I - Come qualmente sia inutile cercare, anche sulle migliori carte, la piccola città di Quiquendone.
Se sopra una carta delle Fiandre, antica o moderna, cercate la piccola città di Quiquendone, è probabile che non ce la troverete. Quiquendone è essa dunque una città scomparsa? No. Una città di là da venire? Nemmeno. Esiste a dispetto della geografia da otto o novecento anni. Conta anzi due mila trecento novantatre anime, concedendo un’anima ad ogni abitante. È posta a tredici chilometri e mezzo a nord-est d’ ed a quindici chilometri ed un quarto al sud-est di Bruges nel bel mezzo della Fiandra. Il Vaar, piccolo affluente della Schelda, passa sopra i suoi tre ponti coperti tuttavia d’un’antica tettoia del Medio Evo, come a Tournay. Vi si ammira un vecchio castello, la cui prima pietra fu posta nel 1197 da Baudouin, futuro imperatore di Costantinopoli, ed un palazzo comunale a piccole finestre gotiche, coronato di merlature, cui domina un campanile a torricelle alto trecento cinquantasette piedi sul livello del suolo.
Vi si intende ad ogni ora un gariglione di cinque ottave, vero pianoforte aereo, la cui rinomanza passa quello del celebre gariglione di Bruges. I forestieri — se mai ne vennero
a Quiquendone — non lasciano questa curiosa città, senza aver visitato la sua sala degli stathuders, ornata del ritratto in piedi di Guglielmo di Nassau, dipinto da Brandon; la tribuna della chiesa San Magloire, capolavoro dell’architettura del XVI secolo; il pozzo di ferro battuto, scavato nel mezzo della piazza S. Ernuph, i cui ammirabili ornamenti sono dovuti al fabbro pittore Metsys; il monumento eretto già a Maria di Borgogna, figlia di Carlo il Temerario che riposa ora nella chiesa di Nostra Donna di Bruges, ecc. Infine Quiquendone ha per principale industria la fabbrica di panna montata e di caramelle all’ingrosso. Essa è amministrata di padre in figlio, da molti secoli, dalla famiglia van Tricasse! E con tutto questo, Quiquendone non si trova sulla carta delle Fiandre!
È dimenticanza dei geografi, o volontaria ommissione? Questo io non posso dire, ma Quiquendone esiste davvero colle sue stradicciole strette, colla sua cinta fortificata, colle sue case spagnuole, il suo mercato ed il suo borgomastro — e non solo esiste, ma fu testè il teatro di fenomeni meravigliosi, straordinarii, inverosimili quanto veridici, che saranno fedelmente riferiti nel presente racconto.
Certo non si ha a dire nè a pensare alcun male dei Fiamminghi della Fiandra Occidentale. Sono brava gente, savia, parca, socievole, d’umore eguale forse un po’ massiccia nello spirito, ma ciò non spiega perchè una delle più interessanti città del loro territorio sia ancor oggi esclusa dalla moderna cartografia.
Codesta ommissione è certo spiacevole. Almeno la storia, od in mancanza della storia le cronache, od in mancanza delle cronache le tradizioni del paese facessero menzione di Quiquendone! Ma no! atlanti, guide, itinerarii, sono tutti muti. Lo stesso signor Joanne, il perspicace snidatore di borgate, non ne dice verbo. Si comprende quanto tale silenzio debba nuocere al commercio ed all’industria di questa città; ma noi ci affretteremo ad aggiungere che Quiquendone non ha nè industria, nè commercio e che ne fa di meno allegramente. Le sue caramelle e la sua panna montata non le esporta, le consuma nel proprio territorio.
Infine i Quiquendonesi non hanno bisogno di nessuno; i loro desiderii sono limitati, la loro esistenza è modesta, sono placidi moderati, freddi, flemmatici, Fiamminghi in una parola come se ne incontrano talvolta tra la Schelda ed il mare del nord.
II - In cui il borgomastro van Tricasse ed il consigliere Niklausse parlano dei negozii della città.
«Credete? domandò il borgomastro.
— Lo credo, rispose il consigliere, dopo qualche minuto di silenzio.
— Gli è che non bisogna agire leggermente, soggiunse il borgomastro.
— Sono oramai dieci anni che parliamo di questa faccenda così grave, replicò il consigliere Niklausse, e vi confesso, mio degno van Tricasse, che non so ancora risolvermi.
