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Viaggio intorno alla mia camera

Xavier de Maistre · 1824 · Free in the US

17,964 words · about 1 h 15 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1824 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Viaggio_intorno_alla_mia_camera&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Xavier de Maistre
Language
Italian
Published
1824
Length
17,964 words · about 1 h 15 min
Sections
45 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (45)
  1. Front matter under 1 min
  2. Prefazione about 3 min
  3. Capitolo I about 1 min
  4. Capitolo II about 1 min
  5. Capitolo III about 2 min
  6. Capitolo IV about 2 min
  7. Capitolo V about 1 min
  8. Capitolo VI about 2 min
  9. Capitolo VII about 1 min
  10. Capitolo VIII about 1 min
  11. Capitolo IX about 2 min
  12. Capitolo X about 2 min
  13. Capitolo XI about 2 min
  14. Capitolo XII under 1 min
  15. Capitolo XIII under 1 min
  16. Capitolo XIV about 2 min
  17. Capitolo XV about 1 min
  18. Capitolo XVI about 2 min
  19. Capitolo XVII about 1 min
  20. Capitolo XVIII about 1 min
  21. Capitolo XIX about 1 min
  22. Capitolo XX about 1 min
  23. Capitolo XXI about 2 min
  24. Capitolo XXII about 1 min
  25. Capitolo XXIII about 2 min
  26. Capitolo XXIV about 1 min
  27. Capitolo XXV about 2 min
  28. Capitolo XXVI about 2 min
  29. Capitolo XXVII about 3 min
  30. Capitolo XXVIII about 2 min
  31. Capitolo XXIX about 2 min
  32. Capitolo XXX about 1 min
  33. Capitolo XXXI about 1 min
  34. Capitolo XXXII about 1 min
  35. Capitolo XXXIII under 1 min
  36. Capitolo XXXIV about 2 min
  37. Capitolo XXXV about 3 min
  38. Capitolo XXXVI about 2 min
  39. Capitolo XXXVII about 3 min
  40. Capitolo XXXVIII about 2 min
  41. Capitolo XXXIX about 4 min
  42. Capitolo XL about 1 min
  43. Capitolo XLI about 3 min
  44. Capitolo XLII about 7 min
  45. Conclusione about 1 min

Continue:

Front matter

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Prefazione

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intendo caro lettore, — e voi specialmente carissima leggitrice. Il frontispizio ha eccitato la vostra curiosità; pure gli manca qualche cosa per determinarla veramente. Sapreste voi dirmi quel che gli manca, o debbo io dirlo a voi?

Ma io sono certo, che non vi sembrerebbe mancar nulla, se non fosse quel benedetto Viaggio sentimentale, che al metter gli occhi sul frontispizio di questo libretto vi è subito corso al pensiero. Il vostro cuore era lì lì per battere; poi s’è fermato nel dubbio e... Oh via, perchè state a guardare alla mancanza di un aggettivo? Guardate di nuovo al ramettino dicontro al frontispizio, e vi chiarirete.

Io vi avrei accomodato volentieri a piacer vostro il titolo del libretto; ma non era sicuro di far bene: — e non potea chiederne il parere dell’Autore, che alcuni credono morto, e nessuno sa nominarmi.

A me però sembra così in confuso d’aver udito una volta che fu uomo d’armi, — e poi di stato in questi ultimi tempi, — e di fama illibata. Da qualche suo cenno potrebbe credersi piemontese o savojardo; da qualche altro, come vedrete, si è quasi, forzati a crederlo francese. Scrisse verosimilmente sul finire della prima gioventù, quando il cuore è ancor di zuccaro; ma comincia ad accorgersi che ve ne sono altri pieni di assenzio, e a ricevere in sè la prima dramma di questa droga.

Viaggiando intorno alla propria camera, ei non potè avere tante occasioni di riflessione, e di commozione, come quel vostro buon Yorick, il quale viaggiò attraverso la Francia e l’Italia. — Nè già, sebben giovane e militare fu sì vivo e petillant come il vecchio curato. Non fu neppur così fino (quantunque anch'egli pe’ cervelli grossi avrà talvolta dell’enigmatico); onde ho ammonito il traduttore del suo libretto di astenersi da’ commenti che non bisognavano.

