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Venti vite d'artisti

Giovanni Battista Gelli · 1896 · Free in the US

10,840 words · about 46 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Author
Giovanni Battista Gelli
Language
Italian
Published
1896
Length
10,840 words · about 46 min
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24 reader sections
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Indice

Dedica

ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct Pisa, 7 gennaio 1896.

Proemio

ct nei Fasti consolari dell’Accademia fiorentina (Firenze, 1717, p. 77) descrisse un codicetto conservato ai suoi giorni nella famosa libreria Strozzi col n.o 952, contenente una lettera dedicatoria a Francesco di Sandro, e 20 vite d’artisti da lui giudicate opera originale del Gelli. S’ignorano le vicende successive del codice, ma la lettera con le medesime 20 vite, delle quali il Salvini dette l’elenco, esistono nel manoscritto da me posseduto ed ora pubblicato, che molto probabilmente è appunto l’antico Strozziano n.o 952. Mi fu ceduto nel 1864 dall’amico, adesso defunto, Galgano Gargani, quando perdè il padre Giuseppe proprietario dell’opuscolo per acquisto fattone dagli eredi d’un Filippo Strozzi. Il volumetto ha fogli 20, i primi 12 copiati da esperto copista, i rimanenti da altro con calligrafia meno nitida e scorretta ortografia. Le prime carte hanno poche correzioni e chiamate alla pagina seguente di mano dell’Autore, mancanti nelle 8 ultime. La revisione non avvenuta mi fa congetturare che il Gelli scrivesse le vite poco innanzi di morire, e non avesse tempo di rivedere la trascrizione, nè di riempire le diverse lacune lasciate dal secondo copista non riuscito sempre a decifrare il carattere dell’Autore.

Credei superfluo annotare le vite, e rispettai l’ortografia dei due copisti riscontrandola in generale simile a quella adottata dal Gelli nei libri suoi dei quali corresse le prove di stampa. Soltanto completai poche parole (figluolo, maravigla, miglor, piglar, vogla), soppressi le consonanti inutilmente raddoppiate (parlla, suppreme, torssi, partte, sortte, artti, Gotti, contto, mortto, ec.), o aggiunte per unire l’articolo ad altra parola (afFaenza, apPisa, arritrarre, assimile, ec.). Mi permisi tali correzioni perchè i due copisti qualche volta scrissero correttamente le medesime parole.

Considerata la scarsezza delle antiche scritture artistiche spero che riesca gradito l’opuscolo, per quanto non terminato, del Gelli, il quale credo che sul rinascimento delle arti, intendesse rinnovare la leggenda popolare tanto diffusa a Firenze nei secoli XV e XVI intorno al trionfo della lingua volgare per opera esclusiva delle tre corone fiorentine Dante, Petrarca, Boccaccio. Discorrendo della risurrezione delle arti, il Gelli alle corone sostituì gl’ingegni fiorentini primi nel ritrovare la pittura di già perduta, e che trapassarono tutti gli altri et di numero di gran lunga e di eccellenza ancora. Giotto risuscitò la pittura: le tre arti maggiori toccarono quasi la perfezione in virtù della triade quattrocentistica Ghiberti, Brunellesco, Donatello, e raggiunsero l’apice mercè Michelangelo principe, ed inarrivabile professore delle tre arti, mentre i più e migliori artisti furono fiorentini. Alle persone, alla valentìa, alle mi- rabili creazioni dei sommi maestri nati fuori del dominio fiorentino non fece il minimo accenno, e questo mi sembra sicuro indizio d’animo deliberato a negare qualsiasi valore all’opera loro. Per me il Gelli (1498 † 1563) si fece eco delle vantazioni dei concittadini un poco menomate dal aretino nelle Vite da lui principiate nel 1546 e stampate nel 1550. Recente e profonda era l’impressione prodotta dal volume del pittore d’Arezzo, ed il Gelli, nel prendere a trattare il medesimo argomento, e volere attribuire ai soli Fiorentini i progressi delle arti, dovè prefiggersi di ristabilire la leggenda dai buoni critici riconosciuta a ragione come non abbastanza sfrondata dal Vasari.

