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Vite dei filosofi

Diogene Laerzio · 1842 · Free in the US

202,880 words · about 14 h 12 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1842 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Vite_dei_filosofi&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Diogene Laerzio
Language
Italian
Published
1842
Length
202,880 words · about 14 h 12 min
Sections
97 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (97)
  1. Cenni del traduttore about 3 min
  2. Dedica under 1 min
  3. Errata corrige del primo volume about 1 min
  4. Errata corrige del secondo volume about 1 min
  5. Libro Decimo - Vita di Epicuro about 1 h 8 min
  6. Libro Decimo - Annotazioni about 24 min
  7. Libro Nono - Vita di Eraclito about 7 min
  8. Libro Nono - Vita di Senofane about 2 min
  9. Libro Nono - Vita di Parmenide about 2 min
  10. Libro Nono - Vita di Melisso under 1 min
  11. Libro Nono - Vita di Zenone eleate about 2 min
  12. Libro Nono - Vita di Leucippo about 2 min
  13. Libro Nono - Vita di Democrito about 8 min
  14. Libro Nono - Vita di Protagora about 3 min
  15. Libro Nono - Vita di Diogene appoloniate about 1 min
  16. Libro Nono - Vita di Anassarco about 1 min
  17. Libro Nono - Vita di Pirrone about 21 min
  18. Libro Nono - Vita di Timone about 4 min
  19. Libro Nono - Annotazioni about 37 min
  20. Libro Ottavo - Vita di Pitagora about 22 min
  21. Libro Ottavo - Vita di Empedocle about 11 min
  22. Libro Ottavo - Vita di Epicarmo under 1 min
  23. Libro Ottavo - Vita di Archita about 2 min
  24. Libro Ottavo - Vita di Alcmeone under 1 min
  25. Libro Ottavo - Vita di Ippaso under 1 min
  26. Libro Ottavo - Vita di Filolao about 1 min
  27. Libro Ottavo - Vita di Eudosso about 3 min
  28. Libro Ottavo - Annotazioni about 33 min
  29. Libro Primo - Vita di Talete about 10 min
  30. Libro Primo - Vita di Solone about 11 min
  31. Libro Primo - Vita di Chilone about 3 min
  32. Libro Primo - Vita di Pittaco about 4 min
  33. Libro Primo - Vita di Biante about 3 min
  34. Libro Primo - Vita di Cleobulo about 3 min
  35. Libro Primo - Vita di Periandro about 3 min
  36. Libro Primo - Vita di Anacarsi about 3 min
  37. Libro Primo - Vita di Misone about 1 min
  38. Libro Primo - Vita di Epimenide about 4 min
  39. Libro Primo - Vita di Ferecide about 3 min
  40. Libro Primo - Annotazioni about 32 min
  41. Libro Quarto - Vita di Speusippo about 2 min
  42. Libro Quarto - Vita di Senocrate about 5 min
  43. Libro Quarto - Vita di Polemone about 2 min
  44. Libro Quarto - Vita di Crate about 1 min
  45. Libro Quarto - Vita di Crantore about 2 min
  46. Libro Quarto - Vita di Arcesilao about 8 min
  47. Libro Quarto - Vita di Bione about 6 min
  48. Libro Quarto - Vita di Lacide about 1 min
  49. Libro Quarto - Vita di Carneade about 2 min
  50. Libro Quarto - Vita di Clitomaco under 1 min
  51. Libro Quarto - Annotazioni about 21 min
  52. Libro Quinto - Vita di Aristotele about 16 min
  53. Libro Quinto - Vita di Teofrasto about 12 min
  54. Libro Quinto - Vita di Stratone about 3 min
  55. Libro Quinto - Vita di Licone about 5 min
  56. Libro Quinto - Vita di Demetrio about 5 min
  57. Libro Quinto - Vita di Eraclide about 4 min
  58. Libro Quinto - Annotazioni about 29 min
  59. Libro Secondo - Vita di Anassimandro about 1 min
  60. Libro Secondo - Vita di Anassimene about 1 min
  61. Libro Secondo - Vita di Anassagora about 5 min
  62. Libro Secondo - Vita di Archelao about 1 min
  63. Libro Secondo - Vita di Socrate about 13 min
  64. Libro Secondo - Vita di Senofonte about 5 min
  65. Libro Secondo - Vita di Eschine about 2 min
  66. Libro Secondo - Vita di Aristippo about 19 min
  67. Libro Secondo - Vita di Fedone about 1 min
  68. Libro Secondo - Vita di Euclide about 3 min
  69. Libro Secondo - Vita di Stilpone about 4 min
  70. Libro Secondo - Vita di Critone about 1 min
  71. Libro Secondo - Vita di Simone about 1 min
  72. Libro Secondo - Vita di Cebete under 1 min
  73. Libro Secondo - Vita di Glaucone under 1 min
  74. Libro Secondo - Vita di Simia under 1 min
  75. Libro Secondo - Vita di Menedemo about 9 min
  76. Libro Secondo - Annotazioni about 44 min
  77. Libro Sesto - Vita di Antistene about 9 min
  78. Libro Sesto - Vita di Diogene about 30 min
  79. Libro Sesto - Vita di Monimo about 1 min
  80. Libro Sesto - Vita di Onesicrito under 1 min
  81. Libro Sesto - Vita di Crate about 4 min
  82. Libro Sesto - Vita di Metrocle about 1 min
  83. Libro Sesto - Vita di Ipparchia about 1 min
  84. Libro Sesto - Vita di Menippo about 1 min
  85. Libro Sesto - Vita di Menedemo about 2 min
  86. Libro Sesto - Annotazioni about 15 min
  87. Libro Settimo under 1 min
  88. Libro Settimo - Vita di Zenone about 1 h 10 min
  89. Libro Settimo - Vita di Aristone about 2 min
  90. Libro Settimo - Vita di Erillo about 1 min
  91. Libro Settimo - Vita di Dionisio about 1 min
  92. Libro Settimo - Vita di Cleante about 4 min
  93. Libro Settimo - Vita di Crisippo about 11 min
  94. Libro Settimo - Annotazioni about 28 min
  95. Libro Terzo - Vita di Platone about 45 min
  96. Libro Terzo - Annotazioni about 45 min
  97. Proemio dell'autore about 8 min

Continue:

Cenni del traduttore

Diogene Laerzio, venuto in qualche fama col tempo e per solo difetto di libri migliori, fu tante volte lodato e vilipeso da uomini letteratissimi che a conciliarne i giudizii e a dar ra-

gione dei molti studii che vi si spesero intorno è giuoco forza sequestrare senza più l’autore dal libro. Questo modo ci conduce di leggieri a ravvisare nel buon Laerzio l’uomo non affratellato colla critica, non avvezzo a seguire per filo un sistema, non abile a pesare autorità e dottrine ch’ e’ reca in mezzo senza avvedersi talora di mutilarle o frantenderle, senza mai darsi briga di collegarle o vestirle con arte e modi appropriati; ma a tenere il suo libro per una selva di fatti importantissimi, per una raccolta assai preziosa di brani cavati da gran numero di scrittori che più non esistono, per una congerie di nomi, di dommi, di sentenze, di epoche, cercate con diligenza, offerte con ischiettezza, senza scopo per trasandarle, senza malizia per alterarle.

Questo libro, se m’appongo, meritava di essere tradotto.

Pur chi fu Laerzio e quando visse? — Alla prima dimanda null’altro rispondono gli eruditi se non che Laerzio fu l’autore anche di un libro di epigrammi, chiamato Pammetro, che in gran parte travasò nelle Vite; all’altra, che Sopatore facendo menzione di Laerzio, e Laerzio dicendo la setta eclettica di Potamone da non molto introdotta, e’ fu anteriore al primo, contemporaneo del secondo, e visse in sullo scorcio del terzo o al principiare del quarto secolo.

I manoscritti, le edizioni, le traduzioni, i comenti delle Vite sono in buon dato. Enumerandoli qui ripeterei senza frutto ciò ch’altri scrisse. Toccherò di una versione italiana e dei testi di cui mi sono giovato.

L’anno 1545, preceduta da due altre versioni italiane, una del sunto di Laerzio, fatto dal Burley, una di trenta vite, pur dal latino, apparve l’intiera, della quale teniamo discorso. Essa, rimasta anche sola finora, è fattura di due fratelli Rosetini di Pralboino, i quali vi pongono innanzi la dichiarazione, di che difficultà sia l’interpretar d’una in un’altra lingua, quanto più tra sè sono lontane; e l’eccitamento a chi non ne fosse soddisfatto di far conferire il testo volgare

col greco, d’onde è stato cavato! — Or bene, i fratelli Rosetini neppure salutarono il testo da lunge, anzi voltando dal latino e da una edizione scorrettissima di frate Ambrogio, fecero opera così spregevole da lasciare il libro di Laerzio peggio che non traslatato.

