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Il tipografo a chi legge
Esce da’ miei torchi la quinta edizione di questo libro, tratta da un esemplare della quarta trovatosi nella privata biblioteca dei benemerito autore che mancò, già da un anno, a’ viventi. Questo esemplare, divenuto di mia proprietà insieme ad altri libri per acquisto fattone dagli eredi, era stato dall’autore medesimo preparato per una nuova stampa, come conghietturare si può da alcune correzioni marginali ch’egli vi ha fatte.
Un nuovo pregio acquista inoltre la presente edizione nella parte spettante ai monumenti che s’incontrano in questo bel viaggio, avendovi io dato luogo ad importanti ed erudite Note favoritemi dalla gentilezza del ch. sig. dottor Giovanni Labus, versatissimo in sì fatti studi; le quali Note esistevano in un esemplare di quest’opera postillato già di sua mano. Mi duole che tal cosa sia giunta a mia cognizione soltanto allorchè io aveva già dato incominciamento all’impressione; per lo che non fui a tempo di corredare i primi sei capitoli di tali illustrazioni: ma io spero di supplire a questa involontaria mancanza nella sesta edizione, di cui avrà cura il prelodato sig. Labus, e nella quale egli darà maggior estensione al suo lavoro coll’aggiungervi tutte quelle notizie di antichità e belle arti che offrir possono ancora vari paesi nell’opera indicati. Io mi lusingo tuttavia che la presente edizione sarà per incontrare il gradimento del colto pubblico, anche pei miglioramenti che si sono fatti nella parte tipografica, avendo usata ogni diligenza affinchè riuscisse corretto il dettato e nitida l’impressione.
La Carta Topografica Numerica che l’autore aveva posta nella precedente edizione, fu ommessa in questa, a motivo che malagevole tornava al lettore il dover percorrer due indici per rinvenire in quella i luoghi od i paesi. Per la qual cosa (indotto anche dal consiglio di persona autorevole) ho seguito in ciò il sistema della terza impressione, inserendovi tre Tavole; in una delle quali si ha la mappa generale pel viaggio ai Tre Laghi, e nelle altre due separatamente la topografia dell’alto Novarese e della Valtellina. Vi ho conservato poi l’Indice Alfabetico, reso ora più copioso a maggior comodo del leggitore.
Prefazione dell'autore
Quando nel 1794 scrissi e pubblicai il , fui a ciò indotto dalle richieste di molti, sì nazionali che forestieri, i quali, avidi di vedere le cose amene e istruttive che l’alto Milanese e i contorni de’ Laghi nostri presentano, eran costretti a chiedere indirizzo, consigli e notizie al servitor di piazza, al postiglione e al barcajuolo; e quindi molte importanti cose non vedeano, o le vedean male.
Io ben sapea che i nostri laghi e monti erano stati nei tre precedenti secoli descritti da alcuni colti uomini, quali sono il , il , il , il pel Verbano e l’Alto Novarese; il , il , il pel Lario; il pe’ paesi compresi fra i due Laghi, ed altri che andrò citando in quest’opera; ma, oltrechè le descrizioni loro non comprendeano che una parte o l’altra del nostro paese, non avendo essi certamente per iscopo di servir di guida ai Curiosi, generalmente la storia vetusta e dei loro tempi più che quella della natura e de’ luoghi esposero: ed essendo scritte da qualche secolo le opere loro, di poco uso sarebbono ai viaggiatori oggidì.
Vero è che, dopo di me, l’ampio suo su Como e ’l Lario compose e pubblicò l’elegante scrittore . Egli poi scrisse le e gli , ne’ quali molte cose narra importanti anche pel Curioso e pel viaggiatore: ed io men sono valso; come non ho trascurato di valermi d’alcune notizie tratte da’ libri statistici de dipartimenti dell’Olona, dell’Agogna, del Lario e del Serio. Prima di me scritto aveva un ragguaglio delle sue escursioni pe’ nostri monti, onde conoscerne la mineralogia, il valente naturalista , il quale però non pubblicò mai il suo lavoro; e fu per me gran ventura il poter avere un transunto delle notizie mineralogiche ch’egli ha raccolte.
E ciò più che altro importava al mio scopo: poichè, sebbene nello scrivere il mio libricciuolo io siami proposto anche di giovare all’amatore delle antichità, e delle arti sì belle che utili; pur della storia naturale del paese più che di tutt’altro mi sono occupato, sì perchè lo studio di essa più di moda è divenuto e più comune, sì perchè più divertente d’ogni altro, e per sè stesso, e più vantaggioso.
