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en:The Art of War (Machiavelli)
Proemio
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A LORENZO DI FILIPPO STROZZI.
Anno, Lorenzo, molti tenuto, e tengono questa opinione, che e’ non sia cosa alcuna che minore convenienza abbia con un’altra, nè che sia tanto dissimile, quanto la vita civile dalla militare. Donde si vede spesso, se alcuno disegna nell'esercito del soldo prevalersi, che subito non solamente cangia abito, ma ancora ne’ costumi, nell'usanze, nella voce, e nella presenza d'ogni civile uso si disforma; perchè non crede potere vestire un abito civile colui, che vuole essere espedito e pronto a ogni violenza; nè i civili costumi e usanze puote avere quello, il quale giudica e quegli costumi essere effeminati, e quelle usanze non favorevoli alle sue operazioni; nè pare conveniente mantenere la presenza e le parole ordinarie a quello, che con la barba e con le bestemmie vuole fare paura agli altri uomini; il che fa in questi tempi tale opinione essere verissima. Ma se si considerassino gli antichi ordini, non si troverebbono cose più unite, più conformi, e che di necessità tanto l’una amasse l’altra, quanto queste; perchè tutte l’arti, che si ordinano in una civiltà per cagione del bene comune degli uomini, tutti gli ordini fatti per vivere con timor delle leggi e d’Iddio, sarebbono vani, se non fussino preparate le difese loro, le quali bene ordinate mantengono quegli ancora, che sono non bene ordinati. E così per il contrario i buoni ordini, senza il militare ajuto, non altrimenti si disordinano, che l’abitazioni d’un superbo e regale palazzo, ancorachè ornato di gemme e d’oro, quando senza essere coperte non avessino cosa che dalla pioggia le difendesse. E se in qualunque altro ordine delle cittadi e de’ regni si usava ogni diligenza per mantenere gli uomini fedeli, pacifici e pieni del timore d’Iddio, nella milizia si raddoppiava; perchè in quale uomo debbe ricercare la patria maggiore fede, che in colui che le ha a promettere di morire per lei? In quale debbe essere più amore di pace, che in quello che solo dalla guerra puote essere offeso? In quale debbe essere più timore d’Iddio, che in colui che ogni dì, sottomettendosi a infiniti pericoli, ha più bisogno degli ajuti suoi? Questa necessità considerata bene, e da coloro che davano le leggi agli Imperj, e da quegli che agli esercizj militari erano preposti, faceva che la vita de’ soldati dagli altri uomini era lodata, e con ogni studio seguitata ed imitata. Ma per essere gli ordini militari al tutto corrotti, e di gran lunga dagli antichi modi separati, ne sono nate queste sinistre opinioni, che fanno odiare la milizia, e fuggire la conversazione di coloro che la esercitano. E giudicando io per quello che io ho veduto e letto, che ei non sia impossibile ridurre quella negli antichi modi, e renderle qualche forma della passata virtù, deliberai per non passare questi mia oziosi tempi senza operare alcuna cosa, di scrivere a soddisfazione di quelli che dell'antiche azioni sono amatori, dell'arte della guerra quello che io ne intenda. E benchè sia cosa animosa trat- tare di quella materia, della quale altri non ne abbia fatto professione, nondimeno io non credo sia errore occupare con le parole un grado, il quale molti con maggiore presunzione con l'opere hanno occupato, perchè gli errori che io facessi scrivendo, possono essere senza danno di alcuno corretti; ma quegli i quali da loro sono fatti operando, non possono essere se non con la rovina degli Imperj conosciuti. Voi pertanto, Lorenzo, considererete le qualità di queste mie fatiche, e darete loro con il vostro giudizio quel biasimo o quella lode, la quale vi parrà ch’elle abbiano meritato. Le quali a voi mando, sì per dimostrarmi grato, ancora che la mia possibilità non vi aggiunga, de’ beneficj che ho ricevuto da voi, sì ancora perchè essendo consuetudine onorare di simili opere coloro, i quali per nobiltà, ricchezze, ingegno, e liberalità risplendono, conosco voi di ricchezze e nobiltà non avere molti pari, d’ingegno pochi, e di liberalità niuno.
