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Guerino detto il Meschino

Andrea da Barberino · 1841 · Free in the US

111,463 words · about 7 h 48 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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About this book

Author
Andrea da Barberino
Language
Italian
Published
1841
Length
111,463 words · about 7 h 48 min
Sections
45 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (45)
  1. Front matter under 1 min
  2. Prefazione about 13 min
  3. Capitolo I about 11 min
  4. Capitolo II about 4 min
  5. Capitolo III about 17 min
  6. Capitolo IV about 13 min
  7. Capitolo V about 18 min
  8. Capitolo VI about 10 min
  9. Capitolo VII about 14 min
  10. Capitolo VIII about 21 min
  11. Capitolo IX about 10 min
  12. Capitolo X about 21 min
  13. Capitolo XI about 6 min
  14. Capitolo XII about 13 min
  15. Capitolo XIII about 12 min
  16. Capitolo XIV about 28 min
  17. Capitolo XV about 9 min
  18. Capitolo XVI about 12 min
  19. Capitolo XVII about 15 min
  20. Capitolo XVIII about 11 min
  21. Capitolo XIX about 10 min
  22. Capitolo XX about 11 min
  23. Capitolo XXI about 10 min
  24. Capitolo XXII about 14 min
  25. Capitolo XXIII about 11 min
  26. Capitolo XXIV about 3 min
  27. Capitolo XXV about 6 min
  28. Capitolo XXVI about 9 min
  29. Capitolo XXVII about 3 min
  30. Capitolo XXVIII about 22 min
  31. Capitolo XXIX about 4 min
  32. Capitolo XXX about 2 min
  33. Capitolo XXXI about 8 min
  34. Capitolo XXXII about 2 min
  35. Capitolo XXXIII about 3 min
  36. Capitolo XXXIV about 6 min
  37. Capitolo XXXV about 8 min
  38. Capitolo XXXVI about 5 min
  39. Capitolo XXXVII about 11 min
  40. Capitolo XXXVIII about 15 min
  41. Capitolo XXXIX about 9 min
  42. Capitolo XL about 9 min
  43. Capitolo XLI about 15 min
  44. Capitolo XLII about 17 min
  45. Conclusione about 1 min

Continue:

Front matter

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Indice

Prefazione

fi ct ’Autore del Guerino cominciava il suo romanzo, se non vuoi chiamarlo piuttosto una storia, col seguente brevissimo proemio che ho creduto bene di qui riportare prima d’ogni cosa, perchè rivela in massimo grado i tempi in cui Maestro Andrea o qual altro vogliasi, scriveva le avventure dell’eroe Cavaliere, e nella lingua e nei sentimenti. È nudo e semplice esordio, che spira un sentire profondo ed alta cognizione delle umane cose, in quell’originale semplicità, frutto d’animo puro ed umile, che caratterizza la nostra letteratura primitiva, vergine d’ogni basso pensiero d’orgoglio e di servilità: —

«Naturalmente piacciono a ciascuno gli autori novelli, e, perchè alcuni antichi non sono stati usati, pare a chi legge le cose che hanno scritto, che sian nuove e non vecchie scritture, massimamente coloro che più non le hanno vedute. Per questo mi son dilettato di cercar parecchie istorie nuove, ed ho avuto gran pia- cere di molte, tra le quali questa molto mi piacque. Onde io non voglio esser ingrato del benefizio ricevuto da Dio e dalla umana natura. Benchè dalla sua bontà riceva più che non merito, però la condizione mia è bassa; ma io mi conforto, che veggio molti di maggior nascita far peggio di me, o che sia per i loro peccati, ovvero de’ loro parenti questo non lo giudico; io solo lo lascio giudicare a Dio, dal quale siamo originalmente creati, come solo fattore, il quale infonde le sue grazie a chi più e a chi meno, secondo che per noi si acquista, chi in un’opera, chi in un’altra. Così dotato dai supremi cieli, ognuno nel suo grado può venir virtuoso in questa vita, nella quale può acquistare e imprender virtù e vizio, ma tutti più facilmente piglian la mala via, imperocchè par più facile a far male che a far bene. Quello che induce l’uomo a far male è solo il suo mancamento. Niuna cosa ne scusa per il libero arbitrio che noi abbiamo. Specchiatevi nel nostro primo padre Adamo. Avendogli Dio comandato ch’egli non peccasse, però non gli tolse il libero arbitrio di far come a lui piaceva, e così non lo tolse mai a niuno, e però siamo chiamati animali razionali, cioè, che la ragione è data a noi. Perchè niun animale eccetto questo solo, non hanno ragione in sè; ma benchè alcun dica: la mia fortuna è cosa giusta e diritta, noi non siamo diritti nelle nostre opere; che se tutti vivessero con la ragione, la fortuna loro sarebbe comune. Imperò non è da incolpar la fortuna, ma noi medesimi. E se la fortuna risplende più in un luogo che in un altro, questo avvien che noi siamo diversi istrumenti del mondo, e però ognuno s’ingegni d’imparar un buon istrumento e la fortuna glielo intonerà perfettamente, ma guardi che le corde non siano false. Imperocchè le consonanze non risponderebbono, e non sarebbe però colpa, se non di te proprio che vai senza ragione, non della fortuna. Onde io chiamo il nome dell’Altissimo Iddio e tutte le forze da lui ordinale nei cieli, che mi concedano non per dritta ragione, ma per grazia di seguire quest’opera».

