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Lettera I
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o vi avevo promesso dei dettagli sopra i rinomati Boccali di Montelupo quando mi allontanai da voi per portarmi a risedere in questa piccola Terra, ed invano, voi mi dite con ragione, ne siete stato finquì in aspettativa, onde dopo il lasso di tanti mesi, supponendo che gli affari pubblici mi abbino impedito di pensarvi, credete dover deporre la speranza di conseguirli. Ma come potevo io adempire la mia promessa, come appa- gare la vostra curiosità sopra di ciò, se non potevo sodisfare la mia, allorchè i famigerati Boccali più non esistono, allorchè di tali preziosi Vasi parlanti più non vi è quà rimasto vestigio?
Veramente potevo avervi fatto noto assai prima quanto ho rilevato sopra tal proposito, ma vi è stata altra causa della mia poca sollecitudine. Io son rimasto molto distolto dell’occuparmi in oggetti di belle Lettere da che mi è accaduto vedere, che i miei lavori, quantunque abbino fortunatamente riportato l’approvazione di varj dotti, sono stati freddemente accolti da coloro, che parea dovessero maggiormente aggradirli. È vero che il suffragio dei dotti, anche in piccol numero, è sufficiente ricompensa, poichè ov’essi abbondano, come fra noi, se alcuni tecciono per non volersene occupare, o per non trovarvi cosa alcuna di nuovo assei valutabile in materie scientifiche, non accrescesi mai per essi il dispregievol numero degl’ignoranti; ma il disgusto che reca la non curanza di alcuni, che sembra non dovrebbero usare un indifferenza equivalente al disprezzo, distoglie certamente da simili applicazioni. Ciò non ostante ho risoluto a riguardo vostro, e per il pubblico bene, stato sempre il mio scopo, comunicarvi il resultato delle mie ricerche sopra i Boccali, trattandosi che nuova utilità parmi possa derivarne per il miglioramento dei costumi, e la prosperità individuale.
Quando fui per avvicinarmi a questa piccola Terra, che non aveo che di passaggio traversata nella mia fanciullezze, anelavo il momento di entrarvi, per vedere, almeno alla sfuggita, i Boccali, riservandomi di considerarli poi attentamente a mio bell’agio, onde prender nota di tutte le loro iscrizioni, che mi figuravo graziose, ed interessanti. Io m’immaginavo trovare esposti ovunque simili Boccali alla pubblica vista, sopra le finestre, e le porte delle case, nelle Cantonate, e in qualche edifizio ad essi consacrato per conservar la memoria degli ottimi insegnamenti, e degl’istruttivi proverbi, che avevo sempre sentito ad essi attribuire, co- me voi pure ; ed entrato nella Terra scorrevo avidamente con lo sguardo tutte le pareti delle case, ed i posti, che parevanmi più adattati per contenerne, ma non potete idearvi quale fosse la mia sorpresa, non scorgendone neppur uno.
Per assicurarmi, se vi fosse, o nò alla pubblica vista alcun Boccale, presi qualche giorno dopo a percorrere lentamente le poche strade della parte bassa di questo luogo, e indi quelle dell’antico diroccato Castello, situato in alto, ove esistono dei casolari sconquassati, che rammentano con la loro vetustà i dì felici, in cui vivevavi tranquilla parte delle pacifiche tribù dei nostri virtuosi padri gli Etrusci, ma non potei in verun luogo ravvisare alcun Boccale. Mi accadde talvolta, vedendo da lungi sopra l’uscio di qualche casa delle figure in terra cotta a più colori, correre verso di quelle, pensando che potessero esservi dal Boccali; ma ivi giunto trovavo poi esservi un S. Michele Arcangelo, o altre simili figure, o piccoli Stemmi in terra della Robbia, e anche in terra del paese. Vedendo pertanto esser frustranee le mie ricerche in ogni angolo esterno del paese, come ancora dentro le case, nelle quali avevo avuto occasione di trasferirmi, pensai interpellare circa ai Boccali gli abitanti. Alcuni mi fecero vedere dei Boccali assai grandi di moderna struttura, semplicemente inverniciati, e con qualche ornato rozzo di colore, ma privi di figure, e d’iscrizioni; altri mi mostrarono dei piccoli Boccali alquanto antichi, e di forme diverse, con fiorami, e fregi scherzosi in colori, ma apparentemente insignificanti; e soltanto in questa Farmacia pubblica trovai esservi molti vasi antichi delle fabbriche del paese, assai belli per la finezza della vernice, ed i fiorami, con teste, e mezze figure dipinte in vivaci colori, ma nessuno ve n’era in forma di boccale, e veruno con iscrizioni.