Comunque sia di queste vite scritte dal calzolaio diventato arguto filosofo, maestro di lingua e console dell’Accademia fiorentina, era desiderata la stampa, ed io aveva promesso al senatore Carlo Negroni, benemerito editore delle Letture del Gelli stesso su Dante, al professore e ad altri amici di pubblicarle pel matrimonio di mia figlia. Mantengo la parola, e divulgando il tesoretto letterario di mia proprietà, solennizzo un avvenimento che con amore di babbo auguro principio di perenne felicità agli sposi, come certamente vorranno augurare quanti leggeranno queste pagine.

Pisa, 7 gennaio 1896.

Giovambattista Gelli a Francesco di Sandro amico suo carissimo

ct Infra tutte le arti, Francesco mio honorando, che ànno ritrovate gli huomini così per necessità e per potere bene et agiatamente guidar la vita loro, come per cavarne qualche piacere e qualche delettazione, furono sempre in grandissimo pregio e molto stimate l’architettura la scultura e la pittura, l’una come al tutto necessaria e l’altre non solamente come delettevoli, ma come utili ancora, con ciò sia cosa che con le loro opere si rapresentino inanzi agli occhi de’ mortali le immagini di coloro che per le loro virtù sono stati onorati et avuti in grandissima venerazione, et di quegli similmente che per i loro vizii sono stati biasimati e avuti in dispregio; la qual memoria ai buoni et saggi è uno sprone pungentissimo che con lo amore de le virtudi gli spigne a alte et gloriose imprese, et agli stolti uno freno che con il timore della pena gli ritiene da il male operare. Queste arti furono da i Romani ne le loro maggiori felicità e grandezza molto aprezzate, nel quale tempo (secondo che fanno fede le riliquie de’ maravigliosi edificij che ancora oggi si veggono in Roma, e le statue, e le pitture che ne le grotte de’ monti si sono ritrovate) pare ancora che elle fussino nel supremo grado de la loro perfezione (nel quale mercè degli ingegni fiorentini pare che elle sieno ancora oggi ritrovate). Ma mancando dipoi (come fanno tutte l’altre cose del mondo che son poste ne le man de la fortuna) et scemando appoco a poco lo imperio romano, vennono ancora elleno a poco a poco a mancare. Et oltre a di questo passando dipoi in Italia molte genti barbare et rozze, et che ànno poco altro d’huomo che la fighura di fuori, come furono i Goti et gli Unni et Vandali et molte altre genti efferate e bestiali, le quali non solamente di simil cose non si dilettono, ma non avendo nè scienzie, nè cognizione alcuna di quelle, forse mossi da la invidia che suole molte volte in simili genti regnare, cominciorno queste arti et le opere fatte dai loro artefici e spegnere et levar via, stimando essere molto disonorevole che si avessi a ritrovare cose che sopravanzassino il sapere et lo ingegno loro. Et spargendosi queste così fatte genti per tutta la Italia cominciorno imparentandosi a mescolarsi con noi, per il che il nobile et gentil sangue italiano cominciò a ingrossare e divenire rozzo et grosso et a produrre i spiriti non più atti a fare gli ingegni acuti et sottili e conseguentemente non più vaghi di così belle et valorose imprese. Aggiunse non poco danno ancora a questo la stolta oppinione di alcuni pontefici, che furono in que’ tempi, che, guidati da una vana superstizione et non da il vero amore della cristiana religione come e’ si credevono, cercarono ancora eglino di levar via le statue et le altre opere dei gentili (che così chiamavano i Romani) come cose dannose alla cristiana professione, come se la natura non facesse bene spesso molto più begli huomini così maschi come femmine che non fa l’arte, et come se in quegli come in fatture di Dio con sua gloria et onore riguardando non si potessi senza peccato alcuno pigliar continuamente piacere et diletto; per le quali ca- gioni gli huomini in processo di tempo divennono di maniera grossi rozzi et ghoffi, e particularmente in queste arti, che non edificavono più cosa alcuna se non di quella maniera che si chiama oggi tedescha con certe colonne et viticci lunghe e sottili senza misura o proporzione alcuna, et con certi capitegli senza alcuna arte o grazia faciendo