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Avvertenza dell'Editore
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Il commendatore e il cavalier , discepoli ed amici del conte di Cavour, poco dopo la sua morte, a renderne quanto più per loro potevasi onorata la memoria, ne raccolsero i principali Discorsi parlamentari, li ordinarono, li corredarono di opportune e pregevoli notizie, e li pubblicarono tradotti in francese, lingua assai più famigliare della nostra in Europa. Accolto di buongrado da coloro che conservavano ancor fresca la memoria dell’illustre statista italiano, il libro non ebbe però quella generale diffusione che meritava; ed in Italia appena ne giunsero pochi esemplari, forse perchè qui sapeva male di leggere i Discorsi del gran ministro in una lingua diversa da quella in cui furono pronunziati.
Questo pensiero, e la bontà intrinseca del libro, e pur vedendo quanto frequentemente occorra di rammentare le cose dette e fatte dal conte di Cavour, mi hanno persuaso che la raccolta dei signori Artom e Blanc, ristampata in italiano, riuscirebbe utile a molti. Mi rivolsi quindi ad essi per ottenere il loro consenso; e non soltanto gentilmente me lo accordarono, ma il commendatore Artom, con squisita cortesia, volle da sè ridurre in italiano la Prefazione della edizione francese, nella quale, più che narrata, egli con affetto e fedeltà impareggiabili ha ritratta la vita dell’illustre e venerato maestro.
Giova sperare che questo libro ove appaiono insieme con le difficoltà molte e grandi che si presentarono sul cammino del conte di Cavour, l’ingegno, la dottrina, la tenacità dei propositi e la bene accorta scelta dei mezzi ch’egli adoperò per vincerle, varrà, se non ad accrescere, a rendere più di sè consapevole il culto degl’Italiani pel grande statista; e che coloro i quali si consacrano alla difficile arte del governare lo Stato e specialmente i giovani nobilmente ambiziosi di servire il loro paese, troveranno in queste pagine una scuola eccellente, alla quale apprenderanno come il conte di Cavour non giunse a sì grande altezza di fama, nè tanto bene fece per la sua patria, co’ meschini artificii e i sottili ripieghi che la gente volgare stima essere il fondamento della politica, ma con la difesa costante dei principii di libertà e di nazionalità da lui altamente proclamati.
Sarebbe inutile avvertire che i Discorsi sono stati cavati dagli Atti ufficiali del Parlamento; ma desidero si sappia che le cure di questa edizione sono dovute al signor , il quale ha molto contribuito affinchè questa pubblicazione ottenesse il gradimento degli Italiani.
Introduzione
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Non ispetta alla presente generazione lo scrivere la storia compiuta della politica del conte di Cavour. I pochi uomini nei quali egli ebbe fiducia e che presero parte a’ suoi lavori debbono serbare verso la memoria dell’uomo di Stato quel secreto che avrebbero mantenuto all’intimo amico, al venerato maestro. Molte e varie considerazioni impongono ai suoi confidenti e alla stessa sua famiglia un riserbo, che non è punto necessario alla fama del conte di Cavour, la quale è anzi destinata a farsi più grande quanto più il vero sarà conosciuto.
Ma, benchè le memorie del nostro grande italiano non possano essere pubblicate, com’egli soleva dire spesso, se non fra cinquant’anni, dai suoi pronipoti, alcuna cosa potrebbe pur farsi, a nostro avviso, per appagare la curiosità legittima e benevola dei contemporanei. Egli visse gran parte della vita pubblica in mezzo alle lotte del Parlamento; quivi egli amava esporre le sue idee: quivi più che mai aveva coscienza della sua morale ed intellettiva grandezza: quivi spesso un’interruzione, un assalto facevano rilucere il suo pensiero d’inusitato splendore.
Raccogliere i suoi discorsi più importanti e offrirli al pubblico in forma acconcia ed economica, è forse il solo omaggio che per noi si possa rendere a quella venerata memoria. Noi abbiamo assunto codesto officio, il quale non richiedeva se non un’abnegazione assoluta ed un coscienzioso rispetto dei pensieri del nostro maestro. Ma, nel rileggere queste eloquenti pagine, piene d’utili insegnamenti, le ricordanze mi si affollano nell’animo. Io ne registro alcune in questa breve Introduzione, limitandomi scrupolosamente agli ultimi anni della vita di lui, a quelli nei quali ebbi l’onore di esercitare presso il conte di Cavour le mie modeste funzioni. Senza rammentare i fatti che tutti ricordano, senza arrogarmi di dare un giudicio dell’opere sue, e senza propormi neppure di comporre la sua biografia, io mi sforzerò di aggiungere alcuni tratti famigliari alla possente immagine che spicca fuori dal libro che pubblichiamo. Alcuna volta io ho dovuto, malgrado mio, mettere me stesso in iscena o parlare di me; sarà debito di giustizia il riconoscere che non lo feci se non quando era inevitabile.