— Comprendo la vostra esitazione, soggiunse il borgomastro, dopo un buon quarto d’ora di riflessione, comprendo la vostra esitazione e vi partecipo. Faremo bene a non risolvere nulla prima d’un più ampio esame della questione.
— È certo, rispose Niklausse, che questa carica di commissario civile è inutile in una città così tranquilla come Quiquendone.
— Il nostro predecessore, rispose van Tricasse con accento grave, il nostro predecessore non diceva mai, non avrebbe mai osato dire che una cosa è certa. Ogni affermazione è soggetta a spiacevoli pentimenti.
Il consigliere crollò il capo in segno di assenso, poi rimase silenzioso mezz’ora circa. Dopo questo spazio di tempo, du-
rante il quale il consigliere ed il borgomastro non mossero nemmeno un dito, Niklausse domandò a van Tricasse se il suo predecessore — una ventina d’anni innanzi — non avesse avuto al par di lui il pensiero di sopprimere codesta carica di commissario civile, che ogni anno aggravava la città di Quiquendone della spesa di mille trecento settantacinque lire e centesimi.
«Sicuro, rispose il borgomastro, portando con maestosa lentezza la mano alla fronte limpida, sicuro; ma quel degno uomo è morto prima d’aver osato prendere una determinazione, nè a questo riguardo, nè rispetto ad alcun’altra innovazione amministrativa. Era un savio. Oh perchè non farò io come lui?
Il consigliere Niklausse sarebbe stato incapace d’immaginare un argomento che potesse contraddire l’opinione del borgomastro.
— L’uomo che muore senza essersi deciso a nulla in tutta la sua vita è andato vicino alla perfezione in questo mondo.
Ciò detto, il borgomastro premette col dito mignolo il bottone d’un campanello dal suono velato, che fece intendere meglio un sospiro che un suono. Quasi subito si udirono alcuni passi leggieri. Un topo non avrebbe fatto meno rumore trotterellando sopra una fitta mocchetta. La porta della camera si aprì girando sui cardini oleati, ed apparve una giovinetta bionda, dalle lunghe treccie. Era Suzel van Tricasse, l’unica figlia del borgomastro. Essa consegnò al padre, insieme colla pipa preparata a puntino, un piccolo bragiere di rame, non disse parola e se ne andò subito, senza far più rumore che non ne avesse fatto entrando.
L’onorevole borgomastro accese l’enorme fornello del suo stromento e sparve in brev’ora in un nugolo di fumo azzurrognolo, lasciando il consigliere Niklausse immerso nelle più profonde riflessioni.
La camera, nella quale cianciavano così quei due notevoli personaggi, incaricati dell’amministrazione di Quiquendone, era un salotto fregiato di sculture di legno scuro. Un alto camino, ampio focolare in cui avrebbe potuto ardere una quer- cia ed arrostire un bue, occupava tutta una parete che stava di fronte ad una finestra a graticciate, i cui vetri dipinti temperavano dolcemente la luce. In un quadro antico che stava sopra il camino si vedeva il ritratto d’un ometto qualsiasi, attribuito ad Hemling, che doveva rappresentare un antenato dei van Tricasse, la cui genealogia risale autenticamente al XIV secolo, tempo in cui i Fiamminghi e Gui de Dampierre ebbero a battagliare contro l’imperatore Rodolfo di Hapsbourg. Quel salotto faceva parte della casa del borgomastro, una delle più belle di Quiquendone. Costrutta secondo il gusto fiammingo, con tutto l’imprevvisto, il capriccioso, il pittoresco, il fantastico che comporta l’architettura ogivale, la si citava fra i più curiosi monumenti della città. Un convento di Certosini, od uno stabilimento di sordo-muti, non sarebbe stato più silenzioso di quest’abitazione. Non vi si udiva un rumore; non vi si camminava, si scivolava; non vi si parlava, si mormorava; e sì che le donne non mancavano, poichè la casa, senza contare il borgomastro van Tricasse, albergava la moglie di lui, la signora Brigida van Tricasse, e la figliuola Suzel van Tricasse e la domestica Lotche Jansbeu.
Convien pure citare la sorella del borgomastro, la zia Ermanzia, vecchia zitellona che rispondeva ancora al nome di Tatanemanzia che le dava un tempo la nipote Suzel, quand’era bambina. Ebbene, malgrado tutti questi elementi di discordia, di chiasso, di ciancie, la casa del borgomastro era tranquilla come il deserto.
