Front matter
ct
ct
ct
Parte Prima
ct
ct
Parte Prima - Capitolo Primo
ct ct Sommario. — 1. Avvertenza. — 2. Sciotel; confini, clima, temperatura. — 3. Natura del territorio e prodotti agricoli. — 4. Tabacco e cotone. — 5. Alberi fruttiferi, ed ortaggi. — 6. Parere del Franzoi, del Prof. O. Beccari, e splendidi effetti ottenuti dai coloni.
1. A chi per studio, o soltanto per diletto, ha seguito con attenzione tutto ciò che, dal 1850 in qua, si è scritto intorno all’Africa, ed ai numerosi tentativi di fondare ivi colonie o semplici fattorie commerciali, non riuscirà certamente del tutto nuovo quanto esporrò nel presente opuscolo. Poichè egli non può ignorare come nel 1865 Haylù, principe degli Amasen, concesse allo italiano , padre Lazzarista, un territorio detto Sciotel, sito nella provincia dei Bogos in Abissinia. Come pure non può igno- rare che la colonia italiana, ivi fondata da Stella, Zucchi, Bonichi ed altri nostri concittadini, finì miseramente nel 1872, per la cessione di detto territorio Sciotel, fatta dal Bonichi, ultimo colono, al , governatore egiziano di Massaua.
Ora io mi trovo in possesso di due fascicoli di documenti coi quali si può dimostrare che quella cessione è di niuno effetto, e perciò l’Italia di buon dritto può rivendicare a sè Sciotel, regione fertilissima e saluberrima.
Il primo di detti fascicoli contiene, in massima parte, lettere, dal Bonichi a me dirette, nelle quali, oltre le importantissime notizie su Sciotel, vi sono esposte le vere cagioni della fine miseranda della colonia italiana. Il secondo contiene in massima parte la corrispondenza che Elena Petrucci, moglie di Zucchi, venuta in Italia nel 1867, per impetrare lo aiuto del Governo, tenne coi suoi soci di Africa.
Nello scrivere adunque questa relazione non ho in animo di dire delle cose affatto nuove, ma la scrivo col fermo proposito di presentarla al nostro Governo, insieme ai due fascicoli di documenti, affine di convincerlo, e di convincere i miei concittadini, della convenienza e della legalità della rivendicazione di Sciotel.
A me modesto ed oscuro cittadino non è lecito penetrare ne’ misteri della nostra poli- tica Africana, ed indagare i fini, che il Governo nostro si propone di conseguire, nella futura guerra di Africa. Posso però prevedere sin da ora, e credo che ogni uomo di buon senno sia del mio avviso, che si farà o una guerra di conquista, per occupare almeno Keren, o una mera guerra di riscossa.
Nel primo caso mi pare che il mio opuscolo possa riuscire utile, col dimostrare la grande convenienza di occupare Sciotel, che è a sole sei ore da Keren, ed è fertile, ubertoso, salubre, attissimo ad essere colonizzato da italiani.
Nella seconda ipotesi poi credo che il mio lavoro, pei documenti che contiene, debba riuscire ancora più utile; poichè è certo che noi non potremo vivere nello stato di perpetua guerra con gli Abissini, e, presto o tardi, è necessario concordare con essi un modus vivendi. Quindi il nostro Governo, convinto della convenienza di occupare Sciotel, avrà da me i documenti necessari per sostenere i nostri diritti su quella regione innanzi all’Abissinia, che per il trattato di Hewet è sottentrata allo Egitto.
Per me è indifferente che si avveri l’una o l’altra delle due ipotesi; però il mio orgoglio d’italiano mi fa desiderare ardentemente che si avveri la prima anzichè la seconda; ma, ammesso pure che i nostri non occuperanno Keren, se si verrà a patti con l’Abissinia sostenendo i nostri diritti su Scio- tel, io sarò pienamente soddisfatto: poichè il presente opuscolo, tutto ciò che ho fatto e quello che sto tuttora facendo, non ha altro scopo se non quello di dimostrare come ho detto innanzi, la convenienza e la legalità della rivendicazione di Sciotel, da me costantemente e per oltre dieci anni propugnata.
