero ad esser subita preda dei loro nemici; talmente che per fuggire questi pericoli, mossi o da loro medesimi, o da alcuno che sia infra di loro di maggiore autorità, si ristringono ad abitar insieme in luogo eletto da loro, più comodo a vivere, e più facile a difendere. Di queste infra molte altre sono state Atene e Vinegia.
La prima, sotto l’autorità di Teseo, fu per simili cagioni dagli abitatori dispersi edificata. L’altra, sendosi molti popoli ridotti in certe isolette, ch’erano nella punta del mare Adriatico, per fuggire quelle guerre che ogni dì per lo avvenimento di nuovi Barbari, dopo la declinazione dello Imperio romano, nascevano in Italia, cominciarono infra loro, senz’altro Principe particolare che gli ordinasse, a vivere sotto quelle leggi che parvero loro più atte a mantenerli. Il che successe loro felicemente per il lungo ozio, che il sito dette loro, non avendo quel mare uscita, e non avendo quelli Popoli che affliggevano Italia, navigj da poterli infestare; talchè ogni picciolo principio li potè far venire a quella grandezza nella quale sono.
Il secondo caso, quando da genti forestiere è edificata una città, nasce o da uomini liberi, o che dipendono da altri, come sono le colonie mandate o da una Repubblica, o da un Principe per isgravare le loro terre d’abitatori, o per difesa di quel paese, che di nuovo acquistato, vogliono sicuramente e senza spesa mantenersi; delle quali città il Popolo romano ne edi- ficò assai, e per tutto l’Imperio suo: ovvero le sono edificate da un Principe, non per abitarvi, ma per sua gloria, come la città di Alessandria da Alessandro. E per non avere queste cittadi la loro origine libera, rade volte occorre che le facciano progressi grandi, e possinsi intra i capi de’ Regni numerare. Simile a queste fu l’edificazione di Firenze, perchè o edificata da’ soldati di Silla, o a caso dagli abitatori dei monti di Fiesole (i quali confidatisi in quella lunga pace che sotto Ottaviano nacque nel Mondo, si ridussero ad abitare nel piano sopra Arno) si edificò sotto l’Imperio romano, nè potette ne’ principj suoi fare altri augumenti, che quelli che per cortesia del Principe le erano concessi.
Sono liberi gli edificatori delle cittadi, quando alcuni popoli o sotto un Principe, o da per sè, sono costretti o per morbo, o per fame, o per guerra ad abbandonare il paese patrio, e cercarsi nuova sede: questi tali, o egli abitano le cittadi che e’ trovano ne’ paesi ch’egli acquistano, come fece Moisè, o ne edificano di nuove, come fece Enea. In questo caso è dove si conosce la virtù dello edificatore, e la fortuna dello edificato; la quale è più o meno maravigliosa, secondo che più o meno è virtuoso colui che n’è stato principio. La virtù del quale si conosce in duoi modi; il primo è nella elezione del sito, l’altro nella ordinazione delle leggi. E perchè gli uomini operano o per necessità o per elezione, e perchè si vede quivi esser maggiore virtù, dove la ele- zione ha meno autorità, è da considerare se sarebbe meglio eleggere per la edificazione delle cittadi, luoghi sterili, acciocchè gli uomini costretti ad industriarsi, meno occupati dall’ozio, vivessero più uniti, avendo per la povertà del sito minore cagione di discordie; come intervenne in Raugia, e in molte altre cittadi in simili luoghi edificate; la quale elezione sarebbe senza dubbio più savia e più utile, quando gli uomini fussero contenti a vivere del loro, e non volessero cercare di comandare altrui. Pertanto non potendo gli uomini assicurarsi se non con la potenza, è necessario fuggire questa sterilità del paese, e porsi in luoghi fertilissimi, dove potendo per la ubertà del sito ampliare, possano e difendersi da chi li assaltasse, e opprimere qualunque alla grandezza loro si opponesse. E quanto a quell’ozio che gli arrecasse il sito, si debbe ordinare che a quelle necessitadi le leggi li costringano, che ’l sito non li costringesse; e imitare quelli che sono stati savi, ed hanno abitato in paesi amenissimi e fertilissimi, e atti a produrre uomini oziosi, ed inabili ad ogni virtuoso esercizio; che per ovviare a quelli danni, i quali l’amenità del paese mediante l’ozio arebbero causati, hanno posto una necessità di esercizio a quelli che avevano a essere soldati; di qualità che per tale ordine vi sono diventati migliori soldati, che in quelli paesi, i quali naturalmente sono stati aspri e sterili; intra i quali fu il regno degli Egizj, che, non ostante che il paese sia amenissimo, tanto potette quella necessità ordinata dalle leggi, che vi nacquero uomini eccellentissimi; e se i nomi loro non fussero dalla antichità spenti, si vedrebbe come meriterebbero