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Osservazioni sulla morale cattolica

Alessandro Manzoni · 1881 · Free in the US

71,595 words · about 5 h 1 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Alessandro Manzoni
Language
Italian
Published
1881
Length
71,595 words · about 5 h 1 min
Sections
22 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (22)
  1. Front matter under 1 min
  2. Al lettore about 8 min
  3. Capitolo I about 7 min
  4. Capitolo II about 6 min
  5. Capitolo III about 31 min
  6. Capitolo IV about 3 min
  7. Capitolo V about 4 min
  8. Capitolo VI about 7 min
  9. Capitolo VII about 22 min
  10. Capitolo VIII about 24 min
  11. Capitolo IX about 22 min
  12. Capitolo X about 10 min
  13. Capitolo XI about 9 min
  14. Capitolo XII about 5 min
  15. Capitolo XIII about 13 min
  16. Capitolo XIV about 13 min
  17. Capitolo XV about 15 min
  18. Capitolo XVI about 8 min
  19. Capitolo XVII about 12 min
  20. Capitolo XVIII about 7 min
  21. Capitolo XIX about 5 min
  22. Appendice al capitolo terzo about 1 h 9 min

Continue:

Front matter

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Indice

Al lettore

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Questo scritto è destinato a difendere la morale della Chiesa cattolica dall’accuse che le sono fatte nel Cap. CXXVII della Storia delle Repubbliche Italiane del medio evo.

In un luogo di quel capitolo s’intende di provare che questa morale è una cagione di corruttela per l’Italia. Io sono convinto che essa è la sola morale santa e ragionata in ogni sua parte; che ogni corruttela viene anzi dal trasgredirla, dal non conoscerla, o dall’interpretarla alla rovescia; che è impossibile trovare contro di essa un argomento valido: e ho qui esposte le ragioni per le quali ho creduto di poter dimostrare che non lo è alcuno di quelli addotti dall’illustre autore di quella Storia.

Debole, ma sincero apologista d’una morale il di cui fine è l’amore; persuaso che nella benevolenza del fatuo, c’è qualcosa di più nobile e di più eccellente che nell’acutezza d’un gran pensatore; persuaso che il trovare nell’opinioni d’alcuno disparità dalle nostre deve avvertirci di ravvivare per lui i sentimenti di stima e d’affezione, appunto perchè la corrotta nostra inclinazione potrebbe ingiustamente strascinarci ai contrari; se non avrò osservati in quest’opericciola i più scrupolosi riguardi verso l’autore che prendo a confutare, sarà avvenuto certamente contro la mia intenzione. Spero però che non sarà avvenuto; e rifiuto anticipatamente ogni interpretazione meno gentile d’ogni mia parola.

Con tutto ciò, sento che a ogni lavoro di questa sorta s’attacca un non so che d’odioso, che è troppo difficile di levarne affatto. Prendere in mano il libro d’uno scrittore vivente e, a giusta ragione, stimato; ripetere alcune sue proposizioni, esaminarle punto per punto, trovare in tutto che dire, fargli per dir così, il dottore a ogni passo, è una cosa che, a lungo andare, è quasi impossibile che non lasci una certa impressione di presunzione, e di basso e insistente litigio. Per prevenire questa impressione, non dirò al lettore: vedete se non ho ragione ogni volta che prendo qui a contradire: so e sento che l’aver ragione non basta sempre a giustificare una critica, e sopratutto a nobilitarla. Ma dirò: considerate la natura dell’argomento. Non è questa una discussione speculativa; è una razione: deve condurre, non a ricevere piuttosto alcune nozioni che alcune altre, ma a scegliere un partito; poichè, se la morale che la Chiesa insegna, portasse alla corruttela, converrebbe rigettarla. Questa è la conseguenza che gl’Italiani dovrebbero cavare da quel complesso di ragionamenti. Io credo che un tale effetto sarebbe per i miei connazionali la più grande sventura: quando si sente d’avere sopra una questione di questa sorte un parere ragionato, l’esporlo può essere un dovere: non ci sono doveri ignobili.