talvolta per reggimenti o per mensole certe fighure che avevono più aria di mostri che di huomini. Scolpivono ancora certe statue, benchè e’ vedessin de l’antiche, et ancor degli uomini stessi (i quali dovevon almen ritrarre, sapendo che altro non è arte che una immitatrice de la natura) che avevon più similitudine d’ogni altra cosa che di huomini, come può ben vedere ancora oggi chi ragghuarderà quelle fighure che sono sopra la porta principale della nostra chiesa di santo Pagholo, le quali certamente se non fussino loro parute belle non l’arebbon poste in quel luogho, essendo stata quella chiesa secondo che si legge in certe lettere poste sopra la cappella maggiore con tanto favore edificata et consagrata da san Zanobj vescovo di Firenze al tempo di Chonstantino inperadore. Non si vedevono ancora in que’ tempi altre pitture che certe fatte da alcuni Greci, le quali paion fatte tutte in sur una stampa co’piedi per lo lungho appiccati al muro et con le mani aperte e con certi visi stracicati e tondi con occhij aperti che parevono spiritati. Et così stettero smarrite queste arti per insino agl’anni, a circa agli anni del Signore milledugento settanta, nel qual tempo cominciò in Firenze a risucitare l’arte della pittura per le mani di Giovanni da Firenze cognominato Cimabue, come noj mostrerremo di sotto ne la sua vita, sotto la disciplina del quale cominciò dipoi Giotto e doppo lui molti altri a disegnare et a ritrarre gli edificij et le statue antiche e dipoi d’in mano in mano i corpi naturali di maniera che per insino a oggi sono tanto andati in là, che non sono solamente arrivati al termine degl’antichi, ma secondo alcuni gli ànno passati. Et di questo fa manifestamente fede il banbino fatto di mano di Michelagnolo Buonarroti cittadino fiorentino, il quale essendo ritrovato in un luogho dove era stato sotterrato fu venduto al cardinale di Ferrara, il quale dava molto opera di avere simili cose antiche et belle, per un prezzo grandissimo, il quale era tanto stimato da lui et tenuto in tanta riputazione, che quando e’ mostrava quelle sue antichità a nessuno mostrava utimamente quello per la più bella et più preziosa cosa che egli avessi. E di tutto questo come io vi ò accennato di sopra sono stati principalmente cagione gl’ingegni fiorentini primieramente ritrovando come si è detto la pittura di già perduta, et dipoi trapassando tutti gli altri et di numero di gran lungha e di eccellenza ancora che in simile arte si sono exercitati. La qual cosa non contradirà già mai alcuno che considerrà solamente che Michelagnolo Buonarroti è fiorentino, da il quale oggi non si verghogna alcuno di qual si voglia natione di imparare, anzi vanno oggi i ritratti et i modegli delle sue fighure et delle sue opere per tutto ’l mondo, et molto più sono aprezzati et rittratti et immitate le cose sue che non sono le antiche così nella scultura come nella pittura et nella architettura, nelle quali tre arti è egli passati tutti i moderni et equiparati gl’antichi, che così vo dir per reverenzia ancora che da nessuno di loro si trovi che sia stato in tutta tre eccellente come è egli. Et acciò che voi possiate tutto questo che io v’ò detto più chiaramente vedere, io ò brevemente raccolto la vita et alcune de le opere della maggior parte di quegli che si son in queste arti exercitati, i più de quali et migliori come vedrete sono stati fiorentini, sì che e’ non è maraviglia se oggi in Firenze si ritrovono più cose belle in ciascheduna di queste arti che in qual si voglia altra città del mondo, excetto però Roma, la quale per avere ne’ tempi de la sua grandezza spogliato tutto ’l mondo di cose belle, e per essere oggi più tosto un ricettacolo di forestieri che una città, i quai portono quivi ciò che egl’ànno di bello come a una fiera o un mercato pubrico sperando cavarne maggiori prezzi che in alcun altro luogho, et ò questa mia fatica, tal quale ell’è, voluto indirizzare a voi et per l’amicizia che è infra noi, et perchè io so che molto delle opere di simili arti vi dilettate. Accettatela adunque con quello animo che io ve la mando et amatemj come sino qui avete fatto sempre.

