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Cordelia
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Il nome vero di questa scrittrice, tanto cara specialmente alla gioventù, Virginia Treves Tedeschi, vedova di Giuseppe Treves, fratello di Emilio, il grande editore che edificò la rinomanza e la prosperità della sua casa.
Nacque a Verona nel 1849, e morì a Milano nel 1916. Era sorella di Achille Tedeschi, scrittore anch’egli e de’ più apprezzati fra quanti, negli ultimi anni del secolo scorso e nei primi di questo, indirizzarono la letteratura alle esigenze dell’educazione dei fanciulli.
Il De Gubernatis le attribuì giustamente - come scrittrice - il pregio di essere morale senza bigottismo e senza pedanteria. Ella s’inchina, è vero, a tutte le autorità spirituali costituite, ma quando l’ingiustizia le appare crudele, non esita a levar la sua voce, mite e dolce voce di rassegnazione, ma capace di aprirsi la via ai cuori e di destarvi i migliori sentimenti.
Si comprende benissimo ch’ella non vuol uscire dalle vie battute e schiudere - come si dice - nuovi orizzonti alla morale infantile e femminile (sebbene in uno de’ suoi ultimi libri abbia giustificato e difeso le moderna tendenza della donna a cercar lavoro anche fuori di casa, per aiutare il marito a sostenere il peso della famiglia), perché il suo cuore ha bisogno di credere che va tutto per il me- glio, o almeno che il male e l’errore son riparabili, se no, cesserebbe di battere.
Per questo il suo ottimismo non ha nulla di convenzionale, ma è un bisogno della sua stessa natura. Chi la conobbe giovane afferma che il suo leggiadro visino di orientale rifletteva questo suo ottimismo e che tutta la sua gentile persona apparisse circonfusa della medesima luce mite, blanda, carezzevole che emana da tutti i suoi scritti.
I quali furono molti e molto letti, e lo saranno ancora chi sa per quanto tempo. Crediamo che non vi sia un solo suo libro rimasto alla prima edizione. Piccoli eroi viene - per ampiezza di diffusione - subito dopo i due capolavori delle letteratura giovanile italiana: Cuore e Pinocchio. Ai fanciulli italiani essa donò inoltre Mondo piccino, Mentre nevica, Racconti di Natale, I nipoti di Barbabianca, Il castello di Barbanero, Nel regno delle fate, L’ultima fata, ed altro. Alle donne italiane e a tatti i lettori di buon senso, buon cuore e buon gusto, parecchi romanzi e volumi di novelle, e qualche libro d’idee, fra i quali sono da ricordare: Il regno della donna, Dopo le nozze, Vita intima, Casa altrui, I nostri figli, Nel regno delle chimere, Catene, Per la gloria, Il mio delitto, Per vendetta, L’incomprensibile, ecc.
All’avvocato Enrico Anselmi
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“Mio ottimo amico,
Quel giorno che la mia mamma mi mostrò a voi per la prima volta, addormentata tranquillamente in una culla adorna di trine, non avreste certo pensato che la figlia della vostra amica d’infanzia e del prode generale di San Martino, incolpata d’un orribile delitto, si sarebbe quest’oggi rivolta a voi, per implorare il vostro patrocinio. Capisco che nel tempo febbrile in cui viviamo, non possiamo dominare nè dirigere gli avvenimenti, ma sono essi che s’impongono a noi con una fatalità inesorabile. In queste eterno ore di prigionia, desiderosa di dimenticare l’orribile presente e tremando per l’avvenire, ho rifatta passo passo la mia vita passata e scrissi le memorie che vi unisco, affinché possiate conoscere tutto intero il mio cuore e la mia vita di questi ultimi anni.
Ed ora vi supplico, per l’affetto che avete sempre avuto per la mia famiglia, per la santa memoria della mia povera mamma, di rinunciare per qualche giorno alla vita tranquilla, alla solitudine dei campi per venire a difendermi colla vostra eloquenza.
