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Indice
Alla Reale Accademia della Crusca
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ct A voi illustri e valorosi Accademici, intitolo questa mia edizione delle Lettere edite e inedite di Giovan Batista Gelli sopra la ; e sommamente vi ringrazio di avermene data facoltà. Per doppio titolo queste Letture son cosa vostra. Sono primieramente cosa vostra, perchè furono fatte all’Accademia Fiorentina, della quale egli fu il XV Consolo, e che stando a ciò che si afferma dallo nella sua Breve storia, può considerarsi come precursora e progenitrice dell’Accademia vostra. E queste Lettere sono eziandio cosa vostra, perchè Giovan Batista Gelli va giustamente annoverato tra i più eleganti scrittori dello elegantissimo secolo di ; e le opere sue, modello di lingua pura e di forbito stile, sono allegate per testo nel vostro Vocabolario, del quale state ora facendo la quinta impressione, e la conducete con tanta diligenza e copia di pazienti ricerche da non temere il confronto con alcuno de’ lavori che, simili a questo vostro, si fecero dalle più reputate Accademie straniere. Specialmente poi vi sono allegate le sue Letture Dantesche, già stampate dal Torrentino in dieci volumi, ma oggi divenute una rarità bibliografica. Nè le altre, rimaste sin qui inedite, e che ora per la prima volta si metteno in luce, sono di minor merito, se forse non sono di
maggiore, siccome quelle che furono composte dall’autore nell’età sua più matura, quando gli era cresciuta cogli anni la dottrina e la perizia nell’arte.
Non istarò qui a ritessere la vita di Giovan Batista Gelli, avendola già narrata il nei , e il professor nella raccolta, ch’egli pubblicò nel 1855, di alcune opere del tanto rinomato suo omonimo in un volume della Biblioteca nazionale di Felice Lemonnier. Ma solo farò a quest’ultimo scritto due lievi aggiunte; l’una delle quali si riferisce alla Bibliografia, ivi esposta a pag. XXIX; e l’altra, all’antica e sempre disputata questione della lingua. Oltre ai libri stampati, che si citano dal prof. Agenore, fu dal ricordato un volgarizzamento che Giovan Batista Gelli aveva fatto degli Apoftemmi di . E Salvino Salvini dice alla sua volta, che nella libreria de’ manoscritti Strozzi (cod. 952) erano le Vite dei pittori, lavoro originale di esso Giovan Batista Gelli, dedicato con una erudita lettera proemiale al suo amico Francesco di Sandro; e nomina a uno a uno gli artisti, de’ quali si leggevano in quel codice compendiate le biografie. A me non riuscì di avere altre notizie di quel volgarizzamento e di queste Vite; ma qui ne feci memoria, sperando che altri più fortunato ne possa fare la scoperta. Vi è pure una commedia, col titolo di Polifilo, stampata dai Giunti nel 1546 senza nome di autore, e dedicata a Benedetto Busini, la quale da alcuni critici si giudica esser cosa del nostro Gelli; e sopra di ciò possono consultarsi il e lo .