Il testo sul quale io condussi da prima la mia versione fu il Westeniano reputatissimo, ma prescelto a mia disperazione se non fossero venuti in soccorso l’Aldobrandino e quello di E. Stefano. Conosciutone, assai tardi, scorrendo a caso il Brunet, uno di Lipsia, procacciato-

melo e ripassato anche su questo il mio lavoro, come una lunga epatite mi consentì, lo consegnai finalmente alle stampe.

E tu, o Lettore, ch’io vorrei cortese e non dotto - i dotti hanno sul Diogene altre lautezze che il mio povero lavoro - aggradisci la schietta fedeltà di un volgarizzamento che non fu senza fatica, poche note raggranellate alla fine di ciascun libro per dichiararti qualche passo del testo od ammannirti qualche dottrina ed alcune appendici alla fine dell’opera per integrare o ricordare sistemi o monchi od al tutto preteriti dall’Autore, accennando all’uopo, brevemente ed in iscorcio, le principalissime vicende della filosofia che precedette o susseguì la greca, a solo

intendimento di mostrare qual parte avesse anche nell’opera della sapienza Un popolo privilegiato, che più di qualunque sentì le impressioni del bello, ne riprodusse le immagini colle meraviglie dell’arte, e se non fu, come spaccia il buon Laerzio, di ogni cosa inventore, ogni cosa tuttavia penetrò colla potenza dell’ingegno.

Dedica

La sera del dieci gennajo, questo raro amico mi congedava, affettuoso ed ilare come di solito, scherzando su’ miei barboni — così chiamava i laerziani filosofi — La mattina dell’undici io mi poneva a scrivergli, continuando lo scherzo, perchè e’ volesse, come di uso, porre il suo nome sotto un’epigrafe colla quale io gli intitolava questo mio libro. Un comune amico venne, ohimè! in su quel punto, ad annunciarmi piangendo che il buon Tosi non era più — che sin dall’un’ora dopo mezza notte la città, da lui largamente beneficata, avea perduto l’ottimo de’ suoi cittadini.

Brescia, 12 gennaio, 1842.

Errata corrige del primo volume

ERRORI | CORREZIONI

Pag. | 38 | lin. | 26 | gli amici | un amico

— | 42 | — | 15 | prodi | probi

— | — | — | 19 | in Protagora | nel Protagora

— | 62 | — | 15 | dimandaro | dimandarono

— | 90 | — | 13 | lo tiene | tiene

— | 111 | — | 3 | coreografo | corografo

— | 134 | — | 19 | comico | tragico

— | 148 | — | 24 | serivitù | servitù

— | 221 | — | 18 | Per il | Per lo

— | 243 | — | 16 | oprar bene | prosperità

— | 281 | — | 14 | Sevano | Serrano

— | 322 | — | 22 | Per il | Per lo

— | 366 | — | 19 e 20 | se Teofrasto vorrà essere ecc. | se Teorasto vorrà stare (sposarsi) con la fanciulla sia come con Nicanore

— | 368 | — | 29 | come co’ | come i

— | 397 | — | 15 | Fanorino | Favorino

Errata corrige del secondo volume

ERRORI | CORREZIONI

Pag. | 15 | lin. | 17 | dire | di dire

” | 27 | ” | 11 | pienamente | pianamente

” | 76 | ” | 15 | così: | così.

” | 90 | ” | 30 | i soriti | li ammontichiati

” | 91 | ” | 1 | nulli | impersonali

” | 93 | ” | 24 | principale | signoreggiante

” | 96 | ” | 16 | grazia | artifizio

” | — | ” | 21 | grazia | artifizio

” | 151 | ” | 4 | testimoni | citazioni

” | 163 | ” | 6 | Par | Per

” | 179 | ” | 20 | solo | sole

” | 196 | ” | 8 | singule | singole

” | 251 | ” | 16 | seno, pos- | seno pos-

” | 262 | ” | 8 | Essendo ec. | Non essendovi che una sapienza, conoscere la mente che sola governa tutto per tutto.

” | 271 | ” | 6 | prudenza | sapienza

” | 380 | ” | 27 | singule | singole

” | 390 | ” | 23 | . Ma | ; ma

Libro Decimo - Vita di Epicuro

I. Epicuro, figlio di Neocle e della Cherestrata, ateniese, del popolo di Gargetto, era, come dice , nel libro Della nobiltà, della famiglia de’ Filaidi. Egli, secondo che raccontano altri, ed Eraclide, nell’Epitome di Sozione, quando Samo toccò in sorte agli Ateniesi, fu allevato colà, e venne in Atene di diciott’anni, allorchè Zenocrate insegnava nell’Academia ed in Calcide. Morto poi Alessandro il Macedone e gli Ateniesi caduti in potere di Perdicca, si recò presso il padre a Colofone.

II. Dimorato un po’ quivi e raccolti discepoli, tornò, sotto Anassicrate, nuovamente in Atene, e datosi alcun tempo a filosofare misto cogli altri, da ultimo istituì, come in proprio, una sella, che fu denominata da lui. — Narra egli stesso essersi infiammato alla filosofia di quattordici anni; e Apollodoro l’Epicureo afferma, nel primo Della vita di Epicuro, ch’e’ s’ac- costò alla filosofia per disprezzo dei grammatici, perchè non seppero spiegargli il caos di . — Racconta che fu maestro di scuola, e che in seguito abbattutosi ne’ libri di , tutto si gettò nella filosofia. Il perchè Timone ebbe a dire di lui:

Dei fisici il peggior, l’ultimo, giunto Testè da Samo; maestro di scuola, Il più ignorante dei viventi. —

Filosofarono seco, lui esortante, anche i suoi fratelli, che erano tre, Neocle, Cheredemo e Aristobulo, siccome scrive Filodemo l’epicureo, nel decimo del suo Ordinamento dei filosofi; e, al dire di Mironiano, ne’ Capitoli istorici simili, anche uno schiavo per nome Mus.

III. Diotimo lo stoico, che avea seco animosità, amaramente lo diffamò, pubblicando, come di Epicuro, cinquanta lettere oscene; e riunendovi, come di Epicuro, i cinquanta biglietti che si attribuiscono a ; e così fece anche lo stoico Posidonio, e Nicolao, e Sozione, nel decimo secondo Degli argomenti chiamati diocleici, che trattano della XXIV; e Dionisio l’alicarnasseo. Poichè raccontano essere egli andato colla madre in giro per le casipole a recitare purificazioni; e col padre suo ad insegnare, per una vil mercede, il leggere; ed uno de’ suoi fratelli aver fatto il ruffiano; ed egli aver vissuto colla cortigiana Leonzio; e le cose di Democrito, sugli atomi, e d’, sulla voluttà, avere come proprie spacciate; e, secondo che affermano Timocrate ed , nel libro Della gioventù di Epicuro, non essere stato legittimamente cittadino; e in modo turpe avere adulato Mitra, intendente di Lisimaco, appellandolo nelle sue lettere Peana e re; e anche Idomeneo ed Erodoto e Timocrate, coloro che resero chiari i suoi secreti, per ciò stesso encomiato e adulato; e scritto nelle lettere alla Leonzio: Peana, re, cara Leonzietta, di che rumorosi applausi fummo ripieni quando leggemmo la tua letterina! E alla Temista, donna di Leonteo: Tale mi sono io, se voi non veniste da me, da precipitarmi io stesso rotoloni dove mi chiamaste voi e la Temista; a Pitocle poi, giovinetto fiorente: Siederò, aspettando il tuo amabile e divino ingresso; e un’altra volta scrivendo alla Temista, secondo che dice Teodoro, nel quarto Contro Epicuro, avere stabilito di giacersi con lei; e a molte altre cortigiane avere scritto, e massime alla Leonzio, la quale era amata anche da Metrodoro; e nel libro Dei fini essersi espresso così: Non v’è cosa ch’io possa concepire come bene, se tolgo di mezzo i piaceri che si hanno per via dei sapori, se tolgo que’ che per le cose veneree, e per quelle che si odono, e per via della forma; e in una lettera a Pitocle avere scritto: Fuggi, o beato, ogni disciplina. E osceno parlatore lo chiama , e assai lo infama. E anche Timocrale, fratello di Metrodoro, e suo discepolo, abbandonata la scuola, dice ne’ suoi libri intitolati Ricreamenti, che per crapula vomitava due volte al giorno, e racconta sè avere a stento potuto fuggire quelle notturne filosofie e quella mistica riunione. Ed Epicuro aver molte cose ignorate intorno al discorso, e molte più intorno alla vita; ed essere stato il suo corpo meschinamente costituito, talchè per molt’anni non potè alzarsi dalla seggiola; e spendere nella mensa una mina al giorno, com’egli scrive in quella sua lettera alla Leonzio, ed in quella ai filosofi di Mitilene; ed egli e Metrodoro aver praticato eziandio con altre cortigiane, la Marmario e la Edia e la Erozio e la Nicidio.

