Front matter
la
SECCHIA RAPITA
Indice
Canto primo
la
SECCHIA RAPITA
CANTO PRIMO.
________
ARGOMENTO.
Del bel Panaro il pian, sotto due scorte, A predar vanno i Bolognesi armati; E da Gherardo altri condotti a morte, 4Altri dal Potta son rotti e fugati. Gl’ incalza di Bologna entro le porte Manfredi, i cui guerrier co’ vinti entrati Fanno per una secchia orribil guerra, 8E tornan trionfanti alla lor terra.
Vorrei cantar quel memorando sdegno Ch’ infiammò già ne’ fieri petti umani Un’infelice e vil secchia di legno, 12Che tolsero ai Petroni i Gemignani. Febo che mi raggiri entro lo ’ngegno L’orribil guerra e gli accidenti strani, Tu che sai poetar, servimi d’aio, 16E tiemmi per le maniche del saio.
E tu, nipote del rettor del mondo, Del generoso Carlo ultimo figlio, Ch’ in giovinetta guancia e ’n capel biondo 20Copri canuto senno, alto consiglio; Se dagli studi tuoi di maggior pondo Volgi talor per ricrearti il ciglio, Vedrai, s’ al cantar mio porgi l’orecchia, 24Elena trasformarsi in una secchia.
Già l’aquila romana avea perduto L’antico nido, e rotto il fiero artiglio Tant’ anni formidabile e temuto 28Oltre i Britanni, ed oltre il mar vermiglio: E liete, in cambio d’arrecarle aiuto, L’italiche città del suo periglio, Ruzzavano tra lor non altrimenti 32Che disciolte poledre a calci e denti.
Sol la reina del mar d’Adria, volta Dell’oriente alle provincie, ai regni; Dalle discordie altrui libera e sciolta, 36Ruminava sedendo alti disegni; E gran parte di Grecia avea già tolta Di mano agli empi usurpatori indegni: L’altre attendean, le feste, a suon di squille 40A dare il sacco alle vicine ville.
Part’ eran ghibelline, e favorite Dall’imperio aleman per suo interesse: Part’eran guelfe, e con la Chiesa unite, 44Che le pascea di speme e di promesse. Quindi tra quei del Sipa antica lite E quei del Potta ardea; quando successe L’alto, stupendo e memorabil caso 48Che ne gli annali scritto è di Parnaso.
Del celeste Monton già il sol uscito, Saettava co’ rai le nubi algenti. Parean stellati i campi e ’l ciel fiorito, 52E sul tranquillo mar dormieno i venti: Sol Zefiro ondeggiar facea sul lito L’erbetta molle e i fior vaghi e ridenti; E s’udian gli usignuoli al primo albore, 56E gli asini cantar versi d’amore.
Quando il calor della stagion novella, Che movea i grilli a saltellar ne’ prati, Mosse improvvisamente una procella 60Di Bolognesi a’ loro insulti usati. Sotto due capi a depredar la bella Riviera del Panaro usciro armati: Passaro il fiume a guazzo, e la mattina 64Giunse a Modana il grido e la ruina.
Modana siede in una gran pianura Che dalla parte d’austro e d’occidente Cerchia di balze e di scoscese mura 68Del selvoso Appennin la schiena algente, Apennin ch’ivi tanto all’aria pura S’alza a veder nel mare il sol cadente, Che sulla fronte sua cinta di gelo 72Pare ch’incurvi e che riposi il cielo.
Dall’oriente ha le fiorite sponde Del bel Panaro e le sue limpid’acque; Bologna incontro; e a la sinistra, l’onde 76Dove il figlio del Sol già morto giacque: Secchia ha dall’aquilon, che si confonde Ne’ giri che mutar sempre le piacque; Divora i liti, e d’infeconde arene 80Semina i prati e le campagne amene.
Viveano i Modanesi alla Spartana, Senza muraglia allor nè parapetto; E la fossa in più luoghi era sì piana, 84Che s’entrava ed usciva a suo diletto. Il martellar della maggior campana Fe’ più che in fretta ognun saltar dal letto. Diedesi all’arma; e chi balzò le scale, 88Chi corse alla finestra, e chi al pitale;
Chi si mise una scarpa e una pianella, E chi una gamba sola avea calzata; Chi si vestì a rovescio la gonnella, 92Chi cambiò la camicia coll’amata: Fu chi prese per targa una padella, E un secchio in testa in cambio di celata; E chi con un roncone e la corazza 96Corse, bravando e minacciando, in piazza.
