Al nobil uomo conte Emilio Borromeo
Illustrissimo Sig. Conte.
Il favore ch’ebbe la prima edizione delle Notizie storiche di Stresa e gli eccitamenti, che mi vennero dagli amici nonchè da molti di sua famiglia, affinchè volessi estendere il mio lavoro a tutto il Vergante e al Lago Maggiore, almeno per quella parte che spetta alla riva occidentale del medesimo da Arona sino a Feriolo, mi animarono a riprendere la penna in mano per riveder quel lavoro, correggerlo da parecchi errori, ne’ quali era incorso, e aggiungervi qualche altra cosa, che gli potesse acquistare un interesse maggiore. Ed ecco che dopo lunghi studii e ricerche esce nuovamente alla luce, ma rifuso in uno più ampio e coll’aggiunta delle Notizie delle Isole Borromee e di quelle più generali del Lago Maggiore dai tempi più remoti sino al momento nel quale e Stresa e le Isole cominciano ad avere un punto storico di partenza.
Le Notizie di Stresa furono da me dedicate al comune amico, l’ab. Giambattista Branzini, insigne benefattore di questa sua patria, e ne ripeterò più innanzi la lettera che allora gl’indirizzava, quale documento anch’essa del mio primo lavoro. Le presenti riordinate in un solo corpo con quelle delle Isole, che a tutto dritto si appellano a Borromee, meritano, Illustrissimo Sig. Conte, di essere consacrate al suo nome e per diverse ragioni, non ultima delle quali è l’amore, ch’Ella stesso porta a queste sponde amenissime del Verbano, e in modo particolare a queste Isole, che ne sono il più bello e più prezioso ornamento. E veramente se v’ha titolo alcuno, che molti certo ne ha, che possa a pieno giustificare anche appo altrui la mia scelta, questo io credo sia quello che più valga a ben meritare della pubblica estimazione; conciossiachè non vi possa essere alcuno, che nell’amore, non che suo, di tutta la sua famiglia per queste Isole, non vegga con piacere e insieme con gratitudine mantenuto costantemente, ed anzi ognora più avvantaggiato, il decoro del nostro Lago. L’accoglienza benevola ch’Ella fece altra volta e in circostanza solenne, alla Dedica della Vita di uno de’ suoi più illustri e Santi antenati, che avrà qui pure suo luogo, mi è arra di quella ch’Ella sarà per fare eziando alla presente, e in questo grato pensiero m’è dolce di potermele professare.
Stresa il 30 Settembre 1874.
Prefazione
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L’origine dei due primi volumi della presente Collezione è dovuta interamente alla venerata memoria di . Questi aveva ordinato all’egregio artista Luganese di lavorare in istucco cinque statue da collocarsi nelle cinque nicchie della Chiesa da lui eretta sul colle prossimo a Stresa. Una di queste, quella di mezzo in faccia al pulpito, doveva rappresentare S. Pietro in atto di trarre a terra una rete di pesci, tema allusivo al Noviziato, ad uso del quale era allora destinata la contigua casa religiosa, ivi stesso da lui edificata: le altre quattro dovevano essere dei Santi e Beati principali del Lago Maggiore, cioè di S. Arialdo Diacono, di S. Carlo Borromeo, del B. Alberto Besozzi e della B. Caterina da Pallanza. Bramoso in pari tempo, che anche la popolazione di Stresa, che frequenta questa Chiesa, potesse trarre, alla vista di queste statue, un qualche pascolo alla propria devozione, mi manifestò, correva l’anno 1853, il desiderio, che alcuno de’ suoi scrivesse all’edificazione de’ fedeli un breve sunto della Vita dei detti Santi e Beati. Accortomi che avrebbe avuto piacere che imprendessi io quel lavoro, non tardai a proferirmivi, permettendomi al tempo stesso di fargli osservare che sarebbe stato anche utile di premettere a quelle Vite un qualche cenno storico intorno al borgo di Stresa. Questo pensiero gli piacque e senz’altro mi confortò ad eseguirlo. Mi sono quindi posto a raccogliere i materiali opportuni, e nel giro di pochi mesi ho potuto così compilare e dare alla luce quel primo saggio col titolo: . Casale, 1854 per Casuccio, in 8.º
Alla lettura di questo libro alcuni di quelli, ch’erano stati poc’anzi da me interrogati per avere notizie, e che per poco non si erano maravigliati come io sprecassi il mio tempo su cosa (volevano alludere a Stresa), che secondo essi non valeva la pena di spendervi sopra il più piccolo studio, furono i primi a manifestarmi la loro soddisfazione e a farmi notare ad un tempo quel molto più che si sarebbe potuto dire in relazione al già detto, e a desiderare che simigliante lavoro venisse alquanto più esteso sui luoghi circonvicini, esibendosi allora prontissimi ad indicarmi, ed anco a somministrarmi, quante notizie e documenti si avevano, o si potessero avere a compimento del mio lavoro.