IV. E, proseguono, ne’ trentasette libri Della natura, scrivere per lo più le stesse cose, e per lo più confutarvi tra gli altri Nausifane, e a parola a parola dire così: Ma, se alcuno mai, ebbe pur esso, partorendo dalla bocca, la sofistica jattanza a guisa di molt’altri schiavi. E lo stesso Epicuro, nelle Epistole, dire: Tali cose lo aveano sì fattamente tratto fuor di sè, da ingiuriarmi e appellarsi maestro. E lo chiamava polmone e ignorante e truffatore e bardassa; e i seguaci di Platone adulatori di Dionisio; e lo stesso aureo; e Aristotele dissipatore, che distrutta la paterna sostanza, militò e fece lo speziale; e zanaiuolo e scrivano di Democrito e maestro di scuola ne’ villaggi; ed guastamestieri; e Democrito Lerocrito (giudice di futilità), e Antidoro Senidoro (piaggiatore); e i Cinici nemici alla Grecia, e i Dialettici molto invidiosi, e Pirrone ignorante ed ineducato.

V. Ma costoro sono pazzi; poichè v’ha testimoni bastanti della probità senza pari di un tant’uomo in ogni cosa, e la patria che l’onorò con immagini di bronzo, e gli amici, la cui moltitudine era tale che le città intere non poteano capirli; e i discepoli tutti che furono ritenuti dalle sirene de’ suoi dommi, fuor Metro- doro stratonicense, il quale si trasferì presso Carneade, quasi oppresso alle incomparabili sue bontà: e la scuola, mancate pressochè tutte l’altre, durata sempre e usciti altri da altri innumerabili i capi tra’ discepoli; e la riconoscenza a’ genitori, e la beneficenza verso i fratelli, e la dolcezza co’ servi, siccome è chiaro anche dal suo testamento, e perch’essi filosofarono con lui, uno de’ quali celebratissimo era il prefato Mus; e in generale la sua umanità con tutti. Non è da esprimere la pietà verso gli dei, e l’amor di patria. Non mai, per eccessiva moderazione, prese parte agli affari dello stato; e sostenendo allora la Grecia tempi difficilissimi, quivi finì, sua vita, solo percorsi due o tre volte i confini della Ionia per visitare gli amici, che da ogni banda accorrevano a lui, e, come narra Apollodoro, viveano seco nell’orto, il quale avea comperato per ottanta mine.

VI. Diocle, nel terzo Delle escursioni, afferma che il loro modo di vivere era frugalissimo e semplicissimo: Poichè, dice, a una cotila di vinello e’ stavano contenti, e il loro bere era tutt’acqua. — Epicuro non giudicava conveniente che si ponessero in comune le sostanze, come Pitagora, il quale diceva comuni le cose degli amici. Poichè ciò era da persone che diffidano; e se da diffidenti, non d’amici. — Ed egli dice nelle sue lettere bastargli sola acqua e semplice pane. E, Mandami, scrive, del formaggio citridio, onde quando vorrò lautamente trattarmi, ed io il possa. Tale era quegli che dommatizzava esser fine la voluttà; il quale anche Ateneo loda con un epigramma così:

Uomini , voi vi travagliate al peggio, E per mal sazia avidità principio Date a liti ed a guerre. Di natura La ricchezza s’arretra a certi suoi Confini angusti; ma i giudizii vani Corron viaggia infinito. — Il saggio figlio Di Neocle udiva questo, o dalle Muse, Oppur dai sacri tripodi di Delfo.

Ma procedendo il vedremo anche piò e dai dommi e dalle parole di lui.

VII. Tra gli antichi, dice Diocle, assentiva particolarmente ad , sebbene confutandolo in alcune cose, e ad maestro di ; e, dice, esercitava gli scolari a tenere a memoria i suoi scritti. — Narra Apollodoro, nelle Cronache, ch’ei fu discepolo di Lisifane e di Prassifane; per altro ei nol dice, anzi nella epistola ad Euridico afferma di essere discepolo di se stesso; e che nè esso, nè Ermarco dissero che vi fosse un Leucippo filosofo, il quale, scrive tra gli altri Apollodoro l’epicureo, fu maestro di Democrito. Ma Demetrio magnete afferma ch’egli udì .

VIII. Usava, secondo le cose, di una dizione propria, la quale, perchè volgarissima, biasima Aristofane il grammatico; Era poi di tanta chiarezza, che, nel libro Della rettorica, stima null’altra cosa doversi cercare fuor la chiarezza. — E usava, nelle lettere, invece di godere, , star bene, , e ottimo è vivere onestamente. — Alcuni raccontano pella vita di Epicuro aver egli scritto il Canone traendolo dal Tripode di Nausifane, del quale vogliono fosse uditore, ed anche di Pamfilo il platonico, in Samo.

IX. Ed aver incominciato a filosofare di dodici anni, ed a presiedere la scuola di trenta due. Nacque, dice Apollodoro, nelle Cronache, il terz’anno della cennovesima Olimpiade, sotto l’arconte Sosigene, a’ sette di Gamelione, sett’anni dopo la morte di Platone. — Essendo esso ne’ trenta due anni, istituì da prima, per cinque anni, una scuola in Mitilene ed in Lampsaco, poscia fece lo stesso trasferendosi ad Atene, e morì nel second’anno della cenventisettesima Olimpiade, sotto Pitarato, essendo campato due anni oltre i settanta; e lo surrogò nella scuola Ermarco di Agemarco mitileneo. Morì, dice Ermarco, nelle Epistole, di un calcolo che gli impedì le orine, dopo quattordici giorni di malattia. Nel qual tempo, narra Ermippo, che entrato in un bagno di rame temperato con acqua calda e chiesto bere vino pretto ed esortati gli amici a ricordarsi i suoi dommi, finì in tal modo. — V’ha intorno a lui questo nostro epigramma.

Salvete, e ricordatevi i miei dommi. Così agli amici suoi disse morendo Epicuro da ultimo, che dentro Di un caldo bagno entrato e pretto vino Bevuto, sorbì poscia il freddo Stige.

Tale fu la vita, tale la morte di quest’uomo; e così testò:

„Lascio tutto il mio ad Aminomaco di Filocrate, batita, e a Timocrate di Demetrio, potamio, secondo la donazione fatta ad entrambi, ch’è deposta nel Metroo, a condizione per altro che l’orto e le sue pertinenze sieno dati ad Ermarco di Agemarco mitileneo, e a coloro che filosofeggiano seco, e a’ successoci ch’Ermarco lasciasse in filosofia , onde esercitarvisi filosofando; e per sempre, come deposito, commetto alla fede di quelli che seguono la nostra filosofia, di conservare, secondo il loro potere, con Aminomaco e Timocrate, la scuola ch’è nell’orto, e, nelle forme più valide, faccio lo stesso co’ loro eredi, affinchè essi pure mantengano l’orto al par di coloro a’ quali i filosofi che da noi provennero fossero per trasmetterlo. — La casa ch’è in Melite, Aminomaco e Timocrate, la daranno da abitare ad Ermarco ed a’ filosofanti con lui, sin ch’e’viva. — Del frutto proveniente da ciò che da noi fu lasciato ad Aminomaco ed a Timocrate, per quanto potranno, col parere di Ermarco, spendano parte in celebrazioni di esequie al padre, alla madre ed ai fratelli; e per noi, affine che il consueto giorno natalizio si faccia ciascun anno il ventesimo di Gamelione, al pari dell’adunanza, che si tiene il venti di ogni mese da quelli che professano la nostra filosofia, stabilita in memoria nostra e di Metrodoro. — Celebrino insieme anche il giorno dei fratelli del mese Posideone, come si faceva da noi; e celebrino insieme eziandio quel di Polieno, del mese Metagitnione. — Abbiasi cura e da Aminomaco e da Timocrate del figlio di Metrodoro, Epicuro, e del figlio di Polieno, filosofando essi e vivendo insieme con Ermarco. — E parimente si prendano cura della figlia di Metrodoro, e giunta che sia fi all’età, la maritino a cui piaccia ad Ermarco, tra’ filosofanti seco, pur che sia modesta e ad Ermarco obbediente. E Aminomaco e Timocrate, consigliandosi con Ermarco, dieno pel mantenimento di quelli ciò che ad essi parrà tutti gli anni dai redditi de’ nostri beni. E facciano in loro compagnia anche Ermarco padrone delle entrate, affinchè ogni cosa avvenga col consiglio di lui invecchiato meco filosofando, e rimasto per eredità capo dei nostri confilosofanti. La dote alla fanciulla, venuta in pubertà, daranno Aminomaco e Timocrate in quella misura che loro paresse, togliendola, col consiglio di Ermarco, dalle nostre facoltà. — Si prendano cura di Nicanore, come si fece anche per noi, affinchè, quanti filosofarono meco offerendoci il proprio, e mostrandoci ogni maniera di amorevolezze, preferirono invecchiaie con noi nella filosofia, di nulla abbisognino, per quanto è in poter nostro, di ciò che è necessarlo. — Diano ad Ermarco i libri tutti di nostra pertinenza. — Che se qualche umano accidente nascesse ad Ermarco, prima che i figliuoletti di Metrodoro venissero a maturità, Aminomaco e Timocrate, conducendosi quelli regolarmente, provvedano, per quanto è da essi, ad ogni loro necessità del frutto di ciò che noi abbiamo lasciato. E provvedano al possibile perchè ciascuna dell’altre cose si faccia come da noi fu disposto. — Tra i giovani schiavi lascio in libertà Mus, Nicia, Licone, e lascio libera anche la Fedrio.“