Quivi trovar che ’l Potta avea spiegato Lo stendardo maggior con le trivelle; Ed egli stesso era a cavallo armato 100Con la braghetta rossa e le pianelle. Scriveano i Modanesi abbreviato Pottà per potestà sulle tabelle: Onde per scherno i Bolognesi allotta 104L’avean tra lor cognominato il Potta.
Messer Lorenzo Scotti, uom saggio e forte, Era allor Potta, e decideva i piati. Fanti e cavalli intanto ad una sorte 108Alla piazza correan da tutti i lati. Egli, poichè guarnite ebbe le porte, Una squadra formò de’ meglio armati, E ne diede il comando e lo stendardo 112Al figlio di Rangon, detto Gherardo.
E gli dicea: Va’, figlio, arditamente; Frena l’orgoglio di que’ marabisi: Non t’esporre a battaglia, acciò perdente 116Non resti, mentre siam così divisi; Ma ferma alla Fossalta la tua gente, E guarda il passo, e aspetta nuovi avvisi; Ch’io ti sarò, se il mio pensier non falle, 120Innanzi sesta armato anch’io alle spalle.
Così andava all’impresa il cavaliero, Dal fior della milizia accompagnato: E spettacolo in un leggiadro e fiero 124Si vedeva apparir da un altro lato. Cento donzelle in abito guerriero, Col fianco e ’l petto di corazza armato, E l’aste in mano, e le celate in testa, 128Comparvero in succinta e pura vesta.
Venian guidate da Renoppia bella, Cacciatrice ed arciera all’armi avvezza. Renoppia di Gherardo era sorella, 132Pari a lui di valor di gentilezza; Ma non avea l’Italia altra donzella Pari di grazia a lei nè di bellezza: E parea co’ virili atti e sembianti 136Rapir i cori, e spaventar gli amanti.
Bruni gli occhi e i capelli e rilucenti, Rose e gigli il bel volto, avorio il petto, Le labbra di rubin, di perle i denti, 140D’angelo avea la voce e l’intelletto. Maccabrun dall’Anguille in que’ comenti Che fece sopra quel gentil sonetto, Questa barbuta e dispettosa vecchia, 144Scrive ch’ell’era sorda da un’orecchia.
Or giunta in piazza, ella dicea: Signori, Noi siam deboli sì, ma non di sorte, Che non possiamo almen per difensori 148Guardare i passi e custodir le porte. Queste compagne mie ben avran cori Da gire anch’esse ad incontrar la morte: Nè già disdice a vergine bennata, 152Per difender la patria, uscire armata.
Quel dì che Barbarossa arse Milano, Mio nonno guadagnò quest’armi in guerra. Gherardo mio fratel le chiudea invano; 156Che le porte gittate abbiam per terra: E s’al cor non vien meno oggi la mano, Se ’l nemico s’appressa a questa terra, Speriam che col suo sangue e la sua morte 160Ei proverà se sian di tempra forte.
Accese i cor di generoso sdegno Il magnanimo ardir della donzella; Onde con l’armi fuor senza ritegno 164Correa la gioventù feroce e bella Con maestoso modo e di se degno Il Potta la raffrena e la rappella: Dove andate, canaglia berrettina, 168Senza ordinanza e senza disciplina?
Credete forse che colà v’aspetti Trebbiano in fresco, o torta in sul tagliere? Adattatevi in fila, uomini inetti, 172Nati a mangiar l’altrui fatiche e bere. Così frenando i temerari affetti, Distingueva in un tratto ordini e schiere. Gherardo intanto in opportuno punto 176Era correndo a la Fossalta giunto:
Che Bordocchio Balzan ch’avea condotto La prima squadra, allor quivi arrivato, S’era con molto ardir già spinto sotto 180Alla torre onde il passo era guardato. Quei della torre aveano il ponte rotto Da un canto, e ’l varco stretto indi serrato; E ’l difendean da merli e da finestre 184Con dardi, mazzafrusti, archi e balestre.
Il capitan della petronia gente, Ch’era un omaccio assai polputo e grosso, Gridava dalla ripa del torrente, 188A’ suoi ch’eran fermati, a più non posso: Perchè non seguitadi alliegramente? Avidi pora di saltar un fosso? O volidi restar tutti alla coda? 192Passadi panirun pieni di broda.
