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L'ingegnoso idalgo don Chisciotte della Mancia Volume secondo

Miguel de Cervantes · 1841 · Free in the US

193,229 words · about 13 h 32 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1841 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Don_Chisciotte_della_Mancia_Vol._2&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Miguel de Cervantes
Language
Italian
Published
1841
Length
193,229 words · about 13 h 32 min
Sections
76 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (76)
  1. Front matter under 1 min
  2. Prologo about 6 min
  3. Capitolo I about 17 min
  4. Capitolo II about 7 min
  5. Capitolo III about 12 min
  6. Capitolo IV about 8 min
  7. Capitolo V about 11 min
  8. Capitolo VI about 9 min
  9. Capitolo VII about 11 min
  10. Capitolo VIII about 12 min
  11. Capitolo IX about 6 min
  12. Capitolo X about 14 min
  13. Capitolo XI about 10 min
  14. Capitolo XII about 10 min
  15. Capitolo XIII about 9 min
  16. Capitolo XIV about 17 min
  17. Capitolo XV about 3 min
  18. Capitolo XVI about 15 min
  19. Capitolo XVII about 16 min
  20. Capitolo XVIII about 12 min
  21. Capitolo XIX about 11 min
  22. Capitolo XX about 13 min
  23. Capitolo XXI about 10 min
  24. Capitolo XXII about 12 min
  25. Capitolo XXIII about 17 min
  26. Capitolo XXIV about 9 min
  27. Capitolo XXV about 14 min
  28. Capitolo XXVI about 13 min
  29. Capitolo XXVII about 11 min
  30. Capitolo XXVIII about 8 min
  31. Capitolo XXIX about 10 min
  32. Capitolo XXX about 8 min
  33. Capitolo XXXI about 12 min
  34. Capitolo XXXII about 21 min
  35. Capitolo XXXIII about 11 min
  36. Capitolo XXXIV about 11 min
  37. Capitolo XXXV about 11 min
  38. Capitolo XXXVI about 9 min
  39. Capitolo XXXVII about 3 min
  40. Capitolo XXXVIII about 9 min
  41. Capitolo XXXIX about 4 min
  42. Capitolo XL about 9 min
  43. Capitolo XLI about 16 min
  44. Capitolo XLII about 8 min
  45. Capitolo XLIII about 10 min
  46. Capitolo XLIV about 14 min
  47. Capitolo XLV about 11 min
  48. Capitolo XLVI about 6 min
  49. Capitolo XLVII about 14 min
  50. Capitolo XLVIII about 13 min
  51. Capitolo XLIX about 18 min
  52. Capitolo L about 14 min
  53. Capitolo LI about 13 min
  54. Capitolo LII about 11 min
  55. Capitolo LIII about 9 min
  56. Capitolo LIV about 12 min
  57. Capitolo LV about 11 min
  58. Capitolo LVI about 8 min
  59. Capitolo LVII about 5 min
  60. Capitolo LVIII about 17 min
  61. Capitolo LIX about 12 min
  62. Capitolo LX about 19 min
  63. Capitolo LXI about 4 min
  64. Capitolo LXII about 19 min
  65. Capitolo LXIII about 15 min
  66. Capitolo LXIV about 7 min
  67. Capitolo LXV about 9 min
  68. Capitolo LXVI about 8 min
  69. Capitolo LXVII about 8 min
  70. Capitolo LXVIII about 8 min
  71. Capitolo LXIX about 8 min
  72. Capitolo LXX about 11 min
  73. Capitolo LXXI about 9 min
  74. Capitolo LXXII about 7 min
  75. Capitolo LXXIII about 7 min
  76. Capitolo LXXIV about 10 min