più laude che Alessandro Magno, e molti altri, de’ quali ancora è la memoria fresca. E chi avesse considerato il Regno del Soldano, e l’ordine de’ Mammalucchi, e di quella loro milizia, avanti che da Salì, Gran Turco, fusse stata spenta, arebbe veduto in quello molti esercizj circa i soldati, ed arebbe in fatto conosciuto quanto essi temevano quell’ozio, a che la benignità del paese li poteva condurre, se non v’avessero con leggi fortissime ovviato. Dico adunque, essere più prudente elezione porsi in luogo fertile, quando quella fertilità con le leggi infra debiti termini si ristringe. Ad Alessandro Magno, volendo edificare una città per sua gloria, venne Dinocrate architetto, e gli mostrò com’ei la poteva fare sopra il monte Atho, il qual luogo, oltre all’essere forte, potrebbe ridursi in modo, che a quella città si darebbe forma umana, il che sarebbe cosa maravigliosa e rara, e degna della sua grandezza; e domandandolo Alessandro di quello che quelli abitatori viverebbono, rispose non ci aver pensato; di che quello si rise, e lasciato star quel monte, edificò Alessandria, dove gli abitatori avessero a star volentieri per la grassezza del paese, e per la comodità del Mare e del Nilo. Chi esaminerà adunque la edificazione di Roma, se si prenderà Enea per suo primo progenitore, sarà di quelle cittadi edificate dai forestieri; se Romolo, di quelle edificate dagli uomini natii del luogo; ed in qualunque modo, la vedrà avere principio libero, senza dipendere da alcuno; vedrà ancora (come di sotto si dirà) a quante necessitadi le leggi fatte da Romolo, da Numa, e dagli altri la costringessero; talmente che la fertilità del sito, la comodità del Mare, le spesse vittorie, la grandezza dello Imperio, non la poterono per molti secoli , e la mantennero piena di tante virtù, di quante mai fusse alcun’altra Repubblica ornata.
E perchè le cose operate da lei, e che sono da celebrate, sono seguìte o per pubblico o per privato consiglio, o dentro o fuori della città, io comincerò a discorrere sopra quelle cose occorse dentro e per consiglio pubblico, le quali degne di maggior annotazione giudicherò, aggiungendovi tutto quello che da loro dipendesse; con i quali Discorsi questo primo libro, ovvero questa prima parte si terminerà.
Capitolo 2
o voglio porre da parte il ragionare di quelle cittadi, che hanno avuto il loro principio sottoposto ad altri, e parlerò di quelle che hanno avuto il principio lontano da ogni servitù esterna, ma
si sono subito governate per loro arbitrio, o come Repubbliche o come Principato; le quali hanno avuto, come diversi principj, diverse leggi e ordini. Perchè ad alcune, o nel principio d’esse, o dopo non molto tempo sono state date da uno solo le leggi, e ad un tratto, come quelle che furono date da Licurgo agli Spartani; alcune le hanno avute a caso, ed in più volte, e secondo gli accidenti, come Roma. Talchè felice si può chiamare quella Repubblica, la quale sortisce uno uomo sì prudente, che le dia leggi ordinate in modo, che, senza bisogno di correggerle, possa vivere sicuramente sotto quelle. E si vede che Sparta le osservò più che ottocento anni senza corromperle, e senza alcuno tumulto pericoloso; e per il contrario tiene qualche grado d’infelicità quella città, che non si essendo abbattuta ad uno ordinatore prudente, è necessitata da sè medesima riordinarsi; e di queste ancora è più infelice quella, che è più discosto dall’ordine; e quella è più discosto, che con i suoi ordini è al tutto fuori del diritto cammino, che la possa condurre al perfetto e vero fine; perchè quelle che sono in questo grado, è quasi impossibile che per qualche accidente si rassettino. Quelle altre, che, se le non hanno l’ordine perfetto, hanno preso il principio buono e atto a diventare migliori, possono per la occorrenza degli accidenti diventar perfette. Ma fia ben vero questo, che mai non si ordineranno senza pericoli, perchè gli assai uomini non si ac- cordano mai ad una legge nuova, che riguardi un nuovo ordine nella città, se non è mostro loro da una necessità che bisogni farlo; e non potendo venire questa necessità senza pericolo, è facil cosa che quella Repubblica rovini, avanti che la si sia condotta a una perfezione di ordine. Di che ne fa fede appieno la Repubblica di Firenze, la quale fu dall’accidente d’Arezzo, nel II riordinata, e da quel di Prato nel XII disordinata. Volendo adunque discorrere quali furono gli ordini della città di Roma, e quali accidenti alla sua perfezione la condussero, dico, come alcuni, che hanno scritto delle Repubbliche, dicono essere in quelle uno de’ tre Stati, chiamato da loro Principato, di Ottimati, e