Così dicea; quand’ecco in vista altera Vide giugner Gherardo all’altra riva: Onde a destra piegar fe’ la bandiera 196Contra ’l nemico stuol ch’indi veniva: E confidato nell’amica schiera, I cui tamburi già da lunge udiva, Spinse dall’altra sponda i suoi soldati, 200Dal notturno cammin stanchi e affannati.
Allor Gherardo a’ suoi diceva: O forti, Ecco Dio che divide e che confonde Questi bedani: udite i lor consorti 204Che sono del Panaro anco alle sponde. Prima del giugner lor, questi fien morti, Pochi e stanchi, e ridotti entro a quest’onde. Seguitatemi voi; che larga strada 208Io vi farò col petto e colla spada.
Così dicendo, urta ’l cavallo; e dove La battaglia gli par più perigliosa, Si lancia in mezzo all’onda, e ’n giro move 212La spada fulminante e sanguinosa. Non fe’ il capitan Curzio tante prove Sotto Lisbona mai, nè sulla Mosa, Quante ne fe’ tra l’una e l’altra ripa 216Gherardo allor sul popolo dal Sipa.
Bertolotto ammazzò faceto e grasso, Ch’un tempo a Roma fu procuratore: All’osteria del Lino era ito a spasso, 220E ’l diavolo il condusse a quel romore. Uccise appresso a lui mastro Galasso, Cavadenti perfetto e ciurmatore: Vendea ballotte e polvere e braghieri: 224Meglio per lui non barattar mestieri.
Senza naso lasciò Cesar Viano, Fratel del Podestà di Medicina; E d’un dardo cader fe’, di lontano 228Trafitto, un figlio del dottor Guaina. Indi ammazzò il Barbier di Crespellano, Che portava la spada alla mancina; E mastro Costantin dalle Magliette, 232Che faceva le grucce alle civette.
Un certo bell’umor de’ Zambeccari Gli diede una sassata ne la pancia; E a un tempo Gian Petronio Scadinari 236Gli forò la braghetta colla lancia: La buona spada gli mandò del pari, Come se fosse stata una bilancia; Ch’ all’uno e l’altro tagliò il capo netto, 240E i tronchi nella rena ebber ricetto.
Qual già sul Xanto il furibondo Achille Fe’ del sangue troian crescer quell’onda, O Ippomedonte alle tebane ville 244Fe’ dell’Asopo insanguinar la sponda; Tal il giovane fier l’onde tranquille Fa rosseggiar del sangue ostil che gronda: Ma dalla tanta copia infastidita 248Diede la Musa a pochi nomi vita.
L’oste dal Chiù, Zambon dal Moscadello, Facea tra gli altri una crudel ruina: Una zazzera avea da farinello, 252Senz’elmo in testa e senza cappellina. Si riscontrò con Sabatin Brunello, Primo inventor de la salciccia fina; Che gli tagliò quella testaccia riccia 256Con una pestarola da salciccia.
Bordocchio intanto il fiume avea passato, Soverchiand’ ogn’incontro, ogni ritegno; Quando del Potta che venia fu dato 260Dalla torre a Gherardo e agli altri il segno. Se n’avvide Bordocchio; e rivoltato, Di ripassare a’ suoi facea disegno; Ma nell’onda il destrier sotto gli cade, 264E rimase prigion fra cento spade.
Quei ch’erano con lui dianzi passati, Dal figlio di Rangon tutti fur morti: E già gli altri fuggian rotti e sbandati, 268Del mal consiglio lor, ma tardi, accorti; Quando in aiuto da’ vicini prati Vider venir correndo i lor consorti Che del Panaro alla sinistra sponda 272Passar più lenti, ov’è più cupa l’onda.
Gian Maria della Grascia, un furbacciotto, Ch’era di quella squadra il capitano, Come vide fuggir dal campo rotto 276Quei di Bordocchio insanguinando il piano, Rinfacciò lor con dispettoso motto La fuga vile e l’ardimento insano; E furioso i suoi quindi spingendo, 280Fe’ de’ nemici un potticidio orrendo.
Radaldo Ganaceti era sul ponte Con molti suoi per impedir il passo; E insieme col destrier tutto in un monte 284Fu dalla sponda ruinato al basso. Voltò Gherardo a quel rumor la fronte, E in aiuto de’ suoi venía a gran passo; Quando comparve il Potta al suon di mille 288Corni, gridi, tamburi, e trombe e squille.