Il lettore troverà qualche volta che la confutazione abbraccia più cose che l’articolo confutato: in questo caso, lo prego d’osservare che non intendo d’attribuire all’illustre autore più di quello che abbia espressamente detto; ma ho creduto che l’unica maniera d’arrivare a un resultato utile, fosse di trattare la questione più in generale; e in vece di difendere in un articolo di morale la sola parte controversa, indagare la ragione del tutto, poichè è questo che importa di conoscere, è questo che bisogna interamente ricevere o rifiutare. Ho tenuto tanto più volentieri questo metodo, perchè si veda meglio, che il mio scopo è di stabilire delle verità importanti e che la confutazione è tutta subordinata a questo.

Notare in un’opera di gran mole e di grand’importanza quello che si crede errore, e non far cenno dei pregi che ci si trovano, non sarà forse ingiustizia, ma mi pare almeno scortesia: è rappresentare una cosa che ha molti aspetti, da uno solo, e sfavorevole. Non dovendo citare la Storia delle Repubbliche Italiane se non per contradire a una parte di essa, prendo qui l’occasione d’attestare brevemente la mia stima per tant’altre parti d’un’opera, il più piccolo merito della quale sono le laboriose e esatte ricerche, che formano il principale di tant’altre di simil genere; d’un’opera originale sopra una materia già tanto trattata; e originale appunto perchè è trattata come dovrebbero essere tutte le storie, e come pochissime lo sono. Accade troppo spesso di leggere, presso i più lodati storici, descrizioni di lunghi periodi di tempi, e successioni di fatti vari e importanti, senza trovarci quasi altro che la mutazione che questi produssero negl’interessi e nella miserabile politica di pochi uomini: le nazioni erano quasi escluse dalla storia. L’intento di rappresentare, per quanto si può, in una storia lo stato dell’intera società di cui porta il nome, intento, si direbbe quasi, novo, è stato in questa applicato a una materia vasta e, pur troppo, complicatissima, ma d’una bella e felice proporzione: i fatti sono in essa vicini di tempo e di natura tanto da poterli con chiarezza e senza stento confrontare con le teorie che gli abbracciano tutti, e queste teorie sono assai estese, senza arrivare a quell’indeterminato, che mette bensì lo storico al coperto delle critiche particolari, perchè rende quasi impossibile il trovare gli errori, ma che lascia il lettore in dubbio se quella che gli è presentata sia un’osservazione vera e importante, o un’ipotesi ingegnosa. Senza ricevere tutte le opinioni dell’illustre autore, e rifiutando espressamente quelle che dissentono dalla fede e dalla morale cattolica, non si può non riconoscere quante parti della politica, della giurisprudenza, dell’economia e della letteratura siano state da lui osservate da un lato spesso novo e interessante, e, ciò che più importa, nobile e generoso; quante verità siano state da lui, per dir così, rimesse in possesso, ch’erano cadute sotto una specie di prescrizione, per l’indolenza o per la bassa connivenza d’altri storici, che discesero troppo spesso a giustificare l’ingiustizia potente, e adularono perfino i sepolcri. Egli ha voluto quasi sempre trasportare la stima pubblica dal bon successo alla giustizia: lo scopo è tanto bello, che è dovere d’ogn’uomo, per quanto poco possa valere il suo suffragio, di darglielo, per far numero, se non altro, in una causa che n’ha sempre avuto, e n’ha più che mai, gran bisogno.