2. Non sono in grado di dare le misure precise della latitudine, della longitudine e della superficie di Sciotel; le notizie che intorno ad esso posso fornire, e che ricavo dal volume I.° dei documenti, e dalla relazione che il Bonichi inviava al Governo, sono le seguenti.
Il territorio di Sciotel comprende una vastissima superficie di forma irregolare della estensione di circa 90 miglia quadrate. È al Sud-Ovest di Massaua, all’altezza di 3500 piedi sul livello del mare, e tra i gradi 15,16 e 16 di latitudine, alla distanza di circa 25 o 26 leghe dal porto di Bendal nel mar rosso seguendo la via Keren, Kalamet, la valle della Lebka ed Ain. E propriamente è tutta quella superficie che, staccandosi dalle falde del monte Zad’ Amba dalla parte di Sud-Est, Sud-Ovest, arriva fino al confine del paese dei Melanzana al Sud-Est; dei Gambalesi, o paese incognito, al Sud; del territorio dei Beni-Amer al Sud-Ovest Nord-Ovest. Il clima è dolce, è più tempera- to di quello di alcuni punti della nostra Italia, poichè la temperatura per 10 mesi si conserva costantemente fra 26 e 27°, e solo nei mesi di Dicembre e Gennaio scende sino a 16°. Vi sono molte sorgenti di acqua potabile, una delle quali, ricca, perenne ed inesauribile si trova nella località che gli Italiani aveano scelto come sede della Colonia.
3. Una metà del territorio di Sciotel si compone di estesissime pianure e di colline con dolcissimo declivio, tutte coltivabili; l’altra metà di catene montagnose, con qualche monte isolato più o meno elevato; quasi tutti sono coperti di boschi e di alberi di alto fusto, come l’Adansonia digitata gigantesca (boabab) tamarischi, sicomori, tigli, alberi di gomma, e due specie di quell’albero da cui si trae il così detto balsamo della Mecca.
Le fertilissime terre, oltre i cereali del paese, cioè le varie specie di Dura, ed il lino, il sesamo ed altri semi oleosi; producono maravigliosamente il maiz, le patate, i legumi, in particolar modo i faggiuoli, molte specie di ortaggi europei, che si possono avere di continuo durante tutto l’anno, come, con ottima riuscita, hanno esperimentato i coloni italiani.
Mi basti il dire, per far comprendere la importanza e la fertilità somma di quelle terre, che ogni litro di seme produce sessanta e anche ottanta litri di frutto! siccome riferisce il Bonichi; ma il Pantanelli, scrivendo ad Elena Petrucci, asserisce che il vescovo abissino Emmetù gli avea detto che il granone e la dura fruttano sino a 120 e 140.
Le coltivazioni poi certamente più proficue per la colonia e per la Madre patria, sono quelle dell’indaco, e del caffè, che, come egregiamente osserva un illustre scrittore, con poche operazioni di pulitura, ci viene oggi gabellato come Moka.
4. E le coltivazioni che più rispondono agli onesti desideri dello agricoltore, ricompensando ad usura il sudore che egli sparge, sono quelle del tabacco e del cotone.
Il tabacco si pianta in Giugno, e si ottengono tre raccolte in Settembre, Ottobre e Novembre; e con pochissima spesa, poichè non occorre irrigazione artificiale, essendo ad esso sufficienti le piogge: si può vendere sul luogo ai mercanti indigeni, e a prezzi vantaggiosissimi.
Il cotone comincia a dare abbondante frutto dopo 4 mesi, vive quattro anni, è rivestito di fiori, quasi tutto l’anno; di guisa che tutti i giorni, durante i quattro anni, si fa raccolta copiosa. Anche il cotone si può vendere agli indigeni a prezzi convenientissimi.
5. Debbo in ultimo aggiungere che, come mi assicurava il Bonichi col vivo della voce ed anche per lettera, vegetano bene e producono gustosissime frutta tutte le specie di alberi fruttiferi europei e tutte le specie di erbaggi ortensi; il P. Stella ha anche introdotto il fico d’India, che ha superato ogni sua aspettativa.