Volendo la natura circa agl’anni del Signore MCCCLX () risucitar in Italia l’arte de la pittura, la quale era di già stata perduta circa DC anni, imperò che se bene erono in Italia alcuni Greci che dipignevono, era la loro maniera più tosto un modo di coprire una tavola di colorj che di inmitare le cose naturali come debbe far l’arte, e erono le loro fighure quasi tutte in faccia, come si può ancora vedere in alcune cose che ci restono di loro, et sanza dintorni che somigliassino il vero et sanza rilievo alcuno, di maniera che più tosto parevano pelle d’uomini scorticati o parte di panni distesi in sur un muro, che huomini vestiti et con certi visi e occhii spalancati che parevano più tosto di mostri che di huomini. Ma perchè la natura osserva sempre questo ordine, che così come quando ella à lasciato condurre l’arti e le scienzie ne la loro perfezione mediante gl’ingegni degl’uomini, ella o per ghuerre o per morte d’huomini o per mescolanza di gente barbare e rozze le fa rovinare e quasi dimenticar del tutto, così ancora quando elle sono al tutto rovinate ella produce huomini che nuovamente le ritrovino e aiutino ritornare a la perfezzion loro, credo io per cagione che gli huomini non andassino tanto in là ne la perfezione ch’eglino non stimassino più non che altro gli idij. Havendo ella adunque lasciato rovinare l’arte de la pittura insieme con tutte l’altre così liberali come meccaniche, insieme con la destruzion de l’imperio romano per la passata de’ Ghoti e Vandali e di molt’altre genti barbare in Italia, et volendo come si è di sopra detto risucitarla elesse per luogho Toscana, dove pare che sieno molti elevati e sottili ingegni, e di Toscana la città di Firenze, la quale indubitatamente è il cuor di quella, onde fece nascere presso a Firenze in una villetta chiamata Vespignano un fanciulletto chiamato Giotto, il quale fu il primo, come si dice nella sua vita, che meritassi questo nome d’aver risucitato la pittura per le ragioni che allora si diranno, ma perchè egli fu levato da ghuardar le pecore quasi miracolosamente ordinando ciò la natura che voleva questo effetto da un cittadino fiorentino, ch’aveva nome Giovanni cognominato Cimabue, il quale egli ancora si dilettò di far simil arte. Tratteremo primieramente di questo Giovanni e de l’opere che egli fece, e di poi Giotto, il qual fu in verità suo discepolo se bene camminò per un’altra via, e delle cagioni perchè egli meritò questo nome d’aver risucitato l’arte del dipignere.

Cimabue da Firenze

Fiorì Giovanni cognominato Cimabue ne l’arte de la pittura in Firenze circa agl’anni del Signore MCCLXXX e fu molto stimato, di maniera che quando cavò fuora quella tavola grande dov’è dipinto di suo mano nostra Donna col Banbino e con alcuni angioli attorno, la quale è oggi in santa Maria novella fra la cappella de’ Rucellai e quella de’ Bardi da Vernia sopra quella sepultura di pietra fuora del muro, e vi andò la Signoria di Firenze a vederla in persona e fecesi il giorno festa per tutta la città. Nè furno le sue cose stimate per essere miglior dell’altre che in questi tempi si facevano, imperò che seguitò strettamente la maniera greca che si usava in que’ tempi, nè vi agiunse cosa alcuna, ma per essere il primo italiano che cominciassi a dipignere, imperò che allora non ci erano altre pitture che quelle che venivano di Grecia o che facevano alcuni Greci ch’erano in Italia in que’ tempi, e però mancò dipoi subito la sua riputazione come venne Giotto, il quale cominciò con nuova maniera a ritrovar l’arte, il che bene ne dimostra dicendo:

Credette Cimabue ne la pittura havere il vanto et ora à Giotto il grido.

Sonci di suo mano in Firenze la tavola sopradetta e una dossale di un altare in santa Cicilia in piazza, e certe fighure nel chiostro di santo Spirito. È im Pisa un san Francesco, e ne la chiesa di Scesi alcune storie le quali furono poi seguitate da Giotto ne l’utimo de l’età sua. Fu poco ricordo di lui mediante la riputazione di Giotto come s’è detto.

