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Canto Primo
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Poi che da’ granchi a rintegrar venuti Delle ranocchie le fugate squadre, Che non gli aveano ancor mai conosciuti, Come volle colui che a tutti è padre, Del topo vincitor furo abbattuti Gli ordini, e volte invan l’opre leggiadre, Sparse l’aste pel campo e le berrette E le code topesche e le basette;
Sanguinosi fuggían per ogni villa I topi galoppando in su la sera, Tal che veduto avresti anzi la squilla Tutta farsi di lor la piaggia nera: Quale spesso in parete, ove più brilla Del sol d’autunno la dorata sfera, Vedi un nugol di mosche atro, importuno, Il bel raggio del ciel velare a bruno.
Come l’oste papal cui l’alemanno Colli il Franco a ferir guidava il volto, Da Faenza, onde pria videro il panno Delle insegne francesi all’aria sciolto, Mosso il tallon, dopo infinito affanno, Prima il fiato in Ancona ebbe raccolto; Cui precedeva in fervide, volanti Rote il Colli, gridando, avanti avanti;
O come dianzi la fiamminga gente, Che Napoli infelice avea schernita, Viste l’armi d’Olanda, immantinente La via ricominciò ch’avea fornita, Nè fermò prima il piè, che finalmente Giunse invocata la francese aita; Tale i topi al destin, di valle in valle, Per più di cento miglia offrîr le spalle.
Passata era la notte, e il dì secondo Già l’aria incominciava a farsi oscura, Quando un guerrier chiamato il Miratondo, A fuggir si trovò per un’altura; Ed o fosse ardimento, ovver ch’al mondo Vinta dalla stanchezza è la paura, Fermossi; e di spiar vago per uso, Primo del gener suo rivolse il muso.
E ritto in su due piè, con gli occhi intenti, Mirando quanto si potea lontano, Di qua, di là, da tutti quattro i venti, Cercò l’acqua e la terra, il monte e il piano, Spiò le selve, i laghi e le correnti, Le distese campagne e l’oceáno; Nè vide altro stranier, se non farfalle E molte vespe errar giù per la valle.
Granchi non vide già, nè granchiolini, Nè d’armi ostili indizio in alcun lato. Soli di verso il campo i vespertini Fiati venian movendo i rami e il prato, Soavemente susurrando, e i crini Fra gli orecchi molcendo al buon soldato. Era il ciel senza nubi, e rubiconda La parte occidentale, e il mar senz’onda.
Rinvigorir sentissi, ed all’aspetto Di sì queta beltà l’alma riprese Il Miratondo. E poi che con effetto, Quattro volte a girar per lo paese Le pupille tornando, ogni sospetto Intempestivo e vano esser comprese, Osò gridare a’ suoi compagni eroi: Sì gran fede prestava agli occhi suoi.
Non con tanta allegrezza i diecimila Cui lor propria virtù d’Europa ai liti Riconducea, dall’armi e dalle fila Del re persian per tanta terra usciti, La voce udìr, che via di fila in fila S’accrescea, di color che pria saliti Onde il mar si scopria, qual chi mirare Crede suo scampo, gridâr, mare mare,
Con quanta i topi omai ridotti al fine Per fatica e per tema, udiro il grido Del buono esplorator, cui le marine Caverne rimuggîr con tutto il lido: Ch’era d’intorno intorno ogni confine Ove il guardo aggiungea, tranquillo e fido; Che raccôrsi e far alto, e che dal monte Di novo convenia mostrar la fronte.
Altri in sul poggio, ed altri appiè dell’erta, Convenner da più bande i fuggitivi, Cui la tema, in un dì, per via deserta, Mille piagge avea mostro e mille rivi; Smarriti ancora, e con la mente incerta, E dal corso spossati e semivivi; E incomincîar tra loro a far consiglio Del bisogno presente e del periglio.
Già la stella di Venere apparia Dinanzi all’altre stelle ed alla luna: Tacea tutta la piaggia, e non s’udia Se non il mormorar d’una laguna, E la zanzara stridula, ch’uscia Di mezzo alla foresta all’aria bruna: D’espero dolce la serena imago Vezzosamente rilucea nel lago.
