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Visioni sacre e morali

Alfonso Varano · 1818 · Free in the US

53,769 words · about 3 h 46 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1818 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Visioni_sacre_e_morali&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Alfonso Varano
Language
Italian
Published
1818
Length
53,769 words · about 3 h 46 min
Sections
13 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (13)
  1. Front matter under 1 min
  2. Visione I about 17 min
  3. Visione II about 11 min
  4. Visione III about 19 min
  5. Visione IV about 22 min
  6. Visione V about 21 min
  7. Visione VI about 20 min
  8. Visione VII about 21 min
  9. Visione VIII about 15 min
  10. Visione IX about 21 min
  11. Visione X about 23 min
  12. Visione XI about 15 min
  13. Visione XII about 23 min

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Front matter

VISIONI

SACRE E MORALI

Indice

Visione I

Stanco de’ miei scorsi tristissim’ anni, Sul colle, che Amor crudo infiora, ov’egli 3Lunghi a scarso piacer mesce gli affanni, A mia Ragion dicea: Tu, che in me vegli Qual lume e guida nel miglior consiglio, 6Se pur libera sei, mentre lo scegli, Perchè non osi da sì amaro esiglio Trarmi in piagge, in cui sfugga, e si dilegui 9L’immagin rea del lusinghier periglio? Tu gli error miei condanni, e tu mi segui? Ah! non è ver, che a quel, che m’imprigiona, 12Laccio fatal tua libertà s’adegui.

Vano di regno nome in te risuona, Ed i tuoi danni ad accoppiar ai miei 15Fermo destin, non tuo voler ti sprona. Le querele e i sospir, ch’io giunger fei All’ottima di me parte, fra l’ire 18Magnanimo il valor destáro in lei; Tal che agitando il caldo in sè desire Sferrommi il piè colla difficil chiave, 21Che le prestáro senno, onta, ed ardire. Lento io movea, perchè un pensier soave Spesso mi rivolgea verso il bel colle, 24In cui più del salir la scesa è grave. Pareami novi fior sul gambo molle Tremolar dolce, e di vaghezze nove 27Quelle vestir non mai sfornite zolle. Quanta avvien che olezzante aria rinnove Timo, o rosa, o viola in croco tinta, 30Che gli aliti odorosi in cerchio piove, La falda ammorbidía da’ mirti cinta, Su cui per crescer a delizia onore 33Maravigliosa apparve iride pinta, Che segnò l’erbe col gentil colore, Sorta del sol per la refratta luce 36Nel rugiadoso dell’aurora umore. Già il cor tenero quel, che in me riluce, Raggio immortal ricominciava a ombrarme, 39E di seguir chiedeami un altro Duce; Perchè il leggiadro loco era fra l’arme D’Amor, e l’arti ultima, e forse eletta 42Dal diritto cammin per devíarme. Quind’io non più scendea per la via retta, Ma in calli obbliqui gía, qual uom errando, 45Che va malgrado, e chi l’arresti aspetta.

Fra i sentier torti un ne calcai vagando, Che mi condusse in erma rupe alpestra 48Presso al colle, onde pria me posi in bando. D’alto rividi alla veletta destra L’abbandonato poggio, e un gran sospiro 51Diè il cor, che tardo a disamar s’addestra; Pur temprando il nascente in me deliro I ritrosi occhi là volsi, ove appare 54L’onda, che abbraccia il terreo globo in giro. Era tranquillamente azzurro il mare; Ma sotto a quella balza un sordo e fisso 57Muggito fean le spumanti acque amare; Chè un fiume, cui fu dal pendío prefisso Cieco sotterra il corso, ivi formava 60Co’ moti opposti un vorticoso abisso. Desío di rimirar, qual s’aggirava A spire il flutto, e tratto poi dal peso 63Perdeasi assorto nell’orribil cava, Me mal saggio avvíò fin allo steso Dentro i profondi golfi orlo del masso, 66E da incauto affrettar così fui preso, Che sul confin io sdrucciolai col passo. Dall’erta caddi, e un caprifico verde 69Afferrai sporto fuor del curvo sasso. Gli spirti, che il terror fuga e diperde, Corsermi al cor, lasciando in sè smarrita 72L’Alma, che il ragionar stupida perde. In cotal guisa l’infelice vita Sospesa al troppo docil tronco stette 75Fra certa morte e vacillante aíta. Su l’onde in rotator circoli strette Fissai, ritorsi, chiusi le pupille 78Da un improvviso orror vinte e ristrette;