Giotto di Bondone da Vespignano cittadino fiorentino

Nacque Giotto ne la villa di Vespignano presso a Firenze circa agl’anni del Signore 1275 per ordine de la natura la quale voleva come si è detto risucitare l’arte del dipignere, et essendo poverissimo era mandato dal padre a guardar le pecore insieme con alcuni altri, dove essendo inclinato da la natura a dipignere lasciando stare gl’altri spassi pastorali si separava da gli altri guardiani e tutto ’l giorno su per le lastre con sassi e con carboni e con altro attendeva in quel modo che gli porgeva la natura a dipingere ritraendo pur sempre cose naturali. Ora essendosi egli posto un giorno in su la strada a ritrarre una pecora in su una lastra avenne che passò di quivi Cimabue, il qual tornava da un suo luogho di Mugello, e essendo pittore e veggendo questo fanciullo che con istudio e attenzione grandissima ritraeva questa pecora di sorte che non si accorgeva che Cimabue lo stessi a vedere, quando gli parve ch’egli l’avessi fornita glela chiese che egli gle la mostrassi, al che il fanciullo allegramente con lieta faccia, che era d’aspetto assai grato ancorché egli fussi nato in villa, rispose molto volentieri; il quale disegno considerando molto diligentemente Cimabue e veggendo che in quella era molto più arte che in cosa nessuna che egli avessi ancor mai veduto in pittura, il che gli aveniva per essere ella ritratta di naturale e cavata dal vero, cominciò a considerare lo ingegno grande et lo advedimento che aveva questo fanciullo poi che egli primieramente cominciava a mostrar qual fusse il vero modo di far bene in simile arte, cioè il ritrarre le cose dal naturale, la qual cosa non era ancora da nessuno stata considerata; imperò che allora quando que’ maestri di que’ tempi volevono dipignere o fighure o animali o altro, le facevono con quel modo e con quella maniera ne la quale eglino avevono fatto l’abito senza considerare le naturali. E però, se bene voi avvertite, voi vedrete tutte le fighure di que’ tempi essere quasi un modo medeximo o co’piedi appiccati per lo lungho al muro, o le mani aperte e tutte; simigliarsi nel busto, anzj aver quasi quel medeximo, la qual cosa è drittamente contra la natura, come può bene osservare ciascheduno. Poichè in tanta moltitudine d’uomini che si sono veduti a’ tempi nostri non se n’è ancora trovati mai due () che si somiglino tanto che si scambiassino l’uno da l’altro: e se bene scrive di alcuni Plinio sono stati sì rari che non fanno caso, e il simile ancora dipoi fecion tutti que’ maestri che seguitorno il dipignere di maniera, cioè non cercorno di cavare le cose dal naturale. Veduto adunque Cimabue questo fanciullo gli parve cosa miracolosa, onde gli domandò di chi egli fussi figliuolo e se egli voleva andare a star seco a dipignere, alle quali parole rispose il fanciullo che molto volentieri andrebbe quando se ne contentassi Bondone suo padre. Laonde fattosi menare Cimabue al padre da lui e salutatolo amorevolmente si maravigliò veggendolo di bellissimo e nobile aspetto essendo contadino, finalmente chieggendoli il suo figliuolo e exortandolo con molte ragioni che egli glelo dessi, dicendogli come egli era dipintore che lo voleva per exercitarlo in quella arte alla quale egli cognosceva che egli era molto inclinato, finalmente l’ottenne, e partitosi ne lo menò a Firenze e cominciò a farlo disegnare et a exercitarlo ne la pittura, de la quale arte in brevissimo tempo egli venne maestro eccellentissimo, e la cagione fu per esercitarsi in quelle cose dove lo inclinava la natura, la qual cosa se lo facessino tutti gli huomini non è dubbio alcuno che ci sarebbono in tutte le arti maestri eccellentissimi come disse il nostro :

Ma noi torciamo a la religione tal che fia nato a cignersi la spada e facciam () re di tal che è da sermone, sì che la traccia nostra è fuor di strada.