A chi legge
IO credo che sia necessario, a volere che voi lettori possiate senza difficoltà intendere l’ordine delle battaglie, e degli eserciti e degli alloggiamenti, secondo che nella narrazione si dispone, mostrarvi le figure di qualunque di loro. Donde conviene prima dichiararvi, sotto quali segni o caratteri i fanti, i cavalli, ed ogni altro particolare membro si dimostra.
Sappiate adunque che questa lettera.
o | Significa | Fanti con lo scudo.
n | Fanti con la picca.
x | Capidieci.
v | Veliti ordinarj.
u | Veliti estraordinarj.
C | Centurioni.
T | Connestabili delle battaglie.
D | Capo del battaglione.
A | Capitano Generale.
s | Il suono.
z | La bandiera.
r | Uomini d’arme.
e | Cavalli leggieri.
θ | Artiglierie.
Libro primo
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DI NICCOLÒ MACHIAVELLI
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Erchè io credo che si possa lodare dopo la morte ogni uomo senza carico, sendo mancata ogni cagione e sospetto di adulazione, non dubiterò di lodare Cosimo Rucellai nostro, il nome del quale non sia mai ricordato da me senza lacrime, avendo conosciute in lui quelle parti, le quali in uno buono amico dagli amici, in un cittadino dalla sua patria si possono desiderare. Perchè io non so quale cosa si fusse tanto sua, non eccettuando, non ch’altro, l’anima, che per gli amici volentieri da lui non fusse stata spesa; non so quale impresa lo avesse sbigottito, dove quello avesse conosciuto il bene della sua patria. Ed io confesso liberamente, non avere riscontro tra tanti uomini che io ho conosciuti e pratichi, uomo nel quale fusse il più acceso animo alle cose grandi e magnifiche. Nè si dolse con gli amici d’altro nella sua morte, se non d'essere nato per morire giovane dentro alle sue case, e inonorato, senza avere potuto secondo l’animo suo giovare ad alcuno; perchè sapeva, che di lui non si poteva parlare altro, se non che fusse morto un buono amico. Non resta però per questo, che noi e qualunque altro, che come noi lo conosceva, non possiamo far fede, poichè l’opere non appariscono, delle sue lodevoli qualità. Vero è che non gli fu però tanto la fortuna nemica, che non lasciasse alcun breve ricordo della destrezza del suo ingegno, come ne dimostrano alcuni suoi scritti, e composizioni d’amorosi versi, ne’ quali, come che innamorato non fusse, per non consumare il tempo invano, tantochè a più alti pensieri la fortuna l'avesse condotto, nella sua giovanile età si esercitava. Dove chiaramente si può comprendere, con quanta felicità i suoi concetti descrivesse, e quanto nella poetica si fusse onorato, se quella per suo fine fusse da lui stata esercitata. Avendone pertanto privati la fortuna dell’uso d’un tanto amico, mi pare che non si possa farne altri rimedi, che il più che a noi è possibile cercare di godersi la memoria di quello, e ripigliare se da lui alcuna cosa fusse stata o acutamente detta, o saviamente disputata. E perchè non è cosa di lui più fresca, che il ragionamento, il quale ne’ prossimi tempi il Signore Fabrizio Colonna dentro a’ suoi orti ebbe con seco, dove largamente fu da quel signore delle cose della guerra disputato, ed acutamente e prudentemente in buona parte da Cosimo domandato; mi è parso, essendo con alcuni altri nostri amici stato presente, ridurlo alla memoria, acciocchè leggendo quello gli amici di Cosimo che quivi convennero, nel loro animo la memoria delle sue virtù rinfreschino, e gli altri, parte si dolgano di non vi essere intervenuti, parte molte cose utili alla vita, non solamente militare ma ancora civile, saviamente da un sapientissimo uomo disputate imparino.
