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ANNALI
D’ITALIA
DAL
Vita di Lodovico Antonio Muratori
Che un uomo d’ingegno, il quale sappia far capitale del tempo, non abbia cagion di lagnarsi della brevità della vita, potendo ad infinite cose attendere, il Varrone dell’Italia moderna, Lodovico Antonio Muratori, palesemente il dimostrò; tuttochè non sia giunto a vivere, come dell’antico ci narra , ed a scrivere oltre all’ottantesimo ottavo anno, nè a poetare, come il , al nonagesimo. Non oltrepassò egli guari i termini di un corso ordinario di vita, e di una vita impiegata in massima parte negli esercizii religiosi, cioè come cherico attento a’ doveri del suo stato ne’ primi suoi anni, quindi come parroco zelantissimo sino oltre al sessagesimo, e sempre come sacerdote esemplare sino al fine de’ suoi giorni; ma seppe, ciò non ostante, non meno colle azioni sue virtuose che coi dotti suoi libri, giovare agli uomini, instruirli ed eziandio dilettarli; e le opere da lui dettate formano una biblioteca.
Nato in umile fortuna il giorno vigesimo primo di ottobre dell’anno 1672 in Vignola, terra del Modenese, patria del celebre architetto , che da quella prese il nome, non potè avere nella età sua fanciullesca altri per institutore che un maestro assai comunale di grammatica latina, che lungamente in quelle spine lo avvolse, per cui tanti vivaci ingegni prendono il più delle volte in abbominio ogni specie di lettere. Essendogli però capitati alle mani i romanzi di madama di Scuderì, ben s’avvide che esistevano libri più dilettevoli che le triviali grammatiche non sieno. Servirono questi in certo modo di correttivo, gli aprirono la mente e l’invogliarono sempre più della lettura. Chi si sarebbe dato a credere giammai che l’autor degli Annali e delle Antichità italiane, e di tante altre opere di storia e di critica la più dotta e severa, abbia incominciata, s’egli stesso non l’avesse asserito, la sua carriera letteraria dal gran Cairo, dall’illustre Bassà e da altre simili fole, leggendole avidamente? Ma il punto sustanzialissimo si è, che curiosa brama, qualunque siasi, di leggere e di imparare sorga nelle anime nuove, non riesce poi arduo gran fatto l’alimentare e meglio dirigere questa nobile fiamma; ma guai! se in principio inavvedutamente altri la spegne, in vece di nutrirla.
Migliori maestri trovò poscia in Modena il Muratori, di grammatica non tanto quanto di umane lettere, ed eziandio di filosofia; anzi quest’ultimo (cosa singolare allora in persona di chiostro), oltre al sistema peripatetico, gli spiegò i sistemi moderni; e se la filosofia neutoniana non era ancora a que’ tempi uscita dall’isola natía, già avea avuto molto prima l’Italia il ed il , e del loro modo di filosofare (chè sistema veruno non volle inventare saviamente il Galilei) convien dire che avesse avuta una idea da giovane il Muratori, da che dettò una dissertazione intorno allo innalzamento e depression del barometro, oltrepassando di poco il vigesimo anno. Vestito avea egli l’abito chericale, quando giovanetto per gli studii a Modena si portò. Suoi studii principali doveano essere le leggi civili e canoniche e la moral teologia; così pensava il padre di lui, costretto dalle angustie domestiche, come tanti altri, a riguardar la dottrina come un capo di entrata. La pratica perfino della giurisprudenza intraprese il Muratori; ma da quella professione, al pari di tanti altri uomini insigni nella letteratura, il genio suo dominante il ritrasse. La poesia da prima e l’eloquenza riempivano di delizia gl’istanti che poteva aver liberi; ma essendo a que’ tempi in Lombardia comunemente corrotto il gusto delle lettere più amene, di quelle ampollosità che aveano voga, e di quelle argutezze egli s’invaghì tanto, che il nostro ampolloso e concettoso Tesauro era il suo maestro, il suo autore. Corresse però ben tosto il suo gusto, dopochè venne ammesso ad una letteraria conversazione, dove il marchese Giovanni Rangoni ed altri svegliati ingegni modenesi seguivano guide migliori. Ciò non ostante, se si riguarda bene, nel fraseggiare, anche più trascurato, del Muratori, restò un non so che dello stile del Tesauro, segnatamente ne’ traslati.
