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Tre tribuni studiati da un alienista

Cesare Lombroso · 1887 · Free in the US

43,620 words · about 3 h 3 min to read

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Author
Cesare Lombroso
Language
Italian
Published
1887
Length
43,620 words · about 3 h 3 min
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10 reader sections
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Contents (10)

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C. LOMBROSO

Tre Tribuni

studiati

Prefazione

All’amico ignoto,

Non ho il coraggio di dedicare questo libro a un amico provato, come aveva fatto per l’altro; quando si lotta per verità poco note o poco accette non si deve legare alla catena dolorosa della propria impopolarità l’amico che a voi si affidava.

Ma ve n’è uno, al quale chi lotta per un’idea può sempre abbandonarsi senza ritegno.

È l’amico ignoto, spesso più caldo del compagno d’infanzia, che non rifugge mai dalle idee generose per quanto combattute, anzi perchè combattute.

È a lui che mi rivolgo.

Quando, anni fa, pubblicavo i coll’intento di spiegare un fenomeno sociale e politico, che parve sulle prime un vero problema, mostrando, senza rispetto ad alcun partito, la miseria in cui siamo caduti, e tentando, da vecchio alienista impenitente che sono, di cavarne un’applicazione allo studio del mattoide, io aveva fallito la strada.

Non è poeta chi vuole, e non è chi vuole, popolare. È necessaria una dose di grande duttilità e lucidezza; e non basta, come io credeva, sorvolare sulle citazioni, ma bisogna condurre il pubblico passo per passo; se no, avverrà che egli, trovatosi all’improvviso sopra una strada ignota, non sappia orientarsi, ed accusi della propria confusione non già sè stesso, ma la sua guida.

Quando qualcuno legge un libro per sollazzo, si ferma ai fatterelli che gli si adducono, senza sognare che vi sia sotto una conclusione. Meno ancora sognerà che l’autore pretenda da lui la conoscenza delle altre sue opere, senza le quali molte delle teorie addotte devono sembrare bislacchi paradossi; e così io avendo, in altro lavoro, con parecchie centinaia di esempi, mostrato la frequenza della pazzia nell’uomo di genio e le ragioni anzi per cui l’uno a vicenda si trasforma nell’altro, e gli speciali caratteri dei mattoidi, ommisi quelle dimostrazioni, dopo le quali poche frasi colte a volo nelle lettere di , nell’Ezio II, bastavano per mostrare l’indole morbosa dei loro autori. Un altro difetto capitale si aggiungeva in quel libro: la mancanza d’ogni misura nella diagnosi delle nostre piaghe. Il vero tutti dicono d’amarlo; ma ei dev’essere un vero anodino, che non ci guasti le digestioni; un vero debitamente filtrato attraverso lo staccio dei partiti e degli interessi.

Ti concederanno, per esempio, di maltrattare un Tizio, purchè abbi cura di non rivelare le magagne di Cajo: e giura, anzi, che quelle sieno glorie e non magagne, e lascia tranquilli i potenti, sian pure prepotenti, anzi... appunto se tali.

Qui trovo che i critici hanno proprio ragione. Che diavolo! Siamo in un’epoca di serafica contentatura, e tutti facciamo il bocchino d’oro, ed abbiamo convertito in turiboli le fiere alabarde: quando in tal’epoca uno, invece di miele e di incensi, va in busca di bastonate e di beffe, per dirci che noi confondiamo la calma con l’apatia; che non si provvede sul serio al delitto coll’estendere la giurìa; e all’ignoranza con dei brani di carta sotto forma di legge; e alla questione sociale, dimenticando l’agricola; e all’agricola dimenticando i pellagrosi; che non si progredisce ripristinando le preistoriche cremazioni, oh! costui non conosce il suo tempo.

E mi si fa un appunto proprio di ciò, che io speravo fosse un vanto: dell’avere tentato di sfrondare la leggenda rosea che involge e confonde la storia di alcuni idoli nostri. Oh! che, risponderei, non ne abbiamo abbastanza delle favole che dobbiamo ufficialmente accettare, perchè ammesse per vere dai più, da dovere aggiungervi anche quelle che passarono per la mente d’un romanziero, o fra i deliri d’un popolo che inneggia ad eroi che prima adorava, poi calpestava e derideva, sempre senza comprenderli.

