Indice
Parte prima - L’ingegnoso idalgo Don Chisciotte della Mancia
Le condizioni e le opere del rinomato idalgo don Chisciotte della Mancia.
La prima partenza dell’ingegnoso don Chisciotte dalla sua terra.
Come Don Chisciotte fu armato cavaliere.
Ciò che accadde al nostro cavaliere quando uscì dall’osteria.
Ancora della disgrazia avvenuta al nostro cavaliere.
Il Curato e il Barbiere esplorano minutamente la libreria del nostro ingegnoso idalgo.
Il secondo viaggio del nostro buon cavaliere don Chisciotte della Mancia.
L’esito fortunato che il valoroso don Chisciotte diede alla spaventevole e non mai immaginata avventura dei mulini a vento ed altri avvenimenti degni di gloriosa memoria.
Come finì la meravigliosa battaglia del prode Biscaglino col valoroso Mancego.
Graziosi ragionamenti tra don Chisciotte e il suo scudiero Sancio Panza.
Quel che avvenne a Don Chisciotte con alcuni caprai.
Il racconto di un capraio agli ospiti di don Chisciotte.
Finisce il racconto delle vicende di Marcella e di altri avvenimenti.
La disperata canzone dell’infelice pastore, ed altri inattesi avvenimenti.
La disgraziata avventura di don Chisciotte con certi imbestialiti Ianguesi.
Quel che accadde all’ingegnoso idalgo don Chisciotte nell’osteria ch’egli voleva fosse castello.
Seguono gli innumerevoli travagli che il bravo don Chisciotte col suo buono scudiero Sancio Panza sofferse nell’osteria, da lui, con suo danno, creduta un castello.
Si raccontano i discorsi che passarono tra Sancio Panza e don Chisciotte, ad altre avventure degne di essere ricordate.
I prudenti discorsi che tenne Sancio col suo padrone, e l’avventura di un corpo morto con altri famosi avvenimenti.
La mai veduta nè intesa avventura, che non fu condotta a termine con tanto poco pericolo da nessun famoso cavaliere del mondo, con quanto poco fu superata dal valoroso don Chisciotte della Mancia.
Si racconta la somma avventura e la ricca conquista dell’elmo di Mambrino, con altri successi del nostro invincibile cavaliere.
Don Chisciotte libera molti disgraziati, che erano loro malgrado condotti dove non avrebbero voluto andare.
Quel che accadde al famoso don Chisciotte nella Sierra Morena, e che fu una delle più rare avventure che si raccontano in questa veridica storia.
Continua l’avventura della Sierra Morena.
Le strane cose avvenute nella Sierra Morena al valoroso cavaliere della Mancia e come egli imitasse la penitenza di Beltenebroso.
Continuazione delle prodezze che fece l’innamorato don Chisciotte nella Sierra Morena.
Come il curato e il barbiere giunsero a capo del loro disegno, ed altre cose degne di essere ricordate in questa grande storia.
Nuova e piacevole avventura successa al curato e al barbiere nella montagna medesima.
Continua la narrazione, e poi si racconta il grazioso artifizio usato per liberare il nostro innamorato cavaliere dalla sua asprissima penitenza.
L’artifizio usato dalla bella Dorotea ed altre cose piacevoli.
I piacevoli ragionamenti che seguirono tra don Chisciotte e il suo scudiere Sancio Panza ed altri avvenimenti.
Quel che accadde nell’osteria a don Chisciotte ed ai suoi compagni.
Si racconta la novella del Curioso Indiscreto.
Continua la novella del Curioso Indiscreto.
L’eroica battaglia di don Chisciotte contro alcuni otri di vino rosso e la fine della novella del Curioso Indiscreto.
Si raccontano altri avvenimenti successi nell’osteria.
Continua la storia della celebre principessa Micomicona con altre graziose avventure.
Continua il discorso di Don Chisciotte in argomento di armi e di lettere.
Vita ed avventure dello schiavo.
Lo schiavo prosegue la sua storia.
Continua la storia dello schiavo.
Altri avvenimenti successi nell’osteria e molte cose degne di essere riferite.
