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Indice
Dedica
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Miei diletti Alunni,
Vi ricordate quando la Mamma lo scorso anno vi facea leggere il Kinder und Hausmärchen dei Grimm? Sempre io lo ricordo con soave e cara compiacenza; se sapessi adoperare i colori, vorrei ritrarne un quadretto fiammingo e sarebbe di certo uno de’ più bei dipinti usciti da pennello umano. La Mamma seduta in mezzo al Carlo ed all’Alberto, Babbo ed io di rimpetto sur un seggiolone, il piccolo Augusto sul suo sgabellino pendente dagli occhi del Babbo, il quale coll’indice della mano alle labbra accenna di star zitto; eppur tratto tratto infiora il viso d’un angelico risolino spirante grazia ed amore. — Care ricordanze d’affetto!
I fratelli Grimm sono avuti in pregio dalla Germania e per i loro scritti e per le virtù domestiche e cittadine di cui sempre furono adorni; imitateli, crescendo in virtù e vogliosi di sapere; poichè nella virtù e nel sapere è riposta la felicità delle famiglie e la grandezza delle nazioni. Parecchie di quelle favole che tanto volentieri leggevate in tedesco ho per voi tradotte in lingua italiana, affinchè sempre più v’invogliate a studiarla ed amarla come la vostra. Accettatele con quell’affetto con cui ve le offro ed amatemi sempre come io v’amo. Addio.
Porto Maurizio, luglio 1875.
I fratelli Grimm
ct Tre furono i fratelli Grimm, Giacomo, Guglielmo ed Emilio: questi fu valente pittore ed incisore in rame; gli altri due sono considerati quali indefessi e pazienti ricercatori della lingua tedesca, avendo lasciato alla loro patria, oltre un gran numero di opere stimate e pregiate, una bellissima raccolta di favole infantili e domestiche (Kinder und Hausmärchen) intorno alla quale lavorarono insieme.
Nacque Giacomo nel gennaio 1785 in Hanau nell’Assia Elettorale; un anno dopo (24 febbraio) vi nasceva pure il fratello Guglielmo; studiarono Diritto a Marburgo e nel 1830 recaronsi a Gottinga ove furono nominati professori e bibliotecarî. Ma nel 1837, avendo insieme a' professori di quell’Università, fra quali eranvi gli storici Gervinus e Dahlmann, protestato contro il governo che avea sospeso la Costituzione, fu loro tolto l’impiego e furono cacciati via dallo Stato. Recatisi a Cassel, alcuni anni dopo per ordine di Federico Guglielmo IV furono invitati a Berlino, ove Giacomo tenne pubbliche conferenze come membro dell’Accademia delle scienze, e nel 1848 sedette a Francoforte nel Parlamento Nazionale. Guglielmo fu onorato ed ammirato qual professore dell’Università e membro dell’Accademia delle scienze.
I Grimm amaronsi sempre d’un amor forte, tenace, come di rado si amano i fratelli, poichè rara est concordia fratrum, accoppiando ad un’erudizione veramente straordinaria le più belle doti di cui possa essere adorno il cittadino ed il padre di famiglia: pazienza nello investigare le memorie antiche, schietto amore allo studio, modestia angelica in un colle più rare e squisite virtù; amor di patria e di libertà. Vissero quasi sempre lavorando insieme finchè morte gli spense, Guglielmo il 16 dicembre 1859 e Giacomo il 20 sett. 1863.
Non è mio pensiero in questo breve schizzo biografico di passare in rassegna le moltissime opere che ciascuno di essi fece; toccherò solo brevemente delle favole infantili e domestiche, libro annoverato fra classici e di testo nelle scuole tedesche.
A somiglianza di , i Grimm raccolsero dalla bocca del popolo questi racconti, favole e leggende; ne fecero un’opera di erudizione, ridonandola indi al popolo da cui l’aveano avuta, in uno stile semplice, fa- cile, purgato, conservando pur tutta la bellezza e schiettezza della lingua popolare.
