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DISCORSO
SOPRA ALCUNI PUNTI
DELLA STORIA LONGOBARDICA IN ITALIA
Capitolo I
CAPITOLO PRIMO
SCHIARIMENTI D'ALCUNI FATTI RIFERITI NELLE NOTIZIE STORICHE
Il solo documento, a mia notizia, che ci rimanga della proposta di queste nozze, è la lettera, con cui Stefano papa dissuade i due re Franchi, Carlo e Carlomanno, dall’imparentarsi con la casa di Desiderio. Della riuscita, nessun cronista ne parla; quindi alcuni hanno creduto che questo punto di storia rimanesse in dubbio. «Se poi (dice un moderno) abbia avuto effetto il matrimonio di Gisla con Adelchi, sebbene alcuni l’asse-
riscano io però non oserei affermarlo» . S’hanno però prove storiche del contrario. Gisla, nata nel 757 , aveva tredici anni quando il matrimonio fu proposto, e quattordici quando il ripudio d’Ermengarda ruppe l’amicizia tra le due famiglie. , scrittore di que’ tempi, e allevato nel palazzo di Carlo, dice che Gisla si fece monaca nella sua prima gioventù . E fu badessa di Chelle, come si vede da alcune lettere che le scrisse Alcuino , e dalla carta d’una donazione, fatta da lei al monastero di san Dionigi, nell’anno 799 .
Il monaco di san Gallo, anonimo autore di due libri De gestis Caroli Magni, afferma che Ermengarda fu ripudiata per giudizio di santissimi sacerdoti, perchè inferma e sterile . Il Basnage, terzo editore di que’ libri, mise a questo passo la seguente nota: «S’osservi la cagione del divorzio tra Carlomagno e la figlia di Desiderio, cagione non accennata, che io sappia, da alcun antico scrittore». Ma, per attestare un fatto simile, non basta certo l’autorità di quella cronicaccia, scritta più d’un secolo dopo il fatto, e piena di favole incoerenti, nelle quali si vede il germe di quelle pazze paladinerie, che poi furono per tanto tempo spacciate e tenute come l’unica storia di quell’epoca, e ne soffogarono il concetto vero e importante. Abbiam citata questa falsa opinione, perchè è stata ricevuta da molti scrittori, e, tra gli altri, dal Fleury : ma quando questo scriveva, la critica della storia era ancor meno sospettosa che a’ giorni nostri. Il Muratori rifiuta con tutta ragione l’autorità dell’anonimo; e, per provare che fu disapprovato il ripudio di Ermengarda e il nuovo matrimonio di Carlo, cita il fatto del cugino di Carlo medesimo, sant’Adelardo, il quale, accorandosi di vedere che il re, scacciata la moglie innocente, aveva contratto un matrimonio illecito, si fece monaco, per non esser più immischiato in tali faccende .
Molti moderni la dipingono come un’usurpazione. Ecco cosa ne dice il : «Passano gli scrittori francesi con tutta disinvoltura questa azione di Carlomanno, come se fosse cosa da nulla l’avere usurpato a’ suoi nipoti un regno, che per tutte le leggi divine ed umane era loro dovuto, con averli anche di poi perseguitati» . Queste poche parole d’uno scrittore così diligente e sagace, possono servire per un esempio solenne di quell’usanza, troppo comune, di giudicar fatti vecchi con regole nuove. Nelle leggi divine, non credo che si possa trovarne una, per cui i figli di Carlomagno dovessero succedergli nel regno. E in quanto all’umane, l’egregio Muratori sapeva meglio d’ogni altro che, presso i popoli settentrionali, la successione al regno era regolata, non da leggi scritte, ma da consuetudini; e che la consuetudine de’ Franchi, in que’ tempi, era d’eleggere nella famiglia del re morto colui che paresse il più adattato. Così erano stati creati re Carlo e Carlomanno, dopo la morte del loro padre Pipino . S’andava bensì verso la successione ereditaria; ma s’era ancora ben lontani dall’esserci arrivati. Dimanierachè la vera usurpazione sarebbe stata quella che voleva Desiderio; il quale in fatti non si vede che mettesse in campo altro argomento che quello della forza. Se avesse parlato di leggi divine e umane, Adriano non avrebbe avuto a far altro che domandargli se lui, successore d’Astolfo, era figlio d’Astolfo. Dovremo toccar di nuovo questo punto, nel capitolo V.