Queste parole non ti rivelano il tipo di una lingua e d’una letteratura nascente, come più chiaramente apparirà in tutto il seguito del romanzo? — Questo romanzo fu già al dir del in volgar prosa composto da certo Maestro Andrea Fiorentino, dappoichè la schiatta de’ re francesi Angioini appresso ai Normanni e agli Svevi entrò in signoria della Sicilia e delle terre di qua dal Faro; da che per entro si parla non solo di Carlomagno, che anzi solo per incidente, ma del reame di Puglia e de’ principati di Durazzo e di Taranto, d’onde si fa discendere il Meschino. Io non vo’ farmi mallevadore se fosse dapprincipio scritto in vera lingua italiana o piuttosto da tempo remotissimo dal francese in italiano voltato; ma abbraccierei meglio di qualunque altra l’opinione del Quadrio, perocchè non credo che in tempo remotissimo, quando la lingua era nel suo principio e con quel forte carattere di nazionalità, si occupassero gl’Italiani gran fatto di traduzioni; molto più che consta di veruna edizione del Guerino antica in antico francese, eccetto quella cattivissima pubblicata in Lione nel 1530 ed in Parigi nel 1532, tradotta in parte dall’italiano ed in parte accresciuta d’immagini capricciose e grottesche dello stesso traduttore.

Il Guerino è uno dei primi romanzi della Cavalieria, di quei romanzi che furono la base ed il soggetto d’una novella epopea, ignota affatto agli antichi Greci e Romani, nata, sviluppata e perfezionatasi in Italia, popolo dotato di vivacissima immaginazione, di squisita sensibilità, e che infiammò la ferace fantasia di un , di un , di un , di un , di un e, per tacere d’altri, dello stesso , il quale molto attinse dal Guerino nella creazione del suo Mondo meraviglioso — la più sublime epopea delle generazioni. Il Guerino, lo dico senza tema di errare, è una di quelle poche opere letterarie che non hanno che la forza del loro merito intrinseco per farsi strada attraverso i secoli e crescere sempre più nella stima dell’universale. Il Guerino divenne quindi opera popolare assai, e direi che in Italia non fu libro così popolare fino all’apparizione dei di . Questa popolarità fece sì, che venne successivamente a cadere in una totale noncuranza dei dotti. Non pensarono essi, oppure non vollero pensare, che il Guerino è vera storia, storia per ciò che riguarda la lingua e quello che io chiamerei filosofia dei tempi, nata dall’influsso del cristianesimo. Il Guerino possiede in massimo grado il merito dell’originalità, come tutti i romanzi esposti in verso o in prosa dal secolo duodecimo in poi, che si riferiscono a nazioni ed origini diverse. La troppa semplicità di stile lo renderà troppo rozzo ad alcuni, il predominio dello spirito guerriero troppo feroce, l’uno e l’altra frutto d’una società che veniva a poco a poco divincolandosi dalle catene dell’ignoranza e della barbarie. — L’eroe di Mongrana percorre il mondo da un polo all’altro, sempre in guerra coi Turchi e coi Saraceni nemici della fede, facendo inaudite prove di gagliardia e di bravura nelle avventure più pericolose, per vendicare i torti fatti alla virtù, alla fede, all’onore. Uccide gli uomini a migliaja, e li costringe a divenire cristiani per forza. La Cavalleria si sostiene sulla forza fisica che precede la forza morale nella storia d’ogni umano incivilimento, nell’istesso modo che la forma prevale sullo spirito alla dura intelligenza dei popoli nascenti. Di là quel cristianesimo rozzo, materiale e tante volte crudele avvolto in tulle quelle superstizioni, che si radicarono nelle credenze del popolo, e diedero vita a quella mitologia, a cui s’ispirarono i poeti che determinano l’epopea favolosa del medio evo. Un fatto importante nella storia della Cavalleria è l’amore della donna. Fu il primo passo al dirozzamento; la donna temperò la ferocia di quegli animi che non viveano che di furti e di carnificine, e cominciò ad ingentilire il loro cuore, suscitando il bisogno della scienza. Le Corti d’amore e i trovatori ne sono un principio degno d’osservazione. L’amore nel medio evo diede una spinta alla società fino allora sconosciuta. Lo spirito del cristianesimo collegatosi alle tradizioni degli antichi Alemanni nella venerazione verso le donne, produsse un amore nuovo di forma e di principii. Non è più l’amore cieco e bendato degli antichi che si addormenti nel seno d’una Venere che non ha altra idea che la voluttà. È un amore che ci apprende l’umanità, il valore, l’eroismo e tutto quanto v’ha di bello e di sublime, e nella donna ci offre una cosa divina che muove all’omaggio ed alla venerazione trasportandoci passo passo fino all’idea dell’infinito. La sola Maria nobilita romanzescamente tutte le donne; una Venere non può essere che bella, mentre una Madonna è romantica, diceva un autore tedesco. Io senza entrare nella questione del classico e del romantico, dirò solo che il nuovo amore rivelò una grande perfezione — l’impero che la donna esercita sulla natura fino ad essere la mediatrice fra l’uomo e Dio, mediazione che è pressochè sinonimo di provvidenza.

