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Indice
Dedica
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Introduzione
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— Ora possiamo dire d’essere davvero in Bucovina! — mi disse il collega e amico , additandomi il succedersi delle dolci collinette che si profilavano all’orizzonte, sfavillanti nel verde smeraldo dei lor boschi di faggi; le praterie costellate di fiori gialli, bianchi, violetti, sì da sembrar giardini incantati; il fiumicello che si rompeva in mille canore cascatelle, sulle quali il treno passava e ripassava, quasi non avesse coraggio di abbandonarle definitivamente.
A Sextil Pușcariu ridevano gli occhi, dicendomi quelle parole, e non certo perchè pensasse all’etimologia della parola Bucovina (che vuol dir terra dei faggi) o alla giustezza di un tale appellativo. No. Sextil Pușcariu è quel dotto filologo che tutti sanno in Rumania e altrove, giacchè da un pezzo la sua fama è uscita dagli angusti limiti della terra che gli ha dato i natali; ma è anche — e soprattutto — una nobile e cara anima, un uomo dalla vita affettiva ricca e profonda, un cuore per nulla secco dalla polvere degli archivi e dei calepini; sì che posso assicurarvi che non pensava in quel momento a nessuna etimologia (e neppur semasiologia) per quanto poetica ella potesse sembrare. Pensava invece al paese, in cui, ancora sotto il dominio austriaco, aveva incominciato il suo insegnamento universitario, pensava che tra poco avrebbe rivista la sua Cernauți (prego, non più Czernovitz!) che per tanti anni aveva ospitato i suoi sogni, dove tanta preziosa attività scientifica e nazionale aveva esplicato per tanti anni, e gli occhi gli ridevano dicendomi:
— Ora possiamo dire d’esser davvero in Bucovina! —
Anche a me gli occhi ridevano, ma per una ragione diversa. Io sono — ahimè — letterato, incorreggibilmente letterato (se volete, anche un po’ poeta) e mi frullavan per la mente dei.... versi.
Quei versi erano di Eminescu:
Non dimenticherò mai, o bella Bucovina, il genio tuo romantico, i monti tra la luce, le valli tra i fiori, i fiumi rimbalzanti fra picchi dirupati, le acque che risplendono qual freschi diamanti oltre i campi, lontano.
Ero affacciato al finestrino, avevo accanto un amico degno di questo carissimo nome, dall’interno del vagone veniva fino a noi un allegro rumore festivo fatto di esclamazioni virili di meraviglia, di acute risa di donne e di bimbi, e il mio pensiero riandava con dolcezza i primi anni del mio soggiorno in Rumania, la dolce casetta dal giardino pieno di lilas e di passerotti, nella quale avevo letto per la prima volta e cominciato a tradurre Eminescu; pensavo inoltre ai primi anni felici trascorsi fra quei boschi e quelle praterie favolose dall’infelice e grande poeta, e ripetevo fra me e me.... altri versi:
Vorrei vedere adesso la nativa mia valletta bagnata nel cristallo del ruscelletto argenteo, veder ciò che sì forte amavo un tempo: la tenebrìa del bosco, poetico labirinto;
salutar solo una volta le capanne della valle dormenti con espressioni di pace; cari aspetti sereni che spiravano in segreto piaceri così puri, sogni misteriosi, poetici susurri.
Vorrei avere una casa, silenziosa, piccolina nella valle nativa che tra i fiori ondeggia, vorrei guardar come una volta la montagna che s’erge e nasconde la fronte tra la nebbia e le nuvole.
Vorrei ancora una volta poter mirare la pianura in fiore che gli anni miei giovanili e candidi tessè, che ascoltò un giorno il balbettar mio infantile, che vide i giuochi miei di fanciullo e le mie folli corse.
Il susurro armonioso del ruscello che geme, l’inno che il coro degli augelli intona, la canzone delle fronde che stormiscono in cadenza destarono allora nel mio petto un arcano disio.