Questa formola usata continuamente, e nelle lettere de’ papi ai re franchi, e nelle cronache, per indicar ciò che i papi pretendevano dai re longobardi, è stata interpretata in diverse maniere. Il Muratori , copiato poi dall’autore delle Antichità Longobardico-milanesi , definisce queste giustizie: «allodiali, rendite e diritti, che appartenevano alla Chiesa romana nel regno longobardico;» ma senza addurre alcun motivo d’una tale opinione; la quale, del resto, è contradetta dai documenti medesimi. Bastino in prova queste parole di Paolo I, in una lettera a Pipino: «Le giustizie di san Pietro, cioè tutti i patrimoni, e i diritti, i luoghi, i confini, i territori delle nostre diverse città della repubblica de’ Romani .» Una congettura più pensata è proposta dal signor Sismondi: «Le città regie, dice, ossia le tenute della corona, erano in Francia governate da giudici; è quindi probabile che, nelle donazioni fatte a san Pietro, siano state indicate col nome di giustizie .» Ma, in verità, è troppo poco per costituire una tal probabilità. Bisognerebbe almeno che il vocabolo avesse avuto quel significato presso i Franchi; e non ce n’è, ch’io sappia, un solo esempio. Si trova bensì nelle loro leggi con un altro significato; il quale, se non m’inganno, è quello che si cerca nella formola in questione. Ne’ Capitolari di Carlo Magno è intimata una pena al Conte che non avrà fatte le giustizie ; è comandato di protegger le giustizie delle Chiese, delle vedove, degli orfani, de’ pupilli ; è prescritto che i deboli d’ogni sorte ottengano le loro giustizie . Qui, come ognun vede, il vocabolo è adoprato a significare, in un senso generalissimo, ciò che è dovuto; e un tal senso conviene appunto agli oggetti vari, moltiplici, indeterminati delle richieste de’ papi: consegna di terre promesse, restituzione d’occupate, cessazione di nuove occupazioni, ch’erano, per dir così, in corso. E, se c’è bisogno d’altri argomenti, s’osservi che, nelle loro lettere, come appunto ne’ brani di leggi citati or ora, è detto più volte fare le giustizie, o anche la giustizia : locuzioni convenientissime, nell’uno e nell’altro caso, al senso che abbiam detto, e che non n’avrebbero alcuno, se, per giustizie e giustizia, si dovesse intender materialmente le cose contrastate; le quali, non si trattava punto di farle, ma di darle, o di renderle, o di lasciarle stare. Il Ducange nel Glossario, alla voce Justitia, aveva sciolta benissimo la questione, senza porla, mettendo insieme esempi cavati dalle leggi de’ Franchi, analoghi a quelli che abbiam citati, e esempi relativi alle giustizie di san Pietro, sotto la definizione comune: Jus quod alicui in re quavis competit, sive in ejus reditibus.
Si può credere che questa locuzione sia venuta nel latino barbarico, dalla Volgata, da cui tant’altri vocaboli sono stati derivati nelle lingue moderne. In essa justitiae, tra molti sensi leggermente distinti e analoghi, ha molte volte questo, di diritti o doveri, rispettivamente. «Mie sono le giustizie e l’impero» dice Dio in Isaia . «V’ho insegnato i comandamenti e le giustizie» dice Mosè nel Deuteronomio ; per non citare altri esempi.
Molti cronisti non dicon più di così: Fuit rex Carlus in Italia provincia. Domnus rex Karolus perrexit in Italia cum Francis. Karolus Italiam petit, et Desiderium intra Papiam clausum obsidet . Altri raccontano o, per dir meglio, accennano il passaggio delle Chiuse, e la fuga de’ Longobardi, senza curarsi di spiegare, nè il come di quel fatto, nè il perchè di questo. Altri spiegan tutto, ma per mezzo d’un miracolo immaginato da loro: espediente che s’accorda così bene con la religione, come con la storia. Dopo aver parlato dell’insuperabilità delle Chiuse, e d’una gran resistenza de’ Longobardi, affermano, come se lo sapessero di buon luogo, che Dio mise loro in cuore uno spavento, per cui presero improvvisamente la fuga, senza essere assaliti .