Dubitai veramente se abbisognasse l’opera d'un traduttore intorno a poche pagine in lingua sì usuale, come quella de’ nostri vicini, che abitano al di là del Sempione; e d’argomento... Ma fu appunto questo che mi decise pel sì. Avreste voi inteso - in quella lingua così bene come nella vostra il sistema dell’anima e della bestia, ch’è la cosa più sottile, — e più sostanziale, di questo Viaggio?

Delle altre non vi dirò, che tradotte abbiano acquistato maggior grazia e soavità. Ma tale è certo l’indole di questa lingua degli italiani, che, usandone bene, se ne faria musica e pittura, e tutto quello che dagli stranieri saprebbe appena imaginarsi.

Per ciò ch’io posso capirne, il traduttore non è gran cruscante. Egli usa, a cagion d’esempio, la parola domestico sostantivamente, ch’è un francesismo puro puro. Avendoglielo fatto avvertire col vocabolario alla mano, ei m’ha opposte non so che ragioni, per cui parrebbe che, essendo da tanto tempo abolita fra gli europei la personale servitù, servo e servitore, — denominazione ch’ei chiama brutali, — non avessero più vero significato. — E famiglio, ei dice (l’altra parola, che si fa corrispondente a domestique, ed è certo più umana delle due antecedenti) pecca di certa rustichezza, nè ha per noi buon suono, che volta colla desinenza al numero del più. Fante è troppo casereccio; cameriere, è troppo au- lico... ma il proseguire sarebbe una troppo grande seccaggine.

Da questo breve saggio capirete, ch’io non dovea perder tempo in altri piati fra la Crusca e il mio traduttore.

Ho però voluto far cenno dell’umor suo, per riguardo vostro, lettor mio caro, onde non aveste, per avventura, a lagnatavi di me. Se risolvendovi a percorrere il libretto da capo a fondo, vi abbatterete in vocaboli e in modi, a cui manchi il debito riscontro in quel registro, che prende nome dalla parte della farina, che voi non volete nel vostro pane, vi sovverrà ch’io vi ho dato avviso del pericolo, a cui andavate incontro. — Vi avverto ad un tempo di certe picciole infedeltà del traduttore, ch’ei suppone a vantaggio del libricciuolo, e voi potreste giudicar reprovevoli. Perocché, siccome taluno prepone la Crusca all’uso, alla chiarezza, alla convenienza; altri prepone il parola per parola al garbo, alla precisione, al miglior nesso delle idee, a tutte le doti del discorso.

Quanto a voi, carissima leggitrice, sono certo che, — vinte certe picciole difficoltà per l’intelligenza di quel sistema ch’io accennai più sopra, — rimarrete contenta in tutto e per tutto. Mi saprete poi dire cosa vi abbia dato maggior piacere, se la pastorella dell’Alpi, o le distrazioni e gli ossequj dell’Autore per madama d‘Hautcastel, o quella sua lagrima di pentimento cadutagli sulla scarpa impolverata, o la limosina del povero Gioannetti al povero Jacopo. Se mi farete questa confidenza, che oso ap- pena domandarvi, poiché potrebbe racchiudere il vostro più intinto segreto, io saprò un’altra volta offerirvi colle mie stampe il vero libro del vostro cuore.

Capitolo I

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uanto è glorioso l’aprir nuova carriera agli ingegni; il comparire improvviso nel dotto mondo, con un libro di scoperte alla mano, qual cometa inattesa nella vastità dello spazio! — No, più non debbo tener il mio libro in petto: eccolo, o signori, leggetelo. Ho impreso e compito un viaggio di quarantadue giorni intorno alla mia camera. Le osservazioni importanti che in esso m’è avvenuto di fare, il pia- cere continuo che da esso ho tratto, mi movevano a desiderare di pubblicarne la descrizione, la certezza d’esser utile a molti mi vi ha determinato. Il mio cuore prova una soddisfazione inesprimibile, quando penso all’infinito numero di sventurati, a cui offro un espediente sicuro contro la noja, un sollievo contro i mali che soffrono. Il diletto di viaggiare nella propria camera è immune dall’inquieta gelosìa degli uomini e indipendente dalla fortuna.

Avvi infatti alcun misero sì derelitto a cui manchi un ricovero, ove rifugiarsi e nascondersi a tutti gli sguardi? Altro apparecchio non abbisogna pel viaggio ch’io propongo.