Il desiderio dall’una parte di emendare il mio scritto, e dall’altra di aderire alle istanze che mi venivano fatte, mi fece accogliere di buon grado ogni notizia, che mi era porta e ad imprendere nuove ricerche non solo riguardo alle Vite dei Santi e Beati del Lago Maggiore e degli altri uomini illustri di esso, de’ quali aveva fatto pur cenno, ma eziandio riguardo alle notizie storiche di Stresa e dei luoghi circonvicini. Lessi quindi quanti libri antichi e recenti furono pubblicati su questo argomento, e quante pergamene, carte e memorie scritte potei avere, rovistando, non senza grave spendio di fatica e di tempo, intere biblioteche di manoscritti ed archivi sì pubblici che privati, visitando sulla faccia del luogo ogni cosa e interrogando quanti potessero somministrarmi al bisogno consiglio, aiuto e indirizzo: e lottando in pari tempo coi pregiudizii di alcuni, coll’ignoranza di altri, e colla indifferenza di molti, per non dir più, sono venuto a capo di riunire insieme un buon numero di memorie, da poterne compilare, separandone le materie, non uno ma due volumi.
Lasciando a parte per ora quello che riguarda gli uomini illustri del Lago, e attenendomi al primo che tratta delle Notizie storiche di esso Lago, di Stresa e delle Isole Borromee, non devo anzi tutto dissimulare al mio discreto lettore la più grave delle difficoltà in che mi avvenni nella compilazione del presente volume, la quale versa non solo nella incertezza di molte notizie, ma e nella correzione eziandio di moltissimi errori in fatto di storia, di geografia e di cronologia, ne’ quali sono caduti più o meno quasi tutti gli scrittori che mi precedettero, così antichi come recenti. Di questi errori molti ne ho già notati, altri ho corretti senza avvertirli ed alcuni anche ho dovuto lasciare, perchè solo sospetti, non avendo netta la verità da poter contrapporre.
Non pretendo tuttavia di vantarmi, così dicendo, di esserne io medesimo uscito illeso. So pur troppo, e per esperienza, che un simil vanto potrebbe di leggeri e quando meno si aspetta, trovarsi smentito alla prova. Solo intendo con ciò di avvertire i miei lettori della premura e diligenza che mi ebbi nel redigere questo lavoro e delle difficoltà superate, quasi con questo provocandoli a leggermi con attenzione, chè anche ciò reputo non leggero guadagno e per essi e per me.
Questo genere di lavori, se difetta di verità e di esattezza, ha perduto gran parte del suo valore. E siccome siamo inclinati a credere che quando una cosa è pubblicata, la presunzione stia in suo favore, così ne avviene ancor di frequente, che gli stessi errori, come vediam tutto giorno, si ripetono l’uno dall’altro accettandosi senza esame con discapito di tutti quelli che sono costretti di servirsi delle altrui testimonianze; perocchè non può sempre chi attende alla compilazione di lavori di maggior mole esaminare il tutto da sè.
A questa generale avvertenza, altra ne soggiungo, ora speciale, anche per purgarmi da un’accusa fatta alla edizione delle Notizie di Stresa, e che taluno pur potrebbe ripetere sulla presente non senza apparenza di verità.