Noi abbiamo avuto la fortuna, scrivono nella prefazione al Kinder und Hausmärchen, di conoscere presso Cassel, nel villaggio di Niederzwehrn, una contadina, la quale ci raccontò le migliori e più belle favole del nostro secondo volume. Era la moglie d’un pastore, robusta anzi che no e di poco oltre i 50 anni. Le fattezze di lei aveano alcunchè di spiccato e di aggradevole, l’occhio chiaro e penetrante. Conservava benissimo in mente le vecchie leggende, dicendo che tale facoltà non era di tutti, molti non le potendo ritenere. Adagio le raccontava, senza esitazione, con brio non comune, poichè vi provava piacere, e quando si chiedea ripetevale lentamente quasi da poterle scrivere sotto dettato; di modo che le abbiamo in tal guisa parola a parola conservate.
E furono così esatti, precisi e direi quasi scrupolosi, che molte ne scrissero eziandio ne’ dialetti in cui furono loro raccontate.
Svariatissimi sono i personaggi di queste favole; d’ogni specie animali, nani furbi, giganti sciocchi, streghe, ragazzi, operai, contadini, pastori, re, regine, Iddio ed i santi del paradiso. Tutto vi è con mano maestra collocato a suo posto: le descrizioni, gli usi, i costumi, le piccole cattiverie simili a quelle de’ ragazzi; inculcato vi è il rispetto a’ vecchi ed ai parenti, l’amor della famiglia, la virtù pre- miata, punito il vizio, il tutto nel modo più semplice e piano, senza sforzo alcuno, attalchè il sopranaturale stesso al dir d’uno scrittore vi è introdotto naturalmente e il rinomatissimo critico della Germania nella Deutsche Nationalliteratur, con quel suo stile colto, forbito e pieno di venustà, giustamente ne fa i più ampi elogi.
Le son pur semplici e naturali davvero!
Sparse di arguzie, di proverbi, scritte in una lingua pura come linfa di ruscello e con un periodeggiare così garbato che è un desio.
I Grimm ancora sono considerati quali iniziatori d’una scienza nuova, la Mitografia, ed a questo proposito scrive . Bisogna forse ricordare che, dopo i fratelli Grimm, lo studio di questa letteratura anonima divenne uno dei rami più importanti della mitologia, della storia delle idee religiose, delle tradizioni e dei costumi delle grandi famiglie umane? Un racconto popolare non è come il romanzo una storia inventata a capriccio.... Ricercare l’origine e la formazione di questi racconti, ritrovare il loro carattere comune sotto le varietà locali e nazionali, risalire dal racconto alla leggenda e da questa al mito de’ tempi remoti, ecco lo scopo e la missione d’una scienza nuova, la Mitografia. Per i Grimm, gli , i , i , i , gli , i Cox, i , i Koeler, i , ecc. ogni racconto popolare è l’avanzo d’un mito antico — ciò che rimane, come disse Max Müller, degli antichi strati del pensiero e delle parole seppellite negli abissi del passato.
Quante volte queste favole mi richiamarono alla mente altre eguali e somiglianti che udii nella mia fanciullezza, a veglia, nelle serate d’inverno e che ancor oggi con qualche novità di frangia e d’altri ornamenti corrono sulle labbra del popolo! Di fatto, certe leggende e racconti popolari su per giù pare sian i medesimi dappertutto, e chi, percorrendone la pesta potesse indicare il luogo ove ebbero culla, son di parere, avrebbe un argomento di più per addimostrare l’unità psicologica delle idee morali e religiose della razza ariana; poichè, come osserva il prefato Soury, ogni persona mezzanamente istruita ora più non dubita che gli antenati de’Greci, de gl’Italiani, de’Celti, de’ Germani, degli Slavi, degli Eraniani e degli Indiani non abbiano per molti secoli pria di disperdersi formato una sola famiglia.
Duecento sono le favole de’ Grimm, più dieci leggende pei ragazzi (Kinderlegenden) e formano un grosso volume; io ne scelsi quelle che maggiormente sembraronmi adatte alle nostre , studiandomi questa piccola scelta ritraesse il più che è possibile dalle fattezze dell’originale. Ma chi poi avvicinarvisi? Tre ne ritoccai raccorciandole un tratto e sono: Cuffietta rossa, il Lupo ed i sette capretti e I tre figli della fontana: son d’avviso
il lettore non vorrà dire come soleano gl’Inglesi di certa edizione ritoccata dell’ a very stupid book; anzi ho fiducia che fra i moltissimi libri ad uso de’ giovanetti le favole de’ fratelli Grimm non avranno bisogno di fare a gomitoni per trovarvi un posticino.
