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Tragedie, inni sacri e odi

Alessandro Manzoni · 1922 · Free in the US

35,562 words · about 2 h 29 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Alessandro Manzoni
Language
Italian
Published
1922
Length
35,562 words · about 2 h 29 min
Sections
19 reader sections
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Public domain in the United States

 

Contents (19)

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Front matter

ALESSANDRO MANZONI

nella forma definitiva e negli abbozzi e con le varianti delle diverse edizioni

a cura di

Dedica

ct ct ct

Παρὰ τῆς δόξης καὶ μνήμης τῆς περὶ τοῦ γεννήσαντος, τὸ αἰδῆμον καὶ ἀῤῥενικόν. , 1, 2.

Prefazione

ct

Questo volume contiene, e, quando è stato possibile, nell’ordine che volle l’autore:

a) tutti quei componimenti in versi, che furono dal Manzoni stesso ristampati tra le sue Opere varie, nel 1845 (le due Tragedie, gl’Inni sacri e lo Strofe per una prima comunione, il Cinque maggio), e quegli altri due (l’ode Marzo 1821 e il frammento di canzone sul Proclama di Rimini) ch’ei pubblicò a parte nel 1848, e aggiunse poi, nel 1860, all’antico volume delle Opere varie;

b) quelli che furono già da lui o da altri, lui vivente, pubblicati, ma ch’egli non più accolse tra lo suo poesie (il carme In morte dell’Imbonati, l’Urania, l’Ira d’Apollo, gli sciolti A Parteneide, il sonetto al Lomonaco, un frammento dell'inno Ai Santi, l’epigramma pel ritratto del Monti);

c) alcune dello sue poesie giovanili (i sonetti Alla sua donna, il Ritratto di se stesso, Alla Musa, finora inedito; l’idillio Adda, la canzone Aprile 1814);

d) i pochi versi latini composti da vecchio (l’epigramma Volucres e i distici al Ferrucci).

Ho lasciato da parte, per ragioni di varia natura, i tre Sermoni (1803-1804), il frammento di un’Ode alle Muse (1804?), l’Ode erotica «Qual su le Cinzie cime» (1804), il poemetto in quattro canti e in terzine Del Trionfo della Libertà (1800), le traduzioni da Virgilio e da Orazio, l’epigramma Ad Angelica Palli (1827), Il canto XVI del Tasso, «dramma, quasi improvvisato, per celia», e qualche altro frammento di assai dubbia paternità, o che il Bonghi raccattò nel volume I delle Opere inedite o rare del Manzoni, o che altri è venuto pubblicando.

Non ho mancato di riprodurre, a illustrazione dei diversi componimenti, pur quello Prefazioni e Note e Notizie storiche, onde il Manzoni, o fin dalla prima edizione o nelle successivo ristampe, li volle accompagnati. E a ciascun componimento, o gruppo di componimenti, ho fatto precedere una succinta Notizia bibliografica.

Sennonché — e questa è forse la principale tra lo singolarità che distinguon la nostra da tutto le precedenti edizioni — al testo definitivo dei diversi componimenti, quale lo divulgò il poeta, ho fatto seguire, in separato appendici, anche gli abbozzi rinvenuti tra lo sue carte. Essi son documenti di straordinaria importanza, che ci permettono di penetrare più a dentro nel pensiero e nello intenzioni artistiche del Manzoni. Si tratta non di semplici brutte copie o di scarabocchi informi, bensì di frammenti spesso molto estesi e lavorati con cura, dove quasi sempre il poeta si rivela più schiettamente e risolutamente ribelle. Perchè poi li mettesse da parte o li lasciasse incompiuti (non li distrusse però; del che dovrebbero tener conto certi schizzinosi che si scandalizzano di siffatte pubblicazioni postume, a parer loro indiscrete e dannose), sarà istruttivo o gradevole indagare.