Mi narrarono per altro alcune persone di età, grave che avevan veduto da bambini nelle loro soffitte alcuni Boccali antichi un poco guasti, dipinti con figurine, ed altri con delle parole, di cui non potevasi compren- dere il significato, quali erano poi stati del tutto rotti, e dispersi; ed alcuni vecchi pure mi assicurarono di aver sentito dire ai loro avi, che ai loro tempi vi erano in più case dei bellissimi Boccali qui fabbricati, con figure a più colori, e motti curiosi, ma ignoravano come più non se ne trovasse veruno, nè più se ne fabbricassero di tal fatta.
Ciò inteso, risolvei abbandonare assolutamente il pensiero di cercare dei Boccali, sembrandomi, come suol dirsi, tempo perso; non potevo però persuadermi di non doverne acquistare più distinte notizie, molto più che le tanta infruttuose premure, che già avevo praticate a tale oggetto, mi avevano accresciuta la curiosità; mi poi moltissimo il reflesso di aver sempre, ed in ogni luogo inteso dire, e dai dotti, e dalle persone volgari, parlando di alcuna verità, ò avvertenza utile - Oh è cosa scritta nei Boccali di Montelupo! - Per tutte queste circostanze risvegliavasi in me di quando in quando l’idea, che fossero qui esistiti dei Boccali di tal sorta, e che in qualche parte ascosi tuttora ne esistessero; laonde andavo facendo sovente nuove interrogazioni analoghe a varie persone, anche alla campagna nel fare le mie passeggiate.
Presa in un bel mattino della vaga stagione della decorsa primavera la vecchia erta strada di Firenze, per meglio godere della purità dell'aria dolcemente temperata; venni ad allontanarmi più del consueto; e lasciato a sinistra il piccolo, e lugubre Castello del Malmantile, che deve il merito al nostro famoso Lippi di essere ovunque rinomato, siccome fatto sede di una Regina, di veramente poetica, e giocosa invenzione, m'inoltrai alquanto nell'adiacente amena vallata, tramezzata da vari mormoreggianti ruscelli.
Postomi a sedere presso di ombroso Leccio a lato ad un bosco, io ascoltava la tanto gustosa armonia di due rosignoli, che alternavano ivi í lieti loro canti. Ero in un punto d'onde scorgevasi un molto esteso l'orizzonte, circoscritto nel lontano lembo da umili montagne, e intersecato in vicinanza da verdeggianti colline, ornate nelle parti incolte di gruppi di ginestre, di cui il sole, a cielo perfettamente sereno, rendeva il color più vivace, e il mite zeffiro ne spargeva con le ali intorno a me il dolce olezzo. Io rivolgeva al tempo stesso lo sguardo alla maestosa azzurra volta del cielo, e sembrandomi passeggiar con la mente fra le numerose schiere dei mondi, che sparsi sono nell’infinità dello spazio, consideravo il vasto orizzonte di questa terra come un piccol punto, ed il mio corpo come un atomo impercettibile sopra di esso. Di qui prendevo motivo di consolarmi all’opposto della grandezza della mia anima, che era capace di abbracciare, per così dire in un sol colpo d’occhio d’immaginazione, una veduta tanto immensa e da ciò risalivo con eccesso di venerazione, e di giubbilo, alla mentale contemplazione dell’Autore sapientissimo della natura, e riposavami dolcemante con la speranza nel seno di un tal’Essere, potente, benefico, e misericordioso al di là di ogni umano concepimento. Da questa specie di estasi venni frattanto distratto da un lento calpestió, che mi sentii quasi appresso Era un uomo assai vecchio, di polito, e giocondo aspetto, che era per passarmi dinanzi: quando mi fu vicino mi salutò, quasi soffermandosi; io gli corrisposi convenientemente, e nell’idea d’interrogarlo sopra i Boccali, lo impegnai a trattenersi, domandandogli della strada traversa, che parevami potesse esservi per tornare a Montelupo. Egli ml additò un braccio di strada, che con molto abbreviamento riconduceva nella prima, e mi richiese di dove io ero, giacchè mostravomi con poco cognito di quelle strade. Io gli detti di me contezza, e presi coraggio a chiedergli di far egli lo stesso. Egli allora aderì in modo assai rispettoso a sedermi appresso, e mi narrò che trovavasi in quel luogo da oltre anni ventotto addietro, che era nativo di Civitavecchia, e che il suo nome era Pietro Eusebio Foscarini.