Mi accusarono cioè di aver caricato le Notizie Storiche di Stresa di troppe note. Non lo dissimulo; è vero. Prima però di farmene colpa prego i miei lettori di riflettere che la storia che mi proposi di scrivere, non si è potuta cavare dai luoghi stessi che ne sono il soggetto, o dalle viscere, come suol dirsi, dell’argomento, ma per averla si è dovuto all’incontro uscire il più delle volte di casa e cercarla tutto all’intorno per larga cerchia negli altri luoghi, dove per le relazioni che sono inseparabili tra luogo e luogo, tra paese e paese si giaceva appiattata e quasi direi nascosta, e costringerla a mutare abitazione e fare così ritorno al proprio albergo. Ora è chiaro, che in queste ricerche ho dovuto raccogliere di molte notizie che strettamente non appartengono al mio soggetto e correggere di molti errori che passati sotto silenzio, o non avvertiti a tempo, avrebbero potuto intrudersi, quando che fosse, nel mio, sebbene relativi ad altri luoghi, e quindi mi venne fatto di unire un buon numero di notizie, che forse indarno o certo a stento e con grande falica sì sarebbero potute, lasciate a parte, ripescare da poi. Che dovea farne? Mutare il titolo del mio lavoro per comprenderle anch’esse? Non avrei potuto far ciò senza rifarmi da capo e mutare per giunta il disegno già concepito a principio, Lasciarle? Non mi pareva che convenisse, specialmente che il frutto di tante indagini, sebbene non sia compiuto rispetto ad altri luoghi, potea nondimeno tornare di qualche utilità altrui. Ho preso quindi la deliberazione di riferire nel testo quanto può bastare alla dilucidazione dell’argomento, e di registrare nelle note non solo quello che può servire a dar loro un compimento qualsiasi, ma eziandio tutto quello che può riuscire di vantaggio agli altri per la storia de’ luoghi circonvicini. Così operando avvisai che il mio lavoro potea acquistare un interesse maggiore senza scapito dall’una parte e con profitto grande dall’altra, illustrandosi ad un medesimo tempo più altri paesi del nostro Lago. E ciò che dico di questo primo volume, che comprende le Notizie Storiche di Stresa e delle Isole Borromee, s’intenda detto altresì del secondo, che conterrà le Vite degli uomini illustri per virtù, scienze, lettere ed arti del Lago Maggiore, le quali ci offriranno il destro d’inserire ben altre notizie intorno a più luoghi del medesimo, coi quali hanno quelle vite una particolare attinenza.
Ciò premesso vengo ora ad esporre il metodo da me seguito nella compilazione del presente volume, e a dare così ragione del titolo che gli ho posto in fronte.
Certamente i luoghi, de’ quali imprendo a trattare, furono le molte volte e in varie guise e in diversi tempi più o meno diffusamente e in tutto o in parte descritti. Essi però non ebbero mai, a parlare con precisione, una storia propria e nè anco forse se la potevano avere, almeno secondo il concetto che si ha di essa comunemente; ond’è che le presenti anzi che storia, come fecero alcuni che mi precedettero, ho amato meglio d’intitolare Notizie storiche. Tuttavia anche di queste era a cercare un filo conduttore, intorno al quale si potessero rannodare per dar loro almeno quella specie di unità richiesta dalla natura di esse, e senza la quale, notizie staccate le une delle altre, male si sarebbero potute cronologicamente insieme congiungere.