Ma tutto, se non c’inganniamo, si spiega davvero, accozzando i tre fatti, che abbiamo accennati nelle Notizie Storiche, e che si trovan dispersi, per dir così, in diverse cronache.
Uno, il tradimento d’alcuni de’ principali Longobardi, già venduti a Carlo. L’anonimo Salernitano, citato nelle Notizie suddette, è, credo, il solo che ne parli. Ma le cronache son tanto digiune, ma i pochi scrittori contemporanei sono così parziali per Carlo, ma quest’intrighi quadrano così bene col resto de’ fatti, che chiunque ha lette le memorie di quella guerra, è inclinato a credere a quell’anonimo. Ratchis, competitore di Desiderio nel regno, aveva avuto un partito poderoso; e Desiderio non seppe disarmar questo partito, che persuadendo, per mezzo del papa, il suo rivale a desistere dalla pretensione. La cosa s’acquietò a quel modo: Desiderio fu re; ma il partito non fu distrutto. La pronta sommissione di molti Longobardi a Carlo, e la conservazione del regno in quella nazione, rendono ancor più probabile un’intelligenza anteriore.
L’altro fatto è l’essere stata indicata a Carlo una strada sconosciuta per scendere in Italia, dal diacono Martino: fatto riferito da , storico, non solo contemporaneo, ma che aveva conosciuto il personaggio medesimo. Il monaco anonimo, autore della cronaca della Novalesa, al quale ritorneremo or ora, racconta che fu un giullare che, presentatosi a Carlo in Val di Susa, s’esibì d’insegnargli un passo sconosciuto; e condusse infatti l’esercito Franco alle spalle de’ Longobardi . L’asserzione di questo scrittore, posteriore di circa tre secoli all’avvenimento, e solenne romanziere, non merita fede alcuna, quando è in opposizione con l’autorità d’Agnello Ravennate; ma può servire nel resto ad attestare una tradizione rimasta del fatto, che una strada fu inaspettatamente indicata a Carlo.
Finalmente, l’aver Carlo mandato per un passo difficile (cioè per quello di cui s’è parlato ora), un drappello di guerrieri scelti, per sorprendere i Longobardi alle spalle: fatto riferito dalla cronaca di Moissac , e, a un di presso con le stesse parole, negli annali detti di Metz , e accennati laconicamente da due altri annalisti . Il monaco della Novalesa dice che Carlo andò con tutto l’esercito dietro alla guida; ma ognuno vede quanto sia più probabile che abbia preso l’altro partito, il quale, con minor pericolo, e con minor difficoltà, aveva maggior probabilità di riuscita; giacchè il rimanere una parte dell’esercito, serviva i trattenere a Longobardi alle Chiuse, finchè il drappello fosse arrivato, e a prenderli poi in mezzo, quando quello gli avesse assaliti.
, il quale avrebbe potuto saperci dir la cosa meglio di qualunque altro, si contenta d’accennar generalissimamente le fatiche dei Franchi nel varcare gioghi senza strada, balze altissime, rupi scoscese . Vada per quegli storici che raccontano le cose che non sanno.
Sulla situazione poi delle Chiuse, alcune indicazioni ci sono date dal monaco della Novalesa, il quale, per quanto poco valga come storico, merita pure d’esser sentito, quando parla di luoghi a lui noti, e di cose che afferma d’aver vedute. Dice dunque che i fondamenti delle Chiuse sussistevano a’ suoi giorni, dal monte Porcariano (probabilmente l’alpi della Porzia) fino al Vico Cabrio . Chiavrie è situato sulla sinistra della Dora minore, verso lo sbocco di Val di Susa. Dall’altra sponda, e quasi dirimpetto a Chiavrie, è il luogo che si chiama ancora la Chiusa. Il nome di questo paese è già un forte indizio che l’antiche Chiuse fossero lì; e un tale indizio diventa quasi certezza, quando si riflette ch’erano per l’appunto allo sbocco di Val di Susa. Questo si rileva dalla Carta della divisione dell’impero de’ Franchi fatta da Carlomagno; nella quale, tra i territori assegnati al figlio Lodovico, comprende la Valle Susina, fino alle Chiuse . Del resto, il monaco racconta che Carlo, non potendo superar le Chiuse, occupò tutta la Val di Susa; afferma che s’acquartierò nel monastero della Novalesa, dove consumò tutte le provvisioni de’ monaci; cosa che si può credere anche a un romanziere.
