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Della architettura della pittura e della statua

Leon Battista Alberti · 1782 · Free in the US

220,782 words · about 15 h 28 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1782 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Della_architettura_della_pittura_e_della_statua&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Leon Battista Alberti
Language
Italian
Published
1782
Length
220,782 words · about 15 h 28 min
Sections
145 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (145)
  1. Alli studiosi delle tre arti about 2 min
  2. Vita di Leonbatista Alberti about 12 min
  3. Indice delle opere di Leonbatista Alberti under 1 min
  4. Proemio about 9 min
  5. Libro primo – Cap. I about 2 min
  6. Libro primo – Cap. II about 3 min
  7. Libro primo – Cap. III about 7 min
  8. Libro primo – Cap. IV about 8 min
  9. Libro primo – Cap. V about 4 min
  10. Libro primo – Cap. VI about 4 min
  11. Libro primo – Cap. VII about 3 min
  12. Libro primo – Cap. VIII about 7 min
  13. Libro primo – Cap. IX about 4 min
  14. Libro primo – Cap. X about 5 min
  15. Libro primo – Cap. XI about 4 min
  16. Libro primo – Cap. XII about 7 min
  17. Libro primo – Cap. XIII about 4 min
  18. Libro secondo – Cap. I about 6 min
  19. Libro secondo – Cap. II about 4 min
  20. Libro secondo – Cap. III about 3 min
  21. Libro secondo – Cap. IV about 6 min
  22. Libro secondo – Cap. V about 2 min
  23. Libro secondo – Cap. VI about 8 min
  24. Libro secondo – Cap. VII about 4 min
  25. Libro secondo – Cap. VIII about 5 min
  26. Libro secondo – Cap. IX about 4 min
  27. Libro secondo – Cap. X about 5 min
  28. Libro secondo – Cap. XI about 8 min
  29. Libro secondo – Cap. XII about 4 min
  30. Libro secondo – Cap. XIII about 5 min
  31. Libro terzo – Cap. I about 4 min
  32. Libro terzo – Cap. II about 4 min
  33. Libro terzo – Cap. III about 4 min
  34. Libro terzo – Cap. IV about 3 min
  35. Libro terzo – Cap. V about 4 min
  36. Libro terzo – Cap. VI about 5 min
  37. Libro terzo – Cap. VII about 3 min
  38. Libro terzo – Cap. VIII about 5 min
  39. Libro terzo – Cap. IX about 3 min
  40. Libro terzo – Cap. X about 4 min
  41. Libro terzo – Cap. XI about 5 min
  42. Libro terzo – Cap. XII about 6 min
  43. Libro terzo – Cap. XIII about 5 min
  44. Libro terzo – Cap. XIV about 8 min
  45. Libro terzo – Cap. XV about 4 min
  46. Libro terzo – Cap. XVI about 7 min
  47. Libro quarto – Cap. I about 7 min
  48. Libro quarto – Cap. II about 13 min
  49. Libro quarto – Cap. III about 8 min
  50. Libro quarto – Cap. IV about 5 min
  51. Libro quarto – Cap. V about 5 min
  52. Libro quarto – Cap. VI about 13 min
  53. Libro quarto – Cap. VII about 3 min
  54. Libro quarto – Cap. VIII about 4 min
  55. Libro quinto – Cap. I about 6 min
  56. Libro quinto – Cap. II about 5 min
  57. Libro quinto – Cap. III about 4 min
  58. Libro quinto – Cap. IV about 4 min
  59. Libro quinto – Cap. V about 2 min
  60. Libro quinto – Cap. VI about 4 min
  61. Libro quinto – Cap. VII about 4 min
  62. Libro quinto – Cap. VIII about 4 min
  63. Libro quinto – Cap. IX about 2 min
  64. Libro quinto – Cap. X about 4 min
  65. Libro quinto – Cap. XI about 8 min
  66. Libro quinto – Cap. XII about 6 min
  67. Libro quinto – Cap. XIII about 5 min
  68. Libro quinto – Cap. XIV about 4 min
  69. Libro quinto – Cap. XV about 4 min
  70. Libro quinto – Cap. XVI about 5 min
  71. Libro quinto – Cap. XVII about 15 min
  72. Libro quinto – Cap. XVIII about 5 min
  73. Libro sesto – Cap. I about 4 min
  74. Libro sesto – Cap. II about 5 min
  75. Libro sesto – Cap. III about 6 min
  76. Libro sesto – Cap. IV about 8 min
  77. Libro sesto – Cap. V about 4 min
  78. Libro sesto – Cap. VI about 6 min
  79. Libro sesto – Cap. VII about 5 min
  80. Libro sesto – Cap. VIII about 7 min
  81. Libro sesto – Cap. IX about 6 min
  82. Libro sesto – Cap. X about 4 min
  83. Libro sesto – Cap. XI about 2 min
  84. Libro sesto – Cap. XII about 3 min
  85. Libro sesto – Cap. XIII about 5 min
  86. Libro settimo – Cap. I about 8 min
  87. Libro settimo – Cap. II about 4 min
  88. Libro settimo – Cap. III about 5 min
  89. Libro settimo – Cap. IV about 5 min
  90. Libro settimo – Cap. V about 5 min
  91. Libro settimo – Cap. VI about 4 min
  92. Libro settimo – Cap. VII about 6 min
  93. Libro settimo – Cap. VIII about 6 min
  94. Libro settimo – Cap. IX about 10 min
  95. Libro settimo – Cap. X about 7 min
  96. Libro settimo – Cap. XI about 4 min
  97. Libro settimo – Cap. XII about 7 min
  98. Libro settimo – Cap. XIII about 4 min
  99. Libro settimo – Cap. XIV about 4 min
  100. Libro settimo – Cap. XV about 5 min
  101. Libro settimo – Cap. XVI about 8 min
  102. Libro settimo – Cap. XVII about 5 min
  103. Libro ottavo – Cap. I about 5 min
  104. Libro ottavo – Cap. II about 8 min
  105. Libro ottavo – Cap. III about 10 min
  106. Libro ottavo – Cap. IV about 4 min
  107. Libro ottavo – Cap. V about 5 min
  108. Libro ottavo – Cap. VI about 12 min
  109. Libro ottavo – Cap. VII about 18 min
  110. Libro ottavo – Cap. VIII about 8 min
  111. Libro ottavo – Cap. IX about 6 min
  112. Libro ottavo – Cap. X about 5 min
  113. Libro nono – Cap. I about 8 min
  114. Libro nono – Cap. II about 5 min
  115. Libro nono – Cap. III about 6 min
  116. Libro nono – Cap. IV about 7 min
  117. Libro nono – Cap. V about 13 min
  118. Libro nono – Cap. VI about 9 min
  119. Libro nono – Cap. VII about 4 min
  120. Libro nono – Cap. VIII about 7 min
  121. Libro nono – Cap. IX about 4 min
  122. Libro nono – Cap. X about 8 min
  123. Libro nono – Cap. XI about 4 min
  124. Libro decimo – Cap. I about 10 min
  125. Libro decimo – Cap. II about 5 min
  126. Libro decimo – Cap. III about 5 min
  127. Libro decimo – Cap. IV about 6 min
  128. Libro decimo – Cap. V about 3 min
  129. Libro decimo – Cap. VI about 13 min
  130. Libro decimo – Cap. VII about 14 min
  131. Libro decimo – Cap. VIII about 5 min
  132. Libro decimo – Cap. IX about 3 min
  133. Libro decimo – Cap. X about 6 min
  134. Libro decimo – Cap. XI about 6 min
  135. Libro decimo – Cap. XII about 11 min
  136. Libro decimo – Cap. XIII about 6 min
  137. Libro decimo – Cap. XIV about 2 min
  138. Libro decimo – Cap. XV about 4 min
  139. Libro decimo – Cap. XVI about 5 min
  140. Libro decimo – Cap. XVII about 7 min
  141. Libro primo about 34 min
  142. Libro secondo about 45 min
  143. Libro terzo about 17 min
  144. Della statua about 29 min
  145. Imprimatur under 1 min