Se non che a Cernăuți ci recavamo ad un Congresso della nostra Associazione Universitaria, e, se ci fu dato di fare il nostro pellegrinaggio votivo al monastero di Putna, dove riposano le spoglie di ; non mi fu possibile fare una scappata a Călinești luogo d’origine della famiglia Eminovici e neppure fermarmi ad Ipotești per visitare la casa paterna del poeta. Una fotografia però son riuscito a procurarmela.... Eccola qui dunque, almeno in immagine, davanti agli occhi miei quella casetta, molto più importante per la biografia del poeta di quella di Botoșani, in cui pare ormai assodato ch’egli nacque il 20 decembre del 1849. È una casetta rustica, di quelle così caratteristicamente rumene, con davanti il cerdàc di legno fiancheggiato da due alberi fruttiferi; una casetta, che, piuttosto che a un bojaro (e sia pure, come direbbero i nostri cronisti del trecento, di piccola nobiltà) qual era il caminar Gheorghe Eminovici, parrebbe appartenere a un proprietario di campagna o a un contadino agiato.
Non è questa forse la «casa silenziosa, piccolina, «nella valle nativa che ondeggia fra i fiori», cui vola dall’estero la fantasia e il nostalgico pensiero del poeta? Ad ogni modo è questa la casa, dove visse i primi anni della fanciullezza col babbo e colla mamma. Ma.... chi eran costoro?
«Nostro padre», c’informa il capitano Matei Eminescu fratello del poeta, «aveva gli occhi azzurri, carattere violento, ma era assai buono di cuore. Possedeva una forza erculea, e parlava correntemente il ruteno e il russo. Aveva una memoria miracolosa, sì che per il solo contatto che ebbe con i boiari Balș e Hurmuzachi, finì coll’apprendere abbastanza bene anche il francese e il tedesco».
Pare fosse di origine rutena, cosa alla quale mi sembra essersi data troppo poca importanza e che varrebbe a spiegare certi elementi fantastici d’indole prettamente slava che si riscontrano nelle poesie di Eminescu specie del periodo giovanile e che potrebbero trovare un riscontro nelle leggende e nella poesia popolare rutena. Ricerche in questa direzione non si son fatte e non è detto che approderebbero a qualche cosa, ma bisogna farle per aver l’animo in pace su questo punto. Ad ogni modo a me sembra di vedere in certi motivi lirici e soprattutto leggendarii della poesia di Eminescu, pur così profondamente e rappresentativamente rumena nelle sue linee generali, in certe immagini, nel modo di sentir la natura; qualcosa che rumeno non è,
e si avvicina al modo di sentire dei poeti slavi, p. es. di . Ma su ciò non è ora il caso d’insistere. Noto questa mia impressione e passo innanzi.
Anche la mamma di Eminescu aveva nelle vene sangue slavo: russo questa volta. «La mamma», c’informa sempre il medesimo capitano Matei Eminescu, era la quarta figliuola dello stolnic Vasile Iurașca, del villaggio Soldești, e di Paraschiva Iurașca, nata Dontzu. Questo Dontzu era un russo e forse un cosacco. Il suo vero nome era Alexa Potlof, fuggito non ricordo più per qual motivo politico dalla Russia, e stabilitosi sulle rive del Sireth non lontano dal villaggio Serafinești, dove, camuffato in abiti di contadino, si occupava di apicultura. Era venuto dalla Russia con molto danaro e parlava correntemente il tedesco, il francese e il polacco, ma non faceva saper nulla de’ fatti suoi e viveva ritiratissimo. Prese con sè come governante una ragazza di Serafinești, figlia di contadini, dalla quale, vivendo con lei in concubinaggio, generò mia nonna. Qualche tempo dopo, Vasile Iurașca affittò dei terreni da quelle parti, conobbe la figliuola di Dontzu, se ne innamorò e la prese in moglie.
Non siamo portati a dar molta importanza alla razza in questioni d’arte e di letteratura. Il sangue però si sa che non è acqua, e, d’altra parte, ciò che può influire sull’artista ben altrimenti che la discendenza è la cultura, e, più ancora, l’ambiente, specie familiare, in cui la sua personalità si viene formando. Orbene non è azzardato supporre che leggende e canti ruteni, russi e polacchi Eminescu dovesse udire dalla bocca de’ suoi genitori, e ciò potrebbe valere a spiegare quell’ele- mento non rumeno che a me par proprio di vedere in certe poesie di Eminescu.
Ma lasciamo andar queste considerazioni e parliamo piuttosto di Eminescu fanciullo.
Non era un fanciullo come tutti gli altri. Spesso fuggiva di casa senza una ragione al mondo e per una settimana non si avevan più notizie di lui. Lo riportavano a casa i contadini, dicendo d’averlo trovato
assai lontano dal villaggio, errante attraverso i boschi, rotto dalla stanchezza, coi vestiti e le scarpe a brandelli, senza che sapesse dire perchè e come si trovasse così lontano da casa.
