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A Francesco Reina
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Indirizzandogli le Novelle di Misser , pubblicate l'anno 1815.
Voi, o egregio Signore, farete certamente buon viso a questa Opericciuola, la quale con allegra fronte vi si presenta siccome pegno di un’amicizia che mise un di mille legami intorno al mio cuore. Corre già il quarto anno da che io vivo lontano dalla vostra Milano, e dalla squisitissima libreria che voi possedete, e che mi era costi sorgente di assai piacevoli di svagamenti. Le cure pubbliche, ed i privati fastidj mi hanno oggidì fatto rinunziare alla polvere onorata delle Biblioteche, dalla quale però non posso essere si alieno da non cogliere di buon grado le occasioni d'insozzarmene tuttavia alcuna volta; e voi ne avete una prova nella pubblicazione a cui ora mi presto di queste xl Novelle. Furono esse dal bizzarro e giocondo umore del scritte, e poste tra le sue Lettere nelle sue Librerie, nella sua Zucca, ne' suoi Marmi, ne' suoi Mondi, nella sua Moral Filosofia, ne’ suoi Pistolotti d'Amore, e nel suo tenebroso Comento al Burchiello. A me piacque di trarle da tutti questi libri (che oramai pochi si prendono cura di scartabellare), immaginando che possano riuscire gradite, sì perché si troveranno per la prima volta a buona forma diligentemente ridotte, sì perché, quantunque tirate giù alla carlona, non mancano tuttavia di quel brio, di que’ sali, di quella naturalezza che tanto piacciono in lavori di questa fatta. E il conte Borromeo, e il chiarissimo Poggiali avevano già posto il nella schiera dei Novellatori Italiani, ma non poco era da aggiugnersi alle notizie da essi raccolte; e voi, maestro della Bibliografia, ve ne accorgerete di leggieri dal Catalogo che metto in fronte al mio Libro, e che prosontuosetto pretende di meritarsi una qualche vostra approvazione. Contento di questa, e di quella pure che io non dispero ottenere da un piccolo numero di distinti soggetti, fra le cui mani soltanto passerà questa operetta (la quale contenendo alcuni tratti poco castigati, volli impressa in iscarsissimo numero di esemplari), mi raccomando alla continuazione della vostra benevolenza, e ai vostri desideratissimi comandi tutto mi offero.
Al marchese Gio. Giacomo Trivulzio
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Con le altre loro sorelle, che presso di Voi, ragguardevolissimo signor Marchese, trovano sempre aura di benigno favore, vengono ad accompagnarsi queste xx Novellette di scrittore antico, tolte da un prezioso ed ignoto codice ch'è di vostra attinenza, e che ne contiene clvi. La vostra mercé io sono stato di questo codice il depositario per alcuni mesi, e sotto le mie cure esso acquistò nuova vita, mediante una copia fattane trarre, che rende di ovvia lettura ciò che prima poteasi a stento diciferare.
Se poco accettevole suol riuscire l'offerta di un’antica scrittura, di cui l'autenticità non sia ben comprovata, e di cui resti sconosciuto l’autore, sarà mio studio di conciliarmi possibilmente il vostro gradimento col dirvi ora alcuna cosa intorno al nome, alla patria, al tempo, e allo ingegno del Novellatore che sotto i vostri auspicj vede la luce.
Non potrà a buon conto rimanere ambiguità alcuna intorno al suo nome. Quantunque non ricordato espressamente nell’opera, leggesi tuttavia nel proemio di essa un Sonetto in nel quale (il lettore) lo proprio nome (dell’autore) col soprannome ritroverà. Accozzate in fatti le prime iniziali di ogni verso di questo ladro Sonetto, risulta , come potrete scorgere Voi medesimo dalla seguente copia fedele:
Già trovo si diè pace Pompeo Immaginando il grave tradimento, Omicidio crudele e violento, Volendo ciò Cesare e Tolomeo. Amò Ecuba quel reo Nativo d’Antenor il di cui nome fia spento; Nascose su l’altar con gran passione Il convertir ringraziando Dio. Sotto color di pace ancora Giuda El nostro Salvator Cristo tradito, Radendo sè di vita in morte cruda. Considerando ciò dommi pace io Avendo sempre l’anima mia cruda. Mossa a vendetta, cancello il pensier mio. Ben dico che la lingua colla mente Insieme non diforma in leal gente.