La graziosa storia del mulattiere ed altri strani avvenimenti,
Continuano gli inauditi avvenimenti dell’osteria.
Si sciolgono i dubbi sull’elmo di Mambrino e sul basto, e si narra la singolare avventura degli sgherri di campagna e del mirabile coraggio del nostro don Chisciotte.
Il modo stravagante con cui fu incantato don Chisciotte della Mancia, ed altri celebri avvenimenti.
Il canonico continua a ragionare in materia di libri di cavalleria e di altre cose degne del suo ingegno.
Assennati ragionamenti tenuti da Sancio Panza col suo signor don Chisciotte.
Altre controversie fra don Chisciotte ed il canonico, ed altri avvenimenti.
Il racconto del capraio a don Chisciotte ed ai suoi compagni.
Si narra la quistione che don Chisciotte ebbe col capraio, e la rara avventura dei Disciplinanti, da lui conclusa con fortunato successo, ma con non poca fatica.
Raccontasi la quistione ch’ebbe don Chisciotte col capraio, e la rara ventura dei Disciplinanti, da lui posta a termine con fortunato successo, ma con non poca fatica.
Altri progetti
Al lettore
gni nazione conosce e venera il nome di ; ma la storia di questo uomo tanto famoso è rimasta lungamente ignorata, nè ancora può dirsi conosciuta del tutto. Ultimamente premise alla sua bella traduzione francese del don Chisciotte una Notizia sulla vita e sulle opere di Michele Cervantes, che per l’abbondanza dei fatti e la giustezza delle osservazioni, di gran lunga si lascia addietro ciò che sopra questa materia era stato scritto finora. Dobbiamo alla traduzione del Viardot molte correzioni introdotte nella presente ristampa; ed ora trarremo dalla sua dotta prefazione quanto i lettori possono desiderar di sapere intorno all’autore ed al libro: dei quali come sarebbe impossibile a noi raccogliere più copiose notizie di quelle ch’egli adunò, così sarebbe presontuoso arrogarsi di giudicarne meglio di lui.
Otto città si disputarono l’onore di aver dato alla Spagna Michele Cervantes; ma ora è consentito da tutti ch’egli nacque in Alcala de Henares il 9 ottobre 1547. Fu nella sua prima giovinezza studiosissimo, e attese con amore non meno che con felicità alla poesia. Ma la povertà l’obbligò assai presto a sospendere la coltura dell’ingegno, e le sventure non gli permisero di ritornare se non molto tardi a’ diletti suoi studi. Nel 1568 s’acconciò come cameriere col Giulio Acquaviva d'Aragona, che si trovava in Madrid; e venne con lui a Roma quando fece intimare a quel prelato di abbandonar immediatamente la Spagna. Ma poco durò il in quella condizione; che già nel 1569 lo troviamo arruolato nelle milizie spagnuole, che allora occupavano una parte d’Italia. Intervenne quindi alla famosa Battaglia di Lepanto, e n’ebbe due ferite nel petto, ed una nella mano sinistra della quale fu storpio per tutta la sua vita.