Quanto alla lingua, si sa che Giovan Batista Gelli fu col e col tra i sostenitori più strenui della opinione che alla lingua nostra non altro nome abbiasi a dare, che di fiorentina. E a chi gli opponeva l’autorità di , il quale nei libri De vulgari eloquio la mostrava ita- liana (autorità ch’è massima per tutti, e per il Gelli era suprema), non rispondeva come da alcuni si fede ai nostri giorni, cercando di recare ad altro senso le parole e le dottrine di Dante chiarissimo, e adoperandovi certi cavilli,
Ma fortemente convinto della sua tesi, e parendogli impossibile che Dante avesse mai tenuta e difesa la contraria sentenza, negava a dirittura che quei libri fossero di Dante; e diceva (come può vedersi nella dodicesima delle presenti Lettere, e nel Dialogo intorno alla lingua indirizzato a ) le ragioni per le quali egli li credeva apocrifi, e schieravasi tra coloro che avevano giudicato non altro essere quei libri, che una invenzione o una impostura di . Recentemente ancora la medesima tesi fu sostenuta con sottili argomenti e con molta pertinacia da . Essa però dopo le vittoriose dimostrazioni datesi dal March. Gian Giacomo Trivulzio e da , è una opinione definitivamente condannata. Se non che, a ben considerare, la differenza tra il volgare illustre di Dante e il parlar fiorentino del Gelli è cosa tenue, che quasi non può dirsi differenza. Giacchè il fiorentino, che Dante vitupera, non è quello che si usa dalle persone educate e colte, ma quello ch’esce di bocca alla plebe. E similmente il linguaggio de’ piazzaiuoli, ma il linguaggio delle classi più elevate. Così il Gelli dal canto suo, nel portare alle stelle il parlare fiorentino non intende, come oggi da certi novatori si vorrebbe, il parlare de’ trivii, ma il parlare delle civili o costumate conversazioni. Nel sopra detto Dialogo intorno alla lingua egli mette il parlar fiorentino a paro col parlare di e di ; ma espressamente dichiara che questa lode non ad altri si conveniva che ai veri e nobili cittadini di Firenze, «i quali per la loro grandezza hanno avuto il più del tempo a trattare di cose gravi, e a mescolarsi poco col volgo; e massimamente quando essi parlatori hanno atteso alle lettere, esercitandosi negli studj.» E anche più chiaramente nelle presenti Lettere (Lett. V, lez. 3) dice che quando s’ha a imparare e pigliare una lingua, s’ha a imparare e pigliare «da quelli che la sanno e la parlan bene, che sono i primi e più nobili di quella patria della quale ella è, e non da’ plebei, che hanno una lingua bassa o vile, e da non farsene conto alcuno.» Ma posto ciò, mi sia lecito domandare, se e quale diversità corre, sulle labbra e sotto la penna di coloro che la sanno e parlano e scrivono bene, tra la lingua che si parla e scrive a Firenze, e la lingua che si parla e scrive a Napoli o a Milano; ossia, che torna allo stesso, tra il volgare illustre che piaceva a Dante, e il parlar fiorentino che piaceva a Giovan Batista Gelli. La qual dottrina del volgare illustre o del nobile fiorentino fu riepilogata con gran brevità e non minore efficacia da Giuseppe Tebaldi là dove notò che Dante, nato fiorentino, scrisse italiano, al modo medesimo che aveva saputo farsi non ionio, ma greco scrittore.
Per me credo che fosse nel vero il mio ottimo e da tutti compianto amico ; il quale diceva che la lingua e nazionalità sono due concetti che non si possono vicendevolmente disgiungere, poichè non potrà mai dirsi che appartengano alla medesima nazione due popoli dai quali si parli e si scriva una lingua diversa. Varii certamente sono i modi e le forme, con cui ciascuna lingua si estrinseca nelle varie parti del paese, e nei varii ordini delle persone; ma questa pluralità di dialetti e di vernacoli è condizione comune a tutte le lingue del mondo. Sono modalità secondarie e accidentali; o si riducono poi al nulla, o poco meno che al nulla, per coloro che sanno la propria lingua, e l’hanno imparata, e la parlano e scrivono bene, come la scrisse al tempo suo il Gelli fiorentino, e come la scrissero al tempo nostro il e il , non fiorentini nè