Dico pertanto che, tornando Fabrizio Colonna di Lombardia, dove più tempo aveva per il Re Cattolico con grande sua gloria militato, deliberò, passando per Firenze, riposarsi alcun giorno in quella città, per visitare l’Eccellenza del Duca e rivedere alcuni gentiluomini co’ quali per lo addietro aveva tenuto qualche familiarità. Donde che a Cosimo parve convitarlo ne’ suoi orti, non tanto per usare la sua liberalità quanto per avere cagione di parlar seco lungamente, e da quello intendere ed imparare varie cose, secondo che da un tale uomo si può sperare, parendogli avere occasione di spendere un giorno in ragionare di quelle materie che all'animo suo sodisfacevano. Venne adunque Fabrizio, secondo che quello volle, e da Cosimo insieme con alcuni altri suoi fidati amici fu ricevuto; tra’ quali furono Zanobi Buondelmonti, Battista della Palla e Luigi Alamanni, giovani tutti amati da lui e de’ medesimi studj ardentissimi; le buone qualità de’ quali, perchè ogni giorno e ad ogni ora per se medesime si lodano, pretermetteremo. Fabrizio adunque fu, secondo i tempi e il luogo, di tutti quegli onori che si poterono maggiori onorato. Ma passati i convivali piaceri e levate le tavole e consumato ogni ordine di festeggiare, il quale, nel conspetto degli uomini grandi e che a pensieri onorevoli abbiano la mente volta si consuma tosto, ed essendo il dì lungo e il caldo molto, giudicò Cosimo, per soddisfare meglio al suo desiderio, che fusse bene, pigliando l’occasione dal fuggire il caldo, condursi nella più secreta e ombrosa parte del suo giardino. Dove pervenuti e posti a sedere, chi sopra all’erba che in quel luogo è freschissima, chi sopra a sedili in quelle parti ordinati sotto l’ombra d’altissimi arbori, lodò Fabrizio il luogo come dilettevole; e considerando particolarmente gli arbori, ed alcuno di essi non riconoscendo, stava con l’animo sopeso. Della qual cosa accortosi Cosimo, disse: Voi per avventura non avete notizia di parte di questi arbori; ma non ve ne maravigliate, perchè ce ne sono alcuni più dagli antichi, che oggi dal comune uso celebrati. E dettogli il nome di essi, e come Bernardo suo avolo in tale cultura si era affaticato, replicò Fabrizio: Io pensava che fusse quello che voi dite e questo luogo e questo studio mi faceva ricordare d’alcuni Principi del Regno, i quali di queste antiche culture e ombre si dilettano. E fermato in su questo il parlare, e stato alquanto sopra di se come sospeso, soggiunse: Se io non credessi offendere, io ne direi la mia opinione; ma io non lo credo fare parlando con gli amici, e per disputare le cose, e non per calunniarle. Quanto meglio avrebbono fatto quelli, sia detto con pace di tutti, a cercare di somigliare gli antichi nelle cose forti e aspre, non nelle delicate e molli, e in quelle che facevano sotto il sole, non sotto l’ombra, e pigliare i modi della antichità vera e perfetta, non quelli della falsa e corrotta; perchè poichè questi studj piacquero ai miei Romani, la mia patria rovinò. A che Cosimo rispose: ma per fuggire il fastidio d’avere a ripigliare tante volte quel disse, e quell’altro soggiunse, si noteranno solamente i nomi di chi parli, senza replicarne altro: disse dunque.
Cosimo. Voi avete aperto la via ad un ragionamento, quale io desiderava, e vi prego che voi parliate senza rispetto, perchè io senza rispetto vi domanderò; e se io domandando o replicando scuserò o accuserò alcuno, non sarà per scusare o per accusare, ma per intendere da voi la verità.
Fabrizio. Ed io sarò molto contento di dirvi quel che io intenderò di tutto quello mi domanderete, il che se sarà vero o no, me ne rapporterò al vostro giudicio. E mi sarà grato mi domandiate, perchè io sono per imparar così da voi nel domandarmi, come voi da me nel rispondervi; perchè molte volte un savio domandatore fa ad uno considerare molte cose, e conoscerne molte altre, le quali, senza esserne domandate, non avrebbe mai conosciute.