Il Guerino ha tutto per cui possa convenientemente appellarsi il romanzo storico del medio evo. I costumi, ingenuità e fervore di fede, lealtà, ardire, ambizione, omaggio e difesa delle donne, finalmente amore agli avvenimenti straordinari e smania di segnalarsi con atti prodigiosi, tutto ciò insomma che concorre a stabilire il carattere di quei cavalieri sono mirabilmente ritratti, insieme all’ostinazione, alla durezza e all’ignoranza. E ti spiegano nella forma come nei principj la storia progressiva di una novella rigenerazione, sortita dai bisogni impellenti del cristianesimo. La spada del cavaliere era tanto forte allora quanto molti secoli dopo fu potente la penna del filosofo.

Tutto ciò basterebbe perchè il Guerino fosse tenuto nel conto in cui si debbono avere tutti i libri che riguardano la storia dei tempi, senza che fosse d’uopo ricorrere ad altre ragioni per renderlo accetto all’occhio degli schifiltosi. Alcuni dissero e provarono che vi attinse in parte l’idea della sua . So che immagini del volgo e non inventate da Dante erano le bolgie infernali e le varie maniere dei supplizj che in esse provano i condannati, e che più che qualunque libro avea davanti agli occhi le credenze del popolo d’allora, ove attignere le idee e gran parte delle sue creazioni; ma chi sa che non siasi anche dato a percorrere tutto ciò che di più strano e di più maraviglioso si scriveva nei romanzi e rappresentavasi sui teatri, per formarne poi quell'insieme che dovea riuscire sì perfetto e sì grande? Troviamo nel Guerino, fra le altre cose il Pozzo di san Patrizio, che può benissimo aver somministrato a Dante un’idea almeno dell’Inferno. — Quando Guerino giugne in Irlanda, passa di là all’Isola di san Patrizio detta l’Isola Santa o l’Isola dell’Oro. In un bosco nel mezzo dell’isola trova un monistero di frati, il priore dei quali gli racconta la storia di san Patrizio, il primo a trovare siffatto luogo; e dopo averlo fatto stare in chiesa a digiunare per nove mesi, lo mette per la via del purgatorio, dove appena giunto