L’importanza di questa notizia, che forse pare di nessuno interesse, possono comprenderla soltanto coloro che, come me, vissero lungamente in Oriente, e sanno quanto si soffre per la mancanza di frutta europee.
6. Del resto non vi è persona che, avendo visitata quella regione, non ne abbia riconosciuto la grande fertilità. Mi piace tra gli altri citare il Franzoi ed il Prof. Edoardo Beccari.
Il Franzoi, in una lettera pubblicata nel Roma del 27 Giugno 1887 e a me diretta, benchè per ragioni politiche pare sia contrario al mio progetto, pure non può fare a meno di dichiarare «da quanto nella vostra lettera mi dite posso già fin d’ora apprezzare l’obbiettivo che ispira i vostri studii. Conosco Keren e Sciotel, le terre delle quali parlate, ed esse mi sembrano più adatte per la loro ubertà, ad accogliere generosamente gli sforzi dei nostri volenterosi.»
Ed il Beccari, in una lettera privata, mi dice che per il momento non saprebbe consigliare una spedizione a Sciotel, che è in potere degli Abissini (solo un pazzo potrebbe consigliarla); e propone invece gli altipiani di Maldi a noi più vicini ed anche fertilissimi.
Ecco parte della lettera:
Non saprei in questo momento incoraggiare dei tentativi di colonizzazione a Sciotel che rimane chiuso da tutte le parti. Gli altipiani di Maldi, sulla via corta fra Massaua e Keren, sarebbero molto migliori ed eccellenti sopra tutto per la coltivazione del Caffè.
Debbo in ultimo aggiungere che i nostri, in meno di 2 mesi, aveano coltivato circa 45 ettari di terreno, e, alla fine dei due mesi, le piante ortalizie erano già in frutto; il tabacco ed il cotone erano in lussureggiante vegetazione. Dal che si deve arguire che quei terreni vergini, per quanto sono facili ad essere coltivati, per altrettanto sono ubertosi e rimuneratori.
Parte Prima - Capitolo Secondo
ct
Sommario. I. Tribù confinanti. 2. I Bogos; usi e costumi loro. — 3. Giudizio dell’Issel. — 4. Costituzione politica dei Bogos. — 5. Loro indole. — 6. I Mensa. — 7. Gli Habab. — 8. Conseguenze. — 9. Razzie.
1. Allorchè i nostri andarono ad occupare Sciotel esso era del tutto deserto di uomini, e vi aveano dimora soltanto gli animali selvatici e le bestie feroci, poichè le Tribù che lo attorniano non si trovano mai a meno di dieci leghe.
Esse, secondo le notizie che avea il Bonichi al 1867, sono undici, parte cristiane e parte musulmane, contando in tutto 160,000 anime. Il Bonichi mi fece un quadro di queste Tribù, dividendole secondo la loro religione, la posizione geografica, la distanza rispetto a Sciotel, ed il numero dei loro componenti: riporto qui detto quadro, ma naturalmente senza poterne garentire l'esattezza.
1.° Al N.: Gli Hathal, dist. da Sciotel 20 leghe, in n.° di
2.° 5 » 5 I Begiuk 13 » 7 » 7 » 7 » 7 3,000.
3.° A Nord-Est: I Bogos 5 » 7 » 7 10 7 » 7 18,000
4.° Al Sud: I Gambalesi 5 » 7 » 7 20 7 » 7 50,000
5.° Sud-Est I Melenzani 5 » 7 » 7 25 7 » 7 2,000
6.° Sud-Est, Sud: Gli Uada-Hordido 7 » 7 » 7 2,000
7.° Sud-Est: I Mensa 25 » 7 » 7 » 7 5,600
1.° N. e N.-E.: Gli Habab, dist. da Sciotel 30 leg. in n. di
2.° Ovest e Nord-Ovest: I Maria 7 » 7 25 7 » 7 20,000
3.° Ovest: I Beni-Amer 22 » 7 10 7 » 7
4.° Sud-Ovest: I Barca 23 » 7 30 7 » 7
2. Dovendo noi metterci in relazioni commerciali, se non con tutti, certo con la maggior parte di questa gente, vale il pregio di dare minuta contezza di qualche Tribù, tanto per vedere con chi si ha da fare; ed in particolar modo dei Bogos, il cui villaggio principale, Keren, è appena a sei ore di cammino da Sciotel.