Le favolose bugie di Dithmarschen
ct ct Io voglio raccontarvi qualche coserella. Vidi volar due polli arrostiti; velocemente volavano, il ventre rivolto verso il cielo ed il dorso verso l’inferno ed un’incudine ed una macina da mulino, adagio adagio ed a fior d’acqua, galleggiavano sopra il Reno ed una rana il giorno di Pentecoste stava sul ghiaccio accoccolata mangiando un vomero. Tre mascalzoni, camminando colle gruccie e sui trampoli, volevano prendere una lepre, uno era sordo, l’altro cieco, il terzo muto ed il quarto non potea muover le gambe. Volete sapere come fecero? — Il cieco vide primo la lepre saltar pe’ campi, il muto chiamò lo storpiato e questi la prese per il collo. — Alcuni volendo viaggiare per terra distesero le vele al vento, navigarono sur un’immensa pianura e col continuo veleggiare giunsero sopra un alto monte e lassù miseramente dovettero morire affogati. Un gambero inseguiva a gran corsa una lepre e sopra il tetto di un alta casa giaceva una mucca. In quel paese le mosche sono grosse come qui le capre.
Aprite le finestre, che le bugie possano volar fuori.
I Messaggeri della morte
ct Gran tempo è passato, un Gigante camminava sulla strada maestra, quand’ecco improvvisamente gli salta innanzi uno sconosciuto, e: — Ferma! gli dice, non un passo avanti! — Che! risponde il Gigante, tu pusillo, che io posso schiacciar fra le dita, tu vuoi sbarrarmi la via? Chi sei che così arditamente osi parlarmi? — La morte io sono, rispose l’altro, nissuno a me resiste e tu pure devi al comando mio ubbidire. — Ma il Gigante vi si rifiutò e cominciò a lottare. Fu una lotta lunga e vigorosa; finalmente il Gigante vinse, diè un cotal pugno alla Morte che gettolla a terra, urtò contro uno scoglio e colà rimase. Il Gigante proseguì il suo cammino; la Morte giaceva vinta ed era sì sfinita di forze che più non poteva rialzarsi. — Che avverrà, diceva, se sono obbligata di qui rimanere? Più nessuno sulla terra morirà e la si rimpinzerà così d’uomini che più non vi troveranno posto per abitare. Passava in quel mentre un giovane; era fresco e sano, spiccavava un’allegra canzone e guardava qua e colà. Appena vide quella giacente n’ebbe compassione, la sollevò un poco dandole a bere una corroborante bevanda che teneva in un’alberella, ed aspettò sinchè rinvenisse. — Sai tu anche, chiese allo sconosciuto mentre si rialzava, chi sono io ed a chi hai dato soccorso? — No, non ti conosco, rispose il giovane. — Sono la Morte, non risparmio nessuno e neppur con te potrò fare eccezione. Affinchè tu vegga quanto io sono riconoscente, prometto di non coglierti all’impensata; ma prima di venire per portarti via, ti manderò i miei Messaggieri. — Ebbene, disse il giovane, è sempre un guadagno sapere quando vieni; così almeno potrò vivere qualche tempo sicuro. Quindi continuò la sua strada, fu allegro e felice vivendo spensieratamente. Ma siccome ogni dì ne va un dì, la gioventù e la salute tosto svanirono, vennero le malattie ed i dolori che di giorno lo tormentavano e di notte non gli lasciavano prender riposo. Non morrò, diceva tra sė, poichè la Morte mi promise di inviarmi prima i suoi Messaggieri; solo vorrei che presto passassero questi uggiosi giorni della malattia. Poco dopo pareagli di essere quasi come guarito e di nuovo fu allegro; quando un giorno sentì battere una mano sopra la sua spalla, si voltò indietro, era la Morte. — Seguimi, gli disse, l’ora della tua partenza dal mondo è suonata. Come, rispose l’uomo, vuoi tu mancar di parola? Non mi promettesti che prima di venire mi avresti mandato i tuoi Messaggieri? Io ancor non vidi nessuno. — Taci, rispose la Morte, non ti mandai forse un dopo l’altro i Messaggieri miei? Non venne la febbre ad avvertirti travagliandoti e poi non t’abbattè? L’emicrania non ti intronò la testa? La gotta non serpeggiò per tutte le tue membra? Non ti rombaron le orecchie? Il dolor de’ denti non consumò le tue guancie? Non ti si oscurò la vista? E dopo tutto questo il mio carissimo fratello il sonno, non ti fece ogni sera ricordar di me? E non giacevi di notte come se di già tu fossi morto?