Continue:

Alli studiosi delle tre arti

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Ra gli Studj più coltivati nel nostro secolo, uno de’ primi si è quello delle belle Arti Pittura, Scoltura, e Architettura, e non vi ha Studio, che più di questo manchi de’ Libri degli Antichi Maestri, essendo divenuti rarissimi, talmente che, non se ne trovano che rare volte, ed a caro prezzo. Considerando a questo venni alcuni anni sono in pensiero di ristampare li più insigni, e rari, e scielsi per primo le Opere dell’Insigne Maestro Leonbatista Alberti Fiorentino, quale ha trattato di tutte e tre l’Arti suddette, e particolarmente a lungo dell’Architettura. A tal effetto abbisognando di un’intelligente di tal Arte per disegnare, ed incidere le Tavole, scielsi il diligente Signor Pio Panfilj Pittore Fermano, ed alla nostra Accademia Clementina nell’Instituto delle Scienze aggregato, e siccome non era questi perito in allora nell’Arte dello Intaglio, gli commisi (acciò ne facesse la pratica) di nuovamente disegnare, ed intagliare in forma comoda, cioè in ottavo, il di , tanto importante alla Gioventù studiosa, non andando per le mani di essi in tal forma che edizioni scorrettissime, e malamente incise. Nella prefazione a questo Libretto indicai l’idea mia suddetta accennando che l’averei mandata ad effetto, aggradito che questo fosse: l’esito felice di esso mi ha fatto conoscere esserlo stato, poichè mi convenne in poco tempo di più volte ristamparlo. Da ciò adunque incoraggito feci dar mano all’ideato lavoro, e poichè l’Alberti scrisse le sue Opere in lingua Latina, poco intesa dalla maggior parte de’ Professori di tali Arti, mi sono servito per questa edizione delle traduzioni di stampate in Venezia del 1565. e 1568., essendo le più stimate, sì per lo scrivere, che per l’uniformità agli originali dell’Autore. Di queste si servì ancora Giacomo Leoni Architetto Veneziano per fare la sua bellissima edizione in Londra del 1726., quale ci ha servito anch’essa di esemplare per l’Intaglio delle Tavole, essendo l’originale Latino dell’Alberti affatto di queste privo, e quelle delle edizioni suddette intagliate in legno, e poco esatte, e pregevoli. Gradite quest’Opera che prima vi presento, e nuovamente incoraggitemi, per il seguito, promettendovi tutta la possibile diligenza acciò riescano esatte, e degne del vostro aggradimento.