Cosimo. Io voglio tornare a quello che voi diceste prima, che l’avolo mio, e quegli vostri avrebbero fatto più saviamente a somigliar gli antichi nelle cose aspre, che nelle delicate; e voglio scusare la parte mia, perchè l’altra lascerò scusare a voi. Io non credo ch’egli fusse ne’ tempi suoi uomo, che tanto detestasse il vivere molle, quanto egli, e che tanto fusse amatore di quella asprezza di vita che voi lodate; nondimeno e’ conosceva non potere nella persona sua nè in quella de’ suoi figliuoli usarla, essendo nato in tanta corruttela di secolo, dove uno che si volesse partire dal comune uso, sarebbe infame, e vilipeso da ciascheduno. Perchè se uno ignudo di state sotto il più alto sole si rivoltasse sopra alla rena, o di verno nei più gelati mesi sopra alla neve, come faceva Diogene, sarebbe tenuto pazzo. S’uno, come gli Spartani, nutrisse i suoi figliuoli in villa, facessegli dormire al sereno, andare col capo e co’ piedi ignudi, lavare nell’acqua fredda, per indurgli a poter sopportare il male, e per fare loro amare meno la vita, e temere meno la morte, sarebbe schernito, e tenuto piuttosto una fiera che uno uomo. Se fusse ancora veduto uno nutrirsi di legumi, e spregiare l’oro, come Fabrizio, sarebbe lodato da pochi, e seguito da niuno. Talchè sbigottito da questi modi del vivere presente, egli lasciò gli antichi, e in quello che potè con minore ammirazione in imitare l’antichità, lo fece.
Fabrizio. Voi lo avete scusato in questa parte gagliardamente, e certo voi dite il vero; ma io non parlavo tanto di questi modi di vivere duri, quanto di altri modi più umani, e che hanno con la vita d’oggi maggiore conformità, i quali io non credo che ad uno che sia numerato tra’ principi d’una città, fusse stato difficile introdurgli. Io non mi partirò mai con esemplo di qualunque cosa, da’ miei Romani. Se si considerasse la vita di quel’li e l’ordine di quella Repubblica, si vedrebbero molte cose in essa non impossibili ad introdurre in una civilità, dove fusse qualche cosa ancora del buono.
Cosimo. Quali cose sono quelle, che voi vorreste introdurre simili all’antiche?
Fabrizio. Onorare e premiare le virtù, non dispregiare la povertà, stimare i modi e gli ordini della disciplina militare, costringere i cittadini ad amare l’uno l’altro, a vivere senza sette, a stimare meno il privato che il pubblico, ed altre simili cose che facilmente si potrebbono con questi tempi accompagnare. I quali modi non sono difficili a persuadere, quando vi si pensa assai ed entrasi per li debiti mezzi; perchè in essi appare tanto la verità, che ogni comunale ingegno ne puote essere capace. La quale cosa chi ordina, pianta arbori, sotto l’ombra de’ quali si dimora più felice e più lieto, che sotto questa.
Cosimo. Io non voglio replicare a quello che voi avete detto alcuna cosa, ma ne voglio lasciare dare giudicio a questi, i quali facilmente ne possono giudicare; e volgerò il mio parlare a voi, che siete accusatore di coloro, che nelle gravi e grandi azioni non sono degli antichi imitatori, pensando per questa via più facilmente essere nella mia intenzione soddisfatto. Vorrei pertanto sapere da voi donde nasce, che dall’un canto voi danniate quelli, che nelle azioni loro gli antichi non somigliano, dall’altro nella guerra, la quale è l’arte vostra, ed in quella che voi siete giudicato eccellente, non si vede che voi abbiate usato alcuno termine antico, o che a quelli alcuna similitudine renda.
Fabrizio. Voi siete capitato appunto dove io vi aspettava, perchè il parlare mio non meritava altra domanda, nè io altra ne desiderava. E benchè io mi potessi salvare con una facile scusa, nondimeno voglio entrare a più sodisfazione mia e vostra, poichè la stagione lo comporta, in più lungo ragionamento. Gli uomini che vogliono fare una cosa, deggiono prima con ogni industria prepararsi, per essere, venendo l’occasione, apparecchiati a soddisfare a quello che si hanno presupposto di operare. E perchè, quando le preparazioni sono fatte cautamente elle non si conoscono, non si può accusare alcuno d’alcuna negligenza, se prima non è scoperto dalla occasione; nella quale poi, non operando, si vede o che non si è preparato tanto che basti, o che non vi ha in alcuna parte pensato. E perchè a me non è venuta occasione alcuna di potere mostrare i preparamenti da me fatti per potere ridurre la milizia negli antichi suoi ordini, se io non la ho ridotta, non ne posso essere da voi nè da altri incolpato. Io credo che questa scusa basterebbe per risposta all’accusa vostra.