Queste circostanze mi fecero subito cadere ogni speranza di poter da esso attin- ger notizie dei Boccali; ma siccome da questi ed altri brevi discorsi, che si tennero sopra cose indifferenti, ben rilevai in questo vecchio un uomo da bene, di spirito aggiustato, e di qualche educazione, ebbi curiosità d’intendere in qual modo si fosse egli ivi stabilito, così lontano dalla sua patria. - Ah troppo lungo, e per voi tedioso esclamò egli, gettando un sospiro - sarebbe il racconto delle mie sventure! ... - Io insistei con premora, ad ei soggiunse - Posso dire con tutta ragione certamente. Infandum regina jubas renovare dolorem: ma l’interesse che voi prendete per me, e le buone qualità che in voi ravviso, quali mi fanno nascere una simpatica affezione verso di voi, mi spingono a contentarvi, facendomi al tempo stesso gioire di aver fatto la vostra conoscenza... Non è però il tempo ora, nė il luogo questo a proposito... ecco il mezzogiorno; è l’ora della refezione; venite in mia Casa, che è qui vicina, ed ivi non sdegnando prender parte alla mia mensa frugale, potrete riposarvi più a lungo, ed ascol- tare la ristretta narrativa, che bramate delle tanto disgraziata mia vita.- Io lo rincraziai, dicendogli che per me era tuttora assai presto per desinare, e, partendomi da esso, gli promessi andar piuttosto a rivederlo in sua casa in altro giorno, siccome non cessava invitarmi, additandomela dalla cima dello stradello ov’eramo, ed assicurandomi che lo avrei sempre ivi, o poco discosto ritrovato.
Mi nacque per verità il desiderio di aver resto la relazione delle vicende per le quali erasi quel buon vecchio colassù stabilito, per stogliermi anche dall’inquietezza, che tuttora avevo circa ai Boccali; onde mi determinai dopo pochi giorni di portarmi alla di lui casa per quell’oggetto; ma non potei che dopo qualche tempo far tal gita. Così avendo io dovuto per quel tempo intermedio frenare la mia curiosità, conviene che voi pure affreniate la vostra, fino che lo torni a scrivervi per appagarla, con parteciparvi l’istoria di Eusebio, non potendo io qui ora diffondermi d’avvantaggio.
Attendo frattanto buone nuove di voi, come di cuore le desidero, e mi confermo etc.
Lettera II
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Eccovi una parte dell’istoria di Eusebio più sollecitamente, che mi è stato possibile, per aderire alle vostre brame, giacchè, come ben dite, non posso punto contentarvi quanto ai Boccali.
Decorse più settimane dopo il giorno in cui feci la conoscenza di Eusebio, non volli più differire di andare a trovarlo per mantenergli la parola, e sentire altresì il racconto che avea promesso fermi delle sue disavventure; procurai pertanto combinare una giornata di pochi affari, e anticipato il mio desinare, mi posi in cammino verso il luogo della di lui abitazione. Giunto a poca distanza dalla di lui casa, lo trovai che venivami incontro, avendomi scorto come
mi disse, da una finestra. Egli comincio subito a farmi delle gentili doglianze per non essere io prima andato da lui, ed in specie poi per essermi portato nel dopo pranzo. Io mi scusai nei modi soliti, e convenienti, usati pure alle volte fra voi, me, e fui intanto da esso introdotto in sua Casa.