Assicurati intorno al nome e al soprannome, indaghiamo ora la patria di questo . Narra egli nel principio del suo lavoro, che una brigata di uomini, di donne, di preti, di frati riunitasi nel contado di Lucca nell’anno mccclxxiv, quando v’infieriva la peste, deliberò di allontanarsi da quell'infetto e malaugurato paese, e di mettersi in cammino per tutta Italia, dandosi buon tempo col novellare. Nomina per lo più la città di col titolo di nostra (vedi la novella iv) e la schiera de’ viandanti da Lucca si move, ed a Lucca finalmente reducesi dopo avere tenuto il seguente cammino. Passa da principio a , indi a , e divaga per la , di dove retrocedendo visita , , , , ; e non volendo intrattenersi, a Vinegia per sospetti di peste, viene a , quindi per a , a , a , e dopo di aver veduto tutta la portasi da a , indi a . A questo passo il codice manca, ma da Savona a Lucca essendo breve il tragitto, pare che non possano desiderarsi se non che due o tre novelle a compimento dell'opera, e a vedere restituita la sollazzevole brigata alla città che dee reputarsi patria del Novellatore. L’anno 1374 di sopra indicato se non è precisamente quello in cui il dettò il suo Libro, dee però riguardarsi siccome tessera che indica un’epoca di ravvicinamento. Ciò si convaliderà, sol che vi piaccia, egregio signor Marchese, di venir meco all’esame degli scrittori dell’antica storia letteraria italiana. Quantunque il nome di Cambi, o ser Cambi, o Sercambi trovisi or ripetuto, or confuso, nulladimeno due opere esistono, una delle quali a buon diritto si può giudicar appartenente al nostro autore. La Cronaca di Lucca è la prima di queste opere, che troverete inserita nel vol. xviii della grande Raccolta Rerum Italicarum Scriptores. Di questa Cronaca è dichiarato autore Giovanni Sercambi Lucchese; e in essa si leggono frammischiate otto Novelle che stanno appunto nel vostro Codice. È tratta da codesta Biblioteca Ambrosiana, e trascorre dall’anno 1400 sino al 1409. Osservò il nella sua Prefazione, che vi s’incontrano spesso alcune voci particolari del dialetto lucchese; e di queste, come di alcun’altra de’ varj dialetti d Italia, anche le Novelle presenti restano non di rado insudiciate. Troverete l'altra opera ricordata noi Calalogo de’ manoscritti della Biblioteca Leopoldino-Lanrenziana (Tom. ii, col. 225), ed è un Commento al Paradiso di . Il Bandini, che lo giudicò scritto intorno al fine del secolo xv, ne riportò, secondo il suo costume, le ultime parole, e sono: La soprascripta Expositione, Chiose, o vero Postille oc scripto io Johanne ser Cambi, ecc.: anche il ci rammentò il come storico lucchese, senza però nulla aggiugner del suo. Ora, avuto riguardo alla conformità del nome, del soprannome, all'epoche della vita e alla identità della patria, parmi di non posare sopra ombratili conghietture formando del cronista di Lucca, dello spositore di Dante e dello Scrittore delle Novelle un solo ed unico autore.
Voi, veneratissimo signor Marchese, che per annobilire le vostre insigni raccolte non abbisognate di mendicar i gioielli adulterati, so che avete già rinunziato al vanto di possedere il codice veramente originale delle Novelle di questo nostro Sercambi; dovete però trovarvi pago anche della vostra copia, ch'è pure di assai vecchia data, e unica per quanto io sappia. La forma de' suoi caratteri, e quella delle sue abbreviature, la qualità della carta e i modi tenuto dallo scrittore nell'ortografia, non lasciano dubbio che non sia stata eseguila in Toscana durante il secolo xv. Io so eziandio, che uno de’ vostri dottissimi amici, il quale è fregio di codesta insigne Ambrosiana, portò parere, che il carattere si rassomigli alcun poco a quello di Leonardo da Vinci, ad eccezione però della sua maniera particolare di scrivere alla orientale, cioè dalla destra alla sinistra. Una prova incontrastabile che sia copia questo vostro codice hassi in una Nota posta in calce dell’Indice, nella quale si accennano Miniature aggiunte a fregio del libro, che nel vostro esemplare non sono; e d’altra parte, in essa qua e colà si veggono certe lacune, le quali indicano troppo bene gl’inciampi incontrati dallo scrittore nella forse troppo scabrosa lettura dell’originale; lacune che rendono altresì il senso intralciato e poco intelligibile.