Il borgomastro era un personaggio di cinquant’anni, nè grasso nè magro, nè alto nè basso, nè vecchio nè giovane, nè rosso nè pallido, nè allegro nè melanconico, nè contento nè annoiato, nè energico nè frollo, nè fiero nè umile, nè buono nè cattivo, nè generoso nè avaro, nè coraggioso nè poltrone, nè troppo nè troppo poco — ne quid nimis — un uomo moderato in tutto; ma dalla lentezza invariabile dei suoi movimenti, dalla mascella inferiore alquanto pendente, dalla palpebra superiore rilevata, immobile, dalla fronte liscia come una lastra d’ottone e senza una ruga, dai suoi muscoli poco svi- luppati, un fisionomista avrebbe riconosciuto di leggieri che il borgomastro van Tricasse era la flemma personificata. Giammai, nè per la collera nè per la passione, giammai una causa qualsiasi aveva accelerato i movimenti di quest’uomo od alteratone il volto. Giammai le sue pupille si erano alterate sotto l’influenza di un’irritazione anco passeggiera.
Egli era invariabilmente vestito di buoni panni, nè troppo larghi, nè troppo stretti che non riusciva mai a logorare. Era calzato di grosse scarpe quadrate a triplice suola ed a fibbia d’argento, che per la loro durata formavano la disperazione del calzolaio. Portava in capo un largo cappello che datava dal tempo in cui la Fiandra fu separata dall’Olanda, il che dava a quel venerabile indumento un’esistenza di quarant’anni. Ma che volete? Sono le passioni che logorano il corpo al par dell’anima, gli abiti al par del corpo, ed il nostro degno borgomastro, indolente ed indifferente, non si appassionava per nulla. Egli non logorava i panni nè sè stesso, e perciò appunto era proprio l’uomo adatto ad amministrare la città di Quiquendone ed i suoi tranquilli abitanti.
In vero la città non era meno tranquilla della casa van Tricasse, ed era in questa placida dimora che il borgomastro contava di giungere ai limiti più remoti dell’umana esistenza, dopo d’aver visto per altro la buona signora Brigida van Tricasse, sua moglie, precederlo nella tomba, dove essa non troverebbe certo più profondo riposo di quello che gustava da sessant’anni sulla terra.
Codesto richiede una spiegazione.
La famiglia van Tricasse avrebbe potuto chiamarsi giustamente la famiglia Jeannot; ed ecco perchè:
Ciascuno sa che il coltello di questo tipico personaggio è celebre quanto il suo proprietario e non meno eterno, grazie a quella doppia operazione, di continuo rinnovata, che consiste nel sostituire il manico quando è logorato e la lama quando non val più nulla. Tale era l’operazione, assolutamente identica, che da tempo immemorabile veniva fatta nella famiglia van Tricasse ed a cui la natura si era prestata con una com- piacenza che aveva dello straordinario. Dal 1340 in poi si era sempre visto invariabilmente un van Tricasse, divenuto vedovo, rimaritarsi con una van Tricasse più giovane di lui, la quale, vedova, andava a nozze con un van Tricasse più giovane di lei, il quale vedovo, ecc., senza soluzione di continuità. Ciascuno moriva alla sua volta con regolarità meccanica. Ora la degna signora Brigida van Tricasse era giunta al suo secondo marito, e se pure non voleva mancare a tutti i suoi doveri, doveva precedere nell’altro mondo il suo sposo, dieci anni più giovine di lei, per far posto ad una nuova van Tricasse, sulla qual cosa l’onorevole borgomastro faceva assegnamento affine di non rompere le tradizioni della famiglia.
Tale era questa casa tranquilla e silenziosa, le cui porte non stridevano, i cui vetri non tremavano, i cui pavimenti non gemevano, i cui camini non russavano, le cui banderuole non ringhiavano, i cui mobili non scricchiolavano, le cui serrature non cigolavano ed i cui ospiti non facevano rumore più della propria ombra. Il divino Arpocrate l’avrebbe certamente scelta per il tempio del Silenzio.
III - In cui il commissario Passauf fa un’entrata inattesa e chiassosa.
Quando l’interessante conversazione, che abbiamo riferita, aveva incominciato fra il consigliere ed il borgomastro, erano le due e tre quarti dopo mezzodì. Fu alle tre e quarantacinque minuti che van Tricasse accese la grossa pipa che poteva contenere un quartuccio di tabacco, e fu alle cinque e trenta cinque minuti che egli finì di fumare. In tutto questo tempo i due interlocutori non dissero parola.
