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Storia della decadenza dei costumi delle scienze e della lingua dei romani

Christoph Meiners · 1817 · Free in the US

70,281 words · about 4 h 55 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Christoph Meiners
Language
Italian
Published
1817
Length
70,281 words · about 4 h 55 min
Sections
12 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (12)
  1. Front matter under 1 min
  2. Capitolo I about 49 min
  3. Capitolo II about 47 min
  4. Capitolo III about 14 min
  5. Capitolo IV about 27 min
  6. Capitolo V about 10 min
  7. Capitolo VI about 43 min
  8. Capitolo VII about 33 min
  9. Capitolo VIII about 44 min
  10. Capitolo IX about 24 min
  11. Il traduttore a chi legge about 3 min
  12. Prefazione dell'autore under 1 min

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Front matter

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Capitolo I

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Nei primi due secoli dopo la nascita di Cristo, e in primo luogo dell’origine del Despotismo necessariamente prodotto dall’universale immoralità.

Allorché si conosce lo stato dei costumi de’ Romani nell’ultimo secolo della lor liberta, appena immaginar si dovrebbe che la prepotenza, e crudeltà dei loro Capi e Condottieri, l’egoismo, la mollezza, e il lusso dei Grandi, la poltroneria e viltà della Plebe, la rilassatezza delle Truppe e della Gioventù, non meno che la sfacciataggine delle Donne, e delle Zittelle, avessero ancora potuto aumentarsi, senza che il corpo dello stato già lacerato nel suo interno dalla preponderante corruttela, ed in tutte le parti in guerra con se medesimo non fosse stato in breve tempo fatto in pezzi, e distrutto. Eppure dopo un serio, e non interrotto esame si osserva, che quando il popolo Romano piegò l’orgoglioso suo collo al giogo di un Monarca, non era per anche giunto alla metà della strada che lo guidava al precipizio; che tutte le virtù, tutte le nobili qualità, e le buone arti salvate dall’eccidio della Repubblica dovevano ancora per varj secoli andar decadendo, ed al contrario crescere per ugual tempo e proporzione tutti i vizj, e gli abusi prima che alla fine si esaurissero le forze vitali di quello smisurato colosso, e che la sua lunga consunzione terminasse infallibilmente colla di lui morte. Per quanto numerose, ed insanabili fossero le ferite che la Romana Potenza prima della fondazione del Despotismo ricevute aveva dal braccio stesso de’ suoi snaturati figli, ciò non ostante faceva d’uopo che per abbattere quest’immenso Impero, il quale abbracciava presso che tutto il grande ed il bello della Terra allor conosciuta, passassero quasi altrettanti secoli, quanti erano stati necessarj per ergerlo, e la sua caduta costar doveva al genere umano non minore, e forse più sangue di quello che importato ne fosse il di lui ingrandimento. Nello spazio dei cinquecento anni, che durò la decadenza dello Stato Romano, vale a dire da Augusto fino ad Augustolo, parve qualche volta che esso, mediante la provvida mano di saggi Imperatori, ricuperata avesse la sua primiera salute e robustezza. Ma questo ristabilimento non fu che di corta durata, o apparente. Il terribil tarlo, che le divorava, e che i più grandi Sovrani o non ebbero neppur il coraggio di toccare, o indarno procuraron di estinguere, crebbe, e dilatossi in tal guisa, che cader ne fece un membro dopo l’altro, e per ultimo giunse a distruggerne anche il cuore ed il capo.

