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Prose campestri

Ippolito Pindemonte · 1817 · Free in the US

16,161 words · about 1 h 8 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Ippolito Pindemonte
Language
Italian
Published
1817
Length
16,161 words · about 1 h 8 min
Sections
12 reader sections
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Public domain in the United States

 

Contents (12)

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Ἐντὶ δάφναι τηνεί, ἐντὶ ῥαδιναὶ κυπάρισσοι, Ἐντι μέλας κισσὸς, ἔντ’ ἄμπελος ἁ γλυκύκαρπος, Ἐντὶ ψυχρὸν ὕδωρ.

Avvertimento premesso alla prima edizione delle Prose campestri

AVVERTIMENTO

premesso alla prima edizione.

Benchè forse niun sappia meglio di me far pochissimo conto delle cose proprie, non credo però essermi lecito il disprezzar quello, che da qualche persona per me grandemente stimata viene approvato. Posso dunque perdonare a me stesso questa vaghezza, che stampate sieno di nuovo le Poesie Campestri.

Aggiungo alcune Prose pur Campestri non più stampate; confidandomi che presso coloro, che buon viso fecero ai versi anche la prosa troverà qualche grazia, come quella ch’è d’una stessa indole, e nacque nel soggiorno di Avesa la state del medesimo anno 1785, cioè mentre io era dagli oggetti fisici e morali, allora miei favoriti, così esclusivamente occupato, che tutto ciò, ch’io dettava, non potea non vestire l’indole stessa.

Resterebbe non poco deluso chi aspettasse da queste Prose insegnamenti e dottrine. Non promettono tanto. E perchè avviene spesso, che altri rimanga scontento d’un libro per non trovarvi ciò, che immaginato s’era, e che l’autore di mettervi non intese; quello dichiarerò brevemente, di che in questi scritti si tratta. Un uomo, che non odia punto lo star con sè stesso, cui piace assai l’independenza e la libertà, e che ama la campagna grandissimamente, vedesi per la prima volta libero, independente e solitario nel verde grembo d’un’amenissima villa. Costui si trova in quel disinganno, che non è gran fatto desiderabile, se si vuole; ma che sembra inevitabile dopo gli anni primi, ove tu abbia nella testa un sol grano di vera filosofia. L’umor di lui tira così un poco al melanconico, e forse la non felice salute, in cui è, lo carica di colore alquanto; ma la sua melanconia scorre molto placida e dolce, e il presentimento di quel crudo male, che lo minaccia, gli rende più care ancora quelle villerecce delizie, di cui teme che non potrà goder lungo tempo. Egli s’è già esercitato nell’arte di scrivere, della quale allora solo conobbe abbastanza la difficoltà, che il piacer dell’esercizio gli tolse la forza di abbandonarlo: quindi tutto ciò, che in quel novello suo stato gli riempie la mente, tutto ciò, che il cuore gli scalda, dalla mente, e dal cuore lo trasporta alle carte, e quivi lo ferma ora col linguaggio della poesia, e quando con quel della prosa, come più gli cade in acconcio, e secondo ch’egli vien mosso. Io era quest’uomo: ora vedrà il Lettore ciò che può essere questo libretto. Io son d’avviso, che aggradir nol possa, che un numero scarsissimo di persone: anzi non mancherà chi si faccia beffe di me, e mi fregi del titolo di visionario, se non anche di pazzo. Ma tengo per fermo; che se questo libretto cadrà nelle mani di chi si trovi, non dico in circostanze identiche, e nella stessissima disposizion morale, perchè tali identità indarno si cercherebbero, ma in circostanze somiglianti, e in una disposizion morale analoga molto alla mia, il che certo esser può, tengo per fermo, che costui non lo leggerà senza qualche gratitudine verso chi l’ha scritto.

Non niego, che troverà, massimamente prendendo insieme i versi e la prosa, qualche ripetizione, ch’era forse inevitabile in coserelle da me dettate per secondar quell’impulso, e senza il pensiero anche più lontano di pubblicarle. Questo difetto, che potrei levar via facilmente, io l’ho con ragioni, che mi parver buone, lasciato: così fosse il solo! Quanto al parlare che l’Autor fa di sè stesso, ch’è della natura di tali scritture, penso che niun buon giudice lo avrà per difetto. Ma troppo per verità intorno a un libro di così poca importanza.