Cosimo. Basterebbe, quando io fussi certo che l’occasione non fusse venuta.
Fabrizio. Ma perchè io so che voi potete dubitare se questa occasione è venuta o nò, voglio io largamente, quando voi vogliate con pazienza ascoltarmi discorrere: quali preparamenti sono necessari prima a fare; quale occasione bisogna nasca; quale difficoltà impedisce che i preparamenti non giovino e che l’occasione non venga; e come questa cosa a un tratto, che pajono termini contrarj, è difficilissima e facilissima a fare.
Cosimo. Voi non potete fare, e a me e a questi altri, cosa più grata di questa. E se a voi non rincrescerà il parlare, mai a noi non rincrescerà l’udire. Ma perchè questo ragionamento debbe esser lungo, io voglio ajuto da questi miei amici, con licenza vostra; e loro ed io vi preghiamo d’una cosa, che voi non pigliate fastidio, se qualche volta con qualche domanda importuna vi interromperemo.
Fabrizio. Io sono contentissimo che voi, Cosimo, con questi altri giovani quì mi domandiate; perchè io credo che la gioventù vi faccia più amici delle cose militari, e più facili a credere quello che da me si dirà. Questi altri, per aver già il capo bianco e avere i sangui ghiacciati addosso, parte sogliono esser nemici della guerra, parte incorreggibili, come quegli che credono che i tempi e non i cattivi modi costringano gli uomini a vivere così. Sicchè domandatemi tutti voi sicuramente e senza rispetto; il che io desidero, sì perchè mi sia un poco di riposo, sì perchè io avrò piacere non lasciare nella mente vostra alcuna dubitazione. Io voglio cominciare dalle parole vostre, dove voi mi diceste che nella guerra, che è l’arte mia, io non aveva usato alcuno termine antico. Sopra a che dico come, essendo questa un arte mediante la quale gli uomini d’ogni tempo non possono vivere onestamente, non la può usare per arte se non una Repubblica o un Regno; e l’un e l’altro di questi, quando sia bene ordinato, mai non consentì ad alcuno suo cittadino o suddito usarla per arte; nè mai alcuno uomo buono l’esercitò per sua particolare arte. Perchè buono non sarà mai giudicato colui che faccia uno esercizio che, a volere d’ogni tempo trarne utilità, gli convenga essere rapace, fraudolento, violento, aver molte qualitadi, le quali di necessità lo facciano non buono; nè possono gli uomini che l’usano per arte, così i grandi come i minimi, esser fatti altrimenti, perchè questa arte non gli nutrisce nella pace. Donde che sono necessitati o pensare che non sia pace, o tanto prevalersi ne’ tempi della guerra, che possano nella pace nutrirsi. E qualunque s’è l’uno di questi due pensieri, non cape in uno uomo buono. Perchè dal volersi potere nutrire d’ogni tempo, nascono le rubberie, le violenze, gli assassinamenti, che tali soldati fanno, così agli amici come a’ nimici; e dal non volere la pace, nascono gli inganni che i Capitani fanno a quegli che gli conducono, perchè la guerra duri; e se pure la pace viene, spesso occorre che i capi, sendo privi degli stipendj e del vivere, licenziosamente rizzano una bandiera di ventura e senza alcuna pietà saccheggiano una provincia. Non avete voi nella memoria delle cose vostre come, trovandosi assai soldati in Italia senza soldo per essere finite le guerre, si ragunarono insieme più brigate, le quali si chiamarono Compagnie, e andavano taglieggiando le terre e saccheggiando il paese, senza che vi si potesse fare alcuno rimedio? Non avete voi letto che i soldati cartaginesi, finita la prima guerra ch’egli ebbero co’ Romani, sotto MatHo e Spendio, due capi fatti tumultuariamente da loro, ferono più pericolosa guerra a’ Cartaginesi che quella che loro avevano finita co’ Romani? Ne’ tempi de’ padri nostri, Francesco Sforza, per potere vivere onorevolmente ne’ tempi della pace, non solamente ingannò i Milanesi de’ quali era soldato, ma tolse loro la libertà e divenne loro principe. Simili a costui sono stati tutti gli altri soldati