Discorso intorno agli esercizi delle antiche donne
Gni uomo, valorosi Consocj miei, parla secondo il suo linguaggio; imperciocchè dal sommo Facitore varie tra gli uomini furono distribuite le fortune, nè v’ha luogo alcuno a dubitare, che fecondo lo stato, in cui ciascheduno si ritrova, quasi tenuto non sia di favellare, poichè altrimenti facendo, un assurdo verrebbe a commettere; ed eccovene una piccola dimostrazione. Il pecorajo rozzo abitatore d’alpestri monti, se ragionar egli volesse innanzi a voi tutti degli affari politici d’una Città, ovvero il Ministro nutrito all’ombra, e fra il lusso delle Corti, di pecore, e di mandre a far parole si mettesse, che non direste voi contro questi due differenti uomini, i quali non senza ridicolo pensamento a trattar si ponessero di ciò, che a loro per niun modo non si converrebbe? Quanto dunque di biasimo degni sono coloro, i quali a trattar si pongono di cose a loro non aspettanti, altrettanto sarà se non di lode, almeno di compatimento meritevole colui, il quale s’ingegna di favellare di quelle cose, che suo vero cibo pur sono. Io per tanto dall’ordine della natura non traviando, se a voi non dispiace ascoltarmi, di quelle faccende, che alle Donne appartengono, solo intendo farvi alcuna parola, ed eccomi. Negli scorsi giorni, mentre attendeva a’ miei domestici lavori, mi si leggeva un’erudita Opera del celebratissimo Marchese , dov’egli lagnandosi degli abusi, e disordini del nostro Secolo, così dice: Che diremo... del non capitar mai in tutto l’anno que’ giorni, in cui le Madri di Famiglia di attendere all’istruzione de’ figliuoli si sovvengano, e al reggimento domestico, e a que’ lavori, senza l’occupazione, e il piacer de’ quali ogni Donna, per grande che sia, si annoja più volte del vivere? A tali parole tosto mi venne talento d’investigare quai si fossero i lavori delle grandi, e nobili Donne de’ vecchi tempi. Perchè messami a ricercare agevolmente mi venne fatto di rinvenire, che le lane, ed il lino fu l’occupazione principale di esse appresso alcune delle più colte nazioni. Della Ebrea egualmente vecchia che il Mondo, in primo luogo abbiamo gli esempli di Rebecca, e Rachelle, le quali attendevano a filar lane, ed erano si può dire a ragione le prime Donne di que’ tempi, avvegnachè i loro mariti erano Signori d’un popolo numeroso. Oltracciò nelle Parabole di Salomone sicuro riscontro ne ritrovo, dove si descrive la Donna saggia: Quæsivit lanam, et linum, et operata est in consilio manuum suarum. Imperciocchè fa d’uopo attentamente osservare, che Salomone parla sibbene della Donna saggia, ma in uno dimostra eziandio, che ella era Signora dicendo, che il suo marito starà fra’ Senatori sulle porte della Città, dove anticamente tenevasi, come sapete, tribunale. E la Moglie di Tobia, che era uomo di non mediocre facoltà, ed era riputato fra primi della sua Tribù, sapeva tessere: ibat quotidie ad textrinam. Presso i Persiani all’incontro ritrovo, che il porre mano nella lana, ed il trattare il pennecchio, e ’l canestrino era alle Matrone ingiurioso mestiero, e vile; siccome appunto si osserva, che Alessandro avendo fatto presentare a Sisigambi madre di Dario alcuni drappi di finissima porpora co’ medesimi artieri, che lavorati gli aveano, dicendole, che qualor le piacesse, potea far sì, che le sue piccole figlie per mezzo di essi venissero istrutte nel lavoro delle lane, quella Principessa oltre il dovere dolente verso il messaggiero si dimostrò. Il perchè assai bene si comprende in quanto dispregio questi lavorieri tenuti fodero appo quella Nazione, la quale troppo di ricchezze abbondando, non sapea concedere alle sue Principesse, e Matrone di chinar la mano a tai cose. Ma se una simile occupazione fu tenuta a vile da’ Persiani, essa però non fu reputata per tale dagli Assirj, gente niente meno di quelli grande e potente; come ne fa prova l’esempio di Sardanapalo, stato ritrovato da Arbace a filare la porpora nel mezzo delle sue Donne, le quali, come quelle, che servivano a un tanto Re, convien credere, che fossero rimirate, e onorate come Signore.