Hoc erat in votis

Hoc erat in votis.

Eccomi finalmente ove desiderai tanto di essere: in mezzo d’una bella campagna. Colline e boschetti, prati e ruscelli, soggiorno di tranquillità e di pace, posso finalmente vivere nel tuo seno, contentar posso una sete da lungo tempo sì ardente, e non soddisfatta mai. Quel ritiro campestre, che la fantasia dipingevami, io l’ho trovato: il più caro de’ miei sogni non è più sogno.

Che aria è questa ch’io qui respiro! Qual profumo, freschezza, soavità! Come l’anima s’alza e s’allarga in questo aperto e bel cielo! Parmi ancora che la campagna rinforzi le facoltà nostre intellettuali, e più grande ci renda e più necessario il piacer di pensare. Qual folla di sensazioni e d’idee, di rapimenti, e d’affetti! Quante cose, che io credea dimenticate per sempre, or m’appariscon di nuovo, si riuniscono tutte, e mi stanno innanzi alla mente, che si maraviglia di rivederle!

No, non c’è uomo, che le bellezze della natura, qualche volta almeno, non abbian colpito. Voglio anche, ch’egli s’interni nella notte diurna, se così posso chiamarla, d’un folto bosco, e nulla senta di quel sacro e dolce orrore che inspira; voglio che miri con indifferenza l’immensità di quelle interminabili praterie, in cui l’occhio, come in un verde oceano, piacevolmente si perde; voglio che resista a cento altri oggetti non inferiori: non resisterà certo a quell’effetto, che tutti provan più o meno su l’alte montagne, per cui ci pare altri esser divenuti, nobilitandosi e sublimandosi ogni nostro sentimento, e più celere scorrendoci e più vigorosa per le alleggerite membra la vita. Ma per ben godere della campagna, bisogna esserci liberi e soli. Non ci si dee, no, trovare lo strepito cittadinesco, il giuoco, i gran pranzi, i passeggi in carrozza, le notti vegliate, le aurore dormite, i racconti frivoli, gli sdegnuzzi amorosi, la maldicenza: non conviene, come disse colui, portar la città nella villa.

Ma la solitudine è insopportabile a molti. La solitudine? Eglino insopportabili sono a sè stessi: sè stessi, che non videro mai, ritrovano allora, e spiace a loro la lor compagnia.

Ma l’uom nasce alla società, non a sè medesimo. Sì: ma parlo io forse d’un deserto dell’Arabia, e penso io di vivere in un albero incavato, come un Giapponese? Lascio, che spesso col bel nome di vita pubblica e attiva non si fa che coprir l’avarizia, o l’ambizion propria; e dico che anche il solitario può rendersi utile agli altri, e più virtuosamente, perchè nulla aspetta dagli altri, perchè non cambia, ma dona. È lepida cosa vedere, come gli abitanti delle città stimano fuor del Mondo chi non vive con essi; quasi fuor delle città nè spezie umana più siavi, nè Mondo. Ove non può rendersi utile il saggio? Ove lo può meglio il ricco, che nelle campagne, in cui quella porzione alberga dell’uman genere, che più abbisogna degli altrui soccorsi, e che li merita più? Parmi anzi che qui, lunge dal dimenticarsi degli uomini, s’impari più presto ad amarli, e a servirli meglio, quando nelle città sei nel rischio, e nella tentazion d’ingannarli, onde non venire ingannato. Parmi che l’anima, in un’aria libera e pura, più pura anch’essa diventi, e più facilmente dalle affezioni men belle si disviluppi; che anch’essa pongasi in libertà.

L’amor della solitudine nasce da indole trista e rinchiusa: può essere in molti. Nasce dalla noja del Mondo; o questa derivi dal ben conoscerlo, e però da un disinganno totale; o dal conoscerlo poco, e quindi dal non saper vivere in esso: che questo esser può. Nasce da quel senso fino de’ falli e difetti umani, unito ad una passion forte per le doti della mente e del cuore, che a formar viene ciò che dicesi misantropía: anche questo. Nasce da passione di studio, massime ove si tratti di quelle facoltà, che più comodamente coltivar si possono in villa: e questo ancora. Ma la libertà del vivere, l’amor del riposo, il piacer della meditazione, la cura della propria salute, lo spettacolo de’ lavori e della rustica economia, son motivi anche questi di considerazion degni; a nulla dire di quell’incantesimo per alcuni così possente, che su la faccia sparso veggiamo della natura.