La serie de’ quadri, che per ordine andrò esponendo, non può al certo inspirare agli accurati osservatori se non che vicendevoli sentimenti di raccapriccio e abominio, o piuttosto della più viva e leal compassione. Spero per altro che quanto i sensibili Lettori soffrir dovranno nelle seguenti descrizioni, verrà loro a sufficienza ricompensato dal racconto di molti fatti importanti del pari che dalle osservazioni, e dai paralelli che ricavar ne potranno da lor medesimi. Dee senza dubbio arrecar sorpresa, e rincrescimento ad ognuno che la Romana corruttela in estensione e grandezza superasse tanto quella delle più libertine, e screditate Metropoli della nostra moderna Europa, quanto gli Stati più potenti dei tempi nostri in popolazione, e in circonferenza cedono il vanto al Romano; che la stessa immoralità quando è giunta una volta ad un certo grado si lasci così poco tener a freno da leggi e gastighi, come coi più dolci espedienti; e che persino le già derubate, e del continuo affluenti ricchezze di tutta la Terra, e il copioso numero delle Legioni, composte di popoli i più valorosi ed illustri dell’antico Mondo, salvar non potessero dalla sua caduta la forte, ed ampiamente dominante Roma, a cui gli sfrenati suoi vizj la incalzavano. Nè Gibhon, nè alcun altro a me noto Istorico ha fatto la debita riflessione allo stato dei costumi de’ Romani nei primi secoli dopo la nascita di Cristo, e perciò negli avvenimenti e nei fatti, che essi raccontano, trovansi piuttosto uniformi, od enimmatici resultati d’ignote molle di quello che un fedele, e veramente istruttivo prospetto delle prime lor cause, ed ultime conseguenze, che per lo meno nei monumenti di quei lontani tempi scuoprir si possono . Finche la Storia politica rimarrà una galleria di retorico-filosofiche declamazioni, come assai di frequente lo è in Gibbon, l’osservatore, e il pittor dei costumi, della lingua, dell’educazione, e dell’arti, e scienze degli antichi e moderni popoli dovranno andar d’appresso, o tener dietro allo Storico-politico, onde supplire a quanto si è dal medesimo passato sotto silenzio.

La caduta della libertà fra i Romani, e 1'assoluta sovranità degli Imperatori, eretta su le rovine della Repubblica, non furono tanto 1'effetto dell'insaziabile ambizione di alcuni Cittadini, che aspiravano a formarsi un ingiusto dominio, quanto ebbero esse piuttosto origine dal destino di que’ tempi, dall’attual sistema della Repubblica, e segnatamente dalla viltà e dappocagine della Plebe, dalla debolezza del Senato, e dalle avanie, e da altri perniciosi vizj dei Grandi e Potenti del Popolo. Quand'anche non fossero venuti al mondo un Cesare, un Augusto, un Tiberio, pure sarebbero stati in Roma generati, ed universalmente bramati varj altri Monarchi, a cui la misera Plebe, e il non meno schiavo Senato avrebbero anche contra lor voglia conferito un assoluto potere, e dato animo a porlo in esecuzione, come realmente successe.