In quanto al giro fatto dai Franchi, dice poco e oscuramente. Il giullare, secondo lui, abbandonati tutti i sentieri conosciuti, li condusse per il ciglio d’un monte. Un luogo di dove passarono, serbava ancora ai tempi del monaco il nome di Via de’ Franchi . Quest’indicazione è forse diventata inutile, giacchè quel luogo può aver perduto un tal nome. Villafranca nella Val d’Aosta è troppo lontana dal monte Cenisio e dalle Chiuse, perchè la somiglianza del nome basti a far sospettare che i Franchi siano passati da quella parte. Il luogo dove si misero in battaglia, è indicato espressamente dal monaco, e quadra benissimo con l’altre posizioni conosciute: riuscirono, dice, e si radunarono al Vico Gavense . Giaveno infatti è situato al di qua della Chiusa, e a poca distanza. Pare quindi che que’ Franchi siano discesi per la Val di Viù; ma tutta la strada, non si può indovinare col solo aiuto della carta: forse una visita sul luogo potrebbe condurre a una scoperta più concludente. Sarebbe da desiderarsi che alcuno di coloro che si divertono a tribolare il prossimo, e de’ quali non c’è mai stata penuria, prendesse a cuore questa scoperta; e, lasciando per essa le sue solite occupazioni, andasse sul luogo, e v’impiegasse molto tempo in una tale ricerca.
Non n’è fatta menzione, a nostra notizia, che nella cronichetta di Ridolfo notaio, stampata nel secondo volume della storia di Brescia del Biemmi, 1749. Ma quel documento, benchè del sospetto secolo undecimo, merita attenzione, per la maniera storica e semplice con cui è scritto. E può contribuire anche ad accrescergli fiducia, il trovarci alcuni personaggi del tempo di Carlomagno, l’esistenza de’ quali è certamente storica, e che non potevano esser noti al cronista, che per memorie di scrittori di quel tempo; come il conte Arvino, e Anselmo Abate di Nonantola.
«Cosa poi avvenisse di questi principi, lo tace la storia, verosimilmente per non rivelare un fatto che tornava in discredito di esso Carlo, cioè la sua poca umanità verso gl’innocenti nipoti.» Così il ; e, prima e dopo di lui, molt’altri scrittori hanno fatto intendere che sotto questo silenzio sospettavano qualcosa d’atroce e di misterioso . Ma il silenzio di que’ cronisti, anche sui personaggi più importanti, è troppo frequente e comune, per esser significante: chi lo volesse interpretar sempre, avrebbe un gran da fare; tante cose hanno lasciato fuori! Che se in questo caso avessero avuta l’intenzione d’abbuiare un fatto disonorevole per Carlo, perchè avrebbero raccontato che Gerberga si mise, co’ figli, nelle sue mani? Non eran poi tanto barbari, da non vedere che il miglior mezzo per far dimenticare qualcheduno, è di non parlarne punto.
Capitolo II
CAPITOLO II
SE AL TEMPO DELL’INVASIONE DI CARLOMAGNO I LONGOBARDI E GL’ITALIANI FORMASSERO UN POPOLO SOLO
Due popoli viventi nello stesso paese, e diversi di nome, di lingua, di vestiario, d’interessi, e in parte di leggi, tale è lo stato in cui, per un tempo, nè definito, nè definibile, si trovò quasi tutta l’Europa, dopo l’invasioni e gli stabilimenti de’ Barbari. Le relazioni che dovettero formarsi e sussister tra queste due così differenti, e soprattutto così disuguali società; relazioni fondate per tutto sur un fatto dello stesso genere, la conquista, e nello stesso tempo variamente modificate, nei vari paesi, da infinite circostanze speciali; furono certamente una delle cose più importanti e più caratteristiche d’un tal tempo; e, non meno certamente, anzi per necessità, una delle più manifeste. E con tutto ciò è questo uno de’ punti più oscuri, più ignorati, più trascurati della storia. I cronisti del medio evo raccontano per lo più i soli avvenimenti principali o straordinari, e fanno la storia del solo popolo conquistatore, e qualche volta de’ soli re e de’ personaggi primari di quel popolo. Delle sue relazioni coi conquistati, dello stato di questi, non parlano quasi mai di proposito; e, quando lo fanno occasionalmente, le formole di cui si servono sono per lo più rapide, originali, speciali: si vede che avevano un significato chiaro, e, per dir così, un valor corrente, che per noi è perso; e sono più proprie a somministrare un soggetto di discussione, che uno schia- rimento. Tra tutte poi le memorie del medio evo, le più segnalate per laconismo, per omissioni su tutto ciò che riguarda la popolazione conquistata, sono forse quelle che ci rimangono della dominazione longobardica in Italia.