d’Italia, che hanno usato la milizia per loro particolare arte; e se non sono, mediante le loro malignitadi, diventati Duchi di Milano, tantopiù meritano di essere biasimati, perchè senza tanto utile hanno tutti, se si vedesse la vita loro, i medesimi carichi. Sforza, padre di Francesco, costrinse la Reina Giovanna a gittarsi nelle braccia del Re di Ragona, avendola in un subito abbandonata e in mezzo a’ suoi nimici lasciatala disarmata, solo per sfogare l’ambizione sua o di taglieggiarla o di torle il regno. Braccio, con le medesime industrie, cercò di occupare il regno di Napoli, e se non era rotto e morto a l’Aquila, gli riusciva. Simili disordini non nascono da altro che da essere stati uomini che usavano lo esercizio del soldo per loro propria arte. Non avete voi un proverbio il quale fortifica le mie ragioni, che dice: la guerra fa i ladri, e la pace gl’impicca?. Perchè quegli che non sanno vivere d’altro esercizio, e in quello non trovando chi gli sovvenga e non avendo tanta virtù che sappiano ridursi insieme a fare una cattività onorevole, sono forzati dalla necessità rompere la strada, e la giustizia è forzata spegnerli.
Cosimo. Voi m’avete fatto tornare quest’arte del soldo quasi che nulla, ed io me l’aveva presupposta la più eccellente e la più onorevole che si facesse, in modo che, se voi non me la dichiarate meglio, io non resto soddisfatto, perchè, quando sia quello che voi dite, io non so donde si nasca la gloria di Cesare, di Pompeo, di Scipione, di Marcello, e di tanti capitani Romani che sono per fama celebrati come Dii.
Fabrizio. Io non ho ancora finito di disputare tutto quello che io proposi, che furono due cose: l’una, che un’uomo buono non poteva usare questo esercizio per sua arte; l’altra, che una Repubblica o uno Regno bene ordinato non permesse mai che i suoi soggetti o i suoi cittadini la usassino per arte. Circa la prima ho parlato quanto mi è occorso; restami a parlare della seconda, dove io verrò a rispondere a questa ultima domanda vostra, e dico che Pompeo e Cesare, e quasi tutti quegli capitani che furono a Roma dopo l’ultima guerra Cartaginese, acquistarono fama come valenti uomini, non come buoni; e quegli che erano vivuti avanti a loro, acquistarono gloria come valenti e buoni; il che nacque perchè questi non presero l’esercizio della guerra per loro arte, e quegli ch’io nominai prima, come loro arte l’usarono. Ed in mentre che la Repubblica visse immaculata, mai alcuno cittadino grande non presunse, mediante tale esercizio, valersi nella pace, rompendo le leggi, spogliando le provincie, usurpando e tiranneggiando la patria e in ogni modo prevalendosi; nè alcuno d’infima fortuna pensò di violare il sacramento, aderirsi agli uomini privati, non temere il Senato, o seguire alcuno tirannico insulto per potere vivere, con l’arte della guerra, d’ogni tempo. Ma quegli ch’erano capitani, contenti del trionfo, con desiderio tornavano alla vita privata; e quelli che erano membri, con maggior voglia deponevano le armi che non le pigliavano; e ciascuno tornava all’arte sua mediante la quale si avevano ordinata la vita, nè vi fu mai alcuno che sperasse con le prede e con quest’arte potersi nutrire. Di questo se ne può fare, quanto a’ cittadini, grande ed evidente coniettura mediante Regolo Attilio, il quale, sendo capitano degli eserciti Romani in Affrica, e avendo quasi che vinti i Cartaginesi, domandò al Senato licenza di ritornarsi a casa a custodire i suoi poderi che gli erano guasti dai suoi lavoratori. Donde è più chiaro che il sole, che se quello avesse usato la guerra come sua arte e mediante quella avesse pensato farsi utile, avendo in preda tante provincie, non avrebbe domandato licenza per tornare a custodire i suoi campi; perchè ciascuno giorno avrebbe molto più, che non era il prezzo di tutti quelli, acquistato. Ma perchè questi uomini buoni, e che non usano la guerra per loro arte, non vogliono trarre