Verso le sei, il consigliere, che procedeva sempre per pretermissione od aposiopesi, riattaccò il filo in questi termini:
«Dunque, risolviamo?...
— Di non risolver nulla, rispose il borgomastro.
— Dopo tutto credo che abbiate ragione, van Tricasse.
— Lo credo anch’io, Niklausse. Piglieremo una risoluzione riguardo al commissario civile quando saremo più illuminati sulla cosa: più tardi... non manca già un mese.
— E nemmeno un anno, rispose Niklausse spiegando il suo fazzoletto da naso di cui si servì del resto con molta discrezione.
Nuovo silenzio che durò una buona ora.
Nulla turbò questa nuova sosta della conversazione; nemmeno la comparsa del cane di casa, l’onesto Lento che, non meno flemmatico del suo padrone, venne a fare garbatamente un giro nel salotto. Degno cane! Un modello per tutte le creature della sua specie. Fosse anche stato di cartone, colle ruote alle zampe, non avrebbe fatto meno rumore durante la sua visita.
Verso le otto, dopo che Lotche ebbe recato la lampada antica di vetro smerigliato, il borgomastro disse al consigliere:
«Non abbiamo altri negozii urgenti da sbrigare, Niklausse?
— No, van Tricasse, ch’io mi sappia, nessuno.
— Per altro mi fu detto che la torre della porta di Audenarde minacciava rovina.
— È vero, rispose il consigliere, e non sarei meravigliato che un giorno o l’altro schiacciasse qualche passante.
— Eh! rispose il borgomastro, prima che accada tale disastro spero bene che avremo presa qualche risoluzione riguardo a questa torre.
— Lo spero, van Tricasse.
— Vi hanno per altro quistioni che urgono di più.
— Senza dubbio; la questione, per esempio, del mercato dei cuoi.
— Brucia sempre? domandò il borgomastro.
— Sempre, da tre settimane.
— Non abbiamo noi nel Consiglio deciso di lasciarlo bruciare?
— Sì, van Tricasse, e questo dietro la vostra proposta.
— Non era il mezzo più sicuro e più semplice di domare l’incendio?
— Senza dubbio.
— Ebbene, aspettiamo; non c’è altro?
— Non c’è altro, rispose il consigliere grattandosi la fronte come per assicurarsi che non dimenticava qualche affare importante.
— Ah! disse il borgomastro, non avete inteso parlare voi pure d’uno straripamento d’acqua che minaccia di inondare il basso quartiere di San Giacomo?
— Sì, rispose il consigliere, anzi è un peccato che questa straripamento non sia avvenuto sopra il mercato dei cuoi, chè avrebbe certamente combattuto l’incendio, risparmiandoci molte spese di discussione.
— Che volete, Niklausse, rispose il degno borgomastro, non v’ha nulla di così illogico come gli accidenti; essi non hanno alcun legame fra di loro, e non è possibile, come si vorrebbe, approfittare dell’uno per attenuare l’altro.
Questa arguta osservazione di van Tricasse domandò un certo tempo per essere gustata dal suo interlocutore ed amico.
«To’! soggiunse alcuni istanti dopo il consigliere Niklausse, non parliamo nemmeno del nostro gran negozio!
— Quale negozio? Abbiamo adunque un negozio? domandò il borgomastro.
— Senza dubbio, l’illuminazione della città.
— Ah! sicuro, rispose il borgomastro, se la memoria non mi tradisce, volete parlare dell’illuminazione del dottor Ox?
— Ebbene?
— La va, Niklausse, rispose il borgomastro, si collocano già i tubi, e l’officina è interamente terminata.
— Forse ci siamo un po’ affrettati in questa faccenda, disse il consigliere crollando il capo.
— Forse, rispose il borgomastro, ma la nostra scusa è che il dottor Ox fa tutte le spese della sua esperienza; non ci costerà un quattrino.
— In fatti questa è la nostra scusa, e poi bisogna bene camminare col nostro secolo. Se l’esperienza riesce, Quiquendone sarà la prima città delle Fiandre illuminata col gas ossi... ossi... come si chiama questo gas?
— Il gas ossidrico.
— Appunto, il gas ossidrico.
In questo mentre s’aprì l’uscio e Lotche venne ad annunciare al borgomastro che la sua cena era pronta.