L’uomo nulla seppe rispondere, si rassegno al suo destino e se ne andò colla Morte.
Il Gatto ed il Topo in società
Fece un Gatto conoscenza con un Topo; gli dimostrò tanto amore ed amicizia che alla fine il Topo acconsentì ad abitare nella medesima casa e far vita comune. — Dobbiamo esser previdenti per l’inverno, se no ci toccherà patir la fame, diceva il Gatto, e tu, caro Topolino, non devi arrischiarti troppo, poichè potresti cadere in qualche trappola. Il buon consiglio fu eseguito comperando una pentola piena di grasso. Non sapeano ove riporla; finalmente, dopo molto pensare, disse il Gatto: io non so trovar luogo migliore della chiesa, di colà nessuno osa portar via nulla; mettiamola sotto l’altare e non la tocchiamo se non quando ne avremo bisogno. La pentola fu portata al sicuro nel luogo indicato; ma non passò molto tempo che venne voglia al Gatto di assaggiarla, e così disse al Topo: mia cugina mi pregò di far da compare, ebbe un gattino bianco picchiettato di nero, permetti che io vada quest’oggi a tenerlo a battesimo; abbi tu cura della casa. Sì, sì, rispose il Topo, va, sta allegro e se mangi qualche cosa di buono, ricordati di me. Oh! come assaggerei volentieri anch’io un zinzino di quel vin rosso dolce che bevesi quando si fa battesimo. — Non era vero quel che diceva il Gatto, non aveva cugina e nessun lo pregò di far da compare. — Andò difilato in chiesa, corse di soppiatto alla pentola, si mise a leccare e leccò tutta la crosta. Indi, fatta una passeggiata su pe’ tetti della città, approfittò dell’occasione per isdraiarsi un po’ al sole, e quando pensava alla pentola si leccava i barbigi. In sul far della sera ritornò a casa. Sei già di ritorno? disse il Topo, me lo immagino, sarai stato molto allegro.
— Si, tutto andò bene.
— Qual nome avete posto al neonato?
— Crostavia, rispose secco secco il Gatto.
— Crostavia! È un nome bizzarro e strano, si usa in quella famiglia?
— Chè, chè! È forse più brutto di Rosicchiapane, come appunto chiamasi tuo figlioccio?
Poco tempo dopo, il Gatto ebbe di nuovo le medesime voglie; disse al Topo: caro amico, hai da farmi un piacere; ancor una volta devi tu solo aver cura della casa, fui pur pregato di far da compare, ed avendo il neonato una bellissima striscia bianca intorno al collo, così non potei dir di no. Il buon Topo subito acconsentì, ed il Gatto corse passando dietro le mura della città alla chiesa, e mangiò metà del grasso ch’era nella pentola. Oh! nessun cibo è così gustoso, diceva tra sè, come quello che si mangia da solo, ed era contentissimo dell’opera sua.
Di ritorno a casa; — ebbene qual nome hai scelto? gli disse il .
— Metavia!
— Metavia! Che dici mai questo nome ancor non l’ho udito. Scommetto che non si trova sul calendario.
Ben presto il Gatto si ricordo di bel nuovo della pentola e gli venne l’acquolina in bocca. — Tutte le cose buone sono tre, disse al Topo e ancor una volta devo esser compare. Oh! se tu vedessi, il gattino ha tutto il corpo nero nero come l’ebano e le zampe bianche, la qual cosa di certo non avviene ogni due anni. Permetti dunque ch’io vada? — Crostavia! Metavia! rispose il , sono nomi così curiosi che mi danno a pensare.
— Che grilli ti saltano per il capo? Vedi, ciò avviene perchè te ne stai sempre rannicchiato, senza mai uscire a prendere una boccata d’aria fresca che fa tanto bene.