Ognuno conosce le doti intellettuali del conte di Cavour; ma le inestimabili sue doti morali son note a pochi. Agli occhi dei suoi politici avversari egli pareva uomo astuto ed ambizioso cui non ripugnassero mezzi tenebrosi pur di giungere allo scopo: avido del potere, celante il suo dispotismo sotto maschera liberale, scettico e corruttore ad un tempo. Spesso, quand’io gli traduceva gli articoli dei giornali austriaci, ove il Seelen und Reisverkaufer tornava ad ogni momento, vedevo corrergli sul viso l’indigna- zione e lo sprezzo, cui succedeva tosto uno schietto e sonoro scoppio di risa. Il vero si è che quel preteso Machiavello si burlava assai della matricolata furberia che gli veniva attribuita. Egli diceva sovente: «Sono assai meno astuto di quello che si compiacciono di dire: vo per le vie maestre, e credono che io vada pei viottoli: dico aperto quello che penso, e mi regalano reticenze ed ambagi d’ogni maniera.» Ricco, di nobile lignaggio, noto omai come uomo politico de’ primi, recava maraviglia a me il vederlo rassegnarsi ad essere fatto segno a certe accuse, lui, che non aveva alcuno dei fini privati che s’attribuiscono d’ordinario alla cupidigia del potere.
Una sera, durante uno dei momenti più dolorosi della questione di Nizza e della Savoia, gli manifestai francamente il mio pensiero. «Certo, diss’egli, voi date nel segno. Se il Re mi nominasse anche duca di , come dicono ora i giornali austriaci, io non iscambierei con quel titolo il mio nome di conte di Cavour. Ho quattrini quanti mi bastano pei miei bisogni, sebbene io non sia tanto ricco quanto si crede: e mai non sarò così popolare quanto dopo le battaglie di Magenta e alla vigilia di quella di Solferino. Ma che volete? Ho l’ambizione di servire all’Italia: metto a rischio per lei di buon grado la mia fama e la mia popolarità. Se non mirassi ad altro che all’utile privato, invece d’indurre l’Italia e l’Europa ad acconsentire alla cessione di Nizza e della Savoia, darei la mia dimissione e pago d’una gloria acquistata a buon mercato, mi ritirerei a Leri, e lascierei che il paese se la cavasse in mezzo a questa pericolosa crisi politica.»
Il conte di Cavour amava il potere non per le gioie che procaccia, ma per l’altissimo scopo che si era prefisso. La febbrile attività di cui era invasato poteva ben rivolgersi ad ogni specie di lavori. «Mai (mi diceva egli un giorno mentre tornavamo da Genova a Torino), mai non conobbi la noia, codesto verme della generazione presente. Passo le ore, le notti a leggere romanzi ed articoli di riviste: ho vissuto più mesi nelle paludi di Leri per sorvegliare la coltura dei miei fondi. Quand’ero giovane, spendevo talora le notti a sciogliere nella mia mente problemi di matematica. Quando avrò terminato il mio cómpito, mi ritirerò a Leri, invecchierò nella quiete dei campi. Già ve lo dissi spesse volte: il soggiorno di Roma non ha attrattive per me. Metterò in ordine le mie carte, raccoglierò i materiali delle mie memorie e lascierò la cura di pubblicarle a mio nipote od a’ suoi figli.» Questa facilità del fissar l’attenzione su qualunque oggetto, del passare a vicenda dai più vasti disegni politici ai più minuti particolari, mi riempiva spesso di meraviglia. Ricordo che in occasione di quello stesso viaggio, egli m’aveva chiesto di comperargli un romanzo da leggere sulla ferrovia. Scelsi, com’era naturale, opere pubblicate più di recente in Francia e in Inghilterra: ma dovetti ritornar due volte dal libraio, perchè il Conte aveva letto e conosceva tutti quei libri, cosicchè lo pregai di venire egli stesso a sceglierne altri da sè. Dopo essersi divertito alquanto del mio imbarazzo, venne e scelse un volume che per buona ventura non toccò neppure, giacchè la nostra conversazione continuò durante tutto il rapido viaggio da Genova a Torino.