l’uno nè l’altro. E di mano in mano che si stringe e si fortifica la unità nazionale, vanno pur facendosi minori le anomalie dei dialetti, come si è visto in Francia e in Ispagna, dopo che di parecchi regni vi si formò un regno solo, e come vediamo anche in Italia dopo il 1860. Imperocchè ella è cosa affatto naturale, che unificandosi il linguaggio delle grandi assemblee e de’ grandi poteri dello Stato, il linguaggio degli ufficii governativi, il linguaggio dei dazii, delle dogane e delle altre gravezze, il linguaggio de’ magistrati giudiziarii, il linguaggio della milizia di terra o di mare, il linguaggio de’ traffichi e delle misure e de’ pesi, e così discorrendo; è naturale, io dico, che unificandosi questi linguaggi, venga meno la moltiplicità delle antiche nomenclature, come è naturale che crescendo tra gli uomini le comunicazioni e i contatti, sempre più si facciano tra loro somiglianti le maniere di esprimersi. Ma sieno quali si vogliano, o più o meno risentite, le varietà de’ vernacoli, se in Italia vi fu, vi è e vi sarà una nazione, vi fu, vi è e vi sarà parimante una lingua italiana. Il come poi questa lingua vogliasi chiamare, poco monta. In ogni caso mi pare evidente, che tanto vale il dir fiorentino la lingua che si parla e si scrive dagl’Italiani, quanto il dir parigina quella dei Francesi, madrilena quella degli Spagnuoli, berlinese quella de’ Tedeschi, londinese quella degl’Inglesi, e così ogni altra. ct Fa maraviglia a pensare quanto l’amore di Dante affini gl’ingegni, e dia loro forza e lena alle cose più ardue. Noi vediamo adesso un gondoliere veneto, rapito dalle bellezze della Divina Commedia, consecrare allo studio di essa le ore che ruba al sonno, o che gli rimangono tra l’uno e l’altro esercizio del suo faticoso mestiere; e tanto addentrarsi nel poema Dantesco da saperlo esporre in pubbliche adunanze tra gli applausi di numerosi ascoltatori, e darne anche per le stampe qualche sua interpretazione. E il secolo XVI vide un calzaiuolo fiorentino accendersi del suo Dante; e questa passione farsi in lui così viva, che per gustarlo maggiormente consumò sui libri, anche i più astrusi e difficili, il tempo che altri dedica al riposo e ai divertimenti; onde senza smettere l’arte aua acquistò fama, non solamente di gran letterato, ma eziandio di filosofo profondo. Questo calzajuolo fu il nostro Giovan Batista Gelli. Il quale ci narra egli stesso, che l’amore ch’egli portò sempre a Dante fu la prima e principal cagione che gli fece imparare quel tanto che seppe. Imperocchè solamente la brama d’intender gli alti e profondi concetti del suo divinissimo poeta lo messe, in quella età nella quale l’uomo è più dedito, che in alcun’altra, e inclinato ai piaceri, e nella professione ch’egli faceva, tanto diversa dalle lettere, a studiare la lingua latina, e di poi a spendere tutto il tempo, che poteva tòrre alle sue faccende, intorno alle scienze e alle buone arti; giudicando egli, che il volere intendere senza quelle il poema di Dante fosse come un voler volare senz’ali, o navigare senza bussola e senza timone. E con lui attendeva ai medesimi studii, ed ora eguale di età, Filippo del Migliore; il quale fu poi anch’egli due volte consolo dell’Accademia Fiorentina, e deputato dal Duca Cosimo a riordinare l’Ateneo Pisano. Onde a testimonianza di perfetta amicizia dedicò il Gelli a esso Del Migliore il suo volgarizzamento di di , fatto in versi sciolti sulla versione latina di . A proposito però di questo volgarizzamento correggerò un errore, nel quale è caduto il , credendolo «una delle prime fatiche letterarie» di Giovan Batista Gelli. Giacchè il medesimo Gelli, nel dedicare a Filippo Del Migliore il 1° di gennaio del 1558 un altro suo libro, cioè la quarta delle presenti Lettere, dice espressamente di non avergli sino a quel tempo ancora offerto alcuno de’ suoi lavori. La dedicatoria dell’Ecuba non può esser dunque se non posteriore al 1558, vale a dire a un tempo nel quale non solo il Gelli non era più alle sue «prime» fatiche letterarie, ma si andava appressando alle ultime.