Dalle poesie di Giovanni Sercambi, che si trovano sparse fra questo suo Novelliere, ne scampi Iddio ogni fedel cristiano; e bastine il saggio del riportato Sonetto, che nasconde il suo nome. Le prose o Novelle sue meritano poi ben altro che imprecazioni. Piace in esse quell’aurea semplicità con cui scrivevano i nostri buoni padri, piace quella ingenua pit- tura de’ vecchi tempi ed usanze, piacciono i tenui avvenimenti vivacemente dipinti, e sempre con quella proprietà di voci che assai difficilmente raggiugne la comune de’ moderni scrittori. Manca, è vero, al nostro Sercambi la purità della favella, spezialmente propria una volta degli abitatori delle sponde dell’Arno; nulladimeno potrebbesi pur concedere grazia a qualche suo vocabolo di conio italiano ed espressivo. Egli ha inoltre quella vibratezza di dialogo che tanto e’innamora quando leggiamo le Novelle di Franco Sacchetti. I suoi argomenti non sono sempre nuovi, perchè il Boccaccio ed altri ne maneggiarono alcuni e prima e poi, ma sono sempre con aria di novità esposti e trattati.
Voi non leggerete nella presente edizione alcuna delle Novelle che si trova imbrattata di oscenità e di laidezze, abbenchè posta per lo più in bocca di gente che porta cherca o cocolla, e abbenche l’autore protestisi in più di un luogo di essere un cristianello buono o morigerato. Non vi dissimulo, che tali Novelle appunto, sì per la condotta come per la sposizione, starebbero in cima a tutte; ma io so quale è il debito che mi corre, e so a chi indirizzo questo libro; nè intorno a ciò servirà parlar di vantaggio.
Nella stampa ho fedelmente seguito l’originale, e pressochè mantenuta l’antica ortografia; ma dove l’amanuense si mostrò uniforme, ricopiando alcune voci in modo oggidì disusato, mi parve opportuno di adottare per maggiore chiarezza l’uso comune; esempigrazia, in luogo di ritenere magore, gorno, cipta, ongni, messo, alchuno ho sempre sostituito maggiore, giorno, città, ogni, mezzo, alcuno, ecc. La interpunzione è rinnovata affatto, siccome quella ch’è più indispensabile a rendere il testo ordinato e chiaro.
Vi ho detto tutto, nobilissimo signor Marchese; ma ben mi accorgo che questa mia lettera è divenuta una lunghieria poco dicevole alla tenue mole del libro che vi presento. Voglio credere che di leggieri me ne scuserete quando vi pregherò, come faccio, ad accettarla in luogo della visita autunnale ch’io vi aveva promesso anche per quest’anno. Se carichi e brighe mi vietano di poter risalutare il deliziosissimo vostro giardino di Omate, sperare però mi giova che, andando Voi a diporto per quegli avviluppati sentieri, per quei verdi prati, e per quelle ombrose vallette, circondalo da un drappello di Grazie, che ben tale il formano le vostre elette figliuole, e la preclarissima vostra sposa, potrete allegrare ed esse e Voi colla lettura di alcuna tra queste festevoli novelle; e forse che tutti d’accordo consolerete allora d’un sorriso anche il loro editore, il quale nel dedicarvele vi offre tutto se stesso.