E già moriente scrive a Idomeneo questa lettera:

„Nel dì felice ed ultimo insieme di nostra vita scrivevamo a voi queste cose. La strauguria ed i patimenli disenterici de’ quali fummo presi non lasciavano che aggiugnere alla loro violenza. Contrapponevasi per altro a tutti questi mali la contentezza dell’animo per la memoria de’ nostri trovati e dei nostri argomenti. Tu poi, come s’addice alla dimostrazione che giovinetto facesti sì verso me che verso la filosofia, fa di aver cura dei figli di Metrodoro.“ — Così testava.

XI. Ebbe molti discepoli assai celebri, Metrodoro ateniese, e Timocrate, e Sande lampsaceno . . . . . il quale (Metrodoro) da che conobbe il filosofo, non s’allontanò più da lui, fuor sei mesi, andando a casa, indi tornò. Fu in ogni conto uom dabbene secondo che, e scrive Epicuro, nelle Principali, e anche Timocrate attesta nel terzo. E quindi per esser tale diede anche in moglie a Idomeneo la sorella Batide; e presa con sè la Leonzio, una cortigiana ateniese, se la tenne per amica. Costui, al dire di Epicuro, nel Primo Metrodoro, era imperturbabile nelle avversità e in faccia alla morte. È fama che morisse sett’anni prima di lui, essendo ne’ cinquantatrè. Ed Epicuro stesso, nel surriferito testamento, siccome evidentemente morto prima di lui, comanda che s’abbia cura de’ suoi fanciulli. Ebbe anche un inconsiderato fratello, il prefato Timocrate. I libri di Metrodoro sono questi: Ai medici, tre — Dei sensi, a Timocrate — Della magnanimità — Della infermità di Epicuro — Contro i dialettici — Contro i sofisti, nove — Della via della sapienza — Della mutazio- fi ne — Della ricchezza — Contro Democrito — Della nobiltà.

XII. Anche Polieno di Atenodoro lampsaceno, che era, al dire di Filodemo, affettuoso e buono.

XIII. E il suo successore Ermarco di Agemarco, cittadino mitileneo, nato bensì da padre povero, ma dedito prima all’eloquenza. Sono di pubblica ragione questi suoi bellissimi libri: Di Empedocle, epistolari a ventidue — 'Delle discipline, contro Platone — Contro Aristotele. — Finiva di paralisi; e fu un degno uomo.

XIV. E del pari Leonteo lampsaceno, e la Temista sua donna, alla quale scriveva anche Epicuro.

XV. E Colote eziandio e Idomeneo, lampsaceni pur essi. — Questi furono i celebri tra cui era anche Polistrato, il successore di Ermarco, al quale succedette Dionisio, al quale Basilide. — Fu celebre anche Apollodoro, il tiranno degli orti, il quale scrisse più di quattrocento libri; e due Tolomei, alessandrini, il nero e il bianco; e Zenone sidonio, uditore di Apoliodoro, uomo che scrisse di molte cose; e Demetrio soprannomato il Lacone, e Diogene da Tarso che le scuole scelte descrisse; e Orione ed altri che i veri Epicurei appellano sofisti.

XVI. V’ebbero anche tre altri Epicuri: uno figlio di Leonteo e della Temista; uno magnesio; il quarto gladiatore.

XVII. Epicuro scrisse di moltissime cose, superando tutti nella quantità de’ suoi libri, da che i ruotoli sono presso a trecento. Nessuna autorità esteriore si riferisce in quelli, ma sole sentenze di Epicuro. Crisippo , secondo Carneade, che il chiama parassita dei libri di Epicuro, era nel molto scrivere emulatore di costui. Poichè se qualche cosa scriveva Epicuro, Crisippo faceva a gara di scrivere altrettanto. E però di frequente ancora scrisse le stesse cose; e come gli venivano in capo, e scorrette le mise fuori per la fretta; e le citazioni sono tante, che solamente di esse sono pieni i suoi libri, come possiam rinvenire e presso Zenone e presso Aristotele. Le opere di Epicuro sono dunque tali e sì numerose; di cui ecco il fiore: Della natura, 37 — Degli atomi e del vuoto — Dell’amore — Compendio di ciò che fu scritto contro i fisici — Dubbj, contro i Megarici — Sentenze assentite — Dello eleggere e fuggire — Del fine — Del criterio, o Canone — Cheredemo — Degli dei — Della santità — Egesianatte — Delle vite, 4 — Dell’oprare secondo giustizia — Neocle — Alla Temista — Convito — Euriloco — A Metrodoro — Del vedere — Dell’angolo nell’atomo — Del tutto — Del destino — Opinioni sulle passioni — A Timocrate — Pronostico — Esortatorio — Delle immagini — Della fantasia — Aristobulo — Della musica — Della giustizia e delle restanti virtù — Dei doni e della grazia — Polimede — Timocrate, 3 — Metrodoro, 5 — Antidoro, 2 — Opinioni intorno i venti australi — A Mitre — Callistola — Del regno — Anassimene — Lettere.

XVIII. Ed io, se credesi, tenterò disporre l’epitome di quelle producendo tre sue lettere, nelle quali la sua filosofia sta tutta in iscorcio. E addurrò anche i principali suoi dommi e s’altro parrà da riferire degno di scelta, affinchè tu conosca l’uomo da ogni parte, e me saper scerre. Scrive egli pertanto la prima lettera ad Erodoto intorno le fisiche; la seconda, che tratta dei corpi celesti, a Pitocle; la terza, a Meneceo; e in essa vi sono le cose spettanti alla vita. Ora è d’uopo incominciar dalla prima, dicendo poche cose anzi tratto sulla divisione della filosofia, secondo lui.

XIX. Egli dunque la divide in tre: Canonica,fisica, etica. La canonica contiene l’introduzione all’opera, e sta in un libro intitolato Canone; la fisica contiene la speculazione di tutta la natura, e trovasi ne’ trentasette libri Della natura, e nelle Epistole, per elementi; contiene l’etica le cose intorno a ciò che s’ha da eleggere o da fuggire, ed è nei libri Delle vite, nelle Epistole e in quello Del fine. Usarono nondimeno di unire insieme la canonica colla fisica; e quella chiamano Del criterio e Del principio ed Elementare; la fisica Della generazione e corruzione, e Della natura; l’etica Delle cose da scegliersi e da fuggirsi, e Delle vite e dei fini.