Vita di Leonbatista Alberti

Uanto fusse antica, nobile e potente la famiglia de gli Alberti in Fiorenza, ne fanno fede le historie: e , che per certi rispetti volse rilevar il nome de’ Concini, non trovò più bella e spedita inventione, che di mettergli in compagnia con gli Alberti, assegnando una istessa origine all’una, et a l’altra famiglia. A noi basterà dire che nel 1304. erano già di grande autorità in Fiorenza, e che favorivano la fattione de’ Bianchi, e l’anno 1384. nelle feste che si fecero in Fiorenza per l’acquisto d’Arezzo, gli apparati, e le pompe de gli Alberti furono di tal magnificenza, che parvero più convenienti a qualunque gran prencipe ch’a persone private. Ne’ fasti de la republica si trova che gli Alberti hanno havuto nove volte il gonfalonerato, ch’era il supremo grado in honore et in potenza al quale potessero aspirare i Fiorentini. Ma nelle frequenti borasche, e moti de le cose publiche non hebbero sempre la fortuna favorevole. L’anno 1387. Cipriano e Benedetto de gli Alberti furono scacciati da la patria, e poi l’anno 1411. banditi infino a’ fanciulli di quella casa. Ma nel 1428. fu levato il bando, e dato ordine ch’ogn’uno potesse venire, e stare liberamente a Fiorenza. Il sopra nominato Cipriano fu padre di Alberto, di Lorenzo, e di Giovanni. Alberto Alberti fu prima canonico, e poi l’anno 1437. vescovo di Camerino: et Eugenio papa, che con tanta pompa e dimostratione d’af- fetto fu da’ Fiorentini nella loro città accolto, havendo nel tempo ch’egli vi celebrò il concilio, fatto prova de le virtù di quel prelato, per segno di gratitudine verso la sua natione, e per premio dovuto a’ suoi meriti, l’honorò del cardinalato. Lorenzo fratello d’Alberto lasciò più figlioli, Bernardo, Carlo et Leonbatista, le cui rare qualità porgeranno ampia materia di lodi a questo breve discorso. Con quanta cura, e con che disciplina questi fratelli fussero nella gioventù dal padre allevati, si legge nel trattato che l’istesso Leonbatista scrisse de le commodità, et incommodità de le lettere: dove egli racconta che tutte le hore del dì erano in tal maniera a varii loro studii distribuite, che mai restavano otiosi. Essendo giunti ad età più matura, oltre lo studio de le lettere, Carlo abbracciò la cura de’ negotii domestici, ma Leonbatista non tenendo conto di altro che di libri, tutto si diede alla coltura dell’ingegno, e fece tanto profitto nelle scienze, che si lasciò addietro quanti con fama valent’huomini vivevano al suo tempo.

Il primo saggio ch’egli diede de la vivacità, et acutezza del suo genio fu nell’ingannare con una dotta, et ingegnosa burla, e con più successo che non fece poi il , il giudicio de’ letterati del suo tempo: perche trovandosi in età di venti anni allo studio di Bologna, compose di nascosto una favola chiamata Philodoxios, sotto nome di Lepido comico, la quale poi, quasi capitatagli di nuovo, e cavata da vecchio manoscritto, ei publicò per antica. E veramente Alberti imitò in quella con tanta felicità la prisca dicitura de’ comici Latini, ch’essendo pervenuta nelle mani di , il quale fu da tutti tenuto per paragone de la vera e più pura Latinità, egli la fece stampare in Lucca l’anno 1588. dedicandola ad , personaggio ancora egli di profonda eruditione, come se fosse stata opera di scrittore antico. Lepidam Lepidi, antiqui comici, quisquis ille fit, fabulam ad te mitto, eruditissime Persi, quæ cum ad manus meas pervenerit, perire nolui: et antiquitatis rationem habendam esse duxi. Multa sunt in ea observatione digna, quæ tibi, totius vetustatis sollertissimo indagatori, non displicebunt, mihi certe cum placuerint, etc. Ma che l’Alberti habbia composto questa favola nel vigesimo anno della sua età, egli stesso l’ha voluto significare nel prologo: Non quidem cupio, non peto in laudem trahi, quod hac vigesima annorum meorum ætate, hanc ineptius scripserim fabulam. Verum exspecto inde haberi apud vos hoc persuafionis, non vacuum me scilicet, non exundique incure meos obivisse annos. Havendo dunque Alberti in quella età sperimentato le sue forze, non vi fu scienza ch’egli con lo studio non si acquistasse, non lasciando passare alcun giorno senza leggere o comporre qualche cosa, come egli stesso affirma: et hebbe l’ingegno così facile, che parve ugualmente nato ad ogni sorte di discipline: ne si sa se fusse meglio oratore o poeta, se più eccel- lente scrittore Latino o Toscano, se più valesse nelle scienze pratiche o speculative, e se con più gravità ragionasse de le cose rilevate, o con più leggiadria et urbanità de le ordinarie, e basse.