Già fino dal 1541 tanta era la fama che il Gelli si era procacciata nelle lettere, che essendosi allora fondata l’Accademia Fiorentina, fu egli tra i primi suoi socii; e fu il primo a farvi una pubblica lezione, spiegando il passo del Paradiso Dantesco () che discorre della lingua primitiva del genere umano, o delle successive sue trasformazioni. La qual lezione, fatta da lui poco meno che all’improvviso in vece di Bartolommeo Panciatichi che n’era stato non so per qual cagione impedito, tanto piacque, e tanto favore incontrò, che , volendo pubblicare le migliori che nell’Accademia eransi udite intorno a Dante, la pose nel libro primo della sua raccolta, insime a quelle di Francesco Verini, di , di Pier Francesco Giambullari, di Giovan Batista da Cerreto e di . E nel nome e nello amore di Dante cominciò tra il Giambullari e il Gelli, elettissimi ingegni l’uno a l’altro, quella cordiale amicizia e comunanza di studii, onde avvenne che scrittosi dal Giambullari un intero commentario sopra la Divina Commedia, oggi per mala ventura perduto, lo donò al Gelli, che più volte e con molto onore lo cita in queste sue Letture. Ma della stampa, che il Doni aveva fatte nel 1547, poco fu soddisfatto il nostro autore, siccome quella che gli comparve monca e lacera. E perciò la ricorresse; e la mandò novamente a imprimere dal Torrentino nel 1549, intitolandola all’amico suo carissimo ; uomo anch’esso assai letterato, due volte Consolo all’Accademia Fiorentina, alla quale fece parecchie e dotte Letture, e scrittore di una commedia intitolata , recitata nel 1539 per le nozze del Duca Cosimo. Questa prima lezione del Gelli fu poi ristampata ancora dal medesimo Torrentino nel 1551 insieme a Tutte le lezioni di Giovan Batista Gelli fatte sino a quell’anno.
Nel 1543, essendo Consoli prima Francesco Guidetti e poscia Carlo Lenzoni, il Gelli fece un’altra Lettura Dantesca, in tre lezioni divisa. La diè quindi il luce nel 1548 coi tipi del Torrentino già nominato, intitolandola: Il Gello accademico Fiorentino sopra un luogo di Dante nel XVI Canto del Purgatorio: della creazione dell’anima razionale. E la offerse a esso Lenzoni, perchè gli portava grande affetto, e perchè a istanza di lui s’era indotto a farla, e gliene era venuto onore. E se voi per avventura (così al Lenzoni scriveva il Gelli) sentiste che qualcuno la biasimasse, piacciavi dir solamente a quelli tali, che prima discretamente considerino quale sia la professione mia, e poi giudichino a modo loro; perchè io, come persona occupatissima in esercizio diversissimo dalle lettere, non ho forse fatto poco a condurmi dove mi trovo. Il qual Lenzoni, vissuto nella prima metà del secolo XVI, fu pure appassionato di Dante; e in difesa di Dante e della lingua toscana scrisse un libro, assai stimato dai Dantisti, e diviso in tre giornate o tre dialoghi. Ma ne lasciò finiti due soltanto, poichè la morte gli’interruppe il lavoro; e del terzo non rimasero se non frammenti. Ne presero cura Pier Francesco Giambullari e Cosimo Bartoli, i quali insieme col Gelli erano interlocutori di quei dialoghi; e li pubblicarono nel 1556 colle stampe del sopra detto Torrentino, e con due dedicazioni, l’una del Bartoli al Duca Cosimo, e l’altra del Giambullari a . S’intende facilmente, nè a’ Bartoli io vorrò dar biasimo, che abbia voluto mettere il libro anche sotto la protezione del suo Signore. Ma prima di morire, non altro desiderio aveva il Lenzoni a’ suoi amici significato, che di veder l’opera sua venire in pubblico sotto il nome del gran Buonarroti. E bene era degno, e questo forse unicamente era degno, che al nome del divino Dante si accompagnasse il nome del divino artista, il quale dalla Commedia Dantesca aveva tolto il pensiero della maravigliosa sua pittura del Giudizio universale, e solo potè colla matita e col pennello arrivare tant’alto da non rimanere al di sotto del poeta.