Dovendo parlare dei Bogos, io non so far di meglio che riportare qui quanto intorno ad essi scrisse l’illustre prof. , nel suo viaggio Nel Mar Rosso e tra i Bogos.
«I Bogos o meglio Bilen, come si nominano da se medesimi, discendono da una tribù emigrata nel 1600 dagli altipiani del Lasta ed appartengono alla schiatta bellicosa degli Agau (reputati da taluni Aborigeni dell’Abissinia), di cui conservano il linguaggio, tuttochè lievemente alterato. Secondo possiedono 20 villaggi ed il numero loro ascende forse a 10,000, quasi tutti dediti alla pastorizia. Lejean stima invece che siano circa 18,000, distribuiti in 17 villaggi. enumera 25 villaggi Bogos; ma un tal computo che risale a parecchi anni fa, non è forse più esatto al presente. Questa piccola tribù ben distinta pei suoi costumi e pei suoi usi dai popoli limitrofi, possiede una giurisprudenza sua propria, la quale, sebbene non sia scritta, si conserva da tempi immemorabili, passando da una generazione all’altra, come preziosa eredità. Il fitha Mogareh, ossia diritto di Mogareh, dal nome dello altipiano che servì di dimora al fondatore della tribù, fu ampiamente illustrato da Munzinger in un’opera intitolata: Ueber die sitten und das Recht des Bogos: Esso non manca di certe analogie con l’antico diritto romano, nato forse in una società che trovavasi in condizioni poco diverse da quelle degli odierni Bogos e che aveva gli stessi bisogni.
I membri della comunità son divisi in patrizî (shumaglié) e plebei (tigré), formando i primi soltanto una terza parte della popolazione totale. Ogni plebeo è obbligato ad affidare la difesa dei propri interessi ad un patrizio, che in molte circostanze si costituisce suo protettore e mallevadore, ed in compenso percepisce dal proprio cliente cospicui tributi. I plebei godono dritto di asilo nella casa del shumaglié.
Sussiste anche fra essi la condizione di schiavo, la quale è però meno dura che in ogni altro paese, in grazia di certe disposizioni protettrici. Un Bogos può essere schiavo per nascita, per vendita, perchè si trova nella impossibilità di pagare i suoi debiti, od anche per sua spontanea volontà. Comunque sia, lo schiavo gode facoltà di scegliersi un padrone; di più si può anche riscattare, col pagamento del valore di 10 vacche, che corrisponde presso a poco a 160 franchi. Il padrone, considerato dalla legge come padre dello schiavo e suo mallevadore, è responsabile dei delitti che questi può commettere, e, se fosse ucciso, egli ha diritto di vendicarne la morte.
Ogni giovane, in seguito ad una cerimonia che rammenta la presa della toga virile presso gli antichi Romani, diventa a 18 anni maggiorenne e sfugge d’allora in poi alla potestà del padre. Questi può a suo talento uccidere il proprio figlio ancora minore, od anche venderlo come schiavo. Il turpe mercato si pratica talvolta negli anni di carestia, e ciò spiega la presenza in Keren di non pochi schiavi indigeni.
Il capo di famiglia o sim gode tra i Bilen di una grande autorità su tutta la sua parentela sino al settimo grado. Egli è considerato come sacro, come inviolabile, e riscuote certi tributi fissi nel primo anno della sua carica.
Riguardo ai matrimoni, possono considerarsi come contratti in presenza di testimoni. Il scrive in proposito che non sono irrevocabili nè esclusivi, e che il sacramento per mancanza di preti è andato in disuso. Vengono però, come in tutto Oriente, così tra i Bogos, celebrati con gran pompa. «Parecchi giorni innanzi soggiunge l’autore precitato, le giovani del paese si raccolgono a casa della sposa notte e giorno ballano e cantano al suon di un tamburello, che alcuna di loro tocca con le mani; nè si vergognano di esser quasi nude o cenciose, purchè la felice loro compagna sia onorata. Ma è un dir niente alla galoria chiassona, che fanno il dì dello sposalizio. Le forosette, ac- conce i capelli a trecce spesse, sottili e penzoloni sul collo, succinte ai fianchi, la veletta a ciondoli, con al sinistro un campanelluccio, e sul petto nudo, a guisa di ciarpa, una pelle di capra a cincischi frastagliata, suonano su per le strade, nelle piazze, sull’uscio di lor catapecchie varie foggie di danze, rigodori, ridde o rigoletti....»