Ogni uomo sensato, io non ne dubito, vorrà appigliarvisi, di qualunque indole, di qualunque temperamento egli sia. Avaro o prodigo, ricco o povero, giovane o vecchio, nato sotto la zona torrida o presso al polo ei può viaggiare, com’io ho viaggiato. Non avvi nell’immensa umana famiglia, che formicola sopra la terra, un solo, — no, non avvi un solo (di quelli, intendo, che abitano camere) il qual sia per negare la sua approvazione alla nuova maniera di viaggiare, ch’io introduco nel mondo.

Capitolo II

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otrei cominciare l’elogio del mio viaggio dal dire ch’esso non mi è costato nulla; cosa ben degna di considerazione. Quindi eccolo già vantato, celebrato da chi ha poco... ed ancor più da un’altra classe di persone... voi domandate quali?... dalle persone che hanno molto. Tal sorte di viaggio è innoltre comodissima agli ammalati, che non avranno a temere per essa intemperie d’aria o di stagioni, — ed ai dappoco, i quali non si avverranno in ladri; non incontreranno burraje, o precipizj. Migliaja di persone, che prima di me non avevano osato; altre, che non avevano potuto; altre infine che non aveano pensato a viaggia- re, vi si risolveranno ormai dietro il mio esempio. L’essere il più indolente esiterebbe egli a mettersi in cammino con me, onde procurarsi un piacere, che non gli costerà nè disagi nè danari? — Coraggio, dunque, si parta. — Seguitemi voi tutti, che una mortificazione dell’amore, una negligenza dell’amicizia tien chiusi nella vostra camera, lungi dalla picciolezza e dalla perfidia degli uomini. Gli sgraziati, gli infermicci, gli annojati, quanti ne sono al mondo, tutti mi seguano. — Tutti i poltroni si levino in massa, — E voi, che volgete nell’animo pensieri sinistri di riforma o di ritiro per qualche sofferta infedeltà, voi, che in un gentile gabinetto rinunciate al mondo per tutta la vita, amabili solitarie di una sera, venite voi pure; lasciate, di grazia, le nere idee, dacché per- dendo alcuni istanti pel piacere, non ne guadagnate alcuno per la saggezza; noi procederemo a picciole giornate, ridendo lungo il cammino de’ viaggiatori, che hanno visitato Roma e Parigi: — nessun ostacolo potrà arrestarci; e abbandonandoci lietamente alla nostra fantasia, noi la seguiremo dovunque le piacerà di condurci.

Capitolo III

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uante persone curiose ci sono al mondo! — Si vorrebbe sapere, io credo, perchè il mio viaggio intorno alla mia camera, abbia durato quarantadue giorni invece di quarantatre, o altro spazio qualunque di tempo. Ma come spiegarlo al lettore, poiché lo ignoro io medesimo? tutto quello ch’io posso assicurare, si è che se il libro, secondo lui, è troppo lungo, non fu in mio arbitrio il farlo più breve. Vanità di viaggiatore a parte, io mi sarei contentato di un capitolo. Stava, gli è vero, nella mia camera con tutto il piacere e il comodo possibile; ma, oimè, io non era padrone di uscirne a mia volontà. Credo anzi che, senza la mediazione d’alcuni uomini potenti, che s’interessarono alla mia sorte, e verso i quali non è estinta la mia riconoscenza, avrei avuto più che tempo di comporre un infolio; tanto i protettori, che mi faceano viaggiare nella mia camera, erano ben disposti in favor mio.

E nondimeno, lettor ragionevole, vedi come questi signori aveano torto; ed entra bene, se il puoi, nella logica de’ miei argomenti.

Avvi nulla di più naturale, di più giusto che il venir alla spada con chi, per inavvertenza, vi mette un piede sul piede; o si lascia sfuggire qualche parola pungente in un momento di dispetto, di cui fu causa la vostra imprudenza, ovvero ha la sventura di piacere alla vostra bella?

Si va in un prato, ed ivi, come faceva Nicola col borghese gentiluomo, si cerca di tirare una quarta, quand’egli para una terza; e, perchè la vendetta sia sicura e completa, gli si presenta la pancia scoperta, e si corre rischio di farsi da lui uccidere per vendicarsi di lui. — Ben si vede come ciò sia saviamente pensato; e nondimeno si trovano persone che disapprovano così lodevole costume! Ma il più bello è che queste medesime persone, che lo disapprovano, e vogliono che si riguardi come colpa grave, tratterebbero chi ricusa di seguirlo peggio di chi lo segue. Più d’uno sgraziato, per conformarsi al loro avviso, ha perduto riputazione e grado; di modo che se per disgrazia si riceve una sfida, non si farebbe male di trarre a sorte, per sapere se si debba osservare le leggi o l’uso. E come le leggi e l’uso si trovano in contraddizione, anche i giudici potrebbero giuocare la lor sentenza ai dadi; — e probabilmente bisogna pur ricorrere ad una decisione di questo genere, onde sapere perchè e come il mio viaggio sia durato quarantadue giorni nè più nè meno.