Ben compresero questa necessità parecchi scrittori delle nostre Rive; e per ovviare alla difficoltà che loro si presentava, si limitarono più tosto a dare una descrizione puramente corografica del Lago Maggiore, soggiungendo poi a ciascun luogo le notizie che stimarono più opportune di dilucidarne la storia particolare. Questo metodo ha i suoi vantaggi e può tornare giovevole allo scopo che si è prefisso un autore: ma non era acconcio pel mio; perocchè in questo modo si ha bensì de’ singoli luoghi qualche notizia, ma non si ha intiera per veruno di essi. Se questo poteva e può appagare il curioso, che visita per pochi giorni il nostro Lago ed ha vaghezza di conoscerlo anche partitamente, ma in superfice, non potrà certo soddisfare ai desiderii di quelli che abitano sulle sue sponde; o che vi fanno dimora, almeno per qualche parte dell’anno. Questi in luogo di una semplice perlustrazione delle sue rive o di notizie staccate le une dalle altre; sentono il bisogno di conoscerne più a fondo e più ampiamente la storia, quale può aversi, e le varie fasi di essa: amano di leggere le vicende, alle quali andarono soggette le sue popolazioni nelle diverse età che trascorsero e la condizione loro sotto le varie dominazioni, che si successero col processo de’ tempi, fatti per poco presenti essi stessi nella lunga serie de’ secoli alla lenta e laboriosa trasformazione, che si venne mano a mano operando ne’ governi e ne’ popoli fino ai dì nostri. Ora è per questi che ho di preferenza compilato il mio scritto, il quale riunendo in sè il vantaggio de’ primi, soddisfa ad un tempo ai desiderii di entrambi.
Ognuno da ciò comprende, come io dovessi per questo dividere i raccolti materiali in più libri o periodi secondo l’ordine cronologico.
Già è noto, che ne’ tempi più remoti non abbiamo memorie dei nostri luoghi che molto vaghe ed incerte. La vita civile politica e religiosa de’ popoli primitivi era tutta, si può dire, tradizionale: ma questa tradizione non fu mai scritta da essi, nè ci venne tramandata da altri. Il popolo più fortunato che in tempi posteriori, che per noi furono per giunta assai tardi, pervenne coll’armi ad assoggettare questi paesi al proprio dominio, ci lasciò scritto bensì quanto ha saputo esso stesso operare in suo prò, ma nullamente si curò dell’altrui, e se pur qualche cenno n’è fatto, chè tacerne al tutto tal fiata non si poteva, questo non è che leggero, quasi sempre sconnesso e frequentemente interrotto da più o meno vaste lacune, che a noi ora è impossibile di riempiere. Si sarebbe potuto aspettare, che almeno sotto la signoria de’ Romani qualche scrittore si fosse dato pensiero delle prische memorie di questi luoghi o dei popoli, che gli abitarono; ma anche in questo ben lungo periodo, rarissima cosa è trovare qua e là qualche lume, che ci rischiari le tenebre, tra le quali sì lungamente rimasero avvolte le piaggie del nostro Lago. E lo stesso è a dire de’ tempi, ne’ quali queste regioni furono sotto il dominio de’ Goti e de’ Longobardi: dal che è manifesto che per tutto questo periodo di tempo, che corse dalle prime memorie di questi luoghi sino a dobbiamo tenerci paghi di quei pochi e miseri cenni, che troviamo sparsi nei libri degli scrittori Greci e Latini e di qualche sasso scritto, risparmiatoci dalle ingiurie dei tempi: è manifesto di più, che volendo noi al nostro scopo trar profitto anche di questi miseri avanzi, ci era mestieri di estendere le nostre ricerche a tutto il Lago Maggioro ed a’ paesi contermini, non già limitarsi ad un luogo o ad una regione particolare di esso; poichè dalla riunione di quelli in un solo corpo, si potevano ritrarre quelle notizie più generali, dalle quali poscia ne fosse dato argomentando discendere alle particolari che ci mancano, e che in quelle come in germe sono comprese. Di qua la ragione delle parole Lago
Libro I. Capo I. Descrizione del Margozzolo
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A ragione la Geografia fu considerata mai sempre quale uno degli occhi più importanti della storia. Esibendo essa la fedele descrizione dei luoghi, che furono il teatro degli avvenimenti che la storia imprende a narrare, apparecchia la mente del lettore colla cognizione del terreno, sul quale dovrà quinci innanzi portare lo sguardo, a meglio comprendere gli avvenimenti medesimi e a giustamente apprezzarli secondo il loro valore. Perciò reputo necessario di premettere alla narrazione de’ fatti la descrizione non solo del Lago Maggiore in generale, ma eziandio quella in particolare della regione, alla quale spettano i luoghi, che dovranno essere l’oggetto precipuo de’ nostri libri. Prendiamo quindi le mosse dalla descrizione del Margozzolo.