Alcuni anni dopo lesse nuovamente il Gelli all’Accademia intorno a Dante; e questa volta fu nel 1551 sotto il consolato del Senatore Bernardo Canigiani, nobilissimo e virtuosissimo uomo, amico di e di . Del quale Canigiani io faccio qui speciale ricordo; perchè egli con , con Bastiano De Rossi e con altri valent’uomini fu tra i primi fondatori della vostra Accademia della Crusca, prendendovi il nome di Gramolato. In questa sua Lettura il Gelli spiegò alcuni terzetti del , discorrendovi del libero arbitrio; ed è l’ultima delle lezioni che si raccolsero nel già citato volume Torrentiniano del 1551. ct La universale approvazione data a queste Letture accademiche, e il grido in cui erano venute, mosse il Duca Cosimo a ordinarle in modo stabile. E così nel 1553 furono con l’autorità di questo Principe e per voto dell’Accademia deputati, a esporre il , e Giovan Batista Gelli a interpretare il poema di Dante. Da questo punto incomincia una serie di corsi, fatti regolarmente dal Gelli all’Accademia nei giorni di domenica intorno alla Divina Commedia col proposito di spiegarla tutta dal principio alla fine. Ciascun corso prende il nome di Lettura; e si divide in un numero ora maggiore e ora minore di lezioni, secondo ch’ebbe maggiore o minore durata. Vi sono però alcune di queste Letture, dove ale lezioni va innanzi una orazione che serve di preludio. Tale è la prima Lettura, che incomincia appunto con una orazione, in cui si dimostra come Dante sia arrivato agli ultimi confini della eccellenza e della perfezione, non solamente come poeta, ma eziandio come filosofo e come scienziato. E vi tengon dietro dodici lezioni, due delle quali sono di prolegomeni, e le altre precedono nella spiegazione dello Inferno fino al v. 75 del . Questa Lettura si fece sul finire dell’anno 1553 e sul cominciare del 1554, ossia negli ultimi mesi del consolato di Guido Guidi, medico e filosofo di gran nome, e nei primi del consolato di Agnolo Borghini, fratello di Monsignor Vincenzo, e letterato anch’egli di non piccolo conto. Essa fu stampata due volte; una a Firenze dal Sermartelli nello stesso anno 1554, e un’altra dal Torrentino nel 1562; con questa differenza però tra l’una e l’al- tra, che nella seconda fu omesso un brano assai vivo della dedicatoria, dove il Gelli parlando della stima che si fa degli uomini dotti e virtuosi nelle Corti de’ principi, aveva distinti i principi secolari dagli spirituali; e di questi con poco rispetto aveva affermato, che la maggior parte «avendo per fine principale il convertire prodigamente in uso e comodo proprio tutto quello che arebbe a servire, parte al culto divino, parte ad essi, e parte al sovvenimento di quei popoli d’onde ei lo traggono, allora cura non tengono, nè fanno altrimenti stima alcuna de’ litterati e degli amatori delle virtù, che il tenergli per servidori, non per affezione ch’e’ portino a quegli, ma solo perchè e’ pensano che lo averne per le loro Corti arrechi loro o lode e onore.» Onde protestava che contento del pane che gli veniva dalle fatiche delle sue mani, non aveva mai voluto «non che servirgli, ma nè corteggiarli pure.» Questa invettiva, la quale in modo chiarissimo andava a ferire la Corte Romana, e che ha riscontro in varii altri luoghi delle opere Gelliane; e più specialmente là dove si parla delle pene degli avari, e dove si descrive la statua del vecchio che volge le spalle a Damiata e il viso a Roma, questa invettiva, io dico, fu intieramente soppressa nella edizione del 1562. E non è senza notevole significato la coincidenza di tal soppressione con un altro fatto, riferito da Agenore Gelli nella vita del nostro autore, cioè che appunto nel 1562, per ordine del Concilio di Trento, e per giudizio di Monsignor Beccadelli e del Vescovo di Lerida, furono posti all’indice de’ libri proibiti i Capricci del Bottaio, che il Gelli aveva scritti e mandati a stampa da circa venti anni, e de’ quali si erano fatte tra il 1546 e il 1551 ben cinque edizioni. Addolorato per questa condanna, scrisse il Gelli a Monsignor Beccadelli e al Vescovo di Lerida una lettera che ha la data del 9 di maggio 1562, ed è tra le pubblicate dal prof. Agenore (pag. 431), pregandoli che lo avvertissero di quelle cose che nei Capricci fossero da emendare, e subito le avrebbe emendate senza alcuna resistenza. Fu quello il penultimo anno della sua vita; e la docilità sua nel riprovare ciò che a Roma era stato censurato, e forse anche la mutilazione, non so bene se spontanea o imposta, del brano sopra notato, lo preservarono dai rigori del Santo Uffizio.