Capitolo IV

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a mia camera è situata sotto il quarantesimo giorno di latitudine, secondo le misure del , fra levante e ponente; e forma un lungo quadrato, di trentasei passi in tutto, andando ben rasente rasente le pareti dell’interno. Il mio viaggio però ne conterrà un poco più, perchè io la traverserò spesso in lungo e in largo, ovvero diagonalmente senza seguire metodo o regola. — Andrò anche a onde, e percorrerò tutte le linee possibili in geometria, ove il bisogno lo richiegga. Io non amo chi è sì padrone de’ suoi passi e delle sue idee da poter dire: oggi farò tre visite: scriverò quattro lettere, finirò quest’opera, che ho cominciata. — La mia anima è talmente aperta ad ogni sorta di pensieri, di gusti, di sentimenti; riceve sì avidamente tutto ciò che a lei si presenta, che... — Come in fatti ricuserebbe i diletti che trova sparsi pel cammino difficile della vita? Sono essi tanto rari, che converrebbe esser folle per non arrestarsi, ed anche uscire alquanto di via, per cogliere tutti quelli che si può! Ma non avvene, secondo me, altro più attraente del seguire le proprie idee, per così dire alla pesta, come il cacciatore segue la selvaggina, senza curarsi del sentiero che si tiene. Però quand'io viaggio nella mia camera, serbo di rado la linea retta, vo dal mio tavolino verso un quadro che è in un canto; indi parto obliquamente per condurmi verso la porta; ma sebbene questa sia l’intenzion mia espressa, incontrando in cammino la mia seggiola a bracciuoli, non fo complimenti, e mi vi adagio immediatamente. — Oh che mobile prezioso una seggiola a bracciuoli! massime per l’uomo meditativo. Nelle sere lunghe d’inverno è spesso cosa dolce non che prudente lo stendervisi mollemente, lungi dal fracasso delle numerose assemblee. — Un buon fuoco, de’ libri, una penna, quali preservativi contro la noja! ma qual piacere l’obliare e i libri e la penna, per attizzare il suo fuoco, lasciandosi ire a qualche grata fantasia, — o accozzando alcune rime per sollazzo degli amici! Le ore scorrono allora leggierissimamente sopra di voi, e cadono in silenzio nell’eternità, senza farvi sentire il loro tristo passaggio.

Capitolo V

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opo la mia seggiola a bracciuoli andando verso il settentrione si scopre il mio letto, che è posto in fondo alla mia camera, e forma la più gradevole prospettiva. — I primi raggi del sole che spunta, vengono a scherzare fra le mie cortine. Io li veggo, ne’ bei giorni di estate, avanzarsi lungo il muro bianco di latte, a misura che il gran pianeta s’inalza. Gli olmi, che sono dinanzi alla mia finestra, li dividono di mille maniere, e gli agitano sul mio letto rosso e bianco, da cui riflettendosi spargono intorno una tinta la più graziosa. — Odo il garrir confuso delle rondinelle, che hanno appeso il lor nido al tetto della casa, e degli altri augelli, che abitano gli olmi, onde mille ridenti idee occupano il mio spirito, nè credo che altri al mondo goda più tranquillo, o più delizioso mattino.

Confesso ch’io prolungo sempre, quanto mi è possibile, il piacere di meditare a mio agio nel dolce tepore del mio letto. — Avvi altro luogo che svegli più graziose immagini, più tenere idee? — Lettor modesto non ti adombrare. — Non potrò parlar dunque della felicità di uno sposo che stringe, per la prima volta, fra le sue braccia una donna virtuosa ed adorata; — piacere ineffabile che il mio iniquo destino mi condanna a non gustare giammai! — Ah! in un letto una madre, ebbra di gioja per la nascita di un figlio, non dimentica forse tutti i suoi dolori? — Ivi i piaceri fantastici, frutti dell’immagina- zione e della speranza, vengono a lusingarci. — Ivi noi scordiamo per una metà della vita le cure dell’altra. — Ma qual folla di pensieri aggradevoli e tristi si mescola, si accumula nel mio cervello! Un letto ci vede nascere e ci vede morire, è il teatro variabile, in cui il genere umano rappresenta a vicenda drammi commoventi, farse risibili, e tragedie spaventevoli — è una culla guernita di fiori; — è il trono dell’amore; — è un sepolcro.