Venendo a’ Greci poi veggiamo in alcune Principesse, che vanno ad attigner l’acqua alle fon- tane, e che lavano da loro medesime la biancheria della casa. Nè ci si opponga per avventura che fosse Poeta, mentrechè egli quanto è mirabile in ciò che spetta all’invenzione, è pur altrettanto fedel pittore de’ costumi, che praticavansi. Da pur si raccoglie, che le più illustri femmine a tesser il lino attendevano. E chi non sa, che la casta Penelope tutto lo studio poneva in filare e tessere seduta fra le sue Damigelle?
Un lenzuolo spirommi prima in mente Iddio, fermando una gran tela, in casa Tesser, sottile, e tutto tondo; e tosto Io loro dissi: Giovani che sete Miei pretendenti, poichè molto Ulisse ec.
E il Card. nel Libro intitolato, Primordia Corcyræ, là dove parla di Corfù: Era, dice egli, comune a tutte le femmine, anche alla Regina Areta, il filare, e tesser tele. Alessandro il Macedone si valea delle tonache domestiche gentilmente tessute dalle sue proprie sorelle. In somma appresso questa nazione tornava a molta lode alle Matrone il lavorio in lane, ed era segno di pudicizia, e di probità. Ora facciamoci ad esaminar il Romano costume, e qui vedremo quanto il lavoro delle lane in pregio fosse appresso questo Popolo, mentre sotto Romolo, e Tazio fu fatta una lega fra questi, e i Sabini, che le Donne Sabine sarebbero esenti da ogni altro lavoro, trattone quello della lana. E Servio Tullio usò una toga regia listata, tessuta da Tanaquil moglie di Tarquinio Prisco, la qual toga insieme con altra lana, colla rocca, e col fuso, e colle pianelle durarono illese nel tempio di Anco Marzio, siccome scrive , infino al suo tempo. Appresso questo abbiamo, che la famosa Lucrezia giorno e notte attendeva a filare insieme colle sue damigelle. Il poi, dove parla della disciplina, e de’ costumi delle Donne Romane, dice, che il filare le lane ed il lino era proprio delle Matrone, e delle libere, e il tessere, e colorire soltanto alle schiave, e ignobili apparteneva. La qual differenza del tessere e filare dopo l’ingrandimento di Roma si sarà forse introdotta. Sebbene a’ tempi d’Augusto sappiamo tuttavia come questo Monarca padrone del Mondo per buon tratto di tempo altri panni non vestì, che quelli o dalla sorella o dalla propria moglie fatti. Oltre i sopraddetti esempli moltissimi altri ne potrei addurre, i quali tralascio per non riuscire stucchevole troppo più che non è il dovere. E intanto mi piace conchiudere con una dotta ed utile riflessione, che fa in tal proposito ragionando il celebre compilatore della Storia Mr. . Osservo (dice egli in questo stesso racconto) alcune orme preziose della felice semplicità de’ tempi antichi, ne’ quali le Donne anche più qualificate si esercitavano in lavori utili, e talvolta anche penosi; in una parola, l’occupazione, la fatica, le cure domestiche sono il patri- monio delle Donne; e a questo le ha destinate la Provvidenza. La corruzione del Secolo ha unito a questi usi quasi tanto antichi quanto il Mondo un’idea di bassezza, e di disprezzo; ma per questo è stata forse sostituita qualche altra occupazione a questi duri, e vigorosi servizj, de’ quali una sana educazione rendeva il sesso capace, a questa vita laboriosa, e utilmente occupata nell’interno della casa? un molle, e stupido ozio, frivole conversazioni, vani intertenimenti, una passione per gli spettacoli, un furore pel giuoco. Si confrontino ora insieme questi due caratteri, e si giudichi da qual parte risplenda più il senno, il sodo giudizio, e il gusto del vero, e del naturale. Bisogna però confessare a gloria del Sesso, e della Nazione, che tra le Dame della più alta condizione ve ne son molte che prendono per debito, e per piacere l’impiegare le lor mani in lavori non frivoli, ma sodi, e che si preparano da se stesse una parte di suppellettili. Potrei aggiungnere, che ve ne sono altresì in gran numero di attente nel coltivare lo spirito con letture amene, e nel tempo stesso serie, ed utili. Fin qua il ; al che siami lecito d’aggiugnere un lodevolissimo esempio di due gloriosissime Imperadrici del nostro Secolo, cioè di Amalia, e Cristina Elisabetta, quella moglie di Giuseppe, e questa di Carlo, amendue le quali nel tempo che bollivano le sanguinose guerre, attendevano colle loro damigelle a cucire camicie, ed altri pannilini pe’ poveri soldati de’ loro eserciti, cosa in vero tanto più commendabile, quanto a ciò non ricercavansi tele finissime, ma per verità rozze, e grosse, e per- chè praticata in un Secolo depravato cotanto, in cui non solo le Principesse sdegnano chinar la dilicata mano a cose cotanto abbiette, ma le più tra le Donne Nobili tengono a vile l’impiegarsi ne’ lavori anco più necessarj di esse, non che della propria casa.