In quel tempo fui testimonio d’un’ovazione fattagli dai Genovesi. Noi venivamo dal Palazzo Reale ove il Conte era smontato al ritorno da Firenze, e ci incamminavamo per le vie Balbi, Nuova e Nuovissima. La città era deserta: era una sera di domenica, e tutti erano alla passeggiata dell’. Il Conte volle condurmi verso il luogo da lui abitato a Genova quand’era tenente nel genio, e mi mostrò la finestra presso cui soleva lavorare allora. Ad un tratto un gran rumore ci tolse a quelle reminiscenze della sua gioventù taluno aveva riconosciuto Cavour, ed aveva sparsa la notizia ch’egli si trovava in quel quartiere della città: molta gente s’era raccolta intorno a lui, e non fu senza fatica ch’egli potè sfuggire in una carrozza di piazza alla folla che gridava Viva Cavour! Viva l’Italia!
Quando fu rientrato nelle sue stanze egli mi narrò quanto fosse stato impopolare il suo nome poco tempo innanzi alla guerra d’Italia. «Molto tempo ci volle (diceva egli) per dimostrare che io non volevo punto ruinare il commercio di Genova o sacrificare questa città a Torino ed alla Spezia. Pochi anni or sono, una metà dei Genovesi era clericale, l’altra metà repubblicana. Tuttavia io non mi perdetti mai d’animo: ero convinto che verrebbe il tempo in cui Genova avrebbe capito qual è l’avvenire che io le preparo.» E quando, durante la spedizione di in Sicilia i mazziniani fecero inutili tentativi per provocare un’insurrezione a Genova, egli diceva: «Non avevo io ragione quando affermava che i Genovesi sono ora così ricchi da dover essere conservatori?»
Anche in Piemonte il suo genio politico aveva avuto da vincere non poche difficoltà. Il suo nome, la sua educazione più francese ed inglese che non ita- liana, tutto gli fu ostacolo da principio. I fatti del 1849 avevano lasciato nel Piemonte come nel resto d’Italia grandissimo fermento. ebbe la gloria di scongiurare i pericoli di quello stato di cose contenendo i partiti estremi, nel tempo stesso che il suo nome splendido di lealtà inspirava la massima fiducia a tutti gli Italiani. In quel tempo il Parlamento non era punto favorevole al conte di Cavour, allorchè parlava della politica interna od estera, e spesso gli accadde di dover subire i fischi delle tribune. Le sue parole incominciarono ad essere autorevoli soltanto nelle questioni di finanza. Le sue profonde cognizioni intorno alla economia politica, la facilità somma con cui trattava le questioni delle imposte, de’ prestiti, dei bilanci, lo fecero chiamare sin dal 1850 al Ministero dell’Agricoltura e del Commercio. Egli incominciò dal riformare i trattati commerciali conchiusi dalla Sardegna colle altre potenze. Abolizione delle tasse differenziali, libertà di cabotaggio, riduzione dei dazi, tutti quei principii che l’Inghilterra aveva adottati per l’impulso vigoroso e fecondo dato da , furono in poco tempo sanciti dal piccolo Regno di Sardegna. Chiamato nel 1851 al Ministero di Finanza, egli continuò a lavorare senza posa, e ad ordinare il Piemonte ad esempio degli Stati più innanzi nella civiltà. Come quegli inventori che sono costretti a fabbricarsi da sè gli strumenti di cui hanno d’uopo, per compire il lavoro che hanno pensato, il conte di Cavour volle innanzi tutto fare del Piemonte uno Stato che potesse offrirsi modello alle altre parti della penisola. Trovato questo saldo punto d’appoggio, avuto fra le mani questo docile e vigoroso strumento, Cavour potè accingersi a tentare la liberazione d’Italia.
