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Indice
A chi legge
Con queste Canzoni l’autore s’adopera dal canto suo di ravvivare negl’italiani quel tale amore verso la patria dal quale hanno principio, non la disubbidienza, ma la probità e la nobiltà così de’ pensieri come delle opere. Al medesimo effetto riguardano, qual più qual meno dirittamente, le istituzioni dei nostri governi, i quali procurano la felicità de’ loro soggetti, non dandosi felicità senza virtù, nè virtù vera e generale in un popolo disamorato di se stesso. E però dovunque i soggetti non si curano della patria loro, quivi non corrispondono all’intento de’ loro Principi. Di queste Canzoni le due prime uscirono l’anno 1818, premessavi allora quella dedicatoria ch’hanno dinanzi. La terza l’anno 1820 colla lettera ch’anche qui se le prepone. E dopo la prima stampa tutte tre sono state ritoccate dall’autore in molti luoghi. L’altre sono nuove.
Lettera al Cavaliere Vincenzo Monti
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Consacro a voi, queste Canzoni perchè quelli che oggi compiangono o esortano la patria nostra, non possono fare di non consolarsi pensando che voi con quegli altri pochissimi (i nomi de’ quali si dichiarano per se medesimi quando anche si tacciano) sostenete l’ultima gloria degl’Italiani; dico quella che deriva loro dagli studi e singolarmente dalle lettere e dalle arti belle; tanto che per anche non si potrà dire che l’Italia sia morta. Se queste Canzoni uguagliassero il soggetto, so bene che non mancherebbe loro nè grandiosità nè veemenza: ma non dubitando che non cedano alla materia, mi rimetto del quanto e del come al giudizio vostro, non altrimenti ch’io faccia a quello dell’universale; conformandomi in questa parte a molti valorosi ingegni italiani che per l’ordinario non si contentano se le opere loro sono approvate per buone dalla moltitudine, quando a voi non soddisfacciano; o lodate che sieno da voi, non si curano che il più dell’altra gente le biasimi o le disprezzi. Una cosa nel particolare della prima Canzone m’occorre di significare alla più parte degli altri che leggeranno; ed è che il successo delle Termopile fu celebrato veramente da quello che in essa Canzone s’introduce a poetare, cioè da , tenuto dall’antichità fra gli ottimi poeti lirici, vissuto, che più rileva, ai medesimi tempi della scesa di , e greco di patria. Questo suo fatto, lasciando l’epitaffio riportato da e da altri, si dimostra da quello che scrive nell’, dove recita anche certe parole d’esso poeta in questo proposito, due o tre delle quali sono espresse nel quinto verso dell’ultima strofe. Rispetto dunque alle predette circostanze del tempo e della persona, e d’altra parte riguardando alle qualità della materia per se medesima, io non credo che mai si trovasse argomento più degno di poema lirico e più fortunato di questo che fu scelto o più veramente sortito da Simonide. Perocchè se l’impresa delle Termopile fa tanta forza a noi che siamo stranieri verso quelli che l’operarono, e con tut- lo questo non possiamo tener le lagrime a leggerla semplicemente come passasse, e ventitrè secoli dopo ch’ell’è seguita; abbiamo a far congettura, di quello che la sua ricordanza dovesse potere in un greco, e poeta, e de’ principali, avendo veduto il fatto si può dire, cogli occhi propri, andando per le stesse città vincitrici d’un esercito molto maggiore di quanti altri si ricorda la storia d’Europa, venendo a parte delle feste, delle maraviglie, del fervore di tutta una eccellentissima nazione, fatta anche più magnanima della sua natura dalla coscienza della gloria acquistata, e dall’emulazione di tanta virtù dimostrata pur allora dai suoi. Per queste considerazioni riputando a molta disavventura che le cose scritte da in quella occorrenza fossero perdute, non ch’io presumessi di riparare a questo danno, ma come per ingannare il desiderio, procurai di rappresentarmi alla mente le disposizioni dell’animo del poeta in quel tempo, e con questo mezzo, salva la disuguaglianza degl’ingegni, tornare a fare la sua canzone; della quale io porto questo parere, che o fosse maravigliosa, o la fama di fosse vana e gli scritti perissero con poca ingiuria. Voi, , sentenzierete se questo mio proponimento abbia avuto più del coraggioso o del temerario; e similmente farete giudizio della seconda Canzone, ch’io v’offro insieme coll’altra candidamente e come quello che facendo professione d’amare più che si possa la nostra povera patria, mi tengo per obbligato d’affetto e riverenza particolare ai pochissimi Italiani che sopravvivono. E ho tanta confidenza nell’umanità dell’animo Vostro, che quantunque siate per conoscere al pri- mo tratto la povertà del donativo, sicuro che lo accetterete in buona parte, e forse anche l’avrete caro per pochissima o niuna stima che ne convenga fare al vostro giudizio.