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Front matter

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Indice

Prologo

iva Dio! grande al certo dev’essere l’ansietà con cui stai di presente attendendo, lettore illustre o plebeo che tu ti sia, questo Prologo, immaginandoti di trovarvi vendette, contese, vituperii a carico dell’autore del secondo don Chisciotte: intendo dire di quello che dicono essere stato generato in Tordessiglia evenuto alla luce in Taragona. Ma in verità che non mi talenta di darti una tale soddisfazione; mentre tuttochè le offese vadano suscitando la collera anche nei più deboli cuori, questa regola dee patire eccezione nel caso mio. Tu avresti voluto che io a quell’autore avessi dato dell’asino, dello scimunito, del temerario. Ciò non mi passa neppure in pensiere: sia punito egli dalla stessa sua colpa: se la mangi col proprio suo pane, e con ciò abbia fine ogni contesa. Quello che mi aveva provocato un tantino al risentimento, si fu ch’egli mi trattò da vecchio storpio, quasichè fosse stato in mia mano l’impedire che il tempo non iscorresse per me, o come se la mia storpiatura fosse effetto di mal costume, quando provenne da una cagione sì eminente per celebrità da non vantarne l’uguale i passati, i presenti, e fors’anche i secoli avvenire. Se non risplendono le mie ferite agli occhi di chi le osserva, acquistano però pregio dalla cognizione che ognuno ha della loro origine. Al soldato è molto più glorioso il cadere estinto sul campo, che l’essere debitore della libertà alla fuga; ed io sento così al vivo la verità di questo principio, che se mi venisse adesso proposto e reso facile l’impossibile, presceglierei le ferite delle quali fui ricoperto nella prodigiosa giornata a tutti nota, piuttosto che il non aver riportata ferita alcuna per non esservi intervenuto. Le cicatrici che può mostrare il soldato nella faccia o nel petto, sono marchii segnalati che lo innalzano al più alto onore, e gli danno diritto di aspirare agli elogi più giusti. Deesi poi avvertire che non è la canizie che scrive, ma l’intelletto; il quale si rende più maturo collo scorrere della nostra età. Seppi eziandio che il mio avversario mi taccia d’invidioso, e che trattandomi da ignorante definisce che cosa è l’invidia; la quale, potendo essere di due nature, io protesto con candore di animo che non la riconosco se non in quanto sia onesta, nobile e volta ad una lecita emulazione. Se così è (come non si può rivocare in dubbio), non mi cadde in mente, nè ho osato mai di perseguitare verun ecclesiastico, e meno ancora se aggiunga egli ai suoi titoli quello di essere ministro del Sant’Offizio. Se si è voluto prendere di mira un tale si è commesso un grosso sproposito, mentre di questo tale da me si tengono in alto pregio l’ingegno e le opere; e le continuate virtuose sue fatiche formano il più giusto soggetto della mia ammirazione. Protesto poi al critico autore tutta la mia gratitudine per avere egli deciso che sono le mie novelle più satiriche che esemplari, ma tuttavia buone, e che non avrebbero potuto esserlo, se non vi si trovasse un poco di ogni cosa. Sembrami che abbia anche detto ch’io sono assai scarso d’ingegno, e ch’egli è bene ch’io mi circoscriva nei termini della modestia, e ciò per non accrescere afflizione all’afflitto. Debbo credere che sia soverchiamente grande la modestia che investe anche quel signore, il quale non osa comparir in campo alla scoperta, ma vela il suo nome e mente eziandio la patria, quasi che fosse un reo di lesa maestà. Se ti avviene, o leggitore, per avventura di riconoscerlo, digli da parte mia che non me ne tengo per offeso, poichè so bene quali sono le tentazioni del demonio, e che una delle pericolose quella si è di mettere in testa ad un uomo di essere da tanto da comporre e stampare un libro con cui guadagnar tanta fama quanti danari, e tanti danari quanta fama. In prova di ciò mi sarà grato che scherzosamente tu gli racconti la Novelletta seguente.

Fu già un pazzo in Siviglia che stavasi incaponito nel più curioso sproposito ed argomento in cui sia mai incorso pazzo al mondo. E quest’era, che portando seco una canna appuntata alla sua estremità, se gli veniva trovato un qualche cane per istrada od altrove, con un piede ne teneva compressa al suolo una zampa, e gli alzava l’altra colla mano; poi adattavagli alla meglio la canna in certo buco, in cui soffiando lo faceva diventare rotondo come una palla. Compito il giuoco, e date al cane due leggiere spalmate sul ventre, lo lasciava andar libero, dicendo ai circostanti, che sempre erano molti: Credono ora le signorie loro che basti poca fatica per gonfiare un cane?

— Ed ora stimano forse le signorie vostre che costi poco travaglio la composizione di un libro? Ma se non bastasse la evidenza di questo racconto, farai, amico mio lettore, sentire quest’altro che tratta egualmente di un pazzo e di un cane.