Dovremo noi dire però che sin dal 1849, sin dai giorni seguenti alla , il conte di Cavour mirasse all’unità italiana? Ella è una domanda codesta che mi fu fatta spesso: Cavour innanzi alla era egli unitario o federalista? So che negli anni della gioventù la coscienza istintiva della sua potenza intellettuale gli dava il presentimento d’avere ad essere un giorno Ministro d’Italia. Pare a me tuttavia che prima di Villafranca il Conte non avrebbe disdegnato assolutamente una federazione italiana. Pratico e lucido ingegno, egli non proponevasi mai una mèta immaginaria e inaccessibile ma nel tempo stesso egli non si contentava mai di conseguire meno del possibile. Il suo sguardo non oltrepassava mai i confini del reale; ma il reale era pel suo genio orizzonte ben più vasto che non sia per gli altri uomini. Egli mi disse che per la pace di Villafranca appunto divenne impossibile la federazione. Se il Programma di Milano fosse stato compiuto, se l’Italia fosse divenuta libera dall’Alpi all’Adriatico, i sovrani di Napoli e di Toscana, e fors’anche il pontefice, avrebbero potuto piegare per avventura ad una politica veramente nazionale; la confederazione si sarebbe potuta tentare con maggiore o minore probabilità di buon esito. Ma l’Austria essendo rimasta accampata fra il Mincio ed il Po, gli Italiani non poterono illudersi al punto da sperare che la politica degli antichi alleati della Casa d’Absburgo potesse mutarsi ad un tratto. L’istinto della difesa distolse l’Italia dal concetto federativo, ch’era del resto concetto di transizione, e maturò rapidamente il disegno dell’unità.
Mi sia concesso il far osservare in quali errori possono cadere i più chiari scrittori quando non conoscono i fatti con sufficiente esattezza. Nel suo libro sulla Chiesa e le Società Cristiane il , dimenticando che per la pace di Villafranca non s’era punto compiuta l’opera dell’indipendenza, e che anzi l’Austria n’era rimasta di tanto più forte, inquantochè colle stesse posizioni strategiche aveva un territorio meno esteso da difendere e da sorvegliare, accusa il conte Cavour d’avere senza necessità tolto a il concetto unitario nel solo intento di soddisfare all’ambizione piemontese. Codesto è, mi sia concesso dirlo, uno strano errore. Nel 1848 l’Italia era piuttosto federalista che non unitaria: il che prova appunto che il lavoro delle società secrete non aveva fatto frutto, poichè venti anni di cospirazioni non avevano potuto formare un gran partito unitario. L’unità non cessò d’essere un sogno, se non quando una sola delle dinastie regnanti nella penisola si consacrò con eroica fedeltà alla difesa della causa nazionale. Da quel giorno in poi la decadenza delle altre dinastie fu decretata nel cuore degli Italiani: il regno di su tutta l’Italia cominciò il domani della battaglia di Novara. L’unità divenne allora possibile, ma non fu riconosciuta necessaria se non dopo la pace di Villafranca. Nel 1848 Cavour potè essere federalista come , e : dopo Villafranca non è forse temerità il supporre che Rossi sarebbe divenuto unitario come Cavour. Quanto a Gioberti, il suo libro del non ne lascia alcun dubbio.
Sebbene avesse più che altri mai sofferto vedendo la guerra in tal guisa troncata ad un tratto, Cavour fu primo ad accorgersi che quella pace di Villa- franca avrebbe pur potuto recare indirettamente utili effetti all’Italia. Quand’io nel dicembre 1859 andai a prendere gli ordini suoi pei preparativi del nostro viaggio a Parigi (è noto che Cavour era stato nominato plenipotenziario al Congresso, di cui pareva imminente l’adunanza), stupii di trovarlo così gaio ed in buona salute. L’avevo veduto al ritorno da Villafranca pallido, invecchiato in tre giorni di parecchi anni: un viaggio in Savoia e nella Svizzera, alcuni mesi passati a Leri, avevano bastato a rimetterlo. Certo, il nuovo orizzonte che gli si apriva innanzi agli occhi contribuiva a dargli quella gaiezza di cui mi maravigliavo. Egli era allora impaziente di ritornare agli affari. Riunire prima l’Emilia, poi la Toscana: era
questo il programma che, condotto ad effetto, renderebbe possibile l’unità italiana. Tutti sanno com’egli riuscisse a compiere questi disegni, ed ho già parlato delle angoscie da lui sof-