Quel tratto di paese, che a guisa di penisola giace tra il Lago d’Orta e il Maggiore, messi in comunicazione tra loro dalla Negoglia emissario del primo, non ha propriamente parlando alcun nome particolare. Esso è tutto occupato da un monte chiamato il Margozzolo e dalle sue appendici. É questo un monte al tutto staccato dalle Alpi, vagamente distinto per varietà grande di gioghi e di avvallamenti. La parte di tramontana è tozza e ripida, formata da grandi masse granitiche, le quali danno indizio della natura cristallina del nucleo di tutto il monte. La parte di mezzodì dal fianco del Monteronech’è il giogo più elevato (allo metri 1468 sopra il livello del mare), scende divisa in due come schiere parallele di giochi schistosi, la più alta delle quali forma le creste di quella regione, che si chiama il Vergante, bagnato alle falde dal Lago Maggiore; l’altra più bassa forma quella che dicesi Riviera, bagnata alle falde dal Lago d’Orta , e danno luogo all’incassatura di un valloncello, che dir potremo longitudinale o costituisce una terza regione, che chiameremo Montana. Questo valloncello è percorso dall’Agogna, volgarmente anche Gogna, fiume che diede sotto il cessato regno d’Italia al principio di questo secolo il suo nome ad uno dei suoi dipartimenti , ed il quale serpeggiando a mezzo tra le colline, si adagia nella pianura e mette foce nel Pò.
Dai molti colli e pei valloncelli trasversali di queste due creste scendono dai due versanti maggiori ai laghi e dai due minori alla valle dell'Agogna varii torrenti, che innaffiano tutto il monte e lo rendono fertile di ottimo fieno e fresco, ameno e ombroso. I più importanti sono il Pescone, il Fiume.
Il Margozzolo poi, quale appendice delle Alpi, è considerato come una delle rocce primitive, ed offre ricca messe ai geologi ed agli amatori della mineralogia e della botanica.
Libro I. Capo II. Descrizione del Lago Maggiore
Il Lago Maggiore è presentemente così chiamato, non già perchè sia il maggiore d’Italia, ma sì in comparazione de’ molti altri minori che gli fanno corona, e vi portano per mezzo dei loro emissari il tributo delle proprie acque. Si estende da Nord al Sud tra i 45.° 37.' o 46.° 3.' di latitudine boreale, e tra i 26.° 4.' e 26.° 28.' di longitudine orientale, calcolata dal meridiano di Parigi. E’ collocato tra il Regno, come pochi anni or sono chiamavasi, Lombardo-Veneto, gli Stati Sardi e la Svizzera, che ne possiede tuttora la parte più piccola, cioè un quarto circa della sua superficie, la quale si calcola di 30,000 ettari, o 215 mila chilometri quadrati. Incomincia al Nord-Est presso i villaggi di e di e si prolunga verso Sud-Est per l’estensione di 66 chilometri, pari a circa 315 miglia geografiche sino a , formando in tutta questa lunghezza parecchie sinuosità e diversi piccoli golfi. La sua larghezza maggiore in linea orizzontale è tra e Feriolo di 12 chilometri, pari a circa 7 miglia geografiche, la media è di circa due, la minore tra ed di circa un chilometro o poco più. La sua profondità è molto varia. La massima è di circa 800 metri tra Luino ed Intra e sotto Laveno e S. Caterina del Sasso, di metri 375 tra Barbé o Bedero, di 270 tra Cannobio e Macagno, di 268 tra Brisaggo e Dirinella e di soli 63 tra Locarno o Magadino, ed altrove anche meno. Il suo fondo tra l’Isola Bella e Laveno è seminato di di rocce e piccoli monticelli. Secondo la temperatura delle sue acque è di 5.° 1.' Réaumur alla profondità di 335 piedi . La sua elevatezza poi sul livello del mare è di 195 metri.