Si legge ch’una volta , vero Mecenate del suo secolo, per passar con manco fastidio i più gran caldi dell’estate, fece nella selva di Camaldoli una ragunata di personaggi illustri in ogni sorte di letteratura, fra quali , , Leonbatista Alberti, , e erano i principali. Qual fusse la conversatione di sì dotte persone ogn’uno selo può imaginare. Ma più di nissun’altro si fece ammirar l’Alberti, il quale con discorsi rilevati, e pieni di sublime dottrina fece vedere a pieno che nell’ sotto la scorza di varie, e vaghe fintioni, si nascondevano i più alti segreti de la filosofia, e che era un vero, e reale filosofo, ma vestito fantasticamente e da poeta. Così sodi ragionamenti fecero tal impressione nell’animo de gli ascoltanti, che Cristoforo Landino (ch’in quella occasione volse essere il segretario dell’assemblea) gli registrò tutti in un libro, e ne formò poi quell’opera che si vede stampata in lingua Latina sotto nome di Questioni Camaldolensi: nelle quali verso il fine così scrive il Landino: Hæc sunt quæ de plurimis longeque excellentioribus, quæ Leo Baptista Albertus memoriter, dilucide, ac copiose, in tantorum virorum consessu disputavit, meminisse volui.

Lasciò Alberti molte belle compositioni in Latino et in Toscano, de le quali si vedrà quì di sotto un copioso indice. Fra le opere Latine è digna d’ererna lode, e si può paragonare con tutta l’antichità, quella ch’è intitolata il Momo, la quale per la sua eccellenza, nel medesimo anno 1520. fu stampata due volte in Roma. E veramente in quella con straordinaria vaghezza, e non pensato artifitio, scherzando, ridendo, burlando, si spiegano in quattro libri quelle cose, che gli altri con maniere gravi, e severe scrissero de la filosofia morale, essendosi però egli principalmente proposto di toccare quelle che a formare un perfetto, et ottimo principe s'aspettano, e cognoscere i costumi di quelli che gli vanno attorno. Bella è ancora l’operetta chiamata Trivia, overo de le cause attenenti a’ senatori, e quella ch’egli intitolò De iure, cioè dell’amministrar la giustitia, de le quali non sò per qual cagione , che traslatò in lingua Italiana, e fece stampare in un volume molti opuscoli di Leonbatista Alberti, n’abbia fatto il quinto e sesto libro del Momo, overo del Principe. Scrisse un libretto di favole, nelle quali si dice che nella bizzarria de’ concetti habbia superato . Compose ancora un trattato de la vita e costumi del suo cane, et un altro sopra la mosca, potendo con artifitiosa maniera scherzar de le cose rilevate, e gravi, e filosofar de le basse, et abbiette. Nella lingua Italiana ha lasciato tre libri dell’Economia, et alcune cose amorose in prosa & in versi, e fu il primo (come scrive nella sua vita) che tentasse di ridurre i versi volgari alla misura de’ Latini, come si vede in quella sua epistola.

Ma nel ragionar del singolare genio dell’Alberti in ogni genere di polite lettere, e del luogo ch’egli tiene fra gli huomini letterati, mi sento tirato da gente d’altra professione, cioè da pittori, & architetti, che come suo lo pretendono, e mostrandomi quanto egli hà operato in pittura & architettura, mi chiamano indietro, e quasi che io habbia a scrivere le virtù d’un altro Alberti, mi sforzano di far passaggio da le scienze speculative alle arti pratiche, e mecaniche. E veramente fu tanta la capacità e vastità dell’ingegno del nostro Alberti, che potè non solamente con generali notitie tutte le discipline abbracciare, ma descendere ancora al particolare di ciascuna, & applicandosi a qualsivoglia cosa, far credere a gli huomini, che mai ad altro non havesse il suo nobilissimo intelletto impiegato, pareggiando, anzi avanzando quelli ch’in tale professione si stimavano i migliori. Erano nel suo tempo a fatto spenti gli studii dell’architettura, o se pur qualche cognitioni se ne havevano, furono tanto corrotte, e lontane da la politezza e nobiltà dell’antico secolo Romano, che nell’operare producevano effetti rozzi. Leonbatista Alberti fu il primo che tentasse di ridurre quell’arte alla sua prima purità, e scacciando la barbarie de’ secoli Gotichi introducesse in quella l’ordine, e la proportione, si che da tutti fu universalmente chiamato il Vitruvio Fiorentino. La fama del suo nome indusse Nicolò V. pontefice a valersi di lui nell’ordinare molte fabriche in Roma, & a confidarsi tanto più ne’ suoi consigli, quanto che da personaggio di alto merito, e suo familiare fu particolarmente informato de le sue rare qualità.