Si raccoglie il nemico e si ritira Al terror di tant’armi, al suono, ai lampi; Ma l’incalza Gherardo, e al vanto aspira 292D’aver col suo valor rotti due campi. Corre a destra a sinistra, urta, raggira Il destriero, e di sangue inonda i campi: Rotta ha la spada, e porta nello scudo 296Cento saette, e mezzo ’l capo ha ignudo.
Ma tratta dall’arcion ferrata mazza, Fantin Vizzani, e Prospero Castelli, Astor dell’Armi, e Taddeo Bianchi ammazza, 300E ’l cavalier Martin degli Asinelli. A questi, spada, scudo, elmo e corazza Fece levar, ch’eran dorati e belli, Per onorarsen poi: ma veramente 304Fu peccato ammazzar sì nobil gente.
Spinte il Potta in aiuto intanto avea Le prime insegne ai Gemignani stracchi; Ed egli verso il ponte, ove parea 308Che più fossero i suoi deboli e fiacchi, Sopra una mula a più poter correa, Che mordendo, co’ piè giucava a scacchi: Quando ferito fu d’una zagaglia 312Quel della Grascia, e uscì della battaglia.
Poichè mirò de’ capitani suoi L’un fatto prigionier, l’altro ferito La progenie antichissima de’ Boi, 316E si vide ridotta a mal partito; Que’ valorosi che facean gli eroi, Senza aspettar chi lor facesse invito, Chi a cavallo, chi a piè per la campagna 320Si diedono a menar delle calcagna.
Ma ratto fu con una ronca in mano Il Potta lor, come un demonio, addosso; E tanti ne mandò distesi al piano, 324Che ne fu il ciel della pietà commosso. Quel fiume crebbe sì di sangue umano, Che più giorni durò tiepido e rosso: E dove prima il Fiumicel chiamato, 328Fu dappoi sempre il Tepido nomato.
Tutto quel dì, tutta la notte intiera I miseri Petroni ebber la caccia. Ne coperse ogni strada, ogni riviera 332Manfredi Pio, che ne seguì la traccia. Con trecento cavalli alla leggiera, Con tanto ardire il giovane li caccia, Che sul primo sparir dell’aria scura 336Si trovò giunto alle nemiche mura.
La porta San Felice aperta in fretta Fu a’ cittadini suoi, ch’erano esclusi; Ma tanta fu la calca in quella stretta, 340Che i vincitori e i vinti entrar confusi. Quei di Manfredi, un tiro di saetta Corser la terra; e vi restavan chiusi, S’ei dalla porta, ove fermato s’era, 344Non li chiamava tosto alla bandiera.
Spinamonte del Forno, e Rolandino Savignani, e Aliprando d’Arrigozzo De’ Denti da Balugola, e Albertino 348Foschiera, e Calatran di Borgomozzo, Affannati dal caldo e dal cammino, Trovar non lunge dalla porta un pozzo; E una Secchia calar nuova d’abete, 352Per rinfrescarsi e discacciar la sete.
La carrucola rotta e saltellante, E la fune annodata in quella mena, E l’acqua ch’era assai cupa e distante, 356Feron più tardi uscir la Secchia piena. Le si avventaron tutti in un istante, E Rolandino avea bevuto appena; Quand’ecco a un tempo da diverse strade 360Fur lor intorno più di cento spade.
Scarabocchio figliuol di Pandragone, Petronio Orso, e Ruffin dalla Ragazza, E Vianese Albergati, e Andrea Griffone 364Venian gridando innanzi: Ammazza, ammazza. Ma i Potteschi già pronti in sull’arcione, D’elmo e di scudo armati e di corazza, Strinser le spade, e rivoltar le facce 368All’impeto nemico e alle minacce:
E Spinamonte che la Secchia presa Per bere avea, spargendo l’acqua in terra, E tagliando la fune ond’era appesa, 372Se ne servì contro i nemici in guerra. Colla sinistra man la tien sospesa Per riparo, e coll’altra il brando afferra L’aiutano i compagni, e fangli sponda 376Contra il furor che d’ogni parte inonda.
Lotto Aldrovandi, e Campanon Ringhiera Gridavano ambidue: Canaglia matta, Lasciate quella Secchia ove prim’era; 380O la bestialità vi sarà tratta. Fatevi innanzi voi, disse il Foschiera; Notate la consegna che v’è fatta. E ’n questo dire, un manrovescio lascia, 384E taglia a Campanone una ganascia.