Quelle valli e montagne, que’ boschi e prati, quell’ombra e quel sole, que’ contrapposti di ameno e di selvaggio, di ridente e di orrido, quel biondo de’ campi in mezzo alle tante gradazioni della verdura, e sotto un gran cielo azzurro, o di nubi riccamente dipinto, e talora nelle onde lucide ripetuto, e gli augelli, e gli armenti, e i coltivatori che dan moto e vita a tutta questa sì gentile, sì grande, sì varia scena... ah! chi può descriverla? Chi può parlare di quegli enti nuovi, onde popolata m’apparisce, di quegli enti fatti secondo il mio cuore? E che importa che fantastici sieno, se la lor compagnia mi torna sì cara, e mi gitta nell’estasi la più deliziosa? Il qual genio per essi, anzi che sentire di misantropía, veggano quelli, che l’accusan di ciò, non indichi più presto un cuor delicato ed affettuoso, che non contento del Mondo reale, ricorre alla cortese immaginativa, la quale gliene dipinge uno, chimerico sì, ma d’un pascolo ad esso il più omogeneo per la qualità, ma l’ambrosia sua ed il suo nettare per la squisitezza.

Tra i vantaggi poi, che annoverar potrei molti, della vita solitaria, questo mi par sommo, che impariamo a conoscer bene le forze del nostro animo. Finchè siam nel Mondo, gli amici e i parenti si prendono un certo pensiero di noi, ci danno la mano, dirò così, per camminare ne’ sentieri anche men difficili della vita; e intanto noi andiam perdendo la facoltà di muoverci da noi stessi. Solo al contrario e abbandonato a sè medesimo, potrà uno sapere ciò ch’egli vale, ed anche un nuovo vigor morale acquisterà egli; perchè ciò, che sul corpo guasto fa una ragionevole astinenza, la quale lo rinvigorisce, faranno sul cuore, che difficilmente nel Mondo si mantien sano, alcuni mesi di solitudine appunto chiamata dalla savia antichità la dieta dell’anima.

Queste due maniere di vivere sono così diverse, che s’io non temessi ora di parere lodar me stesso, direi che ove l’uom mediocre, e senza virtù può goder nel Mondo di qualche bene, la solitudine al contrario non convien propriamente che ad uno spirito non comune, e ad una conscienza non agitata. Certo parecchi non dubitarono d’asserire, che la felicità umana consiste nell’uscire il più ch’è possibile di sè stessi, onde sentire il men ch’è possibile l’insufficienza propria; la qual diffinizione, come che non abbia nulla di nobile e di consolante, non lascia però, considerata la più parte degli uomini, d’esser vera. Vedete là colui, ch’esce di casa sì frettoloso? Non è tanto per cercar gli altri, quanto per fuggir sè medesimo. Ma che felicità infelice è mai quella, che dagli altri dipende? Il solitario all’incontro, che ha un bene non precario, ma suo, o sarà un selvaggio, e una fiera più che altro, o non volgare uomo: perchè come vivere con sè stesso, se non è contento di sè, se ha rimorsi, se non basta a sè medesimo, e non sa nutrirsi, per così dire, della sua propria sostanza? Quindi il pensier d’, ch’esser dee o da meno, o da più che uomo; pensiero poeticamente rinforzato dal , ove cantò, che la perfetta solitudine è propria del solo Dio.