Il consigliere Niklausse si levò per prendere commiato da van Tricasse cui tante deliberazioni prese e tanti negozi trattati avean messo in appetito; poi fu convenuto che si radunerebbe in un tempo abbastanza lontano il consiglio dei notabili affine di deliberare se si dovesse prendere una risoluzione provvisoria sulla quistione veramente urgente della torre di Audenarde. I due degni amministratori si diressero allora verso la porta che metteva sulla via, l’uno riconducendo l’altro. Il consigliere, giunto all’ultimo pianerottolo, accese un lanternino che doveva guidarlo nelle oscure vie di Quiquendone non ancora illuminate dal gas del dottor Ox. La notte era buia, si era nel mese di ottobre, ed una lieve nebbia oscurava la città.
I preparativi della partenza del consigliere Niklausse richiesero un buon quarto d’ora, perchè dopo d’aver accesa la sua lanterna egli dovette calzare i grossi zoccoli articolati di pelle di vacca ed infilare i guanti di pelle di montone; poi rilevò il bavero di pelliccia del pastrano, calò il cappellaccio sugli occhi, brandì il pesante parapioggia a becco di civetta e si dispose ad uscire.
Nel momento in cui Lotche, la quale faceva lume, stava per ritirare la spranga della porta, si udì di fuori un rumore in consueto.
Sì! per quanto la cosa possa parere inverosimile, un rumore, un vero rumore, quale la città non ne aveva certo inteso dopo la presa della torricella dagli Spagnuoli nel 1513, un terribile rumore svegliò gli echi, così profondamente addormentati, della vecchia casa van Tricasse. Si batteva la porta vergine fino allora di ogni brutale contatto! Si picchiavano colpi raddoppiati con uno strumento contundente che doveva essere un bastone nodoso maneggiato da mano robusta. Ai colpi si mescevano grida e si udivano distintamente queste parole:
«Signor van Tricasse, signor borgomastro, aprite, aprite presto!»
Il borgomastro ed il consigliere assolutamente sbalorditi si guardarono senza dir parola. Codesto passava la loro immaginazione. Si avesse anche sparato nel salotto, la vecchia colubrina del Castello, che dal 1385 non aveva più funzionato, gli abitanti della casa van Tricasse non sarebbero stati più sbalorditi.
Frattanto le grida, i colpi, le chiamate raddoppiavano. Lotche, ripigliando la sua freddezza d’animo, si arrischiò a parlare:
«Chi è? domandò.
— Sono io, io, io!
— Chi?
— Il commissario Passauf.
Il commissario Passauf! Quegli medesimo di cui da dieci anni si trattava di sopprimere la carica! Che avveniva dunque? I Borgognoni avevan forse invaso Quiquendone come al quattordicesimo secolo?
E non ci voleva meno d’un avvenimento di tanta importanza per commovere a tal punto il commissario Passauf, il quale, quanto a flemma, non la cedeva in nulla al borgomastro medesimo.
Ad un cenno di van Tricasse — perocchè il degno uomo non avrebbe potuto articolar parola — fu tolta la spranga e l’uscio s’aprì.
Il commissario Passauf si precipitò nell’anticamera come un uragano.
«Che c’è di nuovo, signor commissario? domandò Lotche, brava figliola che non perdeva la testa nelle più gravi occasioni.
— Che c’è? rispose Passauf, i cui grossi occhi tondi esprimevano una vera commozione; c’è che io vengo dalla casa del dottor Ox, dove v’era ricevimento, e che colà...
— Colà? disse il consigliere.
— Colà fui testimonio d’un alterco tale che... signor borgomastro, si parlò di politica!
— Di politica, ripetè van Tricasse, arruffando la parrucca.
— Di politica! soggiunse il commissario Passauf; cosa che non si era fatta da cento anni forse a Quiquendone. La discussione si accalorò. L’avvocato Andrea Zitto ed il medico Domenico Custos si bisticciarono così forte che forse dovranno battersi.
— Battersi? esclamò il consigliere.
— Un duello! Un duello a Quiquendone! E che cosa si sono detti dunque l’avvocato Zitto ed il medico Custos?
— Queste parole testuali: «Signor avvocato, ha detto il medico al suo avversario, voi andate troppo oltre, mi pare, e non pensate abbastanza a misurare le vostre parole.»
Il borgomastro van Tricasse congiunse le mani; il consigliere impallidì, lasciò cadere la lanterna, il commissario crollò il capo.