Dalla lettura de’ poeti e degli oratori passò a quella dei filosofi. Molto si compiacque di e di , e la filosofia degli Stoici pigliò in concetto grande, sebben presto si avvedesse, come, senza la religione rivelata, quella orgogliosa dottrina è un albero pomposo, ma privo di solida radice, e che non produce frutti di vera sapienza. Lo studio delle massime degli Stoici il condusse alla lettura di , gran partigiano di quella setta, e delle sentenze stoiche zelante promulgatore. E siccome è cosa consueta, che tutto si apprezza in quelle persone che si hanno per qualche rispetto in grande estimazione, passò il Muratori a studiare i libri, assai più pregevoli del , riguardanti le antichità romane, e cominciò a dar opera indefessamente alla erudizione profana. Per inoltrarsi in essa vide però che gli mancavano e la copia di libri e il presidio della lingua greca. In una libreria di poveri claustrali trovò il giovane Muratori ciò che di rado o non mai si trova ne’ palagi de’ facoltosi, voglio dir libri in numero sufficiente e piena facoltà di valersene. Della greca lingua da sè stesso in breve tempo con ostinata fatica s’impadronì. Seguì questo in principio dell’anno 1693, ed a quei giorni maggior ventura gli toccò in sorte, cioè di rinvenire un direttore per gli studii suoi, di cui non potea desiderarne uno migliore, che lo iniziò alla diplomatica ed alle antichità del medio evo, e che a coltivare la sacra erudizione, propria al suo stato, principalmente lo animò. Fu questi l’abate cassinese , dottissimo personaggio, capitato allora in Modena, il dell’Italia, che salito sarebbe ad egual fama, se avesse avuto, come il Mabillon, un più vasto teatro ed i favori di un potentissimo monarca; ma che però ebbe il vanto, che non potè avere il Mabillon, di esser padre, a dir così, nelle cose appartenenti alla soda erudizione, di due uomini sommi, il Muratori ed il . La storia ecclesiastica e gli ecclesiastici scrittori e i concilii ed i santi padri furono il nuovo pascolo che aprì il Bacchini alla mente avida del Muratori, che non lasciava passar giorno in cui lungamente non si trattenesse con lui, studiandosi di far tesoro di quanto ne’ famigliari ragionamenti (la miglior disciplina di tutte) usciva dalla bocca di quell’uomo raro.
Già abbandonato avea egli gli studii delle leggi e della teologia scolastica, punto non curando, purchè soddisfar potesse al genio suo prepotente, que’ premii che da chi le professa si ottengono, da’ letterati non mai. Ma in questo mezzo avendo il Muratori fatto conoscenza col marchese , coltissimo patrizio bolognese, e con monsignor Marsigli, poscia vescovo di Perugia, col mezzo loro ottenne di essere invitato dal conte Carlo Borromeo alla famosa biblioteca Ambrosiana di Milano. Singolare ventura fu questa per lui di venir collocato in età giovanile nella piena luce del giorno, aprendosegli in tal modo la strada di far quella luminosa comparsa che ognun sa nella letteraria repubblica; e que’ gentiluomini fecero dono del Muratori all’Italia. Novella prova fu questa che per far fiorire le lettere assai più giova la coltura ed il buon giudicio ai privati, che non la potenza ed i tesori stessi de’ principi. Laureato prima in leggi in fine dell’anno 1694, si recò adunque il Muratori in Milano in principio del susseguente, dottore dell’Ambrosiana, e prima che terminasse quell’anno medesimo fu ordinato sacerdote.