E tal ribrezzo misto a fredde stille D’atro sudor m’irrigidì le avvinte 81Mani al sostegno mio, che quasi aprille Fra cento vane al mio pensier dipinte Idee, che furo in un momento accolte, 84E cangiate, e riprese, e insiem rispinte. Sconsigliato tentai colle rivolte Piante, e al dirupo fitte, arcando il dorso, 87Arrampicarmi alle pietrose volte; Ma il piè a toccar la roccia appena scorso Era, che il ritirai, dubbio qual fosse 90Peggior o il mio reo stato, o il mio soccorso; Perchè all’arbor, che al grande urto si scosse, Temei col raddoppiar l’infausta leva 93Sveller affatto le radici smosse. Grida tronche da fremiti io metteva, Che dai concavi tufi e dalle grotte 96Un eco spaventevol ripeteva. Già dal forzato ceppo aspre e dirotte Sul corpo mi piovean ghiaje ed arene, 99E l’ime barbe già scoppiavan rotte: Già l’Alma ingombra avean larve sì piene Di morte, che pareami, anzi io sentía 102Le inghiottite acque entrar fin nelle vene; Perchè il vortice infranto, che salía In larghi spruzzi dai spumanti seni, 105Col ribalzato mar mi ricopría. Quand’ecco cinto da raggi sereni O corpo, od ombra verso me si spinse, 108Che gridò forte: In me t’affida, e vieni; Vieni; e la destra mia prese, ch’ei strinse Colla sua manca mano, e con un salto 111Delle mie lasse membra il peso vinse.

Dal basso penetrò l’aere più alto; E giunto, ove non danno all’aure illese 114Dai vapor gravi le procelle assalto, Sovra l’etere puro il petto stese, Ed aleggiando fra il meriggio e il polo, 117Dritta la via verso oríente ei prese. Confuso io lo seguía; chè un punto solo Fu il balenar dell’improvviso aspetto, 120Il dirmi, vieni, ed il rapirmi a volo. Nè il riconobbi; chè nell’occhio stretto Da troppa luce increspò i nervi stanchi 123La mia pupilla, e non v’entrò l’obbietto. Volando ei non m’offría che l’un de’ fianchi, Su cui lunga scendea lanosa veste 126Di neri stami intramischiata a bianchi, Che folgorava nel sentier celeste Sì, che parca di liste luminose 129Le sue ruvide fila esser conteste. Dopo molto varcar d’aria ei mi pose Presso ad un tempio, che in mirabil piagge, 132Dove non so, il divin Fabbro compose. Ivi bench’oltre ogni pensar s’irragge Di novitate il non più visto loco; 135Pur il desío, che a sè l’anima attragge, S’affisò in lui, che nella faccia il foco Scemando ai lampi, onde splendea feconda, 138Le forme sue svelommi a poco a poco. La nuda avea del crin testa ritonda, Late le ciglia, e di fierezza sgombre, 141Che la placida fronte alta circonda: Piene le gote, e di pel raro ingombre, Cerulei gli occhi, e a chi li guata attenta 144Punteggiati apparían di piccol’ ombre:

Mite lo sguardo, e dolcemente lento, Tumido il labbro, e di ridente in atto, 147E di candida barba ispido il mento. Il terror primo, e l’impeto del ratto Fér me ad affigurarlo incerto assai 150In regíone ignota, ove fui tratto. Quand’ei: Son, disse, intempestivi omai I dubbj tuoi. Non mi conosci ancora? 153Nel dir Non mi conosci il ravvisai. Ah Padre! ah Padre! gli risposi allora, Dunque lo scampo a te dall’ima io deggio 156Voragin, che del mar l’acque divora? Ma come in tanta gloria or ti riveggio Di sacre armato e inimitabil penne? 159Dimmi: egli è questo il tuo beato seggio? Lasso! a noi quanto inaspettata venne Quell’ora, in cui smorto ne’ membri guasti 162Trofeo di morte il corpo tuo divenne! Oh irrevocabil ora, in cui lasciasti I resi al tuo sparir foschi e selvaggi 165Tuoi patrj lidi, che già tanto amasti! Non darà il sol ne’ curvi suoi víaggi Altro a noi giorno più di luce muto 168Di quel, ch’ultimo a te spense i tuoi raggi. Se di lagrime pie l’ampio tributo Ritor potesse al Fato i furti amari, 171Ah! i nostri pianti allor l’avrían potuto. Niun duol fu mai, che rispondesse pari Di dolersi al desío, come l’affanno, 174Che i lumi anche turbò di stille avari; Chè in mirar te steso su l’atro panno, Quanto taciti più, parean loquaci 177Ne’ tristi modi, che i soli occhi sanno.