Capo I. Viaggio al Lago Maggiore. Da Milano a Gallarate
Per andare da Milano a Gallarate si esce ugualmente da Porta Tanaglia, a cui mette la decretata contrada della Moscua, e dal così detto Portello del Castello, benchè Castello più non vi sia, costeggiando le ruine di questo, ed attraversando il Foro Bonaparte sino al grand’Arco, che si va costruendo colla massima magnificenza, sul disegno del sig. cavaliere Cagnola membro dell’Istituto r., e dal quale incomincia la grande via del Sempione, di cui parlerassi. La vicinanza dell’abitazione fa scegliere la via, ed ambedue s’incontrano al ponte dell’Archetto, detto anche della Mossa, pel sottocorrente rivo. Fra l’una e l’altra era compreso il gran parco dei Visconti, che nel Castello abitavano, e si veggono ancora i vestigi del muro che lo cingeva.
Dopo tre miglia di viaggio, fra campagne coltivate alla sinistra e prati alla destra, si giunge presso alla chiesa di Garegnano (Carinianum), altre volte convento di Certosini, fondato dall’arcivescovo e signor di Milano Giovanni Visconti. Il curioso entrerà nella chiesa ancora ben conservata, e vi ammirerà le belle pitture a fresco di Daniele Crespi, nelle quali la vivezza dei colori e l’esattezza del disegno sono congiunte alla forza dell’espressione ed alla saggezza della composizione. L’ammiratore del Cantor di Laura si volgerà a sinistra, ove alla distanza di ben tre miglia sta il casolare d’Inverna, o d’Inferna, nel quale soggiornò per qualche tempo il , chiamando quel luogo Linternum in memoria della villa di Scipione. Ora è ben difficile il determinarne con precisione la casa.
Non tarderà ad incontrare un di que’ cavi, che noi diciamo fontanili, ove sorgono polle d’acqua, la quale per un declivio quasi insensibile tanto si fa percorrere, che trovasi a livello de’ prati che va ad irrigare. Le leggi per le quali nessun proprietario può opporsi al passaggio dell’acqua altrui ne’ proprj campi, purchè ne abbia compenso al danno, hanno apportato un vantaggio grandissimo all’agricoltura nostra. Farà questa osservazione il viaggiatore agronomo, che, inoltre, mirando i prati irrigatorj, ne vedrà alcuni disposti nel modo che diciamo di marcita (che forse qui cominciarono, giacchè il villaggio chiamasi Caregnano Marcida) e se viaggierà anche nel fitto inverno, vedrà con maraviglia verdeggiarvi l’erba lussureggiante. Questa maniera di prati è ignota altrove. Un’irrigazione incessante copre sempre il prato, tutto ben livellato, d’un sottil velo d’acqua corrente; e questa, mentre nutre le radici delle erbe, difende il suolo dal gelo, a meno che l’inverno non sia d’un rigor eccessivo. L’artifizio sta nel distribuire l’acqua con tale economia, che dopo d’aver servito ad innaffiarne una parte, raccolgasi e dirigasi ad innaffiar l’altra per mezzo di ben disposti canaletti.
Un paese triste e spopolato è il primo che incontrasi, detto la Cassina del Pero. O sia per le risaie che ivi si sono introdotte, o sia perchè uliginoso è per sè stesso quel fondo, o perchè mal sane ne sono le acque, debol salute godono qui i contadini.
Siccome le risaie non sono comuni, e son forse queste le sole che incontransi nel Viaggio ai tre Laghi, piacerà allo straniero, abitatore di freddo clima o di paese asciutto, l’osservarle. Dipendon esse interamente dalla irrigazione; ma ben diversa è questa da quella de’ prati. Si ara la risaia e si semina in primavera, e cogliesi il riso in autunno. La pianticella nasce e cresce nell’acqua, se non che più d’una volta s’asciuga il campo per liberare il riso dalle cattive erbe che il soffocano. Si distribuisce la risaia in tanti campicelli per mezzo d’arginetti, e s’irriga incessantemente. È vietato il coltivar riso se non oltre cinque miglia dalla città.