Il Topo, quando fu solo, pulì e diede assetto alla casa ed il ghiottone del Gatto si mangiò quel che era rimasto nella pentola. — Come si è tranquilli quando si è mangiato tutto! diceva tra se, e ritornò satollo e col ventricel ripieno in sul far della notte. Il Topo subito lo interrogò del nome posto al micino. — Forse neppur questo ti piacerà, disse il Gatto, chiamasi Tuttovia.
— Tuttovia! esclamò il Topo; è un nome che dà molto a pensare, non l’ho ancor visto neppur stampato... Tuttovia! Che significa mai? Crollò la testa e si rannicchiò per addormentarsi.
Da quinci innanzi più nessuno invitò il Gatto ad esser compare; il verno s’inoltrava e fuori non poteasi trovar cibo alcuno. Il Topo pensò alla pentola nascosta e disse al Gatto che sarebbe tempo opportuno di andarla a vedere e di assaggiarne un poco. — Volentieri, rispose il Gatto, a te poi farà anche bene un tantino di svago.
Si posero in cammino; colà giunti trovarono la pentola nel luogo dove l’aveano messa; ma era vuota. Oh! disse il Topo, ora capisco ciò che avvenne! sei proprio un vero amico! tu mangiasti tutto, quando facevi il compare. Prima crosta via, poi metà via, in fine...
Vuoi tacere? rispose il Gatto, ancora una parola e ti strozzo. Il povero Topo avea di già sulla punta della lingua tutto via... Detto che l’ebbe saltogli addosso il Gatto e se lo divoro.
Vedi, così va il mondo.
Il Lupo ed i sette Capretti
Vi era una volta una vecchia Capra che aveva sette Capretti e li amava come una madre i propri figli. Volendo un giorno andare in cerca di cibo, li chiamò a sè e disse: mimmi cari, vado nel bosco; state in guardia dal Lupo, poichè se viene vi mangia tutti senza avanzarne un pelo. Il maligno spesso si contraffà, ma lo riconoscerete facilmente dall’aspra voce e dalle nere zampe. Cara madre, risposero i Capretti, staremo in guardia, potete andar senza timore alcuno. Belò la vecchia e tutta racconsolata si pose in cammino.
Poco dopo si sentì battere all’uscio, ed una voce: aprite, piccini miei, son vostra madre, ho una cosellina per tutti. Ma i Capretti riconobbero la voce aspra del Lupo: Noi non apriamo, risposero, tu non sei nostra madre, essa ha la voce dolce ed amorevole, la tua è aspra, sei il Lupo.
Il Lupo andò da un bottegaio a comperare un grosso pezzo di creta; se lo mangiò e la sua voce si raddolcì; indi fe’ ritorno e picchio all’uscio dicendo: — piccini miei, aprite, sono vostra madre, ho una cosellina per tutti. Ma avendo posto le nere zampe sull’inferriata, le videro i Capretti e risposero: noi non apriamo, nostra madre non ha le zampe nere come tu, vattene, se’ il Lupo.
Corse da un fornaio e gli disse — Mi son fatto male alle zampe, mettimici sopra un pezzetto di pasta; appena la ebbe distesa andò da un mugnaio e dissegli — spargi sulle mie zampe un po’ di fior di farina. — Non volea il mugnaio, poichè pensava: il maligno per certo l’accocca a qualcheduno. — Ma il Lupo soggiunse: — se non fai subito quello che ti ho detto io ti mangio. Il mugnaio ebbe paura e gli fece bianche le zampe.
Son pur così gli uomini.
Il maligno andò per la terza volta all’uscio; bussò dicendo: — apritemi, piccini, la vostra cara mammina è ritornata dal bosco ha portato a tutti una cosellina. I Capretti risposero: — mostraci dapprima le tue zampe per vedere se sei la nostra cara mammina. Pose le zampe sull’inferriata e siccome erano bianche, credettero fosse vero ciò che diceva ed apersero.
Chi entrava era il Lupo; pieni di spavento i Capretti cercarono nascondersi. Uno scappò sotto la tavola, l’altro nel letto, il terzo nella stufa, il quarto in cucina, il quinto nell’armadio, il sesto sotto la conca ed il settimo nella cassa dell’orologio a torre. Ma il Lupo li trovò e senza tanti complimenti un dopo l’altro li fece passar per la sua gola, eccetto il più giovane, che essendo nella cassa dell’orologio, non potè vedere. Rappacificate che ebbe le ingorde sue voglie, se ne andò in un verde prato, si distese sotto un albero fronzuto e si addormentò.