Il bisogno, ed il comun desiderio di ottenere un nuovo sistema di governo, oltre la testimonianza, ed alle chiare ragioni del più perspicace Romano Istorico, si rendono altresì ad evidenza manifesti da tutto ciò, che fecero Cesare, e Augusto, e specialmente quest’ultimo, onde ricongiungere i membri, per così dire, già andati in brani del corpo dello Stato, e dar loro nuova vita e nuovo vigore . Dopo che dice Tacito, tutto lo Stato Romano si fu esaurito di danaro e di Truppe, stante le lunghe e sanguinose guerre da lui sostenute, ogni ceto di persone, e le provincie non vedevano di mal occhio che Augusto a poco a poco tirava a se l’autorità del Popolo e del Senato, non che quella de’ membri più rispettabili dei Magistrati. Il di lui dominio soddisfaceva, ed allettava le armate a motivo delle grandi ricompense, con le quali Egli premiava i loro servigj; la Plebe pei ricchi donativi, e per le copiose distribuzioni di viveri, con cui la nutriva; le provincie a cagione dell’impotenza del popolo, e del Senato, e per le quindi nascenti contese, e ruberie dei Grandi, contra i quali non aveva giammai potuto difenderle alcuna legge; i Nobili, e i più distinti soggetti mercè le ricchezze e dignità, che essi ottenevano in contraccambio della loro ubbidienza ed attaccamento; e tutti in fine pel dolce riposo, e per la sicura pace, in cui ognuno poteva liberamente goder del suo. Quindi è che allorquando Augusto si accostava all’ultimo dei suoi giorni, pochi eran quelli, i quali parlassero, e senza trovare ascolto, dei privilegi, e vantaggi della libertà, giacché i più arditi ed orgogliosi fra i Romani, che ricever non volevano le stesse ricchezze, e cariche luminose dal di un solo, cessato avevan di esistere jper le guerre civili, o nelle proscrizioni. I più giovani, eran nati quasi tutti dopo la vittoria Aziaca, come i più vecchj nel tempo dell’interne discordie, di modo che non rimaneva che un piccol numero di persone, le quali veramente avesser veduta, e conosciuta la Repubblica. La massima parte del popolo, e dei Grandi temeva la guerra civile, e andava quindi con ansietà in traccia di un Sovrano, a cui sottoporsi. Erasi già da lungo tempo deposta qualunque pretensione di una politica libertà, e viceversa introdotta l’abitudine di considerare i comandi del Principe come leggi, e la sua grazia qual sorgente d’ogni fortuna. Saputasi pertanto la notizia della morte di Augusto, e che Tiberio eragli succeduto nel Trono, i più rispettabili Personaggi corsero a gara a presentarsi al loro nuovo Monarca, e con le più artifiziose e umilianti adulazioni formarono un mescuglio di condoglianze, e di congratulazioni, di lacrime, e di contrassegni di allegrezza ad oggetto di assicurarlo della loro fedeltà e sog- gezione. Inoltre allorquando poco tempo dopo fu dal popolo conferita al Senato l’ombra che ancora restava della passata libertà, di scegliere, cioè, secondo le raccomandazioni del regnante Imperatore i membri che compor dovevano i Magistrati, la Plebe ne mormorò in un modo inconcludente, ed appena inteso; ed i Grandi gioirono per l’annichilamento dell’ultimo avanzo del loro antico governo, poiché in quel punto venivano essi sciolti dalle gravose corruzioni, e da qualunque altro anche più gravoso intrigo, e maneggio, che esercitando andavano presso una plebe da loro disprezzata e abborrita. Questo fedel prospetto dello stato in cui trovavansi le cose in Roma sul principio della moderata Sovranità di Augusto, e del Despotismo di Tiberio persuaderà ognuno che il Popolo ed il Senato Romano non erano più meritevoli e capaci di possedere, ed esercitare, l’autorità e i privilegi, di cui avevano goduto, e fatto uso fino a quell’Epoca; e che non solamente gli eserciti e le provincie, ma la Plebe stessa ed i Grandi desideravano una Monarchia qual fu quella d’Augusto, per la ragione che allora la prima viveva sicura del proprio sostentamento, e de’ suoi sollazzi, e gli altri speravano, o per nascita, o a forza di protezioni di giugnere al possesso di quei beni, di cui credevansi suscettibili e degni essi soli, e che facendo ritorno la libertà conseguito giammai non avrebbero se non col mezzo di grandi virtù e prerogative, con indefessa attività, e pericolosi contrasti coi loro emuli. Ma quand’anche tutte le classi delle persone fra i Romani, e tutti i Popoli ad essi soggetti bramato non avessero un nuovo ordin di cose, tutta volta sarebbesi reso in breve tempo necessario d’istituirlo stante i difetti, e l’impotenza del precedente governo, mentre in caso diverso l'intero stato Romano non avrebbe sicuramente potuto evitare di soggiacere in poche generazioni ad un total rovescio e annichilamento. Se il potente genio di Cesare trionfato non avesse dell’inferiore spirito tutelare di Pompeo, e se i guerrieri e gli Eroi da lui formati giunti non fossero ad abbattere i nemici di Augusto, allora sarebbonsi rinnovate tutte le scelleraggini, e mostruosità della guerra civile, fino a tanto che i vincitori divorato avrebbero la lor preda (che come tale veniva considerato lo stato Romano dagli stessi compagni di Pompeo e d’Antonio), spopolata affatto la terra ai Romani soggetta, o spinti tutti i popoli alla disperazione ed alla rivolta. In uno stato, in cui le leggi, e le autorità erano così impotenti, e disprezzate, i Comandanti delle Truppe e delle Provincie così egoisti e rapaci, gli Eserciti così indisciplinati e baldanzosi contra la loro Patria, e tutto il popolo in tal modo depravato e corrotto, come appunto scorgevasi nella moribonda Repubblica Romana; in tale stato, io dico, era impossibile di restituire alle leggi e ai Magistrati la lor dignità, alle Armate e ai Comandanti ubbidienza, disciplina e buon ordine, industria e patriottismo. Come che adunque erano dal tutto spariti i buoni costumi, unica base e sostegno del passato governo, così doveva in vece sorgere un Monarca fornito di assoluto dominio, il quale se con ordini, , mi- nacce e gastighi non trovavasi capace di creare virtù e patriotti, poteva per altro distruggere i vizj, e i malvagj, che a quel tempo infuriavano impunemente, ovvero tenerli a freno, e atterrirli. Augusto sull’esempio del suo gran Predecessore messe in opera tutto ciò che in tale stato, in tale situazione di cose, e coi detti mezzi eseguir potea, onde ristabilire, ed assodare il Romano Impero; e quanto Egli fece prova ad evidenza, secondo il mio giudizio, l’impossibilità di mantenere, e conservare l’antecedente governo del pari che l'assoluto bisogno di crearne un nuovo: e dimostra che già Cesare con ragione dichiarò, che la Repubblica altro non era allora che un nome privo di senso, e che Augusto meritamente si dava il vanto di aver da capo fondata la Romana Potenza, ed introdotto un nuovo, e miglior ordin di cose.