In un’aria più sana e sotto un bel cielo è posto Ro (Raude), grosso e ben popolato borgo. Merita qui d’esser veduto il bel tempio, disegno di , ma in qualche parte alterato.
Volgendo a destra, prima di giungere alla chiesa, si è nella strada che conduce a Leinate, distante due miglia e mezzo, villa veramente magnifica di S. E. il sig. Duca Litta. Il curioso, che amasse vederla, non molto allungherebbe la via, andando poi da Leinate all’osteria della Zancona. I giuochi d’acqua, i boschi, le ricche serre, i giardini, le limoniere, il parco, la fabbrica del musaico, i bei gruppi, e le statue anche antiche, le quali un bel busto di Laocoonte, sarebbongli compenso al tempo in ciò impiegato. Da Leinate, chi fosse diretto a Varese, potrebbe andare a prendere la nuova strada a Saronno; ma se ama la pittura, passerà da Caronno a vedere nella chiesa della Purificazione di Nostra Signora i belli a fresco di Ambrogio Luino, fratello di Bernardino, rappresentanti alcuni tratti principali della storia della medesima.
Ma proseguendo il cammino sulla strada provinciale, vede la Burbera, villa altre volte Pecchi ed ora Serbelloni, e non tarda ad ar- rivare alla mentovata Zancona: indi a non molto v’è il Bettolino, osteria ancor più frequentata, in vicinanza di Nerviano, grosso borgo, che si lascia alla sinistra.
Il primo paese che incontrasi è San Lorenzo, indi San Vittore, piccioli villaggi, e quindi Legnarello, villaggio poco distante dal borgo di Legnano, posto alla sinistra sull’Olona, come il sono Nerviano e Parabiago. In Legnano merita d’esser veduta la chiesa parrocchiale, che credesi disegno di Bramante, ove nel coro ammiransi le belle pitture del Lanino. V’è ancora qualche resto del palazzo di Ottone Visconti, arcivescovo e primo signore di Milano.
Da Legnarello alla Castellanza vedesi a sinistra l’Olona summentovata. Questo fiume, che sebbene meschino d’acque e d’alveo angusto, pure dà il nome al primo dipartimento del Regno Italico, nasce sopra Varese, e riceve le acque de’ monti posti all’ovest e al sud del lago di Lugano, per le quali è pur talora minaccioso e devastatore: ma tant’acqua se n’estrae, che non può esso nello stato ordinario nè meno giungere alla capitale, a cui indirizza il suo corso. Al di sotto d’essa però ricomincia l’alveo suo, ove raccolgonsi gli scoli de’ terreni irrigati, e tanta copia d’acqua vi si raduna, che sen va in Po per una foce maestosa al di sotto di Cor- te Olona, piacevol soggiorno un tempo de re d’Italia.
Alla Castellanza, piccola terra ove è una comoda osteria, si tragitta il fiume, che comincia a qui avere l’alveo profondo, e si sale sull’opposta sponda in un’ampia pianura, ed indi a poco giugnesi ad altra osteria, detta la Cassina delle Corde, o del buon Gesù. Nell’una o nell’altra fermansi i vetturini per cibo e per riposo. Alla seconda è unita la posta.
A Busto Arsiccio può estendere il suo passeggio chi si ferma alla Cassina delle Corde pel rinfresco de’ cavalli. Oltre le molte manifatture di cotone, merita d’esser veduta la Rotonda dedicata a M. V. per le pitture di Crespi e di Gaudenzio Ferrario, e più pel disegno di Bramante.
Intanto il curioso, se può salire in alto, esamina il piano, e lo vede in gran parte incolto e sgombro. È questa la Brughiera di Gallarate, coltivata soltanto presso ai borghi, e alquanto lungo la strada: ma mercè le saviissime leggi che hanno fatti vendere i beni comunali, è sperabile che la coltivazione, se non a campagne, almeno a boschi, s’andrà sempre più estendendo. I mali delle guerra hanno arrestato il corso al dissodamento delle brughiere; ma la stabilità delle cose ne farà sentire i vantaggi, e ripigliare i lavori.