È circondato tutto all’intorno da alte montagne o in qualche parte da colli e costituisce il naturale bacino delle acque, che scorrono da quella vasta catena, che incominciando al Sempione, al Gries, al S. Gottardo, al Luckmanier, al Muschelhorn, al S. Bernardino e al Loerisberg fino alle rocce poste tra i Laghi di Lugano e di Como. Tra i monti che sono distinti da un nome particolare lungo le sponde del Lago ricorderò la Mensa al Nord-Ovest di Arona, S. Quirico, al settentrione di Angera, il Sasso del ferro, o Ferro di Cavallo, detto anche Scereda che sovrasta Laveno, quello di Fraggia a settentrione di Luino, il Monte Cenere sopra Magadino, la cima della Ceresa sopra Oggebbio, il Pizzo Marona, sopra Intra e il Limidario (o Monte Cridone, secondo altri) e lo Zeda o Monte della Zeda, sopra Cannobio. Il primo di questi due è così chiamato perché serve di limite da quella parte tra il regno d'Italia e la Svizzera. Tutti e due questi monti sono oltre 2400 piedi sopra il livello del mare. Molti poi sono i fiumi che hanno la loro sorgente tra i monti suddetti, o mettono foce nel nostro Lago. I principali sono il Ticino e il Toce. Il primo ha le sue origini in tre luoghi diversi, cioè in Val Bedreto, a poca distanza da quelle del Rodano, di là dell'Ospizio sul Gottardo presso a quelle della Reuss, in Val Blenio non lungi dalle sorgenti del Reno. Le scaturigini che si osservano presso il Gottardo sono le più rinomate: ivi da parecchi laghetti propinqui all'Ospizio e dominati da parecchie giogaie, ha cominciamento propriamente il Ticino e lunghesso tutta la Val Levantina s'ingorssa, ricevendo a manca e a diritta ruscelli e torrenti in buon numero. Dopo un tratto alpestre di circa 30 miglia tra Giornico e Bodio comincia ad esser atto al trasporto dei legnami legati in zattera. Entrato nel lago Maggiore n'esce a Sesto Calende per gettarsi nel Po sotto Pavia. Questo è il solo emissario del nostro Lago. Tra i torrenti principali, ch'esso riceve, si annoverano il Ticinello, il Brenno o Ticino di Blenio, la Piumegna, il Fiume, ch'esce dalla Val Ambra e la Moesa.
Il Toce poi, o la Tosa, come anche è detto, nasce ai confini della Svizzera sopra la Valle Formazza da due principali sorgenti, la prima delle quali è quella in Val Togia o Val Toce, da cui prende il nome. Ivi sono alcuni piccoli laghi: uno di questi, il più grande, della circonferenza di circa due miglia, è chiamato Kastelsee o Lago di Castello, dal monte di questo nome. Altro più piccolo di circa un miglio di circonferenza è detto Fischsee, o Lago del Pesce. Questi laghetti sono perennemente alimentati dai piccoli ghiacciai sovrastanti. L'altra sorgente è dal vasto ghiacciaio del Gries, dal quale esce un torrente (in tedesco Bach) che scendendo precipitoso nella sottoposta valle si unisce al Toce presso un luogo detto il Riale. Così ingrossato il Toce scende in altra valle, percorsa la quale, per la lunghezza di circa un chilometro si precipita con impeto dall'altezza di metri 114 in linea verticale, pari a circa 150 del piani inclinato, formando così una delle più imponenti e belle cascate d'Europa, conosciuta sotto il nome di caduta della Frua, a due ore poco più di cammino sopra Formazza. Percorsa poi la sottoposta valle Antigorio esce in quella dellOssola ricevendo quivi tutti gli altri fiumi o torrenti che dalle valli limitrofe mettono in questa. Tali sono la Diveria, che ha le sue sorgenti alle radici del Sempione nella Valle di Vedro, l’Isorno, la Bogna, la Melezza, l’Ovesca, l’Anza e la Strona, che danno in parte il nome alle valli donde escono, oltre ad altri più piccoli. Arricchito di tante acque e fatto già navigabile per lo spazio di circa 25 chilometri, si scarica nel Lago Maggiore al di qua di Monte Orfano e sotto il Lago di Mergozzo.