In un mio discorso del 1894, per inaugurare il nuovo anno scolastico della R. Accademia Scientifico-Letteraria di Milano, ebbi già a dare un modesto saggio del grande partito che dall’esame di quello pagine si può cavare per intendere a pieno la riforma drammatica tentata dal Manzoni. Il quale, a buon conto, se è il maggiore, o l’uno dei due maggiori nostri prosatori, è anche, insieme con l’Alfieri, l’uno dei due nostri tragediografi più insigni. E mi sia lecito ricordare che di quelle mie osservazioni si dichiarò assai compiaciuto, in uno degli arguti suoi articoletti della Cultura, il primo, per tempo e per merito, dei manzoniani d’Italia, il Bonghi; e la sola volta che a me toccò la fortuna d’intrattenermi con lui di letteratura — eravamo andati, col D’Ovidio, a visitarlo nella tranquilla villetta di Torre del Greco, dove di lì a qualche mese quella magnifica fiamma d’intelligenza si spense —, ei mi riparlò ancora dei mirabili abbozzi del Manzoni, sui quali egli aveva fin allora invano richiamata l’attenzione degli studiosi. Questi avevan preferito continuare a far, come si dice, dell’accademia pur intorno al poeta ch’ebbe più in uggia l’accademia; e gli ortodossi stracchi non riuscivano meno stucchevoli, con lo loro rifritture, dei pappagalli eterodossi.

Un’altra singolarità della nostra edizione riguarda il testo. Dei componimenti ripubblicati dall’autore abbiamo, s’intende, ridato scrupolosamente il testo da lui fissato nel 1845, e in qualche minimo particolare ricorretto nel 1870; ma, a piè di pagina, ho altresì segnate le varianti delle prime edizioni. Chi vorrà gettarvi un’occhiata, troverà che metteva ben conto di rifare per le opere poetiche quel lavoro di confronto che già altri ha compiuto pel Romanzo. Le osservazioni sarebbero molte e curiose, e qualcuna n’ho accennata qua e là nelle note. Mi limiterò qui a qualche altra spigolatura.

Per la più parte, i mutamenti dell’autore riguardano l’ortografia. Anche alle opere poetiche egli avrebbe voluto infliggere una buona risciacquatura in Arno; ma il Conte di Carmagnola e il Re Adelchi non gli si mostraron così docili come i due sposi del contado di Lecco. Il linguaggio della poesia — soprattutto poi in Italia, dov’è ancor viva e gagliarda una tradizione poetica nobilissima — ha pretese che quello della prosa o conosce poco o non conosce affatto. E lo stesso inesorabile scrittore che, in grazia dell’uso fiorentino, rinunzia, nel capolavoro prosastico, al benefizio della varietà e della convenienza armonica, e muta, per esempio, in tra quanti mai fra o in fra gli erano altra volta caduti dalla penna, può trovarsi costretto a lasciar correre, nelle tragedie: «fra tante ambasce, «ella è, fra tante,... una fallita impresa», «in fra i perigli». Vero è che, quando è prεso dal dèmone della pedanteria, anche qui ei si sente il coraggio di far εsclamare al povero Conte: «Non troverò tra tanti prenci... un sol»; ma si direbbe che un tale sforzo lo faccia altrove dormicchiare. E allora riescono a sgattaiolare qualche «fra di noi» o «fra noi» o «fra loro», che senza scandalo sarebbero potuti diventare altrettanti tra. Può esser curioso notare come nel verso: «Fia risoluta in fra noi due la lite», ei s’affretti bensì a cancellare l’in, ma non trasformi in tra il fra; come pur fece, ad esempio, nell’altro verso dove prima aveva scritto: «in fra costor chiarito...» (p. 41 e 45).

Insomma, nel Romanzo, lo scrittore poteva sbizzar- rirsi più a suo agio; e perfino, com’ebbe ad avvertire il D’Ovidio!, sacrificare l’aritmetica alla sua norma linguistica e all’armonia dello stile, sostituendo al primitivo «fra tre o quattro confidenti» un «tra quattro o cinque confidenti». Ma in poesia, specialmente se già divenuta celebre e già sulle bocche di tutti, non era ugualmente agevole abbandonarsi a simili bizzarrie; o manomettere a cuor leggiero, poniamo, i due versi dei due Cori dell’Adelchi:

Fra tema e desire, s’avanza e ristà....

Te collocò la provida Sventura in fra gli oppressi.