La siccità è la cagion principale per cui resta incolto questo vastissimo tratto di terreno, che pur non è la sola brughiera della Lombardia nostra. Vuolsi che siasi tentato di portarvi altre volte l’acqua del Ticino, mediante un canale che cominciasse sotto Somma, al luogo detto il pan-perduto; e si veggono di fatti ancora chiari vestigj d’un cavo fatto accanto all’alveo del fiume in quei contorni. Altri progetti vi son tuttavia d’irrigare quel vasto distretto, derivando le acque dal lago stesso ad Angera, o con quelle del lago di Lugano, dandogli un emissario meridionale presso a Porto di Morcotte; ma chi ha misurata l’altezza di questo lago vi trova molta difficoltà, per la navigazione almeno. Di ciò riparlerò in appresso, e darò alla fine del libro la misura dell’altezza de’ nostri laghi e de’ nostri monti.
Egli è su questa brughiera, ma più verso il Ticino, fra Rosate e Somma, che i nostri astronomi hanno misurata sul meridiano una base di tese 5130, sulla quale hanno formati e derivati tutti i triangoli che servirono a fissare i punti sulla gran Carta della Lombardia.
Quasi sei miglia di cammino fannosi per un’ottima strada senza incontrare abitazione d’uomini, se nonchè a sinistra vedesi il mentovato borgo di Busto Arsiccio, e a destra vedrebbesi Oligiate-Olona (considerevol bor- go un tempo, che servia d’antemurale a quei di Castel-Seprio e d’altre terre), e de’ bei palazzi in riva all’Olona, se non fosse da quel lato ingombro il terreno dalla coltivazione.
L’osservatore della natura che in tutte le sponde corrose, dopo qualche piede di terra vegetale formatavisi per la scomposizione delle piante, troverà strati di ciottoli fluitati ad ogni profondità, e che di sassolini vedrà coperta non solo la brughiera, ma le stesse ben coltivate campagne, chiederà, donde mai tanti ciottoli vennero e tante arene? Basteragli guardare i sassi medesimi, e s’accorgerà che vennero da’ monti circostanti: e vedendo che sebbene sieno per la maggior parte selce, quarzo e granito, pure sono quasi tutti rotondati, ne argomenterà che lunga strada abbiano rotolando percorsa. Può anch’essere che rotondati si sieno, non in un fiume, a cui difficilmente un alveo può attribuirsi largo quanto dagli Appennini distano le Alpi, ma bensì sulle sponde del mare, che suole a ciottoli, su e giù dimenandoli, corroder gli angoli, e ridurli a palle; e sicuramente il mare tutto il piano occupava, e i monti stessi, come vedremo quando di questi avremo a parlare.
Gallarate, che alcuno vuol derivato da Gallorum Area, è un borgo assai ricco, ed una specie di emporio per tutti quei contorni. Il torrente Arno, che col suo nome rammenta gli Etruschi e che gli passa vicino, apporta sovente alle sue campagne de’ considerevoli danni.
Capo II. Da Gallarate alle isole per Sesto Calende
Chi vuol andare alle Isole Borromee, che talora son l’unico scopo del viaggio, in modo da far il più breve tragitto pel lago, da Gallarate va a Sesto Calende, ad Arona, a Belgirate, a Stresa, ove cerca e facilmente trova una piccola barca che lo porti all’Isola Bella. Da Gallarate per altra strada, se più gli piace, piega al nord e va a Varese, oppure va a Varese direttamente da Milano, accorciando la via, come verrà più sotto indicato. Ma se non gli dispiace di far quindici miglia pel lago, allora s’imbarca a Sesto Calende. Uscito che sia da Gallarate, non tarda a vedersi in faccia sur un’altura Crena, (picciol villaggio il cui nome vuolsi derivato da κρήνη, fonte) e a salire sur un altro piano
più elevato del precedente ed egualmente esteso, ma più ineguale. Questo pure è un fondo di ghiaja, e in parte incolto, che dicesi la Brughiera di Somma. Lascia a destra Arsago e Mezzana, giunge a questo grosso borgo, signoria antica de’ Visconti, i cui discendenti godeano, non ha molti anni, qualche resto de’ prischi privilegi, co’ quali avuto aveano quel distretto dall’Abate del monistero di S. Gallo, che n’era signore. Ivi sono alcuni bei castelli e giardini; ma il curioso vedrà con maraviglia un cipresso che ha ben sedici piedi di circonferenza del tronco, e che annunzia la più grande vetustà. Si osserva in Somma con maraviglia che la parte elevata ha vene abbondanti e d’ottima acqua a pochi piedi di profondità; il che nasce da alcuni laghetti o paludi superiori; mentre la parte bassa deve trarre l’acqua da pozzi profondissimi, forse a livello del Ticino.