Non fu rapita mai con più fatica Elena bella al tempo di Sadocco, Nè combattuta Aristoclea pudica, 388Al par di quella Secchia da un baiocco. Passata a Calatran fu la lorica, Sicchè nel ventre penetrò lo stocco, D’un fiero colpo di Carlon Cartari, 392Falciatore sovran de’ macellari.
Rolandino ferì d’un soprammano Napulion di Fazio Malvasia; Ed egli a lui storpiò la manca mano 396Con una daga che brandita avia. Se di Manfredi un poco più lontano Era il soccorso, alcun non ne fuggia. Restò ferito quel della Balugola, 400E del tanto gridar gli cadde l’ugola.
Manfredi in sulla porta i suoi raccoglie, E l’inimico stuol frena e reprime; E poichè dal periglio si discioglie, 404Torna, e ripassa il Ren sull’orme prime: Nè potendo mostrar più degne spoglie, In atto di trofeo leva sublime Sopra una lancia l’acquistata Secchia, 408Che presentarla al Potta s’apparecchia;
Parendo a lui via più nobile e degno, Della vittoria, aver sul chiaro giorno Corsa Bologna, e trattone quel pegno 412Che sarebbe a’ nemici eterno scorno. Dalla Samoggia un messo a darne segno A Modana spedì senza soggiorno: E tosto la città si mise in core 416Di girgli incontro e fargli un bell’onore.
Era vescovo allor per avventura Della città messer Adam Boschetto, Che di quel gregge avea solenne cura, 420E ’l mantenea d’ogni contagio netto. Non dava troppo il guasto alla Scrittura; Ond’ era entrato al popolo in concetto, Ch’ in cambio di dir vespro e mattutino, 424Giucasse tutto ’l giorno a sbaraglino.
Questi, poichè venir dal messaggiero Con quella Secchia udì l’amica gente, Tolta per forza a un popolo sì fiero 428Di mezzo una città tanto possente; Si mise anch’egli in ordine col clero Per girla ad incontrar solennemente, E si fe’ porre intorno il pivíale 432Ch’ usava il dì di Pasqua e di Natale.
Un superbo robon di drappo rosso Si mise il Potta, e una berretta nera, Che mezzo palmo largo, e un dito grosso 436Avea l’orlo d’intorno alla testiera. Gli Anzíani appo lui col lucco indosso Seguivano a cavallo in lunga schiera Sopra certe lor mule afflitte e grame, 440Che pareano il ritratto della fame.
Gli portava dinanzi un paggio armato La spada nuda, e la rotella bianca; E avea dal destro e dal sinistro lato 444I due primi Anzían teste di banca. Lo stendardo del popolo spiegato Portava il conte Ettor da Villafranca, Giovinetto che Marte avea nel core, 448E nella bocca e ne’ begli occhi Amore.
Due compagnie di lance e di corrazze, Una dinanzi e l’altra iva di dietro. I cursori del popol colle mazze 452Facevan ritirar le genti indietro, Che correan tutte a gara come pazze Alla vicina porta di San Pietro, Per veder quella Secchia alla campagna, 456Credendosi che fosse una montagna.
In ultimo cinquanta contadine Con le gonnelle bianche di bucato, Nelle canestre lor di vinco fine 460Portavan pane, vin, torta in buon dato, Uova sode, frittate e gelatine, Al famoso drappello affaticato Che venia colla Secchia: e così andando, 464Giunsero alla Fossalta ragionando.
Quivi trovar che ’l prete della cura Gía confortando ancor gli agonizzanti: Gli assolvea da’ peccati, e ponea cura, 468Fra i paterni ricordi onesti e santi, Se ’n dito anella avean per avventura, O nelle borse o nel giubbon contanti; E per guardargli dagli furti altrui, 472Gli togliea in serbo, e gli mettea co’ sui.
Manfredi intanto apparve, e conducea Distinta a coppia a coppia la sua schiera. Portar la Secchia in alto egli facea 476Da Spinamonte, innanzi a la bandiera; E di mirto e di fior cinta l’avea, Sicchè spoglia parea pomposa e altera. Subito il Potta il corse ad abbracciare, 480Dicendogli: Ben venga mio compare.
Indi gli chiese come avea potuto Con quella Secchia uscir fuor di Bologna, Che non l’avesse ucciso o ritenuto 484Quel popolo per ira o per vergogna. Disse Manfredi: Iddio sa dare aiuto A chi si fida in lui, quando bisogna: Il nemico a seguirci ebbe due piedi, 488E noi quattro a fuggir, come tu vedi.