Fece per Sigismondo Pandolfo Malatesta signore di Rimino il disegno de la Chiesa di S. Francesco, la quale si principiò l’anno 1447., e riuscì una de le più superbe, e sontuose d’Italia. Fu condotta al termine ch’oggi si vede, l’anno 1550. E perche il Vasari, in occasione di minor momento assai prolisso, nella descrittione di questo tempio s’è mostrato molto scarso di parole, benche per il soggiorno ch’egli fece in Rimino, dove dipinse il S. Francesco che si vede nell’altar maggiore di detta fabrica, habbia potuto osservarne minutamente tutte le parti, noi per supplire in parte alla sua negligenza, e per onorare tanto più la memoria dell’architetto, scriveremo quello che nel considerarla più volte ci è parso degno di essere osservato. E cominciando da la facciata, diremo che si vede un bellissimo bassamento, tutto di marmo d’Istria, il qual corre d’intorno a tutta la fabrica, et hà per corniciamento un bell’ornamento di fogliami et arme Pandolfeschi, intralciate insieme con vaga inventione. Sopra di esso salgono quattro colonne cannellate d’ordine composito, e di mezzo rilievo. I tre interstitii sono occupati da tre nicchie, de le quali quella di mezzo fà la porta maggiore, che và dentro alquanto con un bellissimo fogliamo: segue poi l’architrave, il freggio, et il cornicione, sopra del quale, dirimpetto alla porta vi andavano con l’istesso ordine due pilastri con una nicchia in mezzo, la quale se fusse stata fatta, havrebbe servito per dar lume alla navata di mezzo, et per collocarvi la statua del Signore Nel fianco del tempio di fuori, con superba e nobile inventione si vedono sette archi grandi, e sotto di essi altrettanti sepolcri, fatti a posta per servire di depositi d’huomini illustri Riminesi. La parte interiore de la fabrica non cede punto all’esteriore ne in grandezza di disegno, ne in delicatezza d’ornamenti, i quali, benche habbino un non so che di Gotico, se si considera la rozzezza di quel secolo, non sono tuttavia senza lode. I marmi di diverse sorti, cosi dentro come di fuori, sono stati con profusione adoprati, e si legge nella vita di Sigismondo, ch’egli passando con le sue genti vicino a Ravenna, ne spogliò con quella occasione le chiese antichissime di S. Severo, e di Classi, levandone le incrostature, e conducendo a Rimino tutto quello che più gli pareva a proposito per compire la sua opera, a tal punto che da Pio secundo fu meritamente biasimato, e chiamato sacrilego. In una de le capelle, che sono sei, si vedono le sepolture assai belle e ricche di Sigismondo, e di Isotta sua moglie, e sopra una (come scrive il ) è il ritratto di esso signore, et in altra parte dell’istessa opera quello di Leonbatista.

L’anno 1551. Lodovico Gonzaga marchese di Mantova, il quale era divotamente affettionato all’Annunciata di Fiorenza, per un voto fattole da la sua consorte, per cagione d’un parto felice, fece fabricare, col disegno di Leonbatista, il coro, overo tribuna, che di presente si vede in quella chiesa, con l’armi intorno de la famiglia Gonzaga: la quale si come fà fede de la magnificenza di quel signore, cosi mostra il valore dell’architetto, che con maniera capricciosa, e molto difficile ordinò quell’edificio a guisa d’un tempio tondo con nove capelle d’intorno. E perche vi sono certe cose che non rispondono all’occhio con tutta quella gratia che si richiede, parendo per il giro de la fabrica che gli archi de le capelle, quando si guardano per profilo, calchino in dietro, rimandiamo il lettore a quanto ne scrive il Vasari.

L’istesso marchese volendo nella propria città riedificare da le fondamenta la chiesa di S. Andrea, venerabile per il sangue di Cristo, che vi si conserva, l’anno 1472. chiamò a se l’Alberti, e significandogli il pensiero ch’egli haveva d’illustrare Mantova con un nobilissimo, e superbissimo tempio, gli fece fare il modello del no- vo tempio c’ hoggi si vede: il quale è tutto di terra cotta in forma di Croce, con una volta sola che forma la parte inferiore di quella, sovraposta al corpo maggiore de la chiesa, lungo braccia 104., e largo braccia 40. senza catena alcuna di ferro, o legno che lo sostenti, et è tutto d’opera composita, con tre capelle grandi per ogni parte, et altrettante picciole. Nelle braccia de la croce vi sono due capelle per ciascuno opposte l’una all’altra. Il mezzo poi del quadrato, dove si deve fabricar la cupola, è largo braccia presso a quaranta. Oltre il quadrato de la cupola vi è il coro di forma ovale, lungo braccia 52., e largo quanto è il corpo de la chiesa, il quale con il predetto quadro fu l’anno del Salvatore 1600. fornito fino alli ultimi corniciamenti, conforme al modello antico dell’Alberti. La facciata è compartita in tre porte, la maggior de le quali ch’è nel mezzo, è ornata di marmi bianchi, con fogliami bellissimi diligentemente intagliati, e le portelle da i lati sono di marmi bigi, lavorati anch’essi. Chi volesse vedere ogni cosa più particolarmente decritta legga nel libro sesto dell’, dal quale habbiamo cavato quanto si è accennato di sopra. nella c’insegna ch’il medesimo Alberti nell’istessa città diede principio alla chiesa di S. Sebastiano. Hebbe per aiutante, e fedele esecutore de’ suoi disegni a Mantova un Luca Fiorentino, il quale haveva già lavorato per lui a Fiorenza nella fabrica del coro dell’Annunciata.

Ma se Roma, Rimino, e Mantova debbono molto all’industria di Leonbatista, non meno si sente obligata la sua patria alla sua virtù, havendo egli assai contribuito alla sua bellezza. Fu ordinata in Fiorenza col suo disegno la facciata della chiesa di S. Maria novella, e con vago mescolamento di marmi neri, e bianchi artificiosamente ornata, e corrispondente alla grandezza di tutto il corpo dell’edificio. A Cosimo Rucellai diede il disegno del palazzo ch’egli fece fare nella strada che si chiama La vigna, e nella Chiesa di S. Brancacio si vede una capella di sua inventione. Fece egli molte altre cose, che per brevità si tralasciano. Lasciò pochissime opere di pittura. , che compose suo elogio, e gli diede loco fra gli illustri letterati, loda il ritratto ch’egli fece di se medesimo: il quale nel tempo che scrisse, si ritrovava in casa di Palla Rucellai, con altre Pitture del medesimo Alberti.