A che servirebbero gli studi se dovessero tenere dietro e non precedere i portati della pubblica opinione? A che servirebbe una vita passata in mezzo a ricerche speciali, se non desse diritto a sorridere alle risa degl’ignoranti, e ad imporsi, senza spavalderia, ma senza esitanza, a coloro che, essendo colti negli altri rami, pretendono e nol sono nel vostro?

L’allontanarsi dalla leggenda non è, del resto, già per sè, sempre un progresso? E non ci permette di spiegarci dei fatti che, finchè vagoleggiano in un mondo nebuloso ed incerto, potran destare negli uomini volgari stupore ed anche diletto, ma rimanendo pei savi un muto ed inutile enigma?

Prendiamo, ad esempio, il . Come, colla sua leggenda, connettere il suo principio colle replicate cadute, le sue vane imprese colle sue gigantesche proposte, ecc.? E, ammessa la leggenda, quali applicazioni utili se ne possono cavare di più che dalle epiche imprese di Orlando e di Rinaldo? Mentre, invece, seguendo solo i lumi della storia e rettificando la leggenda coi lumi della psichiatria, se ne spiccia un raggio che non solo rischiara una serie di fatti storici male compresi, ma ci aiuta a spiegare alcuni fatti che non ci sappiamo spiegare, malgrado si svolgano sotto i nostri occhi, come i trionfi di Lazzaretti e di : e ci fa intravvedere anzi una teoria sulla genesi di quei grandi avvenimenti storici che sono le rivoluzioni, cui molti anche non miopi ingegni derivavano così spesso da casuali incidenti, oppure lasciavano inesplicati, anzi (che è peggio) non presentendo che alcuno credesse necessario di trovarne la soluzione.

La ragione intima, però, di tutto questo sta nella profonda ignoranza che c’è, anche nel pubblico colto, per quanto tocchi la psichiatria. La nostra educazione classica, classica così per dire, che nel fondo la maggior parte non fa che imparare (Dio sa con qual vantaggio!) come lo stesso oggetto si chiami e si declini in vecchie lingue, portandoci via i più begli anni e le più belle forze della nostra giovinezza, non ci lascia, si può dire, un margine sufficiente per le cognizioni più solide e più utili. Non v’è nessuno della buona società che ignori chi sia Romolo o , o ignorandolo non se ne vergogni; ma, viceversa, cosa sieno i terribili bacteri che sono i padroni della nostra vita, come si respiri e come e perchè si cammini, oh! questo pochissimi sanno, e pochissimi si vergognano d’ignorarlo; arrivederci poi in certi problemi di psichiatria, sconosciuti persino a molti medici!

E intanto fenomeni psicologici e storici, anche volgari, restano completamente un enigma; per esempio, noi non sappiamo spiegarci come si manifestassero quelle vere epidemie psichiche del medio evo e dei tempi antichissimi, nè comprendiamo cosa fossero le streghe, i profeti, i santi, gli oracoli, i miracoli, e, come vedremo, ci sfugge la causa di una gran parte delle rivoluzioni. Ogni volta che un fenomeno psicologico si presenta all’improvviso al pubblico, come l’ipnotismo, e s’impone per la sua gravità, desta una strana maraviglia e per poco non ci fa ritornare alle credenze dei tempi selvaggi, come certo accade quando degenera nelle fedi spiritiche.

E v’hanno uomini indegni di rispetto, perchè troppo di mala fede, che gridano ai miopi loro seguaci in letteratura, in diritto, come dei pic- merciai timorosi d’ogni concorrenza: Guardatevi da questi alienisti invasori che sconfinano e invadono i nostri campi! — Potremmo noi rispondere: Se invadiamo, gli è perchè siamo forti, e voi siete dei deboli, malamente aggrappati al passato.

Quando si applicavano, e il costume non è ancora scomparso, la teologia e poi la metafisica, che sono la negazione della vera scienza, alle quistioni pratiche e sociali nonchè alle fisiche, allora il danno era grave, e sarebbe stata utilissima, e non vi fu, l’opposizione; ma che male vi ha quando si applichi una scienza tutta desunta dai fatti a spiegare dei fatti che prima non si comprendevano? Chi si lagna, ora, per la intrusione della chimica, della meccanica in tutti i congegni della nostra vita se non sono i nemici di ogni movimento civile?