Taceano i topi ancor, quasi temendo I granchi risvegliar, benchè lontani, E chetamente andavan discorrendo Con la coda in gran parte e con le mani, Maravigliando pur di quell’orrendo Esercito di bruti ingordi e strani, E partito cercando a ciascheduna Necessità della comun fortuna.
Morto nella battaglia era, siccome Nel poema d’Omero avete letto, Mangiaprosciutti, il qual credo per nome Mangiaprosciutti primo un dì fu detto; Intendo il re de’ topi; ed alle some Del regno sostener nessun eletto Avea morendo, e non lasciato erede Cui dovesser gli Dei la regia sede.
Ben di lui rimaneva una figliuola, Leccamacine detta, a Rodipane Sposata, e madre a quello onde ancor vola Cotanta fama per le bocche umane, Rubabriciole il bel, dalla cui sola Morte il foco scoppiò fra topi e rane: Tutto ciò similmente o già sapete, O con agio in Omero il leggerete.
Ma un tedesco filologo, di quelli Che mostran che il legnaggio e l’idioma Tedesco e il greco un dì furon fratelli, Anzi un solo in principio, e che fu Roma Germanica città, con molti e belli Ragionamenti e con un bel diploma Prova che lunga pezza era già valica Che fra’ topi vigea la legge salica.
Che non provan sistemi e congetture E teorie dell’alemanna gente? Per lor, non tanto nelle cose oscure L’un dì tutto sappiam, l’altro nïente, Ma nelle chiare ancor dubbi e paure E caligin si crea continuamente: Pur manifesto si conosce in tutto Che di seme tedesco il mondo è frutto.
Dunque primieramente in provvedere A sè di novo capo in quelle strette Porre ogni lor pensier le afflitte schiere Per lo scampo comun furon costrette: Dura necessità ch’uomini e fere Per salute a servaggio sottomette, E della vita in prezzo il mondo priva Del maggior ben per cui la vita è viva.
Stabile elezion per or non piacque Far; nè potean; ma differire a quando In topaia tornati, ove già nacque La più parte di lor, la tema in bando Avrian cacciata, e le ranocchie e l’acque E seco il granchio barbaro e nefando, Nè credean ciò lontan lunga stagione, Avrian posto in eterna oblivione.
Intanto il campo stesso, e la fortuna Commetter del ritorno, e dei presenti Consigli e fatti dar l’arbitrio ad una Militar potestà furon contenti. Così quando del mar la vista imbruna, Popol battuto da contrari venti Segue l’acuto grido onde sua legge Dà colui che nel rischio il pin corregge.
Scelto fu Rubatocchi a cui l’impero Si desse allor di mille topi e mille: Rubatocchi, che fu, come d’Omero Sona la tromba, di quel campo Achille. Lungamente per lui sul lago intero Versàr vedove rane amare stille; E fama è che insin oggi appo i ranocchi Terribile a nomar sia Rubatocchi.
Nè Rubatocchi chiameria la madre Il ranocchin per certo al nascimento, Come Annibale, Arminio odi leggiadre Voci qui gir chiamando ogni momento: Così di nazion quello, che padre È d’ogni laude, altero sentimento, Colpa o Destin, che molta gloria vinse, Già trecent’anni, in questa terra estinse.
Mancan Giuli e Pompei, mancan Cammilli E Germanici e Pii, sotto il cui nome Faccia ai nati colei che partorilli A tanta nobiltà, lavar le chiome? A veder se alcun dì valore instilli In lor la rimembranza, e se mai dome Sien basse voglie e voluttà dal riso Che un gran nome suol far di fango intriso?
Intanto a studio là nel Trasimeno Estranio peregrin lava le membra, Perchè la strage nostra onde fu pieno Quel flutto, con piacer seco rimembra: La qual, se al ver si guarda, nondimeno Zama e Cartago consolar non sembra: E notar nel Metauro anco potria Quegli, e Spoleto salutar per via.