Entrano inoltre nel nostro Lago direttamente il Verzasca ed il Maggia tra Locarno ed Ascona, e il Cannobio o Connobino, i quali escono dalle valli dello stesso nome, il S. Giovanni ed il S. Bernardino, l'uno al nord, e l'altro al sud di Intra, i quali escono il primo dalla Valle d'Intragna, il secondo dalla Valle Intrasca. Questi due fiumi furono così chiamati dal nome dei Santi, ai quali erano dedicate due chiese poste sulle loro sponde e che ora più non esistono. È notevole che il S. Bernardino per essersi aperta la via tagliando a molta profondità lo schisto e i filoni di pirite, di trappo e di quarzo che lo attraversano. Tra i minori fiumi o torrenti, ch'entrano nel nostro Lago, ricorderò in secondo luogo il Fiume, l’Erno, il Tiasca ed il Vevera, che sboccano presso Baveno, Lesa, Meina ed Arona: il Giona ch'esce dalla Valle Vedasca e separa Macagno Superiore dall'Inferiore, e il Boesio, che si getta nel golfo di Laveno dopo avere percorsa la Val Cuvia.
Molti sono similmente i laghi che fanno corona al maggiore, e che per mezzo dei propri emissari si gettano in esso, come abbiamo accennato. I principali sono il Lago d'Orta, il Lago di Lugano e il Lago di Varese.
Il Lago d'Orta si estende in lunghezza per nove miglia, non avendone nella sua maggiore larghezza che poco più di uno. Secondo le operazioni barometriche eseguite nel 1851 dell'ingegnere Cav. Negretti, le acque di questo lago supe- rano in altezza il livello del mare di metri 282, e di circa 80 quello del Lago Maggiore. Emissario di questo lago è la Negoglia ricordata di sopra, la quale mezzo miglia circa sotto Omegna si unisce alla Strona e con essa si getta nel Toce presso Gravelona.
Assai più grande di questo è il Lago di Lugano, alto metri 272 sul livello del mare e 77 su quello del Lago Maggiore. La sua lunghezza da Porlezza ad Agno è di miglia 18: la sua massima larghezza tra Lugano e Caprino è di due, ma il più delle volte è di un solo miglio o poc’oltre. La sua superficie poi è di circa quarantasette miglia. Il suo emissario è la Tresa, il quale esce propriamente da un braccio di quello di Lugano detto il laghetto, e mette nel maggiore tra Luino e Germignaga più presso questa seconda.«Il Lago di Lugano poi, scrive il ha risvolte così capricciose, ramificazioni sì lunghe, seni sì inaspettati, che la fantasia non trova immagini, che possano rappresentarne la struttura e la forma con qualche apparenza di vero.»
Inferiore a questi due per ampiezza ed amenità è il Lago di Varese, talora, e più propriamente, chiamato anche Lago di Gavirate dal nome di una grossa borgata che giace alla sponda superiore del medesimo, mentre dista da Varese 6 chilometri o poco più. Ha una superficie di circa 16 mila metri quadrati, e si estende in lunghezza per metri 8800 da nord a sud, in larghezza media per metri 1818, e nella maggiore per metri 4500, con una profondità massima di metri 26. Suo emissario è il Bardello, così chiamato dal villaggio presso cui si forma, il quale dopo avere bagnato Besozzo, Bogno e Brebbia si getta nel Lago Maggiore.
Oltre a questi più altri piccoli laghi circondano il nostro, che meritano un breve cenno. Tre di essi sono al di qua del Lago di Varese, cioè quello di Biandronno, che comunica con questo mercè una lista di terra, e quelli di Monate e di Comabbio. La superficie di quest'ultimo è di quattro chilometri. Tutti e tre hanno il loro nome dalle terre che stanno loro dappresso. L'emissario del Lago di Monate è l’Acquanera che si getta nel Lago Maggiore sopra Ispra. Un altro lago in comunicazione col nostro, ma un tempo ad esso congiunto, come a suo luogo diremo, è quello di Mergozzo sopra Feriolo di circa un chilometro di larghezza e due di lunghezza. Anche questo è chiamato dal borgo che si specchia nelle sue onde. Il diritto di pesca di esso Lago spetta al comune.