Malgrado questa scarsità di notizie, c’è, sulle relazioni de’ due popoli, almeno per un certo periodo della loro convivenza, un’opinione espressa con molta sicurezza da scrittori riputatissimi, e ricevuta con fiducia dalla più parte di coloro ai quali piace d’avere, in poche parole, de’ giudizi generali sull’epoche importanti della storia. Ed è che, già prima della conquista di Carlomagno, Longobardi e Italiani fossero diventati un popolo solo. Quest’opinione ci proponiamo d’esaminare.
Il primo, a mia notizia, che l’abbia, non so s’io dica espressa o iniziata, fu , con queste parole: «E così per gran tempo signoreggiarono i Longobardi in Italia; tanto che si convertirono in paesani per tutta Italia .» Dopo lui (non oserei dire dietro lui), il : «Erano stati i Longobardi dugento ventidue anni in Italia, e di già non ritenevano di forastieri altro che il nome .» Poi, con affermazione non meno sicura, e con più apparenza e precisione, il : «Divenuti Romani e Longobardi un popolo solo, ecc. .» Finalmente, con termini ancor più qualificativi, un autor più moderno: «Felice esser doveva anzi che no la condizione dei cittadini sì longobardi che italiani, i quali con loro formavano uno stesso corpo civile, ed una stessa repubblica .»
In queste asserzioni generalissime si trovano affermati molti fatti, e specialmente questi: che nessuna delle due razze aveva diritti politici dai quali l’altra fosse esclusa, val a dire che, tra le condizioni che potevano esser richieste per posseder questi diritti, non entrava punto l’appartenere all’una o all’altra; che, per conseguenza, il potere non era ristretto privativamente in una, che le persone investite d’un’autorità qualunque erano indifferentemente di quella de’ conquistatori, o di quella de’ conquistati, e quindi un Italiano poteva essere il superiore d’un Longobardo, come viceversa; che, se c’erano distinzioni ereditarie di gradi, di titoli, d’autorità, queste distinzioni si trovavano sparse nelle famiglie delle due nazioni; che, in somma, il discendere da Longobardi o da Italiani, era un semplice fatto genealogico, senza alcuna conseguenza politica o civile.
Un tale stato di cose, a que’ tempi, sarebbe certo un fenomeno de’ più singolari della storia; ma questa singolarità appunto deve avvertirci di non ammetterlo, senza buoni argomenti. Quattro, ch’io sappia, ne sono stati piuttosto accennati che esposti; e sono: la lunga durata dell’occupazione; il non avere i Longobardi conservati altri stabilimenti fuori d’Italia; la loro conversione; i matrimoni. Esaminiamo brevemente questi quattro argomenti.
Il primo riposa sur una supposizione affatto arbitraria, cioè che due nazioni non possano, per un tempo anche lunghissimo, abitar lo stesso paese, rimanendo affatto distinte politicamente. In teoria non si vede su cosa sia fondata questa impossibilità. Una nazione armata ne sottomette un’altra, e s’impadronisce del suo territorio; si stabilisce in questo, con possessi e privilegi particolari, che riguarda come il frutto della conquista; mantiene o crea per sè sola dell’istituzioni particolari, destinate a conservarli; trasmette quell’istituzioni di generazione in generazione, usando ogni cautela per evitar la confusione e la mescolanza, perchè queste equivalgono a perdita de’ privilegi stessi: per qual ragione un tale stato di cose non potrà durare tre, quattro, dieci secoli? Perchè cessi, converrà che quelli che ne godono il vantaggio, o ci rinunzino, o ne siano spogliati; ma, per l’uno e per l’altro di questi effetti, non basta il tempo; nel quale, ma non dal quale le cose si fanno. In pratica poi, quella supposizione è smentita da troppi fatti. I Mori non diventarono Spagnoli, i Turchi non son diventati Greci, dopo occupazioni molto più lunghe di quella de’ Longobardi alla fine dell’ottavo secolo. Chi dunque fonda l’identificazione delle due nazioni longobarda e latina sul loro lungo convivere nello stesso paese, ragiona a un di presso come chi dicesse: quel carceriere abita da tant’anni nelle prigioni, che oramai può esser chiamato prigioniero.