XX. La dialettica, come superflua, rigettano: bastare a’ fisici l’intendersi per mezzo della denominazione delle cose. Quindi Epicuro, in un suo canone, dice i criteri della verità essere i sensi, le anticipazioni e le passioni; e gli Epicurei anche i fantastici conati dello spirito. Ed e’ lo scrive nell’Epitome ad Erodoto, e ne’ suoi dommi assentiti: Ogni senso, dice, è privo di ragione e incapace di nessuna memoria; poichè, sia che muovasi da sè, sia che da altro, non può nulla aggiugnere o levare, nè v’ha cosa che da esso possiamo arguire: non dalla sensazione simile la simile, per l’egualità della forza; non dalla dissimile la dissimile, come non alte a giudicare le cose medesime, nè l’una l’altra; poichè a tutte agguardiamo. E neppure dalla stessa ragione; poichè ogni ragione dipende dai sensi, e resistenza delle percezioni fa fede della realtà dei sensi; e in effetto sussiste il vedere e l’udire, come il sentir dolore. Il perchè delle cose non manifeste è mestieri raccogliere i segni dalle apparenti. Tutti i pensieri nascono dai sensi per accidente, per analogia, per rassomiglianza, per composizione, contribuendovi alcun che eziandio il ragionamento. Anche i fantasmi dei pazzi, e que’ che si formano dormendo, sono veri, perchè si muovono, e le cose che non esistono non si muovono.

XXI. L’anticipazione poi chiamano, come la percezione, sia opinione retta, sia pensiero, sia intelligenza insita universale, cioè memoria di una cosa che spesso ci è apparita al di fuori; verbigrazia: Così fatto è l’uomo. Da che, col dir uomo, subito, per anticipazione, preceduti dai sensi, ne concepiamo la forma. Quindi ogni cosa ci si manifesta dal nome che primamente le fu imposto; e quello che si cerca non sarebbe per noi ricerco se nol conoscessimo dianzi, come per esempio: Se quello che ci sta avanti da lunge sia cavallo o bue; poichè è d’uopo aver una volta conosciuto per anticipazione la figura del cavallo e del bue. Nè potremmo nomare alcuna cosa senza prima conoscere per anticipazione la di lei forma.

XXII. Sono duuque evidenti le anticipazioni, e l’opinabile dipende da qualche cosa prima evidente, cui riferiamo ciò che diciamo, come, a cagion d’esempio: Donde sappiamo se questo è un uomo? L'opinione appellano eziandio congettura, e vera e falsa la dicono. Se attestata e non contradetta, vera; falsa, se non attestata e contradetta. Onde fu introdotto l’aspettare (), come l’aspettare e l’accostarsi ad una torre e il riconoscere quale appaia da vicino.

XXIII. Dicono due essere le passioni, piacere e dolore, e trovarsi in ogni animale; l’una propria, l’altra straniera; per mezzo delle quali si giudicano le cose da eleggersi o da fuggirsi. E delle quistioni alcune versare sulle cose, alcune sulla semplice voce. — E ciò, per sommi capi, della divisione e del criterio.