Se questo modo, ond’hanno altri conforto, Piacesse a noi di seguitar per gioco, In molt’acque potremmo ire a diporto, E di più selve riscaldarci al foco, Ed in più campi dall’occaso all’orto Potremmo, andando, ristorarci un poco, E tra via rimembrar più d’un alloro E nelle nostre e nelle terre loro.
Tant’odio il petto agli stranieri incende Del nome italian, che di quel danno Onde nessuna gloria in lor discende, Sol perchè nostro fu, lieti si fanno. Molte genti provàr dure vicende, E prave diventàr per lungo affanno; Ma nessuna ad esempio esser dimostra Di tant’odio potria come la nostra.
E questo avvien perchè quantunque doma, Serva, lacera segga in isventura, Ancor per forza italian si noma Quanto ha più grande la mortal natura; Ancor la gloria dell’eterna Roma Risplende sì, che tutte l’altre oscura; E la stampa d’Italia, invan superba Con noi l’Europa, in ogni parte serba.
Nè Roma pur, ma col mental suo lume Italia inerme, e con la sua dottrina, Vinse poi la barbarie, e in bel costume Un’altra volta ritornò regina; E del goffo stranier, ch’oggi presume Lei dispregiar, come la sorte inchina, Rise gran tempo, ed infelici esigli L’altre sedi parer vide a’ suoi figli.
Senton gli estrani ogni memoria un nulla Esser a quella ond’è l’Italia erede; Sentono ogni lor patria esser fanciulla Verso colei ch’ogni grandezza eccede; E veggon ben che se strozzate in culla Non fosser quante doti il ciel concede, Se fosse Italia ancor per poco sciolta, Regina torneria la terza volta.
Indi l’odio implacato, indi la rabbia, E l’ironico riso ond’altri offende Lei che fra ceppi, assisa in sulla sabbia, Con lingua nè con man più si difende. E chi maggior pietà mostra che n’abbia, E di speme fra noi gl’ignari accende, Prima il Giudeo tornar vorrebbe in vita Che all’italico onor prestare aita.
Di Roma là sotto l’eccelse moli, Pigmeo, la fronte spensierata alzando, Percote i monumenti al mondo soli Con sua verghetta il corpo dondolando; E con suoi motti par che si consoli La rimembranza del servir cacciando. Ed è ragion ch’a una grandezza tale L’inimicizia altrui segua immortale.
Ma Rubatocchi, poi che della cura Gravato fu delle compagne genti, Fece il campo afforzar, perchè sicura Da inopinati assalti e da spaventi Fosse la notte; e poi di nutritura Giovare ai corpi tremuli e languenti. Facil negozio fu questo secondo, Perchè topi a nutrir tutto è fecondo.
Poscia mestier gli parve all’odiato Esercito spedir subito un messo, A dimandar perchè, non provocato, Contra lor nella zuffa s’era messo; Se ignaro delle rane, o collegato, Se per error, se per volere espresso; Se gir oltre o tornar nella sua terra, Se volesse da’ topi o pace o guerra.
Era nel campo il conte Leccafondi, Signor di Pesafumo e Stracciavento; Topo raro a’ suoi dì, che di profondi Pensieri e di dottrina era un portento: Leggi e stati sapea d’entrambi i mondi, E giornali leggea più di dugento; Al cui studio in sua patria aveva eretto, Siccom’oggi diciamo, un gabinetto.
Gabinetto di pubblica lettura, Con legge tal, che da giornali in fuore, Libro non s’accogliesse in quelle mura, Che di due fogli al più fosse maggiore; Perchè credea che sopra tal misura Stender non si potesse uno scrittore Appropriato ai bisogni universali Politici, economici e morali.
Pur dagli amici in parte, e dalle stesse Proprie avvertenze a poco a poco indotto, Anche al romanzo storico concesse Albergar coi giornali, e che per otto Volumi o dieci camminar potesse; E in fin, come dimostro è da quel dotto Scrittor che sopra in testimonio invoco, Alla tedesca poesia diè loco.