Non gli piaceva di giocar con gli altri fanciulli del villaggio. Camminava sempre solo e a piedi. Quando incontrava qualcuno dei fratelli che si divertivano a percorrere in lungo e in largo la tenuta a cavallo, rideva e li metteva in ridicolo. Nelle sue passeggiate prendeva sempre con sè qualche libro, camminava alla ventura percorrendo chilometri e chilometri senza ricordarsi di mangiare. Due o tre ciambelle del resto gli bastavano per giorni interi. Amava soprattutto i boschi, e l’estate non dormiva mai a casa, ma nei fienili, sotto le tettoie delle case dei contadini, e, spesso, nei boschi dei dintorni, che percorreva in lungo e in largo.
Fu, si può dir tutta la sua vita, un cattivo scolaro, o, per dir meglio, uno scolaro insofferente della disciplina; intelligente sì, studioso, ma ineguale e soprattutto irregolare.
A otto anni fuggì la prima volta dalla scuola di Cernăuți. Nulla di strano, visto che la padrona di casa gli faceva mancar da mangiare e che soffriva, così piccolo com’era, di star lontano dalla mamma.
Non c’è ragione perciò di pensar come fa lo ad un automatismo ambulatorio e tanto meno ad una inadattabilità precoce, che preluderebbero alla pazzia, di cui l’infelice poeta morì. Anche il , che non fu mai nè nevrastenico nè pazzo, fuggì da Siena, malcontento del suo principale che lo aveva ingiustamente maltrattato, e se n’andò a Firenze a rivedere la mamma. Eminescu era, fin dall’infanzia, una natura poetica, melanconica, fantastica.... ecco tutto! Un mondo di sogni gli bolliva fin d’allora nel cervello e tutto ciò che vedeva lo interessava in sommo grado. Il che equivale a dire che vedeva il mondo con altri occhi dalla comune dei mortali, e che cioè fin d’allora era un poeta. Perciò si sprofondava nei boschi ed ascoltava le voci delle sorgenti, delle foglie, del vento, degli uccelli. Senza quelle sue passeggiate nei boschi avremmo noi quel magnifico squarcio poetico ch’è l’VIII parte di Călin? Avremmo «il poeta della foresta e della polla», come a me piace di chiamar Eminescu? No, certo! E, allora, benedette passeggiate nel bosco, benedette fughe dalla scuola, benedetta quella nobile pazzia ch’è la divina, dolcissima, immortale Poesia!
Non ho l’intenzione di fare una biografia minuta di tutti i fatti esterni della vita di Eminescu. Con questo volumetto non ho neppure la prosunzione di assolvere del tutto il voto che ho fatto di far conoscere in Italia questo poeta caro al mio cuore. Se Iddio mi darà tempo, forza e serenità, conto scriver su lui uno studio che illumini tutta la sua opera di poeta. Per ora concentrerò in poche pagine le notizie necessarie e le esporrò in uno stile quasi telegrafico.
Il piccino fu a sei anni allontanato dalla mamma e mandato a Cernăuți a far le classi elementari alla scuola
greco-orientale, chiamata allora National-Hauptschule, dove da principio si trovò, naturalmente, maluccio, date le sue limitate conoscenze di tedesco, lingua ufficiale persin nelle scuole confessionali di altra religione e nazionalità nella Bucovina, divenuta austriaca dopo l’iniquo ratto del 1775, che sottraeva per più d’un secolo e mezzo alla Moldavia questa sua bella provincia. A poco a poco fece tuttavia progressi importanti, tanto che, alla fine dell’anno scolastico (1858-1859) fu classificato 15º su 72 scolari. L’anno seguente andò anche meglio e risultò il 5º su 82. Nel dicembre dell’anno 1860, Eminescu fu ammesso all’i. r. liceo di Cernăuți, dove lo troviamo fino all’aprile del 1863. Durante questo periodo, il nostro scolaro andò di male in peggio, e, solo durante l’ultimo anno (1863), riuscì ad occupar di nuovo un posto eminente nella classificazione di fin d’anno, riuscendo il 7º su 59. Ma, improvvisamente, eccolo che abbandona gli studi. Tornato a casa per le vacanze di Pasqua, vi rimane. Pare che il passaggio di III in IV ginnasiale l’abbia ottenuto a Sibiiu come esterno. E, come esterno, lo troviamo di nuovo a Cernăuți tra la fine del 1864 e il principio del 1865, occupato a prepararsi da privatista ad un esame che non sappiamo neppur bene qual fosse. Ma una compagnia teatrale dà alcune rappresentazioni a Cernăuți, il suo professore ha la buona idea di regalare ad Eminescu alcuni biglietti di entrata, il ragazzo perde la testa per un’attrice, e, quando la compagnia parte da Cernăuți, Eminescu la segue nella sua tournée in Moldavia, finchè suo padre non riesce a riacchiapparlo e non lo manda di nuovo a Cernăuți a continuarvi gli studi interrotti.