Viveva in Cordova un altro pazzo che usava portare sulla testa un pezzo di marmo, od un mattone grosso e pesante, e scontrandosi in qualche cane sbadato, gli andava accosto e gli lasciava piombare addosso quel peso. Inferociva il cane, e mettendo latrati ed urli la dava quanto poteva alle gambe. Avvenne che fra i cani ai quali egli fece quel brutto regalo, uno ne trovò di un berrettaio che lo tenea molto caro. Cadde la pietra, e colse sulla testa il povero animale, che mezzo schiacciato assordò tutti coi latrati. Fu veduto ed udito dal padrone, che, tolta una lunga misura di legno, raggiunse il pazzo, nè gli lasciò osso sano, dicendogli ad ogni bastonata: Furfante indegno, col mio povero bracco tu te la prendi? Non ti accorgesti, manigoldo, che il mio cane era un bracco? — E reiterando il nome di bracco più e più volte, lasciò finalmente andare il pazzo tutto macinato dalle percosse. Posto costui in avver- tenza da questo esempio, non uscì di casa per oltre un mese; a capo del quale tornò a farsi vedere collo stesso divisamento di prima, e portando anche una pietra più grande. Quando però abbattevasi in qualche cane lo guardava fissamente, e non osando scaricare la pietra, diceva a sè stesso: Guardati, chè questo è bracco! In effetto, qualunque si fosse il cane in cui s’incontrava, fosse pure can corso o cagnolino gentile, dicea sempre ch’era bracco, e in tal modo si astenne in progresso dal più avventare altre pietre.

Ora forse potrebbe avvenire a cotesto storico che non osasse più far mostra del proprio ingegno col dare alla luce libri, che, privi essendo di merito, riescono più duri delle pietre. In fine quanto alla minaccia che mi fa il critico, che il suo libro toglierà al mio ogni guadagno, non me ne do il menomo fastidio, perchè attenendomi al famoso intermezzo della Perendenga, gli rispondo: Viva per me il ventiquattro mio signore, e Dio per tutti. Abbastanza è per me se vive lunghi anni l’alto conte di Lemos, la cui pietosa e ben conosciuta liberalità mi sostiene a dispetto della nemica fortuna, e se mi conserva la suprema sua generosità l’illustrissimo don Bernardo di Sandoval e Roscias di Toledo. Mi manchino pure le stamperie tutte del mondo, ed escano pure alla luce contro di me più libri che non sono le parole colle quali composte sono le canzoni di Menico Revulgo. Questi due principi, senza essere stimolati da veruna mia adulazione nè da altra maniera di plauso, ma condotti unicamente dalla loro bontà, si sono impegnati a darmi favore e ad impartirmi beneficenze, e ciò mi costituisce avventurato e dovizioso più assai che se la fortuna mi avesse per altro cammino portato all’apice della felicità. Può il povero vantare onore, non già il vizioso: la nobiltà può essere appannata dalla miseria, ma non oscurata affatto. Siccome poi la virtù di per sè stessa risplende, tuttochè non faccia uscire il suo lume se non attraverso di inconvenienti e di opposizioni, viene quindi tenuta nel più alto pregio dai nobili ed elevati ingegni, e per conseguente assai favorita.

Null’altro dirai al critico, o leggitore, nè a te altro io voglio soggiungere, se non avvertirti di considerare che questa seconda parte del don Chisciotte, che ora ti offro, e lavoro del medesimo artefice, ed è della tempra stessa della prima; e che in essa ti presento don Chisciotte sino all’ultimo della sua storia, e finalmente morto e sepolto. Mi sono a tale partito condotto affinchè non siavi chi ardisca di uscire in campo con nuove falsificazioni, da che sono anche soverchie le passate; e basta poi che un discreto uomo abbia fatte gustare un poco queste giudiziose pazzie senza ravvolgervisi per entro eternamente. L’abbondanza delle cose, benchè sieno buone, fa loro perdere il pregio; e vanno sino a mercarsi estimazione le meschine quando se ne faccia economia. Mi dimenticavo di prevenirti, o lettore, che puoi attenderti quanto prima il Persile che da me va compiendosi, ed altresì la seconda parte della Galatea.

Capitolo I

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ide Hamet Bene-Engeli nella seconda parte di questa istoria, e nella terza uscita di don Chisciotte, racconta che il curato ed il barbiere lasciarono scorrere un mese prima che si facessero vedere da lui, per non ridurgli alla memoria le passate cose. Non per questo mancarono di visitare sua nipote e la serva, raccomandando loro di blandirlo molto, e di fargli mangiare cose confortative e appropriate al cuore e al cervello, dal cui sovvertimento doveva credersi che procedesse tutta la sua disgrazia; e furono assicurati da ambedue che si sarebbero data la più viva premura, scorgendo già nel padrone un qualche segno che ei ritornava nel suo pieno giudizio. I due amici n’ebbero molto contento, avvisandosi si essersi attenuti al più sano consiglio col ricondurlo come incantato sul carro tirato dai buoi, siccome si è detto nell’ultimo capitolo della prima parte di questa altrettanto grande che veridica istoria. E così si determinarono di visitarlo e di conoscere se fosse reale quel miglioramento da loro tenuto quasi per impossibile; ma nel tempo stesso convennero di non toccare punto alcuno della errante cavalleria per non correre pericolo di riaprire una ferita ancor troppo fresca.