La qual d’antichità supera alquanto Le semitiche varie e la sanscrita, E parve al conte aver per proprio vanto Sola il buon gusto ricondurre in vita, Contro il fallace oraziano canto, A studio, per uscir della via trita, Dando tonni al poder, montoni al mare; Gran fatica, e di menti al mondo rare.
D’arti tedesche ancor fu innamorato, E chiamavale a sè con gran mercede: Perchè, giusta l’autor sopra citato, Non eran gli obelischi ancora in piede, Nè piramide il capo avea levato, Quando l’arti in Germania avean lor sede, Ove il senso del bello esser più fino Veggiam, che fu nel Greco o nel Latino.
La biblioteca ch’ebbe era guernita Di libri di bellissima sembianza, Legati a foggia varia, e sì squisita, Con oro, nastri ed ogni circostanza, Ch’a saldar della veste la partita Quattro corpi non erano abbastanza. Ed era ben ragion, che in quella parte Stava l’utilità, non nelle carte.
Lascio il museo, l’archivio, e delle fiere Il serbatoio, e l’orto delle piante, E il portico, nel quale era a vedere, Con baffi enormi e coda di gigante, La statua colossal di Lucerniere, Antico topolin filosofante, E dello stesso una pittura a fresco, Pur di scalpello e di pennel tedesco.
Fu di sua specie il conte assai pensoso, Filosofo morale, e filotopo; E natura lodò che il suo famoso Poter mostri quaggiù formando il topo; Di cui l’opre, l’ingegno e il glorioso Stato ammirava; e predicea che dopo Non molto lunga età, saria matura L’alta sorte che a lui dava natura.
Però mai sempre a cor fugli il perenne Progresso del topesco intendimento, Che aspettar sopra tutto dalle penne Ratte de’ giornalisti era contento; E profittare a quel sempre sostenne Ipotesi, sistemi e sentimento; E spegnere o turbar la conoscenza Analisi, ragione e sperïenza.
Buon topo d’altra parte, e da qualunque Filosofale ipocrisia lontano, E schietto in somma e veritier, quantunque Ne’ maneggi nutrito e cortigiano; Popolar per affetto, e da chiunque Trattabil sempre, e, se dir lice, umano; Poco d’oro, e d’onor molto curante, E generoso, e della patria amante.
Questi al re de’ ranocchi, ambasciatore Del proprio re, s’era condotto, avanti Che tra’ due regni il militar furore Gli amichevoli nodi avesse infranti: E com’arse la guerra, appo il signore Suo ritornato, dimorò tra fanti, E sotto tende, insin che tutto il campo Dal correr presto procacciò lo scampo.
Ora ai compagni, ricercando a quale Fosse in nome comun l’uffizio imposto, Che del campo de’ granchi al generale Gisse oratore, e che per gli altri tosto D’ovviar s’ingegnasse a novo male, Nessun per senno e per virtù disposto Parve a ciò più del conte; il qual di stima Tenuto era da tutti in su la cima.
Così da quelle schiere, a prova eretto L’un piè di quei dinanzi, all’uso antico, Fu, per parer di ciascheduno, eletto Messaggier dell’esercito al nemico. Nè ricusò l’uffizio, ancor ch’astretto Quindi a gran rischio: in campo ostil, mendico D’ogni difesa, andar fra sconoscenti D’ogni modo e ragion dell’altre genti.
E sebben lassa la persona, e molto Di posa avea mestier, non però volle Punto indugiarsi al dipartir: ma colto Brevissimo sopor su l’erba molle, Sorse a notte profonda, e seco tolto Pochi servi de’ suoi, tacito il colle Lasciando tutto, e sonnolento, scese, E per l’erma campagna il cammin prese.
Canto Secondo
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Più che mezze oramai l’ore notturne Eran passate, e il corso all’oceano Inchinavan pudiche e taciturne Le stelle, ardendo in sul deserto piano. Deserto al topo in ver, ma le diurne Cure sopian da presso e da lontano Per boschi, per cespugli ed arboscelli Molte fere terrestri e molti uccelli.