Ancora sotto il consolato di Agnolo Borghini, e perciò nell’anno 1554, il Gelli fece poi la sua seconda Lettura. La quale incomincia, come la prima, con una orazione sul vero e proprio concetto dello Inferno Dantesco; e sèguita esponendolo in dieci lezioni, dal verso 76 del Canto secondo infino a tutto il . Ma questa Lettura, anzi che terminata, venne sospesa per la guerra di Siena; e se ne chiude la lezione decima col dire, che vedendo correr tempi tanto travagliati, si riserbava a più quieta stagione lo esporre il resto.
Questa Lettura seconda fu stampata dal Torrentino nel 1555; ma solo nel seguente anno 1556 il Gelli ripigliò il suo ufficio accademico, e fece la terza Lettura, e nel medesimo anno la stampò, sotto il consolato di quell’Antonio Landi, il quale già ebbi opportunità di nominare. Anche a questa Lettura terza è premessa un’orazione, dove si da lode a Dante, perchè dalla presente misera e fugace vita c’induce a considerare qual sarà la vita nostra oltremondana e immortale. Le vengono poi appresso dieci lezioni, con cui la interpretazione dello Inferno corre dal sino al verso 96 del , là dove si dichiara quel che veramente sia la fortuna, e come e perchè accadano le sue tante e spesso inesplicabili mutazioni. Ma dopo la terza Lettura il Gelli non fece più alcuna orazione o discorso preliminare, avendo egli dichiarato nello esordio della quarta, che sebbene sia costume di quelli che pubblicamente espongono qualche scrittore, di ragionar da prima intorno all’onore e al diletto e all’utile che così fatti studii possono apportare, non di meno egli voleva lasciare tal cosa a dietro come superflua, per averla già fatta nei tre anni passati. Senza preamboli pertanto la quarta Lettura ripiglia le spiegazioni al punto dov’erano arrivate nell’anno precedente; e con un’altra serie di dieci lezioni prosegue dal v. 97 del Canto settimo al v. 105 del , ossia alla entrata di Dante e di Virgilio nella città di Dite. La qual Lettura quarta occupò l’anno accademico del 1557, quando fu Consolo messer Lelio Torelli, patrizio di Fano, cittadino di Firenze, onore del suo secolo. E’ questo nome, che dev’essere più specialmente caro alla vostra Accademia; poichè Lelio Torelli fu tra i primi fondatori dell’Accademia Fiorentina, ne scrisse gli statuti, e più di una volta si tennero in casa sua le adunanze degli Accademici. E quanta sapienza fu in quell’uomo! Tutte egli ebbe le più alte cariche dello Stato Mediceo; egli ambasciadore, egli giudice, egli segretario e consigliere del Principe, egli senatore, egli riformatore degli studii; e in tutte riuscì ammirabile. , compendiandone con felice brevità i pregi, disse benissimo che Laelius Taurellius ut civilis juris est consultissimus, ita omnis elegantis doctrinae peritissimus; e similmente il scrive, essere stato il Torelli «non meno amatore di tutte le scienze, virtù e professioni onorate, che eccellentissimo iuriconsulto». Nè soltanto egli si meritò lode di scrittore facile e ornato nella lingua nostra, ma si mostrò conoscitore esimio delle lettere greche e latine; e in queste così addentro, che lo stesso Vettori nelle sue Emendazioni Tulliane confessa e si onora di essersi più volte giovato del consiglio di lui. E come giureconsulto, il Torelli conseguì grandissima rinomanza in Italia e fuori con molte opere sue, e segnatamente colla pubblicazione, fatta con cura e diligenza insuperabili, delle Pandette comunemente conosciute col nome di Amalfitane o Fiorentine. Le quali Pandette, impresse dal Torrentino nel 1553, sono ancora oggidì uno de’ migliori testi della collezione Giustiniana; e sono ricercatissime dai legali e dai bibliofili. E con tutto ciò, tra