O campagna, o soggiorno di quiete pieno e d’ammaestramento, di voluttà pura e d’ozio erudito, dammi ch’io possa nel riposato e sicuro tuo seno quella salute riavere, che da qualche tempo ho perduta. Da te sola io l’aspetto; giacchè è pur tua la fresca e purgata atmosfera, nella quale io passeggio, tue sono le acque, in cui soglio entrar giornalmente, de’ tuoi armenti è quel latte, di cui fo uso, e tu stessa m’inviti a quel cibo Pitagorico e verde, quale sei tu: oltre che qui la mia vita, come tranquillo lago ed immobile, non sarà, dirò così, da molesto pensier veruno increspata. Ma da te aspetto più ancora: ma v’è un’altra salute ancor più importante e più bella. Te dovrò ringraziare, se, come corretta l’acrimonia de’ miei umori, così le inclinazioni del cuore avrò migliorate; se, come il villano taglia i rami, e netta il campo da’ pruni, così io reciderò gl’inutili desiderj, ed ogni pungente cura dall’animo, estirperò, mo sereno e ridente, come questo cielo: perchè tu sei madre di raccoglimento e meditazione; perchè ci richiami all’antica semplicità ed innocenza; perchè lo spirito, dopo essersi allargato e sparso su la varia tua immensità, torna e si ristringe in noi più vigoroso e più attivo; finalmente perchè prendendo a considerar gli uomini, cui sciolto da tante catene, e come da isolata specula posso veder meglio, imparo a conoscer meglio gli altri, e me stesso.

Optima quaeque dies

Optima quæque dies miseris mortalibus ævi Prima fugit.

Non formano certamente la delizia de’ miei passeggi nè i bruni zendadi di Venezia, nè i cappellini di Londra, nè le piume delle Tuilerie o del Luxemburgo. Dirò più presto, se usar posso tal espressione, gli ornamenti e le piume della natura; l’erbe ed i fiori, gli arbusti e gli alberi. Anche su questi enti può un’anima spander sè stessa: può con tutto il sistema della natura immedesimarsi. Dirò più presto quelle considerazioni, per le quali non abbiamo il comodo stesso nel Mondo, ove le faccende, le passioni, i giudizj torti, e il costume, che spesso sembra ragione, rende più difficile un certo esame. Dirò anche quelle fantasie e que’ sogni, a cui m’abbandono sì volentieri, e quegli enti miei, che non sono chimerici affatto, sussistendo per me, che li creo. Ma sopra tutto le più care memorie della scorsa mia vita, che il senso mi addolciscono della presente.

L’anima nostra, che rade volte del presente si appaga, volentieri o verso l’avvenire s’innoltra col desiderio, o sovra il passato ritorna con la reminiscenza. Il primo non curasi di far più, quando in uno stato si trova di disinganno: perchè come desiderar con impazienza un avvenire, nel quale nulla veggiamo di maraviglioso e di grande? Più volentieri risale al tempo passato, e riproducendo in qualche maniera le cose, che più a lei furono grate, queste in qualche maniera gusta di nuovo, e rivive, per dir così, la migliore sua vita.

Con piacer grande ricorro sempre ai giorni della prima mia giovinezza. Per molti riguardi felicissima è quell’età, ma tale la rende principalmente il prospetto degli anni avvenire, prospetto tutto pieno di colori falsi e di luce bugiarda, ma perciò appunto bellissimo e scintillante. La nostra vita è come un gran monte, in cima del quale un palagio risplende di tal bellezza, che fatto sembra per ordine delle Fate; ma secondo che andiam salendo, sempre più dileguando si va quell’edifizio incantato, finchè, giunti sopra, nulla si trova: allora si comincia a discendere; ma nulla fermando i nostri occhi, rivolgiamo spesso la testa, e a traverso al monte, ch’è trasparente, riveder ci giova l’opposta strada, che da noi fu salita nella giovinezza. Ed allora si vive

Di memoria assai più, che di speranza.

Ma tra le cose, che negli anni più freschi ci dilettano il più, son da considerarsi principalmente quelle prime impressioni, che lo studio delle belle arti, o la contemplazione della natura produce sul nostro spirito ancor tenero e giovinetto. È verissimo che a , che altri penetra addentro le ragioni d’un’arte, quelle bellezze giunge a scoprire, che prima non vide; ma il piacere da queste recondite bellezze causato, comechè grande, quanto nondimeno è men vivo di quello dalle prime osservazioni allora prodotto, che l’arte stessa ci venne su i sensi e su l’animo ancor tutta nuova! Dicasi lo stesso di quelle prime occhiate nei secreti della natura, e di quel primo sapere d’un nuovo Mondo, all’intelletto sì bello, sotto la corteccia del Mondo esteriore sì bello agli occhi: una scienza maggiore lusingherà più l’amor proprio, ma quella prima ci commuove, ci agita, ci trasporta.