XXIV. Ma devo tornare alla lettera.

„Per coloro, o Erodoto, i quali conoscer non ponno a fondo ciascuna delle opere nostre, scritte sulla natura, nè diligentemente esaminare la maggior parte dei libri da noi composti, ho preparato, a sufficientemente mantenere in essi la memoria delle principalissime dottrine, l’epitome di tutta l’opera; affinchè d’ogni tempo, nelle più assentite, possano essi trovare un soccorso, secondo che e’ si saranno dedicati alle naturali speculazioni. Quelli eziandio che abbastanza hanno proceduto nella contemplazione degli universali, devono rammentare le forme di tutta l’opera, ordinate per elementi; perchè noi abbiamo frequentemente bisogno d’intendere lo spirito agli universali, e non egualmente a’ particolari. E mestieri dunque e continuamente rivolgersi a quelli, e tanto porseli nella memoria, che sieno principale intuito per le cose, e quindi anche i particolari si rinvengano con ogni cognizione accurata, quando nella forma dei principalissimi sono compresi e ricordati ed a semplici elementi e voci riuniti; poichè da una dottrina perfetta e per ogni parte esalta questa precipua cosa deriva, il potere delle sue speculazioni prontamente far uso. E non può essere che comprenda un cumulo di continue considerazioni sugli universali colui che non può con brevi parole abbracciare in sè stesso tutto quello che prima per parti si è con ogni accuratezza spiegato. Il perchè questo metodo essendo utile a tutti coloro che si sono famigliarizzati collo studio della natura, raccomandino l’assidua occupazione in quello, e in esso principalmente trovino la tranquillità della vita, il che si procacceranno con un tale compendio, e coll’insegnamento elementare di tutte le opinioni. Primieramente dunque, o Erodoto, bisogna aver comprese le cose soggette alle parole, affinchè le opinioni, le indagini, i dubbj, possiamo, a quelle riferendole, giudicare, e non ci si dimostrino all’infinito le indeterminate, od abbiam vuoti suoni: essendo necessario in ogni voce osservare il primo significato, e che nulla abbisogni di prova, poichè abbiamo un’indagine, o un dubbio, od una opinione cui riferirlo: sia che ogni cosa osservar si debba co’ sensi, e semplicemente le presenti coll’intuito della mente, sia con qualunque maniera di criterio. Stessa cosa anche le passioni, onde abbiamo la sospensione e l’incertezza con cui contrassegnarle. Queste cose comprese, sono ora da vedersi le incerte, e prima, che nulla deriva da ciò che non esiste; poichè tutto nascerebbe da tutto, nè vi sarebbe mestieri di semi. Che se quello che perì fosse svanito in ciò che non è, tutte le cose si sarebbero distrutte non essendovene alcuna in cui potessero sciogliersi. Ora anche l’universo fu sempre tale quale è adesso, e tale sempre sarà, non essendovi cosa in cui si possa mutare, poichè, eccetto l’universo, non v’è nulla in cui entrando facesse la mutazione (Ma questo dice anche nel Gran compendio, al principio; e nel primo Della natura). — L’universo è un corpo e i corpi, quali che siano, sono attestati in ognuno dal senso istesso, secondo il quale di necessità dobbiamo col ragionamento congetturare l’incerto (come è detto prima). Se non vi fosse quello che vuoto e luogo e natura intangibile denominiamo, i corpi non avrebbero nè dove esistere, nè dove muoversi, siccome appare che si muovano. Nulla fuori di questo possiamo immaginare nè comprensivamente, nè analogicamente alle cose comprensibili, atteso che si prende per tutte le nature e non come ciò che dicesi qualità o accidenti delle medesime. (Ma e questo stesso anche scrive, e nel primo Della natura, e nel decimo quatto e decimo quinto, e nel grande Epitome). Dei corpi ve n’ha alcuni che sono mescolanze, alcuni da cui le mescolanze si sono formate. E questi sono indivisibili ed immutabili, a meno che ogni cosa non debba struggersi nel nulla, ed hanno potenza a durare nelle soluzioni delle mescolanze, piena essendo la natura, e non avendo come e dove poter disciogliersi. Il perchè i principii sono per necessità naturalmente indivisibili. Ora anche l’universo è infinito; poichè il finito ha un’estremità; e l’estremità si considera in relazione a qualch’altra cosa. Onde quello che non ha estremità non ha fine; e non avendo fine, infinito dovrebbe essere e non finito. Ora infinito è l’universo anche per la moltitudine dei corpi e per l’ampiezza del vuoto. Poichè se influito fosse il vuoto e limitato il numero dei corpi, in nessun luogo potrebbero rimanere i corpi, ma andrebbero errando, dispersi per l’infinito vuoto, non avendo cosa che li sorreggesse o ritenesse colla contro percossa; e se il vuoto avesse un limite, i corpi infiniti non avrebbero dove starsi. In oltre i corpi indivisibili e pieni, dai quali si formano e ne’ quali si dissolvono le mescolanze, sono, per varietà di figure, inconcepibili; poichè non è possibile che dalle medesime figure concepite nascano tante varietà. Ora in ciascuna figura sono semplicemente infiniti gli atomi, ma nelle loro differenze non semplicemente infiniti, ma solo inconcepibili. (E, dice più sotto, non è la divisione in infinito, attesochè le qualità si mutano, quand’uno non voglia, anche a riguardo delle grandezze semplicemente, rigettar quelle nell’infinito). Gli atomi si muovono continuamente (Dice più sotto muoversi dessi con eguale velocità, procurandosi dal vuoto lo stesso movimento in per- petuo e ai lievissimi e ai gravissimi.), e gli uni si tengono lontano separati fra loro, gli altri la stessa vibrazione hanno in sè, quando sono inclinati ad unirsi, oppure vengono coperti da que’ che sono portati ad avvilupparsi. Poichè la natura del vuoto, che ognuno di essi separa, ciò effettua, non essendo abile a dare alcuna stabilità; e la solidità che in essi esiste, col loro urtarsi insieme la vibrazione produce, sino a tanto che il ravviluppamento li ristabilisca dall’urtarsi insieme. Principio di essi non v’è, essendo cagioni e gli atomi ed il vuoto. (Dice più sotto che negli atomi altre qualità neppure vi sono, eccetto la figura e la grandezza e il peso dice poi, nel dodicesimo Degli elementi, che il colore si muta per la posizione degli atomi; e che ogni maniera di grandezza non è in essi; quindi non mai atomo fu veduto dal senso. E la voce stessa, in tutte queste cose ricordate, dà una sufficiente idea della cognizione degli enti della natura). — Anche i mondi sono infiniti, sia che a questo assomiglino, o no; poichè gli atomi essendo infiniti, come poco fa si è dimostrato, sono trasportati anche lontanissimo. E siccome questi atomi, dai quali o possa farsi un mondo o siasi fatto per essi, non sono consumati nè in un mondo, nè in finiti, nè in quanti sono simili, nè in quanti sono differenti da questo, così non avvi ostacolo contro l’infinità dei mondi. Anche le forine sono di figura simili ai solidi, per tenuità assai lontane dalle cose apparenti, non potendo sì fatte separazioni non nascere nell’ambiente, nè le attitudini dei concavi e dei tenui per oprarle, nè gli effluvj che couservano la sus- seguente posizione e andamento, quella stessa cioè che avevano ne’ solidi. Queste forme noi chiamiamo immagini (). In oltre il moto che, senza ostacoli, si fa pel vuoto, ogni concepibile lunghezza compie in un tempo incomprensibile: poichè dalla lentezza o celerità dell’urto o del non urlo trae somiglianza. Nondimeno il corpo portato al basso non perviene insieme in più luoghi in tempi comprensibili pel discorso: non potendosi pensare che anche questo venga insieme, in tempo sensibile, da qual siasi luogo dell’infinito; poichè da qualunque luogo avremo concepito il moto, e’ sarà sempre lontano; e sarà eguale all’urto, quand’anche si lasci non impedita la celerità del moto. Utile è poi di ritenere quest’elemento, sia perchè le immagini usano della più grande tenuità, cui nessuna delle cose apparenti smentisce, o perchè hanno anche una velocità insuperabile, avendo tutte un andamento proporzionato, così che la loro infinitezza nessuna cosa impedisca o poche, ma molte e infinite impediscano tosto alcun po’. In oltre teniamo che la formazione delle immagini venga in un col pensiero, poichè viene dalla superficie dei cprpi un continuo flusso, non manifesto a’ sensi pel reciproco riempimento che per molto tempo conserva nel solido la posizione e l’ordine degli atomi, sebbene talvolta confusi, e preste unioni si fanno nell’ambiente, perchè non è mestieri che avvenga in profondità il riempimento. Ma v’ha ancora altri modi generativi di così fatte nature; nulla ad essi testimoniando i sensi in contrario, s’uom consideri in qualche modo gli atti onde si portano a noi le simpatie delle cose esteriori. Ed è poi da credere eziandio che noi vediamo le forme e le comprendiamo per l’introduzione di alcun che proveniente dall’esterno; poichè le cose esterne non ci aprirebbero altrimenti la propria natura e del colore e della forma per mezzo dell’aria frapposta tra esse e noi, nè per mezzo dei raggi o di altre maniere qual siensi di flussi, a noi provenienti da quelle, di modo che a maniera di certe quali forme, dalle cose di colori e forme simili, con adatta grandezza, ci penetrano negli occhi o nel pensiero celeremente: poscia per questa cagione, che la fantasia è espressione dell’uno e del perpetuo, e conserva la simpatia tratta dal soggetto, secondo il sostegno proporzionato ch’indi le deriva dalla riunione degli atomi per la profondezza del solido. E quella fantasia che abbiamo intensamente ricevuta nella mente o ne’ sensi, sia dalla forma, sia dagli accidenti, forma è dessa del solido, la quale nasce secondo la conseguente densità o rimanenza della fantasia. La falsità e l’errore nelle opinioni aggiunte è sempre in relazione col moto ch’è in noi stessi congiunto alla fantastica visione, ma per altro ha un concetto dal quale nasce il falso. Poichè la rassomiglianza dei fantasmi, che come in immagine si ricevono o nascenti dal sonno, o per qualch’altro intuito della mente, o dai restanti criterj, non esisterebbe nelle cose che sono e appellansi vere, se non ve ne fossero alcuni e sì fatti da applicatisi. L’ errore non esisterebbe se non avessimo ricevuto anche un altro movimento in noi stessi congiunto per certo, ma avente un concetto. Da questa unione coll’intuito fantastico, avente per altro un sentimento, qualora non sia attestato o sia attestato in contrario, nasce il falso; attestato o non attestato in contrario, il vero. Ed è mestieri