i giuristi italiani, con Lelio Torelli caduto presso che in dimenticanza; cosa tra noi pur troppo non insolita. Ma a ravvivarne la memoria e a illustrarla suonò recentemente da Berlino la voce di ; il quale nella sua edizione dei Digesta Justiniani Augusti (Berolini, apud Weidmannos, 1868-70, vol. 2 in-8) proclamò, che la stampa del Torelli, oltre alle qualità insigni dell’ingegno e della erudizione, deve reputarsi omnium emendatissima. Aggiungerò che il Torelli fu altresì del nostro Gelli familiare; tanto che avendo Simone Porzio, pubblico professore a Pisa, composta a data in luce una sua disputa latina sul punto «se l’uomo diventi buono o cattivo volontariamente» e dedicatala a Lelio Torelli, la tradusse il Gelli in volgare, come ne fa ricordo nella undicesima di queste sue Letture. E la sua versione, data a stampa dal Torrentino nel 1551, intitolò al nome di Francesco, figliuolo e seguace della scienza e della virtù di esso Lelio; poichè tenendosi il padre e il figliuolo per una sola persona, era cosa convenevole che al primo e al secondo degnissimi entrambi, si rendesse il medesimo omaggio in due lingue diverse, l’una figliata dall’altra.
Mi si dia venia della digressione in grazia del soggetto; e senza più ritorno alle Letture Dantesche, la quinta si fece dal Gelli nel 1558; e anch’essa ha dieci lezioni, con cui la esegesi della Divina Commedia progredisce dal verso 106 del Canto nono insino al termine del dell’Inferno. Allora era Consolo dell’Accademia quel , che fu poi Vescovo di Fiesole; dotto teologo e terso scrittore, al quale è la italiana letteratura debitrice della pubblicazione di uno fra i migliori testi del secol d’oro della lingua, voglio dire dello di Frate . Tanto la Lettura quinta quanto la precedente si pubblicarono, e sempre coi tipi del Torrentino, nel medesimo anno 1558, ma in due volumi separati.
Fra la quinta e la sesta Lettura intercede ancora il silenzio di un anno intero; giacchè la sesta non si fece nel 1559, ma nel 1560. Quale sia stata la cagione di quest’altro interrompimento, il Gelli non dice; nè io voglio pigliare la facile, ma pur troppo spesso ingannevole via delle congetture per indovinarla. Fatto è che la sesta Lettura, partita anch’essa in dieci lezioni, dal sino al inclusive, ebbe luogo nell’anno 1560, essendo capo dell’Accademia Leonardo Tanci, legista e teologo. Il quale nello assumere il consolato disse del Gelli con molta verità, che l’Accademia gli doveva essere grandemente obbligata; poichè ne’ tempi suoi più difficili non altrove che in lui aveva trovato un sicuro porto da rifuggirsi. L’estate di quell’anno 1560 dev’essere stata più che non soglia cocente; giacchè incominciando nel 1561 la sua Lettura settima, dice il Gelli, che l’anno passato si era posto fine al leggere per causa de’ calori eccessivi. Questa Lettura settima nel consolato di Tommaso Ferrini continua con undici lezioni a spiegare l’Inferno sino alla fine del . E nello stesso anno 1561 s’impressero dal Torrentino gli ultimi due volumi delle Letture Gelliane, che sono appunto la sesta e la settima. ct Dopo il 1561 non vi sono più Letture Dantesche del Gelli a stampa. Ma anche nel 1562, e anche nel 1563, nel quale anno egli cessò di vivere, queste sue Letture si proseguirono; e si conservano manoscritte nella Biblioteca nazionale di Firenze tra i codici Magliabechiani della classe VIII, n. 49. Ne parlò il nella Bibliografia Dantesca (I, 659); e ne fecero pur cenno il prof. Agenore Gelli nella Bibliografia che tien dietro alla Vita (pag. XXXII), e il nel (II, 476, o V, 254). Cadde però in errore il Batines, scrivendo che questo codice ha una Lettura sola, e che le lezioni sono