E biancheggiar tra il verde all’aria bruna, Or ne’ campi remoti, or sulla via, Or sovra colli qua e là più d’una Casa d’agricoltor si discopria; E di cani un latrar da ciascheduna Per li silenzi ad or ad or s’udia, E rovistar negli orti, e nelle stalle Sonar legami e scalpitar cavalle.
Trottava il conte, al periglioso andare Affrettando co’ suoi le quattro piante, A piedi intendo dir, chè cavalcare Privilegio è dell’uomo, il qual di tante Bestie che il suol produce e l’aria e il mare, Sol per propria natura è cavalcante, Come, per conseguenza ragionevole, Solo ancor per natura è carezzevole.
Era maggio, che amor con vita infonde, E il cuculo cantar s’udia lontano, Misterioso augel, che per profonde Selve sospira in suon presso che umano, E qual notturno spirto erra, e confonde Il pastor che inseguirlo anela invano, Nè dura il cantar suo, che in primavera Nasce e il trova l’ardor venuto a sera.
Come ad Ulisse ed al crudel Tidide, Quando ai novi troiani alloggiamenti Ivan per l’ombre della notte infide, Rischi cercando e insoliti accidenti, Parve l’augel che si dimena e stride, Segno, gracchiando, di felici eventi Arrecar da Minerva, al cui soccorso L’uno e l’altro, invocando, era ricorso;
Non altrimenti il topo, il qual solea Voci e segni osservar con molta cura, Non so già da qual nume o da qual dea Topo o topessa o di simil natura, Sperò certo, e mestier gliene facea Per sollevare il cor dalla paura, Che il cuculo, che i topi han per divino, Nunzio venisse di non reo destino.
Ma già dietro boschetti e collicelli Antica e stanca in ciel salia la luna, E su gli erbosi dorsi e i ramuscelli Spargea luce manchevole e digiuna, Nè manifeste l’ombre a questi e quelli Dava, nè ben distinte ad una ad una; Le stelle nondimen tutte copria, E desiata al peregrin venia.
Pur, come ai topi il lume è poco accetto, Di lei non molto rallegrossi il conte, Il qual, trottando a piè, siccome ho detto, Ripetea per la valle e per lo monte L’orme che dianzi, di fuggir costretto, Impresse avea con zampe assai più pronte, E molti il luogo or danni ora spaventi Di quella fuga gli rendea presenti.
Ma pietà sopra tutto e disconforto Moveagli, a ciascun passo, in sul cammino, O poco indi lontan, vedere o morto O moribondo qualche topolino, Alcun da piaghe ed alcun altro scorto Dalla stanchezza al suo mortal destino, A cui con lo splendor languido e scemo Parea la luna far l’onore estremo.
Così, muto; volgendo entro la testa Profondi filosofici pensieri, E chiamando e sperando alla funesta Discordia delle stirpi e degl’imperi Medicina efficace intera e presta Dai giornalisti d’ambo gli emisferi, Tanto andò, che la notte a poco a poco Cedendo, al tempo mattutin diè loco.
Tutti desti cantando erano i galli Per le campagne, e gli augelletti ancora Ricominciando insiem gli usati balli Su per li prati al mormorar dell’ora, E porporina i sempiterni calli Apparecchiava al dì la fresca aurora, Nè potea molto star che all’orizzonte Levasse il re degli anni alta la fronte;
Quando da un poggio il topo rimirando, Non molto avanti in giù nella pianura, Vide quel che sebbene iva cercando, Voluto avria che fosse ancor futura La vista sua, ch’or tutto l’altro in bando Parve porre dal cor che la paura, Non sol per sè, ma parte e maggiormente Perchè pria del creduto era presente.
Vide il campo de’ granchi, il qual fugate Ch’ebbe de’ topi le vincenti schiere, Ver Topaia là dove indirizzate S’eran le fuggitive al suo parere, Deliberossi, andando a gran giornate, Dietro quelle condurre armi e bandiere; E seguitando lor, men d’una notte Distava ond’esse il corso avea condotte.
Tremava il conte, e già voltato il dosso Aveano i servi alla terribil vista; E muro non avria, non vallo o fosso Tenuto quella gente ignava e trista; Ma il conte sempre all’onor proprio mosso, Come fortezza per pudor s’acquista, Fatto core egli pria, sopra si spinse Gridando ai servi, ed a tornar gli strinse.