Poco dopo fe’ritorno a casa la vecchia capra. Ah! qual orrore! L’uscio era spalancato; tavola, sedili, banchi sossopra, la conca in pezzi, coperte ed origlieri per terra. Cercò i suoi piccini, ma non li potè in luogo alcuno trovare. Chiamolli un dopo l’altro per nome, nessuno rispose; finalmente, allorchè si avvicinò al più giovane, questi con voce tutta tremante disse: — Cara madre, sono nascosto nella cassa dell’orologio.
Tiratolo fuori, le raccontò come fosse venuto il Lupo ed avesse mangiati tutti gli altri Capretti. — Voi vi potete immaginare quanto la Capra abbia pianto i suoi poveri piccini.
Il Suonatore fantastico
Buon tempo è passato, vi era un Suonatore fantastico, il quale solo soletto camminava in mezzo ad un bosco in balia de’suoi pensieri; dopo che gli ebbe tutti passati in rassegna, non trovando più nulla di nuovo, disse fra sè: qui il tempo non passa mai e m’annoio mortalmente; voglio andar in cerca di un buon compagno. Tolto il violino che avea dietro le spalle si mise a suonare in modo che tutto intorno intorno echeggiava. Poco dopo vide avanzarsi un Lupo da una folta macchia. — Ah! viene un Lupo, non so che farne disse il suonatore; ma il Lupo si avanzava sempre più e quando gli fu vicino disse: — Ehi, caro Suonatore, come suoni bene! Desidererei imparare anch’io. — È presto imparato, gli rispose il Suonatore, purchè tu faccia quel che ti comando. — O Suonatore, soggiunse il Lupo, io ti ubbidirò come uno scolaro ubbidisce al suo maestro. — Il Suonatore gli comandò di andar seco, e fatto insieme un pezzo di strada videro un’annosa quercia internamente incavata e spaccata per il mezzo. — Ebbene, disse il Suonatore, se vuoi imparare a suonare, metti le zampe davanti in questa fessura. — Il Lupo obbedì ed il Suonatore subito vi pose sopra una pietra e con un forte colpo la cacciò dentro di maniera che il Lupo là rimase conficcato come un prigioniero. — Aspetta sin che ritorno disse il Suonatore, ed andò oltre.
Poco dopo disse di nuovo fra sè: — Qui il tempo non passa mai e m’annoio mortalmente, voglio andar in cerca di un altro compagno.— Prese il suo violino si mise a suonare, ed ecco una Volpe avanzarsi di soppiatto in mezzo agli alberi. — Ah, viene una volpe! non so che farne, disse il Suonatore. La volpe si avvicinò e gli disse: — Ehi, caro Suonatore, come suoni bene! desidererei imparare anch’io. — È presto imparato risponde il Suonatore, purchè tu faccia quel che ti comando. O Suonatore, soggiunse la Volpe, io ti obbedirò come uno scolaro ubbidisce al suo maestro. — Seguimi, — disse il Suonatore, e dopo che ebbero fatto un pezzo di strada, arrivarono ad un sentiero a’cui lati eranvi degli arbusti. Il si arrestò, prese da un lato un nocciuolo, lo inclinò sino a terra e lo tenne fermo, ponendovi il piede sulla cima, indi inclinò ancora un arboscello dall’altra parte e disse: — Volpicella, se vuoi imparare porgimi la tua zampa sinistra. — La Volpe ubbidì ed il suonatore legò la zampetta alla cima dell’arboscello che era dal sinistro lato. — Volpicella, ora porgimi la diritta. — La legò alla cima dell’altro arboscello. Dopo aver esaminato se i nodi erano abbastanza forti, li lasciò andare e gli arboscelli balzarono in aria colla Volpe, la quale di lassù penzolava e dimenava le zampe. Aspetta sinchè ritorno, disse il Suonatore ed andò oltre.