Alla morte di un Bogos i suoi beni passano al suo figlio maggiore. Gli schiavi, i clienti, la moglie fanno parte dell’eredità. L’uso mogareh non riconosce il diritto di testare. I Bilen non sono severi per i ladri e si contentano di far loro pagare, se sono scoperti, un’ammenda proporzionata al valore dell’oggetto rubato, tranne quando si tratti di bestiame, nel qual caso la pena è assai maggiore. Pei delitti di sangue vien quasi sempre applicata la pena del taglione.
Nella procedura loro, che è assai complicata ed ingegnosa, il giuramento dell’accusato vale come prova giuridica. La vendetta delle offese più che di diritto è tenuta in conto di sacro dovere. Perciò si mantengono sempre vivi gli odi tra famiglia e famiglia, e durano per molte generazioni, provocando bene spesso lotte sanguinose che contribuiscono in non piccola parte, secondo Munzinger, a spopolare la contrada.
Chi ha oltraggiato una donna nell’onore, fosse pur questa consenziente, è stimato pari, tra i Bogos, allo uccisore di un uomo libero e deve pagare il prezzo del sangue, che equivale a centotrentadue vacche, se si tratta di offesa fatta ad un patrizio, di novantasei se la vittima e invece un tigrè. In altri casi, come per ferite gravi ed anche per omicidio involontario, il delinquente è tenuto a pagare soltanto il mezzo sangue.
I Bilen sogliono prestare danaro ad interessi esorbitanti, per esempio al 100 per 100 all’anno. Quando però il raccolto sia andato perduto o il paese sia stato, come spesso succede, devastato dalle guerre e dalle fazioni, l’assemblea generale della tribù ha facoltà di esonerare i debitori dal pagamento o di protrarre le scadenze a tempi migliori.
Talvolta queste sagge disposizioni si applicano ad esclusione del ceto dei commercianti.
3. La giurisprudenza, di cui ho qui accennato alcuno dei punti principali, sembra destinata a scomparire in un avvenire non lontano. Le numerose invasioni straniere (furono quattro soltanto dal 1849 al 1854) e soprattutto il contatto dei Musulmani di Egitto, hanno di già alterato nei Bogos il rispetto tradizionale per le antiche usanze, la patriarcale semplicità, la nativa fierezza. Essi cadranno ben presto in braccio allo straniero e colla indipendenza perderanno anche le loro leggi, la fede, e forse anche l’idioma dei loro antenati.
4. Circa la costituzione politica dei Bogos trascriverò poche parole del che valgono a mostrare, se non altro, su quali basi sia fondata.
«I Bogos non hanno governo unico, nè alcun legame comune gli tien soggetti di un capo; sì quanti sono i villaggi altrettante sono le repubbliche, che reggonsi da per sè, avendo tra loro quei rispetti, che non importano inimicizie, nè tafferugli. Per doverne fare una nazione forte, si vorrebbe eleggere un capo, che dando loro una legge, gli legasse più fortemente all’amor della patria, accendesse nei loro cuori scintille di emulazione, di reciproca fratellanza, e gli menasse a divenir commercianti agricoltori e soldati, senza ledere in nulla i diritti comunali di cui sono gelosi assai».
5. L’illustre autore viaggiando verso Keren, e trovandosi a due giornate da quel principale ed importante villaggio dei Bogos, venne più volte fermato e rispettosamente salutato dagli indigeni. Ecco come egli narra questo fatto: «Fui fermato più volte in quel giorno e nel seguente da viandanti Bogos che vollero quasi per forza baciarmi la mano. Costoro sono cristiani e praticano similmente cogli altri viaggiatori, in segno di riverenza e di amicizia verso correligionarii potenti e ricchi, perciocchè tali stimano tutti gli Europei.