I. All’Italia
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O patria mia, vedo le mura e gli archi E le colonne e i simulacri e l’erme Torri de gli avi nostri, Ma la gloria non vedo, 5Non vedo il lauro e ’l ferro ond’eran carchi I nostri padri antichi. Or fatta inerme, Nuda la fronte e nudo il petto mostri. Oimè quante ferite, Che lividor, che sangue: oh qual ti veggio, 10Formosissima donna. Io chiedo al cielo E al mondo: dite dite; Chi la ridusse a tale? E questo è ’l peggio Che di catene ha carche ambe le braccia; Sì che sparte le chiome e senza velo 15Siede in terra negletta e sconsolata, Nascondendo la faccia Tra le ginocchia, e piange. Piangi, chè n’hai ben donde, Italia mia, Le genti a vincer nata 20E ne la fausta sorte e ne la ria.
Se fosser gli occhi miei due fonti vive, Non potrei pianger tanto Ch’adeguassi il tuo danno e men lo scorno; Chè fosti donna, or se’ povera ancella. 25Chi di te parla o scrive Che rimembrando il tuo passato vanto, Non dica; già fu grande, or non è quella? Perchè, perchè? dov’è la forza antica, Dove l’armi e ’l valore e la costanza? 30Chi ti discinse il brando? Chi ti tradì? qual arte o qual fatica O qual tanta possanza Valse a spogliarti il manto e l’auree bende? Come cadesti o quando 35Da tanta altezza in così basso loco? Nessun pugna per te? non ti difende Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo Combatterò, procomberò sol io. Dammi o Ciel, che sia foco 40A gl’italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi E di carri e di voci e di timballi: In estranie contrade Pugnano i tuoi figliuoli. 45Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi, Un fluttuar di fanti e di cavalli, E fumo e polve, e luccicar di spade Come tra nebbia lampi. E taci, e piangi, e i tremebondi lumi 50Piegar non soffri al evento? A che pugna in quei campi L’itala gioventude? O numi o numi: Pugnan per altra terra itali acciari. Oh misero colui che in guerra è spento, 55Non per li patrii lidi e per la pia Consorte e i figli cari, Ma da’ nemici altrui Per altra gente, e non può dir morendo; Alma terra natia, 60La vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette Le antich’età, che a morte Per la patria correan le genti a squadre; E voi sempre onorate e gloriose 65O tessaliche strette, Dove la Persia e ’l fato assai men forte Fu di poch’alme franche e generose. Io credo che le piante e i sassi e l’onda E le montagne vostre al passeggere 70Con indistinta voce Narrin siccome tutte quella sponda Coprír le invitte schiere De’ corpi ch’a la Grecia eran devoti. Allor vile e feroce 75Serse per l’Ellesponto si fuggia, Fatto ludibrio a gli ultimi nepoti; E sul colle d’Antela, ove morendo Si sottrasse da morte il santo stuolo, Simonide salia, 80Guardando l’etra e la marina e ’l suolo.