per ciò che strettamente ci atteniamo a questa opinione, affinchè non si tolgano di mezzo i criteri relativi a’ fatti, e l’errore egualmente confermato non confonda ogni cosa. — Ora anche l’udire nasce da una corrente che proviene da chi parla, o suona, o romoreggia, o in qual sia maniera eccita la passione acustica. Questo flusso si divide in corpicciuoli similari, conservanti insieme una certa simpatia vicendevole e particolare unità, estesa sino a ciò che l’emette, e che forma per lo più la percezione conforme di quello; se poi no, fa manifesto solo il di fuori. Poichè senza una certa simpatia da colà proveniente, non nascerebbe una tale percezione. Non s’ha dunque a stimare l’aria istessa aver forma dalla voce che si emette, o da qualche cosa di simile, molto ad essa mancando, ond’essere atta a patir ciò; ma incontanente la percossa che si fa in noi, quando emettiamo la voce, da certi corpicciuoli che effettuano la corrente ventosa, quello produrre che in noi prepara la passione acustica. — Eziandio l’odorato è da stimarsi come l’udito, non si potendo operare alcuna sensazione se non vi fossero certi corpicciuoli che dall’oggetto si trasportano a muovere con giusta misura questo senso; gli uni in disordine ed ostilmente, gli altri con tranquillità ed armonia. — Ed anche bisogna credere che gli atomi nessuna qualità offrano delle cose apparenti, fuor la figura, la gravità, la grandezza e quant’è necessariamente connaturale alla forma; dacchè ogni qualità si muta, ma gli atomi non si mutano, dovendo, nelle dissoluzioni e nelle unioni, rimanere qualche cosa di solido e indissolubile, che faccia i suoi mutamenti non in ciò che non è, nè dà ciò che non è, ma molti per trasposizione, alcuni per accessione o discostamento. Quindi è giuoco forza che ciò che non cambia sia incorruttibile, e non abbia la natura di ciò che si trasmuta, ma abbia corpicciuoli e configurazioni proprie. Queste cose devono ancora per necessità essere permanenti; poichè in quelle che per noi si trasformano, secondo il preconcetto sistema, la forma che in esse esiste si accetta, ma le qualità che non esistono in ciò che si tramuta come quella, non vengono lasciate indietro, ma si prendono dalla totalità del corpo. Bastano dunque queste cose che si lasciano indietro alla formazione delle unioni, poichè è di necessità che ne rimanga indietro taluna, e che non tutte si struggano in ciò che non è. Ma per altro non bassi a stimare che ogni maniera di grandezza esista negli atomi, affinchè i fenomeni non attestino il contrario; sebbene sia da credere esservi alcune mutazioni di grandezze, dandosi meglio ragione, se ciò accade, delle cose che nascono relativamente alle passioni ed ai sensi. Che poi esista ogni grandezza neppure è utile alla differenza delle qualità; e l’atomo dovrebbe arrivare a noi visibile. Il che non iscorgiamo accadere, nè immaginiamo come possa esser visibile un atomo. In oltre non dobbiamo pensare che in un corpo finito vi sieno dei corpicciuoli infiniti, che che grandi; di modo che non solo va tolta la divisione in infinito nel meno, onde ogni cosa non facciamo debole, e, come nelle unioni degli aggregati, non isforziamo, comprimendo ciò che è in ciò che non è, a consumarsi; ma nè pure è mestieri di credere che siavi passaggio in meno nelle cose che sono finite all’infinito. Poichè quand’anche taluno avesse detto che i corpicciuoli sono infiniti o di qual siasi grandezza, non si può intendere, come abbia anche il finito quella grandezza, essendo manifesto che i corpicciuoli che hanno alcune quantità non sono infiniti; poichè se questi, da cui quelle quantità qualunque venissero, fossero infiniti, avrebbero anche una grandezza e un’estremità nel finito che si potrebbe comprendere; e se non è osservabile per sè stesso, nè pure quel che segue da ciò non è tale da intendersi, e così da quel che segue andando a quel che precede, il pensiero avrà da ciò argomento per arrivare all’infinito. E quel minimo che è nel senso si dee concepire che nè tale sia quali sono le cose che hanno un cangiamento, nè in ogni parte al tutto dissimile, ma abbia alcun che di comune con ciò che si muta, e non ne prenda le parti: ma quando per la similitudine della comunanza qualche cosa crediamo prendere da lui, ora in questa parte, ora in quella, siamo costretti a cadere nell’eguaglianza. In seguito, queste cose osserviamo incominciando da un primo, e non in sè stes- so nè da parli che toccano a parti, ma misurandone nel loro particolare la grandezza, la maggiore col più, la minore col meno: Con questa proporzione dobbiamo stimare che si trovi nell’atomo anche la più piccola parte. Poichè è manifesto come in picciolezza esso differisce da ciò che veggiamo per mezzo dei sensi, ma ha la stessa proporzione; avendo noi provato che l’atomo ha la sua grandezza in questa proporzione solo in qualche cosa di piccolo, escluso il grande. Ed anco vanno considerate come assai piccole e non miste le estremità delle lunghezze, preparando esse col loro mezzo la prima misura ai maggiori ed ai minori per via di discorso nella speculazione sugli invisibili: poichè la comunanza ch’esse hanno con ciò che non muta basta a compiere ciò che havvi sin là; l’assembramento poi non può nascere da quelle cose che hanno moto. Ma nell’infinito, come più alto o più basso, non dobbiamo nominare l’alto e il basso, sapendosi che quello che è sopra il capo, in qualunque luogo si ponga, producendolo all’infinito, non mai ci si farà visibile; nè quello che è sotto ciò che abbiamo immaginato sarà insieme per la stessa ragione anche sopra e sotto; poichè ciò è impossibile ad intendersi. Quindi dobbiamo accettare un movimento superiore, che si supponga in infinito, ed uno inferiore, quand’anche ciò che noi riferiamo ai luoghi sopra del nostro capo arrivi le dieci mila volte ai piedi di quelli che sono superiori, o ciò che da noi si riferisce al basso, al capo di quelli che sono sotto; poichè il moto universale, quantunque agli uni e agli altri opposto, si suppone infinito. Ed anche è giuocoforza che gli atomi abbiano un’eguale velocità quando sono trasportati pel vuoto senz’essere da nulla respinti: da che i pesanti non sono trasportati più velocemente dei piccoli e leggieri, quando niente ad essi facciasi incontro, nè i piccoli dei grandi, tutti avendo un adito eguale, quando non sieno da nulla essi pure impediti, nè quel di sopra nè il laterale dagli urti del moto, nè quel di sotto dai proprj pesi. Chè in quanto l’uno ritenga l’altro, intanto insieme col pensiero avrà il moto, finchè nulla resista, o dal di fuori o dal proprio peso, contro la forza urtante. Ma anche nelle riunioni non sarà l’uno trasportato più velocemente dell’altro, essendo eguale la velocità degli atomi, per essere gli atomi che si trovano negli aggregati, mossi verso un solo luogo e nel minor tempo continuato: se poi non sono spinti verso un luogo, ma sovente respinti, essi verranno mossi in tempi che il discorso può considerare, finchè la continuità del moto cada sotto i sensi. Quello che si congettura intorno all’invisibile, cioè che i tempi i quali il discorso considera avranno un durevole moto, non è vero in tali circostanze: poichè tutto ciò che si considera, o si riceve coll’applicazione della mente è vero. — Dopo ciò è da vedere intorno all’anima in relazione co’ sensi e colle passioni: perchè così avremo fermissima prova che l’anima è un corpo di parti sottili, disseminato per tutto l’assembramento, somigliantissimo a spirito, mescolalo a non so qual calore e simile in qualche luogo all’uno, in qualche luogo all’altro. Avvi poi una parte anche di essi che ha provato molti cangiamenti per la tenuità delle parti e che meglio s’accorda per questo colla restante aggregazione. Ciò tutto appalesano le potenze dell’anima e le passioni e i facili moti e i pensieri e le cose delle quali privati muojamo. E anche bisogna tenere che l’anima ha dal senso la principal cagione. Tuttavolta e’ non l’avrebbe ricevuta se dal restante aggregamento non fosse in qualche modo afforzata: il restante aggregamento poi quando ad essa procaccia questa cagione, si fa da lei partecipe anch’esso di tale accidente, non però di tutto ciò ch’ella possiede. Quindi allo allontanarsi dell’anima non ha più senso: poichè e’ non possedeva in sè stesso questa forza, ma gliela procacciava un’altra cosa ch’era insieme con esso, la quale a mezzo della forza compita ch’è in lei formando tostamente in sè stessa, per virtù del moto, il sensibile accidente, anche a questo, com’è detto, per vicinanza e simpatia lo comunicava. Il perchè esistendo l’anima, non mai, da qual siasi parte allontanata, sarà priva di sensazione se tuttavolta persiste l’acume del senso, ma anch’essa perirà, sciolto ciò che la copriva, sia tutto, sia qualche parte. Il restante aggregamento durando e in totale ed in parte, non ha, rimossa quella, la sensazione, che che sia la quantità degli atomi tendente verso la natura dell’anima. Ma però sciolto il totale aggregamento, l’anima è dispersa e non ha più le stesse forze, nè si muove, per modo che neppure ha senso. Poichè non si può comprendere com’ella senta, se in questa unione anche questi movimenti non usa, quando le cose che coprono e contengono non sieno come quelle in cui ora trovandosi ha tali movimenti. (Ma per altro dice in altri luoghi e questo, e che l’anima è composta di atomi leggierissimi e rotondissimi, molto differenti da quelli del fuoco; ma che la parte irragionevole di essa è dispersa nel resto del corpo, la ragionevole nel petto, come è manifesto e dalle paure e dalla gioja: che il sonno nasce quando le parti dell’anima, che sono disseminate per tutta l’unione, contenute od evacuate, cadono insieme colle disperse; e che il seme proviene da tutte le parti del corpo). Ora devesi anco pensare quello ch’io chiamo l’incorporeo pel frequente uso dei nomi di ciò che per sè s’intendesse; per sè poi non è intelligibile l’incorporeo fuor che nel vuoto; e il vuoto non può nè fare nè patire, ma solo per lo suo mezzo procurare il movimento a’ corpi. Di modo che quelli che dicono essere l’anima incorporea, sono pazzi; poichè se fosse tale, nè far potrebbe nè patir nulla; ed ora entrambe queste cose comprendiamo manifestamente accadere nell’anima. Tutti questi ragionamenti adunque s’uom riferisca alle passioni cd alle sensazioni, ricordandosi delle cose dette in principio, bastantemente vedrà riunito nelle forme di che