Ho bisogno più d’un amico che d’un avvocato, ed ho fede che la vostra presenza mi darà coraggio quando sarò là, dove non avrei mai creduto di metter piede, sul banco degli accusati, alla presenza dei giudici, dardeggiata dagli sguardi dei curiosi, fatta segno a mille commenti da una folla avida d’emozioni e di scandali.
Leggete le pagine che vi unisco e ricordatevi che affido a voi la mia salvezza e quella di mia figlia. Pensate alla nostra vecchia amicizia e non rifiutatemi quest’ultimo favore.
Ormai non spera che in voi la vostra
I
ct Ricordo pochissimo i miei primi anni di vita; so che non mi dovea mancar nulla di ciò che può rendere piacevole l’esistenza, perchè sentivo sempre risuonarmi nell’orecchio l’eco di queste parole che dicevano ai miei genitori gli amici di casa:
«Ecco una bimba fortunata.»
«E’ proprio nata vestita.».
«Non le manca nulla ed è per giunta tanto carina.» Io rammento soltanto una bella camera coi parati di damasco, un lettino col bal- dacchino di trina ed una sala grande, illuminata, con un bel tappeto turchino a fiori rossi, sul quale stavo seduta quasi tutto il giorno, circondata da una quantità di balocchi che aumentavano a vista d’occhio.
Delle persone che mi circondavano, ricordo la mamma come in un sogno. Era una bella signora, elegante, dallo sguardo dolce e la voce carezzevole; essa mi teneva delle lunghe ore sulle ginocchia, mi baciava spesso e accarezzava i riccioli biondi che contornavano la mia fronte. Il babbo lo ricordo meglio e mi pare ancora di vederlo col suo aspetto imponente, marziale, di udire quella sua voce imperiosa e abituata al comando, che in casa faceva tremar tutti, eccetto la mamma, per la quale avea sempre parole gentili, affettuose, e; quando si rivolgeva a lei, anche la sua voce prendeva una intonazione più mite e quasi carezzevole. Io so che avevo un gran timore di lui e quando mi accarezzava, nascondevo spesso la faccia nel seno della mamma, non osavo parlare alla sua presenza, e tanto meno piangere, perché andava sulle furie e diceva che la figlia d’un militare non doveva pianger mai. Ma, ripeto, di tutte queste cose mi ricordo come di un sogno; so che vi fu un periodo di tempo in cui non vedevo più la mamma e nessuno pensava a me; potevo insudiciarmi, rompere i balocchi, mettere a soqquadro la casa, piangere e strillare a mio piacere; nessuno mi rimproverava, e me ne stavo tutto il giorno colla mia bambinaia svizzera, una fanciullona, colla faccia rossa e tonda come una mela, che non avrebbe fatto altro che passeggiare per la città e giocare come una bimba. Qualche volta chiedevo della mamma, ma mi rispondevano ch’era ammalata e non ci pensavo più. Un giorno fui sorpresa di vedere la mia bambinaia triste e svogliata ed udire in tutta la casa dei rumori insoliti che non mi sapevo spiegare. Ora suonavano tutti i campanelli elettrici, sbattevano gli usci, e c’era un andirivieni di persone che si muovevano come fantasmi, non osando alzare la voce.
Io era triste, perchè nessuno si occupava di me e mi pareva d’esser dimenticata in un canto, come il mio gattino bianco, che ormai era il mio solo compagno di giuoco.
Ad un certo punto, nella stanza dove stavo annoiata e triste, entrò impetuosamente la vecchia cameriera di casa, quella che aveva veduto nascere la mamma, avea gli occhi pieni di lagrime e non potea parlare; mi prese fra le braccia e mi portò via singhiozzando.
Ero tutta sgomentata, non sapendo dove mi conducesse, mi fece passare per una lunga fila di camere, finché mi trovai nello studio del babbo; in quella stanza dove non avevo mai posto piede e che in casa si riguardava come un santuario.
Appena volsi intorno lo sguardo e potei distinguere qualche cosa, vidi mio padre sdraiato sopra un seggiolone, colla faccia sconvolta e uno sguardo che ricordo ancora con grande spavento.