Allorchè Augusto prese in mano le redini dello Stato Romano, la maggior parte dei Templi era stata posta a sacco e rovinata al pari degli altri pubblici edifizj, e singolarmente delle strade primarie. Il letto stesso del Tevere trovavasi ingombro di materie e rottami di edifizj, e le inondazioni e gli incendi devastato avevano e distrutto interi tratti della Città. Egli non fu contento di ristabilire tutto ciò che era andato in rovina, ma abbellì Roma in modo che a ragione dir poteva di se medesimo marmoream se relinquere urbem, quam lateritiam accepisset. Dopo che egli ebbe, per così dire, riedificata la città, e le strade, che a lei conducevano, diedesi la cura di provvedere alla sicurezza dell’una, e dell’altre. Perciò divise Roma in diversi quartieri più o meno grandi, e ne istituì i respettivi Governatori; creò sentinelle, e guardie per estinguer gli incendj; e stabili tanto per la città che per la campagna varie pattuglie, o picchetti di soldati ad oggetto di por freno ai viepiù sempre cresciuti latrocinj e massacri, che vi si andavano commettendo. Prima di lui i ladri e i sicarj avevano la baldanza di farsi pubblicamente veder qua e là armati di tutto punto, ed altre persone di malfare univansi persino in numerose società, onde sotto varj nomi attentare alla libertà, sicurezza, vita, e sostanze dei loro concittadini. Non eravi allora cosa più comune che i viaggiatori tanto liberi che schiavi assaliti fossero sulle pubbliche strade, e in seguito strascinati in quelle orribili prigioni, nelle quali si racchiudevano gl’incatenati schiavi de’ Grandi. Ad onta delle correzioni, che Cesare proposte aveva rapporto al Calendario, non trovavasi questo in minor confusione e disordine di quello che lo fosse il senato stesso. A motivo delle proscrizioni, e della total inerzia di tutti i Tribunali nel tempo delle cittadinesche discordie, gli effetti, i debiti, e i non debiti dei rimasti Romani erano divenuti così incerti, che niuno precisamente sapeva se alcuna cosa, e quanto, conservar dovesse, ricevere, o pagare, ed eziandio se potesse correr pericolo di esser qual debitore sottoposto ad accusa, o condanna. Augusto anche in questa parte richiamò l’ordine e la sicurezza, abolendo gli antichi debiti e reclami, confermando nelle loro proprietà i possidenti, e prescrivendo tempo e norma a chiunque aveva dei crediti, onde perseguitar in giudizio i suoi debitori.

Questi suoi grandi meriti furono altresì da lui accresciuti col ripulire e correggere il Senato, l’Qrdine Equestre, ed il Sacerdozio con nuovi regolamenti sulle pubbliche rendite e spese, non meno che rispetto alle armate, flotte, e provincie, col ristabilire, e migliorare i Tribunali, col creare nuovi ed importanti impieghi, col fondare altre colonie, e finalmente con un copioso numero di nuove e salutari leggi, mediante le quali l’educazione della Gioventù, la santità dei matrimonj, la morale d’ambi i sessi, la sicurezza degli alleati e dei sudditi, e la decenza dei pubblici divertimenti vennero, per quanto si rese possibile, sostenute, e promosse . Prima del suo Governo erano in Roma spariti per la confusione, e malvagità dei tempi tutti i vantaggi resultanti dalle civili istituzioni, ed all’opposto coi vizj, e cogli abusi delle grandi società andava d’accordo il libertinaggio di popoli barbari e feroci. Augusto in somma restituì allo Stato Romano riposo e dignità, e ai Romani, leggi, proprietà e sicurezza. Essi per altro non mancarono di sentire di quanto erano debitori al loro Sovrano, imperocchè tanto il Senato, che il Popolo con espressioni della più viva, e sincera filial benevolenza e gratitudine gli conferirono l’onorevol nome dì Padre della Patria, che venne da lui accettato con interno trasporto, quantunque d’altronde fosse alieno da qualsivoglia umiliante, e invidiabile adulazione, e onorificenza. Nella risposta pertanto, che Egli diede a Valerio Messala, nell'atto in coi gli furono dal medesimo notificati i concordi e sinceri sentimenti del Popolo e del Senato, colle lagrime agli occhi così si espresse. = Ora sono compiuti tutti i miei voti, nè d’altro favore prego gli immorali Dei, se non se di conservarmi fino all’ul- timo momento della mia vita l’affetto del Popolo e de’ suoi Nobili = .