Nel tempo stesso che lo spirito discuopre un nuovo Mondo fisico, il cuore, tanto più facile a risentirsi quanto è ancora più intatto, discuopre un nuovo Mondo morale in que’ suoi primi risalti sconosciuti ancora, in quelle sue vibrazioni generali per anche e indeterminate, ma che ci nunziano una futura felicità, confusamente, sì, ma non però tanto, che tale annunzio non ci riempia subito con anticipazione cortese d’una straordinaria dolcezza. I piaceri di queste sensazioni, che furono allora sì grati, grati non poco seguono ad essere a chi ruminandoli, per così dire, nella memoria, giunge in qualche modo a risuscitarli, e a dar loro una nuova esistenza.

Quindi accade assai facilmente che i moti del nostro cuore s’indirizzino verso un particolare oggetto: e a non parlar che dell’amicizia; che tempi quelli non sono, quando tra per que’ primi bisogni d’un cuor vergine, e pien di vigore e di vita, e per l’inesperienza degli uomini, e la consolante fiducia, che ne risulta, tu t’abbandoni subito a’ tuoi sentimenti, e lasci correre l’anima tua, e ad un’anima conforme e sorella, o creduta tale, stringersi ed abbracciarsi? La ricordazion de’ quai sentimenti non si può dire quanto piacevole ci riesca, come tale pur ci riesce quella di altri più teneri e più squisiti, ove da rimorsi accompagnata non sia; ricordazione piena d’una dolce melanconia, di leucocolia, ch’è come dire d’una bianca tristezza.

Ah! sì, viene un tempo, nel quale più che il sentir nuovi affetti, giova contentarsi della rimembranza di quelli, che abbiam sentito. Ragionamenti, letture, espansioni di cuore, rimproveri dolci, innocenti scherzi, piaceri dell’anima, momenti felici e rapidi, no, io non v’ho interamente perduto. Voi nascete di nuovo nella mia memoria, nascete scompagnati da tutto ciò, che in parte allora potea turbarvi, e meco restando quanto a me piace, se la vivezza del diletto è minore, maggior n’è la schiettezza e stabilità.

Così pur giova riguardo ai piaceri dello spirito, cioè alla meditazione e allo studio, contentarsi di quel bene, che un certo disinganno anche in tal punto ci lascia gustare. Voglio dire, che non si dee far conto grande dell’umana gloriuzza, e di quella lode, di cui nulla v’ha di più vano, di più incerto, di più ciecamente o ingiustamente distribuito; ed anche temperar la sete del sapere, considerando che, sebben non poche verità si lascino da noi vedere, i filosofi tuttavia non mantengon sempre le lor belle promesse, e che, malgrado de’ lodevoli loro sforzi, siamo ancor dopo tanti secoli a viver costretti di probabilità e verisimiglianza. Ma restan con tutto ciò ragioni bastevoli per coltivar gli studj in tutta la vita, cioè il desiderio di migliorare noi stessi, una curiosità discreta e tranquilla, e quel piacere che risulta sempre o dalla contemplazione d’un vero, o dal sentimento del bello.

Templa serena

templa serena, Despicere nude queas alios, passimque videre Errare, atque viam palanteis quærere vitæ. . l. ii. v. 8.

La casa, ch’io abito, s’appoggia ad una collina, la quale ha il nome di san Leonardo dalla chiesa di questo, ed abitazione già di Monaci Lateranensi, che siede su l’alto. Bella catena di colli dalla parte destra, che dagl’insulti difendono della tramontana: a sinistra, o sia a mezzogiorno, vedesi la città, ed in faccia una pianura vastissima con l’Adige per mezzo che la divide, e montagne azzurre nel fondo, dietro le quali cade il Sole, che a tergo mi sorge. Questi colli parte son coltivati, ed a maraviglia, parte, come petrosi, non possono essere. Quindi varietà di scene; scorgendosi fianchi squarciati dai lavori delle cave, e nude pendici solamente ospitali alle capre, e vicino ridentissime coste, dai festoni delle viti sino alla sommità inghirlandate, festoni che dal giallo della messe tramezzati sono: mentre in altra parte si contrappone il verde pallido degli ulivi a quello più vivo di varie maniere di piante, qua sparse, e là insieme aggruppate, molte anche adorne d’ottime frutta, come sarebbe di fichi forse non inferiori a quelli, che d’Affrica portò Catone, ed avea in Senato nel sen della toga. Tutto è poi seminato pittorescamente di biancheggianti case, alcune delle quali son nobilissime abitazioni, che rompono colla verdezza de’ campi, e le masse distinguono del gran quadro.

