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I
ct ct 4 gennaio 1868. — Alle 2 del mattino, dopo sette giorni dalla nostra partenza da Suez, il Great Victoria entra oggi finalmente nella baia d’Annesley e allo spuntar dell’alba va a prender posto innanzi alla spiaggia di Zula.
La baia di Annesley è un vasto bacino di 7 chilometri circa di larghezza per 30 di lunghezza, protetto verso ponente e mezzogiorno dalle montagne dell’altipiano abissinese o dai contrafforti che se ne staccano, e a levante dalle alture della penisola di Buri. — Proprio dirimpetto allo sbocco trovansi poi le isole ed i banchi dell’arcipelago di Dhalac contro il quale devesi rompere il mare dal nord prima di penetrare nella baia.
Questa baia, quasi sconosciuta or son tre mesi, ci offre ora lo spettacolo di cinquanta e più navi a vapore ancorate nelle sue acque. Alcuni segnali di tromba ci annunziano la presenza tra esse di legni da guerra; vi è infatti la fregata Octavia, a bordo della quale trovasi sir Robert Napier, comandante in capo la spedizione di Abissinia, giunto ieri soltanto da Bombay, vi è il Satellite corvetta a vapore, e vi è pur anco la fregata egiziana Ibrahimia con a bordo il pascià, governatore di Massaua, venuto espressamente per riverire sir Robert Napier. — Tutte le altre navi sono trasporti mercantili noleggiati dal governo inglese per la spedizione; vaporini rimorchiatori, barconi e barcaccie vanno e vengono dall’una all’altra e ricevono truppe, cavalli, muli, e mercanzie da portare a terra.
Una lunga gettata si avanza nel mare perpendicolarmente alla spiaggia ed offre uno sbarco facile e sicuro; e i battelli o barcaccie che vi approdano ad ogni momento vi attirano un movimento straordinario d’uomini, bestie da soma e carri.
Su di un isolotto artificiale, unito alla spiaggia mediante un condotto sostenuto da cavalletti, vediamo una macchina a vapore. È un condensatore o distillatore che raccoglie acqua di mare e manda alla spiaggia acqua potabile per i bisogni degli uomini e dei quadrupedi.
Lo spettacolo della spiaggia è dei più animati e pittoreschi; un vasto accampamento a destra, numerose baracche di legno al centro e a sinistra; mucchi immensi di mercanzie qua e là; dappertutto carri, cavalli, camelli e muli che vanno e vengono. Un’immensa bandiera dai colori dell’Inghilterra sventola ad un’estremità dell’accampamento e domina la scena.
Dopo mezzogiorno scendo a terra. La gettata alla quale approdo si protende per 250 metri circa nel mare ed ha la larghezza di 10: vi è già stabilito un binario che si inoltra verso l’interno per 5 chilometri circa e facilita il trasporto su carri delle mercanzie sbarcate.
Le pietre per questa prima gettata furono tutte raccolte nelle isole dell’Arcipelago di Dhalac o nella penisola di Buri; ora poi, a qualche centinaio di metri più al sud, se ne sta costruendo un’altra parallela a questa prima, e lo spazio compreso tra l’una e l’altra sarà convertito in banchina. Si avrà così un piccolo porto o darsena con grande vantaggio delle operazioni di sbarco e d’imbarco.
Parallelamente al binario corre un filo telegrafico, il quale arriva già sino a Kemelu, prima stazione delle truppe verso l’interno, a 18 chilometri dalla spiaggia.
A destra della gettata, venendo dal mare, si trova l’accampamento delle truppe: e vi sono ora quattro battaglioni di fanteria, due inglesi e due indiani, e due batterie di montagna.
Più innanzi, baracche in costruzione, tende che si piantano, mercanzie che arrivano, casse che si aprono, gente che va e viene, grida e parole in tutte le lingue vi annunziano i bazars. — Finora ben pochi negozianti hanno potuto ordinare le loro mercanzie e porle in vendita; ma si lavora e si spera riuscirvi tra poco. Vi sono italiani, vi sono francesi, vi sono inglesi, vi sono tedeschi, vi sono indiani, vi sono turchi, vi sono chinesi; tutti dipendono dal Commissariato che assegna loro i posti e sorveglia all’ordine.