— Ilda, dà un bacio al babbo, — disse la cameriera, mettendomi nelle braccia di lui. Se non fossi stata molto sorpresa da quella cosa insolita, avrei pianto, ma in quel momento mi sentivo come una macchina e non avevo la forza che di ubbidire. Appoggiai tremante la mia testina bionda sulla spalla del babbo; egli mi guardò cogli occhi inebetiti come se non capisse nulla, poi parve riconoscermi, strinse la mia faccia contro la sua, e diede in uno scoppio di pianto. Quell’istante non lo dimenticherò mai, se vivessi cent’anni; non solo non avevo mai veduto piangere mio padre, ma non avrei mai creduto che fosse capace di versare una lagrima; dovea essere accaduto qualche cosa di molto grave perché un militare come lui, che non permetteva di piangere nemmeno ai bambini, singhiozzasse a quel modo.
Il suo, era un pianto convulso, a scatti, quasi feroce; piangevo anch’io senza saperne la ragione, e non osando chiederla. Sentivo ch’era avvenuto in casa uno di quei fatti terribili e senza rimedio, che spargono il lutto e la desolazione su tutto quello che ne circonda.
Ad un tratto annunciarono la visita d’un antico compagno d’armi di mio padre; egli mi pose in fretta per terra, ricompose con uno sforzo la faccia lagrimosa, si rizzò in piedi tutto d’un pezzo a ricevere l’amico, che al primo momento non seppe che abbracciarlo, dicendo:
— Che sventura! Che sventura! povero amico; — poi, accorgendosi di me, soggiunse: — Possa quella piccina consolarti della perdita che hai fatto! Coraggio! ed ora che non c’è più quell’angelo, vivi per lei.
Dunque era morta la mia mamma; avevo capito, senza poter misurare colla mia mente bambina tutta la gravità della mia sventura.
II
ct Addio sale dai parati di damasco, dai soffici tappeti, e culla coperta di trine. Addio ninnoli eleganti, bambole dagli occhi azzurri, balocchi divertenti; addio gattino bianco e bambinaia svizzera; non so come mi foste rapiti tutt’a un tratto, nè so come fui trasportata in quei vasti stanzoni bianchi e disadorni, con una fila di letti allineati come tanti reggimenti di soldati, oppure con delle panche di legno e delle tavole lunghe lunghe interminabili.
E nulla, nulla che mi rammentasse la mia casa! Ah sì; trovai in mezzo alla mia roba un ritrattino della mamma. Chi ve l’avea posto? Forse la nostra vecchia cameriera? Forse il babbo? Non l’ho mai saputo e non l’ho mai domandato; ho sempre voluto immaginare che fosse venuto dal cielo a ricordarmi la mia casa.
Non descriverò tutta la mia vita di collegio; quella vita monotona, uguale, è stata troppo descritta nei romanzi e nelle novelle sentimentali e ve ne faccio grazia; parlerò solo delle mie impressioni e dell’influenza che quegli anni possono aver avuto sul mio carattere e sulla mia vita.
Io la vedo distinta in tre periodi; il primo, che chiamerei infantile, è composto di quell’età che si suol chiamare la più bella, ma che io chiamerei la più sciocca. Infatti, che cosa sappiamo noi della vita a quell’età? Si è più cose che persone, si vegeta, ma non si vive, si ha l’allegria dell’uccello che canta perché vede la luce, ma la vita la si apprezza assai poco e ci contentiamo facilmente, un dolce o un balocco ci rende felici, si studia per obbedienza, senza conoscere il valore del sapere, si piange per delle inezie, di dolori veri non si conoscono che quelli fisici, e specialmente in collegio s’è trattati come un gregge di pecore.
Il gregge va al passeggio, a tavola, allo studio; l’individuo non esiste, è abolito. Si dovrebbe essere senza desiderii, senza volontà, senza aspirazioni, ma questi sentimenti si sentono repressi fremere dentro di noi, pronti a scattare alla prima occasione.