Men belli della persona e meno industriosi dei Mensa, i Bogos non differiscono da questi loro vicini pei costumi, per gli usi pel vestire. Il tipo loro etnologico, come giustamente avverte il Sapeto, è quello stesso dei tributarii del gran Sesostri, effigiati negli antichissimi bassorilievi egiziani, cioè il tipo abissino primitivo ben noto agli antropologi» .
I Bogos hanno pure grande venerazione pei loro defunti:
«Lasciati addietro due o tre villaggetti, passammo accanto ad alcune tombe di Bogos, fatte con arte e diligenza molto maggiori di quel che non siano colà le dimore dei vivi ecc. .
6. Ecco poi un quadro vivissimo dei costumi semplici e patriarcali dei Mensa.
«Dopo un altro breve cammino, giungemmo al centro dell’altipiano di Maldi, ove è un piccolo villaggio formato di 46 capanne disposte in un circolo perfetto, in mezzo al quale si adunano le mandre di quei montanari, quando tornano dal pascolo. Le capanne assai piccole e fatte a cupola, risultano di un’armatura di rami d’alberi, coperta di stuoie e pelli; gli intervalli tra l’una e l’altra sono ricolmi di pruni, ad eccezione di uno che serve di accesso al villaggio. Un tugurio isolato fuori del circolo è destinato, se ben mi appongo, alle sentinelle che vegliano alla sicurezza della comunità. Entrati che fummo, ci vennero d’attorno molti fanciulletti ignudi per vedere il bianco signore della lunga barba, mentre sulle porte delle capanne si affacciavano per lo stesso oggetto e donne e ragazze, non meno curiose delle altre figlie di Eva. Fra esse alcune erano vestite, o meglio svestite, con una cintura, guarnita di lacinie di cuoio pendenti ed ornata di conchiglie, il qual costume, per lo passato assai generale, tende ora a scomparire, imperocchè incominciano ad adottare le mode di Moncullo.
Mi si presentò dinanzi, appena arrivato, il capo del villaggio, simpatico giovane dalla fisonomia affabile e dignitosa, e fattomi il saluto di uso, mi assegnò un posto ove potessi pernottare con la mia gente. Prese poscia un gran vaso pieno di latte, e bevutone un sorso per mostrare che non ricettava nascosto veleno, me lo porse, ed io libai accennando di aggradire la cortesia. Per altro, ancorchè il latte fosse eccellente, lo tracannai con ritrosia, giacchè il vaso in cui mi era offerto, contesto non so se di palma o di giunco, era internamente spalmato di sterco bovino, forse per renderlo stagno. In appresso entrarono successivamente nel villaggio gli armenti reduci dal pascolo, ricchi di ben 300 capi di bestiame, non compreso un certo numero di capre. I pastori si misero allora a mungere le vacche e ad abbe- verare i vitelli, e fattesi dense le ombre della notte, si accoccolarono intorno a grandi fuochi accesi nel mezzo del recinto per riscaldarsi e conversare sino all’ora del sonno che non tardò molto a giungere.
Allo spuntar del giorno, ci dipartimmo da quei semplici pastori ecc. .
7. Tra le tribù musulmane rammentiamo quella degli Habab, che sono quei medesimi il cui capo Kantibai fece ultimamente dichiarazione di sudditanza verso la nostra nazione; la quale dichiarazione ne venne poi anche approvata e confermata dai fratelli di lui. Questa tribù, a giudicare dal fatto che si è obbligata di fornire al nostro esercito 7000 cammelli, deve essere oggi molto numerosa e ricca. È vero che nel quadro sinottico del Bonichi è riportata nella cifra di 8000 anime, ma è a notare che egli scriveva quelle notizie più di 20 anni or sono.
8. Come ognuno vede le tribù che attorniano Sciotel non sono poi tanto barbare e selvagge, quanto si potrebbe credere; anzi, in certe cose, potrebbero dare dei punti alla nostra civiltà: come è, per esempio, per l’usura, e per la facoltà che ha la loro assemblea di rimettere i debiti o di prolungarne la scadenza.