Siamo al 1866. Il 12 gennaio di quest’anno muore a Cernăuți un uomo che a’ suoi tempi godè di una fama non comune: , una specie del nostro e cioè gran purista al cospetto di Dio, e, per di più, professore titolare di rumeno al ginnasio di Cernăuți, gran protettore di Eminescu che aveva nominato suo bibliotecario e idolatrato dagli studenti rumeni come colui ch’era solo a parlar loro la voce della patria in quella scuola straniera. Eminescu compone allora e stampa (in una pubblicazione occasionale intitolata: Lagrimucce degli studenti ginnasiali di Cernăuți sulla tomba dell’amatissimo loro professore Arune Pumnul) la sua prima poesia. Aveva sedici anni. Era un bel giovanetto dai lunghi capelli neri, dai grandi occhi a mandorla pieni di una melanconica vivacità, occhi espressivi, parlanti e tuttavia misteriori, «occhi quanto mai pericolosi per gli animi inesperti delle fanciulle, occhi pieni di passione e di voluttà come quelli che sognano le donne esperte del mistero della vita e dell’amore. In fronte a quel giovinetto di media statura, ma dalle membra armoniose davan l’impressione di appartenere a un uomo predestinato, a un uomo fatale. Eran degli occhi simili a quelli che l’olimpico definiva: occhi grandi, senza fortuna».
Così apparve Eminescu nella primavera del 1865 a allora studente al Ginnasio di Sibiiu, e più tardi gran purista anche lui al cospetto di Dio.
Una piccola fama (provinciale per allora, e ristretta al campo scolaresco) circondò presto come d’un nimbo la testa del giovine poeta.
Si pubblicava allora in rumeno a Budapest una di quelle riviste di letteratura borghese, destinate ad occupar le veglie familiari attorno alla lampada a petrolio, che sono una specialità della stampa letteraria tedesca, e corrispondono a quel senso e a quel bisogno del gemüthlich, che noi latini non sempre comprendiamo e siamo perciò portati naturalmente a prendere bonariamente in giro. La dirigeva un brav’uomo di non grande levatura d’ingegno e letterato men che mediocre, ma animato da buoni propositi e conscio di far opera patriottica nel fornire a’ suoi connazionali gementi sotto l’oppressione austro-ungherese l’occasione di coltivarsi leggendo, accanto alle troppe tedesche e magiare, una rivista scritta nella lingua dei loro padri. Si chiamava e la rivista che dirigeva (sulla cui testata un bravo papà ancora seduto a tavola era figurato nell’atto di fare alla sua famigliuola la lettura serale di rito) s’intitolava Familia. Fu que- sta la prima rivista a cui Eminescu collaborò (1866-1871) e dove videro la luce le sue prime poesie. Nel 1871 cominciò con Venere e Madonna la sua collaborazione alle Convorbiri Literare (Conversazioni Letterarie) organo del cenacolo Junimea (La Gioventù) di Iassy presieduto dall’ e poi dal e a questa rivista rimase fedele fino alla morte. Tutta l’opera poetica di Eminescu comparve nelle colonne di questa gloriosa rivista che oggi agonizza miseramente, sopravvivendo quasi a sè stessa.
Ma torniamo ai tempi della prima collaborazione di Eminescu alla Familia del buon .
Il quale, vent’anni dopo (1885), in un numero della sua tenace rivista (senza questa commovente tenacia de’ suoi intellettuali la Transilvania, la Bucovina e il Banato non avrebbero mai trovato la forza di poter conservare sotto l’oppressione straniera la loro fisionomia nazionale!); in un numero dunque della sua tenace rivista rievocava il giorno che per la prima volta fu gradevolmente sorpreso dalla novità e dalla bellezza di certe poesie ricevute per la posta da parte dell’ignoto giovinetto, che sarebbe poi stato il più gran poeta della Rumania ed uno dei più affascinanti della letteratura universale!