Popolare, e come coloro, ch’ordinano una città, debbano volgersi ad uno di questi, secondo pare loro più a proposito. Alcuni altri, e secondo l’opinione di molti più savj, hanno opinione che siano di sei ragioni Governi, delle quali tre ne siano pessimi, tre altri siano buoni in loro medesimi, ma sì facili a corrompersi, che vengono ancora essi a essere perniciosi. Quelli che sono buoni, sono i soprascritti tre; quelli che sono rei, sono tre altri, i quali da questi tre dipendono, e ciascuno di essi è in modo simile a quello che gli è propinquo, che facilmente saltano dall’uno all’altro; perchè il Principato facilmente diventa tirannico; gli Ottimati con facilità diventano Stato di pochi; il Popolare senza difficultà in licenzioso si converte. Talmente che se uno ordinatore di Repubblica ordina in una città uno di quelli tre Stati, ve lo ordina per poco tempo; perchè nissuno rimedio può farvi, a far che non sdruccioli nel suo contrario, per la similitudine che ha in questo caso la virtù ed il vizio. Nacquero queste variazioni di Governi a caso intra gli uomini; perchè nel principio del Mondo, sendo gli abitatori rari, vissero un tempo dispersi a similitudine delle bestie; dipoi multiplicando la generazione, si ragunarono insieme, e per potersi meglio difendere cominciarono a riguardare fra loro quello che fusse più robusto e di maggior cuore, e fecionlo come Capo, e l’obbedivano. Da questo nacque la cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniciose e ree; perchè veggendo che se uno nuoceva al suo benefattore, ne veniva odio e compassione tra gli uomini, biasimando gl’ingrati ed onorando quelli che fussero grati, e pensando ancora che quelle medesime ingiurie potevano essere fatte a loro; per fuggire simile male, si riducevano a fare leggi, e ordinare punizioni a chi contraffacesse; donde venne la cognizione della Giustizia. La qual cosa faceva che avendo dipoi a eleggere un Principe, non andavano dietro al più gagliardo, ma a quello che fusse più prudente e più giusto. Ma come dipoi si cominciò a fare il Principe per successione, e non per elezione, subito cominciarono gli eredi a degenerare dai loro antichi, e lasciando l’opere virtuose, pensavano che i Principi non avessero a fare altro che superare gli altri di son- tuosità, e di lascivia, e d’ogni altra qualità deliziosa. In modo che cominciando il Principe ad essere odiato, e per tale odio a temere, e passando tosto dal timore alle offese, ne nasceva presto una tirannide. Da questo nacquero appresso i principj delle rovine, e delle conspirazioni e congiure contra i Principi, non fatte da coloro che fussero o timidi, o deboli, ma da coloro che per generosità, grandezza d’animo, ricchezza e nobilità avanzavano gli altri, i quali non potevano sopportare la inonesta vita di quel Principe. La moltitudine adunque seguendo l’autorità di questi potenti, si armava contro al Principe, e quello spento, ubbidiva loro come a’ suoi liberatori. E quelli avendo in odio il nome di un solo Capo, constituivano di loro medesimi un Governo, e nel principio, avendo rispetto alla passata tirannide, si governavano secondo le leggi ordinate da loro, posponendo ogni loro comodo alla comune utilità, e le cose private e le pubbliche con somma diligenza governavano e conservavano. Venuta dipoi questa amministrazione ai loro figliuoli, i quali non conoscendo la variazione della fortuna, non avendo mai provato il male, e non volendo stare contenti alla civile egualità, ma rivoltisi alla avarizia, alla ambizione, alla usurpazione delle donne, fecero che d’un Governo d’Ottimati diventasse un Governo di pochi, senza avere rispetto ad alcuna civiltà; talchè in breve tempo intervenne loro come al Tiranno, perchè infastidita da’ loro governi la moltitudine, si fe’ ministra di qualunque disegnasse in alcun modo offendere quelli governatori, e così si levò presto alcuno, che con l’aiuto della moltitudine gli spense. Ed essendo ancora fresca la memoria del Principe, e delle ingiurie ricevute da quello, avendo disfatto lo Stato de’ pochi, e non volendo rifare quel del Principe, si volsero allo Stato popolare, e quello ordinarono in modo, che nè i pochi potenti, nè un Principe vi avesse alcuna autorità. E perchè tutti gli Stati nel principio hanno qualche riverenza, si mantenne questo Stato popolare un poco, ma non molto, massime spenta che fu quella generazione, che l’aveva ordinato; perchè subito si venne alla licenza, dove non si temevano nè gli uomini privati, nè i pubblici; di qualità che vivendo ciascuno a suo modo, si facevano ogni dì mille ingiurie: talchè costretti per necessità, o per suggestione d’alcuno buono