Una turba di demoni lo trasporta quindi sopra una gran vallata di ardentissime fiamme, le quali cominciavano ad abbruciarlo, per cui avendo egli proferito il nome di Cristo, ne venne subito liberato e posto in una terra a canto di una valle dove udivasi cantare il Miserere. Domandò Guerino a quella turba di demoni di quelle anime che mandavano sangue da tutte le parti, a cui rispose un demonio ch’essi furono accidiosi nel mondo, ma che poi pentiti dei loro peccati sono essi dannati a stare in quel luogo fin che ne sieno del tutto purgati. I demoni lo rapirono portandolo per aria e tenendolo sospeso fra il fuoco e lo zolfo, le tenebre e i lampi, e vide sotto di sè languire molte anime infuocate col ventre aperto, perchè furono invidiose. In un lago di draghi trovò i superbi, dove parlò col superbo capitano Lamberto di Pavia. Vide i golosi in una oscurissima valle piena di sterco e puzza; indi tragettato in un altro vallone, catene e ruote armate di rasoi e girate continuamente che minuzzavano in mille frantumi le anime degli eretici pentiti, le quali ritornavano poi intere per passar nuovamente sotto al loro tormento. I lussuriosi erano fra i tuoni, i venti, le tempeste, i lampi e il fuoco; in un mar d’acqua bollente gli avari, e in un gran piano, dal cui fesso terreno usciron puzzolenti fiamme, gl’iracondi. Dopo ciò Guerino vien gettato dentro un tempestoso pozzo, e trovasi in un piano che gira intorno ad un lago di ghiacci, nel mezzo del quale stanno mille anime confitte chi fino al mento, chi con tutto il corpo, chi solo le gambe, e chi tutte fuori coi soli piedi confitti —

Quei dannati bestemmiavano gli elementi, Dio, i santi e l’uman seme; mirò le sterminate membra di Satanasso, che si vedeva dal bellico in su fuori del ghiac- cio. Satanasso aveva in mezzo al corpo una gran bocca circondata da ispidi peli di diverso colore. Avea sei ale di color nero, tinte di macchie rosse e gialle, le quali mena continuamente per volare e volare non può mai, allargandosi come finte vele di navi. Ha sette corna sulla testa, tre faccie, tre bocche grandissime, dalle quali escono lunghe zanne; ed ogni bocca tiene un’anima tra le mascelle. Un volto è di color nero, un altro giallo e nero e il terzo tutto giallo. Intorno al collo avea avvolti sette serpenti, e un altro gran serpente lo cingeva con sette corna sulla testa, collo scaglion dipinto di varie macchie, di vista spaventevole, e che dalla gran bocca manda fuori un alito tinto d’ogni veleno che divora le vite. Intorno a Satanasso sta la calca dei demoni che tengono fra gli unghioni le anime disperate o fitte nel duro ghiaccio. — Guerino rapito da altri demoni viene nel cerchio degli adulatori, tagliati a pezzi e dati a divorare a crudelissime fiere; passò in un vallone pieno di terribili serpenti che tenevano fra gli unghioni e tra i denti i ladri e gli assassini; indi in un gran lago di fuoco ove sono dannati gli avari. Così passando dal terzo fino al settimo cerchio osservò i diversi patimenti delle anime dannate secondo i loro peccati, come le anime degl’iniqui giudici, dei ruffiani, de’ sodomiti, de’ tiranni, i tormenti di Maometto e le pene de’ Romani e dei Greci. Finalmente levato in aria, i demoni lo trasportarono in un prato pieno di gionchi sulla riva di un grandissimo fiume, al di là del quale erano molti spiriti buoni in bianche vesti, che cantavano le divine lodi. Passò un sottil ponte di vetro che si fece in un istante largo e saldo qual adamante; due vecchi venerandi lo lavarono nel fiume dichiarandogli d’essere purgato da tutti i peccati, i quali erano Enoc ed Elia, e lo guidarono in un luogo bellissimo vicino al paradiso terrestre, di cui vide i torrioni pieni di gemme, e il muro intorno di massiccio rubino. Gli fu aperta la porta del paradiso, e potè scorgere in parte la divina essenza, le angeliche squadre passate in rivista dallo imperador de’ cieli. Serrata la porta, i due profeti lo condussero in un piano, nel cui mezzo era la chiesa, dalla quale Guerino era disceso nel Pozzo di san Patrizio. Riceve dai monaci la benedizione. Manifesta il desiderio di sapere de’ suoi genitori, ed uno di essi l’assicura che sono vivi, ma che dirgli non può dove, però gli fa comparire davanti le loro effigie, che spariscono senza rispondere. Parte finalmente e va in Italia a Roma da papa Benedetto a dargli relazione del tutto, siccome aveva promesso.