Continuazione del precedente Discorso intorno agli Esercizj convenienti alle Nobili Donne
Vendo io, come ben vi dee sovvenire, valorosi Compagni, nell’altra mia tornata esposto, il meglio ch’io seppi, qual si fosse l’uso de’ lavorieri appo le Nobili Donne de’ vecchi tempi; ora non isconvenevol cosa mi sembra il proseguire il mio Ragionamento trattando di ciò, che alla mia condizione, e al mio sesso appartiene, giacchè secondo il proverbio, Fabri fabrilia tractant: ognuno dee ingegnarsi di far parola di quelle cose, che non solo non può ignorar senza colpa, ma deve anzi per proprio esercizio adottare. Adunque siccome ho dimostrato, il tessere, e filare essere stato il mestiere usitatissimo, pel cui mezzo quelle valorose Donne gran fama, e appresso de’ Saggi estimazione si meritarono; così al presente intendo esporvi l’opinion mia intorno al cucire, e al ricamare, della cui cognizione vorrei principalmente, le vostre gentili Donne fossero corredate. Ma qual di queste due occupazioni anteporre si debba, e come a Nobil Femmina esse convengano, permettete, che ad esaminare mi faccia. L’uso del cucire quanto utile apporti alla famiglia,
chi di voi non è Anacoreta, quantunque alieno dall’accudire alle donnesche faccende, ben potrà dirlo, avvegnachè tutto dì necessariamente sotto gli occhi ne abbiam l’esperienza; mentre se nella propria casa la giubba, od il farsetto non si cuce, almen le camicie, e mille altre opportune cose sì per l’uomo, che per la donna fa di mestiere vederli cucire, senza le quali od il secolo dell’Oro, allora quando ogni sorta di persone di semplici ferine pelli la loro nudità ricopriva, dovrebbe fare ritorno, o noi non avremmo di che vestire le nostre membra. I pannilini a che uso sarebbon eglino, se coll’ago non si desse loro l’ultima mano? in somma in ogni sorta di drappi, o perchè al corpo si adattino, o perchè a qualunque s’è addobbo servire possano, viene in ajuto la tanto necessaria opera del cucirli insieme, ond’anco gli sdruciti, e logori si rassettano. Commendabile è in vero il ricamo, e a’ nostri giorni in tanto pregio salito, perciocchè sì belle, e magnifiche cose rappresenta a’ nostri occhi, uomini, ed animali, frutta, e fiori di ogni foggia, a tale, che meravigliosamente vale ad arricchire i vestimenti, ed addobbare le abitazioni; nulladimeno siccome tal lavorio non è assolutamente bisognoso al viver umano, così senza la cognizione di quello la Donna di famiglia potrà comparire per tale, purchè a lei del cucire non manchi l’arte. Buona nave, diceva , non si reputa quella, che pinta di preziosi colori ha il rostro d’argento, ma sì bene quella, che stabile e ferma ubbidisce al vento; nè buona spada è quella, cui il pendaglio sia di oro coperto, e fornito a gemme il fodero, ma bensì quella, che punge, e taglia per ogni verso. Così dove Seneca da ciò induce, che nell’uomo deesi attendere non quanto sia ricco e agiato ma quanto sia retto, e giusto; anche della Donna forse dir si potrebbe, che poco rileva, ch’ella sol servi all’esteriore ornamento, quando al bisogno della famiglia non vale a riparare. Pur troppo è necessario, che molte cure domestiche si raggirino pel capo delle femmine; quindi anco per questo il mestier del cucire sembra più opportuno, come quello, che nel mentre esso si esercita, lascia però campo alla mente di poter rivolgersi a più altre domestiche cure, quando all’opposto il ricamo così la mente occupa, che a quel solo deve intendere chi a perfezione vuoi condurre il lavoro. Il perchè di altissima lode fu degna Isabella moglie di Ferdinando Re di Spagna, la quale, come s’impara dal Dialogo di M. , volle, non che sdegnasse, che le quattro sue figlie nell’arte del cucire venissero istruite. E insino a qui basti l’aver narrato de’ vantaggi del cucire; facciamci ora a dire, quando a voi increscevole non riesca, alcuna cosa intorno al ricamo per vedere se un tale impiego