Sei anni durò quella prima milizia; poi nei 1578 il Cervantes ottenne la permissione di ritornare nella Spagna, ancora semplice soldato, storpio e indebolito da tre campagne, senz’altro frutto fuorchè la cognizione della letteratura italiana, e la memoria di quanto avea veduto in Firenze, in Venezia, in Roma, e nelle altre principali nostre città. Sperava che i servigi prestati e l’ingegno gli dovessero aprir la via a qualche prosperità presso la Corte; ma la fortuna gli tolse di farne sperienza. Imbarcatosi a Napoli, fu colto in mare dai pirati, e condotto con un suo fratello in Algeri, dove stette schiavo cinque anni. Quello ch’egli patì, e quello che fece nel tempo della sua cattività per liberare sè stesso e i suoi compagni dalla miseria e dall’avvilimento in cui eran tenuti si trova quasi tutto descritto nella novella del Capitano Prigioniero nella prima parte del Don Chisciotte. Qui vuolsi aggiungere solo che in tutte quelle prove infelici il suo ingegno e il suo cuore mostrarono sempre la vera loro eccellenza, e gli acquistarono anche fra i Barbari una specie di riverenza che lo preservò dal provarne quella vendetta a cui soggiacquero gli altri. Hassan-Agà (rinnegato veneziano, ed allora dey d’Algeri), che verso la fine del 1577 aveva comperato il Cervantes dal suo primo padrone, soleva dire: “Quand’io abbia in sicura custodia quello storpio dello Spagnuolo, non ho più alcun pensiero nè della città, nè degli schiavi, nè delle galere„. Ma questa stima medesima in cui era tenuto gli nocque; perocchè stimandolo persona di grande affare, fu posto al suo riscatto sì alto prezzo, che riusciva impossibile liberarlo. Il padre quand’ebbe notizia della prigionia in cui eran caduti i suoi figli, non esitò a vendere quanto aveva per riscattarli; ma il danaro inviato non appagò l’avidità di quei Barbari, e Michele Cervantes fu contento che s’impiegasse alla liberazione di suo fratello. All’ultimo poi egli riebbe la sua libertà nel 1580, e ne fu debitore principalmente al P. Giovanni Gil, procurator generale dell’Ordine della Santa Trinità, il quale attese con grandissima cura a raccogliere dalla carità di molti privati la somma occorrente.
Non finirono con quella schiavitù le sventure del nostro autore. Innanzi tutto la povertà l’obbligò ad arruolarsi nuovamente soldato; nè la fortuna volle essergli più propizia di prima in quella carriera. Egli non ottenne alcun grado nella milizia, ma ne uscì semplice soldato, benchè resti memoria di molti importanti servigi da lui prestati.
Nel 1584 egli avea sposata donna Catalina de Palacios Salazar della piccola città d’Equivias, ed ivi stette per qualche tempo colla moglie nobile ma povera, e con una figliuoletta naturale avuta già prima da una dama di Lisbona. A quel tempo egli avea già pubblicata la , novella pastorale, la cui eroina è appunto la giovine che diventò poi sua sposa. La naturale inclinazione e il bisogno da accrescer in qualche modo le scarse sue rendite lo persuasero dopo il matrimonio a ripigliare gli studi per tanti anni negletti, e scrisse alcune opere teatrali che lungamente perdute, e poi in parte trovate, non corrispondono nè all’altezza di tanto ingegno, nè alla compiacenza con cui il stesso ne parla. La grande riputazione acquistata da , che con prodigiosa fecondità empiè dalle sue produzioni tutti i teatri spagnuoli, tolsero al Cervantes i proventi che si procacciava per questa via. Bisognò dunque cercarsi un qualche impiego, e ottenne di essere uno dei quattro commissarii che sotto gli ordini di Antonio de Guevara doveano vettovagliare l’invincibile armada. Per dieci anni stette a Siviglia in siffatte occupazioni tanto sconvenienti al suo ingegno, e tanto discordi dalle sue inclinazioni. Pur fu in quegli anni che il Cervantes compose le sue , le quali dopo il Don Chisciotte sono tenute le sue migliori produzioni.
Quando nel 1596 egli uscì di quell’impiego che già si poteva considerare come una sventura per lui, la fortuna gli apparecchiò una sventura molto più grave. Accusato di essersi appropriato il pubblico danaro, fu tenuto prigione, e benchè provasse evidentemente la sua innocenza, nondimeno si trova che anche alcuni anni dopo fu nuovamente processato per la miserabile somma di duemila seicento quarant’uno reali.
I biografi non ci danno la notizia del Cervantes dal 1598 al 1603, in cui dopo il secondo processo, riconosciuto innocente, andò alla corte di in Vagliadolid; se non che in quel periodo di tempo s’accordano a dire ch’egli compose quasi intieramente la prima parte del Don Chisciotte; e credono che passasse quegli anni in qualche borgo della Mancia, della quale descrisse così bene e i luoghi e i costumi nel suo famoso romanzo. Egli dice nel Prologo che quel suo libro, quel figlio del suo intelletto, fu generato in una prigione; ma quando, o perchè soggiacesse a tal prigionia è cosa tuttora ignorata.