Il principale appunto, che ad essi si fa, è che sono pigri, amanti della vita nomade poco dediti all’agricoltura, contentandosi di tirare innanzi la vita con i prodotti che quelle terre feracissime spontaneamente producono. Sicchè, non curandosi di far fruttare la terra e di metterne in serbo i prodotti, negli anni di siccità e di carestia, muoiono di fame.
Ciò è verissimo: ma hanno poi tanto torto?
Rispondo ricisamente no, perchè la sicurezza delle loro persone, e delle cose loro, la loro tranquillità sono in ragione diretta della loro povertà: più sono poveri e meno hanno da temere le moleste, le devastatrici visite dei Ras del furfante dei furfanti, il Negus Neghest.
9. Il Re dei Re, quando ha bisogno di danaro e di derrate, usa un mezzo facile e molto spiccio per procurarseli; poichè egli assegna ai suoi capi le più ricche province, con l’incarico di taglieggiarle, riserbandosi sul bottino il dieci per cento. Ed i Ras, non avendo a loro disposizione nè esattori nè agenti delle imposte, nè ruoli esecutivi e trovando più commodo ed utile servirsi con le proprie mani, anzichè affidarsi alla lealtà dei loro tributari, si slanciano con tutto l’esercito nelle province a loro assegnate, mettendole a sacco e a fuoco.
Siffatte visite sono, per i poveri sudditi, un vero flagello di Dio!
Lessi di una scorreria, o razzia, che il cristianissimo D. Giovanni Kassa fece non contro nemici ma contro sudditi suoi, co- mandando egli medesimo l’esercito; e posso assicurarlo, che la narrazione è tale da muovere ad ira anche i sassi. Dinanzi l’esercito dello amato Sovrano fuggivano tutti atterriti, ed i soldati predavano tutto ciò che veniva loro alle mani, non risparmiando neppure la vita a quei poveri disgraziati, non perdonando nè a sesso, nè ad età. E, ciò che non poteano trasportare, devastavano, bruciavano; in modo che, in pochi giorni, una provincia ricca, non solo de’ prodotti del suolo ma anche di piccole industrie, piombò nella più squallida miseria, nella più dura carestia.
Mi pare dunque che io diceva bene pocanzi, che cioè la sicurezza, per quei popoli è in ragione diretta della loro povertà! Perchè dovrebbero lavorare, perchè dovrebbero risparmiare quei poveri barbari? non fanno forse bene a contentarsi di ciò che, quasi spontaneamente, produce la terra, e non attrarre su loro, con le sudate ricchezze, la rapace ira del loro Imperatore?
Parte Prima - Capitolo Terzo
ct
Sommario. — 1. Il Principe Haylù. — 2. Il Padre Stella. — 3. Cessione di Sciotel. — 4. Incontro di Stella con Zucchi, e partenza della prima spedizione. — 5. Richieste di Zucchi al Console Italiano. — 6. Risposta del Console e partenza della seconda spedizione. — 7. Ciò che aveano fatto Stella e i primi arrivati a Sciotel. – 8. Lettera di cessione del Principe Haylù.
1. E se così son fatte le scorrerie del Negus sui suoi propri sudditi, quanto non debbono essere più terribili, più gravi, quelle che fanno le tribù Musulmane contro le cristiane, ove si pensi che, alla ingordigia del facile bottino, si aggiunge l’odio di religione? A questo male pensava il Principe Ailù, siffatti danni egli cercava allontanare per sempre dai suoi sudditi quando concedeva lo Sciotel al Padre Stella: ed ecco come.
2. «Fra i Bogos (scrive l’Issel) giacenti nella più inveterata barbarie, pigri, superstiziosi, dediti soltanto alle guerre civili, alle rapine, capitò, son circa 22 anni (cioè verso il 1848) il Giovanni Giacinto Stella, e si consacrò con mirabile zelo ed instancabile pazienza al loro morale e materiale miglioramento. Egli fondò nel paese dei Bogos la prima chiesa e la prima missione cattolica; ma quel che è più, pervenne ad ispirar loro massime di giustizia, di rispetto per la proprietà e la vita altrui, amore al lavoro, e seppe coi suoi co- stanti benefizii, non meno che cogli ottimi insegnamenti, cattivarsi l’affetto e la fiducia di quei rozzi montanari, cosicchè ne divenne il maestro, il protettore, l’arbitro. Anche adesso, lui morto, il suo nome è riverito a Keren e nei villaggi circonvicini, e ciascuno ricorda come si adoprasse a lenire i mali della carestia e della guerra, a comporre le contese tra famiglia e famiglia, tribù e tribù; come egli, non perdonando a pericoli, a fatiche, strappasse dalle mani di spietati rapitori i Bogos tratti schiavi dalle masnade egiziane» .