Si vede che l’errore cominciò con un equivoco, cioè con qualcosa di vero in un senso, ma che non è il senso a cui si mira: come comincia ogni errore che non sia puramente negativo: s’appoggia alla verità, e ne sporge in fuori, con la tendenza a andar sempre più in fuori. Paesano, forestiero, son vocaboli che possono riferirsi, tanto al paese materiale, quanto a ciò che costituisce la concittadinanza. Nel primo senso, quella proposizione è vera, ma inconcludente: troppo vera, perchè non fa altro che dir la stessa cosa con diversi termini. — I Longobardi, nati in Italia, di padri e da avi nati in Italia, erano, riguardo al luogo della nascita, paesani, non forestieri, in Italia. — Non c’è che ridire: ma non c’è ragion di dirlo. Dunque erano paesani, non erano forestieri, in nessun senso, riguardo agl’Italiani. – Oh! questo no: ci vuol altro.
Il secondo argomento è stato messo in campo la prima volta, se non m’inganno, dal , in questi termini: «Assuefatta l’Italia alla dominazione de’ suoi Re, non più come stranieri gli riconobbe, ma come Principi suoi naturali; poichè essi non aveano altri Regni o Stati collocati altrove, ma loro proprio paese era già fatta l’Italia, la quale per ciò non poteva dirsi serva, e dominata da straniere genti .» Ma è lo stesso equivoco, sotto un’altra forma; e non si può altro che opporgli la stessa distinzione. Non più stranieri, riguardo a che? All’Italia, geograficamente intesa? È, se ci si passa questo vocabolo, un identicismo puerile. All’Italia, moralmente intesa, cioè agl’Italiani? È una falsa conseguenza. E cosa vuol dire quell’altrove? In altri luoghi? Siam sempre lì: c’è altro da vedere. Se, riguardo agl’Italiani, il regno, lo Stato fosse o non fosse collocato altrove, cioè in una società della quale essi non facessero parte, questa è la questione, che il Giannone non vide. Suppose che l’avere una stessa e sola patria materiale costituisca necessariamente la connazionalità. E, a ragionare a modo suo, gl’Iloti avrebbero dovuto riguardarsi come concittadini de’ Lacedemoni, loro conquistatori, perchè questi non avevano regni o Stati, fuori del Pelopenneso.
Gli altri due argomenti sono addotti indirettamente dal : poichè, prima d’asserire che «Romani e Longobardi erano divenuti un popolo solo» dice: «Deposero i Longobardi gli errori d’Ario, s’imparentarono coi Romani, cioè con gli antichi abitatori d’Italia.»
Ora in quanto alla religione, è cosa troppo evidente che l’averne le due nazioni una sola, avrebbe potuto bensì facilitar la riunione, ma non ha potuto operarla. Non era nemmeno una condizione necessaria; giacchè, come l’identità della religione non crea punto la concittadinanza, così la diversità di quella non basta punto a impedirla. Gl’Iloti e i Lacedemoni, citati or ora, avevano, oltre la patria materiale, comune anche la religione; e ognuno sa come fossero concittadini. Lo furono, all’opposto, in qualche tempo dell’Impero romano, cristiani e pagani: per non citare una quantità d’esempi moderni. Quest’argomento ha dunque il difetto degli altri due, cioè di far nascere un fatto immaginario da fatti, veri bensì, ma che, riguardo ad esso, non potevano esser cagioni.