Chi ha fatti studi seri e lunghi sulle Sacre Scritture, fonti inesauste di morale divina, e ha letti con attenzione i gran moralisti cattolici, e ha meditato, con riflessione spassionata, sopra di sè e sopra gli altri, troverà superficiali queste Osservazioni; e sono ben lontano dall’appellarmi dal suo giudizio. Le discussioni parziali possono bensì mettere in chiaro qualche punto staccato di verità; ma l’evidenza e la bellezza e la profondità della morale cattolica non si manifestano se non nell’opere, dove si considera in grande la legge divina e l’uomo per cui è fatta. Ivi l’intelletto passa di verità in verità: l’unità della rivelazione è tale che ogni piccola parte diventa una nova conferma del tutto, per la maravigliosa subordinazione che ci si scopre; le cose difficili si spiegano a vicenda, e da molti paradossi resulta un sistema evidente. Ciò che è, e ciò che dovrebb’essere; la miseria e la concupiscenza, e l’idea sempre viva di perfezione e d’ordine che troviamo ugualmente in noi; il bene e il male; le parole della sapienza divina, e i vani discorsi degli uomini; la gioia vigilante del giusto, i dolori e le consolazioni del pentito, e lo spavento o l’imperturbabilità del malvagio; i trionfi della giustizia, e quelli dell’iniquità; i disegni degli uomini condotti a termine tra mille ostacoli, o fatti andare a voto da un ostacolo impreveduto; la fede che aspetta la promessa, e che sente la vanità di ciò che passa, l’incredulità stessa; tutto si spiega col Vangelo, tutto conferma il Vangelo. La rivelazione d’un passato, di cui l’uomo porta in sè le triste testimonianze, senza averne da sè la tradizione e il segreto, e d’un avvenire, di cui ci restavano solo idee confuse di terrore e di desiderio, è quella che ci rende chiaro il presente che abbiamo sotto gli occhi; i misteri conciliano le contradizioni, e le cose visibili si intendono per la notizia delle cose invisibili. E più s’esamina questa religione, più si vede che è essa che ha rivelato l’uomo all’uomo, che essa suppone nel suo Fondatore la cognizione la più universale, la più intima, la più profetica d’ogni nostro sentimento. Rileggendo l’opera de’ gran moralisti cattolici, e segnatamente i sermoni del e del , i Pensieri del , e i Saggi del , io sento la piccolezza dell’osservazioni contenute in questo scritto; e sento che vantaggio dava ai due primi l’autorità del sacerdozio, e a tutti il modo generale di trattare la morale, un grand’ingegno, de’ lunghi studi, e una vita sempre cristiana.

S’usa una strana ingiustizia con gli apologisti della religione cattolica. Si sarà prestato un orecchio favorevole a ciò che vien detto contro di essa; e quando questi si presentano per rispondere, si sentono dire che la loro causa non è abbastanza interessante, che il mondo ha altro a pensare, che il tempo delle discussioni teologiche è passato. La nostra causa non è interessante! Ah! noi abbiamo la prova del contrario nell’avidità con cui sono sempre state ricevute l’obiezioni che le sono state fatte. Non è interessante! e in tutte le questioni che toccano ciò che l’uomo ha di più serio e di più intimo, essa si presenta così naturalmente, che è più facile respingerla che dimenticarla. Non è interessante! e non c’è secolo in cui essa non abbia monumenti d’una venerazione profonda, d’un amore prodigioso, e d’un odio ardente e infaticabile. Non è interessante! e il voto che lascerebbe nel mondo il levarnela, è tanto immenso e orribile, che i più di quelli che non la vogliono per loro, dicono che conviene lasciarla al popolo, cioè ai nove decimi del genere umano. La nostra causa non è interessante! e si tratta di decidere se una morale sata da milioni d’uomini, e proposta a tutti gli uomini, deve essere abbandonata, o conosciuta meglio, e seguita più e più fedelmente.

Si crede da molti che questa noncuranza sia il frutto d’una lunga discussione, e d’una civilizzazione avanzata; che sia per la religione l’ultimo e più terribile nemico, venuto, nella pienezza de’ tempi, a compire la sua sconfitta, e a godere del trionfo preparato da tante battaglie; e in vece questo nemico è il primo ch’essa incontrò nella sua meravigliosa carriera.

Al suo apparire, fu accolta dagli scherni del mondo; si principiò dal crederla indegna d’esame. Gli apostoli, nell’estasi tranquilla dello Spirito, rivelano quelle verità che diverranno la meditazione, la consolazione e la luce de più alti intelletti, gettano i fondamenti d’una civilizzazione che diventerà europea, che diventerà universale; e sono chiamati ubbriachi. San Paolo fa sentire nell’Areopago le parole di quella sapienza, che ha rese tanto superiori le donnicciole cristiane ai saggi del gentilesimo; e i saggi gli rispondono che lo sentiranno un’altra volta. Credevano d’avere per allora cose più importanti da meditare, che Dio e l’uomo, il peccato e la redenzione. Se questo antico nemico sussiste tuttora, è perchè non fu promesso alla Chiesa che distruggerebbe tutti i suoi nemici, ma che non sarebbe distrutta da alcuno.