Altri già spente le funeree faci Stretto abbracciando il tuo gelato frale 180V’imprimean misti fra i singulti i baci; Altri offrían gl’inni e i voti all’immortale Anima tua, che sul cadaver santo 183Scesa forse battea per gaudio l’ale. Io più dir volli; ma pietà me tanto Mosse, che balbettò la lingua, e strise; 186E la voce mancò tronca dal pianto. Egli intrecciando coll’usate guise Sovra il placido sen le caste palme, 189Morte, disse, da voi non mi divise; Chè a lei sol lice alle caduche salme Toglier lo spirto, ma non può sua forza 192Spegner l’eterno amor delle nud’Alme. Questo a voi mi rannoda, e insiem mi sforza A riguardar dai fortunati chiostri 195La terra, ove sepolta è la mia scorza. Nè avvien giammai qualora a me Dio mostri, Ch’ei pel vostro fallir empio s’adiri, 198Che all’altissimo trono io non mi prostri, E non inviti de’ beati giri Qualunque Spirto di pietade amico 201A confonder i suoi coi miei sospiri. Con questi io t’impetrai contra il nemico Della tua pace Amor gli acuti lampi, 204Che tua ragion scosser dal sonno antico Ferreo sì, e cupo in que’ fallaci campi, Che libertade in lei spenta credesti 207Fra i molli obbietti e i lusinghieri inciampi: E sciolto forse di tua cruda andresti Vil servitute; ma in disciorne il nodo, 210Ahi misero! tu stesso il ritessesti,

E in te destasti l’ingannevol frodo, Che dal retto sentier ti svolse, e degno 213Ti fe’ di morte con sì orribil modo. Or io veggendo te scopo al suo sdegno Pel lungo obblío delle divine leggi, 216Ti trassi, ove ha vendetta il tempio e il regno, Perchè il tuo duol la colpa tua pareggi, E il fulmin tolga alla Pietate offesa. 219Rimira intanto il fatal scritto, e leggi. Levai lo sguardo, e tal sentenza stesa Lessi ne’ duri bronzi in su l’esterna 222Porta con ceppi di diamante appesa. Il Libero voler, che l’uom governa Reo dell’iniquo oprar, questo alzò tempio 225Alla Giustizia ultrice e all’Ira eterna. Gli error miei gravi, e del mio giusto scempio L’editto, che in que’ carmi aperto scorse 228L’Anima conscia a sè del suo cor empio, Fér sì, che mentre il Condottier mi porse La man per superar le soglie insieme 231Gran tempo stetti di seguirlo in forse; Ma da lui preso alfin conforto e speme, Posi tremante il piè dentro i secreti 234Aditi sempre chiusi all’uman seme. Giungean al ciel le fulgide pareti Scarche di tetto, che al chiaror diviso 237Dell’aere sacro il penetrarle vieti. Nel mezzo eretta un’ara, e in quella inciso: Io son principio e fine; a cui dintorno 240Sette fra i Cherubin più ardenti in viso Davan incensi, e ne rendean il giorno Annebbiato da fumi, e il tempio stesso 243Di maestà fra dubbia luce adorno.

Poichè adorato umíle ebbi con esso L’invisibil di Dio gloria tremenda, 246Che a fral guardo mirar non è permesso, Sbigottito scoprii negli atti orrenda Schiera, che ovunque voli avvien per tutto, 249Che fra eccidio e dolor le nubi fenda. Vedi, ei soggiunse allor, qual tragge frutto L’Alma dal vaneggiar de’ suoi pensieri; 252Vedi quei, che a recar la morte e il lutto Stanno su l’ale pronti aspri Guerrieri Coll’occhio attento in aspettar il cenno, 255Contro cui scampo arte, o valor non speri. Quel che calcante armi e trofei t’accenno, È l’Angiol, che mutò Nabucco in belva, 258E tolse a lui coll’alterezza il senno, E d’ogni cruda fiera, che s’inselva, Lo fe’ compagno, onde co’ suoi muggiti 261Del grand’Eufrate empiè l’acque e la selva. L’altro, ch’agita in aria i vanni arditi, È quel, che nella notte in Ciel segnata 264Lo squallor mise negli Egizj liti, E scannò i primi figli; e sguaínata Ancor tenea la fulminante spada, 267Che di sanguigne strisce era bagnata. Quegli, cui par che dalla fronte cada Gruppo di lampi al suol per cener farne, 270D’Asfalte nella fertile contrada Vibrò le fiamme ultrici a divorarne L’infame terra, e la consunse, ed arse 273Degli empj abitator l’ossa e la carne. L’altro, cui scritto su le ciglia apparse Sterminator, colle man preste e fiere 276Di Siloe in riva il sangue Assiro sparse,