Nè è da maravigliarsi adunche se si trova in ciascuna arte sì pochi buon maestri. Divenne adunche Giotto nella pittura maestro excellentissimo et salì in tanta fama che pubricamente si diceva che egli aveva ritrovata la pittura antica. E questo si è perchè lasciando egli la rozza e poco dotta maniera de’ Greci arrecò l’arte al naturale acconpagnandola con grazia e gentilezza; et veggendo quello che altri insino alora non aveva veduto fu maraviglioso nella compositura, vario ne le invenzioni, diligente nel colorire, diligente ritrovatore del vero et inmitatore grandissimo de la natura. E fra l’altre cose osservo questo nelle sue pitture, che è molto bello, che tutte le sue figure pare che faccino quello che si conviene loro: quelli che ànno dolore paiono maniconjchi, le liete allegre, e quelle che ànno di che temere pare che sien paurose; la qual cosa insino a’ tempi nostri no pare che abbia osservato alcuno altro meglio che Michelagnolo Buonarroti come ne fa chiara fede il iudizio fatto da lui a Roma al tempo di papa Paulo, dove così come i beati pare che sieno contentissimi e mostrino allegreza grandissima, i dannati per il contrario mostrono nel volto un dolore maraviglioso, la qual cosa à egli forse cavata da Giotto sopradetto, le cose del quale andava egli mentre che era in Firenze spessissime volte a vedere, e fu veduto particularmente stare nella cappella allato alla maggiore di santa Croce, dove son certi frati che piangono la morte di s. Francesco, tre e quattro ore per volta. Fece questo Giotto di molte opere in vita sua perchè fu grandissimo lavorante e di tal sorte che ancora oggi sono molto lodate et non solamente in Firenze, ma per tutta la Italia, dove egli consumò la gioventù sua. Cominciò aquistar fama nell’opera grande che è di suo mano nella chiesa di s. Francesco d’Ascesi cominciata da Cimabue. Dipinse ancora in santa Maria degl’Angioli, dipoi se n’andò a Roma dove dipinse la tribuna di san Piero, e fece la nave di musaico che fu tenuta cosa maravigliosa, e nella Minerva una tavola e un crocifisso. Andossene dipoi a Napoli dove dipinse in s. Chiara lo Apocalipse e nel Castello () dello Uovo et nella sala del re molti huomini famosi. Dipinse in Padova nella chiesa de’ frati Minori. Dipinse in Firenze nella sala della parte guelfa in istoria, e in capo della scala una figura: nel palagio del podestà la cappella di santa Maria Magdalena dove ritrasse Dante di naturale. Nella chiesa di santa Croce quattro cappelle, cioè () 3 allato alla cappella maggiore inverso la sagrestia e una dall’altra banda con alcune tavole. Dipinse la tavola della cappella de’ Baroncegli sotto la quale è il nome suo. Fece sopra la porta del fianco di santa Croce un bellissimo disposto di croce, et sopra la cappella de’ Bardi un san Francesco quando à le stimate. Fece sopra la porta di Badia una nostra Donna con figure e dipinse nella cappella maggiore. Dipinse nella chiesa d’Ognisanti una cappella e un crocifisso grande et una tavola, che iv’è la morte di nostra Donna con dodici apostoli. Dipinse una tavola in san Giorgio et un crocifisso grande in santa Maria novella, et un san Lodovico sopra la sepultura de’ Salteregli allato al tramezzo di sopra. Dipinse Lunghoarno in sulla piazuola da’ Gianfiglazzi di fighure piccole una nostra Donna e altro, nel qual luogo è stato veduto più volte Michelagnolo fisamente ragguardare. Costui fu finalmente quello a cui si concede la lode e il vanto di avere risucitata la pitura che era estinta, come si legge nel epitaffio che è posto sotto la testa sua in santa Maria del Fiore. Nè solamente fu valente ne la pittura, ma ancora nella scultura e nella architettura, la quale cosa doppo di lui si è ritrovata solamente in Andrea Cioni, e perfettissimamente in Michelagnolo come diremo di sotto, imperò che egli fece il modello del campanile di santa Maria del Fiore et cominciollo, ma nol potè finire interponendosi la morte, nel quale sono di suo mano quelle prime storiette di mezzo rilievo. Finalmente essendo molto stimato et honorato di fuori et in Firenze e fatto cittadino fiorentino, si morì ne 1336 e fu onoratamente seppellito come gl’altri huomini eccellenti nella chiesa cattedrale, et in sua memoria fattovi per le mani di......... la inmagine della sua testa con uno epitaffio che infra le altre cose dica di lui che egli fu il ritrovatore della pittura che era estinta come si è detto più volte di sopra, et lasciò di molti discepoli de’ () quali si farà menzione qui di sotto.