Parrà forse, a prima vista, che, lo potesse essere l’altro allegato dal Muratori; ma basta la più piccola riflessione, per far vedere il contrario. I matrimoni tra persone di due diverse nazioni possono bensì far passare delle persone da una nazione nell’altra; ma identificar le due nazioni, neppur per idea. Sabini e Romani rimasero due popoli, dopo il celebre ratto; e sarebbe stato lo stesso, se anche i giovinotti sabini avessero rapite altrettante Romane. Per farne un popolo solo, ci volle un trattato positivo, con una guerra di mezzo. Nec pacem modo, sed et civitatem unam ex duabus faciunt: regnum consociant , dice che diceva mirabilmente ogni cosa; e se questa non foss’altro che un apologo, sia citata per quello a cui servon benissimo gli apologhi, cioè, non a provare, ma a render chiaro. Non ci s’opponga, di grazia, che Sabini e Romani non vivevano sullo stesso territorio. Sarebbe un tirar di nuovo nella questione una circostanza che non ci ha che fare, e dimenticarne il punto essenziale, e, di più, un punto che s’è ammesso, e nel genere e nella specie. Infatti, che due popoli possano rimaner due popoli distinti e separati politicamente, abitando lo stesso paese; che questo sia stato, per un tempo qualunque, il caso de’ Longobardi e degli Italiani; son cose ammesse, anzi affermate implicitamente da chi dice che diventaron poi un popolo solo. Ora, per far cessare quel primo fatto e produrre questo secondo, i matrimoni non avevano virtù alcuna. Non occorre nemmeno osservare che, per cagione appunto di quella distinzione e separazione, tali matrimoni dovevano essere molto rari. Fossero anche stati frequenti (come pare che, senza alcuna prova, e contro ogni probabilità, abbia supposto in questo caso il Muratori: e, certo, senza una tal supposizione, l’argomento non sarebbe neppure stato specioso), in qual maniera avrebbero operato il miracolo di far delle due nazioni una sola? Per mezzo de’ figli? Ma cosa si vuol supporre che questi fossero? Longobardi e Italiani insieme? Vorrebbe dire che avevano e non avevano certi diritti, o certe capacità, delle quali, o d’alcuna delle quali toccheremo or ora qualcosa. È egli in uno stato contradittorio e impossibile, cioè nel nulla che due cose possono unirsi, per diventare una sola? Bisogna dunque dire necessariamente che i figli di que’ matrimoni appartenessero a una nazione o all’altra: ed ecco sempre le due nazioni. E che quelli che nascevano da una Longobarda e da un Romano, dovessero appartenere alla nazione del padre, affinchè le donne non potessero portare nelle famiglie romane la nazionalità longobarda, è cosa talmente verisimile, anzi è talmente la sola verisimile, che si dovrebbe supporla quando non se n’avesse alcun documento. Ma ce n’è; e quell’egregio scrittore, le di cui diligenti, importanti, numerose scoperte saranno sempre un oggetto di riconoscenza, e una scusa abbondante per le sviste che possa aver fatte; quell’egregio scrittore non si rammentò che, in quelle stesse leggi longobardiche che furono ristampate e commentate da lui, sta scritto: «Se un Romano avrà sposata una Longobarda..., questa è diventata Romana, e i figli che nasceranno da un tal matrimonio siano romani, e seguano la legge del padre .» Sicchè questo fatto non serve ad altro che a somministrarci una testimonianza della separazione de’ due popoli. N’addurremo alcuni altri che l’attestano ugualmente, e dimostrano quindi quanto l’opinione opposta sia, non solo arbitraria, ma positivamente falsa, in contradizione perpetua con la storia e smentita dai documenti del tempo.
I. Da Rotari, che fu il primo, fino ad Astolfo, che fu l’ultimo de’ re longobardi di cui si siano conservate leggi, tutti, in testa a quelle, si sono intitolati: re della nazione de’ Longobardi . Si domanda, se questa denominazione comprendeva tutti gli abitanti d’Italia, o la sola nazione conquistatrice. Se tutti; perchè dunque le leggi stesse distinguono Longobardo da Romano? Se la sola nazione conquistatrice; qual testimonianza, più autentica, più solenne, più concludente può cercarsi della distinzione politica delle due nazioni, che quella de’ re, i quali si chiamano esclusivamente capi d’una di esse: quel re che dai propugnatori dell’unità sono rappresentati come l’anello che le riuniva? Potevano far di più per avvertire il di non mettere in carta quelle strane parole: «Assuefatta l’Italia alla dominazione de’ suoi re?»