E notisi, poi, per suggellare la sconfitta di codesti avversari: che non sono proprio tanto gli alienisti che si facciano innanzi ad estendere le applicazioni della loro scienza (per istrano caso, in Italia, meno poche eccezioni, tutti sono od avversi o tiepidi amici a quest’idee), quanto gli uomini di grande ingegno come il Ribot, il Taine, lo Spencer, il Maury, il Guyau, il Ferri, il Garofalo, il Drill, il Campili, il Fioretti, il Puglia, che, estranei alla psichiatria, vi si addottrinarono per applicarla ai loro studi. E certo niun alienista si dolse di sì nobili soci e maestri.

Ma intanto, si soggiunge, con tutto ciò voi fate del mondo nient’altro che un grande manicomio. Oh! si rassicurino costoro, chè dello spazio libero per le menti tranquille e timorate ne resta, e di molto. Tutto il mondo che lavora senza elevarsi ad una idea, tutto il mondo che si affatica dietro ad una misera croce, ad un impiego, ad una zolla, tutto quel mondo insomma che fa da platea ed anche da orchestra ai pochi attori di genio, è immune di questa pece; e così anche coloro che essendo fra i più e volendo essere fra i meno si formalizzano di queste teorie, e sminuzzando i dettagli o vedendo solo, un lato della questione non ne capiscono o fingono di non capirne l’insieme.

Ma forse migliore d’ogni ragione, è quella che siamo in un paese vecchio, che, come i vecchi ed i bambini, ha terrore di ogni novità; e per difendersene crea la leggenda e la fiaba, che trasforma in uno strupo di caotici demolitori quanti osano pensare diversamente dalla inerte maggioranza e cerca annichilarlo.

Passeggiando nella nostra capitale è ovvio, infatti, l’imbattersi in molti di quei semi-politici e semi-scienziati, che fanno della doppia mediocrità uno sgabello alla fama propria non solo, ma anche all’infamia altrui; ed è ovvio sentire presso costoro gabellate d’assurde e rivoluzionarie delle teorie, che presso molti scienziati di altri paesi hanno ormai diritto di cittadinanza. Nè vale il rispondere con libri che arrechino nuove esperienze, nuove prove; essi non hanno il tempo per leggerli, nè forse l’ingegno a capirli. Un bel accenno olimpico del capo non è egli più facile e — presso i molti ignoranti — più fruttuoso di un’opera intera?

E sono un manipolo di auto-apostoli muti, che, tenaci nel dogma, nel catechismo e più nella reciproca ammirazione, credono schiacciare ogni altro col peso del loro silenzio, od oppongono la loro lodata sterilità ai vostri volumi. Se essi non hanno creato, chi deve creare? Quando poi si degnano parlare, chi oserà porre in dubbio la loro sentenza?

Del resto, alla bufera tien dietro spesso la pioggia fecondatrice che ravviva e raddoppia i raccolti nella zona dalla prima distrutti, ed alla bufera che m’attende, malgrado le correzioni introdotte in questo libro, spero succeda il trionfo di alcune almeno delle idee da me spalleggiate.

Capitolo I Intelligenza dei pazzi — Monomani — Mattoidi.

CAPITOLO I.

Intelligenza dei pazzi — Monomani — Mattoidi.

Come ho già accennato poco sopra, mal potrebbe il lettore profano agli studi di psichiatria, afferrare quanto io tenterò di esporre nei seguenti Capitoli, se prima non si persuade essere non già una bizzaria che mi pulluli in capo, ma un fatto, ormai nettamente risoluto dalla scienza, che, salvo negli idioti, negli imbecilli e nei dementi che hanno servito sventuratamente a modello pei più, l’intelligenza della maggior parte dei pazzi è piuttosto in una esagerata che non deficiente attività; se e’ sbagliano, sbagliano perchè troppo sentono e pensano, e quindi sono in un contrasto continuo coi loro coetanei e fino col loro stesso passato.

Ciò ben si capisce, perchè in essi l’organo di quella funzione sublime che è il pensiero, non è tutto colpito, ma lo è solo in parte, e l’energia, che vien meno solo negli affetti, nell’ordine, od in quello che noi diciamo senso comune, viene compensata nel rigoglio di altre facoltà, la fantasia, la memoria, p. es., la passione estetica.