di quella se non fatica, pericoli. e gloria, quando e’ sono a sufficienza gloriosi, desiderano tornarsi a casa, e vivere dell’arte loro. Quanto agli uomini bassi e soldati gregarj, che sia vero che tenessino il medesimo ordine, apparisce che ciascuno volentieri si discostava da tale esercizio, e quando non militava, avrebbe voluto militare, e quando militava, avrebbe voluto essere licenziato. Il che si riscontra per molti modi, e massime vedendo, come tra’ primi privilegi che dava il popolo Romano ad un suo cittadino, era che non fusse costretto fuora di sua volontà a militare. Roma pertanto, mentre ch’ella fu bene ordinata, che fu infino a’ Gracchi, non ebbe alcuno soldato che pigliasse questo esercizio per arte; e però ne ebbe pochi cattivi, e quelli tanti furono severamente puniti. Debbe adunque una città bene ordinata volere che questo studio di guerra si usi ne’ tempi di pace per esercizio e ne’ tempi di guerra per necessità e gloria; ed al pubblico solo lasciarla usare per arte, come fece Roma. E qualunque cittadino che ha in tale esercizio altro fine, non è buono; e qualunque città si governa altrimenti, non è bene ordinata.
Cosimo. Io resto contento assai e sodisfatto di quello che insino a qui avete detto, e piacemi assai questa conclusione che voi avete fatta; e quanto si aspetta alla repubblica, io credo ch’ella sia vera; ma quanto ai re, non so già, perchè io crederrei che uno Re volesse avere intorno chi particolarmente prendesse, per arte sua, tale esercizio.
Fabrizio. Tantopiù debbe uno regno bene ordinato fuggire simili artefici, perchè solo essi sono la corruttela del suo Re e, in tutto, ministri della tirannide. E non mi allegate all’incontro alcuno regno presente, perchè io vi negherò quelli essere regni bene ordinati. Perchè i regni che hanno buoni ordini, non danno lo imperio assoluto agli loro Re se non nelli eserciti; perchè in questo luogo solo è necessaria una subita deliberazione e, per questo, che vi sia una unica podestà. Nell’altre cose non può fare alcuna cosa senza consiglio; e hanno a temere, quegli che lo consigliano, che gli abbi alcuno appresso che ne’ tempi di pace disideri la guerra, per non potere senza essa vivere. Ma io voglio in questo essere un poco più largo, nè ricercare uno regno al tutto buono, ma simile a quegli che sono oggi; dove ancora da’ Re deono esser temuti quegli che prendono per loro arte la guerra, perchè il nervo degli eserciti, senza alcun dubbio, sono le fanterie. Tal che, se uno Re non si ordina in modo che i suoi fanti a tempo di pace stieno contenti tornarsi a casa e vivere delle loro arti, conviene di necessità che rovini; perchè non si truova la più pericolosa fanteria che quella che è composta di coloro che fanno la guerra come per loro arte, perchè tu sei forzato o a fare sempre mai guerra, o a pagarli sempre, o a portare pericolo che non ti tolgano il regno. Fare guerra sempre non è possibile; pagargli sempre non si può; ecco che di necessità si corre ne’ pericoli di perdere lo stato. I miei Romani, come ho detto, mentre che furono savi e buoni, mai non permessero che i loro cittadini pigliassono questo esercizio per loro arte, non ostante che potessono nutrirgli d’ogni tempo, perchè d’ogni tempo fecero guerra. Ma per fuggire quel danno che poteva fare loro questo continuo esercizio, poichè il tempo non variava, ei variavano gli uomini, e andavano temporeggiando in modo con le loro legioni, che in quindici anni sempre l’avevano rinnovate; e così si valevano degli uomini nel fiore della loro età, che è da diciotto a’ trentacinque anni, nel qual tempo le gambe, le mani e l’occhio rispondevano l’uno all’altro; nè aspettavano che in loro scemasse le forze e crescesse la malizia, com’ella fece poi ne’ tempi corrotti. Perchè Ottaviano, prima, e poi Tiberio, pensando più alla potenza propria che all’utile pubblico, cominciarono a disarmare il popolo romano per poterlo più