I passeggi o son piani, e tra i molti, che ho di tal fatta, quelli primeggiano in riva all’Adige, le sponde del quale han curvità commendabilissime, per cui un sempre vario presentasi di montagne prospetto: o son diseguali, e quindi più comodi ancora secondo l’espression di Celso, che altamente loda tali passeggi; dicendo che quella rietà del salire, e discendere, muove assai meglio la nostra persona. Che se talvolta, lasciando sotto di me le vallette ed i poggi, tento il più erto del monte sino al tuo giogo, o santo Mattia, qual teatro non mi si apre allora, qual sublimità, qual varietà, qual magnificenza? Oltre i molti oggetti nuovi che s’aggiungono ai conosciuti, questi medesimi, più riuniti, vestono apparenze nuove: ma sopra tutto fa stupore veder l’Adige trasformato in alcuni laghetti sparsi qua e là nel gran seno della campagna.

Le passeggiate tra i monti vantano anche questa prerogativa; che non si torna mai per la medesima strada, benchè si torni per la strada medesima, avendo sempre gli angoli delle montagne aspetti diversi: oltre che basta la differente ora dal giorno, basta qualche nuvoletta nel cielo, che ad una porzione de’ raggi del Sole chiuda la via, a generar varietà, e a farci nuovi sembrare gli oggetti ancora più noti. E questo non so se fosse avvertito da Celso, il quale ne dice ancora, che del passeggio all’ombra torna più salubre quel sotto il Sole: ma non è ciascuno Solibus aptus, come di sè medesimo scrive . Benchè almen questo io abbia comune con Orazio, direi non pertanto esser quello il miglior passeggio, che di sole componesi e d’ombra, la qual certo non manca qui, abbondando le piante e le siepi più folte ed alte, e rigogliosissima essendo la vegetazione. Giardino alcun non è qui, benchè paja vederne uno in alcune muricce diritte e lunghe con sopravi bei filari di vigne, e la coltura del terreno intorno alla casa sia ortense più che altro: ma l’amenità del sito non lascia accorgersi di tal mancanza, ovvero direm tutto questo sito un giardino sul gusto di quelli d’Inghilterra, che si chiamano irregolari, e non sono che un’imitazione delle bellezze della natura condotte ad una perfezion maggiore. Non so per altro se maggiore ancor sia il diletto che ne risulta. Certo, quando io veggo un bello campestre, il piacer mio vien non poco accresciuto da quella rapida riflessione, che il caso accozzò insieme i diversi oggetti, onde formasi quella scena: ma se ciò, ch’io veggo, è frutto dell’arte, nutrendo noi di questa un’opinion grande, e più esigendo da lei, che dal caso, il qual pare non aver forza niuna, crederei che la scena artifiziale, benchè più bella della naturale, dovesse tuttavolta colpirci e dilettar meno.

Che che parer possa di questo, certo è che d’in cima ad una delle suddette colline spunta picciol convento abitato da otto Eremiti, che non so perchè si dicano Eremiti, otto essendo. Piuttosto io, che sto solo, son l’Eremita. È circondato da non pochi cipressi, che gli vanno piramidando intorno, e dannogli un’aria melanconica e grave, la quale combatte non senza molta grazia col ridente de’ circostanti luoghi. Vado a visitarlo, non già per consultare su qualche lavoro poetico que’ Romiti: allora là vado, che voglio scorgere un orizzonte più vasto, e pascer l’anima di que’ pensieri soavemente tristi, che un’abitazion fuor del Mondo e divota non lascia mai d’ispirare. Senza che contiene alcuni bei quadri, tra quali uno di Paolo, e due di Pasquale Ottini. È questa delle maraviglie d’Italia, che là si trovino, dove men si crederebbe, i lavori più belli delle bell’arti. Quello di Paolo non però va tra i migliori suoi: ma nobilissimi mi sembrano gli altri due. Uno è nel refettorio, e rappresenta secondo il costume una cena: l’altro nella chiesetta, ed ha una deposizione di croce. Gran robustezza di pennello, e gran forza d’espressione, nel che si distinse detto pittore, massime nella testa della Vergine e in quella di Cristo: guasta alquanto la composizione il ritratto del divoto, che ordinò il quadro, ma ritratto sì bello, che fa quasi perdonar quel difetto.