Si recarono dunque a fargli visita in casa, e lo trovarono seduto finel suo letto con indosso una camiciuola di rovescio verde, ed in capo un berrettino rosso di quei di Toledo; ed era sì secco ed allungato e stecchito che pareva proprio una mummia. Ebbero da lui cortese accoglienza, ed avendolo interrogato di sua salute, ne ricevettero giudiziose ed acconce risposte. Versò il tema dei loro discorsi intorno a quella che si denomina Ragione di Stato, e intorno fialla maniera di governare, emendando il tal abuso, riprovando il tal altro, promovendo la riforma del tal costume, sbandendone un’altra; e costituendosi ognuno dei tre qual novello legislatore, quasi moderno Licurgo o fervente , rinnovavano a parole il governo della cosa pubblica come se avessero posto lo Stato in un crogiuolo, e cavatone fuora un altro a loro senno più bello e perfetto. Parlò don Chisciotte sugli argomenti tutti discussi con tanta saggezza, che i due esaminatori si persuasero fermamente lui essere guarito affatto dalla vecchia pazzia. Erano presenti a questi colloqui e la nipote e la serva, le quali rendevano incessanti grazie al Signore vedendo il loro zio e padrone ricondotto interamente al buon senno: ma il curato scostandosi un giorno dal suo primo divisamento, ch’era di non muovere parola intorno a cose di cavalleria, volle avere più compiuta esperienza se falsa o veritiera fosse la guarigione di don Chisciotte. Passando perciò da uno in altro proposito si fece a narrare certe nuove ch’erano venute dalla Corte, e tra le altre disse che il Turco calava con assai poderosa armata senza potersi punto indovinare i disegni suoi, ed ignorandosi ove andasse a scaricarsi quel nembo terribile: timore che quasi ogni anno fa dare alle armi la nazione, tiene la cristianità tutta in grande apprensione, ed obbliga sua Maestà a guernire le coste di Napoli e di Sicilia e l’isola di Malta. Rispose a ciò don Chisciotte: — Ha la Maestà sua adempite le parti di prudentissimo guerriero nell’aver messi a tempo i suoi Stati in difesa sicchè non possa coglierlo alla impensata l’inimico; ma se accettato avesse un mio consiglio, insinuato io le avrei di valersi di un provvedimento che da sua Maestà fino adesso non fu mai considerato„. Appena il curato ciò intese, disse tra sè medesimo: — Dio ti tenga sopra la sua santa mano, povero don Chisciotte, che già mi sembra di vederti piombare dall’alto vertice della tua pazzia al profondo abisso della tua semplicità„. Ma il barbiere, ch’era venuto nel pensiero stesso del curato, domandò a don Chisciotte qual era il provvedimento ch’egli reputava sì utile; probabilmente, soggiunse, potrà aggiugnersi al novero dei molti impertinenti consigli che si sogliono dare ai principi.