A sinistra della gettata si trova anzitutto il commissariato coi magazzini dei viveri e dei foraggi, l’ufficio postale, i magazzini per la marina, l’accampamento dei muli e buoi, le riserve dell’acqua, il cimitero.
Il condensatore che abbiamo visto dal mare fornisce ogni giorno 25,000 litri circa d’acqua potabile, i quali sono raccolti sulla spiaggia in grandi casse di lamina di ferro; accanto a queste casse è stabilito un abbeveratoio in legno della lunghezza di 50 metri circa, dove l’acqua viene introdotta per mezzo di pompe; un altro condensatore funziona poi all’estremità della gettata principale, e l’acqua da esso fornita è raccolta in botti a disposizione del Commissariato che se ne serve per la fabbricazione del pane e per altri speciali bisogni. Parecchie navi a vapore hanno pure a bordo un condensatore, e il totale giornaliero d’acqua potabile che si ottiene in tal modo è press’a poco di 190,000 litri. Qua e là e particolarmente lungo il binario sono raccolte in mucchi le mercanzie di ogni sorta che ad ogni momento vengono sbarcate dal mare. Dappertutto, sulla spiaggia, regna la massima attività; duemila e più indiani, condotti al seguito dell’armata per i servizi del Commissariato, vanno e vengono trasportando le mercanzie ai diversi magazzini; numerosi carri trainati da buoi fanno il servizio di trasporto per i punti più lontani del campo; messaggeri a piedi e ufficiali a cavallo si incrociano in tutte le direzioni.
Alcuni indigeni, della tribù dei Sciohos, dal costume quasi adamitico, dal profilo caucasico, dai capelli lunghi ed inanellati e dalla pelle di un colore caffè scuro, stanno contemplando meravigliati e sorridenti tutto questo imponente spettacolo.
Quando si pensa che tre mesi or sono questo punto della costa d’Africa, ora centro di sì prodigioso movimento, era una brughiera affatto deserta, non si può a meno di partecipare allo stupore di quei bravi indigeni.
Il villaggio di Zula dista dal campo tre miglia circa verso l’interno; gli inglesi chiamano questa loro base di operazione campo di Mulkuttoo, dal nome che gli indigeni stessi danno alla località.
Alla spiaggia di Zula viene a far capo il torrente Haddas; e rimontando il corso di uno dei suoi affluenti, si giunge ai passi di Komelu e di Suru per i quali si penetra in quattro giornate di marcia sull’altipiano abissinese. Quando si rifletta agli immensi vantaggi che si trovano riuniti nella baia di Annesley e in questa spiaggia di Zula, bisogna pur convenire che a questo primo passo degli inglesi per penetrare nell’Abissinia non è mancata la guida di quel raro senso pratico che accompagna ordinariamente le loro imprese.
Osservando la scelta stessa di questa base d’operazione, gli immensi preparativi che si fanno, e l’attività colla quale sono spinti innanzi senza riguardo alcuno alla spesa, non posso a meno di chiedere a me stesso, se non sia lecito il dubitare che il rilascio dei prigionieri possa essere l’unico scopo della spedizione...
5 gennaio. — Verso la una dopo mezzogiorno noi due e i due ufficiali prussiani, accompagnati da un aiutante di campo del comandante in capo, ci rechiamo a bordo dell’Octavia per presentare a S. E. le nostre lettere d’introduzione.
S. E. essendo alquanto indisposta, il colonnello Dillon, suo segretario militare, ci riceve in sua vece e ci annunzia che saremo addetti a due reggimenti di cavalleria indiana, noi due al reggimento Scinde horse, i due prussiani al 3° Light cavalry.
Il colonnello Dillon ci accompagna quindi a terra e ci presenta a sir Charles Staveley comandante in secondo, al generale Malcolm comandante di divisione, al colonnello Phayre Deputy quarter master general e al brigadiere Merewether. Quest’ultimo, giunto pochi giorni or sono dalla sua gita di ricognizione sull’altipiano, ci parla del tratto di Abissinia da lui percorso come di un paese incantevole e pittoresco, e ci annuncia anche di aver ricevuto ieri stesso notizie dei prigionieri in data del 18 dicembre; a quell’epoca stavano tutti benissimo.