Questo Pasquale Ottini, detto anche Pasqualotto, fiorì nel principio del secol passato, e fu allievo di Felice Brusasorzi, di cui terminò vastissimo quadro nella chiesa di san Giorgio, ch’io pur visito alcuna volta, essendo la prima fabbrica che s’incontra, chi entra per questa parte in città. E già parmi d’esser tuttavia in campagna, usando presso che sola gente di contado nel detto tempio. Questo ha del venerando e del grande, e si compiace d’un’assai bella cupola del nostro celebre Michele Sanmicheli, non che di alcune eccellenti pitture, tra cui la tavola dell’altar maggiore, che vien reputata delle migliori cose di Paolo, e due gran dipinti uno di Paolo Farinato, che rappresenta il miracolo de’ pani e de’ pesci, e l’altro di Felice Brusasorzi, che la manna nel deserto, ed è quello dall’Ottini compiuto.

„Mentre con tarde ed allungate note „Il solenne, profondo, maestoso „Organo soffia.

„S’odan ivi del cupo organo al soffio „Le piene voci del soggetto coro „Rispondere in solenni alte parole „D’antifone e di salmi, onde ne bea „Tanta dolcezza il provocato orecchio, „Che l’alma sciolta mi rapisca, e innanzi „Visibilmente il ciel tutto mi porti!

„Nell’ampie ville popolose, in cui „T’assembri, umana stirpe, il numeroso „Organo soffi la profonda voce, „E agli acuti temprando i bassi modi „Le gravi pose ricrescente allunghi.

Di tali strumenti, che gl’Italiani non così pregiano come gl’Inglesi, e ch’io infinitamente amo, puoi sentirne uno in questa chiesa assai buono, e molto più grato delle voci nasali, monotone, e con lo strascico, onde recitano quelle ottime Religiose i mattutini lor salmi.

La casa, ch’è piuttosto grande, ebbe in pochissimo tempo destini diversi. Fu già de’ padri Gesuiti, che ci venivano a villeggiare, e a dare degli esercizj spirituali con quell’illuminato zelo, ch’era di loro: il celebre , che avea il carico delle meditazioni, scrisse qui buona parte delle sue bellissime opere. Convertiva i giovani a Dio nella chiesa, e all’arti belle e al buon gusto nella sua stanza. Appresso la tenne per alcun tempo una famiglia Inglese, che s’invaghì, passando per Verona, di queste colline: non potrebbesi dire abbastanza delle opere pie che vi fece, e delle sparse beneficenze nella parte più povera del contorno. Io stesso sentii benedirla più volte, e parlai con persone da lei provvedute di letto, di fasce pe’ loro bambini, ed anche, quel ch’è più raro ne’ gran Signori, di amorevoli e confortanti parole. In questa casa soggiornò ancora un fratello di Re, cioè il Duca di Clocester, al quale utilissima fu nell’ostinato male, che affliggevalo allora, l’aria ottima, che qui spira, e che, ripercossa da questi colli, induce nelle stanze anche ai mesi più caldi un’autunnale freschezza.

Alcuni potrebber dire, che là non si può avere il sapor vero della solitudine, donde scorgesi la città: ma mostrerebbero, così dicendo, non conoscer punto la forza de’ contrasti, e l’effetto indubitabile, che ne deriva. Parmi essere nel caso, di cui parla : parmi veder navi in travaglio; e non che l’altrui male mi piaccia, ma veder mi piace da questo porto cittadinesche tempeste, da cui sono in salvo. Così su le montagne più alte, e in un’aria serena e tranquilla, con diletto mi veggo radunarsi le nuvole sotto i piedi, e formarsi il fulmine e la gragnuola.