Per me l’occasione fu quando nel 1866 venne dichiarata la guerra all’Austria e che mio padre, in quel tempo colonnello, mi venne a salutare prima di partire per il campo. — Senti, — mi disse, — ora vado alla guerra e tu devi essere molto e molto buona e in ogni caso devi essere forte, coraggiosa, ricordati che sei la figlia d’un militare.
Egli aveva la voce dolce, come una volta quando parlava alla mamma, ed io mi sentivo salire le lagrime agli occhi. Parve accorgersene perché la sua voce prese un’intonazione imperiosa e disse:
— No, guai! sai bene che certe cose non mi piacciono.
Ricacciai con uno sforzo le lagrime, anzi le nascosi sotto ad un sorriso e dissi con voce supplichevole:
— È che vorrei venire anch’io con te.
— Sciocchina! non vedi che mi fai dispiacere dicendo di queste cose impossibili, — e mi lasciò bruscamente, forse per non mostrarsi commosso, mentre sotto a quella ruvida scorza palpitava un cuore femminile. Da quel momento incominciai ad essere inquieta, nervosa e a ribellarmi alla disciplina del collegio.
Mio padre era al campo, forse in pericolo di vita, ed io non poteva sapere nulla di lui, perché i regolamenti vietavano che si leggessero i giornali politici: era proprio una crudeltà. Da quel giorno divenni una piccola rivoluzionaria, gridavo, strepitavo, volevo i giornali, ma non riuscivo ad ottener nulla, anzi pigliavo dei castighi che io sopportavo pazientemente con una fierezza assai superiore alla mia età. Vedendo che colla prepotenza non potevo ottener nulla, divenni diplomatica, e mi cambiai tutt’a un tratto in piccolo Macchiavelli. La necessità rende ingegnosi, e vi assicuro che avreste ammirato l’arte finissima con cui cercavo d’impietosire gl’inservienti del collegio.
Infine che cosa chiedevo? Semplicemente un giornaletto che mi recasse notizie di mio padre, avrei dato tutto quello che possedevo per averlo e non avrei detto niente a nessuno; pregavo, supplicavo, mi facevo buona, gentile, carezzevole, e regalavo i quattrini che m’avea lasciato il babbo prima di partire.
Non so qual buona fata siasi impietosita di me; so soltanto che tutte le sere trovavo sotto al mio guanciale il giornale tanto desiderato. Non vi fu mai cosa che mi recasse tanto piacere come quel pezzo di carta stampata, e i sotterfugi che facevo per leggerla di nascosto. Non leggevo, divoravo cogli occhi le notizie della guerra; sempre cercandovi un nome che non sapevo se desiderare o temere che vi fosse riportato.
Era stata dichiarata la guerra e le truppe si avanzavano e si dovevano incontrare fra pochi giorni ed io ero colla mia mente assai lontana dal collegio, e il cicaleccio delle mie compagne mi faceva l’effetto del ronzio di mille zanzare e non ci badavo.
Esse dicevano che ero superba, ma avevo altro pel capo che curarmi di loro.
Un giorno mentre spiegavo il mio giornale, mi saltò agli occhi il nome di mio padre fra la lista dei feriti, si diceva pure che aveva combattuto valorosamente e ch’era stato trasportato a Brescia. Non pensai più a nulla e corsi impetuosamente dalla direttrice col giornale in mano dicendo:
— Il babbo è ferito, voglio andare a vederlo.
— Come hai potuto avere quel giornale? — chiese severamente la direttrice.
— Non so, l’ho trovato, — risposi, — ma so che voglio vedere mio padre, — e mi posi a battere i piedi e a strillare come una forsennata.
— Ora calmati; domanderemo notizie e vedremo quello che sarà più conveniente di fare.
— No, voglio andare, voglio andare, — gridavo, — non aspetto nulla.
— Mettetela in cella, — disse la direttrice, — qui nessuno deve dir voglio. Così fui messa nel camerino che ci serviva di prigione. Cambiai sistema e rifiutai il cibo. Non credevano alla mia fermezza e dicevano che quando avessi avuto proprio fame mi sarei risolta a mangiare.