Parlare di dommi, di riti, di sacramenti, per combattere la fede, si chiama filosofia; parlarne per difenderla, si chiama entrare in teologia, voler fare l’ascetico, il predicatore; si pretende che la discussione prenda allora un carattere meschino e pedantesco. Eppure non si può difendere la religione, senza discutere le questioni poste da chi l’accusa, senza mostrare l’importanza e la ragionevolezza di ciò che forma la sua essenza. Volendo parlare di cristianesimo, bisogna pur risolversi a non lasciar da parte i dommi, i riti, i sacramenti. Che dico? perchè ci vergogneremo di confessare quelle cose in cui è riposta la nostra speranza? perchè non renderemo testimonianza, nel tempo d’una gioventù che passa, e d’un vigore che ci abbandona, a ciò che invocheremo nel momento della separazione e del terrore?

Ma ecco che, senza avvedermene, entravo a difender me stesso contro delle censure avvenire, e che forse non verranno. Cadrei in un orgoglio ridicolo, se cercassi di trasportare a quest’opericciola l’interesse che si deve alla causa per cui è intrapresa.

Spero d’averla scritta con rette intenzioni, e la pubblico con la tranquillità di chi è persuaso che l’uomo può aver qualche volta il dovere di parlare per la verità, ma non mai quello di farla trionfare.

Capitolo I

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CAPITOLO PRIMO

SULLA UNITÀ DELLA FEDE.

L’unité de foi, qui ne peut résulter que d’un asservissement absolu de la raison à la croyance, et qui en conséquence ne se trouve dans aucune autre religion au même degré que dans la catholique, lie bien tous les membres de cette Église à recevoir les mêmes dogmes, à se soumettre aux mêmes décisions, à se former par les mêmes enseignemens.

Che l’unità della fede si trovi nel più alto grado, o piuttosto assolutamente, nella Chiesa cattolica, è questo un carattere evangelico di cui essa si vanta; poichè non ha inventata quest’unità, ma l’ha ricevuta; e, tralasciando tanti luoghi delle Scritture dov’essa è insegnata, ne riporterò due, in cui si trova non solo la cosa, ma la parola. San Paolo nell’Epistola agli Efesi, dice espressamente: Una è la fede; e dopo avere enumerati vari doni e ufizi che sono nella Chiesa, stabilisce per fine di essi l’unità della fede, e della cognizione del Figliuolo di Dio.

L’illustre autore non adduce gli argomenti per cui l’unità della fede non deva poter resultare che dalla schiavitù assoluta della ragione alla credenza. Se la cosa fosse così, non si potrebbero conciliare i passi citati dianzi, con quell’altre parole del medesimo apostolo: il razionale vostro culto. Ma non solo si conciliano; si spiegano anzi, e si confermano a vicenda.

Certo, la fede include la sommissione della ragione: questa sommissione è voluta dalla ragione stessa, la quale riconoscendo incontrastabili certi princìpi, è posta nell’alternativa, o di credere alcune conse- guenze necessarie, che non comprende, o di rinunziare ai principi. Avendo riconosciuto che la Religione Cristiana è rivelata da Dio, non può più mettere in dubbio alcuna parte della rivelazione; il dubbio sarebbe non solo irreligioso, ma assurdo. Supponendo, per un momento, che l’unità della fede non fosse espressa nelle Scritture, la ragione che ha ricevuta la fede deve adottarne l’unità: non ha più bisogno per questo di sottomettersi alla credenza; ci deve arrivare per una necessità logica.

La fede sta nell’assentimento dato alle cose rivelate, come rivelate da Dio. Suppongo che l’autore scrivendo questa parola fede, le ha applicata quest’idea, perchè è impossibile applicargliene un’altra. Ora, repugna alla ragione che Dio riveli cose contrarie tra di loro; se la verità è una, la fede dev’esserlo ugualmente, perchè sia fondata sulla verità. La connessione di quest’idee è chiaramente accennata nel testo già citato in parte: Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Dall’unità di Dio resulta necessariamente l’unità della fede, e da questa l’unità del culto essenziale. Bacone mostrò di tenere questa per una verità fondamentale, dove disse: Tra gli attributi del vero Dio si pone che è un Dio geloso onde il suo culto non soffre nè mescolanza, nè compagnia.