E serba ancor delle svenate schiere All’asta, che ne’ petti armati immerse, 279Le ravvolte da lui Caldee bandiere. Questi nella Giudea, mentr’egli offerse In sagrifizio a Dio vittime tante, 282La strada all’aure venenate aperse Del buon Re sciolto in pianto agli occhi avante: Vedi, che ancor la feral tazza aggira 285D’orribile furor colma e fumante. Cent’altri poi, da cui vendetta spira, Ei m’additò scelti al terribil uso 288Della celeste irreparabil ira; Ond’io dall’atra visíon confuso Con fioca voce: Oimè! Padre, gli dissi; 291Grande è il mio fallo, e non l’ascondo, o scuso. Ma per que’ carmi all’alte porte affissi, Poich’egli è ver, che libertade è rea, 294Spiega come finor libero io vissi, E come avvien, che la divina Idea, In cui d’ogn’uom l’opra futura è impressa, 297Arbitre in loro oprar l’alme poi crea. Ed egli a me: M’avveggio ben, che oppressa La mente tua da una vertigin folta 300Vorrìa da immobil fato esser compressa; Ma fra la nebbia tua pel ver disciolta Intenderai del tuo poter interno 303Grave da me argomento; e tu m’ascolta. Poichè àvvi immenso in Dio saper eterno, Dubbio non è, che tali egli potesse 306Crear sostanze col valor superno, Che fosser pur esse cagioni, ed esse Di lor medesme virtù avendo attiva 309L’adoprasser intera entro sè stesse.

Dell’uom l’Alma è fra queste, a cui nativa Dio forza infuse pel terren cammino 312Ne’ desir suoi liberamente viva. Or quand’ egli con provido destino Le cose appresta all’avvenir serbate, 315Prescrive ancor col suo voler divino Quel che d’invitta dee necessitate L’Alma soffrir, e quel, che d’ogni incarco 318Sciolta oprar sua ragion può in libertate; Chè ben mille entro l’uom schiudonsi il varco Mali aspri e affanni, cui porre egli il freno 321Non vale, e non gli è dato irne mai scarco. Quanto ordinò d’eternità nel seno Il supremo Voler, nel tempo elíce, 324E al voler sorge egual l’effetto appieno; Chè diverso all’effetto esser non lice Da quell’ordin, che in lui stabil ordío 327L’onnipotente sua causa e radice. Tu a prova il sai, che, benchè a te restío Contrasti il cor, che fervido s’adopra 330Ad invescarti nel peggior desío, Puoi col tuo ragionar levarti sopra Que’ moti impressi in te dalla vil salma, 333E sospender ad essi, e negar l’opra. Tu puoi moverti ovunque brami, o in calma Del mar, o in mezzo alle fierissim’acque, 336Chè a scerre anche i perigli arbitra è l’Alma; Anzi non puoi non esser tal; chè nacque Indivisa da te questa possente 339Lena, che giunger teco a Dio già piacque. Primo libero è Dio, primo volente, Qual cagion prima, in cui pieno s’accoglia 342Quant’è il voler d’ogni creata mente;

Ond’essa, quando avvien che il desío scioglia, Poichè libera in sè fatta è da lui, 345Debbe voler, com’egli vuol che voglia. Nè Dio col preveder le geste altrui Cangia agli enti natura, e il puro offende 348Dono di libertà ne’ moti sui; Chè il sommo antiveder, che in lui risplende, Da giustizia e pietà se lo dividi, 351Indifferente appien per l’uom si rende, In quella guisa che se tu dai lidi Un errante nel mar naufrago scopri, 354Perchè tu il guardi a naufragar, nol guidi; Così Dio scorge quel che pensi ed opri, Ma non t’astringe a far quel ch’egli vede, 357Nè il vedrà mai, se divers’atto adopri. Qual la memoria tua, che ti fa fede Di prische opre, non fu mai per te dura 360Forza a far ciò, che al ricordar tuo riede, Ma averlo fatto è la ragion, che in pura Immago offrasi all’Alma, e tu il rivegga; 363Tal la prescienza in Dio d’opra futura Non è destin violento, che il tuo regga Spirto a far quel che eseguirai dipoi; 366Ma il farlo tu è cagion ch’essa il prevegga. Eroe felice, i sacri accenti tuoi, Io gli soggiunsi, han già disciolta l’ombra, 369Che annebbiò l’alma mia ne’ dubbj suoi. Ma un novo bujo in me sorge, e m’ingombra, Come in noi regni e libertade e grazia. 372Deh! tu, che solo il puoi, tu me ne sgombra. Troppo chiedi, ei gridò. Mente, che spazia In corpo fral, non cape i sensi eletti 375Di chi nel centro del saper si sazia;