E di lagrime sparso ambe le guance, E ’l petto ansante, e vacillante il piede, Toglieasi in man la lira: Beatissimi voi, 85Ch’offriste il petto a le nemiche lance Per amor di costei ch’al sol vi diede; Voi che la Grecia cole, e ’l mondo ammira. Ne l’armi e ne’ perigli Qual tanto amor le giovanette menti. 90Qual ne l’acerbo fato amor vi trasse? Come sì lieta o figli, L’ora estrema v’apparve, onde ridenti Correste al passo lagrimoso e duro? Parea ch’a danza e non a morte andasse 95Ciascun de’ vostri o a splendido convito: Ma v’attendea lo scuro Tartaro e l’onda morta, Nè le spose vi fóro o i figli accanto Quando su l’aspro lito 100Senza baci moriste e senza pianto.
Ma non senza de’ Persi orrida pena Ed immortale angoscia. Come lion di tori entro una mandra Or salta a quello in tergo e sì gli scava 105Con le zanne la schiena, Or questo fianco addenta or quella coscia; Tal fra le pérse torme infuriava L’ira de’ greci petti e la virtute. Ve’ cavalli supini e cavalieri; 110Vedi intralciar de’ vinti La fuga i carri e le tende cadute, E correr fra’ primieri Pallido e scapigliato esso tiranno; Ve’ come infusi e tinti 115Del barbarico sangue i greci eroi Cagione a i Persi d’infinito affanno, A poco a poco vinti da le piaghe, L’un sopra l’altro cade. Evviva evviva: Beatissimi voi 120Mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte, in mar precipitando, Spente ne l’imo strideran le stelle, Che la memoria e ’l vostro Amor trascorra o scemi. 125Ara vi fia la tomba; e qua mostrando Verran le madri a i parvoli le belle Orme del vostro sangue. Ecco i’ mi prostro O benedetti, al suolo, E bacio questi sassi e queste zolle 130Che fien lodate e chiare eternamente Da l’uno a l’altro polo. Deh foss’io pur con voi qui sotto, e molle Fosse del sangue mio quest’alma terra. Che se ripugna il fato, e non consente 135Ch’io per la Grecia i moribondi lumi Chiuda prostrato in guerra, Così la vereconda Fama del vostro vate appo i futuri Possa, volendo i numi, 140Tanto durar quanto la vostra duri.
II. Sopra il Monumento di Dante che si prepara in Firenze
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Perchè le nostre genti Pace sotto le bianche ali raccolga, Non fien da’ lacci sciolte De l’antico sopor l’itale menti 5S’a i patri esempi de la prisca etade Questa terra fatal non si rivolga. O Italia, a cor ti stia Far ai passati onor, che d’altrettali Oggi vedove son le tue contrade, 10Nè c’è chi d’onorar ti si . Volgiti indietro, e guarda o patria mia, Quella schiera infinita d’immortali, E piangi e di te stessa ti disdegna; Che se non piangi, ogni speranza è stolta: 15Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti, E ti punga una volta Pensier de gli avi nostri e de’ nipoti.
D’aria e d’ingegno e di parlar diverso Per lo toscano suol cercando gia 20L’ospite desioso Dove giaccia colui per lo cui verso Il meonio cantor non è più solo. Ed (oh vergogna) udia Che non che ’l cener freddo e l’ossa nude 25Giaccian esuli ancora Dopo il funereo dì sott’altro suolo, Ma non sorgea dentro a tue mura un sasso Firenze, a quello per la cui virtude Tutto il mondo t’onora. 30Oh voi pietosi onde sì tristo e basso Obbrobrio laverà nostro paese: Bell’opra hai tolta, e di ch’amor ti rende, Schiera prode e cortese, Qualunque petto amor d’Italia accende.
35Amor d’Italia, o cari, Amor di questa misera vi sproni, Ver cui pietade è morta In ogni petto omai, perciò che amari Giorni dopo il seren dato n’ha il Cielo. 40Spirti v’aggiunga e vostra opra coroni Misericordia o figli, E duolo e sdegno di cotanto affanno Onde bagna costei le guance e ’l velo. Ma voi di quale ornar parola o canto 45Si debbe, a cui non pur cure o consigli, Ma de l’ingegno e de la man daranno I sensi e le virtudi eterno vanto Oprate e mostre ne la dolce impresa? Quali a voi note invio, sì che nel core, 50Sì che ne l’alma accesa Nova favilla indurre abbian valore?