Così Winslow conobbe un gentiluomo, incapace, quand’era di mente sana, di fare una semplice somma, che diveniva un famoso aritmetico sotto all’accesso maniaco; così come una donna, poetessa nel suo manicomio, ritornava, guarendo, la più prosaica delle massaie (p. 207).

Un monomaniaco di Bicêtre si doleva, con questi bei versi, della sua triste prigionia (Moreau):

Ahi le poète de Florence — N’avait pas dans son chant sacré Revé l’abîme de souffrance — De tes murs, Bicêtre exécré.

Esquirol racconta come un maniaco, durante il periodo acuto del male, inventasse un cannone che venne adottato.

Morel curava un pazzo, soggetto a vere ebetudini intermittenti, prima delle quali componeva delle belle commedie.

Un altro pazzerello curato dal Verga, avea fantasticato, nel e pel suo delirio, con molto ingegno, se non con verità, l’etimologia di Senavra, da Sen-avrà; un medico, figlio d’un grand’uomo, colpito dalla follia, inventava, con molto ingegno, e, non dirò, per onore dell’armi, giustezza, che farmacia deriva da far-marci e medico da ocidem.

G. B., nipote di un celebre letterato, ammattito (mania), un giorno che gli prescrissi un decotto di camomilla, la medicina notoria delle comari: «Vedi, escì a dirmi subito,

M. G., negoziante, melanconico, da uno dei compagni chiamato col titolo di conte: «Che conte — rispose, — dei conti ne ho fatto molti, ma erano conti di quattrini; conte non sono punto».

«Perchè non mi vuol dar la mano, diceva io, una mattina, alla signora M... (follia morale), è forse meco in collera? Ed essa: «Pallida virgo cupit, rubiconda recusat».

«Spera di uscir presto, signora M..., dallo Stabilimento?

Uscirò quando avranno messo giudizio quelli che ne stanno fuori».

N. B. è un poeta del manicomio, scrive versi con molto buon senso, ma con piedi troppo numerosi; il suo compagno G. B. diceva che allungava loro quei piedi perchè essendo ben piantati, non gli fuggissero di mente.

Quindi sbagliano coloro che negano la pazzia di certuni, perchè ragionano meglio che non la comune degli uomini; appunto perchè ragionano meglio degli altri, essi non sono normali. Infatti, la massa degli uomini generalmente non ragiona troppo, nè troppo pel sottile; generalmente l’uomo, fruges consumere natus, suole esercitare la sua intelligenza nelle questioni che riguardano il suo ufficio, il suo mestiere, il suo cibo; quando quindi vediamo, p. es., un venditore di frutta applicarsi quasi continuamente a fare ragionamenti filosofici, od un birro sbracciarsi a far il filantropo, come il Bosisio, noi dobbiamo sospettare che la sua mente si trovi in uno stato anormale.

Ma, ben inteso, questa anormalità, a chi ben vi studia, non è mai isolata; quasi sempre si osservano in costoro, insieme alla esagerazione, anomalie caratteristiche, lasciandosi essi, per esempio, dirigere negli atti da una rima (come colui che voleva uccidere un povero curato perchè «curato» faceva rima con «croato»), od adoperando parole antiquate e straniere, od esagerando nelle minuzie o nei simboli, ecc.; od applicandosi ad argomenti poco adatti alla loro condizione, come, per esempio, il Lazzaretti, quando, carrettiere, volle fondare una nuova religione; od in una direzione inutile od anche dannosa, come, per esempio, quella M. che riponeva i suoi aghi in una serie innumerevole di sacchetti rinchiusi l’uno nell’altro, ecc.

Hanno alcuni un esagerato sentimento dell’ordine; così, per esempio, una mia cliente, per la mania dell’ordine, quando allogava nel cassetto la biancheria, ne ritagliava quella che essendo più lunga non apparisse abbastanza allineata.

Così non di rado i pazzi tracciano bei disegni, ma in cui si ravvisa qualche difetto caratteristico.

Uno, per es., nell’eseguire un lavoro di paesaggio, trascura la prospettiva come un Giapponese, perdendosi invece a disegnare con una cura esagerata certi fi particolari minutissimi ed inutili affatto (vedi tavola I). Eppure con tutto ciò riesce, grazie all’originalità, ad un effetto mirabile, come trovarono Boito e Castellazzo. Altri, come un monomane studiato dal Raggi, riproduce nelle scolture tutti i caratteri degli artisti preistorici e medioevali. Queste anomalie si osservano specialmente nei pazzi ereditari, monomani in ispecie, e nei mattoidi, sui quali più a lungo ci fermeremo.