Pur m’odi; e mentre lume al fosco aspetti Ingegno tuo, nell’immortal tua parte 378Imprimi, e serba ognor questi miei detti: Chè allor, che veri intendi obbietti a parte Necessarj in ragion, che poi mistero 381Congiunti fan d’argomentar nell’arte, Se unirli insiem non lice al tuo pensiero, Non dubitar di lor concordia e pace; 384Perchè il vero non mai distrugge il vero. Poichè pregio è di Dio solo, in cui giace L’eterna a par di lui Bontade immensa, 387Che sua grazia diffonde ove le piace; Nè avvien, che ogni Alma libera, che pensa, Le voglie a ben oprar non abbia pronte, 390Se pria non è dal divin raggio accensa. E non saría un ruscel sceso dal monte Ingiusto vantator, che sue chiamasse 393Le dolci limpid’acque, e non del fonte? Or ella, che dal sen pietoso trasse I doni suoi, nell’uman cor non trova 396Merto, per cui sua grazia in lui spirasse; Perchè il principio, onde ogni merto ha prova, E l’unica di Dio Bontà sublime, 399Che sè stessa in altrui sparsa rinnova. Ella nell’uom le grazie infonde prime, Che accolte in lui dan varco alle seconde, 402Purchè arbitro di queste ei non s’estime: Come le prime acque del río feconde, Se sgombre di ritegno abbian le strade, 405Traggon placide seco ancor l’altr’onde. Soave spira l’immortal Bontade Grazia all’uman voler ne’ moti incerto, 408E l’atto del voler è libertade;

E libertà, che il ben elegge, è merto, Perchè il motor de’ corpi ai corpi unisce 411Legge tal, che gli sforza a un ordin certo; Ma gli arbitrj dell’Alma anzi abbellisce Co’ lumi suoi, che sovra lei rivolse, 414E la invita a que’ rai, non la rapisce. Questa il mio spirto ne’ verd’anni accolse Grazia del Ciel, per cui tenero spinsi 417Il piè sul cammin aspro, ov’ella il volse. Tenacemente a questa io sì mi strinsi, Che a schivo ebbi i piacer di fango aspersi, 420E con ferrate spine i lombi io cinsi: Per essa gli occhi e i miei pensier conversi Alle dure vigilie e al pianto io tenni, 423E il pianto e il duro vigilar soffersi: Con lei dal Lazio, ove orator sostenni Le sacre leggi, al nido, in cui già nacqui, 426La mia diletta greggia a pascer venni: Per lei le ingiurie, onde segnato giacqui, Qual uom, cui di ragion mancan gli uffici, 429Mi furo dolci e care; e muto io tacqui. Questa poi, che alte in me pose radici, Empiè le mie d’amor opre e parole 432Pei cor ingrati; ed io gli amai nemici. Rapito alfin, come colomba suole Dalla nebbiosa valle ergersi fuori, 435Cercando aere miglior, che la console, Salii nel cerchio de’ beati Cori, Ove grazie ai sospir rendo, che in terra 438Fur l’esca amara de’ miei dì migliori. Le rendo al mio squallor, che dee sotterra La sua cangiar nel sole ombra notturna; 441Le rendo a quei, che mi dier tanta guerra;

Ch’io scorgo ora dal ciel la taciturna Fronte piegar su le mie gelid’ossa, 444E porger voti alla mia pallid’urna. Ben l’immensa di Dio virtude mossa Dall’altrui preci anche i miei membri spenti 447Renderà illustri nell’opaca fossa, Che al mio pien del suo nome ubbidíenti Vedrai le pesti e l’atra fame esangue, 450Il procelloso mar, le nubi, i venti, Le febbri ascose nel torpor del sangue, L’acerbe piaghe, e l’implacabil morte; 453Ch’ove grazia abbondò, poter non langue. Tacque; e l’altare sfavillò sì forte, Ch’io non so come a quel balen rivolsi 456Il piede fuor delle tremende porte; Nè più il tempio rividi: e mentre volsi Smarrito al ciel lo sguardo, e fuggitivo 459Negli occhi miei subitamente accolsi Di tre fonti di luce un fonte divo, Dintorno a cui scritto da folgori era: 462Mistero incomprensibile ad uom vivo. Ei spinto ardentemente alla sua sfera Disse, stringendo al mio l’amico lato, 465Va, pensa, impara, e prega, e piangi, e spera; E in abbracciarme il sen mostrommi armato D’un’aurea Croce, e da una face bella, 468Come servo d’amore il cor lustrato; Ed i vibrati rai da questa a quella Tal ricco di splendor diffondean fiume, 471Qual se gli scintillasse ivi una stella. All’alto allora ei dispiegò le piume, E quanto ascese più, men chiaro apparve; 474Alfin perdendo il suo nel maggior lume, Si mise dentro al gran Mistero, e sparve.

ct ct

Pag. 5. | Dall’erta caddi, e un caprifico verde

Afferrai sporto fuor del curvo sasso.