Ivi egli mi obbligò prima di tutto a gustare alcuni vini prodotti nei suoi effetti, quali trovai pochissimo differenti dagli altri più squisiti, che ci donano i prediletti da Bacco ameni colli della Toscana. Poi mi fece vedere in gran parte la di lui casa, che sebbene non fosse situata molto favorevolmente, per essere alquanto fuori di strada, ed avere una vecchia casa rurale al fianco, porvemi nell’interno assai aggradevole, avendo le stanze piuttosto piccole, ma ben aciose, e scorgendosi in esse, e loro addobbi, non lusso, nè magnificenza, ma una proprietà, e una semplicità assai più preferibili, allorquando sonovi uniti, come ivi vedevanvisi, tutti i comodi i più importanti. -Vol- dicevami frattanto Eusebio, - osserverete esser questa una Casa povera, e ristretta, ma assicuratevi, che è tutto all’opposto il cuore degli abitanti di essa, poichè tutto quel poco, che contiene, è certamente a vostra disposizione. Quando voi siete qui non dovete che parlare in ciò che vi abbisogni, come se foste in casa vostra: tanto io, che la mia governante additandomi una vecchia pulita, e piuttosto galante, che ci precedeva - saremo sempre pronti al vostri cenni. Noi meniamo qui una vita quasi affatto pastorala, della quale però sono per questa parte contento, perchè avendo qualche poco conosciuta la filosofia, so bene che una vita così ritirata può avere la sue amarezze, ma saranno queste sempre più tenui, e rare, che vivendo nel gran mondo; e felicità - indicandomi la stessa donna - ne è pur contanta, perchè essendomi stata compagna pazientissima in una parte delle mie disavveuture, ha l’abitudine ormai di uniformarsi alla mia maniera di pensare, di praticare la stessa imperturbabilità nei sinistri eventi, u di adattarsi sempre alle circostanze. Essi mi fecero altresì ossevare da un terrazzo i loro Effetti, quasi tutti in vista, coltivati adunque con esattezza, ed un orto spazioso ben pomato presso la loro casa, quale, mi dissero, veniva lavorato dal giovine Andrea, che appunto ivi stava trafficando, ed il quale faceva anche il servizio di Casa.
- Ma è tempo ormai, - disse Eusebio, conducendomi in un suo piccolo gabinetto, che io soddisfaccia il vostro desiderio circa alle avversità, che ho sofferte, ed a cagione delle quali venni a stabilirmi in questo luogo di pace, ove sono in breve per finire i miei giorni. Siccome per altro questo racconto non potrei farvelo nel resto della giornata intieramente, per quanto potessi essere conciso, e voi mi dite non potermi contentare col pernottare qui da noi, così io vi darò intento un brano della mia istoria, che mi son rammentato di avere fra i miei figli, quale scrissi poco avanti che mi portassi in Toscana, allorchè eran tuttavia fresche le piaghe dai mio cuore, ma che non ho vo- luta poi più vedere, non che finire, per non riaprir tali piaghe alquanto cicatrizzate. Potrò bensì narrarvi il restante di essa subito che favorirete tornar da me, lusingandomi che l’interruzione mi gioverà adesso per procurarmi il piacere di presto rivedervi... Troverete questo scritto - soggianse nel codsegnarmelo - poco corretto, ed i fatti forse esposti troppo in ristretto, e poco dettagliati i penslari, poichè io amo esprimermi in poche parole, e senza abbellimenti, e credo possia omettere tutte quelle circostanze, ed espressioni, di santimenti, che posson de ognuno ragionevolmente supporsi. nei casi respettivi.
Presi quindi da esso congedo, portanda meco il dilui scritto, ma egli volle accompagnarmi per buon tratte di strada, e lasciandomi, mi pregà nuovamente andar da li di mattina, facendomi sperare di venire egli pure. qui da me in Montelupo.
Divertitevi. dunque anche voi frattante con questo brano d’Istoria, che vi mando del nostro Eusebio, quale io faci subito. trascrivere, ed ho ora fatto copiare per voi; o allorquando avrò in pronto la narrativa del restante di essa, che intesi in seguito da lui medesimo, non lascerò di trasmetterveJa. Addio. ct ct ct
Nacqui in Civitavecchia nell’anno 1734. da onesti, sebben non ricchi genitori. Mio padre Cristofano posemi, dell’età di anni. quattordici, nel Collegio Nazzareno di Roma, ove giunto in pochi anni al possesso pienamente della lingua Latina, ebbi luogo di avanzarmi alquanto nell’amena letteratura, avendo egli ideato di abilitarmi allo stato ecclesiastico, o per qualche onorifica professione. Ma non avendogli io mai portuto mostrare adesione per il primo stabi- limento, ed essendo altresì variate le sue circostanze, formò sopra di me altro progetto, e mi richiamò in sua casa nell’età di anni venti, quando appunto cominciavo a inoltrarmi nello studio delle scienze più sublimi, per le quali avevo concepito genial trasporto.