Capitolo VI

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uesto capitolo non è assolutamente che pei metafisici. Gran luce esso può aggiugnere allo studio dell’umana natura: è un prisma, con cui si potranno analizzare e decomporre le facoltà dell’uomo, separando la potenza animale dai raggi puri dell’intelligenza.

Mi sarebbe impossibile spiegare come e perchè io mi abbruciassi le dita sino dai primi passi che feci cominciando il mio viaggio, senza spiegare molto minutamente al lettore il mio sistema dell’anima e della bestia. — Questa scoperta metafisica d’altronde influisce talmente sulle mie idee e le mie azioni, che riescirebbe assai difficile intendere questo libro, s’io non ne porgessi per così dire, la chiave sin da principio.

Dietro varie osservazioni ho potuto avvedermi che l’uomo è composto di un’anima e d’una bestia. — Questi due esseri sono assolutamente distinti, ma talmente incassati l’uno nell’altro, o innestati uno sopra l’altro, ch’è necessario all’anima non so quale elevatezza, perchè realmente si distingua dalla bestia.

Udii da un vecchio professore (è una delle più vecchie cose di cui mi ricordo) che chiamava la materia l’altra. Benissimo: io però darei più volentieri questa denominazione alla bestia, ch’è aggiunta alla nostra anima. Essa veramente è l’altra, che ci inquieta e ci tormenta in istrana maniera. Ciascuno si accorge, così all’ingrosso, che l’uomo è doppio; ma altro non si sa dire, se non ch’egli è composto d’anima e di corpo, e si accusa questo corpo di non so quante cose, ben mal a proposito sicuramente, poich’egli è così incapace di sentire come di pensare. Conviene invece prendersela colla bestia, con quest'essere sensitivo affatto distinto dall’anima, vero individuo, che ha la sua esistenza separata, i suoi gusti, le sue inclinazioni, la sua volontà, nè si solleva al disopra degli altri animali, se non perchè è meglio allevato è provveduto d’organi più perfetti.

Signori e signore inorgoglitevi pure della vostra intelligenza, quanto vi piace; ma diffidate molto dell’altra, massime quando siete in compagnia.

Ho fatto non so quante esperienze sull’unione di queste due creatura eterogenee. Per esempio, ho ricono- sciuto chiaramente che l’anima può farsi dalla bestia; e che questa fatalmente obbliga anch’essa spessissimo l’anima ad operare contro il proprio volere. Secondo le regole, l’una ha il potere legislativo, e l’altra l’esecutivo, ma questi due poteri si fanno sovente vicendevole contrasto. — La grand’arte d’un uomo di genio è di sapere allevare bene la sua bestia, affine ch’ella possa andar sola, mentre l’anima, liberata dal suo spiacevole contatto, può inalzarsi sino al cielo.

Ma è d’uopo chiarir la cosa con un esempio.

Quando, signor mio, voi leggete un libro, o un’idea più aggradevole di quelle, ch’esso vi presenta, si affaccia d’improvviso al vostro pensiero; l’anima si attacca ad essa immediatamente, sebbene gli occhi seguano le parole e le linee; ond’è che finite la pagina senza comprenderla, e senza ricordarvi di ciò che prima avete letto. — Or questo donde proviene? Proviene da ciò che l’anima vostra, avendo ordinato alla sua compagna di farle una lettera, non l’ha avvertita della sua breve assenza; sicché mentre l’altra continuava a leggere, essa non ascoltava più.

Capitolo VII

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iò non vi sembra abbastanza chiaro? Ecco un altro esempio.

Un giorno della scorsa estate uscii per andare a corte all’ora assegnatami. Avea dipinto per ore molte; e la mia anima, compiacendosi a meditare sulla pittura, lasciò alla bestia l’incarico di trasportarmi al palazzo del re.