6 gennaio. — Oggi finalmente alle 11 del mattino, dopo nove giorni di dimora a bordo, lasciamo il Great Victoria e andiamo a prender posizione nel campo.
Alcuni ufficiali del Q. M. G. Department ci offrono di mettere in comune con loro le nostre razioni e di fare una tavola sola per i pochi giorni di nostra dimora a Zula. — L’offerta è aggradita.
Verso le 9 di sera ci ritiriamo alla tenda; i cavalli che nitriscono, le musiche dei distaccamenti che partono, gli ululati dei sciacalli che si avvicinano in bande numerose all’accampamento, e poi si disperdono fuggendo, non ci lasciano troppo gustare questa prima notte di riposo sotto la tenda: giova sperare che ci abitueremo ben presto.
7 gennaio. — Alle 6 del mattino lo sparo del cannone ci annunzia che sir Robert Napier ha lasciato l’Octavia per venire a stabilirsi nel campo ed assumere il comando del corpo di spedizione. Noi frattanto montiamo a cavallo e ci rechiamo al commissariato a ritirare le nostre razioni. Le cose procedono ivi con sufficiente ordine e i viveri somministrati sono piuttosto abbondanti e di buona qualità.
Tutti i generi sono portati dall’Inghilterra o dalle Indie; la carne però è somministrata da animali comperati sul luogo stesso dalle tribù vicine o dall’interno, ed il pane è fabbricato in tre forni di campagna stabiliti nel campo.
I magazzini di viveri e foraggi sono parte in grandi baracche di legno e parte ancora sotto tende; si stanno però costruendo altre baracche che serviranno in seguito a sostituire le tende.
Al bazar i lavori progrediscono moltissimo; il numero dei negozi aperti va crescendo ogni giorno e vi si trovano già commestibili d’ogni sorta, vini e liquori, tabacchi, oggetti di vestiario, armi e munizioni da caccia, oggetti di cancelleria, utensili da cucina e da tavola, e via via. Alcuni hanno incominciato a fabbricarsi abitazioni in mattoni di terra, cotta al sole; altri più discreti si accontentano di accomodarsi alla meglio le loro baracche di legno; ogni giorno poi arrivano nuovi speculatori e nuove merci, e il bazar va assumendo così proporzioni sempre più vaste e prende a poco a poco l’aspetto di una città in costruzione.
Un ordine del giorno intima a ciascun negoziante di denunciare il proprio commercio al Commissariato sotto pena di espulsione, e proibisce di vendere vino e bevande spiritose ai soldati sotto pena di 100 rupie (250 fr.) di multa.
Una guardia di fanteria indiana stabilita nel centro del bazar è incaricata del mantenimento dell’ordine tra quella strana popolazione di tante lingue diverse piovuta qua da tutte le parti del mondo: e alcuni pochi soldati di fanteria inglese, provvisti di bastone, camminano gravemente su e giù tra le diverse file di botteghe a farvi l’ufficio di policemen.
Questa sera, ritornando dal bagno a mare, siamo stati presentati quasi per sorpresa, al Comandante in capo il quale se ne stava sulla gettata curiosando qua e là. — Ci ha accolti con molta gentilezza, dichiarandosi spiacente di non averci potuto ricevere prima d’ora e pregandoci di voler chiedere liberamente quanto credevamo necessario. Oggi alle 2 dopo mezzogiorno abbiamo avuto sino a 35 gradi centigradi di calore.
9 gennaio. — Siamo avvertiti sin dal mattino che il generale in capo ci riceverà quest’oggi verso le 4, e che ci inviterà poi ad accompagnarlo a bordo della fregata egiziana per far visita al Pascià governatore di Massaua, e quindi a bordo del bastimento ospedale il Golden-Fleece.
Verso le 4 ci presentiamo infatti alla tenda di S. E.; pochi minuti dopo montiamo a cavallo per avviarci col seguito verso la spiaggia.