Dette a ciò motivo la divisione che volle fare il mio zio Coriolano con mio padre, del patrimonio fino allora comune fra le due famiglie. Coriolano non aveva che un figlio, e mio padre tre, cioè Filippo mio fratello maggiore, Clotilde nostra sorella, e me. Questa disparità di famiglia, e la circostanza anche più aggravante di aver mio padre, per le disposizioni di un respattivo loro zio, morto di recente, una sola terza parte dal patrimonio, trassero Coriolano a quel passo assai per lui vantaggioso, e posero mio padre in stato di comodità men che mediocre.
Trovossi mio padre sconcertato poi d’avvantaggio par il matrimonio, che seguì poco dopo della Clotilde; e fu allora che risolvè porre in commercio tutto quel tenue patri- monio, che restavagli, onde tentar così di aumentarlo, anzichè andare insensibilmente a distruggerlo. Per questo mi fece egli tornar di collegio, e dopo alcuni mesi mi manifestò esser necessario che mi appigliassi al commercio, per secondare le sue nuove prudenziali disposizioni, giacchè Filippo mio fratello mostravasi un poco svagato, e di minor talento; e mi soggiunse che per mezzo di Monsignor Vicelegato Pontificio di Avignone, col quale aveva buona relazione, mi aveva già trovato un posto nella banca di un Negoziante cospicuo di Marsilia, all’oggetto che potessi io acquistare la necessaria abilità, e avvedutezza nella mercatura, e che bisognava che io pertissi presto per quel nuovo destino.
Aderij ben di genio, e com’era di dovere, alla volontà dell’amate mio genitore, ed egli fecemi fra non molto imbarcare per trasferirmi a Marsilia. Ivi giunto, mi portai dal Negoziante, cui ero diretto, che chiamavasi Ernesto Goulard, quale mi accolse con molta cordialità. Egli mi teneva, qual altre figlio in sua famiglia, e prese in breve tempo ad’amarmi in modo particolare, a cagione, come piacevagli dire, della dolcezza del mio naturale, e dell’esattezza, ed intelligenza, che mostravo nell’eseguire le mie incumbenze. E siccome riuscimmi più volte disimpegnarmi ottimamente, e con sommo dilui vantaggio in varj dilui malagevoli affari, io divenni fra pochi anni suo primo ministro, ed anche posso dire intimo confidente, ed amico, giacchè nulla più agiva senza di me, o senza il mio consiglio. Mio padre, cui eran noti questi miei successi, e che aveva già alquanto istruito Filippo nel commercio, non fece difficoltà che io continuassi a restar con Goulard, come questi richiedeva, vedendo che mi erano molto utili le condizioni, e che poteva Goulard per il suo ottimo cuore stabilirmi anche miglior fortuna in appresso, attesochè non aveva egli che un solo figlio quale era portato, soltanto a sollazzarsi, e di cui non poteva egli far conto veruno per trattare gli affari di commercio. Accadde qualche anno dopo tal’epoca il fallimento di un grosso Banchiere di Cadice, col quale noi avevamo dei considerevoli interessi. Questo fu come un colpo di fulmine per il caro mio principale, poichè temeva, che nonostante la moltiplicità dei suoi fondi, potesse la dilui onoratezza, o presto, o tardi soffrirne. Nell’agitazione in cui ogni di più lo vedevo, mentre procuravo di consolarlo, egli mi disse una sera, portatosi nel mio scrittoio, - In voi io ho sempre cofidato, ed in voi pure ripongo ora la mia speranza... Voi anderete dunque a Cadice, o farete in mia vece, e per me tuttociò che convengasi, e che troverete opportuno per diminuire al possibile il danno recatomi per questo imprevisto disastro. Ormai ho cosi risoluto: voi mi obbligberete maggiormente affrettando la vostra partenza.