Voi spirerà l’altissimo subbietto, Ed acri punte premeravvi al seno. Chi dirà l’onda e ’l turbo 55Del furor vostro e de l’immenso affetto? Chi pingerà l’attonito sembiante? Chi de gli occhi il baleno? Qual può voce mortal celeste cosa Agguagliar figurando? 60Lunge sia, lunge alma profana. Oh quante Lagrime al chiaro avello Italia serba. Come cadrà? come dal tempo rósa Fia vostra gloria o quando? Voi, di che ’l nostro mal si disacerba, 65Sempre vivete o care arti divine, Conforto a nostra sventurata gente, Fra l’itale ruine Gl’itali pregi a celebrare intente.
Ecco voglioso anch’io 70Ad onorar nostra dolente madre Porto quel che mi lice, E mesco a l’opra vostra il canto mio Sedendo u’ vostro ferro i marmi avviva. O de l’ausonio carme inclito padre, 75Se di cosa terrena, Se di colei che tanto alto locasti Qualche novella a i vostri lidi arriva, Io so ben che per te gioia non senti Chè saldi men che cera men ch’arena, 80Verso la fama che di te lasciasti, Son bronzi e marmi; e da le nostre menti Se mai cadesti ancor, s’unqua cadrai, Cresca, se crescer può, nostra sciagura, E in sempiterni guai 85Pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura.
Ma non per te; per questa ti rallegri Povera patria tua, s’unqua l’esempio De gli avi e de’ parenti Ponga ne’ figli sonnacchiosi ed egri 90Tanto valor che un tratto alzino il viso. Quale e da quanto scempio Vedi guasta colei che sì meschina Te salutava allora Che di nuovo salisti al paradiso: 95Allor beata pur (qualunque intende A’ novi affanni suoi) donna e reina; Ch’or nulla, ove non fóra Somma pietade assai, pietade attende. Taccio gli altri nemici e l’altre doglie; 100Ma non la Francia scelerata e nera, Per cui presso a le soglie Vide la patria mia l’ultima sera.
Beato te che ’l fato A viver non dannò fra tanto orrore; 105Che non vedesti in braccio L’itala moglie a barbaro soldato; Non predar non guastar cittadi e colti L’asta inimica e ’l peregrin furore; Non de gl’itali ingegni 110Tratte l’opre divine a miseranda Schiavitude oltre l’alpe, e non da’ folti Carri impedita la dolente via; Non gli aspri cenni ed i superbi regni; Non udisti gli oltraggi e la nefanda 115Voce di libertà che ne schernia Tra ’l suon de le catene e de’ flagelli. Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto Che lasciaron quei felli? Qual tempo, quale altare o qual misfatto?
120Perchè venimmo a sì perversi tempi? Perchè ’l nascer ne désti o perchè prima Non ne desti il morire, Acerbo fato? onde a ed empi Nostra patria vedendo ancella e schiava, 125E da mordace lima Roder la sua virtù, di null’aita E di nullo conforto Lo spietato dolor che la stracciava Ammollir ne fu dato in parte alcuna. 130Ahi non il sangue nostro e non la vita Avesti o cara, e morto Io non son per la tua cruda fortuna. Qui l’ira al cor, qui la pietate abbonda: Pugnò cadde gran parte anche di noi; 135Ma per la moribonda Italia no; per li tiranni suoi.
Padre, se non ti sdegni, Mutato se’ da quel che fosti in terra. Morian per le rutene 140Squallide piagge, ahi d’altra morte degni, Gl’itali prodi; e lor fea l’aere e ’l cielo E gli uomini e le belve immensa guerra. Cadeano a squadre a squadre Semivestiti, maceri e cruenti 145Ed era letto a gli egri corpi il gelo. Allor, quando traean l’ultime pene, Membravan questa desiata madre, Dicendo; oh non le nubi e non i venti, Ma ne spegnesse il ferro, e pel tuo bene 150O patria nostra. Ecco da te rimoti, Quando più bella a noi l’età sorride, A tutto il mondo ignoti, Moriam per quella gente che t’uccide.