più per avventura s’adatti alla condizione delle Nobili Donne, non ostante tutto quello, che abbiam detto di sopra. Or qui convien supporre, che di quest’arte eziandio abbisogni il Mon- do, avvegnachè egli è impossibile indurre gli uomini ad abbandonare ogni lusso contentandosi soltanto del necessario a sostenere la vita. Supposto dunque che una tal arte esister pur debba, e chi non vede, l’esercizio di questa alle gentili mani delle Nobili Donne meglio appartenere? Richiedendo primieramente una tal arte non tanto l’impiego della mano, quanto l’attenzione della mente, ecco che viene per tal modo ad aprirsi ampia via per salire in molta fama; imperciocchè questa vaghissima arte si paragona alla pittura per modo, che volendo dinotare il ricamo solevano gli antichi valersi dell’espressione acu pingere. Ora se moltissimi uomini immortal nome s’acquistarono per mezzo della pittura, come non potranno per mezzo del ricamo, perfettamente esercitato, egual nome pretender le Donne? Se ognuno di voi mi accorda essere la Donna oltre modo vaga di gloria per natura, chi mai dirà non doversi riserbare alla Nobile Donna così bel mezzo di giungere a quella? In oltre essendo, come già dicemmo, necessario al ricamo non solo l’opera della mano, ma tuttavia quella della mente, si viene coll’esercizio del medesimo a impedir lo svagare a’ pensieri di ozio, e a compiacenze di vanità. Più ancora col ritenere, che faccia la Nobile per se il ricamo, lascia libero campo d’impiegarsi nel cucire a tante mercenarie costrette a procurarsi il vitto colla propria industria, giacchè tolta è fra noi la schiavitù degli antichi, per la quale già infinite persone venivano da’ proprj padroni sostentate. Ulti- mamente mi giova far osservare, che, se Isabella fece ammaestrare le sue figliuole nel cucire, essa pur fece loro insegnare l’arte del ricamo, come lo stesso asserisce. Che perciò volendo io por fine al ragionare, soggiungerò brevemente quanto intorno a tutto ciò me ne pare, ed è, che sì nell’uno, che nell’altro mestiere le Nobili Fanciulle si debbano ammaestrare. Nel cucire perchè sappiano almeno sopraintendere utilmente alle lavoratrici col dar loro gli opportuni avvertimenti, e, quando d’uopo sia, sovvenir anco colle proprie mani al premuroso bisogno. E nel ricamare, perchè abbiano degna, e laudevole occupazione, con che mercarsi gloria, e far riparo a quel nemico dell’ozio, il quale siccome insidioso a tutti, così più infetto a chi abbonda di agj, sempre mai si dimostra.
Discorso intorno allo Spirito delle Donne
Gli non v’ha al mondo eminente luogo alcuno, Eruditi Accademici, al quale l’uomo, corredato di buona volontà, per mezzo della fatica giugnere non possa, attesochè non di rado uomini poc’anzi tolti all’aratro ed alla greggia noi veggiamo saliti in grandissima fama, ed estimazione, i più orrevoli posti nella Repubblica delle Lettere occupare. Servaci per infiniti altri l’esempio del famoso Pippo contadino sotto Fiesole, che senza aver lasciato mai di coltivare per molte ore del giorno quella terra, dove egli nacque, e fu quarant’anni nodrito, seppe divenire ec- cellente Matematico, Astronomo, intendente la Lingua Greca. Non è perciò da maravigliarsi, se oggi spoglia totalmente anch’io della conocchia, e del fuso, occupare mi vedete il più eminente seggio fra voi; imperciocchè essendo il nome d’uomo generico, a buona ragione sotto questo intender vuolsi la Donna ancora; cui sebbene dalla natura fu dato un temperamento men forte rispetto all’uomo, nulla ostante, a misura delle sue forze, Legge divina, o umana non v’ha, che le vieti il giungere dove cotanti valorosi uomini poggiarono, sicchè ella cantar possa col celebre :
Là dove hanno gli Eroi sede immortale Sola virtude è guida, Che più degli Astri, e più del Sol risplende: Per questo il cor, cui nobil speme affida, Del suo pensier sull’ale Fuor de’ terreni oltraggi il volo stende.