Una frase così evidentemente provocatrice era stata pronunciata da due notabili del paese!
«Questo medico Custos, mormorò van Tricasse, è assolutamente un uomo pericoloso, una testa esaltata; venite, signori.
E ciò detto, il consigliere Niklausse ed il commissario rientrarono nel salotto col borgomastro van Tricasse.
IV - In cui il dottor Ox si rivela fisiologo di primo ordine ed audace esperimentatore.
Qual’è dunque codesto personaggio conosciuto sotto il bizzarro nome di dottor Ox?
Certamente un uomo singolare, ma insieme un erudito ardimentoso, un fisiologo, i cui lavori sono conosciuti ed apprezzati da tutta l’Europa scientifica. Un fortunato rivale dei Davy, dei Dalton, dei Bostock, dei Menzies, dei Godwin, dei Vierordt, di tutte quelle elette intelligenze che hanno messo la fisiologia in prima schiera fra le scienze moderne.
Il dottor Ox era uomo tarchiatello, di mezzana statura, di anni... non sapremmo determinare con precisione l’età sua nè la sua nazionalità. Del resto poco importa: basta che si sappia che egli era un bizzarro personaggio, dal sangue caldo ed impetuoso, un vero eccentrico scappato da un volume di Hoffmann, e che contrastava singolarmente, come è da immaginare, cogli abitanti di Quiquendone. Vi era in lui, nelle sue dottrine un’imperturbabile confidenza.
Sempre sorridente, egli camminava a testa alta, con disinvoltura, liberamente, collo sguardo fermo, colle larghe narici dilatate, coll’ampia bocca che ingoiava l’aria a grandi aspirazioni; era bello a vedere. Egli sì, era vivo, ben vivo, ben equilibrato in tutte le parti della sua macchina, egli sì, pareva che avesse l’argento vivo nelle vene, e cento aghi sotto le piante dei piedi. Onde non poteva mai star fermo e traboccava in parole precipitate ed in gesti sovrabbondanti.
Era egli ricco codesto dottor Ox, che intraprendeva a proprio spese l’illuminazione di tutta la città? Probabilmente, poichè si permetteva siffatte spese, ed è la sola risposta che noi possiamo fare ad una domanda indiscreta.
Il dottor Ox era arrivato da cinque mesi a Quiquendone, in compagnia del suo preparatore che rispondeva al nome di Gedeone Ygene, uomo lungo, secco, magro, e non meno vivace del suo padrone. Ed ora perchè mai il dottor Ox si era proposto di fare a sue spese l’illuminazione della città? Perchè aveva egli scelto i tranquilli Quiquendonesi, i più fiamminghi di tutti i fiamminghi, e voleva dotare la loro città dei benefici d’una illuminazione straordinaria? Con tale pretesto non voleva egli forse, fare qualche grande esperimento fisiologico operando in anima vili? Infine che voleva egli codesto uomo singolare? Gli è ciò che non sappiamo, non avendo il dottor Ox altro confidente fuorchè il suo preparatore Ygene, il quale del resto gli obbediva ciecamente.
In apparenza il dottor Ox si era tolto il carico di illuminare la città che ne aveva gran bisogno «soprattutto alla notte», come diceva argutamente il commissario Passauf. Onde si era costrutta un’officina per la produzione d’un gas illuminante, i gazometri erano pronti, ed i tubi conduttori, circolando sotto il pavimento delle vie, dovevano in breve spicciare in forma di fiamma nei pubblici edifici ed anco nelle case private di certi amanti del progresso.
Nella loro qualità di borgomastro e di consigliere van Tricasse e Niklausse oltre parecchi notabili avevan creduto di dover ammettere nelle loro abitazioni l’uso di quella moderna illuminazione.