Questa breve digressione, tolta dal poema di e riprodotta dal chiarissimo nella sua storia dei romanzi della Cavalleria, servirà non tanto a riempiere una lacuna che offrono tutte le edizioni in prosa da me riscontrate intorno al Pozzo di san Patrizio; quanto a mostrare che non poca luce potè derivarne dal sommo Alighieri nella tessitura della Divina Commedia.

Il Guerino è la storia dei fatti che marcano d’un’impronta indelebile il medio evo. Ne trovi la politica, la religione, le costumanze e la stessa scienza; ed io sono d’avviso che moltissima luce si diffonderebbe intorno alla filosofia di quest’epoca importante, guardata finora nel suo tristo lato delle insanguinate fazioni, che vennero a deturpare l’arte del secolo decimonono, senza essere considerata bene addentro nelle ragioni potenti della sua progressione, se non si avesse a sdegno di gettare uno sguardo sopra tutta questa sorta di romanzi, che sono l’espressione viva di un popolo.

A queste brevi osservazioni, che ho voluto accennare per incidenza, parlando del Guerino, mi trasse il pensiero di mostrare come non debbasi stimare affatto inutile la riproduzione delle opere degli antichi scrittori, e per ciò che all’Italia risguarda, credo che la nostra letteratura riceverebbe una spinta incredibile, rendendo universali i primi autori che scrissero in prosa od in versi, fecero il romanzo o la commedia della società.

Per quanto spetta al Guerino, spero d’averlo tolto almeno da quell’abbiezione in cui lo si era da tanti secoli dimenticato; quantunque la difficoltà di un’esatta correzione riuscisse pressochè insormontabile senza mezzi per consultare le biblioteche straniere pubbliche o private, nè le due numerose di Milano somministrando un’edizione conveniente, a cui ricorrere pel confronto. Perciò dovetti contentarmi di presentarlo come meglio poteva, dividendolo più ordinatamente in capitoli che in libri, e aggiungendo alcuna parola del mio per unire un senso coll’altro; per lo che saranno trascorse, lo confesso, alcune parole che non si troveranno nel vocabolario del trecento, del che gli adoratori della forma che in Italia sempre furono molti, me ne faranno gran carico; lascio al buon senno la mia discolpa. Aggiungi che il romanzo incomincia per una genealogia che dovea essere argomento d’un’annotazione; che ho pensato di introdurne alcuna per maggiore dilucidazione dell’opera, e vantaggio di chi legge. Lo dico perchè al nome del Guerino arriccieranno il muso i grandi dotti, nè formerà l’occupazione come al solito che dei fanciulli e delle donnicciuole; a costoro credo di poter riuscire utile in qualche cosa, e me ne vanto. Saranno incorsi alcuni errori, per incuria mia o degli stampatori come Tessaglia in vece di Farsaglia, e nelle molteplici cose di geografia. Ma questi ultimi che sarebbero in numero maggiore, sono piuttosto errori de’ tempi d’ignoranza in cui fu scritto il libro, nè da correggersi. Molte cose ho poi anche tralasciate, e per le troppe ripetizioni, e per una nojosa lungaggine priva d’interesse; massime verso la fine, in cui l’azione dee procedere più viva ed animata. Non ostante questi leggieri difetti, che ho voluto notare coscienzio- samente, dai quali sarebbesi anche potuto salvare se queste opere per fascicoli e, quello di cui si dovrebbe tenere gran conto in Italia nel giudizio degli uomini, il bisogno di far presto e di far molto, non togliessero tante volte il tempo di pensare le cose, spero di aver fatto buon’opera e non affatto inutile alla nostra letteratura. E gl’Italiani me ne sapranno buon grado, perchè rivendicare il merito altrui è sempre merito a sè stesso, massime quando si affatica nel campo spinoso delle lettere, per quel poco che si può, in bene della patria.

Capitolo I

CAPITOLO I.

Genealogia e nascimento di Guerino cognominato il Meschino.

uesta è l’antichissima origine di Guerino detto il Meschino secondo la famosa genealogia dei Reali di Francia.