“Il mio, signor barbitonsore, non sarà già impertinente, ma appartenente, replicò don Chisciotte. — Non parlo con mala intenzione, rispose il barbiere, ma perchè la sperienza ci ammaestra che la maggior parte dei disegni che si assoggettano a sua Maestà, si riduce a cose impossibili o spropositate, da riuscir poi in danno del re e del regno. — Il mio, replicò don Chisciotte, non è però impossibile nè spropositato, ma il più facile, il più giusto e il più agevole e pronto che potesse cadere in mente di qualsiasi ministro di Stato. — Non indugi più a dirlo, signor don Chisciotte, soggiunse il curato. — Io non vorrei, ripigliò don Chisciotte, esporlo adesso qua, e che poi domani mattina pervenuto fosse agli orecchi dei signori consiglieri, ed altri cogliesse il frutto ed il premio dell’opera mia. — Quanto a me, disse il barbiere, se questa sua risposta mi risguarda, giuro in faccia agli uomini e a Dio che non mi uscirà di bocca una sola delle parole di vossignoria nè con re, nè con Rocco, nè con uomo terreno: giuramento che appresi dalla canzone del curato, il quale nel Prefazio con questa formola avvisò il re di chi gli aveva rubate le cento doble e la mula dell’ambio. — Io non so di tante storie, disse don Chisciotte, ma essendo certo della onestà del signor barbiere, tengo per valido il suo giuramento. — Quando nol fosse, soggiunse il curato, io guarentisco per lui che non parlerà più di un muto, sotto pena di sottostare al pagamento di quanto sarà giudicato con definitiva sentenza. — E chi dà guarentigia per vossignoria, signor curato? disse don Chisciotte. — Il mio ministero, rispose il curato, che m’impone di guardare il segreto gelosamente. — Or bene, soggiunse allora don Chisciotte; e che altro occorre se non che sua Maestà comandi per pubblico banditore che abbiano in un dato giorno a trovarsi uniti alla corte tutti i cavalieri erranti che sono dispersi per la Spagna? Chè quando ne comparisse niente più di una mezza dozzina, già basterebbero per distrugger l’immensa podestà del Turco. Mi onorino vossignorie della loro attenzione, ed accompagnino il mio ragionamento. Sarebbe forse novità che un solo cavaliere errante avesse sbaragliato un esercito di dugentomila combattenti, come se tutti insieme fossero stati di paste dolci e soltanto con una gola? E in prova di questo favoriscano dirmi: quante storie non abbondano elleno di siffatte maraviglie? Vivesse di presente almeno (venga il malanno a me, chè ad altri non lo vo’ augurare!) il famoso don Belianigi o alcuno degli innumerevoli discendenti da Amadigi di Gaula, chè se oggidì si trovasse alcuno di quel lignaggio, e venisse alle prese col Turco, in verità che non lo manderebbe al prete per la penitenza: ma Dio Signore avrà cura del suo popolo, e farà uscir in campagna taluno che se non avrà la gagliardia dei trapassati cavalieri erranti, non sarà al certo inferiore ad essi nel coraggio; e Dio m’intende, e non dico altro. — Ahi, ahi, sclamò la nipote a questo punto, ch’io possa morire se al mio buon zio non è tornato il capriccio di riprendere l’esercizio della cavalleria errante!„ Cui don Chisciotte: — Cavaliere errante sono, e cavaliere errante morrò se ne venga il Turco o se ne vada, e con quante forze gli pare: e torno a dire che Dio m’intende„. Soggiunse allora il barbiere: — Supplico le signorie vostre a permettermi di raccontare loro un picciolo caso occorso in Siviglia, che per cadere ora perfettamente a proposito mi viene voglia di non tacerlo„. Glielo permisero don Chisciotte e il curato; tutti gli prestarono attenzione, ed egli cominciò in questa guisa:

“Viveva nella casa dei pazzi in Siviglia un uomo collocatovi dai suoi parenti perchè giudicato fuori di senno: era addottorato nei canoni in Ossuna, ma lo fosse pur anche stato in Salamanca, come alcuni dicono, fatto sta ch’era pazzo. A capo di molti anni da che viveasi rinchiuso si persuase di essere ritornato savio e giudizioso, e con tale supposizione egli scrisse all’arcivescovo, supplicandolo con grande istanza e con molto bene accomodate parole che lo facesse trarre dalla miseria in cui viveva, poichè per la misericordia del Signore aveva ricuperato il senno: soggiugnendo che l’ingordigia dei parenti, i quali gli usurpavano gli averi suoi, era la sola cagione per cui lo teneano rinserrato, e voleasi che in onta al vero foss’egli trattato da pazzo infino alla morte. Persuaso l’arcivescovo dalle molte sue lettere prudenti e assennate, spedì un suo cappellano perchè s’informasse dal rettore della casa se vero fosse quanto il dottore scriveva, e venisse eziandio a ragionamento col pazzo, e lo rendesse pure alla libertà quando sembrato gli fosse da vero ritornato in buon cervello. L’ordine fu puntualmente eseguito dal cappellano, ed il rettore lo assicurò che pazzo tuttavia era quell’uomo; il quale, quantunque parlasse talvolta come persona di buon discernimento, pure non la finiva senza dare nei più madornali spropositi, ch’erano tanti e sì grandi da far cadere al confronto gli attimi della sua saggezza; della qual cosa avrebbe egli potuto far prova passando col pazzo ad un colloquio. Volle in fatti il cappellano porsi a discorso col pazzo per più di un’ora, nel corso della quale non gli uscì di bocca parola meno che ragionevole; anzi si espresse con sì grande antivedimento che il cappellano trovossi obbligato a tenere il pazzo per uomo ricondotto alla sana ragione. Tra le altre cose dette una si fu che il rettore lo guardava bieco per non perdere i regali che gli faceano i parenti suoi sollecitandolo a disseminare la voce ch’egli era pazzo benchè avesse dei lucidi intervalli; che il maggior nemico che avesse nella sua disgrazia si era la pingue sua facoltà; che gli voleano male per solo fine di usurpargliela; e avvalorando l’inganno, rendevano dubbiosa la grazia fattagli da Dio Signore di restituirlo al pristino stato di sana mente. In fine parlava egli in maniera che faceva sospettare del rettore, dell’avidità e barbarie dei parenti; e appariva sì saggio che il cappellano si determinò di menarlo seco, affinchè l’arcivescovo lo vedesse, e toccasse con mano la verità del fatto. Con questa persuasione il cappellano indusse il rettore a consegnare al dottore i vestiti coi quali era entrato nello spedale. Il rettore disse al cappellano che tenesse gli occhi aperti perchè il dottore senza dubbio veruno era ancora pazzo. A nulla servirono gli avvertimenti, e convenne obbedire, poichè l’arcivescovo così comandava. Si restituirono al dottore i suoi abiti ch’erano nuovi e decenti; ed egli come si vide vestito da uomo sciolto da ogni apparenza di pazzia, supplicò il cappellano che per atto di carità gli desse permissione di andare a pigliar commiato dai pazzi già suoi colleghi. Gli disse il cappellano che in ciò gli volea essere compagno anche per vedere i pazzi che si trovavano nell’albergo. In effetto montarono all’alto accompagnati da alcuni individui che si trovavano presenti, ed appressatisi ad una gabbia dove stava un pazzo furioso, benchè allora tranquillo, gli disse il fi dottore: — Fratello, datemi i vostri comandi, chè me ne vo adesso a casa mia, da che piacque alla infinita pietà e misericordia di Dio Signore di farmi, senza mio merito, ritornare il mio buon giudizio: io sono già sano e guarito, chè al potere di Dio nulla è impossible: ora sperate anche voi, ed abbiate in lui confidenza, poichè avendo a me restituita la sanità, a voi pure la ridonerà se in lui confiderete; io mi prenderò cura di farvi capitare qualche cosa da mangiare, e ve ne ciberete, mentre come uomo sperimentato, io giudico che tutte le vostre pazzie procedano dall’avere lo stomaco digiuno ed il cervello pieno di vento: datevi animo, sforzatevi all’allegria, chè l’avvilimento nelle disgrazie, col consumare la salute, ci va affrettando la nostra ultima ora„. Un altro pazzo che rinchiuso era in un’altra carcere dirimpetto a quella del furioso, se ne stava ascoltando il discorso del dottore, e rizzandosi sopra una vecchia stuoia, dove tutto ignudo giaceva, dimandò con sonora voce chi era colui che se ne partiva sano e in cervello. — Sono io, rispose il dottore: quello io sono, o fratello, che me ne vado, non essendo oramai più necessario qui il mio soggiorno: e rendo infinite grazie al cielo per così segnalato favore. — Guardate bene quello che dite, o dottore, nè vi lasciate ingannare dal demonio, replicò il demente: non movete passo e restatevene in santa pace dove siete, chè così vi risparmierete l’incomodo del ritorno. — Io so che mi sento guarito, replicava il dottore, nè occorrerà più l’andare e tornare innanzi e indietro. — Voi guarito? soggiunse il pazzo; oh la vedremo! andate pure con Dio, ma io giuro a Giove, la cui maestà rappresento su questa bassa terra, che per questo peccato solo che oggi si commette nella città di Siviglia, col lasciarvi uscire di questa casa come se già foste guarito, voglio darle sì terribile gastigo che abbiasene a ricordare nei secoli dei secoli amen. E non sai tu, dottorello imbecille, che sta in mio potere il farlo, essendo io, come ti ho detto altre volte, Giove tonante che tiene in sua mano le fulminatrici saette colle quali soglio minacciare e posso incenerire l’universo? In un modo solo per altro io darò gastigo a questo ignorante popolo, e lo farò col negare la pioggia alla città, al suo distretto e ai contorni per tre interi anni da computarsi dal giorno e dal punto in cui ho proferita questa minaccia: tu libero, tu risanato, tu in cervello, e io pazzo, io infermo, io fra i ceppi? che io possa restare morto se non interdico la pioggia!

“Alle voci e alle dichiarazioni del pazzo, ponevano gli astanti somma attenzione; ma il nostro dottore voltosi al cappellano e prendendolo per mano, gli disse: — Non abbia paura la signoria vostra e non faccia conto dell’espressioni di questo pazzo, perchè se egli è Giove che nega la pioggia, io che sono Nettuno, padre e nume delle acque, farò piovere ogni volta che me ne venga il destro e ne conosca il bisogno„. Cui il cappellano: — Non sarà bene per altro, signor Nettuno mio, il provocare lo sdegno del signor Giove: resti vossignoria nella sua abitazione, chè ciò vedremo un altro giorno a più comodo ed agio. — Fecero grandi risate il rettore e gli astanti, del che prese molta collera il cappellano, ma intanto al povero dottore furono tolti di nuovo i vestiti, e restò allo spedale; e così termina l’istorietta„.