E visto verdeggiar poco lontano Un uliveto, entràr subito in quello, E del verde perpetuo con mano O con la bocca colto un ramicello, E sceso ciaschedun con esso al piano, Sentendo un gelo andar per ogni vello, E digrignando per paura i denti, Vennero agl’inimici alloggiamenti.
Non se n’erano appena i granchi accorti, Quando lor furo addosso, e con gli ulivi Stessi, senza guardar dritti nè torti, Voleangli ad ogni patto ingoiar vivi, O gli avrian per lo men subito morti, Se in difesa de’ miseri e cattivi Non giungeva il parlar, che con eterna Possanza il mondo a suo piacer governa.
Perchè, quantunque barbaro e selvaggio De’ granchi il favellar, non fu celato Al conte, ch’oltre al far più d’un viaggio, Sendo per diplomatico educato, Com’or si dice, aveva ogni linguaggio Per istudio e per pratica imparato, E i dialetti ancor di tutti quanti, Tal ch’era nelle lingue un Mezzofanti,
Dunque con parolette e con ragioni A molcer cominciò que’ ferrei petti, Che da compagni mai nè da padroni Appreso non avean sì dolci detti, Nè sapean ch’altra gente i propri suoni Parlar potesse de’ lor patrii tetti, E si pensaro andar sotto l’arnese Di topo un granchiolin del lor paese.
Per questo, e per veder che radicati Leccafondi in sul naso avea gli occhiali, Arme che in guerra mai non furo usati Nè gli uomini portar nè gli animali, Propria insegna ed onor di letterati Essendo dal principio onde ai mortali Più d’iride o d’olivo o d’altro segno Di pace e sicurtà son certo pegno,
Dal sangue per allor di quegli estrani Di doversi astener determinaro; E legati così come di cani O di qualche animal feroce o raro Non fecer mai pastori o cerretani, A sghembo, all’uso lor, gli strascinaro Al general di quei marmorei Lanzi, Gente nemica al camminare innanzi.
Brancaforte quel granchio era nomato, Scortese a un tempo e di servile aspetto; Dal qual veduto il conte e dimandato Chi fosse, onde venuto, a qual effetto, Rispose che venuto era legato Del proprio campo; e ben legato e stretto Era più che mestier non gli facea, Ma scherzi non sostien l’alta epopea.
E seguitò che s’altri il disciogliesse, Mostrerebbe il mandato e le patenti. Per questo il general non gli concesse Ch’a strigarlo imprendessero i sergenti, E perchè legger mai non gli successe, Eran gli scritti a lui non pertinenti, Ma chiese da chi date ed in qual nome Assunte avesse l’oratorie some.
E quel dicendo che de’ topi il regno, Per esser nella guerra il re defunto, E non restar di lui successor degno, Deliberato avria sopra tal punto Popolarmente, e che di fede il segno Rubatocchi al mandato aveva aggiunto, Il qual per duce, e lui per messaggero Scelto aveva a suffragi il campo intero;
Gelò sotto la crosta a tal favella, Popol, suffragi, elezione udendo, Il casto lanzo, al par di verginella A cui con labbro abbominoso orrendo Le orecchie tenerissime flagella, Fango intorno e corrotte aure spargendo, Oste impudico o carrozzier. Si tinge Ella ed imbianca, e in sè tutta si stringe.
E disse al conte: Per guardar ch’io faccia, Legittimo potere io qui non trovo. Da molti eletto, acciò che il resto io taccia, Ricever per legato io non approvo. Poscia com’un che dal veder discaccia Scandalo o mostro obbrobrioso e novo, Tor si fe quindi i topi, ed in catene Chiuder sotterra e custodir ben bene.
Fatto questo, mandò significando Al proprio re per la più corta via L’impensata occorrenza, e supplicando Che comandasse quel che gli aggradia. Era quel re, per quanto investigando Ritrovo, un della terza dinastia Detta de’ Senzacapi, e in su quel trono Sedea di nome tal decimonono.