L’imperatore Massimiliano generò Giovanni cavalier del Leone della casa del re Artù e compagno della Tavola Rotonda. Il cavalier del Leone ebbe da Elena in Inghilterra Costantino il Grande imperatore d’oriente ed occidente. Costantino il Grande generò Costanzo II, detto al battesimo Fiovo. Fiovo generò Fiorello

da cui uscì la casa di Francia, e Fiore, d’onde quella di Dardena o Darbena. Fiore ebbe tre figliuoli da Florinda, figlia del re di Dardena, Lione, Lionello e Uliana. Fiorello all’incontro generò Fioravante. Fioravante generò Ottaviano del Leone e Giberto Fier-Visaggio. Ottaviano del Leone generò Boveto. Boveto generò Guido d’Antona cognominato il Meschino. Guido d’Antona generò Buovo d’Antona. Buovo d’Antona generò due gemelli, Guidone e Sinibaldo, e quindi Guglielmo, che fu poi re d’Inghilterra. Giberto Fier-Visaggio generò Costantino Angelo. Costantino Angelo generò Pipino, che menò in moglie Berta del-gran-piè, figliuola a Filippo re d’Ungheria, la quale lo fece pur padre di Carlomagno, e successivamente di Berta II, madre del celebre Orlando.

Si è veduto come Buovo d’Antona discenda da Costantino nel grado istesso che Pipino. Egli ebbe due figliuoli nati ad un parto, Guidone, da cui venne Bernardo, stipite della casa di Chiaramonte, illustre per l’eroismo d’un Orlando e di un Rinaldo, e Sinibaldo. È da questo Sinibaldo, il quale aveva tolta in isposa una stretta parente di sua madre Drusiana, che nacque Guerino di Borgogna cognominato l’Aquilone, e fiero nemico di Carlomagno. Questo Guerino è il capo della gran casa di Mongrana.

Guerino l’Aquilone generò Gerardo della Fratta, Bernardo di Dremondes e Milles Alemanno. Gerardo generò Rinieri, che fu padre del marchese Olivieri e di donna Alda maritata a Orlando, Arnaldo duca d’Aquitania, Guiscardo, che fu re di Puglia e di Napoli, e Milone di Taranto. Milone ebbe da Fenisia Guerino di Durazzo principe di Taranto, detto il Meschino non tanto per le avventure della sua giovinezza, quanto per aver uno de’ suoi maggiori avuto lo stesso soprannome.

Molti furono i valorosi eroi usciti della casa di Mongrana, de’ quali vanno assai celebrate le alte imprese del cavalier Milles e di Amis, che riportarono insigni vittorie sì in guerra che in cavalleria; ma furono le glorie soprattutto, ed i fatti preclari co’ quali il Guerin Meschino si acquistò nome, che illustrarono questa eletta stirpe di antichi eroi, e di cui lo splendore cercasi invano di offuscare davanti ai superbi campioni della casa di Francia e di Dardena, grande per le maraviglie di Carlomagno, e di quell’altra di Chiaramonte. Il Guerin Meschino di Mongrana starà forse male a fronte di un Orlando o di qualunque altro più vantato eroe delle storie insigni della cavalleria? Fosse buona la mia musa chè n’uscirebbe un’opera grande, un’opera piena di mille contrarie e diverse passioni, di dolori crudeli e di purissime gioie, d’insuperabili cortesie e di lunghi esilii e sventure, di invitte e mirabili prove di virtù, di amore e di fede, un’opera piena di affetti e di forti commozioni alle anime gentili!