Fer poi le Cataline il loro invito Sull’erba fresca d’un fiorito prato: E perchè ognun moriva d’appetito, 492In un’avemmaria fu sparecchiato. Finita la merenda, e risalito A cavallo ciascuno al loco usato, Ripresero il cammino inver la porta, 496Raccontando fra lor la gente morta.
Sotto la porta stava Monsignore Coll’asperges in man dall’acqua santa, E intonando un mottetto in quel tenore 500Che fa il cappon quando talvolta canta. Manfredi dismontò per fargli onore, E l’inchinò con l’una e l’altra pianta; E baciato che gli ebbe il piviale, 504Se n’andaro alla chiesa cattedrale.
Quivi Manfredi in sull’altar maggiore Pose la Secchia con divozíone: E poich’ egli ed il clero e Monsignore 508Fecero al Santo lunga orazíone, Fu levata la notte alle tre ore, E dentro una cassetta di cotone Nella torre maggior fu riserrata, 512Dove si trova ancor vecchia e tarlata.
Canto secondo
la
SECCHIA RAPITA
CANTO SECONDO.
________
ARGOMENTO.
Mandano i Bolognesi ambasciatori Due volte a dimandar la Secchia invano: Onde con fieri ed ostinati cori 4S’armano quinci e quindi il monte e ’l piano. Chiamano Giove a concilio i Dei minori. Contendono fra lor Marte e Vulcano: Venere si ritira e si diparte, 8E ’n terra se ne vien con Bacco e Marte.
Già il quarto dì volgea che vincitori Dier la rotta ai Petroni i Gemignani; E per l’ira che ardea ne’ fieri cori, 12Restavano anco i morti in preda ai cani: Quando in Modana entrar due ambasciatori Con pacifici aspetti e modi umani; E smontati al Monton col vetturino, 16Chiesero all’oste s’egli avea buon vino.
Indi un messo spedir per impetrare Che l’ordine ch’avean fosse ascoltato. Cominciò il campanaccio a dindonare, 20E in un momento s’adunò il senato. Andar gli ambasciadori ad onorare Alessandro Fallopia e Gaspar Prato; E li condusser per diritta strada 24Alla sala ove il duca or tien la biada.
Un vecchio ranticoso affumicato, Pallido e vizzo, che parea l’inedia, E per forza tener co’ denti il fiato, 28E potea far da Lazzaro in commedia; Poichè due volte intorno ebbe mirato, Incominciò così dalla sua sedia: Messeri, io son Marcel di Bolognino, 32Dottor di legge e conte palatino.
Il mio collega è conte e cavaliero, E Ridolfo Campeggi è nominato. Io son uomo di pace, egli è guerriero; 36Io lettor dello studio, egli soldato. Or l’uno e l’altro ha qui per messaggiero Il nostro reggimento a voi mandato, Per iscusarsi del passato eccesso 40Che ’l popol nostro ha contra voi commesso.
Il popol nostro è un popol del demonio, Che non si può frenar con alcun freno; E s’io non dico il ver, che san Petronio 44Mi faccia oggi venir la vita meno. Sarà il collega mio buon testimonio, Che quando l’altra notte ei passò il Reno, Fu mera invenzíon d’un seduttore, 48Nè il reggimento n’ebbe alcun sentore.
Ma non si può disfar quel ch’è già fatto. D’ogni vostro disturbo assai ne spiace; E siam venuti qua per far riscatto 52De’ morti nostri, e ad offerirvi pace: Ma vogliam quella Secchia ad ogni patto, Che ci rubò la vostra gente audace; Perchè altramente andria ogni cosa in zero, 56E ci scorrucceremmo daddovero.
Qui chiuse il Bolognino il suo sermone; E rise ognun quanto potea più forte. Era capo di banca un Rarabone 60Dal Tasso, arcidottor cavato a sorte. Per soprannome gli dicean Tassone, Perch’era grosso e avea le gambe corte. Questi, poichè ’l Senato in lui s’affisse, 64Compose il volto, e si rivolse, e disse:
Che ’l vostro reggimento abbia mandato Due personaggi suoi sì principali A scusarsi con noi de’ danni dati, 68E a condolersi de’ passati mali; Nostra ventura è certo, e registrati Ne fieno i nomi lor ne’ nostri annali. A noi ancora in ver molto dispiace 72De’ vostri morti che Dio gli abbia in pace:
E se per sotterrargli or qui venite, La vostra ambascieria fia consolata. Ma quella pace che voi ci offerite 76Col patto della Secchia, è un po’ intricata; E conviene aggiustar pria le partite Con cui voi dite che ve l’han rubata; Perchè di secchie non abbiam bisogno, 80E ci crediam che favelliate in sogno.