Si vede dunque da quanto habbiamo scritto di sopra, che per lo studio de le lettere, e per la cognitione del disegno, Leonbatista Alberti si può con ottima ragione registrar frà gli huomini famosi dell’una, e dell’altra professione. Anzi per maritarle più strettamente insieme, volse ch’i discorsi dell’una servissero ad illustrar le operationi dell’altra, facendo parlar quelle arti che per lo passato erano restate quasi mutole, lasciandone i precetti con bellissimo stile scritti in lingua Latina. La scultura fù la prima de la quale egli intraprendesse di trattare, scrivendone in lingua Latina un libretto intitolato della Statua. Scrisse poscia nella medesima lingua tre libri de la Pittura, da tutti gl’intendenti sommamente lodati, si per la dicitura nobile, e schietta, come anche per l’importanza de’ precetti. Nel primo si spiegano i principii dell’arte, tratti da la geometria. Il secondo contiene le vere regole, da le quali non deve mai dipartirsi il pittore, tanto nella compositione, quanto nel disegno, e colorito, che sono le tre cose alle quali si riducono tutte le considerationi, che far si possono nella Pittura. Nel terzo libro si ragiona dell’officio del pittore, e del fine ch’egli deve proponersi nel dipingere.

L’ultima opera di Leonbatista Alberti, e la più degna di tutte, essendo stata con più studio, e diligentia lavorata, è il libro ch’egli scrisse dell’architettura, nel quale con esquisito ordine, e facilità grande, si scuoprono tutti i secreti di quell’arte, che prima ne gli oscuri scritti di Vitruvio erano rinchiusi: ne si publicò se non dopo la sua morte da Bernardo suo fratello, che la dedicò a , come haveva destinato di fare l’istesso autore. Fu voltata in lingua Italiana, et illustrata di disegni da gentilhuomo Fiorentino, che la presentò a Cosimo de’ Medici l’anno 1550. Il medesimo Bartoli tradusse ancora i libri de la Pittura, e Scoltura, e gli fece stampare l’anno 1568. con gli altri opuscoli dell’Alberti. Si trovava già un’altra versione del trattato de la Pittura, fatta dal Domenichi, e stampata l’anno 1547.

Dopo aver per l'accompagnamento di questo volume con lingua a noi forestiera ragionato de le virtù di Leonbatista, et ammirato i frutti del suo fertilissimo ingegno, altro non ci resta a dire, se non che desideriamo per il merito di si grand’huomo, et ancora più per l’utile publico, e per la gloria de le lettere, che si raccolghino un di tutte le sue opere insieme: e per questo ne porremo quì di sotto la lista. Morì Alberti in Fiorenza sua patria, e fu sepolto nella chiesa di santa Croce.

Indice delle opere di Leonbatista Alberti

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Proemio

Li antichi nostri ci hanno lasciate molte, et varie arti, che giovano a bene, et commodamente vivere, acquistate da loro con grandissima industria, et diligenza. Le quali ancora che da per loro stesse tutte dimostrino quasi che a gara di andare a questo fine; cioè di giovare grandemente alla generatione humana: nientedimeno noi conosciamo che elle hanno un certo che, mediante il quale ciascuna da per se, pare che ne prometta particulare, et diverso frutto. Imperoche noi certo seguitiamo alcune arti per la necessità, et alcune approviamo per la utilità; et alcune sono in pregio, perche mediante lo operare di quelle, si viene in cognitione delle cose che dilettano; et quali siano queste arti, non fa mestiero che io dica; imperoche elle sono manifeste. Ma se tu andrai bene esaminando infra il grandissimo numero di tutte le arti; non ve ne troverai pur una, che (sprezzati gli altri) non consideri, et vadia dietro ad alcuni suoi particulari, et proprii fini. O se finalmente ne troverai alcuna, la qual sia tale che tu non possa o in modo alcuno mancarne, o che ella pure da per se ti arrechi utilità, congiunta con dilettatione, et grandezza; non debbi (secondo il mio parere) dal numero di queste tor via la Architettura. Imperoche ella alcerto, se il tutto andrai diligentemente esaminando, et publicamente, et privatamente alla humana generatione è commodissima, et oltra modo gratissima: et per dignità non infima infra le prime. Ma inanzi che io proceda più oltre, giudico che sia bene dichiarare chi è quello che io voglio chiamare Architettore: Percioche io non ti porrò inanzi un legnaiuolo, che tu lo habbi ad aguagliare ad huomini nelle altre scienze essercitatissimi; colui certo che lavora di mano, serve per instrumento allo architettore. Architettore chiamerò io colui, il quale saprà con certa, et maravigliosa ragione, et regola, sì con la mente, e con lo animo divisare; sì con la opera recare a fine tutte quelle cose, le quali mediante movimenti di pesi, congiugnimenti, et ammassamenti di corpi, si possono con gran dignità accomodare benissimo allo uso de gli huomini. Et a potere far questo, bisogna che egli habbia cognitione di cose ottime, et eccellentissime; et che egli le possegga. Tale adunque sarà lo Architettore. Ma torno a quel che io lasciai.