Fin qui il prof. Issel; le cui parole confermano quanto, sin dal 1867 scriveva il Bonichi al nostro Governo, in una relazione datata da Massaua, di cui conservo una copia fatta dal Bonichi medesimo.
Il Bonichi dice che «il padre Giovanni Stella di Asti, già addetto alla missione cattolica francese, si era acquistata tanta benevolenza non solo fra i Bogos, anche musulmani, ma anche presso quasi tutti gli Abissini, che la stima e la fiducia che il suo nome ispirava, era penetrata fin sotto la tenda dell’Imperatore Teodoro e nell’animo del Principe Haylú, i quali più volte gli aveano dato pubbliche e splendide prove del loro affetto».
3. Un giorno del 1865 il principe Haylú, discorrendo col P. Stella delle infelici con- dizioni in cui erano i suoi sudditi cristiani, esposti sempre alle scorrerie dei Musulmani, gli propose di cedergli il territorio di Sciotel, che era suo retaggio particolare, affine di fondarvi una buona colonia europea. Il P. Stella accettava la generosa offerta di Haylú, e si obbligava di fondare la colonia europea, procurando d’istruire meglio i cristiani nell’agricoltura e di porli in grado di potersi garentire per sempre dalle razzie dei Musulmani.
4. Egli, senza indugio, si mise subito alla opera, e partì per l’Egitto con l’intendimento di passare in Italia e trovare capitali e coloni; ma ciò non fece perchè al Cairo, nel novembre del 1866, s’incontrò con Pompeo Zucchi, da Cuneo, ch’era al servizio di S. A. Ismail Pascià, ed era figliuolo di Francesco Zucchi capitano istruttore particolare di S. A. Ibrahim Pascià. Il Zucchi disponeva di alquanto capitale, e, approvando pienamente le idee di Stella, fece sì che costui, presi gli opportuni accordi e fatti i contratti con Zucchi medesimo ed altri coloni, ritornasse subito a Sciotel con tre italiani senza venire affatto in Italia .
5. Il Zucchi partì dal Cairo verso Sciotel il 1.° Maggio del 1867, e prima di partire inviava al console italiano la seguente richiesta:
«Ill.mo Signore
In coerenza di quanto le manifestai a voce, oggi alla vigilia della partenza della seconda spedizione della Colonia Italo-Africana da quì a Suez e Massaua per Sciotel, io come capo e Direttore mi faccio un dovere di accompagnarle con la presente, onde vengono conservati e custoditi presso il R. Consolato d’Italia a tutti e per tutti gli effetti di diritto e ragione da valersene in ogni circostanza, i seguenti documenti:
A) L’originale del contratto di fondazione ed istituzione della Colonia Italo-Africana, stipulato fra Zucchi e Giovanni Stella in data 20 Febbraio 1867.
B) L’altro contratto di associazione alla Colonia, in data dello stesso 20 Febbraio 1867, fra Zucchi socio capitalista ed i socî d’opera e d’industria, come risulta dalla quì annessa nota.
C) Contratto fra Zucchi e il Dottore Ferdinando Bonichi, in data 10 Aprile 1867.
D) Contratto fra Zucchi e Giorgio Lifonti, in data 17 Aprile 1867.
E) Contratto fra Zucchi e Alessandro Angioli in data 25 Aprile 1867.
F) L’inventario dettagliato in forma di manifesto, per gli effetti doganali, delle mobilie, suppellettili, stoviglie, armi, munizioni, macchine, dei generi, istrumenti ecc. ecc. il tut- to provvisto quì in Cairo e conseguentemente esente da ulteriore dazio per tutto il territorio egiziano.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Sciotel.