Rispose adunque il re, che nello stato Della sedia vacante era l’eletto Del campo ad accettar come legato; Tosto quel regno o volontario o stretto Creasse altro signor, nessun trattato Egli giammai, se non con tal precetto, Conchiudesse con lor; d’ogni altro punto Facesse quel che gli era prima ingiunto.
Questo comando al general pervenne Là ’ve lui ritrovato aveva il conte, Perchè quivi aspettando egli sostenne Quel che ordinasse del poter la fonte, Al cui voler, com’ei l’avviso ottenne, L’opere seguitàr concordi e pronte, Trasse i cattivi di sotterra e sciolse, E sciolto il conte in sua presenza accolse.
Il qual, ricerco, espose al generale Di sua venuta le ragioni e il fine, Chiedendo qual destin, qual forza o quale Violazion di stato o di confine, Qual danno della roba o personale, Qual patto o lega, o qual errore alfine Avesse ai topi sprovveduti e stanchi Tratto in sul capo il tempestar de’ granchi.
Sputò, mirossi intorno e si compose Il general dell’incrostata gente; E con montana gravità rispose In questa forma ovver poco altramente: Signor topo, di tutte quelle cose Che tu dimandi, non sappiam nïente, Ma i granchi dando alle ranocchie aiuto, Per servar l’equilibrio han combattuto.
Che vuol dir questo? ripigliava il conte; L’acque forse del lago o del pantano, O del fosso o del fiume o della fonte Perder lo stato od inondare il piano, O venir manco, o ritornare al monte, O patir altro più dannoso e strano Sospettavate, in caso che la schiatta Delle rane da noi fosse disfatta?
Non equilibrio d’acqua ma di terra, Rispose il granchio, è di pugnar cagione: È il dritto della pace e della guerra Che spiegherò per via d’un paragone. Il mondo inter con quanti egli rinserra Déi pensar che somigli a un bilancione, Non con un guscio o due, ma con un branco, Rispondenti fra lor, più grandi e manco.
Ciaschedun guscio un animal raccetta, Che vuol dir della terra un potentato. In questo un topo, in quello una civetta, In quell’altro un ranocchio è collocato, Qui dentro un granchio, e quivi una cutretta, L’uno animal con l’altro equilibrato, In guisa tal che con diversi pesi Fanno equilibrio insiem tutti i paesi.
Or quando un animal divien più grosso D’altrui roba o di sua che non soleva, E un altro a caso o pur da lui percosso Dimagra sì che in alto si solleva, Convien subito al primo essere addosso, Dico a colui che la sua parte aggreva, E tagliandoli i piè, la coda o l’ali, Far le bilance ritornare uguali.
Queste membra tagliate a quei son porte Che dimagrando scemo era di peso, O le si mangia un animal più forte, Ch’a un altro ancor non sia buon contrappeso, O che, mangiate, ne divien di sorte Che può star su due gusci a un tempo steso, E l’equilibrio mantenervi salvo Quinci col deretan, quindi con l’alvo.
Date sian queste cose e non concesse, Rispose al granchio il conte Leccafondi, Ma qual nume ordinò che presedesse All’equilibrio general de’ mondi La nazion del granchi, e che attendesse A guardar se più larghi o se più tondi Fosser che non dovean topi e ranocchi Per trar loro o le polpe o il naso o gli occhi?
Noi, disse il general, siam birri appunto D’Europa e boia e professiam quest’arte. Nota, saggio lettor, ch’io non so punto Se d’Europa dicesse o d’altra parte, Perchè, confesso il ver, mai non son giunto Per molto rivoltar le antiche carte A discoprir la regione e il clima Dove i casi seguîr ch’io pongo in rima.
Ma detto ho dell’Europa, seguitando Del parlar nostro la comune usanza; Ora al parlar del granchio ritornando, In nostra guardia, aggiunse, è la costanza Degli animai nell’esser primo, e quando Di novità s’accorge o discrepanza Dove che sia, là corre il granchio armato E ritorna le cose al primo stato.