A ogni modo, dovunque può lo zelante apostolo della fiorentinità della lingua porta, in questi lavori giovanili d’avanti la sua conversione filologica, il ferro e il fuoco purificatore. Fa ogni sforzo per iscrostare la pàtina arcaica, o magari detergere la muffa dell’ortografia stantìa. Così, tutte le noje proprj principj, i piccioli picciola, gli eguali eguaglianza, i verisimili e verisimiglianza, le obbiezioni, le contraddizioni, le quistioni, le voci del verbo obbedire, le forme verbali debba e debbono, chieggio e veggio, cangio e sieno, i vi era, e i si è, i quei, i dei dai nei, sui o su di un, fra i ecc., son diventate noie, propri, principi, piccolo e piccola (una «picciola appendice» è rimasta, p. 154), uguale e uguaglianza, verosimile o verosimiglianza, obiezione, contradizione (nel Romanzo tornò a «contraddizione» e a «contraddire»!), questione, ubbidire (nella prima stampa si oscillava tra le due forme), deva e devono, chiedo e vedo, cambio e siano, ci era e il semplice è, que’, de’ da’ ne’, su’ o su un, tra’. Non si riesce a capire se, costretto com’era dalle esigenze metriche a mantenere intatti gli havvi e gli hàvvene, ei preferisse scriver quelle voci con l’h iniziale, o senza. Nell’Adelchi (p. ) rimase «havvi altra via», ma altrove () il primitivo «via non havvi» divenne «via non avvi»; e «avvi» rimase immutato nel Carmagnola (): «avvi una via». Qui stesso però mutò in «havvene» due «avvene» successivi, e un altro in «haccene». Che forse, con quell’h onoraria, volle distinguer la voce sdrucciola del verbo «avere» dalla piana, o petrarchesea («Se da lo proprio mani Questo n’avven...»), del verbo «avvenire»?

Un tempo, era piaciuto anche a lui (come pur ora forma la delizia dogli scrittori novellini, e qualche volta pur di quelli che non son più, come Dante direbbe, «novi augelletti »!) disarticolare certi nessi che l’uso fiorentino impone; e scrisse «su l’affannoso», «su la pupilla», «su le sciolte redini», «su le fronde», «su la tua fortuna», «su la tua fede», «su le chiome», «su l’armi», e fino in una didascalìa «su le mura». Poi reputò meglio non separare, neanche in versi, quod Deus coniunxit, e ripristinò: sulla, sulle ecc., e nella ristampa del 1870 anche «sull’armi». Dove prima aveva scritto «in su l’altar», «in sul mattin», dopo scrisse «su l’altar» e «sul mattin»; dov’era «in su lo scudo», mise «in sullo scudo»; lasciò intatto «spargendo in sulla via»; e non osò toccare, pur nel Coro per Ermengarda dove tanti su la divennero sulla, il verso «Calata in su la gelida». Invece, coi composti di con usò il procedimento inverso; e dove era scritto: «colla spada», «coll’occhio», «cogli amici», «cogli altri», più tardi sostituì: «con la spada», «con l’occhio», «con gli amici». Vero è che anche prima non s’era peritato, in un certo luogo, di disgiungere: «con gli eserciti» (p. ).

Circa al povero dittongo uo, il D’Ovidio ebbe già a notare le fortunato contradizioni in cui il Manzoni era caduto ritoccando lo tragedie. All’imprigionato Carmagnola egli non risparmia la pena di correggersi: «Ah! tu vedrai Come si mor!», «Oh perchè almeno Lunge da lor non moio!... Che val di novo Affacciarsi alla vita...?», o peggio ancora, con curioso equivoco, «Allor che Dio sui boni Fa cader la sventura...». Nè all’infelicissima moglie del Conte risparmia l’affettazione: «io moio di dolor!». Tuttavia lasciò indisturbata la sentenza: «i buoni mai Non fur senza nemici». Gli è che codesti rari atti d’indulgenza son quasi sempre semplice effetto di distrazione: giacchè, non paia soverchio l’insistervi, anche un così oculato e attento scrittore dà non iscarse prove di saper distrarsi. E allora gli sfuggono, oltre le forme dianzi rilevate, un «ajuto», qualche «contra», degli «anco», dei «sovra».

Del terribile egli non sempre qui gli riesce di far lo scempio che nel Romanzo. E se, per esempio, ottiene che un senatore veneziano dica: «Giustizia troverà... Ma se ricusa, se sta in forse», invece di «Giustizia ei troverà... Ma se ricusa, s’egli indugia», non può togliergli di bocca, iniziando il discorso: «Ov’egli Pronto ubbidisca». E ancora, se nella Prefazione al Carmagnola riesce a fare a meno dell’inviso pronome, sostituendo «quando è» a «quando egli è»; nella tragedia si vede costretto, se vuol cancellare un incomodo «dunque», ad accettar il soccorso che gli offre proprio quel pronome. Vero è che gliel offre in una frase interrogativa, e nell’umile condizione d’un pleonasmo; dove cioè la parlata toscana, non solo lo tollera, ma gli fa festa. Prima faceva dire dal Conte (p. ):

E che! Sì nuova Dunque mi giunge una vittoria? E parvi Che questa gioja mi confonda il core....?,

e dopo, ha modificato:

E che! Sì nova Mi giungo una vittoria? E vi par egli Che questa gioia mi confonda il core....?