Quando dopo tutte queste peripezie il Cervantes nel 1603 comparve alla corte, cioè alla residenza del re, si trovò come in paese straniero, non conosciuto nè dal principe nè dai suoi favoriti: i vecchi amici erano o morti o dispersi; egli già quasi vecchio mal poteva sperare di procacciarsene di nuovi. Il Francisco Gómez de Sandoval y Rojas, potentissimo a quella corte, lo ricevette orgogliosamente; ed egli dopo d’allora si rassegnò a vivere nella mediocrità coi proventi dell’ingegno e di qualche amministrazione di affari, e coi soccorsi di due protettori, il Pedro Fernández de Castro e l’Bernardo de Sandoval y Rojas.
Nel principio del 1605 pubblicò la prima parte del Don Chisciotte. Sulle prime non fu compreso, ma egli medesimo diede fuori col titolo di Buscapiè un libretto anonimo, dove sotto l’apparenza di una censura fece conoscere il vero scopo del libro e le sue allusioni. Allora tutti vollero leggerlo, e fu ristampato ben quattro volte nello stesso anno 1605. Se l’invidia non lasciò illeso l’autore di un’opera divenuta tanto famosa, poteva nondimeno il Cervantes, in quanto alla gloria, contentarsi dell’esito; ma non erano ancora finite le sventure che dovevano amareggiargli la vita. La notte de’ 26 giugno di quel medesimo anno, un cavaliere, don Gaspare de Espeleta, ferito da uno sconosciuto, si ricoverò nella casa dove abitava il Cervantes, e quivi morì. Fu creduto che all’uccisione avesse dato origine un intrigo amoroso colla figlia o con una nipote del Cervan- tes; e il giudice ordinò ch’egli con tutta la famiglia fosse arrestato; nè bisognarono meno di otto o dieci giorni a somministrare tutte le richieste giustificazioni.
Dopo quest’avventura si crede che il nostro autore nel 1606 seguitasse la corte a Madrid; si conoscono almeno le vie di quella città nelle quali abitò dal 1609 fino al 1616, che fu l’ultimo della sua vita. Povero e dimenticato, mentre altri tanto men degni di lui avevano le onorevoli cariche e le larghe pensioni, attese nel silenzio a’ suoi studi, cominciando da una nuova edizione del Don Chisciotte che servì poi di esemplare a tutte le susseguenti. E già aveva annunziata la seconda parte di quell’opera, quanto, verso la metà dell’anno 1614, un ignoto, che prese il nome di , nativo di Tordesilla, lo prevenne, mandando alle stampe una pretesa continuazione del Don Chisciotte. Si crede che il vero autore fosse un Aragonese, frate dell’Ordine dei Predicatori. Questa incredibile audacia ebbe dal il suo degno castigo: l’intruso continuatore apparve un miserabile ingegno quando fu pubblicata la vera continuazione nell’ottobre del 1615. Ma l’egregio autore, già vecchio, infelice ed infermo, sopravvisse sol pochi mesi, e morendo il 23 aprile 1616 non potè nè godere la lode dei contemporanei, nè conoscere di quanta gloria si circonderebbe il suo nome nei secoli avvenire.
Il Don Chisciotte tenuto dagli Spagnuoli come un vero modello di stile fu tradotto in tutte le lingue, ed anche spogliato delle bellezze native, trovò da pertutto ed in ogni tempo una costante ammirazione. Come opera di fantasia, è si ricca e si varia, che non cede al confronto di verun’altra. Come opera scritta per conseguire un fine, essa lo ha conseguito sì bene, che i Romanzi di cavalleria contro i quali adoperavansi indarno i moralisti e le leggi, disparvero onninamente. Il è d’opinione che il Cervantes da prima si fosse proposto solo di deridere la lettura cavalleresca, ma che poi sopra lavoro e principalmente nella seconda parte allargasse il suo disegno a quell’ampiezza a cui lo vediamo condotto. Vi sono molte ragioni per credere che questa opinione sia vera: il certo si è che l’opera del Cervantes, il cui principio promette null’altro che una lettura piacevole od una vivace derisione dei romanzi cavallereschi, abbraccia di poi argomenti di alta importanza, e li tratta con tanta cognizione, assennatezza, evidenza e giovialità, da congiungere in sommo grado l’utilità col diletto, e riuscire gradita ad ogni classe di leggitori.