I pazzi ereditari, scrive , offrono caratteri fisici e psichici speciali, che li fanno distinguere da tutti gli altri, e fin dai primi anni di vita.

Spiccano in essi la disarmonia intellettuale, lo squilibrio non solo fra le facoltà mentali, egli atti intellettuali da una parte e le inclinazioni dall’altra, ma anche fra le varie facoltà mentali. Cosicchè si hanno degli imbecilli molto atti ad uno o ad altro lavoro psichico ed incapaci affatto per tutto il resto; e ciò perchè le lesioni dei centri sono in essi irregolarmente distribuite, alcune essendo bene sviluppate, mentre restano quasi completamente atrofiche le altre.

Alcuni sono dotati di ottime facoltà intellettuali, ma difettano delle morali; altri al contrario, moralissimi, sono inatti affatto o pochissimo capaci a tutto che richieda lavoro mentale. Magnan ci narra d’uno, di codesti squilibrati, il quale torturò per più anni sua moglie, obbligandola ad udire dei discorsi che duravano per intiere notti ed in cui formulava lamentele punto giustificate: quando egli aveva parlato per sette od otto ore era soddisfatto e la famiglia poteva andarsi a riposare: ebbene la figlia di questo parlatore notturno comincia, ora, verso le otto ore di sera le sue arringhe e non finisce che al mattino; e grandemente si irrita se non la si ascolti o se si tenti di farla tacere.

Mattoidi. — Una forma nuova, quasi sempre congenita di alienati, è quella ch’io chiamo dei mattoidi, che si avvicina all’imbecillità da un lato, e alla monomania dall’altro, ma ha caratteri suoi ben spiccati. E prima di tutto ha pochissime di quelle anomalie che si chiamano dagli alienisti degenerative, e che deformano la fisonomia. Sopra un gruppo di 30 di costoro, solo 21 ne presentavano, e ben poco spiccati: 12 cioè con 2 anomalie; due soli con 3; con 4, due; con 6, un solo; e quasi tutti questi ultimi grafomani. I più spiccati anzi avevano una fisonomia intelligentissima ed armonica. Un altro carattere negativo è la conservazione degli affetti per la famiglia, ed anzi per gli uomini in genere, che va fino all’esagerato altruismo; per quanto però nell’altruismo stesso entri in molti la grande loro vanità.

Bosisio pensa fino al benessere dei posteri.

Così Dim... ama. la moglie, i nipoti, lavora continuamente per la famiglia; così Cianchettini manteneva la sorella sordomuta; il Lazzaretti adorava la moglie.

Nel carcere, pochi dì sono, dovendo fare una tras- fusione di sangue, perdetti assai tempo per trovare un individuo sano cui cavare del sangue; tutti si rifiutavano: appena lo seppe un mattoide, tisico, si offerse, e s’adontò anzi quando io non lo volli usufruire.

Ed hanno in genere perfettamente conservato, e fin esagerato, il senso dell’ordine: quasi sempre sono sobrii. Bosisio si nutre di polenta senza sale; Passanante solo di pane; Mangione con 13 soldi di ceci e fagiuoli; Cianchettini arrivò a formarsi col risparmio un piccolo peculio, facendo il portinaio d’una caserma.

L’intelligenza loro, sulle prime, non sembra offrire notevoli anomalie; e’ sono spesso di una notevole furberia e abilità nella vita pratica, per cui alcuni riescono medici, deputati, militari, professori, consiglieri di Stato; ma hanno di particolare e di morboso una laboriosità esagerata in materie estranee alla loro professione e sproporzionata alla loro non elevata intelligenza; attività, ma non attitudine, insomma, pari a quella del genio.

Ma ancora il carattere prevalente sta nella singolare abbondanza degli scritti. Il pastore Bluet ha lasciato nientemeno che 180 libri l’uno più insulso dell’altro. Il fornaciaio Mangione, che per giunta era storpiato nella mano e non poteva scrivere, si privava del cibo per potere stampare, e parecchie volte spese più di 100 scudi al mese coi tipografi. Di Passanante sappiamo quante risme di carta vergasse, e come egli desse più importanza alla pubblicazione di una insulsissima lettera, che alla sua propria vita.