Son pronto, io gli risposi, non dovete dubitarne, ai vostri cenni, quand’anche dovessi portarmi in regioni le più remote, ed affrontare i più gravi perigli. Date quindi le necessarie disposizioni, partij nel secondo giorno dopo per la Spagna in una Fregata, ov’erano varj altri passeggieri, che dirigevansi a Cartagena; ivi appena giunti con prospero vento, trovai fortunatamente altro vascello, che faceva appunto vela per Cadice: Non lasciai di profittarne, e dopo pochi giorni di felice navigazione posi finalmente piede a terra in questa ultima città, e mi portai alla casa della persona, cui avevami Goulard opportunamente diretto, e raccomandato, che era un illustre, ed onesto cittadino, chiamato Fernando Artigas, dal quale fui accolto con tutta urbanità, ed amorevolezza.
Non tardai punto a prender le necessarie cognizioni relative agl’interessi del mio principale, e ne intrapresi poi le tractative nei Tribunali, sostenendo con tutto l’impegno le ragioni, che a favor nostro vigevano. Io potei rintracciare dei vistosi capitali, che venivano al solito occulteti a danno dei creditori, e procurai resecare con stralci, e transazioni varie estranee questioni, che suscitavansi dai Curiali; ma molto a lungo fa protratta non ostante la procedura, per la troppa diligenza di questi nel fare atti in dettaglio, puramente a loro vantaggio, e per la deferenza dei Giudici verso di essi. Pure accelerate al possibile le discussioni, e dileguate le difficoltà di ogni specie, giunsi finalmente ad ottenere il completo assestamento degl’interessi di Goulard, vantaggiosamente in modo da superare ogni dilui aspettativa.
Ero in conseguenza per dispormi a partire per tornare a Marsilia, pienamenta contento del successo dalle mie operazioni, e solo sentivo nel mio cuore non so qual repugnanza alla partenza, che pareva mi facesse desiderare, che le mie commissioni non fossero anche finita di adempire. Mi avveddi facilmente, che ciò derivava dal dover perdere la presenza di Elvira, la nipote di Artigas, di cui il grazioso sembiante, e il carattere dolce, e modesto avevan già fatto nascer nel mio cuore un imperioso affetto verso di essa, che avevo prima di quel momento trascurato, credendolo derivante semplicemente da simpatica inclinazione, facile a superarsi.
Io volevo non ostante vincer me stesso, e forse mi sarebbe allora riuscito; ma che? una fiera malattia sopraggiuntami impedi la mia partenza, e allontano la probabilità della guarigione del mio spirito. Stetti fra pochi giorni in forse della mia vita, avendo degli umori maligni reso infetto tutto il mio sangue; e soppressi allora i sentimenti tutti terreni, mi ero alla meglio preparato al funesto passaggio fino che potei esser presente a me stesso. Cominciò in seguito fortunatemente il mio miglioramento, ed entrai dopo oltre un mese in convalescenza, che fu anche più lunga della malattia, per il massimo abbattimento sofferto delle mie forze
Questa convalescenza servi per altro a determinare in me un reale, positivo, e violento trasporto per Elvira; io non potevo più sperare di vincerlo, nè me ne curavo punto: egli era fondato sopra la sti- ma, e la riconoscenza, poichè avevami prodigato Elvira tutte le cure, che la più tenera amicizia avesse potuto combinare con la debita modestia, e riservatezza; esse eran prodotte da un sentimento del cuore anche più attivo, e potente dell’amicizia; io mi rammentavo averle veduto gli occhi bagnati di lacrime in varj momenti in cui disperavasi di mia salute nei più fieri insulti del male. Altronde questa era la prima volta che io conoscevo l’amore all’età di anni trenta, mentre il desiderio di ristabilire il debole patrimonio della mia casa, rendevami del tutto consacrato agli affari. Questa tenera inclinazione del cuore, che forzavami ad amare Elvira, era pura, ed innocente, e tale sembravami sicuramente esser quella di Elvira nella bella età di anni diciotto; tanto più doveva dunque esser veemente il mio affetto, come possente in lei pure lo scorgevo, sebbene non me lo avesse mai precisamente svelato.