Giunti alla riva del mare, troviamo un reggimento di pionieri indiani (il 23° Punjab) che lavora alla banchina tra le due gettate. Quegli uomini alla vista del generale si mettono a gridare come indemoniati quasi eccitandosi l’uno l’altro a chi lavori di più: uno di essi prende un paniere pieno di terra e lo presenta al generale perchè lo vuoti egli stesso. S. E. vi acconsente tra gli applausi selvaggi dei soldati!
Lasciamo i cavalli alla spiaggia e ci imbarchiamo per recarci alla fregata egiziana. Il Pascià riceve il generale cogli onori dovuti, e ci fa tutti entrare in un elegante salotto sotto coperta: un capitano inglese e un segretario del Pascià fanno il servizio d’interpreti. Subito dopo le presentazioni vengono portate delle pipe e dei sigari, e si serve il caffè. In capo ad una mezz’ora circa di conversazione, rallegrata dai suoni quasi barbari di una banda militare di bordo, il generale si licenzia e passiamo a bordo del Golden-Fleece.
Questo trasporto mercantile fu ridotto a spedale espressamente per la spedizione e può ricoverare fino a 200 e più ammalati. — I letti per truppa sono distribuiti tra due ponti, e gli ufficiali sono ricoverati due a due in larghe cabine appositamente adattate.
Sono egualmente disposti ad ospedale per le truppe inglesi gli altri due bastimenti Mauritius e Queen of the South.
Per le truppe indiane l’ospedale è stabilito sullo Star of India.
Tutti quattro però sono ancora quasi vuoti, giacchè la salute delle truppe è sino ad ora eccellente.
14 gennaio. — Le truppe della spedizione sbarcate sinora sul suolo africano sono:
Fanteria inglese . . . . 1700 uomini
5 » 5 indiana . . . . 3500 4 » 4
Cavalleria indiana . . . 1485 4 » 4 (3° Light Cavalry)
5 » 12 » 15 120 4 » 4 (1 squad. Scinde-Horse)
Una batt. di mont. ind. 286
Due 2 » 2 inglesi . . . 4 194
Una 2 » 2 di campagna 140
26 Totale 6225 uomini.
Oltre a questi vi sono circa 6000 followers ossia indiani al servizio dell’armata: 2000 e più sono per il commissariato e gli altri al seguito delle truppe.
Il numero delle bestie da soma delle quali dispone fino ad ora il corpo di spedizione è il seguente:
19 elefanti;
2000 camelli;
6000 muli;
2000 bullocks
Un ordine del generale in capo dispone per il trasporto a Senafe nel più breve tempo possibile della maggior quantità di viveri e biade. Sembra che sia intenzione di S. E. l’assicurarsi al più presto una buona base di approvigionamento sull’altipiano, per quindi avanzarsi con tutta l’armata e dar principio alle operazioni militari. Sfortunatamente la poco felice organizzazione del Land Transport Corps, creato al momento e composto di uomini reclutati in Egitto tra i peggio sfaccendati del paese e delle colonie estere, minaccia d’accrescere le difficoltà già grandissime dei trasporti; e l’attività e l’energia degli ufficiali incaricati di tale ramo di servizio sono messe ogni giorno a ben dure prove.
21 gennaio. — Domani finalmente parte per Senafe l’ultimo distaccamento di Scinde horse, e noi abbiamo ottenuto di accompagnarlo. Lasciamo questo campo sicuri di non rimpiangerlo: il calore intenso della giornata, e la sabbia che, sollevata dal vento, invade ogni giorno la tenda, minacciando talvolta di soffocarci, cominciavano già a renderci quasi intollerabile questo soggiorno, dove del resto abbiamo già potuto vedere ed esaminare a nostro agio tutto quanto poteva offrirci qualche interesse.
Prefazione
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Egregio Signor Commendatore,
La S. V. Ill.ma mi ha espresso il desiderio di avere da me qualche notizia sull’Abissinia e sulla recente spedizione inglese, alla quale ho avuto l’onorevole incarico di prender parte unitamente al maggiore cav. Bacon.
Io non credo di poter meglio soddisfare a questo suo desiderio che col trasmetterle alcune pagine del mio giornale di viaggio, come furono scritte sui luoghi stessi e sotto l’impressione del momento.