Mi misero davanti i cibi più squisiti, mi fecero andar a tavola colle mie compagne, ma io tenevo fermo, sentivo dei stiracchiamenti di stomaco, mi vacillava la vista, ma nulla entrava dalla mia bocca; nemmeno una goccia d’acqua.
— Voglio andare dal babbo, —e non c’era verso di farmi mangiare né con preghiere né con minacce. Finalmente vedendo il mio carattere inflessibile e pensando che sarei stata capace di lasciarmi morire di fame, la direttrice pensò di contentarmi.
— Andate pure, — disse, — ma sono molto in collera con voi.
M’affidò ad una signora di sua conoscenza che dovea pure recarsi a Brescia per vedere, un suo figliuolo e consegnandomi una lettera per mio padre mi lasciò partire.
Trovai mio padre con una palla in una gamba, e molto abbattutto moralmente. Il suo orgoglio militare avea ricevuto una ferita assai più crudele di quella fattagli dalla palla nemica. Nel giorno della battaglia di Custoza era riuscito ad occupare col suo reggimento una bellissima posizione strategica, sperava di andare avanti e cooperare ad una vittoria, invece nel più bello, gli venne l’ordine di ritirarsi e avea dovuto ubbidire suo malgrado.
— È un dolore che mi condurrà alla tomba, — mi disse colle lagrime agli occhi, — tu sei una bimba e non capisci quanto sia forte il dolore di doversi ritirare sul punto di vincere! e i miei poveri soldati tanto coraggiosi e pieni d’entusiasmo’ È stato proprio una cosa crudele.
Ebbe, un istante di soddisfazione quando lesse la lettera della direttrice nella quale narrava la mia fermezza nel volere andare a vederlo, e per giustificarsi raccontava il modo con cui ottenni il mio scopo.
— Tanto piccina ed hai tanta forza di volontà? Sei proprio mia figlia! — esclamò col volto illuminato da un sorriso.
Fu il solo lampo di gioia che vidi quel giorno sulla sua faccia, poi non fece che lamentare la vittoria perduta e volle assolutamente ch’io lasciassi quel luogo di tristezza.
Infatti era uno strazio per me vedere quei valorosi colla testa bendata, colle membra fasciate e sanguinose, udir continuamente dei lamenti, dei gridi di dolore senza poter dare alcun aiuto; mi sentivo venir i brividi, ma volevo esser forte.
— Parti, — mi diceva mio padre, — questo non è luogo per te.
— Sono forte, — rispondevo, — non son per nulla la figlia d’un militare. Mi fece ancora accostare al suo letto, mi tenne stretta al suo seno e mi baciò come non mi aveva mai baciato.
— Addio, — disse, — ci rivedremo presto, ma non piangere, sai.
— No, — diss’io, — vedi? sorrido, — e mi lasciai trascinare quasi mio malgrado lontano da lui.
Quando ritornai in collegio mi sentivo tutta cambiata; in apparenza ero sempre la fanciulla di nove anni, ma nel mio cuore mi sentivo più donna, ed ero tutta orgogliosa d’essere la figlia d’un prode che avea versato il sangue per la patria. Tutto quello che avevo udito narrare del suo coraggio e valore aveva tanto esaltato la mia fantasia che non parlavo che di battaglie, di mosse strategiche, come se fossi io stessa un generale. Che cosa m’importava che le grandi mi guardassero con aria sprezzante e che le fanciulle più ricche mi parlassero dei loro palazzi sontuosi, di equipaggi e di ville? Io era la figlia d’un eroe, il mio nome correva sulla bocca di tutti ed era ripetuto tutti i giorni, accompagnato da insiti elogi, sui giornali politici.
Come mi pareva tutto piccino, in confronto dell’aureola di gloria che circondava il mio nome! La promozione poi di mio padre al grado di generale, servì ad aumentare ancora il mio orgoglio, ed è certo che in quel periodo di tempo dovevo essere insopportabile colla mia aria di superiorità e coi miei discorsi sempre esaltati.