«Vent’anni or sono, in una mattina di febbraio dell’anno 1866, la nostra redazione ricevette una lettera dalla Bucovina. La lettera conteneva delle poesie, primi tentativi di un giovinetto che si firmava Mihail Eminovich. La commissione delle poesie c’informò anche che il loro autore non contava più di sedici anni.
Pubblicammo con piacere quelle prime ispirazioni giovanili; la prima poesia apparve nel n. 6 della Familia di quell’anno.
Il redattore si permise però un piccolo cambiamento: il nome di Eminovich non gli sonava bene all’orecchio per via di quella sua desinenza slava; gli rumenizzò dunque il nome modificandone la desinenza, e così le poesie apparvero nella nostra rivista sotto il nome di Eminescu.
L’autore non protestò, anzi adottò egli stesso questa forma, e, d’allora in poi, firmò sempre Eminescu tutte le sue poesie e gli altri suoi scritti.
Così fu introdotto nella nostra letteratura il nome di Eminescu.
Lo scrittore di queste righe gli fece da padrino.
Apparvero così in Familia le poesie: Se avessi.... (II, 68; 25 febbraio 1866); Viaggio al regno dei sogni mattinali (II, 158; 15 maggio 1866); Dall’estero (II, 248; 17 luglio 1866); Alla Bucovina (II, 292; 14 agosto 1866); La Speranza (II, 337; 11 settembre 1866).
Cinto dell’aureola discreta di queste sue prime poesie (in cui a me pare che, pur tra le necessarie ridondanze, inesperienze e ingenuità — vedi soprattutto La Speranza — ci sia già tutto Eminescu, con quel suo vivo e fresco senso della natura, quella sua spiccata simpatia per le cose minuscole e graziose, quella sua musicalità fantastica, che avvolge la parola e il verso come in un velo d’armonia); apparve egli dunque ai giovani studenti di Sibiiu e di Blaj, dove si recò in quell’anno quasi a cogliere i lauri dell’ammirazione e della simpatia dei giovani connazionali. allora (1865-1870) studente in legge all’Università di Sibiiu ci ha lasciato alcune pagine, in cui ha fissato il ricordo di quella prima conoscenza giovanile:
Un giorno d’autunno — l’anno preciso non mi riesce di ricordarmelo — mentre passavo per Via de’ Beccai mi venne incontro, un po’ più giù della Posta, un giovine dell’Istituto teologico-pedagogico e mi presentò un altro giovine dal viso bruno, dai grandi occhi aperti in un’espressione tra di sogno e di meraviglia, con un dolce sorriso sulle labbra, e mi disse che quel giovine era Eminescu, Eminescu che desiderava conoscermi. Fino a quel giorno tra me ed Eminescu non era intervenuta alcuna conoscenza personale; ma egli aveva «pubblicato nella Familia del sig. i suoi primi tentativi poetici, sicchè lo conoscevo di nome per quelle poesie che avevan destata tutta la mia ammirazione.
Un brivido mi corse per le ossa, un brivido che allora mi parve inesplicabile, quando mi vidi davanti questo giovine scrittore in un costume quanto mai singolare.
Non certo per mancanza di rispetto alla sua memoria, ma a testimonio della sua sorte infelice, debbo dire che i suoi abiti erano alla lettera degli stracci, che cadevano a brandelli dalla sua persona. A mala pena gli restava al collo un resto insignificante di camicia; il petto appariva completamente nudo, malgrado gli sforzi sovrumani che il disgraziato faceva per coprirselo con una giacchetta tutta logora e lacera alle maniche dalle spalle ai gomiti; laceri e sfrangiati aveva anche i pantaloni. Malgrado però i suoi abiti facessero supporre in lui le più crudeli sofferenze, egli sorrideva di continuo a tutti, con tanta serenità e soddisfazione da sembrar che tutto il mondo fosse suo.
Non diversa impressione fece a Blaj:
Il giorno dopo il suo arrivo, la notizia correva sulla bocca di tutti gli studenti e da per tutto si sentiva ripetere: — È arrivato Eminescu! È arrivato Eminescu! — S’era nel 1866, verso la fine di maggio.