Gli aneddoti latini, colà due anni dopo pubblicati, (gli aneddoti greci videro la luce poscia in Padova) furono il primo saggio ch’ei diede del suo sapere, molti argomenti trattando di antichità cristiane, di disciplina e di erudizione ecclesiastica, in parecchie dissertazioni, con cui gli aneddoti suoi illustrò. Prima di venirsene a Milano, non poche cognizioni avea già acquistato egli appartenenti alla paleografia, facendone studio colla scorta del p. Bacchini sulle pergamene dell’archivio di Modena: e nell’Ambrosiana, ricca di rari e copiosi codici, vi si perfezionò. Grande fu la fama in cui salì il Muratori, giunto appena a toccare il vigesimo quinto anno, per questa prima opera sua; e si procacciò la benevolenza e la stima de’ primi letterati, e principalmente di un Noris, di un Bianchini, di un , di un Magliabechi in Italia; di un , di un Ruinart, di un , di un Papebrochio oltremonti. Cinque anni interi si passarono da lui nell’Ambrosiana, quasi in proprio elemento, in mezzo a que’ codici, facendo studio indefesso di erudizione sacra e profana, d’iscrizioni, di antichità, ed esercitandosi nel tradurre dal greco. Nè lasciava di attendere per sollievo agli studii delle lettere più gentili. Interveniva ad un’accademia, detta de’ Faticosi, e ad un’altra di filosofia e di belle lettere, apertasi a suo suggerimento nella casa Borromeo; ed essendo passato ad altra vita in quella città nell’anno 1699 il Maggi, poeta di grido per que’ tempi e suo grande amico, intraprese tosto il pietoso letterario ufficio di dettarne la vita, che nell’anno seguente 1700 si pubblicò, e con un idillio e con altri versi (chè poeta pur era allora il Muratori) ne celebrò la memoria.
Le ricerche genealogiche, che per parte dell’elettore di Annover si facevano, onde chiarire l’origine italica della Casa di Brunsvico, derivata dal comun ceppo della Estense, furono quelle che richiamarono il Muratori da Milano alla contrada sua natía. In somma confusione era l’archivio estense. Per riordinarlo, e per compiacere quel principe che avea spedito un letterato tedesco a visitarlo, il duca di Modena, Rinaldo I, nominò suo archivista e bibliotecario il Muratori. Lasciò egli tosto Milano e l’Ambrosiana, non senza però qualche rincrescimento; e si restituì, nel fine della state dell’anno 1700, in Modena ai servigii del suo amato principe: e rinunciando ad ogni più splendida fortuna, mai più abbandonar non volle, durante un intero mezzo secolo, che ancor visse, l’estense biblioteca, pago, come Plutarco, di essere l’ornamento della sua patria, mentre per tutta Italia chiaro suonava il suo nome.
La genealogia de’ principi estensi occupò da prima i suoi pensieri; e le Antichità estensi, dotta opera e laboriosa, in cui, d’accordo col famoso tedesco , fissò l’origine di quella, prima in Italia, quindi in Germania ed Inghilterra, nobilissima famiglia, furono il frutto delle sue fatiche. Ma come i chimici valenti, che attenti sono oltremodo a prevalersi delle scoperte ed invenzioni che si presentano nel corso degli esperimenti loro, sebben non formassero l’oggetto principale, lo scopo delle loro ricerche, così il Muratori, dovendo rivoltare tanti diplomi e cronache e monumenti de’ bassi-tempi, concepì il vasto disegno dell’unica e dottissima opera delle Antichità italiane del medioevo, che rese il nome suo immortale, e che, secondo le prime idee, altro non avea ad essere se non una continuazione delle Antichità estensi, cui servir dovea di commento e quasi far loro corteggio.