Ma di lor fato il boreal deserto 155E conscie fur le sibilanti selve. Così vennero al passo, E i negletti cadaveri a l’aperto Su per quello di neve orrido mare Dilaniàr le belve; 160E sarà ’l nome de gli egregi e forti Pari mai sempre ed uno Con quel de’ tardi e vili. Anime care, Ben che infinita sia vostra sciaura, Datevi pace; e questo vi conforti 165Che conforto nessuno Avrete in questa o ne l’età futura. In seno al vostro smisurato affanno Posate o di costei veraci figli, Al cui supremo danno 170Il vostro solo è tal che rassomigli.
Di voi già non si lagna La patria vostra, ma di chi vi spinse A pugnar contra lei Sì ch’ella sempre amaramente piagna 175E ’l suo col vostro lagrimar confonda. Oh di costei, che tanta verga strinse, Pietà nascesse in core A tal de’ suoi ch’affaticata e lenta Di sì torbida notte e sì profonda 180La ritraesse. O glorioso spirto, Dimmi, d’Italia tua morto è l’amore? Dimmi, la vampa che t’accese, è spenta? Dimmi, nè mai rinverdirà quel mirto Che tu festi sollazzo al nostro male? 185E saran tue fatiche a l’aria sparte? Nè sorgerà mai tale Che ti rassembri in qualsivoglia parte?
In eterno perì la gloria nostra? E non d’Italia il pianto e non lo scorno 190Ebbe verun confine? Io mentre viva andrò sclamando intorno, Volgiti a’ padri tuoi, guasto legnaggio; Mira queste ruine E le carte e le tele e i marmi e i témpi; 195L’avite ossa rimembra, e se destarti Il radiar non può di tanti esempi, Che stai? lévati e parti. Non si conviene a sì corrotta usanza Questa di prodi ingegni altrice e scola: 200Se di codardi è stanza, Meglio l’è rimaner vedova e sola.
Lettera al Conte Leonardo Trissino
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Voi per animarmi a scrivere siete solito d’ammonirmi che l’Italia non sarà lodata nè anco forse nominata nelle storie de’ tempi nostri, se non per conto delle lettere e delle sculture. Ma da un secolo e più siamo fatti servi e tributari anche nelle lettere, e quanto a loro io non vedo in che pregio o memoria dovremo essere, avendo smarrita la vena d’ogni affetto e d’ogni eloquenza, e lasciataci venir meno la facoltà dell’immaginare e del ritrovare, non ostante che ci fosse propria e speciale in modo che gli stranieri non dismettono il costume d’attribuircela. Nondimeno restandoci in luogo d’affare quel che i nostri antichi adoperavano in forma di passatempo, non tralasceremo gli studi, quando anche niuna gloria ce ne debba succedere, e non potendo giovare altrui colle azioni, applicheremo l’ingegno a dilettare colle parole. E voi non isdegnerete questi pochi versi ch’io vi mando. Ma ricordatevi che si conviene agli sfortunati di vestire a lutto, e parimente alle nostre canzoni di rassomigliare ai versi funebri. Diceva il : ed io son un di quei che ’l pianger giova. Io non dirò che il piangere sia natura mia propria, ma necessità de’ tempi e della fortuna.
III. Ad Angelo Mai quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica
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I, a che già mai non pósi Di svegliar da le tombe I nostri padri? e a favellar gli meni A questo secol morto al quale incombe 5Tanta nebbia di tedio? E come or vieni Sì forte a’ nostri orecchi e sì frequente, Voce antica de’ nostri Muta sì lunga etade? e perchè tanti Risorgimenti? In un balen feconde 10Venner le carte; e a la stagion presente I polverosi chiostri Serbaro intatti i generosi e santi Detti de gli avi. E che valor t’infonde, Italo egregio, il fato? O con l’umano 15Valor contrasta il duro fato invano?