Qualche volta le loro stramberie e’ si accontentavano di scriverle e stamparle senza diffonderle al pubblico; eppure credono che esso le debba conoscere.

In questi scritti, oltre ciò, si nota che lo scopo è o futile, o assurdo, o in perfetta opposizione col loro grado sociale e coltura; così un prete deputato tira giù ricette pel tifo; due medici fanno della geometria ipotetica e dell’astronomia; un chirurgo, un veterinario ed un ostetrico dell’areonautica; un cuoco fa dell’alta politica; un carrettiere della teologia.

È notevole che in quasi tutti, Bosisio, Cianchettini, Passanante, Mangione, De Tommasi, ecc., le convinzioni esposte nei loro scritti sono tenacissime, profonde, ma non fervide, sicchè non dan luogo al delirio di azione se non per eccezione, e quando vi si associa l’estrema penuria; e sono di tanto più prolissi e assurdi nello scrivere, di quanto sono sensati e succosi nel rispondere; si vedono respingere, solo a monosillabi, le obbiezioni, salvo a sfogarsi più tardi in chilogrammi di carta, e comportarsi, nel rispondere a voce, con tal buon senso, da far credere, ai meno dotti, per savie le loro fantasticherie.

«Il guardiano è la vera sentinella del popolo e governo, la libertà, la circolazione della stampa», è sentenza di Passanante, che sembra una logomachia, ma egli la spiega ai periti con questi termini: «La libertà della stampa, la libera circolazione dei giornali costituiscono la sorveglianza dei diritti del popolo. — Quand’io chiedevo al Bosisio perchè portasse bizzarramente i sandali e passeggiasse in pieno luglio a capo scoperto e seminudo mi rispondeva: Per imitare i romani e per l’igiene del capo, e infine per richiamare con un segno esterno l’attenzione del pubblico sulle mie teorie. Mi avrebbe ella fermato se io non fossi stato acconciato in questo modo?».

Insomma costoro, pazzi certamente nei loro scritti, e molte volte più di quelli dei manicomi, lo sono poco negli atti della vita, dove mostransi pieni di buon senso, di furberia ed anche di ordine; per cui accade loro il rovescio che ai veri poeti e in specie a quelli ispirati dalla pazzia, quasi tutti di tanto più abili nelle lettere quanto meno lo sono nella vita pratica. Quindi si spiega come molti di questi autori di bizzarrie mediche sono reputatissimi pratici. Uno era direttore di un ospedale. L’autore dello Scottatinge fu capitano e commissario di guerra. Un altro, inventore di macchine quasi preistoriche e di scritti più che umoristici, è in un ufficio che l’espone a continui contatti con uomini colti, che non l’hanno sospettato mai di follia.

La convinzione esagerata in loro dei proprii meriti ha ciò di speciale: del manifestarsi più negli scritti, che negli atti della vita e nella parola, sì che non mostra irritarsi, così come succede nei pazzi e anche nei genii, della contraddizione e delle tristizie della vita pratica.

Il Cianchettini si paragona a e a Gesù Cristo, ma scopa la scala della caserma. Passanante si nomina presidente della Società politica e fa il cuoco. Mangione si classifica martire dell’Italia e del proprio genio, eppure si adatta a far da sensale.

E non sarebbero mattoidi se insieme alla apparenza della serietà e alla tenacia costante in una data idea, che li fa simili al monomaniaco ed all’uomo di genio, non s’accompagnasse spesso negli scritti la ricerca dell’assurdo e la continua contraddizione e la prolissità e futilità pazza; ed una tendenza che supera tutte l’altre, la vanità personale.

Così il Cordigliani si accinge ad insultare alla Camera per aver un vitalizio dal Governo e crede che ciò gli debba tornare a grande onore. Così Passanante dopo aver predicato: «Non distruggiamo più vita umana, nè proprietà», danna a morte i rei dell’Assemblea; e dopo aver ordinato di «rispettar la forma del Governo», insulta la monarchia e tenta il regicidio e propone di abolire gli avari e l’ipocrisia.

Un medico vi stampa che i salassi espongono allo eccesso di luce; ed un altro, in due grossi volumi, vi predica che le malattie sono elittiche.