Per la qual cosa a misura anch’io della picciola mia capacità studierommi in questo giorno, se non d’onorare, come il merito richiede, la mia schiera donnesca, almeno di non farle disonore acciocchè biecamente in alcun tempo a riguardare essa non n’abbia. Anzi affinchè il mondo tutto sappia, quanto la medesima io stimi, e pregi, intendo breve- mente, e ’l meglio, che per me si potrà, ragionare intorno a quella cosa, che nella Donna Spirito si chiama. Ora dunque godendo io l’onore di presiedervi in questo per me fortunato giorno, darò senza mezzo al mio ragionamento principio. Bene spesso udimmo da questo e quel giovane adorator del nostro sesso per le civili adunanze narrar le prodezze di spirito di quella sua Donna, ch’egli onora, anzi idolatra, ovvero di Fillide, o Nice cotanto al suo leale amico gradita: ed altresì alcuno vedemmo, che totalmente a’ detti suoi opponendosi godeva dire questa, nè quella non aver ombra di spirito. Per la qual seconda opinione totalmente diversa dalla prima pur troppo dagli astanti a spalle altrui di grandi risate si fanno ponendo in canzone gli appassionati giudici. Che però hommi posto in cuore di voler questo Spirito osservare in che consista veramente, ed a ciò fare parecchi Autori ho scorsi, i quali delle Donne o le laudi, od altre cose impresero a dire, e tra’ quali Messer Avvocato nostro graziosissimo, che diffusamente intorno alle bellezze delle Donne dialoghizza, non poco ho considerato; sebbene fatto non mi venne di udire parola intorno a sì fatto Spirito. Ma siccome lo Spirito è una cosa propria dell’Animo soltanto, e non del corpo, maraviglia non è, se punto nè poco di ciò udj farne menzione. Facciamci perciò noi da noi attentamente a disaminare questo attributo secondo il comun grido a taluna del nostro sesso dagli uomini dato. Moltissimi, anzi la più parte, di- cono spiritosa una Donna, che la persona maestosamente presenta, che gli occhi vivaci aggraziatamente intorno gira, e che di parole abbonda. Altri poi in diversa opinion tratti pensano esser soltanto spiritosa quella, che giungendo alla compostezza del volto, e della persona tutta, gli atti umili, e le parole scarse, sempre colla temenza di errare in tutte le cose sue, molto riguardata conversa. Finalmente evvi eziandio taluno, che ripone lo Spirito in colei, che di raro talento dal Cielo fornita, aliena da passatempi oziosi, se ne vive unicamente dedita a coltivar le lettere. Ora diamo una scorsa d’occhio intorno alla prima opinione, e veggiamo di grazia, se vi fosse per avventura che dire. Quel maestoso portamento altro non è, che leggiadria, siccome pure quel grazioso sguardo: laonde e questo e quello son nella Donna Nobile assaissimo degni di commendazione. Non già per tal modo dovremo noi giudicar del soverchio parlare, poichè questo, ove ben regolato non venga, in bocca di femmina degenera in ciarleria, e questa ciarleria non può non pregiudicare al decoro, che a quella s’appartien mantenere, e che nello stesso tempo dee buoni effetti produrre nelle civili conversazioni; avvegnachè non sempre di cose utili, o indifferenti, lunghi discorsi abbiam noi campo di tenere. E qui non accade, che alcun ponga in dubbio, che dalla troppa loquacità tristi effetti non sogliano derivare. Da questa gli odj, e le dissensioni tutto dì veggonsi prodotte: da questa la maldicenza prende vita; e finalmente per que- sta sola il miglior tempo in ozio vile, e pernizioso si getta. Il perchè conchiudo, non doversi commendare quella Donna cotanto ciarliera, anzi più della mala ventura stessa dovremmo noi fuggirla, giacchè vox vox di lei non a torto si può dire prætereaque nihil.