Sono stati alcuni che hanno detto, che la acqua, o vero il fuoco furono le cagioni principali che fecero, che gli huomini si ragunassero insieme: Ma a noi che consideriamo la utilità, et necessità delle coperture, et delle mura, facilmente sarà persuaso, che questa sia stata la cagione principale di conciliare, et ragunare gli huomini insieme. Ma non per questa sola cagione siamo obligati allo architettore, cioè, perche ne habbi fatti i cari, et sicuri luoghi, dove possiamo rifuggendo, defenderci da lo ardore del Sole, da i freddi et dalle tempeste, (avegna che ciò sia beneficio non piccolo) ma per questa ancora, cioè, perche egli ha trovato molte cose privatamente, et publicamente senza dubbio utilissime; et allo uso della vita humana sommamente accommodate. Quante honestissime famiglie havrebbon perdute et la nostra, et le altre Città del mondo, rovinate del tutto per la ingiuria de’ tempi: se le paterne habitationi non le havessero (quasi come ricevute nel grembo de’ loro antichi) difese, et favorite. Dedalo ne’ suoi tempi fu grandemente lodato, per haver fatto appresso de i Selinuntii una stanza in volta, nella quale si raccogliesse un vapore tanto tiepido, et piacevole, che movesse i corpi a mandar fuori gravissimi sudori: et gli sanasse con grandissima dilettatione. Che dirò io de gli altri che andarono investigando molte cose simili a queste; atte a giovare alla sanità: come luoghi da farsi portare, da notare, le stufe, et altri simili? O a che racconterò io i carri, et gli altri instrumenti da portare, i mulini, gli horiuoli, et simili cose minute: le quali nientedimeno sono al viver nostro di grandissimo momento? A che le abondanzie delle acque cavate de’ piu secreti et riposti luoghi; et esposte a tanto varie, et espedite comodità de gli huomini? A che i Trofei? i Tabernacoli, gli Edificii sacri, le Chiese, et simili, trovate per il culto divino, et utilità de’ posteri? A che finalmente le tagliate Ripe, i forati Monti, le ripiene Valli, i ristretti Laghi, gli sboccati Paduli nel mare, le fabricate Navi, i dirizzati Fiumi, le aperte Foci, i piantati Ponti, i fatti Porti, non solamente provedendo a le comodità de gli huomini per a tempo: ma aprendoli la via di potere andare per tutte le provincie del mondo. Onde è nato, che gli huomini scambievolmente hanno insieme accomunato l’uno a l’altro le vettovaglie, le spetierie, le gioie, et le notitie, et cognitioni delle cose, et tutto quello che è utile alla salute, et al modo della vita. Aggiugni a questo gli Instrumenti, et Machine da guerra; le Fortezze, et quelle cose che fanno di bisogno a difendere la libertà della Patria, et a mantenere l’honore, et ad accrescere la grandezza della Città: et ad acquistare et a stabilire uno Imperio. Io certo mi penso, che se si dimandassero tutte quelle Città, le quali dapoi in quà che è memoria de gli huomini son venute per assedio sotto lo imperio d’altri; da chi esse fussino state soggiogate, et vinte; elleno certo direbbono, dallo Architettore: Et di essere state sofficienti a sprezzare facilmente lo armato inimico; ma non già di essere state possenti di durare contro alla forza dello ingegno; et alla grandezza delle Machine, et allo impeto de gli instrumenti bellici; con le quali cose lo Architettore le strigneva, le infestava, et le rovinava. Et così per il contrario diranno quelle che sono state assediate, di non si essere difese con alcuna altra cosa più che con l’aiuto, et con le arti dello Architettore. Et se tu andrai esaminando le fatte espeditioni; troverai forse, che la maggior parte delle vittorie si sono acquistate più tosto per le arti, et per le virtuti de gli Architettori, che per i governi, o per le fortune de’ Capitani; Et che lo inimico è stato più volte superato, et vinto dallo ingegno degli Architettori, senza le armi de’ Capitani; che dalle armi de’ Capitani, senza l’ingegno degli Architettori. Et quel che grandemente importa, è che lo Architettore con poca gente, et senza perdere i soldati, vince. Hor sia quanto alla utilità detto abastanza. Ma quanto il pensiero, et il discorso dello edificare diletti, et sia fitto dentro ne gli animi de gli uomini, si vede da molte cose; et da questa ancora, che tu non troverai nessuno, purche egli habbia il modo, che non habbia dentro una certa inclinatione di edificare qualche cosa. Et che se egli harà col pensiero trovato cosa alcuna appartenente allo edificare, volentieri da se stesso non la dica, et non la manifesti allo uso de gli huomini; quasi che sforzato dalla natura. Et quanto spesso accade, che se bene noi siamo occupati in altre cose, non possiamo fare che con la mente, et con lo animo, non ci imaginiamo di fare alcuni edificii. Et guardando le altrui muraglie, subito con diligentia consideriamo tutte le proportioni, et misure, et le essaminiamo, et secondo le forze dello ingegno nostro, ricerchiamo che cose vi si potessero aggiugnere, levare, et mutare: Et avertiamo inoltre, in che modo elleno sariano più compiute, o più belle. Et se alcuno edificio sarà ben compartito, et perfettamente finito, chi sia quello, che non lo risguardi con dilettazione, et