La mia posizione di Ufficiale aggiunto alla spedizione richiedeva che io maggiormente portassi la mia attenzione su quanto aveva rapporto alle operazioni militari; d’altra parte la necessità di non scostarmi dalla linea di marcia dell’armata e la difficoltà di raccogliere informazioni sicure ed esatte in un paese di cui non conoscevo la lingua, mi resero impossibile l’arricchire le mie note di tutte quelle osservazioni e quei dati che avrei desiderato per poter porre maggiormente in rilievo il vero carattere dei luoghi e degli abitanti.
Più che altro la S. V. troverà dunque in queste pagine la semplice esposizione delle vicende della spedizione inglese spogliate, s’intende, di quelle osservazioni troppo esclusivamente militari che dovevano servire di risposta a’ quesiti propostimi, e che d’altronde sarebbero per la Società di ben poco interesse.
Aggradisca, signor Commendatore, le espressioni del mio profondo ossequio e mi creda
II
22 gennaio. — La strada che conduce a Komelu è tutta tracciata da due file parallele di pietre; comoda e larga nella pianura, va diventando irregolare di mano in mano che procede nelle colline: le principali difficoltà sono però superate e tutta la strada è praticabile ai carri. Il terreno non coperto che da gerbidi nella pianura, si po- pola d’alberi non appena comincia la parte collinosa: superata una prima ondulazione di terreno si veggono alcune poche tende piantate allo sbocco di una valle. Quelle tende sono l’accampamento di Komelu e la valle è quella appunto nella quale è praticata la strada che conduce a Senafe: la sua direzione, come appare distintamente dalle creste dei suoi versanti è press’a poco parallela a quella della valle dell’Haddas, e il torrente che vi scorre porta diversi nomi secondo le diverse parti della valle: Reraguddi alla testa, Nana Guddi e Undell nella parte media, Komelu allo sbocco; questo stesso torrente, subito dopo il suo sbocco dalla valle si divide in due rami: uno d’essi continua nella direzione seguita sino allora e va ad unirsi all’Haddas, l’altro torce a destra per gettarsi direttamente nella pianura e quindi nel mare.
Giungiamo a Komelu verso mezzogiorno dopo quattro ore di cammino, e siamo ricevuti dal generale Wilby comandante il campo.
Questa prima marcia è stata fatale per i nostri domestici; uno è rimasto per istrada, uno è stato preso da un colpo di sole, uno è scomparso, un altro si getta a terra appena giunto e protesta di non poter far nulla. Eccoci costretti a scaricare noi stessi i bagagli, a condurre gli animali a bere, ad assistere i nostri domestici!
23 gennaio. — Questa mattina gli ammalati di ieri hanno ritrovata la loro salute ed hanno ripreso coraggio: ci si presenta un arabo già mulattiere al servizio del governo e ci chiede di prenderlo con noi; noi lo accettiamo subito in sostituzione dello scomparso e facciamo procedere al caricamento del bagaglio. Di più per ovviare alla possibilità di rimanere affatto privi di aiuto, facciamo ricerca di tre indigeni; questa gente è molto amante della discussione, e il povero interprete incaricato di conchiudere l’affare deve perdere non meno di un’ora per venire ad un risultato. Si decide finalmente che i tre sciohos ci accom- pagneranno ad Undell-Wells, vale a dire sino alla seconda stazione dopo Komelu; più in là esiste una tribù nemica alla loro, colla quale, a quanto sembra, non desiderano aver che fare. Il prezzo della loro opera sarà calcolato in ragione di un tallero ogni cinque giornate di lavoro.
Alle due la nostra caravana si mette in moto e alle 7 di sera giungiamo all’accampamento di Upper Suru.