Al presente passando noi alla seconda classe di Donne chiamate spiritose, egli non si può negare, che quella compostezza del volto, e della persona tutta, quel parlar iscarso, e quella temenza di errare unite all’umiltà, doti veramente tutte non sieno, le quali perfettamente arrivino a formare una Donna saggia, e prudente, come al gentil piacque della sua Laura cantare: Finalmente venghiamo alla terza sfera chiamata pure spiritosa, ed osserviamo alternamente, se il giudice cortese si ha tutta la ragione di appellarla con tal nome. L’essere, o non l’essere una Donna dal sommo Facitore di raro talento ornata, virtù della medesima, o vizio non può chiamarsi, ma il coltivare questo, ovvero trascurarlo ben sarà sua colpa, o valore. Il perchè essendo cosa questa all’animo attinente di gran lunga più che le anzidette, se questo talento, ove per se manchevole sia, ovvero abbondante, verrà accarezzato, ed abbellito per via della buona volontà alla fatica inclinata, allora la nostra Donna si può spiritosa non a torto chiamare; imperocchè vuolci coraggio a spianare gli ostacoli, che la fatica di rigido aspetto pur troppo a danno nostro innanzi gli occhi dell’intelletto ci oppone; ed il coraggio d’altro fonte non deriva, che da uno spirito non sonnacchioso, non pigro, non vile, ma risvegliato, pronto, ed operoso: in somma da un vero spirito atto a qualsivoglia ardua impresa. Non per questo, valorosi Messeri, io conchiudo potersi, o doversi chiamare unicamente Donna di spirito quella, che il proprio talento dirozza, e coltiva; ma affinchè degna veramente ella si renda d’ottenere il grido di spiritosa, penso ornarla di tre cose, senza le quali tutte io mi starei ancora in forse, se a buona equità le si potesse convenire il suddetto attributo. Adunque leggiadra, saggia, e dotta quella Donna è duopo che sia, la quale secondo noi dovrà in faccia del mondo far sua luminosa comparsa in genere di spirito; sebbene a mio giudizio questo spirito essendo cosa propria dell’animo, non altro mi persuade, come agli andamenti del corpo adattar eziandio si possa, se non se in quanto dal perfetto ordine armonico tenuto dal medesimo nelle sue mozioni probabile si fa il dedurne, che quanto aggraziato, e regolato esso sia, altrettanto degna e bell’Anima entro se racchiuda; e passiamo alla leggiadria.
Questa, dice il , non è altro, come vogliono alcuni, e secondochè mostra la forza del vocabolo, che una osservanza della tacita legge, data, e promulgata dalla natura a voi, Donne, nel muovere, e portare, e adoperare così tutta la persona insieme, come le membra particolari, con grazia, con modestia, con gentilezza, con misura, con garbo, in guisa che nessun movimento, nessuna azione sia senza regola, senza modo, senza misura, e senza disegno: ma come ci sforza questa tacita legge, affettata, composta, regolata, graziosa; la quale perciocchè non è scritta altrove, che in un certo giudizio naturale, che di se nè sa, nè può render ragione, se non che così vuol natura, ho voluto tacita nominare. La qual Legge nondimeno, perciocchè nè i libri la possono insegnare, nè la consuetudine la sa mostrare; non è osservata comunemente da tutte le belle; anzi se ne veggiono tutto il dì molte di loro tanto sgarbate, tanto attose, che par pure un fastidio a vederle. Fino qui il nostro Amico, e difensore, ed io m’acqueto a’ suoi detti, passando intanto alla saviezza.
Di questa un modello ce ne rappresenta il non men Filosofo, che gentil in quella sagra sua Canzone alla Madre di Dio, che incomincia, . nella seconda stanza:
D’onde si ricava, la voce Saggia altro non voler significare, che una felice antiveggenza in qualunque azione, fuggendo il male per iscansare l’ignominia, ed abbracciando il bene per trarne vantaggio, ed onore. E questo potrà agevolmente la nostra Donna ottenere, ove cammini sempre su quella via retta ed onesta; che alla verace gloria conduce. Quindi e l’ozio inoperoso, e gl’inutili ragionamenti si debbono totalmente aborrire, e qualora nelle civili conversazioni la Donna interviene, portar ella si dee con quella moderatezza di parole, compostezza di volto, e di persona, e con una cotal ritenutezza,
Non per odio d’altrui, nè per disprezzo (), ma piuttosto da temenza di errare derivante, la quale non di soverchio nè con affettazione usata, pur troppo nella Donna nobile viene dagli uomini di senno a cielo pregiata. Il intorno alla sua Donna di Palazzo ragiona per tal modo: Parmi convenirsi sopra ogni altra cosa una certa affabilità piacevole, per la qual sappia gentilmente intertenere ogni sorte d’uomo con ragionamenti grati, ed onesti, ed accomodati al tempo, e loco, e alla qualità di quella persona, con cui parlerà, accompagnando coi costumi placidi, e modesti, e con quella onestà, che sempre ha da componer tutte le sue azioni, una pronta vivacità d’ingegno, donde si mostri aliena d’ogni grosseria, ma con tal maniera di bontà, che si faccia estimar non men pudica, prudente, ed umana, che piacevole, arguta, e discreta; e però le bisogna tener una certa mediocrità difficile, e quasi composta di cose contrarie, e giungere a certi termini appunto, ma non passarli. Quanto è alla Saviezza adunque bastivi il fin qui detto, perciocchè il nostro tanto maestrevolmente ci dipinge il regolamento d’una Donna saggia, che più là non ci rimane a disiderare, e venghiamo alla terza prerogativa, della quale intendo voler la mia spiritosa Donna ornata, ch’è la dottrina.