Venne accidentalmente un momento di libertà; se ne profittò ambedue per una re- ciproca dichiarazione di cui ambedue ci struggevamo, ed ambedue si dubitava dell’esito, Non posso spiegarvi il mio giubbilo quando fu dileguato il mio timore, e venni apertamente assicurato della più intensa corrispondenza; questo fu uno dei momenti più deliziosi della mia vita. Potemmo nel giorno dopo parlarci nuovamente a solo per alcuni islanti; questi non servirono che a farci in conclusione una reciproca promessa di unirci in matrimonio nei modi debiti, e convenienti, previo l’assenso della dilei madre, e del dilei Zio Fernando, del che invero non dubitavasi. Non persi tempo a trattarne a questi con coraggio, credendolo dispostissimo a contentarci, per la somma benevolenza in specie, che mi avea dimostrata in occasione della mia malattia; ma qual fu la mia sorpresa del sentirmi prevenire da scortese negativa, ed anche con risentimento, tacciandomi di seduttore, quasi che avessi io tradito l’ospitalità!
La dilui repugnauza in tal brusco modo espressa fu per il mio spirito un nuovo in- sulto di pena più fiero, e sensibile di quelli, che avevo sofferti nel corpo. Presi a giustificarmi con la tranquillità dell’innocenza, sopra gli arbitrari addebiti; e siccome cominciavo a persuaderlo, il che mi era facile, egli prese il partito di ritirarsi senza replicarmi. Elvira aspramente rimproverata da me medesimo sopra il dilei imprudente amore si dette quasi alla disperazione; veniva pure offesa con ingiusti sospetti la di lei virtù, mentre il dilei cuore era senza macchia, puro come quello di tenera colomba; essa appena gustava il cibo, ẹ lasciava di tratto in tratto apparire sopra la rosea guancia qualche goccia di pianto, che cercava con premura di occultare, ma non sempre riuscivale.
Intanto io niennte presago dall’infelice successo del mio affetto, nel quale fino ad allora ulla avevo trovato d’indoveroso, nè inconveniente, avevo scritto a mio padre, ed a Goulard, notificando loro il mio ristabilimento in saluto prossimo ad ultimarsi, e chiedendo ad ambedue il loro assenso per il matrimonio, che avessi potuto concludere con Elvira, additandogliene tutte le circostanze, che mi avevano a ciò determinato. Essi non tardarono a trasmettermi il loro pieno, e libero consenso, partecipandomi in tal’occasione mio padre la morte di suo fratello, e mio Zio, e soggiungendomi Goulard che io penssassi prima di tutto ad assicurare il mio perfetto ristabilimento, e per riguardo ad esso non affrettassi il mio ritorno in pregiudizio di mia salute.
Questo amichevol consiglio mi fu molto grato, perchè quantunque mi avesse Fernaudo fatto perdere ogni speranza di conseguire Elvira, pure non potevo quasi pensare al momento terribile del mio allontanamento par sempre da essa, e fino rincrescevami di troppo celeramente riprendere le mie forze. Elvira per la sua parte pareva che sapesse meno nascondere il suo rammarico, e sebbene la dilei madre non fosse tanto lontana dal renderla contenta, essa rispettava troppo il di lei Zio per ammettere il minimo pensiero di disgustarlo; per per questo evitava talvolta di trattenersi ove io ero, e fino d’incontrare i miei sguardi; ma troppo ben conoscevo, che sfogavansi spesso in vano pianto.
Tanta virtù sembrava meritevole di premio; pure non ci era dato sperarlo. L’opposizione di Fernando, secondo me, che conoscevo il carattere ambizioso di questo Spagnolo, era insormontabile. Egli faceva gran conto della sua nobiltà, sebbene non potesse punto farla risplendere, per la tenuità dei suoi assegnamenti. Egli voleva maritare sua nipote a persona di alto rango, ancorché non molto facoltosa, ed aveva perciò rigettate delle vantaggiose occasioni, per scarsità di nobiltà nei ricorrenti, siccome molta, e di antichissima data ne vantava nella dilei famiglia. Ma la nobiltà convenzionale dell’uomo, non illustrata dall’oro, è come una cornice di legno tarlato mancante di doratura, mentre che se è ben ricoperta dall'oro, occulta l’interna debolezza, e da certamente gran risalto al guardo, cui pongasi per ornamento, e fa che dal volgo sia questo apprezzato, anche a non esser di buona mano.