Dallo studio incessante, a norma delle più sane regole di critica, posto intorno alla storia di que’ principi, nacquero non solo quelle tante scritture in favor di essi per lo dominio di Ferrara e di Comacchio, nelle quali superiore di tanto si dimostrò al focoso suo avversario monsignor Fontanini, e mediante le quali si fece conoscere per uno de’ più scienziati gius-pubblicisti; ma inoltre la gran raccolta da lui ordinata ed illustrata di tutti gli scrittori originali delle cose d’Italia per lo corso di mille anni; e finalmente gli Annali d’Italia, l’unico ed il miglior corpo che sinora si abbia della storia della nazion nostra, stesi da lui nella età di sessantasette anni nel breve spazio di un anno solo; cosa incredibile, se da testimoni oculari degni della maggior fede non venisse asseverata. Che se dettati sono in istile umile, pedestre, inelegante, come le altre opere sue italiane, non mancano però mai di chiarezza, di precisione, di naturalezza, e talvolta di vivacità, non senza una certa efficacia e festività, direi così, lombarda. Del resto, e chi mai esigere potrà in un colosso la squisitezza del lavoro di un cammeo? Mentre per altro incominciava il Muratori a gittar i fondamenti dell’edificio immenso di cognizioni storiche che innalzar intendea, compose, quasi per sollievo e diporto, il suo trattato della Perfetta Poesia, in cui spiegò un sistema conforme ai pensamenti dell’oracolo dell’Inghilterra, , sistema più filosofico di quello che prima di lui da’ sottili grammatici, e dopo di lui da e da altri, che han grido di filosofanti, vennero esposti alla luce del giorno. Se filosofico fu il trattato della Poetica del Muratori, poetico, a dir così, fu il disegno della Repubblica Letteraria, che pubblicò in fronte all’opera sua del Buon Gusto, o sia riflessioni sopra le scienze tutte; disegno concertato col dotto Bernardo Trevisano, che reggeva in Venezia quella cattedra di filosofia morale, che sempre occupata era da un veneto patrizio; e disegno con cui tenne lungamente e piacevolmente in sospeso la curiosità degli scienziati. Agli studi suoi di amene lettere riferir si debbono pure le Vite del , del , del , del , del marchese , da lui in diversi tempi dettate. Ma qui non è il luogo di annoverar distintamente le opere tutte del modenese bibliotecario. Il solo catalogo, colle necessarie notizie bibliografiche, eccederebbe i confini a questa vita prescritti. Basterà il dire che la sua fecondità era tale, che due opere ad un tratto stava scrivendo per l’ordinario; e che temendo ancora non gli mancasse materia, chiedeva agli amici argomenti per comporne delle nuove. Alla erudizione sacra e profana, alle antichità romane e barbariche, alla critica, alla teologia, all’ascetica, alla giurisprudenza, alla filosofia, alla politica e perfino alla medicina, come il trattato del Governo della peste e la dissertazione De potu vini calidi ne fanno fede, a tutto rivolse le sue speculazioni e le sue fatiche. L’erudizione sacra formò il primo oggetto de’ suoi pensieri, e sempre, sino al termine de’ suoi giorni, gli studii delle materie ecclesiastiche coltivò, congiungendoli coll’adempimento il più esatto ai doveri tutti del suo stato. Giovane sacerdote in Milano, in mezzo agli studii suoi più fervidi e più graditi, esemplarmente vi attendea. Fatto quindi in Modena preposto della Pomposa, con cura di anime, con vivo zelo e con amor grande le funzioni tutte del sacro suo ministero indefessamente esercitò, trovando ancora tempo, come già il celebre , per le letterarie fatiche. Ma non contento di edificar coll’esempio e d’instruire colla voce il popolo suo, le virtù praticando che insegnava, s’ingegnò eziandio di giovare coi libri alla religione ed ai costumi. Non una persona sola, ma più persone e più anime, e tutte attivissime, operose, infiammate dell’amor de’ suoi simili, pare che fossero nel Muratori concentrate. Se la vera filosofia consiste nel far del bene agli uomini, qual filosofo antico può venire in paragone con lui? Chè non parlo di coloro che negli ultimi tempi ne usurparono il nome, di tante sciagure infausta e mai sempre deplorabile cagione. Ascetico savio ed illuminato si mostrò egli (per toccar soltanto di alcuno di tali libri) negli esercizii spirituali; espertissimo conoscitore de’ santi Padri, compreso del vero spirito della religione nel trattato della Carità cristiana, virtù che tutte perfeziona le cristiane virtù; maestro in divinità profondo nella dotta opera latina De ingeniorum moderatione in religionis negotio, opera in Italia non solo, ma in Germania ed in Francia eziandio riputatissima.