Carlomagno re di Francia e figliuolo di Pipino, essendo stato negli anni del nostro signore Gesù Cristo eletto imperatore d’occidente, promise di non portar corona dell’imperio, se prima non acquistava il cammino di San Giacomo apostolo di Galizia. Quindi aspettava il tempo di compiere questo voto, conciossiachè avesse egli concepita tanta venerazione per San Jacopo di Compostella dopo la visione descritta nell’antica leggenda di Turpino, che alla seconda sede apostolica dopo San Pietro di Roma e prima di San Giovanni di Efeso venne quella chiesa da lui innalzata. In questo mezzo gli Africani passarono in Italia invadendo il reame di Puglia e di Calabria, e prendendolo quasi tutto verso la marina cominciando da Risa, terra posta sul Faro di Messina. Correvano qua e là guastando città e campagne, le persone uccidendo, e facendo ad ogni mal modo la guerra, quando Carlomagno re di Francia si mosse con tutti i Cristiani d’Europa, e passarono in Italia contro gli Affricani. In questa spedizione fuvvi il duca di Borgogna, nemicissimo a Carlo, e nominato Gerardo di Fiandra, il detto da Fratta, con quattro figliuoli e due nipoti. I quattro figliuoli erano i sopraddetti Riniero o Ranieri, Arnaldo, Guiscardo e Milone. I primi due Gerardo fece cavalieri in Borgogna, e i due ultimi furono da Carlomagno fatti cavalieri in Aspramonte. Gli Affricani aveano morti tutti i signori di Puglia, di Calabria, e del principato di Taranto, per la qual cosa venuti con essi a battaglia i Cristiani, ne fecero la più terribile vendetta menando a ferro e fuoco tutto l’esercito degli Infedeli. Poichè furon vinti gli Affricani, morto il re Agolante, che era il maggiore dell’oste loro, e morto il suo figliuolo Almonte colla maggior parte dei re che vennero con loro, il re Carlo ritornossene in Francia vittorioso. Ivi appena giunto ebbe a soffrire un’asprissima guerra con Gerardo, nella quale perdette molti nobili signori, fra’ quali don Chiaro e don Buoso nipoti di Gerardo, Balante Veraquino e Roccetto vassallo di Grifon di Parigi con moltissimi altri. Morto Gerardo, Carlomagno mandò al governo di Napoli, liberata dai Mori, i due figliuoli di lui Guiscardo e Milone. Quelli del regno li ricevettero con gran festa, ed incoronarono Guiscardo a re di Puglia, e Milone a principe di Taranto, del quale nacque poi il Meschino, alla cui istoria è consacrato questo libro.

Questi due fratelli governarono in pace cinque anni, molto amati nel loro regime dai sudditi loro; ma l’ambizione e l’invidia li cominciò poi a tentare di maggior signoria.

Essendo Milone principe di Taranto, voltò l’animo a Durazzo in Albania, conciossiachè avesse inteso che colà regnavano due fratelli turchi, l’uno chiamato Napar, e Madar l’altro, non molto possenti di gente, e che avevano essi una sorella nominata Fenisia, fi la quale era tenuta per la più bella e vaghissima donzella che in quel tempo fosse al mondo, e di cui erasi egli innamorato in secreto per la gran fama delle sue bellezze. Fu questa la principal cagione che mosse Milone contro gli Albanesi, e sott’ombra di questo stesso amore indusse l’animo del re Guiscardo suo fratello a seguirlo nelle sue intraprese. Perciò partitosi Milone da Taranto andò a Napoli per gente da Guiscardo, e giunto a lui disse l’animo suo.

«Carissimo fratello, disse Milone a Guiscardo, tu sai che gli altri nostri fratelli sono signori di tutto il nostro patrimonio di Borgogna, e noi per grazia di Dio siamo signori di questa parte d’Italia come dataci da Carlomagno, che Dio lo mantenga, e non acquistata dalle nostre forze e virtù, siccome acquistato hanno i nostri antichi. Di noi non sarà fatta alcuna menzione per non aver nulla conquistato. Onde io per tuo e mio onore ho pensato, che con poca fatica noi possiamo acquistar l’Albania, cominciando da Durazzo, isola del mare Adriatico dirimpetto a Brindisi. Ed io in persona vi andrò colla mia gente e con quella che tu mi darai, menando meco il nostro capitano di guerra Lamberto di Pavia, il quale è molto intendente di guerra». A cui il re Guiscardo rispose: «Carissimo fratello, molto mi sarebbe grato di accrescere la nostra fama e signoria; ma la temenza della tua persona mi fa impaurire di non ti perdere. Il principio delle guerre è leggero, il fine è grave e dubbioso. E come noi muoveremo guerra agli Albanesi, è da credere che i Turchi, i Croati, e parte degli Slavi, saranno subito contra noi, e la loro potenza sai tu esser grande». A cui disse: «Io ho già spiato abbastanza come sia l’Albania, e andando a Durazzo sono sicuro di pigliarla in poco tempo». E tanto disse e fece, che condusse Guiscardo al suo volere, di dargli, cioè, licenza di far guerra ai Turchi ed agli Albanesi col soccorso di quattromila cavalieri e cinquemila pedoni.