Somma ha molti indizj d’antichità; e v’ha tutta l’apparenza che ivi sia stata data da la sconfitta a , combinandosi in questo luogo tutte le circostanze indicate da e da , cioè la distanza di cinque miglia da Vico Seprio, ch’era il Vico o abitazione principale degl’Insubri; i tumuli, o sia i monticelli, che sono ivi sparsi sull’alto piano; il Ticino, che scorre lì sotto, e l’essere al piede delle Alpi. Le antiche iscrizioni che in Somma e ne’ vicini paesi si sono conservate, furono pubblicate dal dott. Campana: ma l’erudito antiquario, giacchè qui trovasi, andrà sin al mentovato villaggio d’Arsago, ove, oltre l’esservi gran numero di romane iscrizioni, v’è pur un antico tempio ottangolare, che servì di battistero alcuni secoli addietro, ma che vedesi evidentemente formato colle ruine d’un più vecchio tempio del Gentilesimo. In Arsago altri sentono l’ara Caesaris, altri l’arsus ager.
Da Somma per una nuova strada, che passa appiè del mentovato cipresso, si tragitta più in alto il torrente Strona (nome comune a varj de’ nostri torrenti, e derivato dal celto Stream), si passa presso Vergiate, e con dolce declivio si giugne al lago, ossia a Sesto Calende. Presso la Strona, fra i graniti d’ogni varietà, trovasi della bianca lumachella, composta di chioccioline, per lo più discoliti, dette comunemente ammoniti, frumentarie, o lenticolari.
Molte antiche iscrizioni erano a Sesto, che raccolte da un Archinto nel secolo xvi, furon insieme a quelle di Varese, di Castel-Seprio e d’altri paesi portate a Milano nella casa che già fu degli Archinti, ed appartien’ ora al sig. Giuseppe Rossi presso San Bartolomeo. A Se- sto esce dal lago il Ticino, della cui navigazione parleremo in appresso; e poco al di sotto veggonsi ancora i resti d’antichissimo ponte da’ Romani, e non già da’ Galli, come altri scrisse, costruitovi. II Ticino divide il dipartimento d’Olona da quello dell’Agogna, come pur lo divide il lago, fino a quel punto in cui sottentrano gli Svizzeri, che dei Baliaggi italiani, ora componenti il Canton Ticino, nel 1516 divenner signori, quando il re di Francia, che impossessato sen’era, loro li cedè in compenso delle spese di guerra.
A Sesto, o tragittando il Ticino vassi sulla nuova strada del Sempione, di cui parlerassi alla fine di questo Capo, o vero prendesi la barca per andare alle Isole; e allora prudente cosa ella è di far qui la necessaria provvigione per la mensa, onde cibarsi navigando, a risparmio di noja e di tempo.
L’oggetto più importante da vedersi è il Colosso d’Arona; ma prima si passa presso la Badia (luogo ov’era una badia, data poi allo Spedal Maggiore), indi presso Lisanza, ruinato castello. Il curioso può progredire sino ad Angera (Angleria), ove pur vassi per via carreggiabile Angera è un contado, cui fra i principali loro titoli contarono alcuni dei duchi di Milano, che lo diedero in feudo ai signori conti Borromei, come lor diedero la maggior parte de’ paesi posti sul Verbano. Ivi sta in alto un antica rocca, ove sono alcune vecchie e pregevoli pitture, rappresentanti le gesta dell’arcivescovo Ottone Visconti, in un abbandonato salone; e varie altre pur rimarchevoli in altre sale sen veggono. Nel contiguo giardino v’ha parecchie antiche iscrizioni, fra le quali è rimarchevole quella di C. Metilio Marcellino.... patrono causarum fidelissimo.... civi abstinentissimo.... patrono coloniae Foro Juliiriensium etc., rammentando in queste ultime parole, mal copiate da tutti gli antiquarj, il Foro degl’Iriesi, or villa del Foro non lungi dalla Scrivia. Nella chiesa vedonsi a’ fianchi del battistero due statue marmoree dei SS. Pietro e Paolo, non ispregevoli per essere lavoro de’ bassi tempi. Alcuni avanzi d’antiche colonne fregiate di bel rilievo veggonsi pure sul piazzale della chiesa. Ivi era l’antica Statione, cioè luogo ove stava un romano accampamento, detta ne’ bassi tempi Stazzona, capo di esteso contado. Gli antiquarj ci contano della vetustà di Angera cose da fare strabiliare, poichè la vogliono edificata da un Anglo nipote d’Enea, e dedicata alla dea del silenzio Angerona.