Ad Antonio Marsand
ct ct ct Voi solete, pregiatissimo Amico, tenere buon conto di un qualche lavoretto tipografico che per opera mia esce di quando in quando alla luce, o mi ricorda la lieta accoglienza che avete fatta alle Novelle di Messer Anton Francesco Doni, che l’anno scorso ho per la prima volta raccolte e messo a stampa. Spero di farvi oggidì una grata sorpresa intitolando a dirittura a voi questa opericciuola, che mi piacque scerre onde saggiar un nuovo picciolo e nitido carattere fuso qui presso Giuseppe Picotti. Il fregiare del Vostro nome la fronte di questo libro riesce a me dolcissima cosa, mentre posso così attestare in faccia del pubblico di essere con voi legato della più intrinseca e cara amicizia; né riuscirà a Voi ciò malgrazioso, mentre verrete ad ottenere la dedicazione di un libro che gli avi nostri hanno creduto pur degno di mandar indirizzato ad illustri vescovi, e di mettere in sino a’ piedi di papa Gregorio xiv, come scorgesi da alcune vecchie stampe fattene in Padova, in Venezia e in Milano. Ma entriamo un poco a ragionar dell’Autore e della famosa sua Vita Sobria, affinché questa lettera tenga anche luogo di prefazione.
Lungo discorso potrebbe farsi intorno a , vissuto in que’ beati tempi del cinquecento, ne quali i peregrini ingegni pul- lulavano per tutta Italia come le violette nei campi a’ bei giorni di primavera. Parlarono già di lui con onore i suoi illustri coetanei, , , cardinale , , , ed altri, e ci diedero poi belle notizie intorno alla sua vita e alle sue diverse opere il , il , il , il , il doge , il Fontanini, lo Zeno, il , scrittori tutti da potersi consultare con profitto da chi volesse scrivere la vita del . Io non entrerò in alcuna particolarità, e basterammi ricordare, che, discendente egli da una delle più illustri famiglie veneziane, ne accrebbe lo splendore colla fama de’ suoi talenti, e con quella sobrietà e temperanza della sua vita, condotta fin presso a cent’anni, dopo aver pure speso la giovanezza nel dissipamento e in mezzo alle più penose indisposizioni. Seppe egli mantenersi stimato e riverito da quanti vi erano a’ suoi tempi uomini dabbene e letterati, i quali rimaneano presi delle sue dolci e generose maniere, et della sua più che privata magnificenza. Dalle Stesse sue parole, contenute ne’ Trattatelli e nelle Lettere che ora si pubblicano, vedrà ognuno com’egli abbia saputo formarsi creatore e signore di larga fortuna, mantenersi sempre in invidiabile tranquillità di animo, e sentire innanzi assai negli studi delle arti, delle lettere, delle scienze, avendo scritto opere intorno alla pittura, all’architettura, all’agricoltura, alla musica, non che intorno alla Laguna di Venezia, ed eziandio una commedia tutta piena di onesti risi e di piacevoli molti. Ultima sua fatica furono i Discorsi in-
torno all’arte di prolungar la vita umana che continuano il Trattato della Vita Sobria. Nobilissimo dispensatore delle ricchezze, sappiamo che a sue proprie spese egli eresse un tempio elegante, ingrandì privati edificj, si creò ville amenissime e sulla pianura e in collina, procacciò speziosi miglioramenti ai suoi poderi con disseccamenti di paludi e con industrie infinite; promosse in fine gli agi della sente sua, e favoreggiò costantemente i letterati e gli artisti, che trovarono sempre nella sua casa utile assistenza e generosa ospitalità.