Ma il Muratori, avanzando in età, e già sessagenario, non potea più reggere alle parrocchiali fatiche, e specialmente alla predicazione. Rinunciata dunque la prepositura, attese a scrivere negli anni che ancora gli restarono. In lui si verificò il detto di Cicerone, nulla esservi di più dolce e giocondo di una vecchiaia munita degli studii della gioventù; e non solo gli Annali d’Italia sopraccennati, ma parecchie altre opere di genere disparatissimo furono il frutto degli anni suoi senili; che anzi in quel periodo di tempo videro la luce le opere sue maggiori, già preparate prima, come, per tacer degli ultimi volumi della gran raccolta delle Cose d’Italia, furono le dissertazioni famose delle Antichità italiane del medio-evo (negli ultimi suoi anni poi in lingua italiana compendiate), la seconda parte delle Antichità estensi, il nuovo Tesoro delle Iscrizioni, per non parlar di tante altre opere di minor mole, ma non meno rilevanti, parte filosofiche, come i trattati della morale Filosofia, delle Forze dell’intendimento umano e della Fantasia; le altre riguardanti le antichità profane, come la Dissertazione de’ servi e liberti, dei fanciulli alimentari di Trajano, dell’obelisco di Campo Marzio, e parecchie appartenenti alla erudizione sacra e alle materie ecclesiastiche, studii, da’ quali avea prese le mosse nella letteraria carriera, da lui mai intermessi, e con lui la terminò. Tali furono l’opera contro l’inglese , le Missioni del Paraguay, l’antica Liturgia romana, e l’aureo trattato della regolata Divozione. Nè straniero alle, sebben da lui abbandonate, legali dottrine, scrisse dei difetti della Giurisprudenza, opuscolo sensatissimo, il quale se riscontrò obbiezioni, trovò eziandio difensori presso i giurisprudenti medesimi; e col trattato della pubblica Felicità, vale a dire, della vera scienza di governo, che le scienze e le arti tutte dirige al vero bene degli uomini, opera che vide la luce nell’anno antecedente alla sua morte, pose degno ed onorato fastigio a tutte le letterarie sue fatiche.
Fu quel trattato, come disse il dottissimo cardinale , la voce del cigno; ed aureo chiamandolo, giusti e meritati trova segnatamente gli encomii in quel sensato libro dal Muratori tributati ad un savio monarca, per avere nella università della capitale de’ suoi stati aperto una cattedra di morale filosofia. Nè questo fu il solo provvedimento di quel principe lodato dal Muratori, che in quel medesimo libro per altri rispetti eziandio il celebra, e singolarmente per avere instituito peculiare carica in ciascuna provincia, che al pubblico vantaggio soprantendesse.
Riguardano la maggior parte degli uomini il Muratori semplicemente come critico, come istorico, come antiquario, come filologo ed erudito, e non credono che al vanto di filosofo aspirar possa. Ma se la vera, la utile filosofia consiste nel giudicar delle cose rettamente e nel buon senso (più raro che altri non creda), e nel difendere antiche ed importanti verità piuttosto che sostenere nuovi, ingegnosi, ma inutili e dannosi paradossi, pochi furono al certo più filosofi del Muratori. Combattè come teologo contro l’irragionevole voto sanguinario, contro le pratiche esteriori di religione vane od anche superstiziose, contro l’indiscreto zelo e la ignoranza e le stravaganze divote; ed il dotto suo libro De ingeniorum moderatione, ec. se piacque a’ savii tutti, spiacque (il che ascriversi dee a distinto pregio) a quelli del pari che troppo poco, come a quelli che troppo al Capo visibile della Chiesa concedono. Che se ne’ libri suoi filosofici ex professo avverso si mostrò al ed all’, se gliene vuol dar lode piuttosto che biasimo. Al primo si mostrarono pure contrari il celebre , ed altri chiari ingegni italiani: nè ebbe seguaci in Italia prima del fiorentino medico , non sempre religiosissimo. Di fatto, la filosofia lokiana, come dimostrò poscia dottamente il prefato cardinal , troppo al materialismo inchina, come allo scetticismo quella postuma dell’Uezio. Persino nelle materie mediche, se vi fu chi la opinion sua sulla origine delle pestilenze disapprovò, l’insigne professore di medicina in Torino, Carlo Richa, ne prese la difesa. Le matematiche discipline soltanto furono quelle, a cui, come que’ due lumi primari della letteratura francese, il Bossuet ed il Fenelon, non volle mai applicare il Muratori, sia che temesse d’insuperbire, quando alle altre vaste sue cognizioni aggiunto avesse la parte più astrusa e recondita dell’umano sapere, sia che stimasse essere quegli studii incompatibili collo studio di altre facoltà da lui riputate più vantaggiose.