Anche quanto agli arcaismi il poeta si sente le mani legate. A volte, la correzione è agevole; come quando muta «e tostamente un guardo» in «e subito uno sguardo», ovvero quando trasforma le frasi, che per di più si seguivano a breve distanza: «E guata al lume della luna», «Perchè così mi guati Attonito?...», nelle altre: «E osserva al lume della luna», «Perchè così mi guardi Attonito?...». Ma nel primo Coro dell’Adelchi gli è convenuto meglio non toccare il verso: «I figli pensosi pensose guatar». Come pure non toccò «le gioie dei prandi festosi», contento ad accorciar gl’j di «gioje» e di «prandj»; «t’aiti Quel tuo figliuol», «nosco trarrem Gerberga», «se quandunque mentirò», «le grazie a lui rendute», «dal suolo Uliginoso», «che a loro Caglia di lui», «ve ne rammenta?», «ricòrdivi di me», «del solio indegna» (mentre altrove: «Quand’egli osò di contrastarmi il soglio?», e «Quei che il crollante Soglio reggere han fermo»); e tante altre forme e frasi di uso o di sapore più o men vieto, fino a quell’ammuffito e curioso «E comple?» (p. ), che un critico maligno ebbe subito a rimproverargli, senza che un giudice ben altrimenti equo e gentile, «per ammenda tarda, ma dolce ancor», ne lo redarguisse.

Rari sono i ritocchi un po’ più essenziali. Dal diacono Martino, nell’Adelchi (II, 3), aveva fatto narrare, equivocando nella topografia:

L’orme ripresi Poco innanzi calcate; indi alla destra Piegai verso aquilone....

Il marchese Cesare d’Azeglio, padre di Massimo, lo avvertì dello svarione, ed egli corresse: «alla manca Piegai». L’equivoco, dichiarò nella famosa lettera Sul Romanticismo del 22 settembre 1823, «è nato dall’aver io... dimenticato affatto che in quel momento io rappresentava il viaggiatore tornante indietro dalle Chiuse verso l’Italia. Non badai a quella sua situazione accidentale, o lo immaginai rivolto con la persona verso il campo di Carlomagno, dove, per dir così, guardavano i suoi disegni».

Qualche verso aggiunse, per giovare alla chiarezza o all’armonia (cfr. p. , , ); qualche altro cancellò, reputandolo forse ozioso (cfr. p. ); ne modificò felicemente altri (cfr. p. , ). Notevole — per chi ricordi quale largo uso della parola orma, rimastagli forse nelle orecchie dalle letture del Parini e del Monti, il Manzoni abbia fatto — la correzione della strana frase cadutagli dalla penna (p. ): «se un’orma, se un respiro intendi», che richiama il melodrammatico «sento l’orma dei passi spietati». Sostituì garbatamente: «se un passo, se un respiro ascolti».

Quelli tra i lettori che dell’opera poetica del Manzoni desiderino avere un’informazione storica e critica un po’ più larga, potranno cercare di questa nostra raccolta l’edizione maggiore, che costituisce il vol. III dello Opere del sommo Lombardo. La quale io volli dedicata — e la ragione ne è, spero, «manifestissima a li più semplici» — alla gloriosa memoria di Ruggiero Bonghi.

1907.

Poscritto. — In questa terza ristampa, che coincide con la celebrazione del primo centenario dei Promessi Sposi, mi è parso opportuno far seguire allo Poesie Manzoniane, insieme con l’antico discorso sui rapporti del sommo poeta col sommo statista del nostro Risorgimento, alcuno altre Illustrazioni e Discussioni, riguardanti la sua vita intima, la sua arte e, specialmente, il suo pensiero politico.

Al Lettore – prefazione del Manzoni alla sua edizione delle Opere varie, Milano, 1845