Milone trasse dalle sue terre altrettanti cavalieri e pedoni, e partitosi con questa gente, passò sopra gli Albani, ed assalì Durazzo con asprissima guerra. Prese due castelli nella prima scorreria, uno chiamavasi Fars, e l’altro Trapal, i quali lasciati forniti di gente e di vettovaglie, si appressò verso Durazzo, andando con tutta l’oste qua e là scorazzando e prendendo tutto il paese. I due fratelli intendendo come era perduto Trapal e tutte le altre terre, ebbero paura. Avuto inoltre sentore come i nemici venissero a Durazzo, Napar mandò tosto un messo al fratello Madar pregandolo di soccorso. Nel mentre apparecchiatosi con assai gente da cavallo e da piedi, uscì di Durazzo, e venne contra Milone con una forza di ventimila tra cavalieri e pedoni. Ed un campo appressatosi all’altro, si ordinarono d’entrambi le schiere, preparandosi ciascuno alla battaglia.

Milone fece due schiere del suo esercito. La prima forte di tremila cavalieri e quattromila fanti condusse Lamberto di Pavia. La seconda con cinquemila cavalieri e quattromila fanti, comandò lo stesso Milone. Anche Napar divise in due ale i suoi combattenti, dando il comando della prima, fornita di diecimila tra da cavallo e da piedi ad un Albanese nominato Tiberto, il quale avea una folta e lunghissima capigliatura, ed era sì barbuto, che poco del volto se gli vedea. Grande e grosso della persona oltremisura, portava un cappello di ferro in testa, ed in mano una mazza ferrata, per spada soleva adoperare una scimitarra, ed andava sempre a piedi alla battaglia. L’altra schiera condusse Napar. Queste due schiere nell’appressarsi ch’e’ facevano al campo nemico, mandavano grandi strida, armati e gli uni e gli altri di diverse armi e di mille diversi strumenti da guerra, gli Albani ad usanza de’ Turchi, e all’usanza italiana i Cristiani. Gli Albani aveano poche bandiere, ed a vederli venire pareano gente selvatica, con poco ordine e con gran grido. Il poco ordine è cagione molte volte di dar la vittoria nelle mani al nemico, e far perdere la battaglia. Per questo i Romani anticamente facevano più onore a colui che con ordine avea combattuto, e perduto, che a colui che disordinatamente aveva combattuto e vinto, usando essi dire che buono provvedimento rare volte dovea perdere; mentre all’incontro doveva succedere più facilmente lo sconvolgimento e la rovina.

Appressandosi l’una gente all’altra, incominciarono la battaglia. Tiberto entrò primo nel campo gridando come toro selvatico. Alle quali grida ferocissime i Cristiani si sbigottirono alquanto, e si sarebbero certamente ritirati dal combattere, se Lamberto, prode e valoroso capitano, affaticato non si fosse di farli star saldi alla battaglia, confortando ciascuno con parole piene di entusiasmo e con grandi speranze di gloria. Presa poi una lancia, e con alquanti de’ suoi a cavallo, corse furiosamente dove era Tiberto, il quale molti Cristiani colla mazza ferrata uccidea. Lamberto lo ferì della lancia nel petto e con un colpo sì vibrato che la si ruppe. Tiberto a sua volta, quantunque grondasse sangue dalla larga ferita, diede della mazza sulla testa del cavallo di Lamberto, cosicchè gli cadde morto sotto. Lamberto fu presto a levarsi in piedi, e gettato lo scudo a terra, prese a due mani la spada, investendo il nemico con quanto più potè di furore. Tiberto, il quale si difendeva con molta bravura, giunse a spezzare colla mazza l’elmo a Lamberto e tutte le ossa del capo. Estenuati di forze caddero ad un tratto ambidue morti a terra.

La fiera novella della morte dei primi due capi passò rapidamente per tutte le file de’ due eserciti, per tutto si levò gran rumore, gli animi dei combattenti s’invilirono, e si sbandarono le schiere; ma la peggio toccò a quelli di Durazzo, i quali si mossero a fuggire prestamente. Tuttavia Napar giunse ancora in tempo colla sua schiera da mettere in volta la prima schiera de’ Cristiani, la quale per la morte di Lamberto era senza duce. Milone vedendo fuggire la sua gente, senza nulla perdersi di animo entrò nel mezzo della mischia, ed operò tanto saviamente, che portò la divisione nelle file de’ coraggiosi Albanesi, riordinò i suoi che fuggivano, e non stette molto che pervenne a guadagnare il campo del nemico costringendolo ad una precipitosa fuga.

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