Eminescu era allora un giovinetto fra i 16 e i 17 anni, di media statura, d’aspetto bello e florido.
Aveva una giacca di lustrino nero consumata e lacera, corta di maniche e rotta ai gomiti, e dei pantaloni d’altro colore (gialli, mi pare) così corti che si vedevano benissimo i gambali degli stivaletti scalcagnati e polverosi. In capo portava, malgrado facesse già caldo, un berretto nero di pelle d’agnello, unto e bisunto.
Eminescu era allora sano come un pesce, di ottimo appetito, pronto sempre a mangiar di ogni cosa senza perder tempo a scegliere; dormiva a lungo e senza pensieri; la mattina si levava per tempo, si lavava, si passava più volte le dita attraverso la chioma ricca e lunga che portava rigettata all’indietro ed era bell’e pettinato. Avendogli io offerto un pettine, mi disse: — Bravo, amico! ecco che hai avuto una bella idea, chè io sembro, in fede mia, fuggito dall’assedio di Troja, e non posseggo un simile arnese! — Dopo esserci vestiti, mangiavamo insieme quello che c’era in casa da mangiare, dopo di che Eminescu andava a fare un bagno nella Târnava, nei pressi del mulino, un po’ più giù della gora, e, fino a mezzogiorno, non la finiva più di bagnarsi e ribagnarsi. A mezzogiorno tornava dal bagno, dove faceva meravigliar tutti per l’abilità che aveva nel nuoto. Malgrado però questa turba di ammiratori, gli piaceva di bagnarsi solo, in disparte da tutti gli altri e senz’attaccar discorso coi vicini. Gli piaceva ancora di frequentar la piazza del mercato, ricca di ogni specie di frutta. S’empiva di mele il berrettone di pelle d’agnello e poi si sedeva in disparte a mangiarle e a rider delle monellerie degli studenti che infestavan la piazza, ma senza mai prender parte a nessuna di esse. L’unico suo eccesso era di restar troppo tempo nell’acqua, quando andava a bagnarsi; in tutto il resto era la moderazione in persona. Non beveva, non giocava, non fumava: pareva una signorina.
In Transilvania (a Sibiiu e a Blaj) si sarebbe recato per volere del padre a continuare gli studii, dopo un breve periodo (febbraio 1864-5 marzo 1865) in cui aveva occupato un impiego al Comitato Permanente di Botoşani.
Il babbo, racconta il capitano Eminescu, benché e convinto anche lui dell’intelligenza di Michele, di cui tutti gli dicevan meraviglie, quand’ebbe terminate le tre classi del ginnasio, si era rassegnato a non fargli continuare gli studii, e gli aveva procurato un impiego al Comitato Permanente di Botoşani. Quivi, per la sua diligenza e il modo intelligente con cui disimpegnava le attribuzioni del suo ufficio, aveva presto attirato su di sé l’attenzione di tutte le personalità più spiccate della città. Ma un talento come il suo non poteva restar seppellito fra le pratiche noiose di una prefettura di provincia, specialmente in quell’epoca; in cui simili talenti erano tanto rari. Avvenne dunque che, tornato a casa nostro fratello maggiore Serban, che faceva allora il secondo anno di medicina all’Università di Erlangen, rimproverò il babbo di far perdere a Michele, il cui ingegno faceva concepir la speranza di un brillante avvenire, un tempo prezioso fra le carte d’ufficio d’una prefettura di provincia. Le sue parole non furono dette al vento, e Michele fu mandato nel 1864, in Transilvania a continuare i suoi studii. Ma non vi rimase che tre mesi. Un bel giorno, il babbo si vide tornare indietro i denari che gli mandava ogni mese, giacchè suo figlio non frequentava più la scuola. Michele era sparito senza che nessuno potesse dire dove fosse andato».
Gli anni che vanno dalla primavera del 1866 all’autunno del 1869 sono tra i più oscuri della vita di Eminescu. Quello ch’è ormai fuori dubbio, è che colla compagnia Tardini rimase poco e cioè dalla primavera del 1865 all’autunno del medesimo anno, quando ricompare a Cernăuţi coll’intenzione di proseguirvi gli studii. Nella primavera del 1866 lo troviamo a Blaj (fine di maggio), nell’autunno a Sibiiu, poi.... non sappiamo più nulla.