Compiuto egli avea intanto il settuagesimo settimo anno del viver suo, quando un fiero colpo di paralisia gli tolse prima la luce degli occhi, e quindi la vita nel giorno vigesimoterzo di gennaio dell’anno 1750. Placidamente riposò nel Signore tra le braccia del nipote ecclesiastico, dopo compiti tutti gli uffizi e ricevuti tutti i soccorsi della cristiana pietà. Fu il Muratori di statura ordinaria, ma quadrata, e che inclinava al pingue, di faccia colorita, di aspetto misto di gravità e di dolcezza; nel conversare affabile, cortese ed anche gioviale; a lui piaceva la gioventù onestamente lieta. Del rimanente candido, sincero, modesto, frugale, di singolare prudenza dotato, alle morali congiungea le cristiane virtù. Invitato a Padova in modo onorevolissimo, ed a Torino con offerta di pingue stipendio e con tutti gli agi dal marchese di Ormea, mai non volle abbandonar la sua patria ed il servizio del principe suo signore, a cui sagrificò sempre ogni privato suo vantaggio. Di fatto amico di quell’anima ingenua e generosa di papa Benedetto XIV sin prima del pontificato, credesi che per gl’insigni meriti suoi verso la religione cattolica e per l’esemplarità de’ costumi lo avrebbe fregiato della sacra porpora, se non avesse temuto di recar dispia- cere alla corte per le cose dal Muratori scritte nelle controversie di Ferrara e Comacchio. Non mancò di coraggio, dote non sempre famigliare agli uomini di lettere. Minacciato della vita con lettera anonima, se non ritrattava certe espressioni che credette di dover adoperare parlando di una contrada armigera, consegnò senza turbarsene il foglio alle fiamme, nè se ne pigliò il menomo pensiero. Da Modena manteneva corrispondenza il Muratori con tutti i primi letterati d’Italia, e ne coltivò l’amicizia, e tra gli altri amico fu infino agli estremi della vita del celebre marchese , non ostante alcuni dispareri in punto di erudizione. Bello si è negli ultimi giorni in cui visse il Muratori, vedere il Maffei, quasi eguale di età, protestargli di averlo sempre riputato il primo onore d’Italia; ed il Muratori vicendevolmente pregare il cielo che conservasse il Maffei, come il campione più e più coraggioso della italiana letteratura.
Prefazione
Allorchè io stesi la prefazione al tomo I delle mie , stampato in Milano nell’anno 1738; accennai il bisogno che avea la Storia d’Italia d’esser compilata da qualche persona ben conoscente delle antiche memorie, ed amante della verità. Giacchè l’avanzata mia età e varie mie occupazioni non permettevano a me d’imprendere allora tal fatica, animai alla stessa gl’ingegni italiani, dopo averne loro agevolata la via colla gran raccolta degli , e colle suddette Antichità Italiane. Pure tanto di vita e di forze a me ha lasciato la divina Provvidenza, che accintomi io stesso alla medesima impresa, ho potuto se non con perfezione, certo con buona volontà, trarla a fine. Parlo io qui non già della Storia che riguarda gli avvenimenti della Chiesa di Dio, perchè di questa ci ha forniti per tempo la penna immortale del cardinal colla principal parte di essa, accresciuta poi e migliorata dal p. seniore, continuata dallo , dal e dal . Abbiamo anche illustrati non poco i primi secoli del Cristianesimo dall’accuratissimo , e l’intera Storia di essa Chiesa felicemente maneggiata dal : talchè per questo conto al comune bisogno pare sufficientemente provveduto; se non che la lingua italiana può tuttavia dirsi priva di quest’ornamento, non bastando certamente l’aver noi qualche compendio degli Annali del in volgare.