Che sublime arte è la pittura, pensava la mia anima! Felice colui che non è obbligato a far quadri per vivere, — che non li fa nemmeno unicamente per passatempo; — ma che preso dalle grazie, dalla maestà di una bella fisionomia, invaghito degli amabili colori, che la luce spande sovra di essa, si sente spinto ad emular la na- tura! Felice parimenti il dipintore di paesetti, che sa esprimere sulla tela il sentimento di tristezza, che a lui ispirano una scura foresta, una campagna deserta; che crea mari novelli e nere caverne sconosciute al sole; che fa sorgere a piacer suo boschetti di verde perenne, e brillare sovr’essi il purissimo azzurro de’ cieli; che suscita fosche nubi ove ciò gli talenti, e fa quasi nel turbato aere muggir la tempesta. Altra volta egli offre all’occhio meravigliato le campagne deliziose dell’antica Sicilia, ove tu vedi ninfe smarrite fuggire attraverso le canne i satiri che le inseguono; tempj di maestosa architettura alzar la fronte superba dalla sacra selva che li circonda; vie serpeggianti e silenziose ove l’immaginazione si perde; lontano orizzonte, che si confonde colla volta del cielo; acque limpide e tranquille, in cui questa scena amenissima si ripete. — Or mentre la mia anima tutta era assorta in tali riflessioni, l’altra seguitava ad andare, e Dio sa dove! — In luogo di recarsi alla corte, giusta l’ordine ricevuto, deviò talmente verso sinistra, che al momento in cui la mia anima la raggiunse, essa era alla porta di madama d’Hautcastel, a mezza lega del palazzo reale.

Lascio che il lettore pensi ciò che le sarebbe avvenuto, se entrava tutta sola da una così bella signora!

Capitolo VIII

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è utile ed aggradevole l’aver un’anima sciolta dai vincoli della materia a segno di farla viaggiare soletta, quando si giudica a proposito; una tal facoltà non manca per altro dei suoi inconvenienti. Ad essa, per esempio, io debbo la scottatura, di cui parlava in uno de’ capitoli precedenti. — Io dò ordinariamente alla mia bestia la cura di apprestarmi la mia colezione. Essa quindi taglia a fette, e fa abbrustolare il mio pane; fa il mio caffè (a meraviglia per vero dire), e spessissimo anche sel beve; senza che la mia anima ne sappia nulla, a meno che questa non prenda piacere a riguardarla, il che non saprei propria- mente quando avvenga. Poichè è troppo facile, quando si eseguisce qualche operazione meccanica, il pensare a tutt’altro; ma difficilissimo il guardarci, per così esprimermi, nell’atto di operare, — o, per ispiegarmi secondo il mio sistema, l’impiegare la nostr’anima ad esaminar la nostra bestia, e l’osservare questa mentre si affaccenda, senza prender parte a ciò ch’essa fa. — Ecco il più sorprendente de’ giuochi di forza metafisica possibili all’uomo.

Io avea distese le mie mollette in sulla bragia, per farvi abbrustolare il mio pane; e qualche tempo appresso, mentre la mia anima viaggiava, ecco un ceppo infiammato rotolarsi improvviso pel focolare; — la mia povera bestia portò le mani alle mollette, ed io mi bruciai le dita.

Capitolo IX

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pero di avere sufficientemente dichiarate le mie idee ne’ precedenti capitoli, per dare al lettore materia di pensare, e metterlo in istato di far nuove scoperte nella brillante carriera, ch’io gli ho aperta dinanzi. Egli non potrà essere che soddisfatto di sè medesimo, ove pervenga un giorno a saper far viaggiare la sua anima tutta sola; e i piaceri, che di ciò gli deriveranno, gli fian compenso dei qui pro quo, che potessero risultarne. Avvi infatti nulla di più lusinghiero, che l’estendere in certo modo la propria esistenza, l’occupare ad un tempo la terra e i cieli, il raddoppiar, per così dire, sè stesso? — L’eterno e non mai soddisfatto desiderio dell’uomo non è forse di accrescere il suo potere e le sue facoltà, d’essere ove non è, di richiamare il passato e di vivere nell’avvenire? — Ei vuol comandare agli eserciti, presiedere alle accademie, esser adorato dalle belle; ed, ove tutto ciò ottenga, sospira allora i campi e la tranquillità, porta invidia alla capanna de’ pastori. Sempre ei si chiama deluso ne’ suoi disegni, nelle sue speranze; poiché sempre incontra qualche sciagura, inseparabile dalla sorte umana. Ma no non dica, per questo, che la felicità è impossibile a trovarsi. — Un quarto d’ora di viaggio con me gliene mostrerà il cammino.