Chi tal carco vi diè? richiese il conte: La crosta, disse, di che siam vestiti, E l’esser senza nè cervel nè fronte, Sicuri, invariabili, impietriti Quanto il corallo ed il cristal di monte, Per durezza famosi in tutti i liti: Questo ci fa colonne e fondamenti Della stabilità dell’altre genti.
Or lasciam le ragioni e le parole, Soggiunse l’altro, e discendiamo ai fatti. Dai topi il re de’ granchi oggi che vuole? Vuole ancor guerra e strage a tutti i patti? O consente egli pur, com’altri suole, Che qui d’accordo e d’amistà si tratti? E quale, in caso tal, condizïone D’accordo e d’amistà ci si propone?
Sputò di nuovo e posesi in assetto Il general de’ granchi, e così disse: Dalla tua razza immantinente eletto Sia novello signor. Guerre nè risse Aver con le ranocchie a lui disdetto Per sempre sia. Le sorti a color fisse Saran dal nostro, a cui ricever piacque Nella tutela sua lor terre ed acque.
Un presidio in Topaia alloggerete Di trentamila granchi, ed in lor cura Il castello con l’altro riporrete, S’altro v’ha di munito entro le mura. Da mangiare e da ber giusta la sete, Con quanto è di bisogno a lor natura, E doppia paga avran per ciascun giorno Da voi, finchè tra voi faran soggiorno.
Dicendo il conte allor che non aveva Poter da’ suoi d’acconsentire a tanto, E che tregua fermar si richiedeva Per poter quelli ragguagliare intanto, Rispose il general che concedeva Tempo quindici dì, nè dal suo canto Moveria l’oste; e quel passato invano, Ver Topaia verrebbe armata mano.
Così di Leccafondi e del guerriero Brancaforte il colloquio si disciolse: E senza indugio alcuno il messaggero De’ topi a ritornar l’animo volse, All’uso della tregua ogni pensiero Avendo inteso: e tosto i suoi raccolse. Nel partir poche rane ebbe vedute Per negozi nel campo allor venute.
Le riconobbe, chè nel lor paese Contezza ebbe di lor quando oratore Là ritrovossi, ed or da quelle intese L’amorevole studio e il gran favore Che prestava ai ranocchi a loro spese Il re de’ granchi, il qual sotto colore Di protegger da’ topi amico stato, Ogni cosa in sua forza avea recato.
E che d’oro giammai sazio non era, Nè si dava al re lor veruno ascolto. Pietà ne prese il conte, e con sincera Loquela i patrii Dei ringraziò molto, Che dell’altrui protezion men fera Calamità su i topi avean rivolto. Poi dalle rane accommiatato, il calle Libero prese, e il campo ebbe alle spalle.
Canto Terzo
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Intanto Rubatocchi avea ridotte Le sue schiere in Topaia a salvamento, Dove per più d’un giorno e d’una notte Misto fu gran dolor con gran contento. Chi gode in riveder, chi con dirotte Lacrime chiama il suo fratello spento, Altri il padre o il marito, altri la prole, Altri del regno e dell’onor si dole.
Era Topaia, acciò che la figura E il sito della terra io vi descriva, Tutta con ammirabile struttura Murata dentro d’una roccia viva, La qual’era per arte o per natura Cavata sì, che una capace riva Al sol per sempre ed alle stelle ascosta Nell’utero tenea come riposta.
Ricordivi a ciascun se la montagna Che d’Asdrubale il nome anche ritiene, Là ’ve Livio e Neron per la campagna Sparse dell’Affrican l’armi e la spene, Varcaste per la strada ove compagna L’eterea luce al viator non viene, Sotterranea, sonora, onde a grand’arte Schiuso è il monte dall’una all’altra parte:
O se a Napoli presso, ove la tomba Pon di un’amorosa fede, Vedeste il varco che del tuon rimbomba Spesso che dal Vesuvio intorno fiede, Colà dove all’entrar subito piomba Notte in sul capo al passegger, che vede Quasi un punto lontan d’un lume incerto L’altra bocca onde poi riede all’aperto:
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The end
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