La total rovina dell’antico sistema governativo dei Romani non fu al certo l’effetto primario dell’insaziabile ambizione di alcuni potenti Cittadini, e molto meno il quindi in breve nascente illimitato Despotismo dei Romani Imperatori ebbe origine dai continui, e premeditati sforzi di varj tra questi ultimi onde farsi strada ad un assoluto potere, mentre agli stessi vizj piuttosto pei quali erasi reso indispensabile un cambiamento di governo attribuir devesi la vera causa del suddetto furibondo despotismo, che è stato il più terribile di quanti siensi mai posti in opera sopra un popolo valoroso, e dotato di ottimi sentimenti. La general corruttela dello spirito e del cuore investì dopo Augusto i Romani Monarchi anche più degli stessi lor sudditi abitanti in Roma, imperocché si rendeva assolutamente impossibile che in mezzo agli smoderati, e non naturali desiderj e appetiti, che in quei Despoti venivano a bella posta prodotti, o infiammati, germogliasse, o sussistesse qualche reale virtù, o sublime, e nobil tendenza. Essi erano del continuo attorniati da favoriti a lor simili, ai quali soprattutto importava di rendere i proprj signori al maggior segno infingardi, voluttuosi, e crapuloni ad oggetto di potere con più libertà e sicurezza dominare, e impadronirsi dell’altrui sostanze. Tali Sovrani, e tali Favoriti però, che consideravano come proprio nemico qualunque soggetto facoltoso e dabbene, non avrebbero così di leggieri perseguitata l’innocenza e la virtù, ed oltraggiata la maestà del genere umano, come realmente facevano, se i ministri delle loro dissolutezze e dei lor delitti eseguito non avessero, il vile senato approvato, e l’indegna plebe sofferto, e applaudito tutto ciò che essi determinavansi di comandare, o intraprendere . In vece che il senato, il quale era composto dei più ragguardevoli e facoltosi individui della Nazione, e che per conseguente teneva al suo servizio una turba, per così dire, innumerevole di clienti e di schiavi, avesse dovuto con altri costumi atterrire anche i più arditi Despoti, e i loro ministri, preveniva piuttosto quasi sempre colle sue risoluzioni i desiderj de’ proprj sovrani, e de' loro favoriti, e approvava, o certe azioni, per cui rinvenuto non sarebbesi un adeguato e giusto gastigo, producendo esse persino nei medesimi loro empj autori rimorsi tali di coscienza, che non di rado gli trasportavano alla fronesia ed al delirio. Se adunque il senato con tal prontezza e facilità prostituivasi del continuo ai suoi Despoti, qual maraviglia se anche le guardie del corpo, e la plebe, che soltanto accarezzate vennero dai più crudeli tiranni, favorissero soprattutto quei Monarchi, dai quali maggiormente speravano di trar profitto?