L’idee di fede e di pluralità sono così contradittorie, che il linguaggio stesso pare che repugni a significare la loro unione; poichè si dirà bene le diverse religioni, opinioni, credenze religiose, ma non già le diverse fedi. Per religione s’intende un corpo di tradizioni, di precetti, di riti; e si vede assai bene come ce ne possa essere più d’una. Così nelle opinioni si considera piuttosto la persuasione di chi crede, che la verità delle cose credute. Ma per fede s’intende persuasione fondata sulla rivelazione divina; e benchè popoli di vario culto credano che l’opinione loro abbia questo fondamento, il linguaggio ricusa l’espressione che significherebbe la coesistenza di rivelazioni diverse, perchè la ragione la riconosce impossibile. Molti di diversa religione possono credere di posseder la fede; ma un uomo non può ammettere che questi molti la possiedano. Se questa fosse una sofisticheria grammaticale, vaglia per tale, bastando l’argomento semplicissimo col quale s’è provato che l’unità della fede non suppone altro assoggettamento della ragione, che alle leggi del raziocinio.

Non voglio certamente dire con ciò, che la fede stessa consista in una semplice persuasione della mente: essa è anche un’adesione dell’animo; e perciò dalla Chiesa è chiamata virtù. Questa qualità le è contrastata dal , in un breve dialogo dove la bassa e iraconda scurrilità del titolo stesso indica tutt’altro che quella tranquillità d’animo con cui si devono pure esaminare le questioni filosofiche. Un honnéte homme sostiene, contro un excrément de théologie che la fede non è punto una virtù, con questo argomento: Est.ce vertu de croire ? ou ce que tu crois te semble vrai, et en ce cas il n’y a nul mérite à le croire; ou il te semble faux, et alors il est impossible que tu le croyes.

È difficile d’osservare più superficialmente di quello che abbia qui fatto il Voltaire. Per escludere dalla fede ogni cooperazione della volontà, egli non considera nel credere se non l’operazione della mente, che riconosce vera o non vera una cosa; riguarda quest’operazione come necessitata dalle prove, non ammettendo altro a determinarla, che le prove stesse; considera insomma la mente come un istrumento, per così dire, passivo, su di cui le probabilità operano la persuasione o la non credenza come se la Chiesa dicesse che la fede è una virtù dell’intelletto. È una virtù nell’uomo; e per vedere come sia tale, bisogna osservare la parte che hanno tutte le facoltà dell’uomo nel riceverla o nel rigettarla. Il Voltaire lascia fuori due elementi importantissimi: l’atto della volontà, che determina la mente all’esame, e la disposizione del core, che influisce tanto nell’ammettere o nel rigettare i motivi di credibilità, e quindi nel credere. In quanto al primo, le verità della fede sono in tante parti così opposte all’orgoglio e agli appetiti sensuali, che l’animo sente un certo timore e una certa avversione per esse, e cerca di distrarsene; tende insomma ad allontanarsi da quelle ricerche che lo condurrebbero a scoperte che non desidera. Ognuno può riconoscere in sè questa disposizione, riflettendo all’estrema attività della mente nell’andare in cerca d’oggetti diversi, per occupare l’attenzione, quando un’idea tormentosa se ne sia impadronita. La volontà di metter l’animo in uno stato piacevole influisce su queste operazioni in una maniera così manifesta, che quando ci si presenta un’idea che riconosciamo importante, ma sulla quale non ci piace di fermarci, ci accade spesso di dire a noi stessi: non ci voglio pensare; e lo diciamo, quantunque convinti che questo non pensarci ci potrà cagionar de’ guai nell’avvenire; tanto è allora in noi il desiderio di schivare un sentimento penoso nel momento presente. Questa mi pare una delle ragioni della voga che hanno avuta, e hanno in parte ancora, gli scritti che combattono la religione col ridicolo. Secondano una disposizione comune degli uomini, associando a idee gravi e importune una serie d’idee opposte e svaganti. Posta quest’inclinazione dell’animo, la volontà esercita un atto difficile di virtù, applicandolo all’esame delle verità religiose; e il solo determinarsi a un tale esame suppone non solo un’impressione ricevuta di probabilità, ma un timore santo de’ giudizi divini, e un amore di quelle verità, il quale superi o combatta almeno l’inclinazioni terrestri.