ventuna; giacchè in effetto vi si trovano due Letture, e ventidue lezioni. Nel primo errore fu tratto il Batines, e altri con lui, dalla intitolazione del codice, dove è scritto: Lettura VIII di Giovanni Batista Gelli sopra lo Inferno di Dante. Ed è il vero, che colà appunto incomincia la Lettura ottava; ma oltre a questa ve n’è un’altra nel codice, ed è la nona. E che le Letture contenute nel codice sieno due, e non una soltanto, è provato innanzi tutto per la quantità delle lezioni che vi stavano riunite. Perchè queste sono, come già dissi, ventidue, oltre a due frammenti; e nessuna delle altre Letture del Gelli arriva a tanta mole, ma tutte variano da un massimo di tredici a un minimo di dieci tra orazioni e lezioni. È provato poi più direttamente per la doppia numerazione che nel codice s’incontra, vedendosi le lezioni progressivamente numerate dalla prima sino alla duodecima, col solo divario tra l’una e l’altra serie, che nella seconda si ha una lezione la quale non è segnata di alcun numero; e pur deve contarsi, perchè non contandole, le lezioni non sarebbero dodici, ma solamente undici. Più direttamente ancora la cosa è provata per quel che si legge a carte 80: Noi abbiamo a dar principio questo anno alle lezioni nostre ecc. Onde senza possibilità di replica si argomenta che quella fu la prima lezione dell’anno accademico, e che le altre lezioni, nelle quali si spiegano i Canti anteriori dello Inferno, sono dell’anno precedente; il che val quanto dire che appartengono a un’altra serie o Lettura. E siccome la Lettura settima è dell’anno 1561, e il Gelli morì ai 24 di luglio 1563, così è manifesto che le due Letture inedite, le quali si contengono nel codice Magliabechiano, sono la Lettura ottava e la nona, fatta quella nel 1562 e questa nel 1563; l’una cioè sotto il consolato di Giulio del Caccia, e l’altra sotto quello di Antonio Del Migliore, il quale, secodo che abbiamo dal Salvini, era stato eletto Console per suggerimento dello stesso Gelli.
Notai già che nel codice dopo le ventidue lezioni, divise come dissi in due serie, sono anche scritti a carte 125 e 126 due frammenti. E questi mettono in chiaro due particolarità non immeritevoli di attenzione. La prima è, che il Gelli colla sua nona Lettura, arrivato al , e dovendo fare il commento della ironia amarissima colla quale Dante vi apostrofa a Firenze, ebbe assai forte il sentimento della difficoltà che gli toccava di superare. Imperocchè, fiorentino, egli parlava a fiorentino uditorio, discorrendo di fiorentino poeta. E da una parte l’amore della sua patria, e la condizione de’ cittadini che lo ascoltavano, dall’altra l’onore del suo Dante e le parole del testo che lo mettevano in angustia. Era necessità lo esordire, accennando al tema delicatissimo, e cercando di rendersi gli uditori benevoli, senza disporli malamente nè verso il poeta nè verso l’opera di lui. E due volte vi si provò; perchè questi due frammenti non altro sono che due tentativi per preparare alla sua lezione un così fatto principio; nè sappiamo se dell’uno o dell’altro si sia poi contentato. La seconda particolarità che gli stessi frammenti ci fanno manifesta si è, che come in Dante e per Dante finirono insieme la sua vita letteraria, e anche la naturale. La nona sua Lettura si continuò sino all’estate del 1563; e l’uno o l’altro dei due frammenti doveva essere il cominciamento dell’ultima o della penultima lezione di quell’anno. Ma su quelle carte, ch’erano tutte per il suo Dante, e ne pigliavano la difesa anche là dove sembrò men che amorevole alla patria, gli cadde la mano stanca; e poco stante cessò di vivere.
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