Certo senza de’ numi alto consiglio Non è ch’ove più lento E grave è ’l nostro disperato obblio, A percoter ne rieda ogni momento 20Novo grido de’ padri. Ancora è pio Dunque a l’Italia il Cielo; anco si cura Di noi qualche immortale: Chè dov’è questa o nessun’altra poi. L’ora da ripor mano a la virtude 25Rugginosa de l’itala natura, Tanto e sì strano e tale È ’l clamor de’ sepolti, e de gli eroi Dimenticati il nome si dischiude, O patria o patria, anco in età sì tarda 30Chiedendo se ti giovi esser codarda.
Noi miseri la speme aurea non fugge, O gloriosi? in tutto Non siam periti? A voi certo il futuro Non velano i destini: altro che lutto 35Sdegnano i sensi miei, chè torbo e scuro M’è l’avvenire, e tutto quanto io scerno È tal che sogno e fola Fa parer la speranza. Anime prodi, A i tetti vostri inonorata, immonda 40Plebe successe; al vostro sangue è scherno E d’opra e di parola Ogni valor; di vostre inclite lodi Tace l’itala riva; egro circonda Ozio le tombe vostre, e di viltade 45Siam fatti esempio a la futura etade.
Bennato ingegno, or quando altrui non cale De’ nostri alti parenti, A te ne caglia, a te cui fato aspira Benigno sì che per tua man presenti 50Paion que’ giorni allor che da la dira Obblivíone antica ergean la chioma, Con gli studi sepolti, I vetusti Divini a cui Natura Parlò nè disvelossi, onde i riposi 55Magnanimi allegràr d’Atene e Roma. Oh tempi oh tempi avvolti In sonno eterno. Allora anco immatura La ruina d’Italia, anco sdegnosi Eravam d’ozio turpe, e l’aere a volo 60Una favilla ergea da questo suolo.
Eran calde , Non domito nemico De la fortuna, al cui sdegno e dolore Fu più l’Averno che la terra amico. 65L’Averno: e qual non è parte migliore Di questa nostra? E le tue dolci corde Tremolavano ancora Dal tocco di tua destra o sfortunato . Ahi dal dolor comincia e nasce 70L’italo canto. E pur mèn grava e morde Il mal che n’addolora Del tedio che n’affoga. Oh te beato A cui fu vita il pianto. A noi le fasce Cinse il fastidio; a noi presso la culla 75Immoto siede, e su la tomba, il nulla.
Ma tua vita era allor con gli astri e ’l mare, , Quand’oltre a le colonne ed oltre a i liti Cui strider parve in seno a l’onda il sole, 80Novo di prore incarco a gl’infiniti Flutti commesso, ritrovasti il raggio Del Sol caduto, e ’l giorno Che nasce allor ch’a i nostri è giunto al fondo; E rotto di Natura ogni contrasto, 85Ignota immensa terra al tuo viaggio Fu gloria e del ritorno A i rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto L’etra sonante e l’alma terra e ’l mare 90Al fanciullin, che non al saggio, appare.
Nostri beati sogni ove son giti De l’ignoto ricetto D’ignoti abitatori, o del diurno De gli astri albergo, e del rimoto letto 95De la giovane Aurora, e del notturno Occulto sonno del maggior pianeta? Ecco svaniro a un punto, E figurato è ’l mondo in breve carta; Ecco tutto è simile, e ritrovando, 100Solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta Il vero appena è giunto, O caro immaginar; da te s’apparta Nostra mente in eterno; a l’ammirando Poter tuo primo ne sottraggon gli anni, 105E il conforto perì de’ nostri affanni.
Nascevi a’ dolci sogni intanto, e ’l primo Sole splendeati in vista, Cantor vago de l’arme e de gli amori Che in età de la nostra assai men trista 110Empièr la vita di felici errori: Nova speme d’Italia. O torri o celle O donne o cavalieri O giardini o palagi, a voi pensando, In mille vane amenità si perde 115L’ingegno mio. Di vanità, di belle Fole e strani pensieri Si componea l’umana vita: in bando Gli cacciammo: or che resta? or poi che ’l verde È spogliato a le cose? il certo e solo 120Veder che tutto è vano altro che ’l duolo.