La sola Storia civile d’Italia quella è che dimanda e può ricevere aiuto ed accrescimento dai giorni nostri. Certamente obbligo grande abbiamo a , insigne scrittor modenese, per aver egli assunta questa fatica, e trattata la storia suddetta ne’ suoi libri de Occidentali Imperio, et de Regno Italiae, che tuttavia sono in onore, e meritano bene di esserlo. Ma oltre all’aver egli solamente cominciata la sua carriera dall’imperio di Diocleziano e Massimiano, e terminatala nell’imperio di Ridolfo I austriaco; tali e tante notizie si son dissotterrate dipoi per cura di molti valentuomini, tanto dell’Italia che d’altri paesi, gloriosi per avere aumentato l’erario della repubblica letteraria, che oggidì si può ampiamente supplire ciò che mancò al secolo del Sigonio, e rendere più copiosa e corretta la Italiana. Aggiungasi, avere il Sigonio tessuto le storie sue senza allegare di mano in mano gli scrittori onde prendeva i fatti: silenzio praticato da altri suoi pari, ma o mal veduto o biasimato oggidì da chi esige di sapere i fondamenti su cui i moderni fabbricano i racconti delle cose antiche. Tralascio di rammentare qualche altro scrittore della Storia universale d’Italia, perchè niuno ne conosco che sia da paragonar col Sigonio, e niun certamente vi ha che abbia soddisfatto al bisogno. Ai nostri tempi poi prese il sig. di a compilar le Vite degl’imperadori romani, cominciando dal principio dell’Era cristiana con tale esattezza, che se egli avesse potuto continuare il viaggio, dalle mani sue sarebbe a noi venuta una compiuta storia, ed avrebbe forse risparmiato a tutt’altri il pensiero di tentar da qui innanzi una tal navigazione. Ma egli passò poco più oltre all’imperio di Teodosio Minore e di Valentiniano III Augusti, con esporre gli avvenimenti d’Italia per soli quattro secoli e mezzo, lasciando i lettori colla sete del rimanente. Pertanto ho io preso a trattar la Storia Civile o sia gli Annali d’Italia dal medesimo principio dell’Era di Cristo, conducendoli sino all’anno 1500; nel quale ho deposta la penna, perchè da lì innanzi potrà facilmente il lettore consultare gli storici contemporanei, che non mancano, anzi son molti, se pure non verrà voglia ad alcuno di proseguire la medesima mia impresa sino ai dì nostri. E chi sa che non nasca, o non sia nato alcun altro, che prenda anche a trattar la storia dell’Italia dal principio del mondo sino a quell’anno dove io comincio la mia? Quanto a me, tanto più ho creduto di dover far punto fermo nel suddetto anno 1500, perchè nella Parte II delle mie Antichità Estensi, avendo io stesso in qualche guisa abbozzate le avventure universali d’Italia sino all’anno 1738, mi sarebbe incresciuto di aver da ridire lo stesso.
Ma prima di mettere in viaggio i lettori, mi convien qui istruire i men periti di quel che debbono promettersi dalla mia fatica. Che non si ha già alcun di essi da aspettare, che la Storia d’Italia proceda per tanti secoli sempre con bella chiarezza, e con bastevol cognizione degli avvenimenti e delle azioni de’ principi e de’ popoli, che successivamente comparvero nel teatro del mondo, e colla tassa dei tempi precisi, ne’ quali succederono i fatti a noi conservati dagli storici delle passate età. Un così bell’apparato di cose si può ben desiderare, ma non già sperare. Pur troppo si scorgerà, non essere più felice la Storia d’Italia di quel che sia quella delle altre nazioni. Di assaissime antiche storie ci ha privati l’ingiuria dei tempi, la frequenza delle guerre, e la serie d’altri non pochi pubblici e privati disastri. Nello stesso secolo terzo dell’Era cristiana, ancorchè le lettere tuttavia si mantenessero in gran credito, pure si comincia a provare gran penuria di luce per apprendere le avventure d’allora, e per ben regolare la cronologia di que’ tempi. Pur questo è un nulla rispetto al secolo quinto, e incomparabilmente più ne’ seguenti, cioè dacchè le nazioni barbare impossessatesi dell’Italia, fra gli altri gravissimi mali v’introdussero una somma e deplorabile ignoranza. Non solamente sono venute meno le storie di quei tempi, ma possiamo anche sospettare, se non credere, che pochissime ne fossero allora composte; e se la nostra buona fortuna non ci avesse salvata la Storia longobardica di Paolo Diacono sino all’anno 744, resterebbe in un gran buio allora la Storia d’Italia. Continua nulladimeno la medesima ad