ct

L’autore non avrebbe certamente pensato da sè a raccogliere in un volume questi scritti, già quasi tutti da lui pubblicati separatamente, in diversi tempi. Chè, mentre le prime edizioni giacevano in gran parte, e alcune da qualche anno, sparse e dimenticate presso i librai, o ammontate in casa sua, gli sarebbe parso un pensiero troppo strano quello d’offrire al pubblico tutt’in una volta, tanti lavori che, a uno a uno, il pubblico non aveva voluti. Ma vedendo che ai contraffattori, gente, per dir la verità, più abile e più fortunata, la cosa era riuscita, ha creduto che non sarebbe temerità il tentar se potesse riuscire anche a un’edizione riconosciuta da lui. Non avrebbe però avuto, come loro, il coraggio di riprodurre questi lavori tal e quali gli erano sfuggiti dalle mani la prima volta; e ha quindi dovuto ritoccarli, non già con la pretensione stravagante di metterli m una buona forma; ma per levarne almeno quello deformità che, rivedendoli dopo tanto tempo, gli davan più nell’occhio, e alle quali, insieme, gli pareva di poter con facilità e con certezza sostituir qualcosa di meno male. Vuol dire che non s’è potuto ritoccar quasi altro che le prose; giacche i versi, se è più facile farli male, è anche più difficile raccomodarli. Ha poi ridotti i lavori suddetti a quelli che avrebbe voluti ristampare, come meno indegni di morire a poco a poco, se il pensiero di ristamparli fosse potuto nascere a lui. Dimanierachè questa raccolta, col romanzo intitolato , nell’edizione riveduta da lui e con l’opuscolo aggiuntovi (Storia della Colonna Infame), comprende tutti gli scritti che riconosce per suoi, e nella forma che li riconosce. Finalmente ha creduto di poter profittare di questa occasione per arrischiare qualche scritto inedito, che, uscendo solo, avrebbe, di certo, avuta la sorte degli altri, cioè morir nascendo; e questa volta, senza la probabilità d’esser resuscitato da’ contraffattori; perchè l’autore, dovesse anche passar per ingrato e per malavveduto, intende di valersi oramai dell’aiuto delle leggi e delle convenzioni, per preservarsi dal loro.

Milano, maggio 1845.

Odi

ct

La prima edizione a stampa del Cinque maggio non fu fatta dal poeta, ma comparve, non senza mende e inesattezze (perfino nel frontespizio!), a Lugano, sulla fine del 1822, con la versione latina di Erifante Eritense (al secolo Pietro Soletti di Oderzo). Il traduttore vi premise, amputandola della frase ch’io chiudo tra parentesi, la seguente letterina ricevuta dal Manzoni, con la data di Milano, 20 giugno 1822 (l’autografo ne è ora alla Marciana; cfr. Carteggio di A. M., II, 35-6):

«Chiarissimo signore, Le debbo doppj ringraziamenti, e pel pensiero ch’Ella ha avuto d’abbellire in versi latini quella mia ode, e per la gentilezza con la quale le è piaciuto di comunicarmi la sua bella versione. La prego di gradire le mie sincere congratulazioni; o queste le sieno in vece di quella sentenza che troppo modestamente Ella domanda, e ch’io non son certamente in grado di proferire. Non posso che esprimerle il sentimento da me provato alla replicata lettura della sua composizione; questo sentimento è stato il diletto che fanno nascere i bei versi. La copia dell’ode da Lei comunicatami differisce dal testo in qualche piccola cosa. Le noto qui sotto le poche differenze por obbedirla, non già perchè Ella cangi nulla alla versione, la quale sta pur bene com’è. Rimango pieno di riconoscenza per l’onore ch’Ella m’ha fatto, e col più sincero ossequio,

«St. 4: S’erge commosso — Sorge or commosso.

St. 7: Ferve — Servo.

St. 10: Ei sparve — E sparve.

St. 14: E ricordò — E ripensò».

Contemporaneamente, e forse solo qualche giorno prima, dell’Ode fu pubblicata la traduzione tedesca del Goethe, nel vol. IV, fasc. 19, p. 182, della rivista Ueber Kunst und Altertum, 1822. Al Goethe l’Ode era stata mandata dal duca di Weimar il 12 gennaio 1822; e il 14 o 15 ei l’aveva già bell’e tradotta. Degno di nota è che il sommo poeta tedesco lesse e tradusse, nella str. E ripensò...., percorse valli (durchwimmelte Thäler) invece di percossi valli. Questa traduzione egli recitò alla Corte di Weimar l’8 agosto 1822. (Cfr. nella Cultura del Bonghi, fasc. del 1º febbraio 1883, una lettera di H. Simon di Berlino; e una noterella di E. Benvenuti, nel Marzocco del 19 febbraio 1911).