facilmente comandare, e a tenere continuamente quegli medesimi eserciti alle frontiere dello Imperio. E perchè ancora non giudicarono bastassero a tenere in freno il popolo e senato romano, ordinarono uno esercito chiamato Pretoriano, il quale stava propinquo alle mura di Roma ed era come una rocca addosso a quella città. E perchè allora ei cominciarono liberamente a permettere che gli uomini deputati in quelli eserciti usassero la milizia per loro arte, ne nacque subito la insolenza di quegli, e diventarono formidabili al senato e dannosi allo imperadore; donde ne risultò che molti ne furono morti dalla insolenza loro, perchè davano e toglievano l’imperio a chi pareva loro; e talvolta occorse che in uno medesimo tempo erano molti imperadori creati da varii eserciti. Dalle quali cose procedè, prima, la divisione dello Imperio e, in ultimo, la rovina di quello. Deggiono pertanto i re, se vogliono vivere sicuri, avere le loro fanterie composte di uomini che, quando egli è tempo di fare guerra, volentieri per suo amore vadano a quella, e, quando viene poi la pace, più volentieri se ne ritornino a casa. Il che sempre fia, quando egli scerrà uomini che sappiano vivere d’altra arte che di questa. E così debbe volere, venuta la pace, che i suoi principi tornino a governare i loro popoli, i gentili uomini al culto delle loro possessioni, e i fanti alla loro particolare arte: e ciascuno d’essi faccia volentieri la guerra per avere pace, e non cerchi turbare la pace per avere guerra.
Cosimo. Veramente questo vostro ragionamento mi pare bene considerato; nondimeno, sendo quasi che contrario a quello che io insino a ora ne ho pensato, non mi resta ancora l’animo purgato d’ogni dubbio; perchè io veggo assai signori e gentili uomini nutrirsi a tempo di pace mediante gli studii della guerra, come sono i pari vostri che hanno provvisioni dai principi e dalle comunità. Veggo ancora quasi tutti gli uomini d’arme rimanere con le provvisioni loro; veggo assai fanti restare nelle guardie delle città e delle fortezze, tale che mi pare che ci sia luogo, a tempo di pace, per ciascuno.
Fabrizio. Io non credo che voi crediate questo, che a tempo di pace ciascheduno abbia luogo; perchè, posto che non se ne potesse addurre altra ragione, il poco numero che fanno tutti coloro che rimangono ne’ luoghi allegati da voi, vi risponderebbe: che proporzione hanno le fanterie che bisognano nella guerra, con quelle che nella pace si adoperano? Perchè le fortezze e le città che si guardano a tempo di pace, nella guerra si guardano molto più; a che si aggiungono i soldati che si tengono in campagna, che sono un numero grande, i quali tutti nella pace si abbandonano. E circa le guardie degli stati, che sono uno piccolo numero, papa Iulio e voi avete mostro a ciascuno quanto sia da temere quegli che non vogliono sapere fare altra arte che la guerra; e gli avete per la insolenza loro privi delle vostre guardie e postovi Svizzeri, come nati e allevati sotto le leggi e eletti dalle comunità, secondo la vera elezione; sì che non dite più che nella pace sia luogo per ogni uomo. Quanto alle genti d’arme rimanendo quelle nella pace tutte con li loro soldi, pare questa soluzione più difficile; nondimeno, chi considera bene tutto, truova la risposta facile, perchè questo modo del tenere le genti d’arme è modo corrotto e non buono. La cagione è perchè sono uomini che ne fanno arte, e da loro nascerebbe ogni dì mille inconvenienti nelli stati dove ei fussono, se fussero accompagnati da compagnia sufficiente, ma sendo pochi e non potendo per loro medesimi fare un esercito, non possono fare così spesso danni gravi. Nondimeno ne hanno fatti assai volte, come io vi dissi di Francesco e di Sforza, suo padre e di Braccio da Perugia. Sì che questa usanza di tenere le genti d’arme, io non la appruovo, ed è corrotta e può fare inconvenienti grandi.
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