Le mie compagne mi burlavano e mi chiamavano ironicamente a «la generalessa », e dicevano che ero montata tanto in superbia, come se fossi stata io stessa sul campo di battaglia. Confesso che ne avevano tutte le ragioni.
Mi calmai quando rividi mio padre; era talmente accasciato, avvilito, che non era più riconoscibile; la sua ritirata forzata dal campo era divenuta la sua idea fissa e non se ne potea dar pace.
Le poche volte che mi trovavo con lui, cercavo di distrarlo, di raccontargli i piccoli avvenimenti del collegio, d’intrattenerlo con discorsi allegri: tutto era inutile, non potea pensare che a quel fatto, il quale era come una lima che gli rodeva l’esistenza.
Fu un amico di mio padre che mi recò la notizia della sua morte. Una sera, dopo aver parlato coi suoi amici, sempre dello stesso argomento, era caduto come una quercia colpita dal fulmine, senza proferire una parola, senza mandarmi la sua ultima volontà.
Tutti sanno il colpo tremendo che fu quello per me; non valsero per molto tempo a consolarmi nella mia sventura nè le parole degli amici, nè gli elogi che leggevo di lui in tutti i giornali e nemmeno una lettera che mi scrisse il re di suo pugno, rimpiangendo la perdita d’un amico sincero e d’un valoroso soldato. Fu questo il primo grande dolore che provassi nella mia vita. Mi trovai tutt’ad un tratto sola al mondo, senza amici, dopo aver veduto crollare quel raggio di gloria che negli ultimi tempi era stato il mio orgoglio, la mia consolazione.
III
ct La piccola Ilda era proprio degna di compianto; povera generalessa degradata!
Si trovava sola a quattordici anni senza un amico, senza uno sguardo di simpatia; anzi le pareva di leggere negli occhi delle compagne queste parole:
«Brava! ti credevi superiore a noi, avevi delle arie da regina; ed ora eccoti punita, il castigo è giusto!»
E le vedevo uscire liete nei giorni di vacanza e ritornare la sera piene di notizie raccolte, di divertimenti goduti in quelle ore di libertà. Dopo quella boccata d’aria libera avevano gli occhi più scintillanti e la faccia più fresca e sorridente e le loro chiacchiere erano più allegre e vivaci.
Negli altri giorni erano di tratto in tratto chiamate in parlatorio, ricevevano dei regali dai parenti e facevano sempre progetti per l’avvenire quando sarebbero uscite dal collegio. Uscire da quelle mura che m’opprimevano era un pensiero che spesso passava per la mia mente. Ma in che modo sarei uscita? con chi? Dove sarei andata? Ecco le questioni che si affacciavano sempre al mio pensiero, e l’idea di dover passare tutta la mia vita là dentro mi rendeva malata, nervosa, e mi riempiva di sgomento.
Avrei preferito la morte; ma intanto la mia vita era infelice e le passeggiate fatte in comune come un gregge di pecore erano un vero supplizio per me. Pure, in mezzo a quel tempo tanto triste, vedo risplendere un bel raggio di sole. Una sera, ero malata moralmente e fisicamente, mi trovavo in quell’età in cui c’è uno squilibrio in tutto il nostro sistema nervoso e pure avendo visceri sani si soffrono mali incredibili, si sprezza la vita prima ancora d’aver vissuto, s’ha il cuore riboccante d’amore e s’odia tutto il genere umano, si ha bisogno di compagnia e la si sfugge, vengono le lagrime agli occhi senza saperne la ragione, e la vita diviene insopportabile se non si ha un cuore fidato in cui appoggiarsi.
Era un giorno di primavera e d’uscita. Le mie compagne erano andate tutte coi parenti e cogli amici a respirare l’aria dei campi rivestiti di nuovi fiori, a inebbriarsi di libertà, a far provvista di gioia per un mese. Io sola ero rimasta a passeggiare per quelle immense sale abbandonate. Verso sera dissi di non sentirmi bene e ottenni il permesso di coricarmi prima che le altre ritornassero. Non volevo sentire il loro allegro cicaleccio, il racconto dei divertimenti goduti.