Maso sopradetto Giottino

Giottino, il nome del quale fu Masone, chiamato così per essere stato suo figliuolo adottivo, fu ancora egli maestro excellentissimo. Ecci di suo mano il tabernacolo d’in sulla piazza di santo Spirito et nel chiostro di detta chiesa certi archetti. Ne la chiesa d’Ognisanti un san Cristofano et al lato alla porta una Nunziata. Nel chiostro della chiesa di san Ghallo, che è oggi disfatta, era una pietà che era tenuta cosa maravigliosa, e in santa Maria Novella ne la cappella de’ Giuochi un san Cosimo e Damiano. Dipinse alcune cose nelle Campore fuori di Firenze. Fece in santa Croce la cappella di san Salvestro. Al ponte a Romiti in Valdarno un tabernacolo di nostra Donna, et a Roma nella chiesa di santa Maria Araceli, et nella chiesa di santo Ianni più storie e particularmente la storia di un papa in più quadri.

Stefano chiamato il dottore

Stefano, uno ancora egli de’ discepoli di Giotto, il quale secondo alcuni fu tenuto padre del sopradetto Giottino, fu tenuto maestro eccellente. Sonci di sua mano tre archi ne’ chiostri di santo Spirito, ne l’uno de’ quali è la nave de’ dodici apostoli in mare perturbata da grandissima tempesta, nella seconda la trasfigurazione, et ne l’altra quando Cristo liberò la indemoniata apresso al tempio co’dodici apostoli et molte gente che vanno a vedere, le quali opere sono fatte con grandissima diligenzia. È di suo mano ancora quel san Tommaso d’Aquino che è allato alla porta di santa Maria novella che va nel cimiterio, et dipinse ancora assai nella chiesa di Scesi et particularmente una cappella.

Fu ancora discepolo di Giotto Andrea Tassi di man del quale è il cielo del musaico di san Giovanni.

Taddeo Gaddi e Gaddo suo padre

Taddeo Gaddi, dal quale è discesa la casa de’ Gaddi tanto grande a’ tempi nostri, che ella à avuto in un medeximo tempo quattro frategli, un cardinale, uno cherico di camera, uno signore, e l’altro texauriere della Marca, fu ancora egli discepolo di Giotto, della qual cosa egli si groliava tanto, che dovunche egli metteva il nome suo si chiamava discepolo di Giotto il gran maestro, come si vede particularmente sopra il banco della mercanzia dove egli dipinse assai cose. Fu ancora egli in que’ tempi in buona riputazione et dipinse in molti luoghi et particularmente in santa Croce, dove egli fece nel mezo de la chiesa quel miracolo di san Francesco di quel fanciullo che essendo morto per essere caduto da un verone fu risucitato da lui, ne la quale opera ritrasse al naturale Giotto il suo maestro e Dante Aldighieri et se medeximo, et è un lavoro molto ben fatto. Dipinse ancora in detta chiesa la cappella de’ Baroncelli, e sopra l’uscio de la sagrestia Cristo quando disputava, della quale pittura fu mandata in terra gran parte. È ancora di suo mano il tabernacolo del crocifisso a testa della via al Crocifisso, et sopra la porta del refettorio di santa Croce in uno crocifisso la fighura di san Girolamo: sopra la sepultura ove egli è sotterrato in santa Maria novella, allato alla porta della vergine Maria, et a Pisa ancora dipinse in Camposanto la storia di Iob e molte altre historie. Il padre di questo Taddeo ancora egli si dilettò di lavorare di pittura et hebbe nome Ghaddo et sonci alcune cose di suo mano che sono in casa loro.