Vero è che qua e là qualche concetto nuovo e robusto ti vien fuori dal caos di quelle menti. Così, p. es, in mezzo alle assurde sentenze, ne ha Cianchettini alcune bellissime: «Come una porta chiusa a chiave non può essere aperta senza lesione che con chiavi o grimaldelli, così l’uomo avendo perduto la libertà mediante la lingua, non è che la lingua che possa svincolarlo senza lesione di parte».

In mezzo ai cantici spropositati dello Scottatinge, trovo questo bel verso sull’Italia

Padrona o schiava sempre — ai figli tuoi nemica.

Ho mostrato nella Monografia su Passanante come egli, qualche volta negli scritti, e più nei discorsi, uscisse in concetti vigorosi, originali, che appunto indussero tanti in errore sulla natura e veracità del suo morbo, ricordiamo la frase: «Dove il dotto si perde, l’ignorante trionfa»; e quell’altra: «La storia imparata dai popoli è più istruttiva di quella che si studia nei libri».

Perchè se il cervello non giunge in essi alle concessioni geniali, ha, col genio e col pazzo comune, all’opposto del mondo volgare, il filo-neismo, la passione del nuovo, dell’originale.

È naturale, che in questi concetti, essi rinnovino i pensamenti dei politici o pensatori più forti, ma sempre a loro guisa incompleti ed esagerati; quindi nel Bosisio tu trovi esagerate le delicatezze dei nostri zoofili, e prevenute le idee della sulla necessità dell’applicazione Malthusiana. E il De Tommasi, un sensale, truffatore, trovò ugualmente, salvo quanto vi aggiunse di erotismo morboso, un’applicazione pratica della selezione Darwiniana. E Cianchettini vuol mettere in pratica il socialismo.

Ma l’impronta della pazzia non è tanto nell’esagerazione delle loro idee, quanto appunto nella sproporzione in cui sono con sè medesimi, cosicchè a pochi passi da qualche raro concetto, ben espresso ed anche sublime, si corre subito a uno più che mediocre ed ignobile, paradossale, quasi sempre in contraddizione coi ricevuti dai più e colle condizioni loro e colla loro coltura: quello, insomma, per cui Don Chisciotte invece di strapparti l’ammirazione, ti fa sorridere: eppure le sue azioni, in un’altra epoca, ed anzi in un altro uomo, sarebbero state ammirabili ed eroiche; e ad ogni modo in costoro i tratti di genio sono piuttosto l’eccezione che la regola. Nei più vi è piuttosto mancanza che esuberanza dell’estro: riempiono interi volumi senza senso, senza sugo; alla mediocrità dell’idea, all’impotenza dello stile, che sfugge, direi, alla irruenza dell’ambizione loro, suppliscono con punti esclamativi od interrogativi, con continue sottosegnature, con parole speciali di tutto lor conio, proprio come usano i monomani; così già Menke notava di alcuni mattoidi suoi contemporanei che avevano inventate le parole derapti felisan.

Un altro, il Le Bardier, scrisse un’opera per insegnare ad ottenere il doppio raccolto agli agricoltori, evitare i venti ai marinai, un’opera intitolata: Dominatmosfheri; egli poi s’intitolava: Dominatmosfherifateur (De le Pierre, Litèr. des fous, 1882). Il Cianchettini ha trovato il travaso, il Pa... ha la cafungaia, il morbozoe, il Waltuk lantropomognotologia, il Gem... la ledepidermocrinia; spesso tu vi trovi una tipografia bizzarra con linee verticali tagliate da orizzontali e solcate di traverso e perfino con diversi tipi, come nel Cianchettini.

Molte volte mescolano delle figure alle proprie frasi, quasi per rinforzarle ritornando (parallelamente a quanto vedremo fare i megalonomaniaci) alla scrittura ideografica degli antichi, in cui la figura faceva da segno determinativo; così il Bluet ha nel suo lib. 88 una figura oscena ch’egli esplica ancor più nella sua strana prosa: «L’uomo giacerà supino e la donna a lui presso; un serpe a due teste gli attornia il pene ed un dragone fa entrare la sua gran coda nella femmina».