Se il lettore non se n’è dimenticato, durante la lunga conversazione del consigliere e del borgomastro, fu detto che l’illuminazione della città si otterrebbe non già colla combustione del volgare idrogeno carburato fornito dalla distillazione del carbon fossile, ma per mezzo d’un gas più moderno e venti volte più splendido, il gas ossidrico prodotto dall’idrogeno o dall’ossigeno mescolati insieme. Ora il dottore che era abile chimico e fisico ingegnoso, sapeva ottenere codesto gas in gran volume ed a buon patto; non già adoperando il manganato di sodio secondo i processi di Tessie du Motay, ma semplicemente decomponendo l’acqua leggermente acidulata per mezzo d’una pila fatta di nuovi elementi e da lui inventata. A questo modo non occorrevano materie costose, nè platino, nè storte, nè combustibile, nè apparecchio dilicato per produrre isolatamente i due gas. Una corrente elettrica attraversava vasti tini pieni d’acqua, e l’elemento liquido si decomponeva nelle sue due parti costitutive, l’ossigeno e l’idrogeno. L’ossigeno se ne andava da una parte, l’idrogeno, in doppio volume del suo antico compagno, da un’altra; entrambi venivano raccolti in serbatoi separati, precauzione essenziale poichè il loro miscuglio avrebbe prodotto uno scoppio spaventoso se si fosse infiammato. Tubi secondari dovevano condurli separatamente ai diversi becchi disposti in guisa da prevenire ogni scoppio. Si produrrebbe allora una fiamma splendidissima, fiamma il cui bagliore gareggia con quello della luce elettrica, che come ognun sa, risulta dagli esperimenti di Casselmann, essere uguale a quello di mille centosettantuna candele — non una di più, non una di meno.
Era certo che la città di Quiquendone doveva guadagnare in quella generosa combinazione un’illuminazione splendida, ma di ciò il dottor Ox ed il suo preparatore non si davano gran pensiero, come si vedrà in seguito. Precisamente al domani del giorno in cui il commissario Passauf aveva fatto quella chiassosa apparizione nel salotto del borgomastro, Gedeone Ygene ed il dottor Ox discorrevano entrambi nel gabinetto di lavoro che avevan comune a pian terreno del principale fabbricato dell’officina.
— Ebbene, Ygene, ebbene! esclamò il dottor Ox stropicciandosi le mani; li avete visti ieri al nostro ricevimento questi buoni Quiquendonesi dal sangue freddo, che quanto a vivacità di passione tengono il giusto mezzo fra lo spugne e le escrescenze coralligene? Li avete visti, contendere e provocarsi colle parole e cogli atti! Trasformati moralmente e fisicamente! E ciò non è che il principio, aspettate il momento in cui amministreremo loro una forte dose!
— In fatti, padrone, rispose Gedeone Ygene grattandosi il naso puntuto coll’estremità dell’indice, l’esperimento comincia bene, e se non avessi chiuso la cannella prudentemente, non so che cosa sarebbe accaduto.
— Avete sentito l’avvocato Zitto e quel medico Custos? soggiunse il dottor Ox. La frase per sè stessa non era già molto impertinente, ma in bocca d’un Quiquendonese vale tutte la serie delle ingiurie che gli eroi d’ si buttano in faccia prima d’acciuffarsi. Ah! codesti Fiamminghi! vedrete che cosa ne faremo un giorno.
— Ne faremo degli ingrati, rispose Gedeone Ygene coll’accento d’uomo che stimi l’umana specie al suo giusto valore.
— Oibò, disse il dottore, poco importa che ci siano grati o no, purchè la nostra esperienza riesca.
— D’altra parte, soggiunse il preparatore sorridendo furbescamente, non è forse da temere che producendo una tale eccitazione nel loro apparato respiratorio noi guastiamo un poco i polmoni a codesti buoni abitanti di Quiquendone?
— Tanto peggio per essi, rispose il dottor Ox; è nell’inte- resse della scienza. Che direste voi se le rane od i cani rifiutassero di prestarsi agli esperimenti di vivisezione?
È probabile che se si interrogassero le rane ed i cani, questi animali farebbero qualche obiezione alle pratiche dei vivisettori: ma il dottor Ox credeva d’aver trovato un argomento incontrastabile e mandò un lungo sospiro di soddisfazione.
«Dopo tutto, padrone, avete ragione, rispose Gedeone Ygene con accento d’uomo convinto; non possiamo trovar di meglio di questi abitanti di Quiquendone.
— Non possiamo, disse il dottore articolando ogni sillaba, avete toccato il polso a questa gente?
— Cento volte.
— E qual’è la media delle pulsazioni osservate?
— Nemmeno cinquanta al minuto. Comprendete dunque: è una città in cui da un secolo non ci fu l’ombra di discussione, in cui i carrettieri non bestemmiano, in cui i cocchieri non si dicono villanie, in cui i cavalli non si impennano, ed i gatti non graffiano, una città in cui il tribunale di polizia fa vacanza dal primo dell’anno all’ultimo! una città in cui non si piglia passione alcuna nè alle arti, nè ai negozi! una città in cui i gendarmi sono allo stato di miti ed in cui non fu fatto un processo verbale in cento anni; una città infine in cui da trecento anni non fu dato nè un pugno, nè uno schiaffo! Mastro Ygene, comprendete bene che tal cosa non può durare e che noi modificheremo tutto ciò.