Ma tutte queste belle prerogative di Luigi Cornaro non sarebbero bastanti a rendere il suo nome chiaro in Europa, se non ci fos- sero rimasti i presenti piccioli Trattati intorno alla Vita Sobria, composti in varie volte nella decrepita sua età di anni 83, 86, 91, e 95. Io credo che il candore che spirano colla semplicità loro, la importanza dell’argomento, e ’l favore con cui ci diamo tutti a conoscere i mezzi di prolungare la nostra vita, abbiano loro agevolato tanta fortuna da venire lodali a cielo da uomini del miglior senno. Voi conoscete meglio di me le molte edizioni che se ne sono fatte in Italia, e le versioni che fuori d’Italia col corredo di note fisiche e filologiche furono divulgate, ora nel latino, ora nel francese, ora nel tedesco, ora nell'inglese idioma. Furono in fatti questi Discorsi tenuti quasi in conto di classico libro, e avvegnaché alcuna volta ruvidetti e bassi, pure siccome
Poca favilla gran gran fiamma seconda, così bastarono a riscaldare un Lessio, un Bartolini, un Ramazzini, un Cheine, un Hufeland e tanti altri, i quali poi scrissero opere di maggior polso sullo stesso argomento. Fu taluno che bandì guerra alle dottrine del Cornaro, e primo di tutti si pose in campo per prova d’ingegno il suo illustre amico e
contemporaneo , il quale scrisse contro la Sobrietà; ma poco dopo rimettendosi spontaneamente nel buon sentiere,
ci lasciò un bel frammento di altro suo sodo Discorso in favore della Sobrietà. Anche un cotal signor de la Bonaudiere francese pubblicò in Parigi lAnti-Cornaro, libro ch'io non conosco punto, ma che monsignor Fontanini giudicò dettato contro tutte le regole della onestà, e che i nuovi compilatori francesi della Biographie Universelle asseriscono scritto con osservazioni tont-à-fait oiseuses. Il gentiluomo italiano marchese Francesco Eugenio Guasco, corredando di sua Prefazione una moderna ristampa de’ Discorsi del Cornaro, fattasi in Lucca,, vi aggiunse di volo
una critica che piacemi riportare, onde veggiate quanto sono varie le fantasie degli uomini; non dissimulando punto che dal canto mio non esiterei troppo a credere irrepugnabili le ragioni del Guasco: I precetti, egli dice, contenuti nel Discorsi della Vita Sobria composti dal signor , sono più dilettevoli a leggersi, che facili a praticarsi. Per poter imitare la sua vita felice, e per aspirare con buono augurio ad una età tanto avanzata, e, quel che molto importa, esente dagl'incomodi della vecchiezza, bisognerebbe avere tutti quel mezzi, de’ quali il nostro Autore era stato largamente fornito dalla natura e dalla fortuna. Circa il temperamento, o sia la complessione, voglio credere che la sobrietà e la moderazione possano formarla robusta e forte a dispetto ancora dell'imperfezione della macchina; ma circa la tranquillità dell'animo, che è, a mio giudizio, quella che più contribuisce ad una lunga e beata vita, non può conseguirsi né con la moderazione o sceltezza dei cibi, né con la prudente ed opportuna variazione del clima. Se mi parlate di quella pace dell'animo che nasce dalla perfetta osservanza delle leggi divine, e dal buon testimonio d’una coscienza innocente, v’accordo cliesla in mano di chicchessia il procacciarsela; ma se intendete di quella tranquillità meramente filosofica, e che coi mezzi umani si acquista, io sono di parere che non dipenda da noi. Dipende Amico, dall’aver de’ danari assai, o almeno quanti ne abbisognano a ciascheduno per mantenersi con agio e con decoro nella propria condizione, senza pensieri, senza fastidii, senz’angustie, e, come dice un poeta francese, sans lendemain. Privi di questi, crediatemi, è difficile, anzi stimo impossibile di poter essere tranquillo; ed io mi rido di quei filosofi che vantavano grande tranquillità senza danari; no, non do fede alle loro parole. Tutti insegnavano che la tranquillità dell’animo è il maggiore di tutti i beni, e questo è verissimo: ma che? credete voi che godessero di questo sommo bene senza i mezzi di procacciarselo? La cristiana filosofia è la sola che possa condurre un uomo ad esser beato, ancorché povero e privo del bisognevole; fuori di essa tutto è impostura; e chi non ha tutto ciò ch’è necessario alla sua condizione, qualunque siasi, se non è contintnuamente agiato, non può, a dir poco, essero perfettamente tranquillo. Se il signor Luigi non avesse avuto molte sostanze da pagare i debiti, da provvedersi di tutti i comodi della vita; se non avesse avuto i mezzi di fabbricarsi una Villa alla collina, e l'altra alla pianura, di fare de’ viaggi, o di cangiar clima secondo l’opportunità delle stagioni, di farsi recare i cibi più conformi alla sua complessione e le medicine più perfette, di accogliere e trattenere in sua casa una compagnia geniale di amici e di letterati che lo andavano a visitare: se in luogo di una moglie docile, moderata ed onesta, gli fosse toccata una donna d’umor bisbetico, come fu quella di ; se non avesse avuto una corona di undici nipoti bene inclinati, graziosi e ben composti; finalmente se non fosse stato dotato di molto talento, se non avesse avuto il modo di provvedersi di buoni libri, e di tutto il corredo letterario, necessarissimo a chi coltiva le scienze e le belle arti; non so s’egli avrebbe passata una vita tanto tranquilla com’egli assicura, e se sarebbe giunto all’età di cent’anni, come affermano gli storici che parlano di lui. Voglio dire con questo, che i Discorsi della Vita Sobria sono belli e buoni, ma che senza la pace dell'animo poco giovet ebbero a prolungare la vita; e dico che questa pace non si può ottenere se non col favore di tutti quei mezzi ch’ebbe per procacciarsela il nostro autore. Ciò non pertanto siccome vi sono nel mondo moltissimi che hanno, o possono avere tutti quei mezzi, così è bene che almeno questi trovino nei presenti Discorsi il metodo che s’ha a tenere da essi per viver tranquilli, e vivendo tranquilli prolungarsi la vita.