Il consigliere Grüner narra in una sua lettera d’aver sentito leggere dal Goethe il testo dell’ode manzoniana. Il gran poeta, egli scrive, «era quasi trasfigurato e commosso, i suoi occhi mandavano scintille, la precisa accentazione di ogni parola e insieme l’espressione m’incantavano; e quando ebbe finito, ci fu un momento di pausa. Ci guardammo a vicenda, e leggemmo il nostro entusiasmo l’uno negli occhi dell’altro. Non è vero, riprese Goethe, non è vero che Manzoni è un gran poeta? Io vorrei, gli risposi, che Manzoni fosse stato presente a questa declamazione: egli avrebbe avuto un ampio compenso dell’opera sua». (Cfr. L. Senigaglia, Relazioni di Goethe e di Manzoni, nella Rivista contemporanea, Firenze, 1888). — La sera del 15 luglio 1827, il vecchio poeta mostrò all’amico Eckermann il Romanzo manzoniano allora allora giuntogli, in tre volumi, assai ben rilegati e con una dedica a lui. «Di Manzoni non conosco nulla», osservò l’assiduo visitatore, «se non l’ode su Napoleone, che ho riletto in questi giorni nella Sua traduzione, e grandemente ammirata. Ogni strofa è un quadro». E il Goethe: «Lei ha ragione: l’ode è eccellente. Ma trova lei che in Germania uno solo ne abbia parlato? È perfettamente come se quell’ode non esistesse! Eppure è la più bella poesia che sia stata composta su quell’argomento».

Annota il Bonghi (Op. ined. o rare, I, 15-16): «Certo che il Manzoni non la pubblicò lui. Dopo averla scritta, la mandò alla Censura per ottenerne licenza, e questa gliela negò. Ma egli, come raccontava, aveva usato un piccolo sotterfugio: alle Censura ne aveva mandato due copie, facendo conto che qualcuno degl’impiegati di polizia n’avrebbe trafugata una, e così la poesia si sarebbe divulgata. Il che appunto accadde, e sin dal giorno dopo tutta Milano la leggeva, senza che all’autore se ne potesse far colpa». Cfr. la nota di G. Sforza è p. 225 del vol. I dell’Epistolario di A. M., Milano, 1882. — Dalle Carte segrete della polizia austriaca (II, 317) si apprende come, ancora nel 1823, «la polizia di Vicenza avvertisse essersi sparsa un’ode in morte di Napoleone, della quale sospettavasi autore un tal Manzoni di Verona, mentre poi un poliziotto letterato, il Lancetti, ne asseriva autore il Monti!». Cfr. D’ancona, Poesie di A.M., Firenze, Barbèra, 1892, p. 88. Che l’Ode fosse subito largamente diffusa manoscritta, e favorevolmente accolta, lo provano due letterine del poeta all’amico Giambattista Pagani, in Brescia. Nella prima, del 6 ottobre 1821 (Carteggio, I, 531), gli dice: «.... non mi duole troppo di essere disobbligato dal darti le interpretazioni che mi accenni..., giacchè inclino a credere che se a quei passi, pei quali tu brami rischiarimento, vien dato da altri un senso diverso da quello dell’autore, i passi stessi e l’ode non ponno che starne meglio. Cercando io le ragioni dello strano incontro di quel componimento, ne trovo due potentissime, nell’argomento e nell’inedito: forse una terza è una certa oscurità, viziosa per sè, ma che ha potuto dar luogo a far supporre pensieri alti e reconditi dove non era che difetto di perspicuità. Quanto alla copia ricorretta che mi chiedi, devo con sommo dispiacere negare a me stesso il bene di farti cosa grata poichè, essendo l’ode stata rifiutata dalle censura, io mi sono proposto di non darne copia; e già ho dovuto negarla ad amici e a congiunti strettissimi». — Nella seconda, del 15 novembre ’21 (Carteggio, I, 551), soggiungo: «.... Veramente, dopo un sì lungo intervallo, le correzioni e le interpretazioni d’un componimento, che debb’essere ormai dimenticato, possono parere incenso ai morti, e far ridere di chi le dà; ma ad ogni modo io stimo che il meglio sia obbedire all’amico quando si può. — Nelle lezioni in cui tu hai trovato varietà, ecco dunque le mie: Stette la spoglia immemore — Vergin di servo encomio — Più vasta orma — Serve pensando — Prode rimote — E il lmapo de’ manipoli — Che più superba altezza. Veggio che più vasta orma è espressione viziosa, poichè manca il termine comparativo, ed il senso non è perfettamente chiaro. Sì vasta sarebbe più grammaticale, ma sarebbe ancor più lungi dal senso che ho voluto e non saputo esprimere. Il disonor del Golgota è imitato dall’improperium Christi e dall’altro, stultitiam crucis, di S. Paolo [Hebr. XI, 26; I Cor. I, 18]; i grandi predicatori francesi gettano più d’una volta nei loro discorsi l’opprobre de la Croix, senz’altro temperamento, perchè s’intende che è disonore, obbrobrio, improperio a.gli occhi del mondo».