Ah! perchè non lascia egli all’altra le misere sollecitudini, l’ambizione che lo tormenta! — Vieni, povero infelice! fa uno sforzo per rompere il tuo carcere, e dall’alto de' cieli, ov’io sono per condurti, — riguarda la tua bestia lanciata nel mondo correre sola sola la carriera della fortuna e degli onori. Vedi con qual gravità essa cammina fra gli uomini. La folla le fa largo con rispetto; nessuno, credimi, si accorge, che vada così sola; ed è l’ultima delle cure di tanta gente il sapere se essa abbia un’anima o no, se pensi o non pensi. – Mille donne sentimentali l’ameranno alla follia senza accorgersene. — Ella potrà anche inalzarsi, senza l’ajuto della tua anima, al più alto favore, alla più gran fortuna. — Nè io mi meraviglierei per nulla, se nel nostro ritorno dall'empireo la tua anima rientrando, per così dire, in sua casa, si trovasse nella bestia d'un gran signore.

Capitolo X

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on vogliate già credere che, invece di mantenere la mia parola, facendovi la descrizione del mio viaggio intorno alla mia camera, io batta la campagna per trarmi d’impaccio. Troppo v’ingannereste ciò pensando, perocchè il mio viaggio continua realmente; e mentre la mia anima, riflettendo sopra sè stessa, percorreva nel capitolo precedente i tortuosi sentieri della metafisica, — io, nella mia seggiola a bracciuoli, arrovesciato in guisa che i miei due piedi anteriori stavano alzati due pollici da terra, mi andava librando a destra e a manca, e avanzando tanto, che insensibilmente era pervenuto vicinissimo al muro. — È questa la mia ordinaria maniera di viaggiare quando nulla mi affretta. — Ivi la mia mano si stese macchinalmente al ritratto di madama d’Hautcastel; e laltra prendeva piacere a levarne la polvere che lo velava. — Questo piacere tranquillo si faceva sentire alla mia anima, sebben fosse quasi smarrita ne’ vasti spazj del cielo; perocchè torna in acconcio l’osservare che, quand’essa viaggia in quegli spazj, è pur sempre legata a’ sensi per non so quale vincolo segreto, di modo che, senza suo disturbo, può prender parte ai pacifici godimenti dell’altra. Ma se questi nulla nulla son forti, o se presentasi qualche spettacolo inatteso, l'anima ripiglia quaggiù il suo posto colla rapidità del lampo.

Ciò appunto mi avvenne, mentr’io ripuliva il ritratto. A misura che il pannolino toglieva la polvere, e faceva comparire alcune ciocche di biondi capegli, e alcuna parte della ghirlanda di rose ond’erano coronati, la mia anima, fino di lassù ove si era trasportata, sentiva un leggier fremito di piacere, e partecipava simpaticamente ai moti del mio cuore. Questo piacere divenne meno confuso e più vivo, allorché il pannolino di un solo colpo scoprì la fronte serena dell’amabile fisionomia: onde la mia anima fu sul punto di lasciare i cieli, per godere di tale spettacolo. Ma si fosse pur ella trovata nel palagio, e fra le armonie de’ celesti, non vi sarebbe rimasta un solo minuto secondo, allorché la sua compagna, sempre più accelerando nell’opera, si avvisò di prendere una spugna inumidita che le venne offerta, e stroppicciarla sulle so- pracciglia, — sugli occhi, — sul naso, — sulle guance, — su quella bocca: — oh Dio! il cuor mi batte: — sul mento, sul seno; sicché la figura tutta parve rinascere anzi uscire del nulla. — La mia anima si precipitò dal cielo come una stella cadente; ritrovò laltra in un’estasi deliziosa, e giunse ad accrescerla, prendendovi parte. Questa situazione singolare e improvvisa fece per me disparire il tempo. — Esistii per un istante nel passato, ringiovanendo contro l’ordine della natura. — Sì, eccola quella donna adorata; è dessa è dessa: io la veggo sorridere, io la veggo dischiudere le labbra per dirmi ch’ella mi ama. — Quale sguardo! oh vieni ch’io ti stringa contro il mio cuore, anima della mia vita, mia seconda esistenza! — vieni a goder tu stessa della mia ebbrezza, della mia felicità. — Questo momento fu breve, ma divino; la fredda ragione riprese bentosto il suo impero; e in un batter d’occhio invecchiai di qualche anno: — il mio cuore divenne di ghiaccio, ed io mi trovai, confuso colla folla degli indifferenti che gravitano sulla superficie del globo.