Cesare derideva senza dubbio il Dittator Siila per la follia ch’Egli ebbe di spogliarsi volontariamente della suprema autorità dello sta- to. Lo stesso Cesare pure non solo rimase soddisfatto di possedere la detta suprema carica, ma desiderò eziandio (massima, e veramente incomprensibile debolezza del più grande fra gli uomini) di ottenerne il nome, e le insegne, e forse ambiva del pari, se non il titolo, almeno il diadema di Re. Ma quantunque Cesare bramasse, ed ottenesse più di quello che avrebbe dovuto per la sua propria sicurezza, tuttavolta il vile Senato si affrettò di offerire al vincitore varie altre distinzioni e privilegj di gran lunga superiori a quanto erasi da lui bramato. In fatti Egli non solo concesse a Cesare il perpetuo Consolato, la perpetua Dittatura, e Censura, e gli onorevoli nomi d’Imperatore, e di Padre della Patria unitamente ad una statua fra i Re, ed un distinto e più alto posto nell’Anfiteatro, ma lo ricolmò altresì di onori divini, quasi che il medesimo non fosse stato unicamente il primo, e il più potente genio dei Romani, ma il supremo Dio tutelare del Romano Impero. Siccome il Senato si faceva lecito di usare queste disonorevoli adulazioni verso di un uomo, il quale, lungi dallo smentire la propria clemenza, aveva anzi con benefizj tratti al suo partito, o confusi i suoi maggiori nemici e calunniatori: così si può facilmente supporre che anche a quel tempo il Senato era per la maggior parte composto di certi meschini individui, i quali non già per timore, ma sulla speranza di conseguire colle loro viltà ed umiliazioni ricchezze ed impieghi onorifici dalla generosa mano di Cesare, vendevano il proprio decoro, e quello dell’illustre Popol Romano .

Dopo che Augusto con la disfatta, ed oppressione di tutti i suoi nemici ebbe fatto acquisto di quel dominio stesso, che a Cesare non erasi potuto togliere se non con un assassinio, allora l’adulatore Senato, e la Plebe offersero da capo al loro nuovo Sovrano tutte quelle più sublimi e invidiabili dignità, e divine onorificenze, le quali talmente irritato avevano i nemici di Cesare che da ultimo ne affrettaron la morte. Ma Augusto, il quale era molto meno vanaglorioso e superbo, o, se questa espressione sembra troppo avanzata, molto meno disprezzante de’ suoi nemici, come del Senato, e della plebe, di quello che lo fosse stato Cesare, e che in sostanza sa-

peva assai meglio di lui regolarsi con prudenza e moderazione nella fortuna, rinunziò costantemente, e sul serio il Consolato perpetuo, la Dittattura, e soprattutto l’offertagli Divinità e adorazione divina, unicamente contentandosi di essere considerato qual capo e protettore del popolo. Ad onta però di questi suoi noti sentimenti, e del sincero contraggenio da Lui spesse volte manifestato verso qualsivoglia umiliante ed indegna adulazione, Egli dovette per tutto il corso del suo Governo lottar del continuo contro la servile compiacenza, che il Senato e la Plebe nutrivano di dedicarsi alla schiavitù del pari che contro l’assoluto Despotismo, di cui volevasi investirlo a qualunque costo. Augusto carezzava così poco la Plebe, s’affaticava talmente a correggere i primi ordini dello stato, permetteva che il popolo, ed il senato prendessero parte in tanti pubblici affari, conduceva una vita così semplice e privata nell’interno del suo palazzo, uguagliavasi a tal segno in tutte le circostanze agli nitri senatori, e con tale e cotanta sollecitudine sfuggiva l’occasione di far comparsa di ogni arbitrario, e militar potere, che se i Romani stati fossero capaci di una moderata costituzion di governo, o di una Monarchia limitata dall’influenza del popolo, e dall’autorità dei Grandi, n’avrebbero potuto gettar le basi sotto lo stesso Principe. Ma i vizj del popolo a fronte di tutti gli sforzi, e dell’ottime disposizioni di Augusto strascinarono senza indugio il Senato al despotismo, di maniera che devesi soprattutto e unicamente attribuire al prelodato Monarca, se il di Lui governo non si rese così arbitrario e tirannico come lo furono quelli dei suoi più prossimi successori. Augusto aveva così poco aspirato a formarsi un assoluto dominio, ed era così poco rimasto contento di trovarsene in possesso che per ben due volte pensò seriamente di deporre ancora la dignità di Capo, e di Protettore di tutto il popolo . Il motivo però, che oltre alla sua propria sicurezza risolver lo fece a ritenere questa prima carica dello Stato, già da Lui accettata, fu l’intima e fondata persuasione che il Romano Impero non avrebbe potuto sussistere se Egli di nuovo lasciato l’avesse in balìa del senato, e del popolo di quel tempo. Un’egual opinione era pure stata la causa dell’eroica indifferenza, con cui Cesare se ne stava alle voci d’insidie e di congiure, che tramavansi contro la di Lui vita. Importa, egli diceva, più al comun bene che a me la conservazione, e la durata del viver mio. Già da lungo tempo io ho fatto bastante acquisto di gloria e di potere. Se mai soggiacer dovessi a, qualche sinistro accidente, lo Stato caderebbe di nuovo in preda alla confusione ed al disordine; e le quindi nascenti guerre civili non verrebbero intraprese e condotte a fine con quella stessa moderazione e facilità, con cui furono da me estinte le ultime. Questa terribile predizione venne pur troppo confermata da quanto in breve ne accadde.