Riproduco il testo dell’edizione autentica delle Opere varie, 1845, ponendo a piè di pagina le varianti dell’edizione goethiana di Jena 1827. Per gli emendamenti e per tutto il resto, cfr. , Discussioni manzoniane, p. 198 ss.; e Nuovi studi Manzoniani, Milano, Hoepli, 1908, p. 331 ss.

L’ode Marzo 1821 e il frammento Il proclama di Rimini furono la prima volta stampati in un opuscoletto di 15 pagine, a Milano, tipografia di Giuseppe Redaelli, nel 1848, col titolo: Pochi versi | inediti | di Alessandro Manzoni. Dietro la pagina di frontespizio è questa avvertenza: «Edizione messa sotto la tutela delle veglianti leggi e convenzioni, e che si vende una lira italiana, in favore dei profughi veneti, per cura della Commission Governativa delle offerte per la causa nazionale. — NB. Si riterranno contraffatte tutte le copie che non portassero il marchio della Commissione suddetta». Difatto, sul frontespizio della copia che possiedo, è impresso un cerchio, convdentro scrittovi: Gov.º Provv.º | Commissione | delle offerte. — In quel medesimo anno fortunoso, furon di quei versi fatte altre tre edizioni, & Milano «luglio 1848», a Venezia è a Livorno. — Di poi, nel 1860, il Manzoni li fece ristampare coi tipi e nel sesto dell’edizione delle Opere varie del 1845, continuando la numerazione di queste, e ripetendone, completato, l’indice. Nella copia che ho tra mani, essi fanno corpo col resto, senza che appaia traccia visibile del diverso anno della stampa.

Riproduco quest’ultimo testo, riscontrandolo con quello dell’opuscoletto del 1848, quasi in tutto identico.

Odi - Appendice - Il primo getto del Cinque maggio

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ct

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18 luglio.

Ei fu: come al terribile Segnal della partita Tutta si scosse in fremito La salma inorridita, Come agghiacciata immobile Dopo il gran punto stà. — | Tale al profondo annunzio Stette repente il mondo, Che non sa quando, in secoli, L’uomo a costui secondo La sua contesa polvere A calpestar verrà. — Muta pensando all’ultima Ora dell’uom fatale; | Ei fu: siccome immobile, Dato il fatal sospiro Stette la salma immemore Orba di tanto spiro, Muta la terra stà Tale al tonante annunzio Così percossa attonita La terra al nunzio stà | — | Che innanzia lui già tacquesi, Che lo nomò fatale, Nè sa quando una simile Orma di piè mortale La sua cruenta polvere A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio Vide il mio Genio, e tacque; Quando con vece assidua Cadde, risorse e giacque, Di mille voci al sonito Mista la sua non ha. | — | Vergin d’amore e d’odio Pensoso ora s’arresta Dinnanzi a lui che palpito Che speme più non desta, E scioglie all’urna un cantico Che forse non morrà. | — | Vergin di servo encomio E di codardo oltraggio Sorge commosso al subito Sparir di tanto raggio, E scioglie all’urna un cantico Che forse non morrà. | — | Dall’Alpe allo Piramidi, Dal Manzanarre al Reno Lo scoppio del suo fulmine Seguiva il suo baleno, Corse da Scilla al Tanai, Dall’uno all’altro mar. | Attonito or s’arresta Dinnanzi a lui che immemore Speme e timor non desta E intuona | Vergin di biasmo ignobile Vergin di serva lode E di villano insulto Vergin di servo encomio E di villano oltraggio Ora si desta al subito Sparir di tanto raggio

Fu romor vano? o gloria? Dical l’età ventura. Certo in lui piacque al massimo Fattor della natura Del creator suo spirito Più vasta orma stampar. | Noi c’inchiniamo al Massimo Fattor della natura Che volle in lui di spirito Più vasta orma stampar

Fu vera gloria? ai posteri L’ardua sentenza; nui Chiniam la fronte al Massimo Fattor che volle in lui Del creator suo spirito Più vasta orma stampar. |

La procellosa e trepida Gioja d’un gran disegno; L’obbedienza tacita, D’un cor che pensa al regno, L’acquisto di tal premio Ch’era follia sperar, | e pavida trepida L’ansia d’un cor che tacito Serve pensando al regno Mira al superbo segno E il coglie, e tiene un proemio In man sentesi il premio Nell’alto segno cogliere Ch’era follia mirar.