Poco discosto da quello di Lugano è il piccolo lago, dalal valle entro la quale è rinchiuso, detto di Gana, che per un emissario va ad unirsi a quello alquanto più grande di Ghirla. Questo secondo per mezzo di una profonda cascata getta le sue acque nella Morgarabbia, la quale sbocca nella Tresa poco prima che questa entri nel Lago Maggiore. Un piccolo lago è pure a mano diritta dalla via, che da Lugano mette ad Agno, il quale comunica per un ruscello col Laghetto summentovato e per esso si scarica nella Tresa: dal paesello che gli sta sopra è chiamato . Finalmente altro lago esiste in mezzo alle montagne che prospettano sull’altra sponda, a 200 metri circa di altezza sul Maggiore, fra e lungo circa due chilometri e largo mezzo, chiamato dal (Stor. di Milano pag. 163) Lago d'Egra o Agra, da altri Delio, o meglio dalla figura della lettera che rappresenta, De. Il suo emissario va a gettarsi nel sunnominato.
Il Lago Maggiore riunisce tutto ciò che la natura può offrire di più imponente e di più grazioso. Le Alpi, che si sviluppano maestosamente dall’una parte e le scene ridenti, che si scorgono dall’altra formano uno dei quadri più sublimi, reso ancora più vago dal contrasto dei diversi oggetti, che vi si ammirano. Le rive d’ogni parte adorne di popolose borgate, seminate di eleganti villeggiature e di graziosi giardini, vi producono vini squisiti e frutta delicate. La prospettiva si presenta magnifica su tutti i punti e varia all’infinito. Le acque del Lago dal suo incominciamento a Magadino sino a Pino, bagnano le falde della regione chiamata la Riviera di Gambarogno. Presso Cannobio la montagna s’inoltra sì fattamente nel lago da formare coll’altro monte detto il Pino all’opposta sponda un promontorio, che sembra voglia chiudere il Lago; di qua l'appellazione di Lago di Locarno data alcuna fiata a questa parte superiore di esso. Dopo Cannobio e Luino il Lago si allarga, e il suo bacino diviene di forma ovale di due o tre leghe di larghezza. Nel bacino più grande e precisamente tra Pallanza, Stresa e Baveno sono situate le tre Isole maggiori, chiamate Isola Madre, Isola Superiore e Isola Inferiore: quest’ultima oggidì più comunemente Isola Bella. La prima e l'ultima di queste, unitamente ad una terza più piccola, presso Pallanza, a circa 40 metri di distanza dal continente, chiamata l’Isolino di S. Giovanni, sono dette anche Isole Borromee, perché sono proprietà di questa nobilissima famiglia. La medesima possiede anche i così detti Castelli di Canero, che sono due scogli a poca distanza dal paese, dal quale trassero il nome, e sui quali si eressero due castelli un tempo famosi, oggidì abbandonati e in rovina.
Altre due isole inoltre esistono nel nostro Lago alquanto più grandi di quella di S. Giovanni, quasi rimpetto al Ronco di Ascona e tra questa e Brissago. Erano anticamente chiamate Isole de’ Conigli dalla copia grande di questi animali ivi annidati. Sono state descritte dal (lib. II cap. 15), come narra Macagno. Ora l’una di esse è chiamata Isola di S. Pancrazio ed è la maggiore, e l’altra Isola di S. Apollinare. Queste isole furono altra volta abitate dai Frati Umiliati che vi officiavano le Chiese, dalle quali ebbero il loro nome particolare, e vi coltivarono il terreno assai fertile, ma soggetto alle inondazioni. Soppressi questi, le Isole rimasero abbandonate e le chiese e case ivi resistenti vennero sempre più deperendo, oggidì sono pressochè diroccate. Esse appartengono di presente alla parrocchia di Brissago, e danno il nome ad uno dei circoli del Locarnese, del quale Ascona è il capoluogo. Finalmente presso Angera vi ha un’altra Isoletta di circa 350 metri di circonferenza, e non ha altro ornamento fuorchè una marmorea lapide a forma di tempietto tra bei filari di pioppi fattivi erigere dal Co. Crivelli.
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