Di nuovo disse fra sė: Qui il tempo non passa mai e m’annoio mortalmente; voglio andare in cerca di un altro compagno. Prese il violino, lo fece risuonare intorno intorno, ed ecco un Leprotto si avvicina saltando. — Ah, viene una Lepre! disse il Suonatore, non la voglio. — Ehi, caro Suonatore, disse il Leprotto, come suoni bene! desidererei imparare anch’io, — È presto imparato, rispose il Suonatore, purchè tu faccia quel che ti comando. — O Suonatore, soggiunse il Leprotto, io ti ubbidirò come uno scolaro ubbidisce al suo maestro. Camminarono per un tratto insieme, sinchè giunsero in luogo diradato ove era un pioppo.
Il suonatore legò un lungo pezzo di spago intorno al collo del Leprotto ed annodò l’altro capo all’albero. — Coraggio, Leprotto, disse il Suonatore, ora salta venti volte intorno all’albero. — il Leprotto ubbidì e corse le venti volte, di modo che tutto vi attortigliò lo spago e vi rimase così ben legato che per quanto tirasse e strappasse, lo spago sempre più stringevagli il debole collo. — Aspetta sinchè torno, disse il Suonatore, ed andò oltre.
Frattanto il Lupo si era dimenato, avea rosicchiato intorno alla pietra, sinchè gli venne fatto di poter cavar fuori le zampe dalla spaccatura. Pieno di rabbia e di furore corse in traccia del Suonatore per isbranarlo. Allorchè la Volpe lo vide correre, cominciò a dolersi ed a gridare con tutte le sue forze: — Fratel Lupo, vieni ad aiutarmi, il Suonatore mi ha ingannato. — Il Lupo abbassò le cime degli arboscelli, spezzò i nodi e liberò la Volpe, la quale andò con esso per vendicarsi. Strada facendo trovarono il Leprotto che era legato, lo liberarono e tutti insieme cercarono del loro nemico.
Il Suonatore mentre continuava la strada, avea di nuovo suonato il suo violino e questa volta con migliore fortuna. Il suono giunse alle orecchie di un povero Spaccalegna, il quale ne fu così commosso che subito tralasciò di lavorare e colla scure sotto al braccio andò ad udir la musica. — Finalmente viene il vero compagno! disse il Suonatore, io cercava un uomo e non gli animali selvatici. Cominciò a suonare così bene e con tanta dolcezza che quel pover’uomo rimase là quasi ammaliato. Il cuore per la gioia gli facea ca- priole, sicchè pareagli d’essere in un mondo nuovo. In quel mentre comparvero il Lupo, la Volpe ed il Leprotto. Lo Spaccalegna subito si accorse che macchinavano trame, alzò in aria la sua lucente scure, si pose dinanzi al Suonatore quasi dir volesse: — Chi vuol fargli qualche cosa ha da fare con me, si provi. Gli animali ne furono spaventati e corsero indietro nel bosco; il Suonatore fece ancora una suonatina a modo di ringraziamento, indi proseguì il suo cammino.
I Vagabondi
Il Gallo disse alla Gallina: ora è la stagione in cui le noci sono mature, andiamo sul monte a farne una buona satolla, prima che lo scoiattolo le portì via. — Sì, rispose la Gallina, andiamo e staremo allegri. — Andarono dunque sul monte, e siccome la giornata era bella, vi rimasero sino a sera. Ora io non so se sia perchè abbiano mangiato troppo, oppur per millanteria, fatto sta che più non vollero ritornare a piedi, ed il Gallo dovette fare una piccola vettura coi gusci delle noci. Fatta che l’ebbe la Gallina vi salì entro, si sedette e disse al compagno: — mettiti al timone e falla correre. — Per chi mi prendi? rispose il Gallo, preferisco ritornare a piedi piuttosto che mettermi come un cavallo al timone; no, noi non abbiamo stabilito questo. Volentieri farò da coc- chiere e starò seduto a cassetta, ma trascinare la vettura, giammai.
Mentre così altercavano, un’Oca si mise a gracidare: — Ehi! ladroni, chi vi ha detto di venire sotto le mie noci? Aspettate, vi accomodo io! e si precipitò col becco aperto sopra il Gallo. Ma questi pronto saltò sull’Oca, la graffiò così fortemente cogli sproni, che fu obbligata a chieder grazia e, per punizione, si lasciò di buon grado attaccare alla vettura.