Dopo la diceria del marchese Guasco non volendo io favellar pili a dilungo, mi contenterò, prima di terminare questa lettera, di pregarvi, mio pregialissimo amico, a non essermi discortese di qualche lode per le cure da me preso nella presente ristampa. Vi ho dato dentro a tutt’uomo onde ingentilirla più d’ogni altra, tornando la lezione al nativo candore, e allogando alcune parti disgiunte, che mi parvero atte a formare un bel corpo solo. Consistono queste in tre sonetti d’ottimo sapore, al Cornaro stesso indirizzati da ; in una Dedicatoria di a , vescovo di , che manca in molte edizioni; nel Disorso o lettera di contro la Sobrietà, e nel frammento dell’altro suo Discorso in favore dela Sobrietà, l’uno e l’al- tro scritti elegantemente; ed al fine in alcune poche, ma importanti lettere di o di altri a lui, che mi furono segnate dalla infinita cortesia del dottissimo cavalier Morelli, e che spargono nuova luce su la vita, e su le opere del nostro Autore. Come se ciò non potesse essere tuttavia sufficiente per far riuscire questo libricciuolo degno del finissimo vostro gusto, mi prendo la cura di presentarvene un esemplare impresso in candidissime pergamene di Augusta; e scommetterei che a quest’ultima tentazione con cui vi assalgo non saprete come più contrastare, e ch’io avrò quindi sempre più stabiliti i miei diritti alla vostra amorevolezza. Addio. Di Venezia addì 10 di agosto, 1816.
Ad Edmondo Davenport
ct ct ct Indirizzando al suo Nome le Poesie del Dialetto Veneziano raccolte in quattordici volumi, e pubblicati l’anno 1817. Venezia
Si troverà alquanto strano che io indirizzi a Voi, onorevole signore dell’Inghilterra, una Raccolta di Poesie scritte nel particolare dialetto usato in un cantone d’Italia. Ma se le dedicazioni si fanno o perché gli argomenti svolti ne’ libri tornano a particolare diletto di coloro a’ quali si offrono, o perché danno una pubblica testimonianza di riverenza e di affetto, niuna ve n’ha che possa essere fornita di migliori e di più giusti diritti di questa mia. Essa a voi appartiene, detto e perito nelle lingue e ne’ dialetti italiani, a voi raccoglitore solerte delle antiche e moderne preziosità dell’italiana letteratura, a voi felice scrittore d’italiani versi bernieschi e di novelle venuste, a voi poi spezialmente, che per finezza d’ingegno, per eccellenza di cuore, per costante amorevolezza verso di me siete sempre presente all’animo mio.
E siccome io ardisco confidare di avere fatto ottima scelta ne’ componiementi che mi sono proposto di dar in luce, così non potrà non esservi grato ch’io vi renda ragione intorno al mio disegno, e intorno agli autori raccolti, affinchè possiate con favorevole prevenzione gustare della grazia, della forza, della eccellenza di una perfetta poesia, abbenché travestita sotto le umili forme di un parlare vernacolo.