Sotto la rocca è una sorgente d’acqua epatica, ed un’ampia torbiera, che qui comincia e finisce ad Ispra. D’ottima qualità è la torba, e di comodo trasporto su carri sino al lago, o ad Angera si conduca, o a Incuasso in faccia ad Ispra per cammino ancor più breve: ma malgrado la general lagnanza della carezza e scarsezza di materia combustibile, e la facilità di ridurre la torba a carbone servibile a tutti gli usi del carbon di legna, gli uomini non hanno ancora saputo indursi a farne uso. Angera e l’opposta Arona stanno appiè di due monti dello stesso sasso, il che vedesi ad evidenza quando si sta sul lago fra ambedue; e vedesi che il monte era continuato, ma fu diviso dal Ticino, che si aprì qui la strada. Il calcare posa per tutto sopra lo scisto argilloso. Benchè lo stesso sia il sasso calcare, trovasi però che quello d’Angera è più compatto e prende il lustro. Fuvvi progetto d’estrarre da qui un canale, che risparmiando la faticosa navigazione del Ticino, portasse al tempo stesso l’irrigazione alle brughiere di Gallarate e della Grovana.
Fatto il traverso del lago, s’entra nel porto d’Arona assai comodo ed ampio. In questa piccola città, di cui erano signori i Borromei, molto fioriva il commercio, essendo luogo opportunissimo pel passaggio delle merci dal Mediterraneo alla Germania. Nella chiesa prepositurale v’ha delle belle pitture di Gaudenzio Vinci, fatte nel 1511. Non è improbabile che sieno di Gaudenzio Ferrari. Ma perchè chiamasi Vinci?
La rocca d’Arona, or atterrata, dev’esser visitata dall’uom che venera in San Carlo Borromeo il gran santo, e il gran politico de’ suoi dì, poichè vedrà, se non più la stanza, almeno il luogo ove nacque nel 1538. Egli volgerà i suoi passi verso il gran Colosso posto sur un vicin colle. Passerà, andandovi, presso le cave di rozzo marmo calcareo, con cui, oltre molti altri edifizj, si va fabbricando il duomo di Pavia: ed osservando i pezzi di quel sasso, vi troverà alcune belle dendriti.
Il Colosso sorprende a ragione chiunque lo esamina. Esso è sì ben proporzionato, che da lungi il reputi una statua gigantesca, e nulla più. Pur ha circa 66 piedi d’altezza, oltre il piedestallo di granito, che ne ha 46. La testa, le mani e i piedi sono di bronzo fuso: il resto è di grossa lastra di rame. Internamente ha, direm così, per anima una specie di guglia costruita di grossi sassi, da cui sporgono delle barre di ferro, che servono a tenere e ad assicurare contro l’impeto de’ venti la statua. Servon anche di scala a chi, entrandovi dentro per una piega del rocchetto (la quale è grande abbastanza per questo oggetto), vuol salire sino al capo, ove como- damente, a meno che non sia d’enorme mole, potrà sederglisi entro il naso. Fu elevato questo Colosso, lavoro di Siro Zanella pavese, e di Bernardo Falconi luganese, a spese degli abitatori de contorni del lago e d’altri divoti, e specialmente de’ Borromei, l’anno 1697.
Da Arona talora vuolsi andare al Santuario d’Orta, e passare di là alle Isole Borromee. Vi si va per due vie: in vettura per Borgomanero, Gozzano e Bussone; ma chi è a cavallo o a piedi, da Arona va ad Oleggio Castello, indi ad Invorio di sotto, ove alcuni vogliono che nascesse il summentovato Ottone Visconti. Sin qui trovasi il monte calcare. S’entra poi nella valle dell’Agogna, fiume che dà il nome al più occidentale dipartimento del Regno (di cui capo luogo è Novara), ed ivi il monte è di scisto micaceo granatifero; ma ha la crosta esterna sì guasta dall’azione dell’atmosfera, che i duri granati si staccano, e trovansi strascinati dall’acqua per la via. Si risale alquanto, e lasciando a sinistra Bussone all’estremità meridionale del lago, passando per Gorgogno ed Imolo, si discende ad Orta. Nella discesa incontrasi la nuova via carreggiabile ch’è sostenuta in alto, e quando sia continuata, s’unirà presso il fiume Tosa alla nuova strada del Sempione.