O o Torquato, a noi promesso Eri tu allora; il pianto A te, non altro, prometteva il Cielo. O misero Torquato; il dolce canto 125Non valse a consolarti o a sciorre il gelo Onde l’alma t’avean, ch’era sì calda, Cinta l’odio e l’immondo Livor privato e de’ tiranni. Amore, Amor, di nostra vita ultimo inganno, 130T’abbandonava. Ombra reale e salda Ti parve il nulla, e ’l mondo Inabitata piaggia. Al tardo onore Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno, L’estrema ora ti fu. Morte domanda 135Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.
Torna torna fra noi, sorgi dal muto E sconsolato avello, Se d’angoscia se’ vago, o miserando Esemplo di sciaura. Assai da quello, 140Che ti parve sì mesto e sì nefando, È peggiorato il viver nostro. O caro, Chi ti compiangeria, Se, fuor che di se stesso, altri non cura? Chi stolto non direbbe il tuo mortale 145Affanno anche oggidì, se ’l grande e ’l raro Ha nome di follia; Nè livor più, ma ben di lui più dura La noncuranza avviene a i sommi? o quale, Se più de’ carmi, il computar s’ascolta, 150Ti appresterebbe il lauro un’altra volta?
Da te fino a quest’ora uom non è sorto (O sventurato ingegno), Pari a l’italo nome, altro ch’un solo, Solo di sua codarda etate indegno 155, a cui dal polo Disusata virtù, non da la mia Stanca ed arida terra, Scese nel core, onde privato, inerme (Memorando ardimento) in su la scena 160Mosse guerra a’ tiranni: almen si dia Questa misera guerra E questo vano campo a l’ire inferme Del mondo. Ei primo e sol dentro a l’arena Scese, e nullo il seguì, chè l’ozio e ’l brutto 165Silenzio or preme a i nostri innanzi a tutto.
Disdegnando e fremendo, immacolata Trasse la vita intera, E morte lo scampò dal veder peggio. mio, questa per te non era 170Età nè suolo. Altri anni ed altro seggio Convien a gli alti ingegni. Or di riposo Paghi viviamo, e scorti Da mediocrità: sceso il sapiente E salita è la turba a un sol confine, 175Che ’l mondo agguaglia. O , Segui; risveglia i morti, Poi che dormono i vivi; arma le spente Lingue de’ prischi eroi; tanto che in fine Questo secol di fango o vita agogni 180E sorga ad atti illustri, o si vergogni.
IV. Nelle nozze della sorella Paolina
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Poi che del patrio nido I silenzi lasciando, e le beate Larve e l’antico error, celeste dono, Ch’abbella a gli occhi tuoi quest’ermo lido, 5Te ne la polve de la vita e ’l suono Tragge il destin; l’obbrobriosa etate Che ’l duro cielo a noi prescrisse impara, , che in gravi E luttuosi tempi 10L’infelice famiglia a l’infelice Italia accrescerai. Di forti esempi Al tuo sangue provvedi. Aure soavi L’empio fato interdice A l’umana virtude, 15Nè pura in gracil petto alma si chiude.
O miseri o codardi Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso Tra fortuna e valor dissidio pose Il corrotto costume. Ahi troppo tardi 20E ne la sera de l’umane cose Acquista oggi chi nasce il moto e ’l senso. Al Ciel ne caglia: a te nel petto sieda Questa sovr’ogni cura, Che di fortuna amici 25Non crescano i tuoi figli, e non di vile Timor gioco o di speme: onde felici Sarete detti nell’età futura: Poichè (nefando stile, Di schiatta ignava e finta) 30Virtù viva spregiam, lodiamo estinta.