Per questa dottrina primieramente intenderemo noi l’erudizione, e simili. Erudito sarà per tanto colui, ch’è intendente di belle lettere: e tale appunto alla mia Donna aspetta essere, non mica perchè ella debba montare in bigoncia a perorare, come le Donne Romane, e le Ateniesi anticamente usavano, secondo che la Storia ne riferisce, e come da si ricava, il quale spesse fiate da non poca meraviglia fu preso udendo quanto elegantemente, e con quale forza le medesime favellavano; ma acciocchè per via delle suddette lettere giunga la mia spiritosa Donna a conoscere se medesima, moderando le proprie passioni, che a guisa dell’infruttuosa edera di soverchio intorno al misero animo abbarbicandosi fanno alla nascente virtù aspra guerra mortale, di modo che le più volte sotto le ruine di queste oppressa, e quasi morta del tutto, di giacere è costretta. Altro vantaggio non inferiore al primo la mia Donna saprà ritrarre dalla tintura delle umane lettere, e sarà quello dell’abbellire l’animo suo, intorno cui ogni studio si dovrebbe porre a fine di comparire innanzi a’ dotti, se non dotta, almeno non del tutto ignorante, che è quanto a dire sapersi il fatto suo, e ragionare con acume, con grazia, e vivacità. Quindi io stimo poter conchiudere, che qualor una Donna giunga a possedere la leggiadria, la saviezza, e la dottrina, in quella guisa ch’io debilmente, e senza elegante pennello ho procurato dipingere alla mente vostra, debba la medesima veramente spiritosa esser chiamata. Ma poichè la taccia di severa io non arrivi a meritarmi, valorosi Messeri, leggiadrissime Donne, se quella Donna ornata soltanto di queste prerogative spiritosa io dissi, non è perciò ch’io intenda levare il merito a tant’altre, che quantunque non erudite, pure cotanto leggiadre, graziose, e belle sono, e a tale, che nel loro genere fanno lodevolissima comparsa. Non intendo, dico, di escludere dal chiaro ruolo di quelle, che questo attributo di spiritose si meritano con tutte quelle precise idee, che a costruire il medesimo attributo concorrono, coloro, le quali anche di qualche suaccennata attinenza andassero mancanti, bastando solo, ch’elleno ne posseggano la maggior parte, o tutte in minor grado, o alcuna con distinto pregio: imperocchè alcuna Donna potrà dappoi dirsi spiritosa più o meno perfettamente rispetto a un’altra, la quale di sì belle qualità si trovasse fornita.