Ma quando rientrarono la loro gioia era così rumorosa e avea tanto bisogno di espandersi, che avevo un bel nascondere la mia testa fra i guanciali: era come un ronzio di zanzare che sentivo intorno alle mie orecchie.
— Proprio noiose come zanzare, — dicevo fra me, mentre sentivo parlare di merende sull’erba, di gite, di scarrozzate, di fiori, di giardini incantati, d’un mondo insomma che non avrei forse riveduto più mai.
Ma chi è che viene a turbare i miei pensieri?
Non vi basta tormentarmi colla vostra voce, che, mi venite anche a toccare! via, zanzare, via! Credo d’aver dato un piccolo schiaffo a quella cosa ch’io sentivo accanto a me, ma quella cosa si fece più vicina ed ebbi il senso come di due braccia che circondassero il mio collo.
Fu la sensazione che ricordavo come in sogno d’aver provato quando era ancor viva la mamma. Alzai il capo e vidi due begli occhi neri, luminosi, fissarsi nei miei, e udii una voce dolce come una musica dire:
— Sai, Ilda; il babbo m’ha promesso di farti uscire con me la prossima volta, avevo bisogno di dirtelo subito. Addio, buona notte; — e via scappò nel suo lettuccio senza ch’io potessi nella mia sorpresa profferire una sola parola.
— Margherita, Margherita! — chiamai, ma vidi i suoi occhietti neri che mi facevano cenno di star zitta e per quella notte dovetti tener dentro di me la voglia che avevo di prendere quella testina bruna e mangiarla di baci. Dunque qualcuno aveva pensato a me! E questa persona era la buona Margherita Arvedi, una fanciulla timida colla faccia da madonnina, che non era molto considerata in collegio perchè non avea nè molto ingegno nè molto spirito, e la direttrice parlando di lei diceva sempre:
«Quella fanciulla è tutto cuore, non le resta posto per altro.»
Quella sera fui proprio convinta della verità di queste parole, e la fanciulla della quale prima m’ero accorta appena, divenne la mia più cara amica e la mia sola consolazione. Quando mi sentivo sola, infelice, abbandonata, mi bastava rivolgermi dalla sua parte e vedevo sempre quegli occhi profondi fissi sopra di me, quei begli occhi che mi leggevano in cuore e si offuscavano o si rischiaravano secondo l’espressione della mia fisonomia. Erano due punti luminosi nell’oscurità della mia esistenza e finchè erano là a consolarmi non mi sentivo affatto sola.
Tutte le mie compagne lasciavano ad una ad una il collegio ed io le vedevo passeggiare cento volte più belle nelle loro vesti eleganti, ma mi restavano i miei fidi occhi eloquenti e non le invidiavo.
Un giorno quei begli occhi vennero a me tutti lagrimosi.
— Coraggio, Ilda, — mi disse, — bisogna lasciarci.
Sentii una stilettata al cuore.
— Come! — gridai, — tu esci? che sarà di me?
— Il babbo lo vuole, — rispose, e sentii le due braccia morbide stringersi intorno al mio collo e la voce soave che diceva: — Coraggio! Verrà quel giorno anche per te.
Anche per me! Ma in che modo sarebbe quel giorno? Chi mai avrebbe aperto il mio carcere? Come intanto avrei potuto vivere senza il mio bel raggio di sole?
Perché, o alte mura del collegio, mi sembraste da quel giorno più soffocanti? Perchè mi parve più goffa la divisa che si vestiva sempre, bigia l’estate e turchina l’inverno? Perché desideravo la morte come una liberazione? Qualche volta la mia mente fantasticava e mi pareva d’essere una principessa dei racconti delle fate imprigionata in un castello incantato e aspettavo un principe che venisse a liberarmi. Ma passavano i giorni, i mesi e gli anni, e il principe tanto desiderato non veniva; doveva essere ben crudele o aver altre faccende pel capo, se non ascoltava le invocazioni d’una fanciulla di diciott’anni.