Probabilmente s’incontrò di nuovo colla compagnia Tardini e non potè resistere alla tentazione di seguirla. Certo che, quando nel luglio 1869 Eminescu tornò a Cernăuți, vi tornò colla compagnia di Mihail Pascali, dopo aver fatto parte della compagnia di .
Che cosa fece Eminescu durante i tre anni che mancò da Cernăuți?
Ce lo racconta il gran commediografo e novelliere rumeno in quel capolavoro di concisa e colorata eleganza che s’intitola: Nel Nirvana:
«Son passati molti anni da quel giorno!
Abitavo in una casa, dove era venuto a stare a pigione un attore drammatico che l’estate funzionava da direttore di un teatro di provincia. La stagione migratoria degli attori era finita; s’era d’autunno e questi uccelli di passaggio tornavano ai loro nidi.
Vedendomi legger di continuo, l’attore mi disse con una specie di fierezza:
— Vedo che lei s’occupa con piacere di letteratura. Ho anch’io, nella mia compagnia, un ragazzo che legge sempre; è molto istruito, sa il tedesco ed ha a molto ingegno. Si figuri che scrive persino delle poesie, ed una sera per una rappresentazione di gala mi ha composte delle strofette bellissime. Credo che le farebbe piacere di conoscerlo. — E mi raccontò come avesse trovato quel ragazzo in un albergo di Giurgiu, in qualità di servo addetto al cortile e alle stalle, che, steso bocconi su d’un mucchio di fieno, leggeva ad alta voce un volume di .
Nella mangiatoia della stalla giaceva in un angolo abbandonato una valigia (la biblioteca del piccolo avventuriero) piena zeppa di libri tedeschi.
Il ragazzo era assai docile; buono, rispettoso, e non aveva vizi di sorta. Si vedeva che doveva esser di buona famiglia, e s’era ridotto in quello stato chi sa per quali disgraziate circostanze.
L’attore gli aveva proposto di prenderlo con sè come suggeritore, a cinque ducati al mese, ed il ragazzo aveva accettato con gioia.
Quella sera sarebbe dovuto venire da lui a prender degli ordini, e avrei potuto conoscerlo.
Ero assai curioso di veder questo piccolo genio, di cui tante meraviglie mi aveva raccontate il mio coinquilino. Non so perchè me lo figuravo un essere straordinario, un eroe, un futuro grand’uomo.
Nella mia immaginazione, vedendolo ribelle alla pratica della vita comune, ritenevo che il suo disprezzo per la disciplina sociale fosse una prova che un tal uomo dovesse essere uscito fuori da una forma di lusso, non da quella solita da cui si estraggono a migliaia di esemplari le edizioni stereotipe.
Malgrado che la teoria dalla quale la mia argomentazione prendeva le mosse — che cioè un grand’uomo debba in ogni cosa comportarsi come un non-uomo — fosse assai discutibile, e, con ogni probabilità, completamente errata; debbo dire però che questa volta fu luminosamente confermata dai fatti.
Il giovine venne.
Era un amore! Un volto classico incorniciato da ciocche di capelli neri e ondeggianti; una fronte alta e serena; degli occhi grandissimi che mostravan chiaramente come a quelle finestre dell’anima stesse affacciata una personalità non comune; un sorriso dolce e profondamente malinconico. Aveva l’apparenza d’un santo giovinetto, disceso da un’icone antica, di un fanciullo predestinato al dolore, sulla cui fronte si leggesse scritto a chiare note il racconto degli strazii venturi.
— Mi presento da me: Michele Eminescu. —
Così l’ho conosciuto io.
Prima di entrare come mozzo di stalla a servizio dell’albergo, dove fu trovato dall’attore (probabilmente Iorgu Carageale) Eminescu pare avesse fatto il facchino nel porto di Giurgiu.
«L’ho visto», raccontava a un fratello del prof. Găvanescu, col raschiatoio di ferro in mano, che livellava i moggi pieni di grano, come è uso di fare quando si caricano a bordo i cereali. Mi fermai a guardarlo. Faceva proprio compassione. Era vestito sommariamente con dei calzoni di tela azzurra e una giacchetta di stoffa ordinaria. Nè camicia, nè calze, nulla! Questo facchino che sapeva leggere non era altri che Michele Eminescu. Iorgu Carageale lo prese con sè come suggeritore. Era un ragazzo molto intelligente, Eminescu; forse più intelligente del necessario! Dopo aver finita la nostra serie di rappresentazioni a Giurgiu, partimmo per Bucarest, dove entrò come suggeritore al Teatro Nazionale e cominciò a scriver poesie».