Discorso, o sia Interpretazione de' Riti usatì dalle Romane Donne nel Sacrifizio della Dea Buona
’oggi a favellar imprendo di cosa non favorevole a quello, che volgarmente bel Sesso viene appellato, non fate le meraviglie, Eruditi Accademici, sagge Donne, avvegnachè materia porgemi certo rito a dir vero stravagante di molto, con cui ne’ vecchi tempi volevano le Donne Romane alla Dea Buona porger Sacrifizio. Uditelo tal quale il narra nelle sue Antichità Romane il P. : In casa del Pontefice Massimo (ci dice) nella più segreta parte convenivano le Donne, ove di notte tempo primieramente usavano ogni cautela, che uomo veruno non vi si trovasse, coprendo anzi tutte le pitture, che immagin d’uomo rappresentassero: poscia libando alla Dea del vino, nominavanlo latte, ed il vaso, che propriamente dicevansi vinarium, chiamavanlo mellarium. Appresso uccidevano de’ cani, e frattanto contro la Buona Dea mille improperj, e maledizioni pronunciavano. Per fine ardentemente dimandavano, che un uomo in casa loro mai non nascesse, che buono si fosse. Mirate stranezze di rito! degno d’essere non così di leggieri scorso senza alquanto riflettervi. Io dal canto mio avendoci fatti sopra non pochi pensieri, secondo quel poco, che l’ingegno mio debole può suggerirmi, ravvisai due reconditi fini nell’Autore di rito sì capriccioso. Il primo (e non mi sembra lontano dalla ragione) si è quello di far osservare alle femmine in questi simboli la propria meschinità, e leggerezza, affinchè non di soverchio dagli uomini verso loro medesime pretendessero ossequio, e diciamlo pur chiaro, adorazione. Il secondo altresì fu di svelare agli uomini la trista natura donnesca al male assaissimo inchinevole, acciocchè dietro la medesima non avessero a perdersi pazzamente. Intorno a’ simboli tuttavia intendo favellare alcun poco. Proviamoci adunque senza uscire gran fatto di via a dar loro una qualche spiegazione. La Dea per tanto chiamavasi collo spezioso nome di Buona, e il Sagrifizio si teneva in casa del Pontefice Massimo; perciocchè la Donna agevolmente si reca ad abbracciare il male, qualora ad esso può dare un aspetto di onestà, e talvolta di religione. Tal Sagrifizio si dovea celebrar di notte ad accennare, che la Donna per natura sua timida cerca nell’operare le vie più segrete, e meno osservate. Si velavano le immagini degli uomini, onde trar si potesse, che la Donna usa ogn’arte per nascondere ad essi gli effetti della propria malizia. Libavasi il vino sotto nome di latte dal vaso vinario, detto con finto nome melario, o perchè la Donna sa far sembrare bianco il nero, e dolce l’aspro, ovvero perchè colle sue melate parolette, e lusinghevoli maniere fa trangugiare all’uomo certo liquore, che alle belle prime sembragli un latte, ma poi diventa sì forte, e possente, che vale per fino a trarlo del buon senno. Uccidevasi il cane, e con ciò si veniva a inferire, che la Donna, quanto è propensa al male, altrettanto è nemica di custode, o esploratore. Si caricava la Dea Buona di maledizioni, e ciò serviva a palesare, che la Donna abborre sempre il proprio bene, secondo il detto: E come tale al suo peggior s’appiglia. Finalmente si bramava, che non nascesse in casa uomo dabbene, perchè mai non ci fosse, chi riprendesse il mal costume di lei. A questa mia spiegazione io veggo troppo bene fiorire il riso sulle labbra vostre, Eruditi Accademici, e altresì dal canto di voi, sagge Donne, mi sembra alcun pocolino vedervi salita la senapa al naso. Ma adagio, ch’io voglio metterci il compenso. Ponghiamo il caso, che una qualche valorosa antica Donna strano rito ordinato avesse, le cirimonie del quale simboleggiassero egualmente la bontà degli uomini, ma per modo del tutto opposto al suaccennato. Verbi grazia sia il loro Nume chiamato il Dio Malo, a cui offransi vittime, ed incensi, non in luogo segreto, ma sulle piazze a vista di tutto il popolo, non di fitta notte, ma a’ raggi dell’altissimo sole; e ciò dimostri, che l’uomo non è privo di coraggio ad adoperare il male in palese. Facciasi la libazione veramente di latte, ma quello appellisi vino; allora capirà l’uomo, che dee rimover da se le fanciullaggini, disconvenir a lui le mollezze, non che l’effemminatezza, e che non solo coll’opera, ma col favellare tuttavia dee dimostrar il valore, e il decoro virile. Al Nume Malo si cantino lodi, e benedizioni; giacchè l’uomo non è sprovveduto di ardire non solo per abbracciare il male, ma sibbene per portarlo anche in trionfo, gloriandosi di quello. Porgansi voti, affinchè nella propria casa almeno nasca una sola Donna, la quale sia buona, perchè, se cento uomini non vagliono a convertire una sola Donna cattiva, come essi dicono, al contrario provino, che una sola soletta Donna dabbene può cento tristi uomini dal mal costume ritrarre, e a buon senno ridurre. Ma dove mi estendo io? Lo sdegno delle Donne tutte contro me alle belle prime sommi tirato; ed ora chi sa? forse anche la buona grazia degli uomini ho perduta, mentre sì francamente e di questi e di quelle la natura al male inclinata senza riguardo io posi in veduta. Se non che avendo io inteso di ragionare delle Donne, e degli uomini del Paganesimo, e de’ lor guasti costumi, non dispero, valorosi Ascoltanti, di ottenere da voi un gentile compatimento.
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The end
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