Agnolo di Taddeo Gaddi

Discese di questo Taddeo uno chiamato Agnolo, il quale fu ancora egli dipintore, e fece di suo mano la cappella maggiore di santa Croce, et in sa’ Iacopo tra fossi Cristo quando risucita Lazzero, et a Prato la cappella dove sta la cintola, e fu certo un bello et onorato maestro, et visse a uxo di mercatante perchè gli fu lasciato da Taddeo suo padre assai buone facultà. Fece i figliuoli mercatanti et furonosi richi di più di trentamila fiorini, tra quali guadagnò buona parte Agnolo nella cappella di santa Croce, della quale per essere huomo ricco et onorato fu pagato da la famiglia degli Alberti strasordinariamente, et dicono alcuni che egli ne ebbe dodici milia fiorini, sì che vedete in che

stima era allora l’arte della pittura. Morì in Firenze et fu onoratamente seppellito in santa Maria novella nella sepoltura loro, et lasciò tre discepoli valentissimi de’ quali tratteremo ora.

Andrea di Cione chiamato l'Orghagna

Andrea di Cione da Firenze sopradetto l’Orghagna fiorì ancora egli in questi tempi e fu molto stimato nell’arte della pittura e discepolo ancora egli di Agnolo. Dipinse costui la cappella maggiore di santa Maria novella, che era allora de’ Sassetti, e la tavola di quella, la quale è oggi nel capitolo di detti frati, la quale feciono dipoi scancellare i Tornabuoni quando la comperorno da’ Sassetti e fecionla dipignere a Domenico del Grillandaio. Fece ancora la capella di santo Tommaso d’Aquino degli Strozzi, nella qual’è il paradiso e l’inferno. Dipinse ancora in santa Croce dietro al pergamo que’ tre quadri ne l’uno de’ quali è il iudizio, nell’altro il paradiso et ne l’altro l’inferno, dove egli ritrasse di naturale Guardi messo tirato con uno oncino da diavoli per uno sdegno che egli aveva seco, che l’aveva di già pegnorato; come può vedere ciascheduno, et è quello che à quella berretta bianca in capo con quattro gigli rossi, che così andavono allora i messi del comune di Firenze. La qual cosa dicono avere fatto ancora Michelagnolo a Roma avendo dipinto nel suo inferno il maestro delle cirimonie del papa per avergli fatto non so che dispiacere. Dipinse ancora una cappella in santa Croce, et oltre alla pittura dette ancora opera alla architettura et alla scultura, et è opera di suo disegno Orsanmichele che si murò ne 1360 di roba et danari che eron rimasti di genti morte ne la morìa di 1348 che non se ne trovava heredi, la qual morìa è quella di che parla il nel principio del suo Centonovelle, et fu tanta spaventevole et scura che rimase un proverbio ne la città nostra, il quale dura ancora insino a’ tempi nostri, che quando si vuol dire che una cosa è orribile e spaventosa si dice ella par la morìa del quarantotto. E costò questo edifizio 86 migliaia di fiorini, e fu fatto il di sotto per oratorio et il di sopra per serbare i grani del comune, e fu chiamato l’Orreo, che in latino vuol dire granaio, di san Michele per rispetto a quella chiesa di san Michele che gli è apresso, et oggi è corrotto il vocabolo e dicesi orto di san Michele e dipoi Orsanmichele, e però sopra la scala che va su è fatto di mezzo rilievo in pietra uno staio con certe spighe di grano di sopra. Fece di suo mano quella storia di marmo che è dirietro al tabernacolo di detto oratorio dove egli si ritrasse di naturale, et è quello che è in quel cantone in sulla mano manca con uno cappuccio avolto al capo che così usavano in que’ tempi lavorare gli artefici; et io ne ricordo molti dal 1512 in là stare a bottegha e lavorare co’ cappucci avolti al capo et ciò dicevono fare per difendersi dall’aria, la quale dicono essere molto sottile in Firenze. Dipinse ancora a Pisa in san Paulo a Ripa d’Arno assai e in Camposanto.

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