Prologo
faccendato lettore, potrai credermi senza che te ne faccia giuramento, ch’io vorrei che questo mio libro, come figlio del mio intelletto, fosse il più bello, il più galante ed il più ragionevole che si potesse mai immaginare; ma non mi fu dato alterare l’ordine della natura secondo la quale ogni cosa produce cose simili a sè. Che potea mai generare lo sterile e incolto mio ingegno, se non se la storia d’un figlio secco, grossolano, fantastico e pieno di pensieri varii fra loro, nè da verun altro immaginati finora? E ben ciò si conviene a colui che fu generato in una carcere, ove ogni disagio domina, ed ove ha propria sede ogni sorte di malinconioso rumore. Il riposo, un luogo delizioso, l’amenità delle campagne, la serenità dei cieli, il mormorar delle fonti, la tranquillità dello spirito, sono cose efficacissime a render feconde le più sterili Muse, affinchè diano alla luce parti che riempiano il mondo di maraviglia e di gioia. Avviene talvolta che un padre abbia un figliuolo deforme e senza veruna grazia, e l’amore gli mette agli occhi una benda, sicchè non ne vede i difetti, anzi li ha per frutti di buon criterio e per vezzi, e ne parla cogli amici come di acutezze e graziosità. Io però, benchè sembri esser padre, sono patrigno di don Chisciotte, nè vo’ seguir la corrente, nè porgerti suppliche quasi colle lagrime agli occhi, come fan gli altri, o lettor carissimo, affinchè tu perdoni o dissimuli le mancanze che scorgerai in questo mio figlio. E ciò tanto maggiormente perchè non gli appartieni come parente od amico, ed hai un’anima tua nel corpo tuo, e il tuo libero arbitrio come ogni altro, e te ne stai in casa tua, della quale sei padrone come un principe de’ suoi tributi, e ti è noto che si dice comunemente: sotto il mio mantello io ammazzo il re. Tutto ciò ti disobbliga e ti scioglie da ogni umano riguardo, e potrai spiegar sulla mia storia il tuo sentimento senza riserva, e senza timore d’essere condannato per biasimarla, o d’averne guiderdone se la celebrerai.
Vorrei per altro, o lettor mio, offrirtela pulita e ignuda, senza l’ornamento di un prologo, e spoglia dell’innumerabil caterva degli usati sonetti, epigrammi, od elogi che sogliono essere posti in fronte ai libri; e ti so dire che sebbene siami costato qualche travaglio il comporla, nulla mi diede tanto fastidio quanto il fare questa prefazione che vai leggendo. Più volte diedi di piglio alla penna per iscriverla, e più volte mi cadde di mano per non sapere come darle principio. Standomi un giorno dubbioso con la carta davanti, la penna nell’orecchio, il gomito sul tavolino e la mano alla guancia, pensando a quello che dovessi dire, ecco entrar d’improvviso un mio amico, uomo di garbo e di fino discernimento, il quale, vedendomi tutto assorto in pensieri, me ne domandò la cagione. Io non gliela tenni celata, ma gli dissi che stavo studiando al prologo da mettere in fronte alla storia di don Chisciotte, e ci trovavo tanta difficoltà, che m’ero deliberato di non far prologo, e quindi anche di non far vedere la luce del giorno alle prodezze di sì nobile cavaliere.