Manfredi ch’era a quel parlar presente, Cavatosi il cappuccio, e in piè levato: Figlio è, disse, d’un becco, e se ne mente 84Chi vuol dir ch’io la Secchia abbia rubato. Di mezzo la città nel dì lucente Io la trassi per forza in sella armato: E tornerò, se me ne vien talento, 88Dov’è quel pozzo, e cacherovvi drento.
Siete mal informato, a quel ch’io veggio, Messer Marcello mio da un bolognino. Cappita (disse il cavalier Campeggio)! 92Voi siete bravo come un paladino. Orsù, ripiglierem, ch’io me n’avveggio, Colle trombe nel sacco oggi il cammino; Ma, Gemignani miei, io vi protesto 96Che ve ne pentirete assai ben presto.
Rispondeva Manfredi, e ne potea Seguir scandalo grave entro ’l senato, Se ’l Potta allor non vi s’interponea 100Con modo imperíoso e volto irato. Taci, frasca merdosa, egli dicea; Che questo è ius antico inviolato, Che possa un messaggier dir ciò che vuole 104Senza render ragion di sue parole.
Così gli ambasciatori usciron fuore, Ed alla patria lor feron ritorno. La quale il Baldi, principal dottore, 108Mandò con nuovi patti il terzo giorno; E la terra offería di Grevalcore, Se la Secchia tornava al suo soggiorno. Fu il dottor Baldi molto accarezzato, 112E alle spese del pubblico alloggiato.
Poscia di nuovo s’adunò il conseglio Dov’ egli fu introdotto il dì seguente. Il Baldi ch’era astuto come veglio, 116E sapea secondar l’onda corrente, Incominciò: Signori, esempio e speglio D’onor e senno alla futura gente; Io rendo grazie a Dio, che mi concede 120Di seder oggi in così degna sede.
E vengovi a propor cosa inudita, Che vi farà inarcar forse le ciglia. Giace una terra antica, e favorita 124Delle grazie del cielo a maraviglia, Col territorio vostro appunto unita, E lontana di qua tredici miglia. Già vi fu morto Pansa; e dal dolore, 128Nominata da’ suoi fu Grevalcore.
Ancor dopo tant’anni e tanti lustri Il suo nome primier conserva e tiene. Furon già stagni, e valli ime e palustri; 132Or son campagne arate e piagge amene: Non han però gli agricoltori industri Tutte asciugate ancor le natie vene; Ma vi son fondi di perpetui umori, 136Che sogliono abitar pesci canori.
Le Sirene de’ fossi, allettatrici Del sonno, di color vari fregiate, E del prato e dell’onda abitatrici, 140Fanvi col canto lor perpetua state. I regni dell’aurora almi e felici Paiono questi, ove son genti nate, Che ne’ costumi e ne’ sembianti loro 144Rappresentano ancor l’età dell’oro.
Or così degna terra e principale Vi manda ad offerir la patria mia, Se quella Secchia che toglieste a un tale 148De’ nostri col malan che Dio gli dia, Quando i vostri l’altrier fer tanto male E sforzaron la porta che s’apría, Sarà da voi al pozzo rimandata 152Pubblicamente, donde fu levata.
Mentre vi s’offre la Fortuna in questo, Di cambiare una secchia in una terra; Ricordatevi sol, che volge presto 156Il calvo a chi la chioma non afferra. Se non cogliete il tempo, i’ vi protesto Ch’avrete lunga e faticosa guerra: Nè potrete durare alla campagna; 160Che s’armerà con noi tutta Romagna.
Qui tacque il Baldi; e nacque un gran bisbiglio, Nè fu chi rispondesse alcuna cosa: Ma si conobbe in un girar di ciglio, 164Che la mente d’ognuno era dubbiosa. Alfin per consultare ogni periglio, E non urtare in qualche pietra ascosa, Fecero al Baldi dir ch’era presente, 168Ch’avrebbe la risposta il dì seguente.