ferte per gli affari di Nizza e di Savoia. Non mi è lecito estendermi su questo argomento. Dirò tuttavia ch’io ebbi allora occasione di assistere alla elaborazione d’uno dei suoi grandi discorsi. Non mi pare inutile l’indicare quale fosse il suo metodo. Per lo più egli aspettava che la discussione incominciasse e durasse per un giorno o due. Seduto tranquillamente sul banco dei Ministri, giocando colla sua stecca e sopportando gli assalti dei suoi avversari con tutta la calma d’uno sperimentato combattente, pareva non far punto attenzione a quanto si diceva: in realtà non gli sfuggiva neppur una sillaba. A poco a poco, per un processo intellettivo di cui era appena consapevole, il disegno del suo discorso gli si trovava compiuto in capo. Senza scriver verbo, senza prendere appunti, tranne quando aveva cifre o dati da addurre, bastava a lui il pensare un’ora o due il mattino del giorno in cui contava di parlare, per rivestire le sue idee della forma più acconcia. Negli ultimi anni egli aveva preso l’usanza di farmi assistere alla ripetizione generale dei suoi discorsi. Seduto dirimpetto a me, egli cercava sul mio volto, che non potè mai celargli nulla, l’impressione che la sottile e forte orditura della sua argomentazione sopra di me produceva. Talvolta m’interrogava coll’occhio o mi costringeva a fargli osservazioni sui punti di cui non era pago abbastanza. Egli abborriva dall’enfasi e dalla rettorica: mirava anzitutto all’evidenza, ed a parer mio vi giungeva. Senza cader mai nella esagerazione o nel paradosso, metteva innanzi le questioni in aspetto nuovo; ma così naturalmente, che spesso gli avversari di buona fede stupivano d’aver potuto giudicare altrimenti. Egli evitava con cura i luoghi comuni, ma le sue idee, benchè nuove, pareva appartenessero a tutti, perchè tutti vi riconoscevano quanto v’era di sostanziale nella discussione, quanto risultava dalle ragioni veramente potenti cui lo stato delle cose era soggetto. Quando parlava italiano, il suo eloquio era difficile, rotto, quasi penoso ad udire: tuttavia, se si esaminano le votazioni delle Camere, si troverà che per lo più la chiusura della discussione era pronunciata subito dopo i suoi discorsi. Senza ch’egli avesse le splendide doti dell’oratore, ne aveva però la più essenziale: l’ingegno flessibile e luminoso, che deduce i suoi argomenti l’uno dall’altro, con vittoriosa semplicità, con chiarezza irresistibile. Niuna interruzione poteva rompere il logico filo delle sue idee. Spesso, quand’io ascoltavo dalle tribune della Camera il discorso preparato il mattino innanzi a me, ho potuto notare la fedeltà della sua memoria. Talora le parole stesse che mi avevano colpito destavano a vicenda, ora gli applausi, ora l’ilarità della Camera; più sovente egli improvvisava la frase, ma l’idea era costantemente la stessa, ed io avrei potuto annunziare a chi mi stava accanto per quali serie di corollari egli giungerebbe alla sua conclusione. Avendogli io un giorno manifestata la mia maraviglia per codesta esattezza, egli mi rispose: «Non sarei tanto sicuro di me se scrivessi il mio discorso. Invece di seguire soltanto l’idea e, quanto alla frase, di fidarmi dell’improvviso, sarei costretto ad attenermi letteralmente allo scritto; e quand’anche avessi dietro un suggeritore, come accade a taluno dei miei onorevoli avversari, perderei spesso il filo del mio discorso. L’abitudine che avevo in gioventù di risolvere mentalmente dei problemi di matematica, mi mise » in grado di accumulare nel cervello una lunga serie di teoremi e di deduzioni che conservano il loro ordine di battaglia e non mi danno alcun impaccio.»
Egli amava spesso parlare dei suoi studi matematici e diceva che ogni questione di morale o di politica è una curva di cui è d’uopo integrare con cura tutti gli elementi. Mi parve un giorno ch’egli desse troppa importanza agli studi matematici nella preparazione della vita politica, ed osai dirgli che certo non avrebbe dato a il governo dell’Inghilterra, benchè avesse scoperto le leggi della gravitazione. Egli lasciò sfuggire un leggero sorriso, e confessò che gli studi economici e storici, i viaggi, l’esperienza degli uomini gli avevano giovato quanto lo studio delle scienze esatte. Cionullameno egli pretendeva d’essere un grande ignorante, perchè, diceva, non conosco nè greco nè latino. Poi, soggiungeva ridendo, «non ho mai scritto versi, e m’è più facile far l’Italia che un sonetto.» Egli abborriva dal dilettantismo e si accusava perfino di non aver gusto per le arti belle, d’essere senz’orecchi per la musica, senz’occhi per la pittura e la scultura. Però costrinse ad accettare la deputazione e diceva: «Chi ha composto il può bene aver seggio nel Parlamento.» Un giorno lo vidi a Bologna rimanere in estasi innanzi alla Santa Cecilia di , e si discusse fra noi della bellezza comparativa di quel quadro e della Madonna della Seggiola. La sua indifferenza per le arti belle era più apparente che reale: amava parere, più che non fosse, privo di senso estetico.