Benché Tiberio avesse dati fin dalla sua prima gioventù non pochi indizj di un animo orgoglioso, duro e sanguinario, ciò nonostante sul principio del suo governo calcò sì bene le traccie dell’illustre suo Predecessore, che parmi di poterne concludere che Egli del continuo avrebbe saputo far forza al proprio temperamento, e regnare con lo spirito di Augusto, se i di lui confidenti, e se il Senato, ed il Popolo stati fossero di altri costumi. Egli ricusò mai sempre tutti i titoli onorevoli, e gli omaggi che vennergli offerti, e tra i primi quei medesimi, che accettati furono da Augusto. Non meno di Lui aveva in orrore tutte le servili adulazioni, e con ugual eroismo disprezzava i calunniatori, e i libelli infamatorj. Di più esponeva al Consiglio tutti gli affari importanti del governo, e non solo tollerava che il medesimo si regolasse colla maggior libertà rispetto ai voti, e alle deli- berazioni, ma gle ne porgeva Egli stesso il coraggio, e faceva i più vivi rimproveri ai Comandanti delle truppe e delle provincie, allorché questi spedivano a Lui, e non al Senato, i loro rapporti, e le loro suppliche e inchieste. Quando Tiberio incominciò a spiegare, e porre in esercizio il poter di un Principe, non lo fece per molto tempo che nella sola circostanza, in cui bisognava togliere, o punire certi abusi, a cui il Senato non voleva in alcuna guisa metter riparo. Qual fu dunque il motivo, che in seguito obbligò Tiberio a sottrarsi per sempre dagli sguardi del suo Popolo, e che in un’età, in cui negli nomini anche più corrotti le passioni ed i vizj sogliono aver fine, scatenaronsi ad un tratto da1 di lui spirito i più mostruosi difetti? E che altro se non la frode, la crudele ambizione, e l’infedeltà di Sejano suo confidente? Che altro se non l’infausto e scelerato zelo, con cui una copiosa turba di delatori delle primarie famiglie calpestavano la virtù e l’innocenza? Che altro se non la sommissione vergognosa, degna soltanto degli Schiavi Orientali, e le adulazioni del Senato e del Popolo? Che altro se non la prontezza e la facilità, con cui un infinito numero di malvagi procuravano di dare sfogo ai desiderj, e segnatamente alla crudeltà del loro Monarca? E fìnalmente che altro se non quei non naturali, e scaltri libertini, ì quali serpeggiando nei palazzi dei Grandi giunsero a sorprendere anche lo stesso vecchio Tiberio nella sua tirannica impenetrabil grotta di Capri? Se Tiberio invece di Sejano, di delatori, di micidiarj, di ministri di libertinaggio, e dello schiavo Popolo e Senato trovato avesse un collega, come per lungo tempo ne fu degno, eroici dell’innocenza, illuminati amici e coraggiosi difensori dei diritti, delle proprietà, e della vita dei Cittadini, non sarebbesi giammai stabilito da Lui il despotismo, che inevitabilmente ebbe origine tosto che lo stesso Principe divenne simile al rimanente del Popolo, e che lungi dall’opporsi ai pravi appetiti e vizj, che s’introducevano da tutte le parti, ne rimase Egli pure miseramente strascinato e corrotto.