letitia grandissima? Ma a che racconterò io quanto et in casa, et fuori, non solamente habbi giovato, et dilettato a’ Cittadini la Architettura; ma gli habbi ancora grandemente honorati? Chi sarà colui, che non si reputi ad honore, lo havere edificato; essendo reputato ancora a gloria l’haver fatte un poco accuratamente le propie case ov’egli habiti? Gli huomini da bene approvano, et insieme si rallegrano, che tu con lo haver fatto un muro o un portico bellissimo, et postovi ornamenti di Porte, di Colonne, et di Coperture, habbi fatto il fatto tuo, et il loro; per questo certo piu che per altro, che e’ cognoscono che tu hai accresciuto con questo frutto delle tue ricchezze a te, al Casato, a’ descendenti, et alla Città tua molto di honore, et di dignità. Il Sepolcro di Giove diede principio a nobilitare la Isola di Creta, ne Delo era tenuto tanto in pregio per l’Oracolo d’Apolline; quanto per la forma, et bellezza della Città, et per la maiestà del tempio. Quanta autorità habbia arrecato l’edificare all’Imperio, et nome Romano, non accrescerò io con il mio dire, più che quella, che noi per i Sepolcri, et per le Reliquie dell’antica magnificentia, sparse per tutto, veggiamo haverne data cagione che si presti fede, a molte cose dette dalli Historiografi, le quali forse altrimente sarebbono parute incredibili. Lodava oltramodo la prudenza degli antichi, che havessino talmente adorna la lor Città d’ogni sorte di edificii; che mediante quegli la possanza loro apparisse molto maggiore che non era. Et chi è stato quello infra i grandissimi, et prudentissimi Principi, che tra le prime lor cure, o pensieri di perpetuare il nome, et la posterità sua, non si sia servito dell’Architettura? Ma di ciò sia detto abastanza. Questo finalmente sia vero, che per bisogno, per stabilità, per dignità, et per ornamento del Publico, siamo grandissimamente obligati all’Architettore. Il quale faccia che noi possiamo nella quiete, con tranquillità, allegrezza, et sanità; nel travagliare, con utilità, et guadagno; et nell’una, et nell’altra, senza pericolo, et con dignità ritrovarci. Non negheremo adunque ch’egli non sia da esser lodato, et tenuto in pregio, et da esser posto sì per la piacevolezza, et per la maravigliosa gratia delle opere; sì per la necessità, et per gli aiuti, et fortezza delle cose trovate da lui; sì per il frutto della futura etate, infra i primi huomini, che habbino meritato quali si siano premii, et honori. Laonde havendo noi conosciute queste cose esser talmente fatte, cominciammo per diletto dell’animo nostro a ricercare con più diligenza de l’arte, e de le cose loro. Et da che principii elleno derivassero, et di che parti fussino compote, et finite: Et havendole trovate varie di generi; di numero quasi infinite; di essentia maravigliose; di utilità incredibili; in modo che talvolta non era manifesto qual conditione di huomini, o qual parte di republica, o quale stato di Città, fusse più obligato allo Architettore; anzi allo Inventore di tutte le comodità; il publico, o il privato; le cose sacre, o secolari, lo starsi, o il travagliare, i particulari, o pur tutta la humana generatione, deliberammo per più cagioni, che qui sariano lunghe a raccontarsi di raccorre esse medesime cose, che in questi dieci libri sono scritte. Nel trattare delle quali terremo questo ordine. Noi certo habbiamo considerato, che lo edificio è un certo corpo fatto sicome tutti gli altri corpi, di disegno, et di materia: l’uno si produce dallo ingegno, la altra dalla natura: onde a l’uno si provede con applicamento di mente, et di pensiero, all’altra con apparecchiamento, et sceglimento. Et habbiamo ancora considerato, che ne l’uno, ne l’altra da per se, non è bastante, senza la mano d’uno esercitato Artefice, che sappia far componimento della materia con debito disegno. Et essendo vario lo uso de gli edificii bisognò andare investigando, se una medesima sorte di disegno si convenisse a tutte le maniere de gli edificii. Et per questa cagione habbiamo distinte le maniere de gli edificii. Nelle quali conoscendo noi, che era di grandissimo momento, il modo, et il componimento delle linee, infra di loro, dal quale potesse nascere uno composto, di eccessiva bellezza: Cominciammo per questo ad esaminare, che cosa fusse bellezza: et che bellezza: si convenisse a ciascuno edificio. Et avenga che in tutte queste si trovassero alcuna volta difetti: andammo investigando in che modo si potessino rimediare, o restaurare. Ciascun libro adunque è segnato con il suo titolo, secondo la varietà delle cose: percioche il Primo Libro tratta de’ Disegni, il Secondo della Materia, il Terzo de l’Opera, il Quarto di tutte le Opere in universale, il Quinto delle Opere in particulare, il Sesto de gli Ornamenti, il Settimo de l’adornare gli Edificii sacri, l’Ottavo de l’adornare gli Edificii publici, e secolari, il Nono de l’adornare gli Edificii particolari, e privati, il Decimo della restauratione de gli Edificii, aggiuntoci una varia historia delle acque, et come si trovino, et quello che nelle facende giovi lo Architettore.

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