Questa idea è tolta da nel lib. XII dell’. Ma quanto è più nobile e passionata nel nostro Autore, che non in quel poeta? Omero fa raccontare ad Ulisse il naufragio da se fatto al vortice di Cariddi. Dice, che si strinse fortemente ad un gran fico, o sia fico selvaggio, che noi chiamiamo caprifico, a cui stavasi attaccato, dic’egli, come un vispistrello (per verità questo paragone in un tal poema è un poco basso). La traduzione in ottava rima, che dell’Odissea ha fatto il valoroso signor abate Bozoli, dà a questo passo un poco più di spirito, che non ha certamente nel testo originale, come ben si pare dalla versione letterale, che ne ha fatto in latino Andrea Divo Justinopolitano. Se poi quell’immagine del giudice, che s’alza dal tribunale per andar a cena, sia una comparazione, come vuole il Perault, o una data di tempo, come pretende l’abate Bozoli, non è così facile il deciderlo. Comunque sia, è cosa assai ricercata, com’è tutto quel racconto. Non così il nostro Autore, il quale nelle seguenti terzine con assai vivi colori poetici esprime i diversi effetti, che produce nell’animo un gran timore, naturalmente cagionato da un evidente pericolo della vita. Ma dai nostri erano assai diversi i tempi ed i costumi, di cui parla Omero nell’Odissea, come si può scorgere in tutto quel poema: qui si vede, che Omero fa esprimere il racconto dalla bocca stessa d’Ulisse; e può essere, che Ulisse stesso l’abbia fatto, come viene espresso da Omero e che non abbia dati i segni di timore alcuno, che il gran pericolo, in cui egli incorse, doveva eccitare in lui, per vana gloria di valor militare, che si vanta di non temere i periioli.

P. 8. | Ma come in tanta gloria or ti riveggio ec.

L’incontaminata vita, le apostoliche fatiche, e i sacerdotali costumi di monsignor Barberini, del tutto conformi all’idea, che del vescovo ci dà san Paolo nelle sue Epistole a Timoteo e a Tito, danno un giusto motivo all’Autore di supporlo già Beato in cielo.

P. 10. | Sette fra i Cherubin più ardenti in viso ec.

Di sette Angeli principali, che assistono al divin trono, si fa menzione spesse volte nelle Scritture: come in Tobia (cap. XII): Ego sum Raphael Angelus, unus ex septem, qui adstanius ante Dominum. E più acconciamente all’argomento, di cui tratta l’Autore, nell’Apocalissi (cap. VIII) si parla di sette Angeli presti alle vendette del Creatore sovrano, uno dei quali vien detto nel cap. IX Sterminatore: Latine habens nomen Exterminans.

P. 12. | Poichè avvi immenso in Dio sapere eterno, ec.

Entra qui l’Autore a spiegare teologicamente come si concilii l’umana libertà coll’infallibile prescienza divina, la quale, riguardo alle azioni dell’uomo, che portano seco merito, o demerito, non induce in lui necessità, come dicono le Scuole, antecedente, ma sol conseguente. Val a dire, che intanto Iddio vede il bene, o il male, a cui l’uomo vuole appigliarsi, non perchè egli lo costringa all’uno, o all’altro, ma perchè vede l’uomo già risoluto ad abbracciare, e compiere l’uno o l’altro col suo libero arbitrio, giusta il detto dell’Eccl. (cap. XVI): Ante hominem vita, et mors, bonum, et malum; quod placuerit ei, dahitur illi. Col qual testo, e con altri simili della Scrittura resta confutato l’errore de’ Novatori, che niegano all’uomo la libertà d’indifferenza.

Pag. 15. | che poi mistero

Congiunti fan d’argomentar nell’arte, ec.