Tiberio non commetteva quasi mai alcuna ingiuria, ingiustizia, o crudeltà se non che ad altrui istigazione e consiglio, e spesse volte dopo aver alquanto differito a determinarvisi. I primari Romani non solo perduto avevano ogni sentimento del proprio grado ed onore, ma ben anche di umanità e di giustizia; nè davasi laidezza, o scelleraggine, per quanto enormi esse fossero, di cui i primi membri de’ magistrati non si credessero autorizzati a far uso ogni qual volta essi potevano con tal mezzo acquistarsi la grazia del Sovrano, o del suo favorito, ovvero preservarsi da qualche rischio. Si detesti pure Tiberio quanto si vuole; tuttavolta il Senato, i delatori, e i carnefici di tanti innocenti sono assai più di Lui meritevoli di abborrimento e disprezzo nel tempo stesso, per la ragione che i medesimi non solo venivano per lo più ad essere gli autori, e i promotori di false accuse, e d’ingiuste sentenze, ma spingevano altresì il tradimento, le insidie, e gli odj ad un grado molto maggiore di quello, che si praticava dal proprio Tiranno da lor temuto, e venerato qual Nume. Subito che costoro scuoprivano in esso il primo germe di qualche rea passione, o di personale disgusto, allora nutrivano, ed infìammavan la prima coi più artifiziosi incentivi, e sagrificavano all’altro i più meritevoli ed innocenti soggetti. I fatti e le testimonianze, che avrò luogo di addurre in seguito, appartengono agli eterni monumenti della corruttela di que’ tempi, e possono considerarsi come altrettanti sicuri maestri di questa innegabile e trista verità; che quando i vizj più enormi giungono a rendersi famigliari e comuni producono indispensabilmente anche senza il concorso, e persino contro la volontà dei respettivi Monarchi, il più terribile e fiero despotismo.

I tempi di Tiberio, dice Tacito, erano a tal segno corrotti, e così sfacciatamente luridi per le adulazioni dei Grandi, che non solo i primi signori dello Stato, che assicurar dovevano la loro grandezza coll’ubbidienza, e colla rassegnazione, ma anche tutti i Consolari, una gran parte dei già Pretori, e molti persino dei comuni membri del senato gareggiavano tra loro nel fare in ogni congiuntura i più stravaganti, e disonorevoli progetti, o nel dar consimili voti. Raccontasi pertanto che Tiberio ogni qual volta partiva dalle adunanze del Consiglio pronunziava in greco idioma queste parole — : O miserabili, veggo che già voi siete disposti alla schiavitù! Anche a colui, soggiunge Tacito, il quale non bramava la libertà del popolo, rincrescevano senza dubbio l’abjezione della schiavitù, e le servili adulazioni del senato.

Il senato, racconta Tacito in un altro luogo, non prendevasi alcuna pena se la maestà dello stato Romano veniva infamata fine agli ultimi suoi confini. Un interno e per così dire domestico terrore aveva talmente ingombrato tutti gli animi, che indarno se ne andava cercando un rimedio nell’adulazioni. In conseguenza benché i Padri del Popolo interrogati fossero da Tiberio sopra molti affari relativi al Governo, ciò nonostante invece di pensare a dar risposta alle domande di lui, decretavan essi piuttosto che si ergesse un altare alla Grazia, ed un altro all’Amicizia, e si collocassero intorno ai mede- simi le statue di Tiberio e di Sejano, rinnovando sempre più le lor premurose e importune istanze che sì questo, che quello accordassero al senato il favore, di venerarli personalmente. Tiberio all’opposto, e il suo favorito non venivano, a cagion di questo giammai in città o nelle vicinanze di essa, ma abbandonando appena qualche volta la loro Isola toccavano soltanto la . Tostochè per altro giungevane in Roma la nuova, i Senatori, i Cavalieri, e una gran parte del Popolo correvano a quella volta, disputavansi a gara la sorte di veder Sejano, stavano giorno e notte in aspettazione di questa grazia, non solo soffrivano colla maggior pazienza l’alterigia, e la ruvidezza di costui, ma ben anche quelle de’ suoi schiavi portinaj ed uscieri, e credevan poscia di esseri più felici di tutti gli uomini, coloro che eran giunti al suo cospetto, come all’opposto pieni di angustia e di spavento se ne tornavano in città gli altri, cui egli accolti non aveva, o degnati di qualche particolar conferenza. È noto ad ognuno, dice Tacito, che l’orgoglio di Sejano si accrebbe oltremodo per la vergognosa umiliazione, che i primarj Romani spiegavano pubblicamente in tal circostanza. Costoro, che si facevano conoscere sempre più vili ed abietti di quello che erano stati supposti, meritavano certamente sotto tutti i rapporti di esser trattati in un modo non diverso da quello, che con essi praticavano Tiberio e Sejano.

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