Colle illustri testimonianze dello , del , del e di altri, mi sarebbe a buon conto facile il dimostrarvi che il veneziano dialetto sta in cima ad ogni altro in Italia, ma non è di animo gentile il ledere a’ diritti delle altrui patrie predilezioni a fine di esaltare quel solo linguaggio di cui uno mostra di essere particolare coltivatore; ed è poi giusto il confessare, che opere molto commendevoli nel medesimo genere contano anche le altre contrade italiane, come ne fanno prova le doviziose raccolte che sono a stampa di poesie scritte in napoletano e in milanese, e tanti leggiadri componimenti pubblicatisi ne’ dialetti siciliano, bolognese, friulan, bresciano, piemontese, ecc. Io mi limiterò dunque a dirvi, che le veneziane contrade hanno avuto già componimenti ne’ varj loro dialetti, sin dal secolo sestodecimo, e che per esempio le Commedie di ’, e le Poesie di Menon, di Begoto e di , le une e le altre scritte in lingua rustica padovana, vengono tuttavia lette, studiate, ammirate. I cantori nel vernacolo proprio di queste lagune furono per vero dire in allora assai scarsi, e rimasero eziandio poco noti, se si eccettui un certo , autore d’un curioso Poema intitolato il Naspo Bizzarro, e qualche Canto dell’Ariosto trasformato alla foggia veneziana. Approssimavasi alla sua fine il secolo stesso quando seppe farsi nome colle sue Egloghe Pescatorie, e surse contemporaneamente un veneto ingegno, , l’autore della Strazzosa, al quale se fosse toccato in sorte di condurre una lunga vita sarebbe rimasta certamente una corona di trionfatore nel Parnaso vernacolo.
Ora essendo prima di tutto opportuno dì conoscere le nostre antiche Poesie, ad esse sole io ho consacrati due volumetti: il primo, che ltre a qualche componimento popolare pieno di brio, racchoiude la Guerra de’ Nicolotti e Castellani dell’anno 1521, è una pittura importante di antiche e curiosissime nostre costumanze; ed il volumetto secondo, dà un piccolo ma leggiadrissimo Canzoniere composto dal Veniero sopraccitato. Tra gli acuti secentisti non è alcuno che lasciato ci abbia un’opera quale meriti veramente l'onore di ritornare adesso alla luce, e tanto più che non appartiene al genere lirico, mio solo scopo, un curioso lavoro didascalico in dialetto veneziano di , intitolato la Carta del Navegar pittoresco.
Era riserbato al secolo decimottavo, e ai giorni nostri correnti l'onore di produrre canti vernacoli di finissimo gusto; e quindi di autori poco è mancati di vita, e di altri tuttavia fiorenti io ho principalmente formato la mia raccolta in altri dodici volumetti. Venite al fonte, o onorevole Cavaliere, e non trepido a dirvi che vi disseterete di acque limpidissime e fresche. Nel vol. i vi occorrerà leggere le Canzonette di un che hanno i vezzi di nel vol. ii gli Apologhi dello stesso Autore pieni di vivacità e di sali; nel vol. iii le sue Stagioni Campestri e Cittadine modellate sul vero e colorite alla tizianesca; nel vol. iv cento Sonetti, i Cavei de Nina del Dott. , che non hanno invidia alla celebre Bella Mano di ; nel vol. v alcuni ditirambi, fra’ quali el Vin Friulano del dottor Pastò, che non teme il confronto del Bacco in Toscana del ; nel vol. vi i più spiritosi Apologhi del la Fontaine veneziano ; nel vol. vii altro componimento dello stesso Gritti, il Brigliadoro, ch’è una favola brillantissima; nel vol. viii alcune Poesie di , poesie vere, e non rime; nel vol. ix varie Barzellette di inserite per rispetto al nome di questo veneziano grand’uomo; nel x le Poesie Satiriche dell’abate Labia, che tenea fra le dita la penna di Giovenale e di Persio; nel vol. xi una scelta di pregevolissime Rime di vari Autori o estinti o viventi; e nel vol. xii ed ultimo altra scelta di quelle Rime di vari Scrittori, a’ quali piacque di adottare uno stile basso e dimesso onde meglio d’ogni altro servire al popolare trattenimento.