Lo stesso dicasi rispetto alla filosofia. Più d’una volta, con quel benevolo sorriso che animava il suo discorso, mi disse: «Qual è la vostra opinione sul me, sul soggetto e l’oggetto, il finito e l’infinito? Per me, lascio tutte queste belle cose a mio fratello: abbiamo spartito fra noi: a lui l’ideale, a me il reale.» - Malgrado queste celie, egli era ben lungi dall’essere indifferente al gran problema del destino umano. Credeva fermamente al progresso, e questo, secondo lui, poggia sopratutto sulla educazione popolare. Egli rigettava il socialismo, reputandolo negazione della libertà, nella quale poneva la formola suprema della politica interna dello Stato. Ma dichiarava di riconoscere la necessità della tassa dei poveri in Inghilterra: giacchè, diceva, non v’ha diritto al lavoro, ma v’ha obbligo di assistere gli indigenti. Pochi giorni prima della sua morte egli dava prova della sua cura per le sorti degli operai. V’era sciopero de’ fornai a Torino egli fece chiamare il suo fornaio, lo interrogò familiarmente circa le condizioni imposte dai padroni di bottega ai loro operai: il giorno dopo ricevette una deputazione dei padroni, e stava per riceverne una anche degli operai quando cadde malato. Egli opinava infatti dovere il Governo astenersi da ogni ingerenza in siffatti casi, ma essere obbligo degli uomini eminenti per educazione e per ricchezza il prov-
vedere per quanto sia possibile al benessere delle moltitudini. Discorreva spesso della necessità di affrontare coraggiosamente le crisi e gli inconvenienti inseparabili dall’esercizio della libertà, cui voleva illimitata, e subordinata soltanto alle guarentigie del diritto di tutti. Egli applicava arditamente queste idee sia nella cerchia economica, sia nelle materie della politica, della morale e della religione; forse non vi ebbe mai fra i popoli di stirpe latina un uomo che avesse concetto così ampio, rispetto più vero e profondo della libertà. Tutti sanno ch’egli rifiutò di chiedere alla Camera, all’infuori dei tempi di guerra, pieni poteri ch’egli non volle mai assumere una dittatura, che l’Italia gli avrebbe pure affidata senza esitare. Tanta era la sua convinzione su questo argomento che soleva ripetere: «È d’uopo che l’Italia si faccia per mezzo della libertà: altrimenti bisogna rinunciare a farla.» In momenti di vera rivoluzione, quando Napoli era appena stata annessa al regno d’Italia egli volle lasciar sussistere piena libertà di stampa; e quando gli si opponeva che i giornali in Italia benchè liberissimi sono di rado buoni così politicamente come letterariamente, egli diceva: «i giornali non sono buoni, ma l’opinione pubblica non è cattiva.» Egli pensava che la libertà di stampa rende inutile la polizia politica: laddove ognuno può dir senza pericolo il suo pensiero, a niuno giova il nasconderlo. V’ebbe un giorno chi volle dimostrargli l’opportunità di stabilire un giornale ufficioso destinato a difender la politica del governo. Egli rispose: «Volete rendere uggiose le idee giuste e sane? esponetele in forma officiale od officiosa. Se la vostra causa è buona, facilmente senza pagarli, scrittori che la difenderanno con maggiore zelo ed ingegno che non giornalisti stipendiati.» Quando si pensi che queste parole erano pronunciate da chi era stato da dodici anni, ed era ancora in quel tempo bersaglio ad accuse ed a calunnie violentissime, non è possibile non ammirare la generosità dell’animo suo e la elevatezza del suo ingegno.