Il Gallo si mise a cassetta, quindi spinse la carrozza a tutta corsa, gridando: — galoppa, Oca, galoppa. — Fatto un bel pezzo di strada, s’imbatterono in due viaggiatori, uno Spillo ed unAgo, i quali subito gridarono: — ferma! ferma! — e soggiunsero: presto annotta, più non possiamo proseguire, la strada è molto fangosa, sarebbe perciò un gran favore se ci lasciaste salire nella vettura, abbiamo ritardato a porci in cammino perchè ci siamo fermati dinanzi la porta dell’osteria dei Sarti a bere la birra. Il Gallo, vedendo che erano persone magre le quali non occupavano molto posto le fece salire; però dovettero prima promettere che non pesterebbero loro i piedi. A tarda sera giunsero dinanzi un albergo; siccome di notte non voleano viaggiare e l’Oca era così stanca che più non potea reggersi sulle zampe, decisero di fermarvisi. L’albergatore fece al principio molte difficoltà, poichè credea non fossero persone ammodo, diceva che la sua casa era piena; ma vinto al fine dalle loro belle parole, che dato gli avrebbaro l’uovo fatto dalla Gallina in viaggio, e che eziandio potrebbe ritenersi l’Oca, la quale ne fa pur uno tutti i giorni, acconsentì pernottassero nell’albergo. Si fecero portare i cibi più ghiotti e stettero allegramente. Alla mattina per tempissimo, mentre tutti ancor dormivano, il Gallo svegliò la Gallina, presero l’uovo, col becco lo ruppero, se lo mangiarono gettandone il guscio sul focolare. Indi furono dall’Ago. Era addormentato; lo presero per la cruna, e lo conficcarono nel seggiolone dell’albergatore; pigliarono di poi lo Spillo, lo posero nella salvietta e se ne volarono via. L’Oca, che dormiva volentieri a ciel sereno ed era rimasta in corte, avendo udito che i compagni partivano, lesta lesta anch’essa sgambettò; visto un ruscello vi si mise entro a nuotare e corse più veloce che il dì innanzi quando tirava la vettura.
Due ore più tardi l’Oste pel primo si alzò da letto, si lavò, prese la salvietta per asciugarsi e collo Spillo si fè una lunga graffiatura alla faccia; di poi andò in cucina per accendersi la pipa e mentre soffiava nel fuoco gli saltarono negli occhi i gusci dell’uovo. — Stamane ogni cosa cospira contro di me, diss’egli, e tutto addolorato si lasciò cadere sul suo seggiolone; ma subito balzò in piedi gridando; — ohimė! ohimė! — L’Ago gli avea fatto una grossa puntura e non alla testa di certo. Arrabbiato entrò in sospetto dei viaggiatori giunti tardi la sera innanzi, andò a vedere dov’erano, ma non trovò nessuno. Fece giuramento per l’avvenire di più non ricevere nel suo albergo simili vagabondi, i quali mangiano molto, nulla pagano e per ringraziamento fanno brutti scherzi.
La Paglia, il Carbone e la Fava
In un villaggio abitava una povera vecchia, la quale avendo raccolto un tondo di Fave, volle cuocerle. Dispose sul focolare l’occorrente per fare un bel fuoco, ed affinchè meglio si accendesse posevi una manata di Paglia. Mentre versava le Fave nella pentola, una ne cadde senza esser vista, per terra, ed andò a posarsi vicino ad un fuscello; qualche minuto dopo cadde, pur dal focolare un Carbone acceso. Cominciò la Paglia e disse: — donde venite? cari amici. — Il Carbone rispose: — per fortuna mi venne fatto di saltar fuori dal fuoco siccome non l’avrei potuto usando la forza, così la mia morte era certa: sarei stato ridotto in cenere. Anch’io disse la Fava, mi sono salvata colla buccia sana, se no la vecchia mi avrebbe posto nella pentola e, senza compassione alcuna, cotta nella minestra come le mie compagne. Mi sarebbe forse toccata miglior sorte? soggiunse la Paglia; le mie sorelle furono ridotte in fumo e fuoco dalla vecchia; ne ha preso sessanta in una manata e tutte annientate; per buona fortuna potei sguisciarle di mezzo alle dita! — Ora che dobbiamo fare? disse il Carbone. — Io penso, rispose la Fava, poichè siamo così miracolosamente scampati dalla morte, di far comunella ed affinchè più male non ci capiti andarcene in altro paese. — La proposta piacque e tutti insieme si posero in cammino.
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The end
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