Fernando per altro possedeva un cuore buono, generoso, ed affettuoso in modo, che la sua vanità ne restava comunemente eclissata, e faceva che la mancanza di corrispondente ricchezza lo rendeva caro, e rispettabile a tutti. Egli dopo il riscaldamento, che avea causato alla sua ambizione il progetto d’imparentarsi, poco stette meco in aria di risentimento, presto riassunse l’amorevol contegno, con cui trattavami anteriormente, avendomi però proibito di più parlargli di Elvira.
Un giorno egli invitommi circa al tramontar del sole ad andar seco per mare. Ora che è assicurato- mi disse il vostro ristabilimento, una breve gita nel porto non vi fare che bene. Noi anderemo ad incontrare mio fratello, il Padre Giacomo dell’Ordin dei Religiosi della Riforma di S. Pietro di Alcantara, che ho avuto sicura notizia esser poco distanta dalla nostra rada, e che entretà in porto verso sera: Egli ritorna dal- lEgitto, e dopo sette anni che non l’ho riveduto, anelo il momento di abbracciarlo; andiamo, andiamo.
Seguij Fernando con piacere, ed entrati in una lancia, ci eramo inoltrati nel porto appena un miglio, che ci viddemo presso una Fregata, che ci si avvicinava a piene vele. Ah non sarà qui mio fratello;-disse Fernando, -il dilui arrivo dovrebbe esser più tardi, ed in altro vascello, per quanto ho inteso. ma che! nell’istante viddesi un Religioso sulla prua, che pareva stendesse le baccia verso di noi. Egli è desso, egli è desso! esclamo Fernando, ed in pochi istanti ci troviamo di faccia alla fregata. 11 Padre Giacomo postosi al bordo laterale ascende ia sceletta in un baleno, prima che sia bene appressata la lancia, e nell’atto di metter piede in essa, cade sconciamente nell’acqua, passa sotto la fregata, e più non si vede. Fernando stordisce con gl’urli, i marlaari nostri, e della fregata, occupali per la marea, ché agitava i legni con molta veemenza, e non avendo veduto il punto della caduta, non risolvono a rintracciarlo; onde io in tale angustia non so esitare; mi getto verso punto ov’egli era sparito, lo afferro fortunatamente per un lembo della lanosa veste dietro la poppa del vascello, e traendolo meco lo conduco verso la lancia, entro la quale siamo tratti ambedue semivivi.
Intanto un Chirurgo della fregata, e due altre degne persone di quella, scese nella loro fancia, vengono in nostro soccorso, per quanto ci fu narrato in appresso; ci si apprestano tutti gli ajuti, e rimedi possibili nel momento per farci rendere l’acqua salsa copiosamente bevuta, e ci si assicura l’esistenza, se non si può subito restituirci nel primiero stato. Ripresa terra, si fu trasportati alla casa, ed ivi raddoppiata le diligenze, somministratici i ristorativi opportuni, riacquistò nel giorno appresso il nostro spirito le sua calma, ed il corpo sufficiente vigore, sebbene quanto al Padre Giacomo un poco più lentamente.
Nella mattina susseguente egli volle pri- - ma di tutto visitare la sua, come diceva, cara Elvira, che aveva ricercata fino dalla sera avanti, ma non aveva potuto vedere, perchè non lasciava ella anche la camera, avendo avuto alcune febbri. La trovò alzata, ma gli fece somma, e dispiacente sorpresa il dilei volto estenuato, e il vederla non più giojale, e briosa come nella più tenere età, ma di un umore cupo, e melanconico, che non pareva in lei naturale. Egli dubitò di qualche sconvolgimento nel dilei spirito: ne interpellò la cognata; essa gli svelò tutto, ed egli dopo quel lungo abboccamento parti, dicendo alla nipote - Orsù cara Elvira, stai di buon animo, io ti voglio render sana perfettamente, e contenta. - Essa, che aveva inteso qualche parola del discorso fatto da sua madre, sorrise un momento, e cominciò alquanto a rasserenarsi, come mi fu narrato in seguito.
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