Capitolo XI

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impazienza di comunicare al lettore il mio sistema dell’anima e della bestia mi ha fatto abbandonare la descrizione del mio letto più presto ch’io non dovea. Quando l’avrò terminata, ripiglierò il mio viaggio al luogo, ove l’ho interrotto nel capitolo precedente; vi prego soltanto di rammentarvi che noi abbiamo lasciato la metà di me stesso, che teneva il ritratto di madama d’Hautcastel vicino al muro, a quattro passi dal mio scrittojo. Obbliai, parlando del mio letto, di consigliare ogni uomo che il possa d’averne uno di color rosso e bianco; dacchè i colori hanno in sè moltissima forza di rallegrarci o rattristarci. — Il roseo e il bianco sono sacri al piacere ed alla felicità. — La natura gli ha dati a quella che far volea regina dei fiori; — e quando il Cielo vuol annunziare un bel giorno, suol tingerne le nubi al levare del sole.

Una mattina salivamo a fatica per ripido sentiero, preceduti dall’amabile Rosalia, che pareva aver l’ale ai piedi, sicché nessuno potea seguirla dappresso. — Giunta su d’uno sterrato ella a un tratto si ferma, e a noi rivolta sorride alla nostra lentezza. — Mai forse i due colori, ch’io pur dianzi lodava, non aveano così trionfato. — Le sue guance infiammate, le sue labbra di corallo, il suo collo d’alabastro, la sua snella e gentile persona avvolta in candida veste su quel fondo di verdura colpirono tutti gli sguardi. — Onde rimanemmo im- mobili a contemplarla. — Nulla dico de’ suoi occhi azzurri, nè di quello sguardo che ci lanciò, perchè uscirei del mio soggetto, e d’altronde io debbo pensarvi il meno possibile. Ci basta aver dato il più chiaro esempio dell’eccellenza del roseo colore e del bianco sovra tutti gli altri, — e del loro potere.

Per oggi non andrò più innanzi. Qual soggetto potrei io trattare, che non fosse insipido? Qual’idea non sarebbe cancellata dall’idea dell’amabile Rosalia? — Non so neppure quando mi riuscirà di rimettermi all’opera. — S’io la continuo, e il lettore desidera di vederne la fine, si volga all’angelo distributore dei pensieri, e il preghi di non più mescolare ai tanti, che m’invia ad ogni istante, l’imagine....

Capitolo XII

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Lo sterrato.

Capitolo XIII

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miei sforzi sono vani: convien differire la partita, e soggiornar qui mio malgrado; è una stazione militare.

Capitolo XIV

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issi ch’io amo singolarmente meditare nel dolce calor del mio letto, e che i suoi colori aggradevoli contribuiscono non poco al piacer che vi trovo.

Onde procurarmi questo piacere, il mio domestico ha ordine d’entrare nella mia camera mezz’ora innanzi a quella che ho risoluto di levarmi. Io lo sento camminar leggiermente, sconciare o acconciar le cose con discrezione; e questo poco di strepito fa ch’io m’accorga di sonnecchiare: voluttà delicata, che molti non conoscono. Essere svegliati abbastanza per comprendere di non esserlo del tutto, e per calcolare confusamente che l’ora degli affari e delle noje è ancora nell’oriuolo a polvere, che sta in mano del tempo. — Insensibilmente il mio uomo diviene più romoroso, tanto è difficile il contenersi! d’altronde ei sa che l’ora fatale si avvicina: — Ei guarda il mio oriuoletto, e ne scuote i ciondoli per avvertirmi; io intanto fo orecchie di sordo, e a prolungarmi i deliziosi momenti impiego quante astuzie posso con quel povero diavolo. — Ho sempre cento ordini preliminari a dargli, affine di guadagnar tempo. Egli sa benissimo che questi ordini, pronunziati spesso con molto mal umore, non sono che pretesti per rimanere in letto, senza mostrare di bramarlo. Ma non dà il minimo segno di avvedersene; ed io gliene sono veramente grato.

Finalmente quand’io non ho più nulla a comandare o a dire, ei s’avanza in mezzo alla camera, e si pianta lì colle braccia incrociate, immobile come un sasso.

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