II. Tutti questi re promulgatori di leggi parlano poi dell’intervento de’ Giudici, o de’ Fedeli longobardi, o anche di tutto il popolo. Si domanda anche qui se, per popolo, si deva intendere tutti gli abitanti d’Italia. C’è stato alcuno che abbia detto, o c’è alcuno che voglia dire che gl’Italiani erano chiamati a dare il loro parere sulle leggi de’ Longobardi? E se no, come si può dire, che formino uno stesso corpo civile, una sola repubblica, due popolazioni, una delle quali, o in corpo o per frazione, concorre alla legislazione, e l’altra n’è affatto esclusa? A questo si darà forse una risposta, la quale, diremo anche qui, non può servire ad altro che a somministrare una prova di più al nostro assunto. Si dirà che le leggi promulgate dai re con l’intervento de’ Longobardi, obbligavano questi soli; che i Romani avevano la loro legge; e che a questi non si faceva torto, non chiamandoli a ciò che non li riguardava. Anzi, questo permesso dato ai Romani di vivere secondo la loro legge, è addotto come una prova della clemenza de’ vincitori . Lasciamo per ora da una parte la clemenza, della quale si parlerà altrove: fosse questo, o qualunque altro, il motivo del fatto; il fatto medesimo, cioè l’aver leggi diverse, importa tutt’altro che unità delle due nazioni. Pretendere, che Longobardi e Romani fossero un popolo solo, e nello stesso tempo, che i Longobardi fossero un popolo clemente verso i Romani, è un attribuire ai primi due meriti incompatibili: per quanto buona volontà uno si senta di favorirli, bisogna pure scegliere tra i due sistemi di lode.
Si noti qui di passaggio, che il primo e debole principio di concittadinanza tra Longobardi e Romani, pare che si possa vederlo ne’ proemi alle leggi costituite dai re di nazione Franca; ne’ quali, per la prima volta, si fa menzione dell’assistenza de’ vescovi e degli abati . Se, come pare più che probabile, si deve intendere di tutti i prelati del regno, e non di quelli soli che fossero longobardi o franchi, si comincia qui a veder qualche Italiano prender parte a un atto politico: per lo stesso mezzo che i Gallo-romani in Francia; ma molto più tardi, troppo più tardi, e quindi con troppo diversi effetti.
III. S’è mai citato, non dico tra i re, ma tra i duchi, tra i giudici, tra i gastaldi, tra i gasindi regi, tra le cariche di qualunque sorte del regno longobardico, il nome d’un personaggio latino? In quell’ammasso di notizie, vere, false, dubbie, che si chiama storia de’ Franchi, si trova almeno qualche ambasciatore, qualche capitano romano, e fino un re, o capo temporario ; e questo è stato un grande argomento per quegli scrittori sistematici che hanno voluto provare che i Franchi, impadronendosi delle Gallie, non avevano serbato esclusivamente nella loro nazione l’esercizio del potere. Ma nelle cariche, come nell’imprese de’ Longobardi, prima di Carlomagno, non è mai fatta menzione d’un personaggio italiano, nemmeno con un titolo dubbioso, nemmeno immaginario.
IV. Cosa poi pensassero gl’Italiani e Longobardi medesimi di questo esser diventati un popol solo, n’abbiamo due celebri testimonianze. «La perfida e puzzolentissima nazione de’ Longobardi, che non si conta neppure tra le nazioni, e dalla quale è certo essere venuta la razza de’ lebbrosi , dice un Italiano, Stefano III, nella lettera con cui vuol dissuadere i due figli di Pipino dall’imparentarsi con la casa di Desiderio. Fu quattr’anni prima della conquista di Carlomagno: e, di certo, non viene in mente a nessuno, che quel papa volesse parlar di tutti gli abitanti del regno longobardico. «Per noi altri Longobardi, Sassoni, Franchi, Lotaringi, Baioari, Svevi, Burgondioni, il nome stesso di Romano è un’ingiuria ,» dice con altre galanterie, un Longobardo, nato probabilmente a Pavia, certamente in Italia, Liutprando, vescovo di Cremona, in risposta a Niceforo Foca, presso cui era inviato d’Ottone I, e che gli aveva detto: «Voi altri non siete Romani, ma Longobardi.» Per ciò che riguarda la nostra questione, Stefano e Liutprando non potrebbero andar più d’accordo. E si noti che quest’ultimo parlava così nel 968. Se l’unione era già compita prima della conquista suddetta, ci sarebbero due secoli di buona misura.
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The end
You’ve reached the end of Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia.