— “Come volete voi mai, soggiuns’io, che non mi tenga confuso il pensare a tutto ciò che sarà per dirne quell’antico legislatore che chiamasi volgo, quando vegga che dopo sì lungo tempo da che dormo nel silenzio della dimenticanza, ora che ho tant’anni in groppa, esco fuori con una leggenda secca come un giunco marino, spoglia d’invenzione, misera di stile, scarsa di concetti, mancante di ogni erudizione e dottrina, senza postille al margine, e senz’annotazioni al fine del libro, di che vedo ricche le altre opere, tuttochè favolose e profane, e zeppe di sentenze di , di , e di tutto lo sciame dei filosofi, onde ne avviene che restano meravigliati i lettori, e tengono gli autori nel più gran conto di dottrina, di erudizione, di eloquenza? Citando la divina Scrittura si fanno credere altrettanti santi e nuovi Dottori della Chiesa, conservando in ciò un sì ingegnoso decoro che in una riga ti rappresentano un innamorato perduto, e nell’altra ti fanno un sermoncino cristiano, ch’è una consolazione l’udirli o il leggerli! Deve di tutto ciò essere spoglio il mio libro, poichè non ho che citare nel margine, o che annotare nel fine, nè so di quali autori mi valga in comporlo; e così non posso affibbiarveli al principio, come da tutti si pratica, per le lettere dell’abbiccì, cominciando con Aristotele, e terminando con e o Zeusi, benchè l’uno sia stato un maldicente, l’altro un pittore. Ha pur il libro mio da mancare di sonetti al principio, almeno di quelli composti da duchi, marchesi, conti, vescovi, dame o poeti celebratissimi; benchè se pregassi di ciò due o tre miei amici bottegai, io so che me li darebbero, e tali da non poter essere superati da quelli dei più celebri della nostra Spagna. Insomma, signore e amico mio, soggiunsi, io mi risolvo a lasciar il signor don Chisciotte sepolto negli archivi della Mancia, finchè il cielo faccia comparir chi lo adorni delle tante qualità che gli mancano, trovandomi io incapace di rimediarvi, attesa la mia insufficienza e la mia scarsa erudizione, ed anche perchè sono naturalmente infingardo e lento nell’indagare autori che dicano quello che so dire da me medesimo senza la lor dettatura. Di qui ha origine la sospensione e l’umore in cui mi trovaste; e ben deve bastare per mettermi a tale stato tutto ciò che da me avete inteso„.
All’udir queste cose il mio amico si diede una palmata nella fronte, proruppe in un alto scoppio di ridere, e disse: Per Bacco, fratello, che termino al presente di togliermi da un inganno in cui son vissuto da che vi conosco; giacchè vi ho tenuto mai sempre per uomo giudizioso e prudente in tutte le vostre azioni, ed ora m’avveggo che voi ne siete lontano quanto il cielo dalla terra. Com’è mai possibile che cose di sì poco momento e di sì facile rimedio abbiano tal possa da confondere e sviare un ingegno sì maturo com’è il vostro, a cui sì agevole riesce il togliere e superare molto maggiori difficoltà? Ciò deriva in fede mia, non da mancanza di abilità, ma da infingardaggine, e da poco buon raziocinio. Volete la prova di ciò che vi dico? Statemi attento, e vedrete come in un aprire e chiuder d’occhio io svento tutte le vostre difficoltà, e vengo a rimediare a tutte le mancanze, dalle quali dite essere tenuto sospeso e avvilito per modo che vi ritraete dal dare al mondo il vostro famosissimo don Chisciotte, lume e specchio di tutta la errante cavalleria. — Or via, lo interruppi sentendo le sue parole: in qual modo divisate voi di riempire il vôto del mio timore, e di ridurre a chiarezza il caos della mia confusione?„ Al che soggiuns’egli: — “Quanto al primo imbarazzo in cui vi trovate a cagione de’ sonetti, epigrammi ed elogi che mancano in fronte al vostro libro, e ch’è di mestieri che portino i nomi di personaggi gravi e titolati, è facile il rimediare. Prendetevi voi stesso la briga di comporli; poscia battezzateli voi medesimo col nome che più vi talenta attribuendoli al Prete Gianni dell’India od all’imperatore di Trabisonda, i quali so essere opinione che abbiano avuto il vanto di poeti celebratissimi. Che se ciò non è vero, e sorgesse per avventura qualche pedante o baccelliere, che mordendovi le calcagna impugnasse questa verità, non per questo a voi, convinto di menzogna, taglierebbero la mano che ha segnati nomi cotanto illustri. E quanto al citare in margine libri ed autori ai quali attribuir le sentenze e i detti che vi piacesse d’inserire nella vostra storia, basta che voi vi facciate cadere in acconcio alcune sentenze che sappiate a memoria, o che vi costino poca fatica a cercarle. Per esempio, trattando di libertà e schiavitù:
ed al margine citate , o chi l’ha detto. Se parlerete del potere della morte:
Se dell’amicizia, o dell’amore che il Signore comanda di portare a’ nemici, eccovi la divina Scrittura che vi somministra le parole di Dio stesso: Ego autem dico vobis: diligite inimicos vestros. Trattando de’ cattivi pensieri ricorrete al Vangelo: De corde exeunt cogitationes malæ. Se dell’incostanza degli amici, vi somministrerà il suo distico:
E di tal guisa latinizzando, od in tal’altra maniera, sarete tenuto per grammatico, ciò che procura oggigiorno non poco onore e guadagno. Per ciò che spetta alle annotazioni da porsi al fine del libro, potete sbarazzarvene a questo modo. Se nominate nella vostra opera qualche gigante, supponetelo il gigante Golia: questo solo (che poco vi costa) v’apre il campo ad un’ampia annotazione, dicendo: Il Gigante Golia fu un Filisteo il quale venne ucciso con un gran colpo di pietra dal pastore Davide nella valle di Tèrebinto, secondo ciò che si legge nel libro dei Re nel capitolo ove vedrete che questo sia scritto. Per mostrarvi poi uomo erudito nelle umane lettere, ed anche cosmografo, fate in modo che nella vostra storia si nomini il fiume Tago, e qui si aprirà il campo ad un’altra famosa annotazione dicendo: Al fiume Tago diede il nome un re delle Spagne: nasce nel tal luogo, e muore nel mar Oceano, bagnando le mura della famosa città di Lisbona, e credesi abbia le arene d’oro, ec. Dovendo parlar di ladroni, vi dirò la storia di Caco da me saputa a mente: se di donne impudiche eccovi il vescovo di Mondognedo che vi darà a prestito Lamia, Laide e Flora, con una annotazione da averne grande onore; se di crudeli, vi offre Medea; se d’incantatrici o fattucchiere, da vi si fa innanzi Calipso, Circe da ; se di capitani valorosi, vi dà sè medesimo nei suoi Commentarii, e vi somministra mille Alessandri. Se tratterete di amori, sol che sappiate due oncie di lingua toscana, ne riscontrerete a dovizia in ; che se non vi piace d’accattarne dagli stranieri, avete in casa vostra il , che tratta dell’Amore di Dio, ove riscontrasi quanto e voi e l’uomo più ingegnoso del mondo sapreste desiderare in tale argomento. Insomma basta che voi troviate la nicchia a siffatti nomi od applichiate alla vostra le storie qui ricordate, e lasciate poi a me il fastidio di apporre le annotazioni e le postille: posso con ogni asseveranza rendervi certo di riempirne i margini, e d’imbrattarne quattro fogli nel fine del libro.
“Passiamo ora alla citazione degli autori dei quali sono provveduti gli altri libri, ed il vostro è affatto privo. Anche a ciò è facile assai rimediare, da che non avete che cercarne uno che tutti in sè li unisca dall’A alla Z, come voi dite, inserendo questo stesso al- fabeto nel vostro libro. Che se apertamente se ne scopra la menzogna, per la poca necessità che avevate di valervene, ciò a nulla monta; e intanto ci sarà forse qualche sempliciotto che terrà per fermo esservene voi servito nella vostra naturale ed ingenua storia; e se altro vantaggio non ve ne dovesse venire, servirà almeno un così esteso catalogo ad aggiungere subito molta autorità al racconto. Io sono anzi di opinione, che non vi sarà chi si prenda la briga di riscontrare se ve ne siate sì o no valuto: e ciò tanto più perchè questo vostro libro non ha d’uopo di alcuna di quelle cose che voi dite mancargli; non contenendo esso che una invettiva contro i libri di cavalleria, dei quali non fece parola , nulla scrisse mai , e non n’ebbe contezza alcuna. Di più: i suoi favolosi spropositi escludono l’impegno di starsene puntuali alla verità, o di farvi campeggiare l’astrologia, e meno ancora servono le misure geometriche o la confutazione degli argomenti dei quali si vale