Dirò bene che non si crederebbe così vicino della città questo sito; il qual sembra piuttosto per una estension di campi vastissima con incontentabile diligenza cercato. Sien grazie al cielo, ch’ io possa qui finalmente

Nunc veterum libris, nunc somno et inertibus horis Ducere sollicitæ jucunda oblivia vitæ:

ch’io possa ora contemplar la selvaggia bellezza d’un luogo alpestro e terribile, ed ora passeggiar con gli occhi la più ridente e meglio coltivata campagna; spettacolo fatto ancor più bello dal pensiero della privata e pubblica utilità. Chi può veder senza risentirsi il mieter del grano, il seccar del fieno, il pascolar della greggia? La vita pastorale e campestre ha sempre un non so che di tenero e commovente: risveglia in noi con le idee più pure e aggradevoli certo senso soave di quell’età, che si chiama dell’oro, e ci fa risonar nell’anima qualche avanzo delle languide sì, ma inestinguibili voci della natura.

Quod latet arcana non enarrabile fibra

Quod latet arcana non enarrabile fibra.

Il diletto, di cui è cagione una bella campagna, non consiste già solo nella vista d’oggetti vaghi e maravigliosi, come ho sentito dire ad alcuni, che non san forse, che al fisico piacer degli occhi s’unisce una gran quantità di piaceri morali dalla campagna stessa prodotti; ma di piaceri, che quanto volentieri si lascian sentire dall’anima, tanto mal soffrono d’esser con penna descritti.

Quando dopo una lunga estasi io ritorno a me stesso, e mi trovo in mezzo a quei fiori e a quella verdura, ch’io più non vedea, il senso di tal vista è sì vivo, come se io mi trovassi per la prima volta tra quegli oggetti campestri, e come se io gli avessi perduti, e poi racquistati. Quando m’entra nelle stanze per la finestra l’odor del fieno tagliato, non è già il solo piacer de’ sensi, ch’io gusto, benchè scossi molto piacevolmente: ma in quell’odore io veggo come una descrizion compendiosa ed energica di tutte le delizie della campagna. Se qualche mattina il canto degli augelletti più forte del solito mi risveglia, quel ch’io non vorrei che per altra cagione accadesse, non è già quel canto che allora mi piaccia, ma veggo quasi epilogata in esso la piacevol giornata, che passar dovrò. Tanto piace all’anima l’essere avvisata improvvisamente, e d’ogni cosa in un solo istante!

Potrebbon credere alcuni, ch’io, giunto qua, volessi tosto sapere a chi appartenesse l’una o l’altra casa, che mi s’offeriva agli occhi, e questo o quello domandassi delle strade, onde non ismarrirmi nelle mie passeggiate: ch’io desiderassi di conoscer subito la faccia del luogo. Ogni altra cosa più, che questo, io desiderava. Nè quando scoperse l’America, nè il Capitano Cook, nè alcun altro celebre navigatore al trovare una sconosciuta isola fu così lieto, come io d’un nuovo sentiero: è per me come aver trovato un piacer nuovo, che m’abbellisce ancor più il soggiorno da me scelto, e lusinga il mio amor proprio, giustificando con una ragion di più la mia scelta.

Trovato il nuovo sentiero, io v’entro subitamente o a piedi, o ch’io sia a cavallo, e lo seguo fin dove mi guida. Quanto è dolce il dire in un bel luogo riposto e selvaggio: Forse nessun occhio osservatore penetrò sin qua! Mi perdo talvolta, nè però, se incontro persona, richiedola della via, non volendo privarmi d’un altro piacer grandissimo, quando dopo molti rivolgimenti io riesco in parte già nota, donde assai lieto, non monta se per tempo, o al tardi, a casa io ritorno. Quanto alle case di campagna, cosa ingratissima colui mi farebbe, che il nome mi dicesse de’ Signori di quelle. Chi mi vieta, non sapendolo, di pensare, che alberghino là cortesissimi uomini, e donzelle modeste non men che e belle, virtuose non men che accorte? e albergandovi, perchè non le incontrerò io alcuna volta ne’ miei passeggi? Sarà di Ninfa il lor passo, sarà di Musa la voce loro; e quanto con la memoria di quello, e di questa non rallegrerò io qualche momento men sereno della mia solitudine, quando

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