La strada è tutta tracciata nel letto del torrente; la valle, sempre angusta, si restringe talvolta sino a non lasciare più di 5 o 6 metri tra le due pareti che si inalzano a picco; in que’ punti la costruzione della strada ha richiesto molto lavoro e molta fatica: si sono dovuti aprire passaggi per mezzo di mine, si sono dovuti incanalare alcuni rigagnoli, si sono fatti rialzi di terra e pietre, si sono dovuti sciogliere in una parola tutti i problemi che può offrire la costruzione di una strada; e fra qualche giorno si avrà la soddisfazione di vedere un carro passare per queste gole, difficilissime sino ad ora anche per una bestia da soma. Il passo, o meglio, la stretta di Suru è stupenda dal lato pittoresco ed offre alcuni punti di una bellezza selvaggia veramente imponente; alla quale poi le poche tende dei pionieri indiani, piantate qua e là dove lo spazio e il terreno lo permettono, i fuochi delle loro cucine, il suono stridulo delle loro trombe stranamente ripercosso dalle rocce, la loro foggia di vestire e le loro stesse figure vengono ad aggiungere il più spiccato carattere di strana poesia.
Subito dopo la gola di Suru la valle si allarga in una specie di bacino; e quivi è stabilita la seconda stazione delle truppe che gli inglesi chiamano col nome di Upper-Suru.
24 gennaio. — Da Upper-Suru ad Undell-Wells la valle è piuttosto larga; e la strada tracciata, anche lå per mezzo di due file di pietre nel letto del torrente, può considerarsi già pronta al passaggio dei carri.
25 gennaio. — Da Undell-Wells a Reraguddi la valle, ora larga, ora stretta, ma sempre di comodo passaggio, non ha offerto alcuna difficoltà alla costruzione della strada.
26 gennaio. — La pendenza della valle, regolarissima e quasi insensibile fino a Reraguddi, va rendendosi più in là sempre maggiore: la strada lascia ben presto il letto del torrente, si trasporta a zig-zag sulla testa della valle, e giunge sull’altipiano abissino dirimpetto al villaggio di Senafe. — L’ultimo tratto ha pure offerto qualche difficoltà; i lavori però sono avanzatissimi e saranno terminati a giorni.
Ecco dunque una strada carreggiabile che attraversa in tutta la sua lunghezza una valle di circa 100 chilom., compiuta in soli tre mesi di lavoro da poche compagnie di soldati indiani!
Questa valle sconosciuta finora è la più breve e più facile via di comunicazione tra il Mar Rosso e l’altipiano abissino; e il colonnello Phayre al quale se ne attribuisce la scelta, o meglio, la scoperta, può ben vantarsi di aver reso un segnalato servizio all’armata di spedizione.
La valle è quasi completamente disabitata, e i numerosi indigeni che vi si incontrano ora, attirati dal passaggio delle truppe, hanno per lo più le loro abitazioni sui versanti esterni: alcuni di essi camminano armati di lancia, scudo e scimitarra. Vengono pure a salutare l’armata che passa numerosi stuoli di scimmie, e più specialmente di babbuini che scendono sino in vicinanza dei campi a raccogliere i rimasugli del grano che forma la razione dei nostri quadrupedi: ad ogni passo si vedono poi scoiattoli, avoltoi ed uccelli bellissimi di ogni specie.
I versanti, nudi e rocciosi in alcuni punti, sono coperti di cespugli, e in altri di alberi numerosi di qualità che non ricordo aver mai visti in Europa: più frequenti di ogni altro si incontra l’euphorbia abissinica, che gli indigeni chiamano cholqual, ed un albero assai grosso e ricco di foglie che assomiglia molto al nostro fico e che gli indigeni chiamano uörka.
In ciascuna delle stazioni di Komelu, Upper-Suru, Undell-Wells e Reraguddi esiste un ufficio del Commissariato, con deposito di viveri per le truppe di passaggio. Ogni giorno poi arrivano da Zula a Komelu numerosi convogli di camelli e carri, con provvisioni da inoltrarsi di stazione in stazione sino a Senafe: il trasporto di tali provvisioni da una stazione all’altra oltre Komelu è poi eseguita da un distaccamento di muli e di bullocks addetto a ciascuna stazione.
L’acqua si trova in discreta quantità a Komelu, Upper-Suru ed Undell-Wells e quasi in abbondanza a Reraguddi: e nelle prime tre stazioni è fornita da pozzi già esistenti, ed allargati per l’uso della truppa; nella quarta si trova un piccolo corso di acqua perenne.