— E questo è dunque il racconto, disse al barbiere don Chisciotte, che per cadere bene in acconcio ella non ha potuto far a meno di esporci? Ah, signor barbitonsore, signor barbitonsore, è pure un gran cieco colui che non vede per la tela di uno staccio! Ed è egli possibile che non conosca vossignoria come i paragoni che si fanno da ingegno a ingegno, da valore a valore, da bellezza a bellezza, da prosapia a prosapia, sono sempre odiosi e male accetti? Io, signor barbiere mio, non sono Nettuno il nume delle acque, nè pretenderei di essere tenuto per savio se tale non fossi, nè altro fo che affaticarmi per far conoscere al mondo l’errore in cui giace di non rinnovare a proprio vantaggio il felicissimo tempo in cui campeggiava l’ordine della errante cavalleria; ma non merita di godere sì eccelso bene la depravata età nostra com’era fruito nei tempi nei quali gli erranti cavalieri pigliavano sopra di sè la difesa dei regni, la protezione delle donzelle, il soccorso degli orfani e dei pupilli, il gastigo dei superbi e l’esaltamento degli umili. La maggior parte dei cavalieri d’oggidì fanno più vistoso sfarzo dei damaschi, dei broccati e delle ricche tele di cui si vestono, che della maglia di cui dovrebbero armarsi: non v’è più un cavaliere che dorma pei campi esposto al rigore del cielo, e armato da capo a piedi: più non si trova chi senza levare i piè dalle staffe, appoggiato alla sua lancia si contenti di dormicchiare a foggia degli antichi cavalieri eroi: nessuno oggimai più si trova che uscendo di questo bosco si metta per quella montagna, e di là si conduca alla infeconda e deserta spiaggia di un oceano, il più delle volte procelloso e agitato, ove trovando un picciolo legno senza remi, vele, alberi e sarte, entri con intrepido cuore, abbandonandosi alle onde implacabili del mare profondo che ora lo innalzano alle stelle, ed ora lo cacciano giù nell’abisso; ed (affrontando la implacabile burrasca) si trovi scostato dal luogo del suo imbarco per tremila leghe; sicchè poi trasportato in rimote e incognite terre, cose gli accadono degne di essere scritte non in pergamene, ma in bronzi. Ora la infingardia trionfa della diligenza, l’ozio del travaglio, il vizio della virtù, l’arroganza del valore e la teorica della pratica delle armi che furono e risplendettero nell’età dell’oro e dell’errante cavalleria. E chi fosse di contrario avviso mi risponda per un poco: chi fu mai più onesto e valoroso del celebre Amadigi di Gaula? chi più assennato di Palmerino d’Inghilterra? chi più accomodato e manieroso di Tirante il Bianco? chi più galante di Lisvarte di Grecia? chi più feritore e ferito di don Belianigi? chi più intrepido di Perion di Gaula? chi più affrontatore di pericoli di Felismarte d’Ircania? chi più sincero di Splandiano? chi più precipitoso di don Zeriongilio di Tracia? chi più bravo di Rodomonte? chi più prudente del re Sobrino? chi più ardimentoso di Rinaldo? chi più invincibile di Roldano? e chi più avvenente e figentile di Ruggero? Tutti questi e molti altri cavalieri dei quali potrei parlare, furono, signor curato mio, cavalieri erranti, luce e gloria della cavalleria. Questi ovvero altri a loro simili vorrei che fossero quelli da me prescelti; chè tali essendo n’avrebbe ottimo servigio la Maestà sua, risparmierebbe molte spese, e al Turco toccherebbe di strapparsi la barba a pelo a pelo. Eh! appoggiato a queste vere dottrine non voglio io starmene a casa mia, se anche il cappellano non viene a trarmene fuori; e se Giove, come disse il barbiere, non farà piovere, sono qua io che darò pioggia quando me ne venga la voglia: e dico questo perchè sappia quel caro signor bacino da barba ch’è da me ben inteso.