Che poi l’amore o l’avversione alle cose proposte da credersi influisca potentemente sulla maniera d’esaminarle, sull’ammetterne o sul rigettarne le prove, è una verità attestata dall’esperienza più comune. Si sparga una notizia in una città che abbia la disgrazia d’esser divisa in partiti; essa è creduta da alcuni, discreduta da altri, a norma degl’interessi e delle passioni. Il timore opera, al pari del desiderio, sulla credenza, portando talvolta a negar fede alle cose minacciate, e talvolta a prestargliene più di quello che si meritino; la qual cosa avviene spesso quando si presenti un mezzo di sfuggirle. Quindi sono così comuni quell’espressioni: esaminare di bona fede, giudicare senza prevenzione, spassionatamente, non farsi illusione, e altre simili, le quali significano la libertà del giudizio dalle passioni. La forza d’animo, che mantiene questa libertà, è senza dubbio una disposizione virtuosa: essa nasce da un amore della verità, independente dal piacere, o dal dispiacere che ne può venire al senso. Si vede quindi quanto sapientemente alla fede sia dato il nome di virtù. Siccome poi la mente umana non sarebbe arrivata da sè a scoprire molte verità della religione, se Dio non le avesse rivelate; e siccome la nostra volontà corrotta non ha da sè quella forza di cui s’è parlato; così la fede è chiamata dalla Chiesa e una virtù e un dono di Dio.

Tornando da questa lunga digressione al passo che stiamo esaminando, confesso di non intendere chiaramente il senso di quella proposizione che l’unità di fede non si trova in alcun’altra religione allo stesso grado che nella cattolica. Come ci possono essere diversi gradi nell’unità di fede, il più e il meno in un’unità qualunque? O quest’altre religioni propongono come vera la loro fede, e devono insegnare che è vera essa sola; o ammettono che qualche altra lo possa essere; e come possono chiamar fede la loro, che in fatto è un vero dubbio? Ogni volta che una di queste religioni s’avvicina al principio dell’unità, cioè quando esclude ogni dottrina opposta alla sua, ciò accade perchè in quella religione si sente allora vivamente che è assurdo il dir vera una proposizione, e non rigettare ciò che la contradice. E ogni volta che s’allontana da quel principio, ciò accade perchè, non sentendosi certi della propria fede, s’accorda agli altri ciò che si chiede per sè, la facoltà di chiamar fede ciò che non importa la condizione del credere. È la transazione della falsa madre del giudizio di Salomone: Non sia nè tuo, nè mio; ma si divida. Ma non ci sono mezze fedi vere, più di quello che ci siano mezzi bambini vivi.

Infatti, nè l’illustre autore indica quale sia il grado dell’unità di fede, fino al quale la ragione deva arrivare; nè è possibile l’indicarlo, giacchè l’assunto sarebbe contradittorio. Dire che la ragione deva assoggettarsi alla fede, ma in un certo grado, qualunque sia, è dichiarare la fede infallibile insieme, e bugiarda. Infallibile, in quanto, per sé, e come fede, può legittimamente richiedere un assoggettamento qualunque della ragione: bugiarda, in quanto, richiedendo un assoggettamento che la ragione può legittimamente limitare, ridurre a un certo grado, e fargli, dirò così, la tara, afferma più di quello che gli si deva credere.

Il non essere la Chiesa cattolica soggetta alle fluttuazioni accennate sopra; il trovarsi in essa, non un maggiore o minor grado d’unità di fede, ma l’unità della fede; questo dirsi e poter essere immutabile, è un carattere doppiamente essenziale della verità de’ suoi insegnamenti. È la condizione necessaria della ragione, come della fede; due doni d’un solo e stesso Dio; la distinzione e la concordia de’ quali è divinamente espressa nelle parole già citate dell’Apostolo: il razionale vostro culto.

Capitolo II

CAPITOLO SECONDO

SULLA DIVERSA INFLUENZA DELLA RELIGIONE CATTOLICA, SECONDO I LUOGHI E I TEMPI.

Toutefois l’influence de la religion catholique n’est point la même en tout tems et en tout lieu; elle a opéré fort différemment en Françe et en Allemagne de ce quelle a fait en Italie et en Espagne.... Les observations que nous serons appelés à faire sur la religion de l’Italie ou de l’Espagne pendant les trois derniers siécles, ne doivent point s’appliquer à toute l’Église catholique... pag. 410.