Varj sono i sistemi introdotti nelle Scuole Cattoliche a spiegar la concordia della Grazia col Libero arbitrio, di che parla egregiamente ne’ suoi libri De Gratia et Lib. arbitrio. Ai sentimenti di questo santo Padre attiensi l’Autore, asserendo, che la Grazia ottiene dall’uomo ciò che vuole, non colla violenza, ma coll’amore, e colla celeste dilettazione, che soavemente trae l’uomo a volere liberamente quello ch’ella vuole: Noli cogitare, dice il santo Dottore (tract. 26 in Joan.), te invitum trahi: trahitur animus et amore. E poco dopo: Parum est voluntate, etiam voluptate traheris.... non necessitas, sed voluptas; non obligatio, sed delectatio.

P. 16. | Con lei dal Lazio, ove orator sostenni, ec.

Fu Monsignor Barberini Predicatore Apostolico in Roma, e sono le sue Prediche pubblicate colle stampe.

Ivi. | Per lei le ingiurie, onde segnato giacqui, ec.

Con maravigliosa pazienza esemplare tollerò questo degno Prelato le ingiurie fattegli, e le ingiuste accuse dategli presso d’un Sommo Pontefice.

Visione II

Dal nembifero mosse alto Apennino D’atri vapor nitrosi un turbin carco 3Su l’albeggiar del rorido mattino, E l’opposto fendendo aere più scarco, D’oscure lo coprì nubi spezzate, 6Che a lungo stese, e poi ricurve in arco Scendean, salìan or sciolte, or aggruppate; E dopo l’urto divideansi rotte 9Da lampi lucidissimi, e segnate, E dal vortice ovunque eran condotte Ratto più che non è colpo di fionda. 12Seco traean grandine, vento, e notte.

Dei Re de’ fiumi alla populea sponda M’avvidi il pien d’orror nembo appressarse 15Per lo increspar retrogrado dell’onda, Pel lume fier, che sovra l’argin arse, E per la polve attorcigliata in suso, 18Che sì folta negli occhi a me si sparse, Ch’io colle man difesi il ciglio chiuso. E allor fra le addoppiate ire del vento, 21Fra la tempesta e i fulmini confuso S’io cadessi non so ne’ sensi spento, E lo Spirto di Dio nuove infondesse 24Idee nell’Alma assorta in quel momento, O se più lieve il corpo mio rendesse L’agitato sul Po turbin che apparve 27Sì, che l’eterea via varcar potesse; So che su ’n erto colle esser mi parve Sì certo spettator di quel ch’io vidi, 30Che fora colpa il dubitar di larve. Eran alberghi di silenzio fidi Del colle i poggi, ove nè armento rara 33Orma imprimea, nè augel formava i nidi: Lo vestìa terra ingrata e d’erbe avara, E l’adombravan le ramose piante 36Del sacro incenso e della mirra amara. Muta era l’aria; ma in que’ sassi infrante Tratto tratto s’udian d’un pianger fioco 39Note come di suon da lungi errante: Lume tranquillo ivi splendea, ma poco; E pur un non so che d’interna pace 42Mi rendea dolce, ancor che triste, il loco. Mentre in profondo meditar sen giace L’Alma gl’ignoti obbietti: E perchè vai 45Pensando a quel che tua ragion ti tace?

Gridò una voce; e d’improvvisi rai Un angelico volto il mio coperse, 48Tal che attonito caddi, e l’adorai. Sorgi, ei soggiunse, e serba a chi converse Nel tuo spirto e nel mio l’antico nulla 51Quel culto umíl, che il tuo stupor m’offerse; Serbalo a chi da una mortal Fanciulla, Ancor che in sè beatamente eterno, 54Nacque per te raccolto in rozza culla. Chè un servo io son del suo voler superno, Delle Galliche insiem piagge e de’ fiumi 57Invitto difensor scelto al governo; Ed or l’immenso Donator dei lumi Per quest’aere benigno a te m’invía, 60Perch’io il tuo fosco immaginar allumi. Tu giunto sei per sì mirabil via Al colle sacro alla Pietà celeste; 63L’aria, che tu respiri, è sacra e pia; Sacro è il terren, che premi: e ben fra queste Balze il soave lagrimar, che puomme 66Intenerir non chiuso in fragil veste, E il suolo dalle rupi ime alle somme Steril di fiori, e gli alberi stillanti 69D’incenso e mirra le odorate gomme Mostran a te, che i puri voti, e i pianti, E le voglie del reo piacer nemiche 72Salgon quai fumi eletti a Dio davanti. Ma perchè tu comprenda all’Alme amiche Di virtù quanto sia dolce il perdono, 75Quanto il premio maggior delle fatiche, Vieni, e della Pietà divina al trono Volar uno vedrai Spirto innocente, 78Chè di Pietade anche innocenza è dono.