Per andare da Arona alle Isole, a lago pla- cido (poichè se v’ha vento, scegliesi il luogo o più difeso se contrario, o più esposto se favorevole), si tende alla punta di Ranco, e di là alla punta di Belgirate, attraversando due volte il lago. Questi traversi però accorciano, anzichè allungare il cammino; poichè, essendo le sponde di questo, come in generale di tutti gli altri laghi, ad angoli salienti e rientranti, farebbe lunghissimo circuito chi sempre costeggiasse; e vedesi chiaramente che presso alle punte sempre passa la più retta, e quindi la più breve via che colà conduce.
Questo lago, non essendo circondato da alte montagne, almeno nella parte inferiore, non soggiace a improvvisa procella, come gli altri; e le barche son qui più sicure che sul Lario, perchè il punto d’appoggio de’ remi è più lontano dal centro. Ma le vele, benchè meno alte, hanno l’inconveniente delle comasche, di cui parleremo; sebbene alcune barche Borromee (il Bregantino ed il Caicco) mostrino quanto più vantaggiose sieno le vele latine, o che alle latine s’avvicinano, e sì disposte, che più sicuro e più facile ne riesce il maneggio.
Chiamasi qui Inverna, cioè Inferna, o sia inferiore il S. O. o libeccio, e Margozzolo (riguardo alle Isole) l’O. o ponente, che vien dal monte o dal paese di questo nome; Vento semplicemente, o vero Maggiore il N., o sia la tramontana; e Vento Bergamasco lo scilocco, che soffia molto di rado.
Vedesi a destra in alto Ispra, sotto cui è una sorgente d’acqua epatica; e più in alto si vedono Besozzo, e varj di que’ paesi situati in bell’aspetto che sovrastano al lago di Varese. È formata la punta di Ranco d’un duro sasso arenario stratificato; e l’arena ond’è composto mostra sovente de’ giacinti e del titano; per la qual cosa quel sasso, che prende un bellissimo pulimento, quanto un bel porfido, ha un’azione positiva nell’elettrometria. Proseguendo a destra in vista d’Arolo e Moallo, s’arriva al (Sasso Ballaro), noto pel santuario, e degno di esser veduto dal naturalista pel fenomeno singolare d’un masso precipitato nella volta della chiesa, che sembra starvi sospeso contro la forza della gravità. Chi ben l’osserva scorge chiaramente ove s’appoggia, e come siavi sostenuto; ma in ogni modo non vedesi senza maraviglia che un sì gran masso, che potè cadendo traforare la volta e spezzarne un capitello di granito, sia stato sostenuto e il sia ancora pel solo contrasto che un superior masso gli fa sur una estremità. Tutto quello scoglio dentro cui è fabbricato il santuario e la casa, altre volte convento di Carmelitani, è calcare. Per angusta apertura si penetra nella sottoposta grotta, nella quale dicono che santamente vivesse il B. Alberto Besozzo. Chi sale in vetta allo scoglio vede de’ bei colli e piani coltivati. Li presso è Legiuno (Legiodunum), nome derivato da Legiones. Sotto questo luogo profondissima è l’acqua, di modo che il fondo del lago credesi ivi più basso che la superficie del mare Adriatico e del Ligustico.
Ripigliando la sponda sinistra presso Arona, vediamo al basso le terre di Meina e Solcio, in alto Daniente e Massino. Questo villaggio, antica badia de’ monaci di S. Gallo, fu donato ai Visconti, che ancor vi posseggono casa e fondi.
Da Solcio si naviga a Lesa per lungo giro, essendovi un ben coltivato piano, formato dalla scomposizione del sovrapposto monte. A Lesa bella è la casa de’ signori Stampa: indi si va a Belgirate, piccol borgo, ma pel commercio già emulo d’Arona. Il tratto che da Solcio va sino alla punta, popolato di molte case sparse, dicesi Sala o Vergante; e difficilmente vedrassi un monte più ripido e meglio coltivato. Solo fa meraviglia che non vi si piantino gli ulivi, i quali benissimo v’allignerebbero, come il provano i pochi che vi sono, e come certamente un tempo v’allignarono, giacchè gli antichi Statuti Novaresi vogliono che piantinsi frequenti viti e ulivi.