Per dilucidare questo punto, il quale, come si vedrà, non è qui d’una importanza meramente storica, è necessario rammentare il disegno del cap. CXXVII, del quale osserviamo una parte. Esso è espresso nell’intitolazione del capitolo medesimo: Quelles sont les causes qui ont changé le caractère des Italiens, depuis l’asservissement de leur républiques. E se ne assegnano quattro: la prima, e la sola di cui mi propongo di ragionare, è la religione. L’autore, entrando a spiegare la parte che questa ebbe, secondo lui, nel produrre un tal cambiamento, si fa un’obiezione dell’unità della fede; poichè, vincolando essa, come dice benissimo, tutti i membri della religione cattolica a ricevere gli stessi dommi, a sottomettersi alle stesse decisioni, a formarsi con gli stessi insegnamenti, pare che questa religione deva essere piuttosto una cagione d’uniformità tra i vari popoli che la professano, che di differenze. Ciò non ostante, soggiunge, l’influenza della religione cattolica non è la stessa in ogni tempo e in ogni luogo; essa ha operato diversamente in Francia e in Germania, che in Italia e in Spagna.

Per indurre una diversità d’influenza, non ostante l’unità della fede mantenuta da tutti i cattolici, io credo che non si possano trovare cagioni che di tre sorte.

I. Leggi o consuetudini disciplinari, le quali non sono parte della fede.

II. Alterazioni insensibili e parziali della dottrina, o inesecuzioni e violazioni della disciplina essenziale e universale, le quali, lasciando intatto in teoria il principio dell’unità, possono portare una nazione o una frazione di essa, per lungo tempo o per intervalli, con maliziosa cognizione di causa o ignorantemente, a operare e parlare in fatto, come se avesse rinunziato all’unità.

III. Circostanze particolari di storia, di coltura, d’interessi, di clima, non legate direttamente con la religione, ma così legate con gli uomini che la professano, che l’influenza della religione resta da esse o bilanciata o elisa o impedita o facilitata, più presso gli uni che presso gli altri.

Se l’illustre autore avesse cercate in queste tre classi le cause particolari degli effetti diversi e speciali, che asserisce aver la religione prodotti in Italia, io mi sarei guardato bene d’entrare in una tale questione; perchè, o le sue ragioni mi sarebbero parse concludenti, e avrei goduto d’imparare, come m’è accaduto in tant’altre parti di questa Storia; o non m’avrebbero persuaso, e sarebbe stato uno di que’ casi ne’ quali avrei creduto che il silenzio fosse migliore della dimostrazione. Ma siccome quelle cose che s’assegnano da lui come cagioni di dannosa influenza sugl’Italiani, sono la più parte, non usi nè opinioni particolari a loro, ma massime morali, o prescrizioni ecclesiastiche venerate e tenute da tutti i cattolici, in Francia e in Germania non meno che in Italia e in Spagna; così chi le condannasse verrebbe a condannare la fede cattolica: conseguenza che troppo importa di prevenire.

L’autore stesso, nominando a varie riprese, nel corso delle sue riflessioni, semplicemente la Chiesa, lascia dubitare se intenda d’attribuire ad essa le dottrine che censura, o se voglia dire: la Chiesa in Italia. Verificare il preciso senso delle sue parole in questo caso, non è cosa possibile, nè utile; onde io mi restringerò a dimostrare l’universalità e la ragionevolezza di quelle massime e di quelle prescrizioni censurate da lui, che sono cattoliche.

Citerò spesso scrittori francesi, non solo per la loro decisa superiorità in queste materie, ma perchè la loro autorità serve mirabilmente a far vedere che queste non sono dottrine particolari all’Italia; e che la Francia non differisce da essa in ciò, fuor che nell’avere avuto uomini che le hanno più eloquentemente, cioè più ragionatamente, sostenute e difese.

La più splendida prova poi dell’universalità di queste massime morali sarà tratta dalle Scritture, dove sono per lo più letteralmente; dimanierachè si può affermar francamente, che non sono, nè possono essere controverse da de’ cattolici di nessuna nazione.