sporre per esse con sicurezza e diligenza le singule parti. Non hassi poi a credere che e le figure e i colori e le grandezze e le gravità e tutte l’altre cose qualificanti il corpo come accidenti, sieno, o in tutti o ne’ visibili e dal senso stesso conosciute, per sè medesime sostanze; poichè ciò non è concepibile, nè che non siano affatto, nè che sieno qualch’altra cosa incorporea ad esso data di sopra più, o parte di esso, ma universalmente l’intero corpo, che da tutti quelli ha la propria eterna natura; non per altro cosi da esserne composto, come quando da essi corpuscoli si costituisca un aggregato maggiore, sia dai primi, sia dalle grandezze dell’universo, e da alcuno dei minori, ma solo, come dico, da tutti questi, avendo la sua essenza eterna. E tutte queste cose hanno intuiti proprj e percezioni, conseguenti però dal complesso, e in nessuna parte divisi, ma traendo qualità dalla subita intelligenza del corpo. Più, anche a’ corpi accade spesso di essere accompagnati da qualche cosa non sempiterna, nè fra gli invisibili, nè incorporea. Come certo, col maggior movimento, per usar questo nome, faciam manifesto gli accidenti nè avere la natura dell’universale, che preso in complesso appelliamo corpo, nè quella delle cose perpetue che la accompagnano, senza le quali non possiamo pensare un corpo: per intuito poi ciascuna potrebbesi nominare alcun che di accompagnante l’aggregamento, ma quando si osservano i singoli attributi, non seguaci dei sempiterni accidenti. E quest’evidenza non va esclusa dall’esistente, che non ha la natura dell’universo contingente, la quale certo chiamiamo corpo, nè quella dei sempiterni seguaci, nè s’ha da stimare al contrario sussistere da sè: poichè ciò non debbesi intendere nè circa a questi, nè circa a contingenti sem- piterni ma, quello che eziandio apparisce, tutti gli accidenti si denno stimare corpi, anche se il sempiterno non accompagnino, nè per sè stessi in vece abbiano l’ordine naturale, ma si considerino nel modo col quale il senso stesso ne forma la proprietà. E però a questo ancora dobbiamo gagliardamente considerare: poichè il tempo non va cercato, siccome tutte l’altre cose che cerchiamo nel subietto, riferendoci agli antecedenti che presso di noi medesimi si scorgono; ma alla stessa evidenza per la quale diciamo da reputarsi il tempo molto o poco, ciò spacciando quasi per parentela. Nè si denno scegliere locuzioni come migliori, ma usare quelle stesse che all’uopo vengono a taglio; nè, che che altro di esso è da specificare, come avesse la medesima forza di questa proprietà: che ciò fanno alcuni: ma soltanto è da avvertire principalmente che il particolare che vi annettiamo, questo anche commisuriamo. Non avendo mestieri di dimostrazione, ma di considerazione questo, che ai giorni, alle notti ed alle loro parti noi annettiamo un tempo; e parimente alle passioni e all’assenza di queste, ai movimenti e ai riposi qualche particolare accidente, pensando di nuovo intorno ad essi quello secondo cui nominiamo il tempo. (E dice questo anche nel secondo Della natura, e nel Gran compendio). Ed oltre le predette cose dobbiamo credere i mondi ed ogni finita aggregazione, che ha forma simile a quelle che frequentemente veggiamo, essere prodotti dell’infinito, separati da esse tutte, e maggiori e minori, pel proprio agitarsi; e di nuovo tutti essere disciolti, questi più presto, quelli più tardi, ciò patendo gli uni per tale, gli altri per tale altra cagione. E manifesto adunque che corruttibili sono i mondi pel tramutarsi delle parti, e che la terra è trasportata sull’aria. Più, non doversi stimare che per necessità abbiano i mondi una sola configurazione, ma che anzi sieno essi differenti, altri simili a sfera, altri ad uovo, altri di altra forma; non però che abbiano ogni forma. Nè che gli animali sieno separati dall’infinito; poichè nessuno saprebbe dimostrare che in un mondo sì fatto fossero contenuti sì fatti semi, da cui sono formati gli animali e le piante e tutte l’altre cose che veggiamo, e che potessero in esso anch’essere nutriti. A uno stesso modo doversi credere anche riguardo la terra. Egli è poi da stimare molto e variamente essere la natura dalle cose stesse insegnata e costretta ma la riflessione più diligentemente spiegare e rinvenire da poi quello ch’essa offre, in alcune più presto, in alcune più tardi: ed in alcune pure secondo periodi e tempi maggiori di quelli che si hanno dall’infinito, in alcune secondo minori. Quindi anco i nomi non essere stati da principio imposti; ma le stesse nature degli uomini, secondo ciascun popolo che è commosso dalle proprie passioni e che riceve le proprie impressioni, emettere in modo particolare l’aria, spinta dalle singole passioni ed impressioni, onde un giorno fosse differenza di popoli anche per luoghi. Dopo poi in comune per ciascun popolo essersi imposti i proprj, perchè le significa- zioni fra loro fossero meno ambigue e più brevemente esposte: ed anco inferite alcune cose che non si vedono, offerendo a quelli che ne avevano conoscenza, certi suoni, alcuni dei quali proferiti per necessità, altri in conseguenza di raziocinio, così interpretati per diversa cagione. — Anche nelle cose celesti il movimento, la conversione, l’eclissi, il sorgere, il tramonto e simili noti s’ha da stimare che accadano pel ministero di alcuno, che le ordini o governi, ed ogni beatitudine abbia insieme all’immortalità; poichè i negozj, le cure, gli sdegni ed i piaceri non consuonano colla beatitudine, ma colla debilità, colla paura e col bisogno, di cui e’ sono più presso: nè, d’altro canto, che qualche cosa di igneo confusa insieme, conseguita la beatitudine, prenda volontariamente questi moti, ma volersi tutto il decoro serbare per ogni nome che a queste nozioni si riferisce, se nulla di opposto a ciò ch’è decoroso da essi si mostri; altrimenti, grandissimo disordine produrrà nelle anime questa opposizione. Per la qual cosa secondo gli impedimenti che dal principio di queste conversioni sono nella composizione del mondo, creder dobbiamo anche una sì fatta necessità e periodo compirsi. Quindi lo indagare minutamente la cagione rispetto a’ più sicuri essere da considerarsi ufficio della fisiologia, e la felicità essere qui caduta nella conoscenza delle cose celesti e della qualità delle nature che si osservano in queste cose celesti, ed in quante sono ad esse affini nel minuto esame di quelle. E oltre a ciò essere in sì fatte cose e quello che è di più maniere, e quello che è secondo le circostanze, e quello che è, come che siasi, altrimenti, ma nulla semplicemente esistere nell’incorruttibile e beata natura di ciò che presenta alcuna separazione o disordine: e spetta alla mente il comprendere che questo sia semplicemente così. Ora quello che cade nella conoscenza del tramonto, del sorgere, della conversione, dell’eclissi e simili, già punto non conferisce alla felicità del sapere, ma coloro parimente hanno timore che sì fatte cose osservano, alcuni ignorandone le nature, alcuni le cagioni principalissime, come se prima non le avessero conosciute, e molti fors’anco, quando il timore proveniente dall’anteriore conoscenza di quelle non sappia comprendere la soluzione e l’economia delle più assentite. Egli è perciò ancora che noi troviamo parecchie cagioni dei movimenti, dei tramonti, delle levate, delle eclissi e simili, siccome nelle cose che avvengono pavidamente. E non s’ha da credere che sull’uso di quelle non siasi presa così esalta cognizione che potesse conferire alla nostra tranquillità e felicità. Ondechè osservando, quasi per transito, a confronto, in quanti modi appo noi accadde il simile, vanno discorse le cagioni e delle cose celesti e di ogni cosa occulta, dispregiando chi non sa nè quello che a una sola maniera esiste o diviene, nè quello che accade in diverse, secondo l’immagine che offrono le cose lontane, ed eziandio ignora in quali non dobbiamo essere tranquilli. Se dunque noi stimiamo eziandio in questo modo potersi ciò fare anche nelle cose in che parimente s’ha da essere tranquilli, anco riconosciuto che accadano in molte maniere, come se vedessimo che in qualche modo così fosse, saremo senza perturbazione. Dopo tutto ciò debbesi riconoscere che la perturbazione principalissima all’anime umane nasce dal credere queste cose e beate e incorruttibili, e dall’aver esse insieme opposte le volontà e le azioni e le cause, e dall’esservi nell’eternità, secondo le favole, un qualche male da aspettare o da sospettare, paventando quella privazione di senso ch’è nel morire, come essente per esse, e dal soggiacere a queste cose senza opinioni, ma per non so quale irragionevole induzione: onde non determinandosi quel male, se ne piglia eguale od anche più gran timore, come se quelle ancora si opinassero. Questa tranquillità poi sa consiste nell’essere sciolti da tutte quelle, e nell’avere continua memoria delle universali e più assentite. Quindi bisogna giovarsi di tutte le cose che sono presenti e dei sensi, in comune colle comuni, in particolare colle particolari, e con ogni attuale evidenza secondo i singoli criterj. Poichè se a questo agguarderemo, ciò, donde il turbamento ed il timore nasceva, con retto discorso rinverremo e dissiperemo, ragionando le cagioni e delle cose celesti e delle restanti che del continuo avvengono, e spaventano sommamente gli altri uomini. — Queste cose sulla natura dell'universo abbiamo per te, o Erodoto, ristrette in sommissimi capi, di maniera che se questo discorso acquisti forza imparato esattamente a memoria, penso, quando pure taluno non ne avesse con diligenza percorsa ogni parte, ch’egli, per la forza procacciatasi, non potrà essere paragonato agli altri uomini. Poichè e da sè stesso farà chiare molte di quelle che a parte a parte sono diligentemente esposte da noi nella trattazione universale, e queste istesse mandate a memoria, gli profitteranno del continuo; tali essendo che anche coloro, i quali a parte a parte hanno già posto bastante diligenza o perfetta nell’esame di sì fatte nozioni, potranno fare la maggior parte dei ragionamenti sulla natura dell’universo. Quelli tra essi poi che non avessero compiutamente raggiunta la perfezione per mezzo di quelle, o avessero mancato del ministero della voce, per tranquillità, facciano di ravvolgere in mente le principalissime.“ — E questa è la sua lettera intorno alle fisiche.

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