— In verità, signor don Chisciotte, rispose il barbiere, che io non dissi per offenderla, nè dee vossignoria aversene punto a male. — Se io debba o no avermene a male, ciò a me si appartiene„ replicò don Chisciotte. A tal passo soggiunse il curato: “Non avendo io sinora quasi mai favellato, non vorrei restarmene con uno scrupolo che mi rode e carica la coscienza, e che nasce da quanto pronunziò il signor don Chisciotte; posso parlare o no? — Su questo e su di altri più importanti soggetti, rispose don Chisciotte, può liberamente spiegarsi il signor curato; e faccia pur noti i suoi dub- bii, chè non è bene lo starsene cogli scrupoli sulla coscienza. — Poichè mel concede, rispose il curato, dico che il mio scrupolo consiste nel non potermi persuadere a verun patto che tutta la caterva degli erranti cavalieri testè riferiti da vossignoria sieno stati realmente e veracemente persone in carne ed ossa al mondo: e piuttosto crederei che tutto fosse finzione, favola, menzogne e sogni raccontati da uomini desti, o per meglio dire mezzo addormentati. — Questo è un altro sproposito, rispose don Chisciotte, in cui caddero molti che non ebbero per vera l’esistenza di questi cavalieri nel mondo, ed io più volte in diversi luoghi e in differenti occasioni ho procurato d’illuminare i ciechi, e di trarli da questo quasi universale inganno. Non vi sono qualche volta riuscito, ma talora sì bene, perchè ho appoggiato alla verità le mie dimostrazioni: verità tanto incontrastabile, che sto per dire di avere veduto cogli occhi miei propri che Amadigi di Gaula era un uomo di alta statura, di bianca carnagione nel viso, di bellissima barba, tuttochè nera, di guardatura tra il mansueto e il feroce, di poche parole, restío nello sdegnarsi e facile a deporre l’ira. E come qui ho disegnato Amadigi, potrei, a parer mio, dipingere e far conoscere di persona quanti cavalieri erranti si trovano nelle istorie del mondo. Questa perfetta mia cognizione dell’essere loro deriva dal fondamento di ciò che di essi mi ha tramandato la storia particolare; dalle imprese colle quali si segnalarono, ed infine dalle stesse loro qualità ricavare si può per filosofica induzione la fisonomia, il colore e sino la statura loro. — Di che grandezza crede vossignoria, mio signor don Chisciotte, domandò il barbiere, che debba essere stato il gigante Morgante? — Quanto ai giganti, rispose don Chisciotte, variano le opinioni se sieno o no stati al mondo: ma la Sacra Scrittura, che non può un attimo discrepare dalla verità, ci fa sapere che vi furono, raccontandoci la storia di quel filisteaccio di Golia, ch’era alto sette cubiti e mezzo, il che costituisce una smisurata grandezza. Anche nell’isola di Sicilia si sono trovati stinchi e spalle sì grandi da dovere concludere necessariamente che furono giganti quelli dei quali formavano parte, e ch’erano grandi come alte torri: verità alla quale conduce una induzione geometrica ed infallibile. Non saprei asserire con certezza quanto grande fosse Morgante; ma io credo che non debba essere stato molto smisurato; perchè trovo osservabile nella storia, in cui si fa menzione particolare dell’eroiche sue geste, che molte volte dormiva al coperto; e potendo stare in abitazioni coperte dal tetto, è cosa evidente che non fosse sterminata la sua persona. — Così è per lo appunto, disse il curato, il quale pigliava gusto a sentirlo dare in sì grossi svarioni; e gli dimandò allora come la intendesse rispetto alle facce di Rinaldo di Montalbano, di Orlando e dei dieci Paladini di Francia, poichè furono tutti erranti cavalieri. — Quanto a Rinaldo, rispose don Chisciotte, ardisco dire che fosse largo di faccia, rosso di colore, cogli occhi irrequieti e un po’ in fuora, puntiglioso e collerico soverchiamente, amico dei ladri e della gente perduta; quanto a Roldano o Rotolando od Orlando (chè tutti questi nomi gli danno le istorie) sono di avviso, e mi confermo, che fu di statura media, largo di spalle, con le gambe un po’ torte, brunetto il viso, di barba castagniccia, peloso nel corpo, di guardatura feroce, riservato in parlare, ma fornito di cortesia e di bel costume. — Se Orlando non fu di migliore presenza di quella ora descritta da vossignoria, replicò il curato, non fa maraviglia che Angelica la bella lo rifiutasse per appigliarsi alla gentilezza, al brio e alla buona grazia di cui dovea essere dotato il moretto imberbe al quale si abbandonò: ed ebbe ragione di amare piuttosto la piacevolezza di Medoro, che la rustichezza di quel paladino. — Questa tale Angelica, rispose don Chisciotte, o signor curato, fu una donzella di poco buon odore, vagabonda e capricciosetta, e lasciò il mondo tanto pieno delle sue impertinenze quanto della fama della sua bellezza; disprezzò mille signori, mille valorosi, mille prudenti, e si contentò di un paggetto zerbinello senz’altri averi od altro nome che quello che potè dargli l’affezione mostrata al suo amico. E il cantore della sua bellezza, il famoso , non osando o non volendo cantare ciò che avvenne a quella signora dopo di essersi data obbrobriosamente in preda all’amante, chè certo non dovettero essere cose molto oneste, lasciò a mezzo la storia col dire:

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