Le prescrizioni della Chiesa riguardanti la morale si possono dividere in due classi, cioè:

Decisioni di punti di morale, con le quali la Chiesa attesta che la morale confidatale da Cristo è quella, e non un’altra che si voglia fare adottare decisioni, alle quali i fedeli hanno obbligo d’aderire; ovvero:

Leggi per regolare, nelle parti essenziali, l’uso dell’autorità conferita ugualmente alla Chiesa dal suo Fondatore, d’applicare gli aiuti e i rimedi spirituali, che hanno tutti origine da Lui.

Per l’une e per l’altre si può chiamare in testimonio qualunque cattolico di Francia e di Germania, con la certezza di sentirlo rispondere che sono in vigore sia nell’una, sia nell’altra nazione. Si citerà, dove occorra, il Concilio di Trento, come il più recente e il più parlante testimonio di questa uniformità di dottrina: uniformità legata, dommaticamente e logicamente, come dev’essere, con la perpetuità di essa.

Le Concile de Trente, dice l’illustre autore, travailla avec autant d’ardeur, à réformer la discipline de l’Église qu’à empécher toute réforme dans ses croyances et ses enseignemens. Nessun cattolico potrà espri- mere con più precisione e con più forza la fermezza de’ Padri di quel concilio nel rigettare ogni riforma nella fede. Cosa (giova ripeterlo) contradittoria, e quindi impossibile, non meno che empia; poichè equivale a rinnegare la stessa identica autorità di cui si fa uso; equivale a dire credete a me, che non credo a me: v’insegno una verità, riservandomi ad avvertirvi, a miglior tempo, che è un errore, come fo, in questo momento, con quella che v’ho data altre volte per verità.

Ora, a Trento sedettero vescovi di quelle quattro nazioni; e come c’erano andati con la testimonianza delle loro chiese sui punti controversi di fede e di morale, ne partirono con la testimonianza della Chiesa universale. D’allora in poi il concilio di Trento fu specialmente il punto a cui ricorsero tutti i cattolici; e, per provare la fede di tutti i secoli, consegnata e sparsa in tanti concili, non ebbero, in moltissime questioni, a far altro che citare quel concilio che l’aveva riprodotta, e per così dire riepilogata. Il gran lo pose per fondamento alla sua Esposizione della fede cattolica, per attestare i punti di morale e di disciplina essenziale, alcuni dei quali, censurati nel Capitolo sul quale sono fatte le presenti osservazioni, lo erano pure a suoi tempi, benchè con argomenti affatto diversi.

E nella sua corrispondenza col Leibnitz, lo stesso Bossuet rigetta sempre come non ammissibile la proposizione di riesaminare le decisioni del concilio di Trento. Je voudrais bien seulement vous supplier de me dire.... si vous pouvez douter que les décrets du Concile de Trente soient autant reçus en France et en Allemagne parmi les catholiques, qu’en Espagne et en Italie, en ce qui regarde la Foi; et si vous avez jamais ouï un seul catholique, qui se crût libre à recevoir, ou à ne pas recevoir la Foi de ce Concile. Ora, i decreti del Concilio di Trento riguardanti la morale, che saranno citati in queste osservazioni, sono sopra punti che, per consenso di tutti i cattolici, fanno parte della fede.

In quanto agli abusi e agli errori popolari, importa d’accennare, una volta per sempre, che non sono imputabili alla Chiesa, la quale non gli ha nè sanciti, nè approvati. Ho fiducia di provare, che non sono conseguenze legittime nè del domma nè della morale della Chiesa. Se alcuni le hanno dedotte da essa, la Chiesa non può prevenire tutti i paralogismi, nè distruggere la logica delle passioni. Quando però mi parrà che questi mali siano minori in realtà che in pittura, io non lascerò di farlo osservare; ma solamente per la giustificazione della Chiesa, sulla quale se ne vuol far ricadere il biasimo. Se alcuno vorrà credere che questi inconvenienti siano particolari all’Italia, io non m’affaticherò per levargli una tale opinione. S’avverta però che le citazioni degli scrittori francesi verranno in molte parti a provare incidentemente il fatto contrario; poichè si vedrà che, nello stabilire le verità cattoliche, hanno combattuti quegli errori e quelle illusioni, come esistenti in Francia. Così non fosse! perchè può mai per un cristiano diventare una consolazione dell’orgoglio nazionale il vedere la Chiesa meno bella in qualunque parte del mondo?

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