Con i quattordici volumetti sin qui descrittivi si compie la mia serie del Parnaso Lirico del dialetto veneziano, da cui rimanendo escluse alcune opere moderne di lunga lena, giovami farvi almeno un cenno anche intorno ad esse, onde giudicare possiate sin a qual grado siasi fra noi esteso questo ramo di amena e mu- nicipale letteratura. I due più grandi poemi del mondo (e ciò sia per questa volta con buona pace del vostro divino Milton) l’Iliade e la Gerusalemme furono felicemente travolti nel veneto dialetto, il primo sotto il titolo di Omero in Lombardia dall’abate , il secondo sotto il titolo del Tasso alla Barcaruola da . Voi conoscete molto bene le Poesie Maccaroniche di Merlin Cocai, e queste pure furono rivestite alla foggia veneziana per opera di certo Lodovico Pipperi, lavoro che non ha mai veduta la luce, ma che si possede dall’egregio patrizio veneto . Anche i leggiadri canti di Bertoldo, Bertoldino e , scritti da varj Bolognesi, ebbero una trasformazione alla veneziana, pubblicatasi poco dopo le metà del secolo scorso; nè tra i poemi eroi-comici va taciuto lo Scaramuzza, fatica onorevole di Giambatista Bada vivente. Molto esteso è eziandio il numero delle opere vernacole nella Drammaturgia, e troppo poi è stato ed è tuttavia quello de’ componimenti erotici e libertini. Il Baffo veneziano fu poeta eccellente, e ci restano inedite molte sue opere, oltre a quelle delle quali si è fatto indegno uso con istampe alla macchia.
Per le cose tutte sin qui esposte sembrami di avervi accennato quanto occorrer possa per conoscere alla sfuggita la valentia di alcuni ingegni fuori di questi lidi non noti. Ardisco promettermi che voi farete plauso al proponimento mio di toglierli dall’oscurità, e di raccomandarli perfino a codeste vostre illuminate contrade. Resta che per facilitarvi la piena loro intelligenza io aggiunga qualche canone grammaticale, e questo lo troverete segnato ne’ pochi versi seguenti, dall’autore del Bertoldo Veneziano indirizzati al proto di una stamperia. Queste pochissime ottave bastano per insegnare a bene scrivere, e a bene leggere il veneziano dialetto:
Se avisa el Proto de la stamperia, Che dovendo stampar in venezian, No se deve osservar l’ortografia, Come ricerca el bel parlar toscan. Do p, do t, do r, mal staria In Bepo, Fruto, Guera, al dir nostran; Le s’à da radopiar in uzzo e in azzo, Come Luzzo, Mastruzzo, Giozza e Brazzo. Anzi per no se unir col toscanismo, Ma seguitar la nostra antica usanza, Quel che saria in le scole un barbarismo, Plural e singolar stà in consonanza;
Quei ridono, dirave un da Fiorenza, Qua la pratica e l’uso fa sentenza. La parola cussì, con altrettante, Per levar ogni equivoco ai letori, Chiama do ss; un solo no è bastante, El dirave cusì per i sartori; Cucito scriveràve un bon cruscante Onde, aciò no ste a far miera d’erori, Un aviso ve dago per scurtarla: Se scrive in venezian come se parla.
Gustato che avrete, o egregio Cavaliere, del banchetto che vi ho imbandito, farete in guisa di rimettervi in volontà di vedere ancora una volta la mia Venezia. Venite a risalutarla, ed io festeggerò il vostro arrivo facendo sì che dalla melodiosa voce di qualche ninfa di queste Lagune possiate sentirvi ripetere le belle canzoncine di e di , poste in musica per la maggior parte dall’amico mio prestantissimo Giambatista Perrucchini. Allora con sempre maggior piacere rinnoveremo anche nel veneziano vernacolo i nostri cari colloqui lungo la riva degli Schiavoni e fra i viali, ora divenuti ombrosi, di quel giardino che per la sua singolare collocazione voi trovaste un incanto.
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