Delizia un tempo fu di Re possente, Or lagrimevol cura, e lungo affanno 81Nella memoria della Franca gente: Fu già Enrichetta in terra; or più non hanno Altro di lei le Galliche contrade 84Che la sua morta spoglia, e il vivo danno. Placida nel suo volto era onestade, Rigida sol nel core, e le splendea 87In ogni atto gentil grazia e umiltade; Al virginale onor pregio accrescea L’età fiorita, ed all’etade il senno, 90E nata al regno anzi che al Re parea. Ben a tante virtù premj si denno Pari al divino amor, che in lei le accese. 93Ma vieni omai, vieni, ch’io l’ale impenno; Poggia tu meco oltra le vie scoscese, Poichè il tuo piede al loco, ove pria giunse, 96La costa solo, e non la cima ascese. Alzossi, e l’aer forte così disgiunse, Che questo spinse me fino alla vetta, 99Mentre al mio tergo in sè si ricongiunse. Era la cima una pianura eletta L’erbe e i fiori a nutrir, non da confine, 102Non da monte maggior ombrata e stretta: Immense turbe ivi giaceansi chine In atto umil, dell’adorabil segno 105Fregiate il volto infra le ciglia e il crine. Nel centro delle turbe il sacro Legno Da terra alto s’ergea, su cui fu vinto 108Dall’eterna Pietà l’eterno Sdegno; Il cui tronco di sangue ancor dipinto L’orme serbava in sè tenere e crude 111Del divin Figlio fra le piaghe estinto.

A lato della Croce una che chiude Candida nube nel secreto seno 114La terribil di Dio gloria e virtude Stendeasi a lungo fino al ciel sereno, E il suo bianco fendea vortice spesso 117Or coll’iride pinta, or col baleno: Stavansi al cerchio della nube appresso Gli Angeli della pace, a cui ne’ lenti 120Sguardi il suo raggio avea Pietate impresso; Ed essi a rammentar quell’opre intenti, Per cui s’arrese un dì grazia al delitto, 123Alternavan fra loro i casti accenti. Questi dicea: L’empio Manasse afflitto Fu ne’ ceppi Caldei, dov’egli giacque 126Pel giusto ai falli suoi fine prescritto; E pur, gran Dio, tanto il suo duol ti piacque, Che il regno a racquistar tu lo serbasti; 129E mostrò i ceppi, e sospirando tacque. Soggiunse un altro: Tu Sanson mirasti Sotto il fier Filisteo, che il cor gli franse, 132Gemer coi lumi insanguinati e guasti; E il suo pentir l’arco tuo teso infranse Sì che rendesti a lui le chiome ultrici; 135E in rammentarne il pianto ei dolce pianse. Quegli narrò le lagrime felici Di Ninive, e l’eterna ira che langue, 138E le pendenti affrena ore infelici Contro al Re Assiro pe’ flagelli esangue Fra la cenere, il lutto, e lo squallore; 141E i flagelli scoprì sparsi di sangue. Un fra l’opre cantò l’opra maggiore Di Pietade e d’Amor, che il Paradiso 144Empiè di bella invidia, e di stupore:

L’Agnel di Dio spietatamente ucciso, Ostia per l’Uom sul tronco offerta al Padre; 147E abbracciò il tronco, e impallidissi in viso. Ma ripigliando poi le sue leggiadre Forme, e la gloria, a cui fu scelto erede, 150Forte gridò fra le beate squadre: L’Onnipotente abita in questa sede. Ei tutto può, resister sol non puote 153Dei cor umani al pianto ed alla fede. Dall’increspar del ciglio, e dall’immote Mie luci in terra il Duce mio s’avvide, 156Che me dubbio rendean l’ultime note; E con quella, che al labbro ognor gli arride Grazia, cui diede il Ver sue voci in cura, 159Sciogliea già il freno alle parole fide, Quando in pien coro udissi: Ah! vieni, o pura Alma aspettata; il Ciel per te sospira, 162Che te rapì fuor della valle impura. Ei cangiò sensi, e mi soggiunse: Or gira Lo sguardo delle Turbe al lato manco. 165Ecco Enrichetta; a lei ti volgi, e mira. Ella venía della Pietade al fianco, E l’aria avea leggiadramente umíle, 168Come d’un volto per dolcezza stanco: Cingeano i gigli dell’eterno Aprile Le nere chiome, ed ombreggiavan lieve 171Degli occhi neri lo splendor gentile; Nè il serto, che in candor vincea la neve, Era al bruno color misto al vermiglio 174Delle sembianze sue discorde e greve. Presso alla nube, che asconde il consiglio Della Divinità, che in un Dio solo 177Il Padre abbraccia, e il divo Amore, e il Figlio,

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