A Senafe l’acqua è piuttosto scarsa e le truppe sono costrette a cercarne a qualche chilometro di distanza.
Appena giunti al campo, ci presentiamo al generale Malcolm, comandante la stazione, al brigadiere Merewether, al colonnello Phayre; ed ecco le notizie che possiamo raccogliere:
Il signor ed il maggiore Grant sono partiti ieri per Adaua onde complimentare il re di Tigré: questi ha già fatto sapere che favorirà in tutti i modi la spedizione, e che si recherà in persona ad incontrare sir Robert Napier ad Addi-Gherat.
Sembra che re Teodoro da Debra Tabor voglia recarsi a Magdalà, trascinando seco i suoi pochi cannoni e i suoi tesori, e che sia costretto ad un lunghissimo giro per evitare i ribelli che si trovano tra l’una e l’altra città. I prigionieri in Magdalà sono nelle mani di quattro capi mi- litari fedeli al re Teodoro, e sembra che quella fortezza non manchi di qualche importanza relativa, giacchè il re di Scioha, recatosi qualche tempo fa per assediarla, fu costretto a ritirarsi senza successo alcuno.
Il colonnello Phayre, accompagnato da un piccolo distaccamento, parte domani al far del giorno per Addi-Gherat, onde riconoscere il terreno e stabilire le stazioni successive delle truppe.
Non si parla ancora nè di divisioni, nè di brigate; ma solo di piccole colonne che saranno fatte venire a Senafe, e poscia spinte innanzi di mano in mano che le provvisioni qui accumulate lo permetteranno: finora il solo reggimento Scinde Horse ha lasciato Senafe, per recarsi ad Addi-Gherat; ma non si trova che ad una tappa di distanza a Guna-Guna, e dovrà probabilmente fermarsi colà o poco più innanzi, sino a che non siano compiute le ricognizioni; determinati i punti per dove dovrà passare la strada; fissate le stazioni e stabilito in ciascuna di esse un deposito di viveri: operazioni tutte che devono naturalmente precedere qualsiasi movimento di truppe in un paese come questo, quasi affatto sconosciuto, e dove un’armata non può far calcolo che sui propri mezzi.
Noi seguiremo la sorte del distaccamento di Scinde Horse col quale siamo venuti sin quà, e partiremo domattina per Guna-Guna.
Compiute le solite operazioni dell’incetta dei viveri, possiamo finalmente occuparci della nostra tenda e dare uno sguardo al terreno.
Questo primo saggio dell’altipiano abissino può definirsi un vasto bacino leggermente ondulato da dove s’alzano qua e là grandi massi rocciosi isolati; il villaggio di Senafe è appunto addossato al piede di uno di quei massi, e consiste di poche case di forma rettangolare disposte tutte su di una fila sola e assai consimili alle abitazioni degli arabi lungo il Nilo. — La sua popolazione è di circa 200 abitanti. Il terreno all’intorno è quasi tutto coperto di verdura, ma gli alberi vi sono rarissimi.
27 gennaio. — Alle 11 ant. ci mettiamo in cammino col distaccamento per Guna-Guna. La strada è tutta quanta tracciata da due file di pietre ed è comodamente carreggiabile; il terreno che percorriamo può dirsi una successione di bacini sul genere di quello di Senafe: numerosi villaggi sono sparsi qua e là sulle sommità delle alture e ai piedi delle roccie; dopo tre ore circa di marcia si scende nella valle tracciata sulla carta col nome di Mai-Muna, e la strada lascia allora la direzione N. S. seguita sin là, per torcere a destra e rimontare la valle sin presso la testa; ivi, e precisamente ai piedi del villaggio di Guna-Guna, è stabilita la prima stazione delle truppe al di là di Senafe.
Il capitano Dickinson del reggimento Scinde Horse, comandante questa stazione, ci annuncia che il distaccamento col quale siamo arrivati dovrà fermarsi alcuni giorni. Il maggiore Briggs, colla maggior parte del reggimento, è partito oggi stesso per Fokada, seconda stazione dopo Senafe.