Il dì che venne, il cambio fu approvato, E disser che la Secchia eran per darla, Sottoscritto il contratto e confirmato, 172A qualunque venisse a ripigliarla; Perch’altramente non volea il senato Con atto indegno al pozzo ei rimandarla; Che in questo il reggimento era in errore, 176Se credea di dar legge al vincitore.
Il Baldi si scusò che non avea Ordine d’alterar la sua proposta; Ma che l’istesso giorno egli volea 180Ritornare a Bologna per la posta: E se ’l partito alla città piacea, Avrebbe rimandato un messo a posta. Così conchiuso, il Baldi fe’ ritorno; 184Nè si seppe altro fino al terzo giorno.
Il terzo dì, ch’ognun stava aspettando Che non avesse più la pace intoppo, Eccoti un messaggier venir trottando 188Sopra d’un vetturin spallato e zoppo: E tratta fuori una protesta o un bando, L’affisse al tronco d’un antico pioppo Che dinanzi alla porta di sua mano 192Avea piantato già san Gemignano.
Dicea la carta: Il popol bolognese Quel di Modana sfida a guerra e morte, Se non gli torna in termine d’un mese 196La Secchia che rubò sulle sue porte. Affisso il foglio, subito riprese Il suo cammin colui, spronando forte Quel tripode animale; e in un momento 200Parve che via lo si portasse il vento.
Qual resta il pescator che nella tana Mette la man per trarne il granchio vivo, E trova serpe o velenosa rana, 204O qualsivoglia altro animal nocivo: Tal la gente del Potta altera e vana, Trovar credendo un popolo corrivo; Quando sentì quella protesta, tutta 208Raggrinzò le mascelle e si fe’ brutta.
Ma come ambizíosa per natura, Dissimulando il naturale affetto, Mostrò di non curar quella scrittura, 212E le minacce altrui volse in diletto. Non ristorò le ruinate mura, Non cavò delle fosse il morto letto; Nè di ceder mostrò sembianza alcuna 216Alla forza nimica o alla fortuna:
Ma scrisse a Federico in Alemagna, Quant’era occorso; e di suo aiuto il chiese. La milizia del pian, della montagna 220A preparar segretamente attese; Fe’ lega per un anno alla campagna Col popol parmigian, col cremonese; Scrisse nella città fanti e cavalli: 224Indi tutta si diede a feste e balli.
La Fama intanto al ciel battendo l’ali, Con gli avvisi d’Italia arrivò in corte; Ed al re Giove fe’ sapere i mali 228Che d’una Secchia era per trar la sorte. Giove che molto amico era ai mortali, E d’ogni danno lor si dolea forte; Fe’ sonar le campane del suo impero, 232E a consiglio chiamar gli Dei d’Omero.
Dalle stalle del ciel subito fuori I cocchi uscir sovra rotanti stelle, E i muli da lettiga, e i corridori 236Con ricche briglie e ricamate selle. Più di cento livree di servidori Si videro apparir pompose e belle, Che con leggiadra mostra e con decoro 240Seguivano i padroni a concistoro.
Ma innanzi a tutti il Principe di Delo Sopra d’una carrozza da campagna Venía correndo e calpestando il cielo 244Con sei ginnetti a scorza di castagna. Rosso il manto, e ’l cappel di terziopelo, E al collo avea il toson del re di Spagna: E ventiquattro vaghe donzellette 248Correndo gli tenean dietro in scarpette.
Pallade sdegnosetta e fiera in volto, Venía su una chinéa di Bisignano; Succinta a mezza gamba, in un raccolto 248Abito mezzo greco e mezzo ispano: Parte il crine annodato e parte sciolto Portava, e ne la treccia a destra mano Un mazzo d’áironi alla bizzarra, 252E legata all’arcion la scimitarra.
Con due cocchi venía la Dea d’Amore: Nel primo er’ ella e le tre Grazie e ’l Figlio, Tutto porpora ed or dentro e di fuore, 256E i paggi di color bianco e vermiglio: Nel secondo sedean con grand’onore Cortigiani da cappa e da consiglio, Il braccier della Dea, l’aio del Putto, 260Ed il cuoco maggior mastro Presciutto.
Saturno, ch’era vecchio e accatarrato, E s’avea messo dianzi un serviziale, Venía in una lettiga riserrato, 264Che sotto la seggetta avea il pitale. Marte sopra un cavallo era montato, Che facea salti fuor del naturale: Le calze a tagli, e ’l corsaletto indosso, 268E nel cappello avea un pennacchio rosso.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of La secchia rapita.