Veggonsi le Isole a misura che s’avanza la barca nel seno formato dalla Tosa. A destra L’Isolino, o Isola di S. Giovanni, pare attaccato a Pallanza, indi l’Isola Madre sorge nel mezzo; poscia con ben ornato prospetto appare l’Isola Bella, che dietro di se nasconde l’Isola Superiore.
All’entrata del seno in cui stanno le Isole si ha una prospettiva imponente di monti, che per gradi s’innalzano dai granitosi di Baveno e Montorfano sino al sempre nevoso Sempione. A sinistra vi è Stresa, di cui parleremo.
Nello avvicinarsi all’Isola Bella si ha una scena teatrale, e d’esser sembra presso l’isola d’Alcina o di Calipso. Dieci giardini, posti uno sopra l’altro a foggia di scalinata colossale, veggonsi in prospetto: da un lato vi è una ridente selva d’aranci vetusti e fronzuti, sostenuta interamente da archi fondati nel lago, e dietro ad essa un folto e nero bosco di sempre verdi allori altissimi, entro cui mormoreggia e spuma un’artificiale cascata; le torri, gli archi, le statue rompono il verde ridente delle limoniere, che tutte coprono le pareti, frammiste a luogo a luogo di fiori d’ogni forma e colore. Ove l’esposizione al nord non soffre gli agrumi, i muri son coperti d’alloro e di fiorente tino. Un boschetto pur vi si aggiunse, non ha guari, de’ più begli alberi ed arbusti esotici che nel nostro clima allignano. Oltrepassando questi magnifici terrazzi, vedi casucce di pescatori, che costruite sembrano e abitate dalla indigenza. Fra esse però sorge non inelegante il pubblico albergo del Delfino, ove lo straniere trova comodo alloggio; indi viensi al grandioso palazzo, in cui da oltre un secolo ogni proprietario impiegar soleva molt’oro per ornarlo secondo il suo genio e il gusto del giorno. Le stanze e più i mobili spirano magnificenza e profusione di ricchezze. L’amator delle belle arti ha ben qui ove occupare delle giornate, essendovi pitture dei più gran maestri e nelle due gallerie e sparse in tutte le stanze. Vi si ammirano i quadri di , del , dello Schidoni, del , ec., e v’ha ne tre piccoli appartamenti, detti del Tempesta, molti quadri di questo celebre pittore che qui visse alcuni anni. I marmi i più scelti e l’oro s’incontrano in ogni ornato, e i primi servono sovente di tela a’bei quadri. I sotterranei formano un appartamento a musaico veramente delizioso, ove alcune belle statue marmoree vi si ammirano; e di tutta magnificenza è il salone ornato architettonicamente, disegno del chiarissimo professore sig. cavaliere Zanoja, come lo è la vaga domestica cappella. Altra cappella or si medita per collocarvi i tre magnifici marmorei mausolei che i Borromei posseggono, ritirati da soppresse chiese, ove gli antenati loro gli avean collocati. Era quest’isola in erigine un nudo scoglio di roccia argillosa scistosa primitiva, tagliata da’ filoni di trappo contenente ferro, con rognoni e qualche rilegatura di quarzo a strati inclinati al S. O. Tali pur sono l’Isola Superiore, l’Isola Madre e l'Isolino. Venne in capo al conte Vitaliano Borromeo di crearvi una delizia verso l’anno 1670; e tanto fece distruggere di sasso, e tanto edificare di pilastri, archi e pareti, e tanta terra vi fece dal vicin continente apportare, che dielle la figura, la bellezza e la fertilità che vi si scorge. A render compiuta la magnificenza veramente regia de’ giardini e del palazzo manca solo che perfetto sia ed ornato il tondo salone che ’l chiude all’occidente, e che darà la necessaria comunicazione a tutti gli appartamenti; e quindi aggiunganvisi gli altri abbellimenti che l’isola prolunghino sin allo scoglio detto la Malghera, che vedesi sorgere fuor d’acqua, quando basso è il lago. In questa parte dev’essere lo sbarco, o sia l’ingresso all’isola. Veggasene in una sala il modello in legno, disegno del ch. architetto Morelli. Ma verrà egli mai più un tempo in cui eseguir si possa!
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The end
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