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Il trionfar più splendido Dopo il maggior periglio La fuga e la vittoria La reggia e il tristo esiglio, Due volte nella polvere, Due volte in sull’altar. | Tutto ei provò: la gloria Maggior dopo il periglio

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Tutto ei provò. Corser per esso i secoli Densati in una vita Egli apparì.

Tutto ei provò: due secoli L’un contro l’altro armato Sommessi a lui si volsero Come aspettando il fato: L’ire ei sospese, e placido Si stette in mezzo a lor. | Ei fe’ silenzio e placido S’assise in mezzo a lor. Stette, e regnò. D’ambi si fe’ signor.

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E sparve, e i dì nell’ozio Inerte in mezzo all’onda, | E sparve e i dì nell’ozio Chiuse E sparve e chiuse i dì nell’ozio Chiuse in sì stretta sponda

Segno d’immensa invidia E di pietà profonda, D’inestinguibil odio, E d’indomato amor. | Di non domabil odio E d’inestinto amor. Come sul capo al naufrago L’onda s’avvolve e pesa, L’onda su cui del misero Pur dianzi avida o tesa Scorrea la vista a scemerò Prode remote invan

Tale addensato in cumulo Scese sul cor profondo Superbo incomportabile | Tal su quell’alma il cumulo Delle memorie scese. Oh quante volte ai posteri

Delle memorie il pondo | Oh quante volte. | Narrar se stesso imprese, E sulle eterne pagine Cadde la stanca man.

Oh quante volte al tacito Cader d’un giorno inerte, Chinando i rai fulminei, Le braccia al sen conserte, Stette, e dei dì che furono L’assalse il sovvenir.

E ripensò le mobili Tende e gli aperti valli, E il folgorar dell’aquile E l’onda dei cavalli, E il concitato imperio E il rapido obbedir. | E il lampo dei manipoli

Ah forse al lungo strazio Cadde lo spirto, anelo, E disperò; ma valida Scese una man dal cielo, E in respirabil aria Pietosa il trasportò. Mostrando a lui | A lui mostrando i fulgidi Fior della speme eterna | Mostrando a lui le fulgide Vie dell'eterna spene | E l’avviò pei floridi Sentier della speranza

Ai campi eterni..... All’ineffabil premio Che i desiderj avanza Ov’è silenzio e tenebra La gloria che passò. | Col guardo volto al premio

Bella immortal, benefica Narra la tua vittoria Fede ai trionfi avvezza Scrivi ancor questo; allegrati Che più superba altezza Al disonor del Golgota Giammai non si chinò.

Voi | Pace alla tomba: il Giudice Che voi pur anco aspetta Sul letto del suo gemito Sul letto solitario Sulla deserta coltrice Accanto a lui posò. | Tu dalle stanche ceneri Sperdi ogni ria parola. Il Dio che atterra e suscita, Che addoglia e che consola Sulla deserta coltrice Accanto a lui posò. | Guarda le stanche ceneri Contro ogni ria parola.

Poesie non accolte dall'autore nella sua edizione delle Opere varie

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Indice

Poesie non accolte dall'autore - Nota bibliografica

Il sonetto erotico Se pien d’alto disdegno..., di schietta ispirazione alfieriana, fu dal Manzoni scritto tra i sedici e i diciassette anni. Di esso veniva data notizia, fin dal 1829, nel t. III, p. 57-58, delle Opere di Alessandro Manzoni milanese, Firenze, fratelli Batelli, nello scritto, che par certo del Tommasèo, Delle poesie giovenili d’Alessandro Manzoni e quindi del suo modo d’imitare gli antichi. Ma non se ne riferiva se non l’ultimo verso. E il sonetto non fu mai più pubblicato, nemmeno nelle Opere inedite o rare curate dal Bonghi, fino al 1884; quando, di su una copia manoscritta messa in vendita a Parigi, potè stamparlo A. De Gubernatis, nella Revue Internationale (a. I, vol. II, p. 849, fasc. 10 giugno 1884, Firenze) da lui diretta. Posteriormente, Ercole Gnecchi, nel vol. Lettere inedite di A. M., Milano, Cogliati, 1900, p. 151, lo ha ristampato di sull’autografo; che anzi riproduce in facsimile. La nostra stampa, maturalmente, s’attiene scrupolosamente all’autografo. In calce al sonetto è la firma del Manzoni, e la data: 1802.

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