la rettorica. Non è di suo istituto neppure il far sermoni a chicchessia, frammischiando le divine colle umane cose, ciò che non lice ad intelletto cristiano. Basterà che metta a profitto la imitazione in ciò che andrà scrivendo, e quanto più l’imitazione si accosterà alla verità, tanto maggior conto ne troverà il suo scrittore. Poichè questa vostra opera non tende se non a distruggere il credito e l’impressione che nel mondo trovano i libri di cavalleria, non è mestieri d’andare accattando sentenze da’ filosofi, consigli dalla divina Scrittura, favole da’ poeti, orazioni da’ rettorici, e miracoli da’ santi; ma basta procurare che con ogni chiarezza, con parole significanti, oneste e ben collocate, si adorni il vostro ragionamento, vestendo un periodar sonoro e giocondo, dipingendo possibilmente quanto vi verrà a genio ed a voglia di esporre, e facendo intendere i vostri concetti senz’oscurità e senza intrico. Attendete con ogni studio a far sì che leggendo la vostra storia il maninconioso si muova a riso, s’accresca nell’allegro la giocondità, al semplice non venga la noia, dal giudizioso se ne ammiri la invenzione, non si spregi dall’uom posato, e le dia lode il prudente: in sostanza il vostro primo scopo sia quello di abbattere la macchina malfondata dei libri di cavalleria abborriti da tanti, ma celebrati dal maggior numero: che se tanto vi riuscirà di fare, non avrete conseguito poco„.
Io me ne stava ascoltando con profondo silenzio ciò che mi si dicea dall’amico, e tanto poterono sopra di me le sue ragioni che, senza altro dire, gliele menai tutte buone: anzi le feci servire di fondamento a questo prologo, nel quale riscontrerai, o delicato lettore, il retto discernimento dell’amico mio, e la mia buona ventura nell’essermi a questi tempi avvenuto in sì utile consigliere quando trovavami irresoluto e indeciso. Tu n’avrai certo gran compiacenza nel leggere così ingenua e così pura la storia del famoso don Chisciotte della Mancia, il quale, per la fama che corre fra tutti gli abitanti del distretto del Campo di Montiello, fu l’innamorato più casto, ed il più valente cavaliere, che da tanti anni in qua comparisse in que’ dintorni; nè io voglio esagerarti il servigio che ti fo nel darti a conoscere sì celebre e onorato campione. Bramo però d’incontrare il tuo gradimento per la conoscenza che ti farò fare anche del famoso Sancio Panza suo scudiere, nel quale, a mio avviso, troverai congiunte tutte le grazie scudierili che s’incontrano sparse nella caterva degli inutili libri di cavalleria. Dio ti conservi in salute, e non mi porre in dimenticanza. Sta sano.
fi
ca:L'ingeniós hidalgo Don Quixot de La Mancha - Primera part/Prolech en:Don Quixote/Volume 1/The Author's Preface es:Don Quijote, Primera Parte: Tasa y Prólogo fr:L’Ingénieux Hidalgo Don Quichotte de la Manche/Première partie/Prologue pt:Dom Quixote/I/Prólogo
Capitolo Primo
Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia. Egli consumava tre quarte parti della sua rendita per mangiare piuttosto bue che castrato, carne con salsa il più delle sere, il sabato minuzzoli di pecore mal capitate, lenti il venerdì, colla giunta di qualche piccioncino nelle domeniche. Consumava il resto per ornarsi nei giorni di festa con un saio di scelto panno di lana, calzoni di velluto e pantofole pur di velluto; e nel rimanente della settimana faceva il grazioso portando un vestito di rascia della più fina. Una serva d’oltre quarant’anni, ed una nipote che venti non ne compiva convivevano fi con esso lui, ed eziandio un servidore da città e da campagna, che sapeva così bene sellare il cavallo come potare le viti. Toccava l’età di cinquant’anni; forte di complessione, adusto, asciutto di viso; alzavasi di buon mattino, ed era amico della caccia. Vogliono alcuni che portasse il soprannome di Chisciada o Chesada, nel che discordano gli autori che trattarono delle sue imprese; ma per verisimili congetture si può presupporre che fosse denominato Chisciana; il che poco torna al nostro proposito; e basta soltanto che nella relazione delle sue gesta non ci scostiamo un punto dal vero.
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