La libertà d’insegnamento era a’ suoi occhi il vero corollario della libertà della stampa. Sapendo quanto funesti effetti abbia avuto in Italia il sistema d’educazione esclusivamente accademico seguito sino ai giorni nostri, egli avrebbe voluto volgere a profitto delle scuole tecniche d’arti e mestieri il danaro speso nel formare avvocati e professori. Convinto della necessità di spingere gli Italiani a lasciare lo studio delle parole per quello delle idee e dei fatti positivi, non avrebbe esitato, quando si fosse provveduto efficacemente alla istruzione elementare, a sopprimere il Ministero dell’istruzione pubblica, lasciando così alla libertà illimitata di discussione la cura di levare a maggiore altezza la cultura scientifica e letteraria. Negli ultimi anni della sua vita egli meditava inoltre due grandi e nuove applicazioni di quel concetto di libertà ch’è base di tutta la sua politica. Egli voleva dotare l’Italia della libertà amministrativa e della libertà religiosa. Un sistema d’accentramento analogo al francese, non era, secondo lui, adatto all’Italia. Senza disconoscere i vantaggi che codesta riunione di tutte le forze nazionali può offrire in certi casi, senza dissimulare che tale forma di governo è pressochè indispensabile nei tempi di guerra o d’in- terna agitazione, il conte Cavour teneva per fermo che l’Italia dovesse organarsi in modo da godere di tutta quella libertà amministrativa ch’è conciliabile coll’unità politica. Egli aveva pertanto accolta in massima l’istituzione delle regioni proposte dal Farini e dal Minghetti. Pronto a rinunciare a quel sistema se il voto del Parlamento gli fosse contrario, aspettava che la discussione pubblica gli facesse note intorno a ciò le intenzioni del paese, ed intanto non vedeva mal volentieri che i deputati nominati nelle parti della penisola più lontane da Torino si mostrassero più solleciti d’assicurare l’unità che non di rispettare le libertà amministrative. Egli sperava che l’esempio d’un Parlamento, più geloso ancora di quel che non fosse il potere esecutivo, di dare al Governo centrale tutta la forza e l’autorità necessaria, avrebbe posto termine all’accusa mossa contro il Gabinetto di Torino di volere sottomettere l’Italia al dominio piemontese. V’erano tuttavia concessioni ch’egli non era disposto a fare: quelle cioè che avessero recato detrimento alla libertà dei Comuni. Negava al Governo la facoltà di por mano nella gestione dei beni comunali, e non riservava a lui se non un semplice diritto di sorveglianza, del quale avrebbe fatto altresì volentieri rinunzia a favore della provincia, o d’altra corporazione amministrativa intermedia. Io gli dimostravo talora, e con me molti altri, che la libertà illimitata del Comune non sarebbe stata senza danni in quelle parti d’Italia in cui la popolazione è poco gli citavo l’esempio di certe città nelle educata quali l’amministrazione è ora meno buona di quel che fosse quando il governo aveva più mano nelle faccende comunali. Egli rispondeva: «Vi accontentereste di lasciare ad uno straniero l’amministrazione delle vostre sostanze, soltanto perchè egli avesse fama d’essere buon amministratore? I Comuni sono nello stesso caso. L’interesse dei contribuenti è la migliore guarentigia d’una retta amministrazione. Con un buon sistema elettorale, colla stampa che denuncia ogni abuso, io non vedo perchè gli abitanti del Comune non debbano amministrarsi meglio da sè, che non sotto la direzione di agenti governativi.» Voleva quindi che i Consigli comunali avessero la libera scelta dei sindaci, pei quali richiedeva soltanto alcune guarentigie di capacità e di moralità.
M’accadeva talora involontariamente d’esporgli le mie obbiezioni: ma ciò, anzichè spiacergli, gli andava a genio, ed egli mi incoraggiava colla maggiore bontà a discutere. Colpito dalla grandezza e dal valore pratico de’ suoi disegni, io l’ascoltavo in silenzio, pieno d’ammirazione rispettosa. Allora egli mi assediava di domande, e con voce quasi carezzevole, mi diceva: «Suvvia, fatemi le vostre obbiezioni.» Già convinto dentro di me ch’egli aveva le mille volte ragione, io m’arrischiavo a manifestargli qualche dubbio che il potente suo ingegno dissipava con mirabile prontezza.