Donne, da voi non poco La patria aspetta, e non in danno e scorno De l’umana progenie al dolce raggio De le pupille vostre il ferro e ’l foco 35Domar fu dato. A senno vostro il saggio E ’l forte adopra e pensa; e quanto il giorno Col divo carro accerchia, a voi s’inchina. Ragion di nostra etate Io chieggo a voi. La santa 40Fiamma di gioventù dunque si spegne Per vostra mano? attenuata e franta Da voi nostra natura? e le assonnate Menti, e le voglie indegne, E di nervi e di polpe 45Scemo il valor natio son vostre colpe?
A gli atti egregi è sprone Amor, chi ben l’estima, e d’alto affetto Maestra è la beltà. D’amor digiuna Siede l’alma di quello a cui nel petto 50Non brilla, amando, il cor quando a tenzone Scendono i venti, e quando nembi aduna L’olimpo, e fiede le montagne il rombo De la procella. O spose O verginette, a voi 55Chi de’ perigli è schivo, e quei che indegno È de la patria e che sue brame e suoi affetti in basso loco pose, Odio mova e disdegno; Se nel femmineo core 60D’uomini ardea non di fanciulle amore.
Madri d’imbelle prole V’incresca esser nomate. I danni e ’l pianto De la virtude a tollerar s’avvezzi La stirpe vostra, e quel che pregia e cole 65Il vergognoso tempo, abborra e sprezzi; Cresca a la patria, e gli alti gesti, e quanto A gli avi suoi deggia la terra impari. Qual de’ vetusti eroi Tra le memorie e ’l grido 70Crescean di Sparta i figli al greco nome; Fin che la sposa giovanetta il fido Brando cingeva al caro lato, e poi Spandea le negre chiome Sul corpo esangue e nudo 75Quando reddia nel conservato scudo.
Verginia, a te la molle Gota molcea con le celesti dita Beltade onnipossente, e de gli alteri Disdegni tuoi si sconsolava il folle 80Signor di Roma. Eri pur vaga, ed eri Ne la stagion ch’a i dolci sogni invita Quando il rozzo paterno acciar ti ruppe Il bianchissimo petto, E a l’Erebo scendesti 85Volonterosa. A me disfiori e scioglia Vecchiezza i membri, o padre; a me s’appresti, Dicea, la tomba anzi che l’empio letto Del tiranno m’accoglia. E se pur vita e lena 90Roma avrà mio sangue, e tu mi svena.
O generosa, ancora Che più bello a’ tuoi dì splendesse il sole Ch’oggi non fa, pur consolata e paga È quella tomba cui di pianto onora 95L’alma terra nativa. Ecco a la vaga Tua spoglia intorno la romulea prole Di nova ira sfavilla. Ecco di polve Lorda il tiranno i crini, E libertade avvampa 100Gli obbliviosi petti, e ne la doma Terra il marte latino arduo s’accampa Dal buio polo ai torridi confini. Così l’eterna Roma Ne’ duri ozi sepolta 105Femmineo fato avviva un’altra volta.
V. A un Vincitore nel pallone
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Di gloria il viso e la gioconda voce, , apprendi, E quanto al femminile ozio sovrasti La sudata virtude. Attendi attendi, 5Magnanimo campion (s’a la veloce Fuga de gli anni il tuo valor contrasti La spoglia di tuo nome), attendi e ’l core Movi ad alto desio. Te l’echeggiante Arena e ’l circo, e te fremendo appella 10A i fatti illustri il popolar favore; Te rigoglioso de l’età novella Oggi la patria cara L’antiche lodi a rinnovar prepara.
Non del barbaro sangue in 15Sparse l’invitta destra Que’ che gli atleti ignudi e ’l campo eleo, Che stupido mirò l’ardua palestra, Nè la palma beata e la corona D’emula brama il punse. E ne l’Alfeo 20Spesso le chiome polverose e i fianchi De le cavalle vincitrici asterse Tal che le greche insegne e ’l greco acciaro Spinse de’ Medi fuggitivi e stanchi Ne le pallide torme; onde sonaro 25Di sconsolato grido Gli alti gorghi d’Eufrate e ’l servo lido.
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The end
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