Qualche volta nel silenzio della notte altre idee strane mi passavano per la testa, ora mi veniva una voglia prepotente di fare una corda colle lenzuola e fuggire dalla finestra e poi correre alla ventura per l’aperta campagna, oppure pensavo ad un incendio, ad un terremoto che facesse crollare quelle mura divenute odiose per me e mi fosse possibile trovare fra quelle rovine la morte o la libertà. Erano tutte fantasticherie che si dileguavano colla luce del sole ed io allora m’immergevo nello studio per non pensare più a nulla.
È inutile ch’io ripensi a quello che ho sofferto in un’età che dovrebbe assere per tutti un sorriso. È certo che se avessi continuato per un pezzo a vivere fra quelle quattro mura sarei impazzita o intisichita; intanto m’inselvatichivo ogni giorno di più e diventavo irascibile e stizzosa.
Una mattina fui molto sorpresa di sentire che c’erano in parlatorio persone che chiedevano di me. Non poteva essere Margherita, perchè era come di casa e veniva a sorprendermi in qualunque posto mi fossi trovata, e poi, la sua istitutrice la lasciava venire molto raramente. Dopo molti anni che nessuno veniva a vedermi, a quella chiamata mi sentii battere forte forte il cuore come se scoppiasse e pensai al principe dei miei sogni.
Fui molto sorpresa di trovare la zia Paolina, una sorella di mio padre, che non s’era mai curata di me, dedita com’era ad una vita tutta mondana.
— Zia! — esclamai tutta confusa.
— Ti sorprende la mia visita? — mi disse, — ma tutti questi anni ho viaggiato, sono stata tanto occupata che non ho potuto venire a vederti, del resto sapevo che stavi bene.
Me ne stavo tutta imbarazzata perchè non avevo in lei molta confidenza avendola veduta soltanto un paio di volte molti anni prima. — Andiamo, via, coraggio, — disse aprendomi le braccia, — dammi un bel bacio e ricordati che ora dobbiamo essere amiche; — poi continuò colla sua usata volubilità guardandomi in faccia. — Ma sai che ti sei fatta carina? e come sei cresciuta! ora non permetto più che tu stia camuffata a quel modo, nè che tu rimanga in quest’orribile collegio; io se fossi stata ne tuoi panni a quest’ora sarei scappata chissà dove. Alla tua età star rinchiusa con quel visino? Non lo posso permettere.
— E perché non mi conduci via subito, — diss’io.
— Non posso, domani verrò a prenderti, intanto avvertirò la direttrice.
— No, no, domani, — diss’io colle lagrime agli occhi, — subito, ti prego, domani non ti ricorderai più di me, sei stata tanto tempo senza venire. — Che sciocca! allora eri una bimba e m’annoiavo a parlare con te, e poi i bimbi non mi piacciono, strillano, toccano tutto, sono irrequieti, ma ora sta tranquilla che non ti abbandonerò più, mi piaci tanto tanto e sarai la mia compagna, ci ameremo come due sorelle. Addio, a rivederci domani, trovati pronta, perchè non ho pazienza d’aspettare, — e scomparve come una bella visione.
Dunque era vero, finalmente si schiudevano come per incanto le porte della mia prigione! Quel giorno vissi come in un sogno, e come in un sogno udii le parole che mi andava dicendo la direttrice.
— Ero proprio fortunata, — diceva, — infine andar colla zia era la miglior cosa che mi potesse capitare; la zia, è vero, non passava per una donna molta seria, anzi avea fama d’esser piuttosto volubile, ma avea cuore e non m’avrebbe certo abbandonata, poi era la sola guida conveniente per fare i primi passi nel mondo, in questo mondo pieno di pericoli. Poi mi raccomandò di ricorrere a lei se avessi bisogno di qualche consiglio e terminò con una specie di sermone che non mancava mai di fare alle fanciulle che uscivano dal collegio.
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