Come vivesse a Bucarest durante il tempo che fu suggeritore al Teatro Nazionale sappiamo da un articolo (Eminescu a Bucarest) pubblicato nel Luceafărul dal sig. :
Quasi alle spalle dell’albergo Hugues sorgeva la casa dove abitava l’attore Pascali, proprio dirimpetto al Ginnasio Michele il Bravo. In quel medesimo edificio, al piano superiore, dopo esser passati per un corridoio stretto ed oscuro, si giungeva alla stanza di accanto a quella d’un fratello di Pascali, impiegato a Bucarest. La stanza di Eminescu, fornita d’una sola finestra, misurava non più di quattro passi in larghezza e cinque in lunghezza. Entrando in essa dal corridoio, vedevi subito la finestra nel fondo, dirimpetto alla porta. A sinistra, in un angolo, una stufa di mattoni. A due palmi di distanza dalla stufa, lungo la parete di sinistra, un piccolo canapè che gli serviva di letto, e sul quale dormiva coi piedi rivolti verso il fuoco, senza nè materasso nè coperta. Il canapè era stato una volta rosso, ma allora appariva del tutto scolorito. Davanti al canapè sorgeva un tavolino d’abete, e, accanto al tavolino, dalla parte opposta, una sedia anch’essa d’abete greggio non dipinto, come il tavolino. Questo era tutto l’ammobiliamento della stanza. I libri Eminescu li teneva gittati alla rinfusa sul pavimento ed occupavano tutto lo spazio libero dalla finestra al tavolino. Nella stanza non si spazzava, e non si spolverava, sicchè negli angoli e sotto il soffitto i ragni avevan tessuto le loro tele, così come egli ci descrive nella poesia intitolata Solitudine».
A Bucarest non restò molto tempo. Nel luglio del 1869, quando Mihail Pascali dette colla sua compagnia nove rappresentazioni a Cernăuți, corse voce tra gli studenti che facesse parte della compagnia come suggeritore. I suoi colleghi però non riuscirono ad accostarlo, malgrado facessero di tutto per rivederlo. Si vede però che da parte sua, lui faceva di tutto per non incontrarsi co’ suoi amici d’un tempo. Faceva parte di questa compagnia una giovine artista , una giovinetta di rara bellezza, che, quasi senza volere, attirava su di sè tutta l’attenzione del pubblico. Questa ragazza che poteva avere allora poco più di diciassett’anni, benchè non fosse un’artista di prima qualità, era divenuta, grazie alla sua bellezza e alla grazia de’ suoi gesti, la favorita del pubblico di Cernăuți e specialmente degli studenti. Si diceva che il Pascali la tenesse sotto la sua speciale protezione e che tutti gli attori le fossero affezionati come a una figliuola della loro compagnia. Gli studenti che misero in giro la voce che si trovasse nella compagnia, giuravano che fosse innamorato di lei, e che per lei avesse interrotto gli studii e scelta la carriera dell’artista drammatico, seguendo la compagnia nella Transilvania e nel Banato. Nessuno», continua a raccontar lo , «dette allora troppa importanza a queste chiacchiere, e, dopo la partenza della compagnia Pascali, si cessò anche di parlare di Eufrosina e di Eminescu. Ma, nell’autunno del 1870, trovandomi a Vienna con Eminescu, che da poco era venuto a studiarvi filosofia, alla trattoria Bischoff nella Wipplingsstrasse dove ci eravamo trattenuti a discorrere fino ad ora tarda, e disponendoci a tornare a casa — abitavamo allora tutti nella Dianagasse — facemmo la triste constatazione che nessuno di noi possedeva i dieci centesimi da dare al portinaio perchè ci aprisse la porta di casa. era quella sera molto ben disposto, mi s’era attaccato al braccio e cantava, declamava, raccontava una quantità di storielle allegre, l’una più gustosa dell’altra. A un tratto però divenne sentimentale e lo udii esclamare: — O Eufrosina, Eufrosina! — Conoscendo bene il debole di per le figure mitologiche, credetti che volesse dire d’una delle tre Grazie, e gli domandai per qual mai strana associazione d’idee fosse arrivato dai canti e dalla declamazione a una figura mitologica.
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The end
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