essere anche da lì innanzi sì povera di lumi sin dopo il 1000, che qualora fosse perita la cronica di Luitprando, e non ci recassero aiuto quelle de’ Franchi e dei Tedeschi, noi ci troveremmo ora, per così dire, in un deserto per conto di quasi tre secoli dopo il suddetto Paolo. Oltre poi all’essersi perduta la memoria di moltissimi avvenimenti d’allora, quegli ancora che restano, sì mal disposti bene spesso ci si presentano davanti, che di poterne assegnare gli anni via non resta, stante la negligenza o discordia degli scrittori, ed è forzata non di rado la cronologia a camminare a tentoni. A questi malanni si vuol aggiugnerne un altro, comune alla storia di tutti i tempi, cioè la difficoltà, meglio è dire, l’impossibilità di raggiugnere la verità di molte cose che a noi somministra la storia. Lo spirito della parzialità o dell’avversione troppo sovente guida la mano degli storici. Quello che osserviamo nella dipintura delle battaglie accadute a’ tempi nostri, fatta da differenti pennelli, con accrescere o sminuire il numero de’ morti e prigioni, e talvolta con attribuirsi ognuna delle parti la vittoria: lo stesso si praticava negli antichi tempi. E secondochè l’adulazione o l’odio prevalevano nella penna degli scrittori, il medesimo personaggio veniva innalzato o depresso. C’è di più. Allorchè gli storici prendevano a descrivere quanto era accaduto ne’ tempi lontani da sè, per mancanza di documenti o per semplicità e poca attenzione, talvolta ancora per malizia, vi mischiavano favole e dicerie, o tradizioni ridicole dell’ignorante volgo. Di queste false merci appunto abbonda la storia de’ secoli barbarici dell’Italia, e più di gran lunga l’ecclesiastica che la secolare.
Ora come mai potere in quell’ampio fondaco di verità e bugie, mischiate insieme, sbrogliare il vero dal falso? In tale stato ognuno ritrova la storia della sua nazione; ma chi vuole oggidì scrivere onoratamente le antiche cose, si studia, per quanto può, di depurarle, di dare schiettamente ad ognuno il suo secondo l’ordine della giustizia, cioè di lodare il merito, di biasimare il demerito altrui; e quando pur non fia possibile di raggiugnere il certo, di almeno accennare ciò che sembra più probabile e verisimile tanto dei fatti che delle persone. Questo medesimo mi son io ingegnato di eseguire nella presente mia Opera, per soddisfare al debito di sincero scrittore. Così avessi io potuto rendere dilettevole tal mia fatica, siccome ho procurato di formarla veritiera. Ma sappiano per tempo coloro, che nuovi si accostano alla antica storia, che io son per condurli talvolta per ameni giardini, ma più spesso per selve e dirupi orridi a vedere: e ciò secondo la diversità dei principi buoni o cattivi, delle felici o infelici influenze delle stagioni, della pace o delle guerre, o d’altre pubbliche prosperità o disgrazie. Anche allorquando era in fiore l’imperio romano, s’incontrano dominanti, obbrobrii del genere umano, mostri di crudeltà, e nati solamente per la rovina altrui, e in fine ancor per la propria. Scatenossi poi il Settentrione contro l’italiche contrade, con introdurvi la barbarie de’ costumi, l’ignoranza ed altri malanni. Finalmente cominciarono le guerre a divenire il pane d’ogni giorno nell’Italia, e le pazze e furiose fazioni dei Guelfi e Ghibellini per parecchi secoli sconvolsero le più delle città: di maniera che nella Storia d’Italia assai maggior copia troviamo di quel che può rattristarci, che di quello che è possente a dilettarci. Ma questo non è male della sola Italia. Anche nell’altre nazioni si fan vedere queste medesime brutte scene, così avendo Iddio formato il mondo presente, con volere che più in esso abiti il pianto che il riso, acciocchè ognuno si rivolga a cercarne un migliore, di cui dà una dolce speranza la Fede santa che professiamo. Intanto fra le altre utilità che reca la storia, da noi riconosciuta per una delle efficaci maestre della vita umana, non è picciolo quello che io andrò talvolta ricordando ai lettori. Cioè, che nel mirare sì rozza e sconvolta, sì malmenata ed afflitta in tanti diversi passati tempi l’Italia, possente motivo abbiamo di riconoscersi anche per questo obbligati a Dio, cioè per averci riserbati a questi giorni, non esenti certamente da mali, ma pure di lunga mano men cattivi e dolorosi de’ vecchi secoli.
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