28 gennaio. — Ho approfittato della fermata per visitare una chiesa cristiana scavata nella roccia al disopra del villaggio di Guna-Guna.
La strada per giungervi è tutt’altro che facile, e non avrei certamente potuto trovarla, senza l’aiuto di un indigeno, che credo appunto il ministro o per lo meno il custode del tempio. Costui mi fece fermare un centinaio di passi prima di giungere alla chiesa, e mostrandomi una fonte d’acqua mi fece segno che, se volevo essere ammesso a pregare, dovevo prima lavarmi colà le mani e la faccia. Compiuta quest’operazione ci avanzammo verso la chiesa; consiste questa in una lunga grotta scavata nel fianco della montagna e divisa in quattro parti: nelle prime due, che devono essere come l’atrio del tempio, si trova un rozzo leggio formato da un tronco d’albero a tre ra- mi, ed un alto seggiolone di paglia: un uscio separa la seconda dalla terza parte: otto colonne in legno disposte su due file precedono ivi una specie di cella nel cui centro è stabilito un armadio annerito dal tempo. Questa cella dev’essere il santuario del tempio, giacchè l’indigeno prima di entrare colà, si inginocchiò, baciò la terra, e, indicandomi l’armadio, pronunciò a voce bassa il nome di Jesus. — Dalla cella si passa finalmente nell’ultima parte della grotta che è affatto vuota.
Sulle pareti incrostate di calce si vedono dipinte, e mezzo cancellate dal tempo, rozze figure di angeli e santi a cavallo; qua e là vecchi messali o vangeli in lingua amarica su papiro mezzo roso dai vermi, e in un angolo della cella alcune croci di ferro e un incensorio. Uno dei vangeli, meglio custoditi degli altri, contiene le immagini degli apostoli e dei santi e i principali episodi della passione di G. C. dipinti a colori vivissimi e a tratti di un’arte assai ingenua.
Il culto del cristianesimo non comincia che oltre Senafe; gli abitanti di quest’ultimo villaggio, al pari delle tribù dei Sciohos, professano la religione di Maometto.
30 gennaio — I lavori della strada sono stati spinti in questi ultimi giorni con grande alacrità, ed un carro leggermente carico, partito da Zula, è giunto oggi a Guna-Guna: questo primo campione di un arnese di civiltà, sconosciuto sinora in questi paesi, sarà ben presto seguito da molti altri con non piccolo vantaggio dell’armata. Ecco un risultato al quale non ci attendevamo così presto.
Abbiamo avuto quest’oggi una visita di un inviato del principe di Tigré: veniva da Senafe, dove aveva portato a sir Robert Napier le espressioni amicizia del suo sovrano, e si era spinto sin quà per vedere il campo, accompagnato dal Capo-Distretto e da un altro dignitario.
Questi tre signori erano vestiti di una specie di toga già bianca, portavano sulle spalle un mantello, ugualmente bianco, foderato di rosso, ed erano armati di pistole e scimitarra; avevano testa e piedi nudi, ma in compenso portavano il parasole, ossia un disco di paglia, nel cui centro è infilato un lungo bastone.
La comitiva montata a cavallo d’asini, era preceduta e seguita da uomini a piedi, armati di moschetti... e che moschetti!
L’inviato ha avuta la sua educazione in un collegio di Bombay e parla benissimo l’inglese; si trattenne per qualche tempo, parlando delle favorevoli disposizioni del suo sovrano a riguardo della spedizione inglese, e poi riprese la via di Senafe. Sembra che questo signore accompagnerà come interprete il brigadiere Merewether.
Decisamente siamo circondati da tutto lo splendore del regno animale: un leopardo, avvicinatosi l’altra notte al nostro campo, si gettò sopra una mula e l’uccise: bande intiere di iene si divertono, di notte, a turbare coi loro urli i nostri sonni: tracce di leoni si vedono ogni giorno nella sabbia, presso l’acqua che scorre nella valle: stamane stesso un ufficiale inglese uscito a caccia fu caricato per un momento da uno stormo di cinocefali: i sciacalli passeggiano tranquilli dappertutto: nelle valli circostanti a quella che da Komelu conduce a Senafe, si sono visti degli elefanti.
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