— Benissimo, benissimo, replicò il preparatore entusiasmato. E l’aria di questa città, padrone, l’avete voi analizzata?
— Non ho mancato. Settantanove parti d’azoto e ventuna parte di ossigeno, acido carbonico e vapore acqueo in quantità variabili, ecco le proporzioni ordinarie.
— Sta bene, dottore, sta bene, rispose mastro Ygene, l’esperienza si farà in grande e sarà decisiva.
— E se sarà decisiva, aggiunse il dottor Ox in aria di trionfo, riformeremo il mondo.
V - In cui il borgomastro ed il consigliere vanno a fare una visita al dottor Ox, e quello che ne deriva.
Il consigliere ed il borgomastro van Tricasse seppero finalmente che cosa fosse una notte agitata. Il grave avvenimento che si era compiuto nella casa del dottor Ox cagionò loro una vera insonnia. Quali conseguenze avrebbe questa faccenda? Non potevano immaginarlo. Bisognerebbe prendere una determinazione? L’autorità municipale da essi rappresentata sarebbe costretta ad intervenire? E bisognerebbe pubblicare dei decreti perchè siffatto scandalo non si rinnovasse? Tutti codesti dubbi non potevano che turbare quelle fiacche nature, onde alla vigilia, prima di separarsi, i due notabili avevano deliberato di rivedersi al domani.
Il domani dunque, prima di pranzo, il borgomastro van Tricasse si recò in persona in casa del consigliere Niklausse. Trovò l’amico suo più tranquillo ed egli stesso aveva ripigliato la propria pacatezza.
«Nulla di nuovo? domandò van Tricasse.
— Nulla di nuovo da ieri, rispose Niklausse.
— Ed il medico Domenico Custos?
— Non ne ho inteso più parlare, così pure dell’avvocato Andrea Zitto.
Dopo una conversazione che occuperebbe tre linee e che qui è inutile riferire, il consigliere ed il borgomastro avevano risoluto di far visita al dottor Ox per ottenere di lui qualche dilucidazione senza averne l’aria.
Contrariamente alle loro abitudini, presa questa determinazione, i due notabili si accinsero ad eseguirla immediatamente. Lasciarono la casa e si diressero, verso l’officina del dottor Ox, situata fuor della città presso alla porta di Audenarde, precisamente quella la cui torre minacciava rovina.
Il borgomastro ed il consigliere non si davano il braccio, ma camminavano passibus aequis, d’un passo lento e solenne che non li spingeva innanzi più di tredici pollici al secondo.
Era del resto l’andatura ordinaria dei loro amministrati, i quali a memoria d’uomo non avevano mai visto nissuno correre attraverso le vie di Quiquendone. Di tanto in tanto in un crocivio pacato e tranquillo, allo svolto d’una placida via, i due notabili si arrestavano per salutare i passanti.
«Buon giorno, signor borgomastro, diceva l’uno.
— Buon giorno, amico, rispondeva van Tricasse.
— Nulla di nuovo, signor consigliere? domandava l’altro.
— Nulla di nuovo, rispondeva Niklausse.
Ma a certe sembianze meravigliate, a certi sguardi interrogatori, si poteva indovinare che l’alterco della vigilia era conosciuto in città. Soltanto dalla direzione seguita da van Tricasse, i più ottusi dei Quiquendonesi avrebbero capito che il borgomastro stava per compiere qualche gran cosa. La faccenda Custos e Zitto occupava tutte le immaginazioni, ma non si era ancor giunti a parteggiare per l’uno o per l’altro. L’avvocato ed il medico erano del resto due persone stimate. Il primo, non avendo mai avuto occasioni di trattar cause in una città in cui gli avvocati e gli uscieri non esistevano che per memoria, non aveva mai perduto alcun processo; quanto al medico era un pratico onorabile, il quale, ad esempio dei suoi confratelli, guariva tutti gli infermi da tutte le malattie, eccetto da quella per cui morivano; spiacevole abitudine presa disgraziatamente da tutti i membri di tutte le facoltà mediche di qualsiasi paese.
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The end
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