La questione romana fu specialmente il soggetto di lunghi e frequenti colloqui. Io sapevo che sin dai principii della sua vita politica egli aveva propugnato nel giornale la teoria dell’assoluta separazione e dell’indipendenza reciproca dei due poteri. Sapevo ch’egli era contrario all’incameramento dei beni ecclesiastici; ch’egli pensava con esser utile che il clero abbia, mercè la proprietà del suolo, durevole comunione d’interessi colla civile società; non ignoravo insomma che il conte Cavour era così lontano dal fanatismo irreligioso come da quello della superstizione, e spesso era stato umile strumento d’una protezione che mai non mancò a quegli ecclesiastici degni di tal nome che ricorrevano al grande ministro. Tuttavia, benchè io concordassi con queste sue opinioni, quando egli manifestò per la prima volta il suo disegno di negoziar colla Corte Romana per offrirle la compiuta libertà ecclesiastica in iscambio della rinuncia al potere temporale, fui sbigottito dalle difficoltà e dai pericoli di quella impresa. Un giorno, seduto, come spesso, al suo desco mentre faceva colezione, mi feci coraggio, e gli parlai più a lungo e con maggiore ardimento. Pareva a me che la sua speranza d’indurre la Corte Romana ad accogliere le sue idee fosse chimerica, almeno sinchè l’Austria era accampata in Italia. Io soggiungeva ch’è natura dei poteri spirituali il non abdicare mai, e che il Papato sembravami destinato a perdere a poco a poco la sua temporale autorità, per effetto della indifferenza generale. Invitarlo a trasformarsi col disputargli un ultimo pezzo di territorio, forzarlo ad incominciare in forma nuova la carriera di nuovi destini, pareva a me pericoloso partito, giacchè s’andava incontro alla possibilità di far rivivere con una specie di martirio un ’ istituzione avente per base unica il principio d’autorità, e che è quindi inconciliabile colle società moderne, le quali poggiano sul principio di libertà. Ammettendo pure l’ipotesi che il Papa rinunciasse al potere tempo- rale, io temevo le conseguenze di un’assoluta libertà ecclesiastica sui popoli dell’Italia meridionale, così superstiziosi ancora, così poco innanzi nell’istruzione elementare.
Egli ascoltò senza interrompermi queste osservazioni, poi rispose colla sua consueta vivacità: «Non ho i vostri timori: ho più di voi fiducia negli effetti della libertà. Potete voi immaginare l’Italia senza Roma, ed assegnare a Roma altra parte che quella di metropoli d’Italia? Non vedete ch’è giunto il momento di sciogliere quella questione del potere temporale che fu in ogni tempo l’ostacolo maggiore allo svolgimento della nazionalità italiana; e che il solo modo di sciogliere quella questione si è il rassicurare il mondo cattolico circa le sorti che l’Italia nuova darà al Papato? S’ingiuria il cattolicismo dichiarandolo inconciliabile colla libertà. Io sono convinto invece che non appena la Chiesa avrà assaporato i frutti della libertà, si sentirà ringiovanita da quel nutrimento salubre e vivificatore. Per qual ragione i cattolici sinceri e savi che sin dal 1831 chiedevano per la Chiesa la soppressione d’ogni privilegio, vale a dire l’applicazione del diritto comune, non accetterebbero ora una soluzione che porrebbe fine ad una mostruosa condizione di cose? Voi dite che il Papato non vorrà mai abdicare: io non domando un’abdicazione esplicita, mi contento d’una tacita rinuncia. D’altronde credete voi che il Papa abbia ancora un regno da abdicare? Pensate forse che il potere temporale viva ancora davvero? La prova ch’egli è morto si è che l’occupazione di Roma per parte delle milizie francesi non desta alcuna ge- losia nelle altre potenze cattoliche. Sarebbe egli stato lo stesso dal XIII al XVI secolo? Non è forse evidente che il papa cessò d’essere principe sovrano dacchè vive non con mezzi propri ma di elemosine, dacchè accetta con ripugnanza una protezione che abborre? Quando l’Europa sarà persuasa che noi non vogliamo recare danno al cattolicismo, troverà naturale e conveniente che la bandiera italiana sventoli a Roma invece d’una bandiera straniera. L’assunto non è facile, ma è degno tanto più d’essere compiuto. Non è indarno che l’Italia indugiò tanto a ricuperare l’indipendenza e l’unità. La ricostituzione della nostra nazionalità non dev’essere sterile pel resto del mondo. A noi spetta di porre fine alla grande battaglia fra la civiltà e la Chiesa, fra la libertà e l’autorità. Checchè voi diciate, io nutro la speranza di indurre a poco a poco i preti più colti, i cattolici sinceri a concordare meco. E chi sa ch’io non possa dall’alto del Campidoglio firmare una nuova pace di religione, un trattato che recherà alle sorti avvenire dell’umana società effetti ben più grandi che non ebbe la pace di Vestfalia!»
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The end
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