uomo, o per fuggire tale licenza, si ritorna di nuovo al Principato, e da quello di grado in grado si riviene verso la licenza, ne’ modi e per le cagioni dette. E questo è il cerchio, nel quale girando tutte le Repubbliche si sono governate, e si governano; ma rade volte ritornano ne’ governi medesimi, perchè quasi nessuna Repubblica può essere di tanta vita, che possa passare molte volte per queste mutazioni, e rimanere in piedi. Ma bene interviene che nel travagliare una Repubblica, mancandole sempre consiglio e forze, diventa suddita d’uno Stato propinquo che sia meglio ordinato di lei; ma dato che questo non fusse, sarebbe atta una Repubblica a rigirarsi infinito tempo in questi governi. Dico adunque che tutti i detti modi sono pestiferi, per la brevità della vita che è ne’ tre buoni, e per la malignità che è ne’ tre rei. Talchè avendo quelli che prudentemente ordinano leggi, conosciuto questo difetto, fuggendo ciascuno di questi modi per sè stesso, n’elessero uno che partecipasse di tutti, giudicandolo più fermo e più stabile, perchè l’uno guarda l’altro, sendo in una medesima città il Principato, gli Ottimati, e il Governo popolare. Intra quelli che hanno per simili costituzioni meritato più laude è Licurgo, il quale ordinò in modo le sue leggi in Sparta, che dando le parti sue ai Re, agli Ottimati, e al Popolo, fece uno Stato che durò più che ottocento anni, con somma laude sua, e quiete di quella città. Al contrario intervenne a Solone, il quale ordinò le leggi in Atene, che per ordinarvi solo lo Stato popolare, lo fece di sì breve vita, che avanti morisse si vide nata la tirannide di Pisistrato: e benchè dipoi quaranta anni ne fussero cacciati gli suoi eredi, e ritornasse Atene in libertà, perchè la riprese lo Stato popolare, secondo gli ordini di Solone, non lo tenne più che cento anni, ancora che per mantenerlo facesse molte Costituzioni, per le quali si reprimeva la insolenza de’ Grandi, e la licenza dell’universale, le quali non furon da Solone considerate; nientedimeno perchè la non le mescolò con la potenza del Principato, e con quello degli Ottimati, visse Atene a rispetto di Sparta brevissimo tempo. Ma vegniamo a Roma, la quale nonostante che non avesse un Licurgo, che l’ordinasse in modo nel principio, che la potesse vivere lungo tempo libera, nondimeno furono tanti gli accidenti che in quella nacquero, per la disunione che era intra la Plebe ed il Senato, che quello che non aveva fatto uno ordinatore, lo fece il caso. Perchè se Roma non sortì la prima fortuna, sortì la seconda; perchè i primi ordini se furono difettivi, nondimeno non deviarono dalla diritta via che li potesse condurre alla perfezione. Perchè Romolo e tutti gli altri Re fecero molte e buone leggi, conformi ancora al vivere libero; ma perchè il fine loro fu fondare un Regno e non una Repubblica, quando quella città rimase libera, vi mancavano molte cose che era necessario ordinare in favore della libertà, le quali non erano state da quelli Re ordinate. E avvegnachè quelli suoi Re perdessero l’Imperio per le cagioni e modi discorsi, nondimeno quelli che li cacciarono, ordinandovi subito duoi Consoli, che stessero nel luogo del Re, vennero a cacciare di Roma il nome, e non la potestà regia; talchè essendo in quella Repubblica i Consoli e il Senato, veniva solo ad essere mista di due qualità delle tre soprascritte, cioè di Principato e di Ottimati. Restavagli solo a dare luogo al Governo popolare; onde essendo diventata la Nobiltà romana insolente per le ca- gioni che di sotto si diranno, si levò il popolo contro di quella; talchè, per non perdere il tutto, fu costretta concedere al Popolo la sua parte; e dall’altra parte il Senato e i Consoli restassero con tanta autorità, che potessero tenere in quella Repubblica il grado loro. E così nacque la creazione de’ Tribuni della plebe, dopo la quale creazione venne a essere stabilito lo stato di quella Repubblica, avendovi tutte le tre qualità di governo la parte sua. E tanto gli fu favorevole la fortuna, che benchè si passasse dal governo dei Re e degli Ottimati al Popolo, per quelli medesimi gradi e per quelle medesime cagioni che di sopra si sono discorse, nondimeno non si tolse mai per dare autorità agli Ottimati, tutta l’autorità alle qualità regie, nè si diminuì l’autorità in tutto agli Ottimati, per darla al Popolo; ma rimanendo mista, fece una Repubblica perfetta, alla quale perfezione venne per la disunione della Plebe e del Senato, come nei duoi prossimi seguenti capitoli largamente si dimostrerà.
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The end
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