Tutti nelle loro opere usano un’esuberanza nei frontispizi veramente singolare. Io ne posseggo uno di 18 righe, non compresavi una nota che vorrebbe illustrare il frontispizio stesso. Un dramma ne ha 19. Un’opera socialista, stampata da un italiano in Australia e in puro italiano, ha un frontispizio foggiato ad arco trionfale.

Quasi tutti, nel titolo, tradiscono subito l’indole pazzesca. Basti quest’esempio del mattoide Démons: «La démonstration de la quatrième partie de rien est quelque chose, tout est la quintessance tirée du quart de rien et des dépendances, contenant les préceptes de la sainte magie et dévote invocation de Démons pour trouver l’origine des maux de la France».

Molti hanno il ticchio di mescolare e accumulare serie di cifre alle frasi, il che fanno qualche volta i paralitici. In una matta opera di Sovbirà intitolata 666, tutti i versi sono accompagnati dalla cifra 666: lo strano è che contemporaneamente certo Poter in Inghilterra aveva pubblicato un’opera sul numero 666 dichiarandolo il più squisito e perfetto dei numeri (De le Pierre, op. cit.). — Anche Lazzaretti aveva per alcuni numeri una speciale predilezione.

Un carattere, speciale a costoro ed anche ai pazzi, è quello di ripetere alcuni vocaboli o frasi centinaia di volte anche nella stessa pagina. Così in uno dei capitoli di Passanante il riprovate si ripete circa 143 volte.

Un altro carattere è quello di adoperare una ortografia e calligrafia loro speciale con parole in stampatello o sottolineate e nello scrivere in doppia colonna anche nelle lettere private, oppure in tanti versetti, distaccati come nella Bibbia, o frammischiando puntini ogni due o tre parole, come un certo Bellone, o intercalando continue pompierate, come certo Jasnò, che voleva provare che le articolazioni del braccio formano un tutto colla mano che si mena e semene (semaine) per mostrarci l’analogia colla semaine in cui Dio creò il mondo, gioco tra main e semaine!!

Hepain immagina un linguaggio fisiologico, che in fondo consiste nelle nostre lettere o rovesciate o sostituite da numeri: sta 5 nq facto, p. es., vorrebbe dire votre présence.

Ve n’ebbero, come il Wirgman, che facevano per le proprie opere fabbricare la carta a parte, con differente colore nel medesimo foglio, il che aumentava enormemente le spese, sicchè un volume di 400 pagine gli costò più di 2200 sterline.

Ma il carattere più spiccato è la calma, malgrado la tenacia in un’idea delirante, che si può osservare del resto anche nei monomaniaci e ne forma la differenza precipua dai maniaci.

Ma, come appunto nei primi, anche nei mattoidi, la calma alle volte cessa tutto ad un tratto e dà luogo a forme impulsive e deliranti, specialmente sotto l’aculeo della fame, o nell’acutizzarsi dalle varie nevrosi che si accompagnano al morbo e forse lo generano, come in Cordigliani e Mangione. Poichè giova notare che molti vanno soggetti a sintomi che accennano alla preesistenza di alterazioni dei centri nervosi. Gin... e Spand... hanno convulsioni alla faccia, abbassamento del sopraciglio destro, ptosi destra; anestesia si mostrò in Lazzaretti, in Passanante, e in B., incendiario, fenomeni epilettoidi in Mangione ed in De Tommasi, deliri brevi in Cordigliani.

Querelanti. — Vi ha poi una varietà di costoro: è quella già nota sotto il nome di maniaci litiganti o queruli.

Sono individui con forme del cranio e volto normali, fegato però quasi sempre ingrossato, che hanno un bisogno continuo di perseguitare giuridicamente gli altri, dicendosi essi, invece, i perseguitati, e spiegando una attività strana, una conoscenza minuziosa dei codici, che vogliono sempre applicare a proprio vantaggio, accumulando istanze su istanze, memoriali su memoriali, ed in copia tale, cui l’immaginazione nostra difficilmente giungerebbe. Molti s’attaccano ad un personaggio, intrigano presso di lui, poi vanno fino al Re, al Parlamento; non di rado incontrano; od al più sono ritenuti per esagerati litiganti; ma poi finalmente, dopo che la loro insistenza stancò clienti, giudici, deputati, essi trasformano la violenza curialesca e scrittrice in vie di fatto, pur sicuri che tutto loro verrà perdonato in grazie alla giustizia della causa, e servirà anzi a risolversi in loro favore, il che a dir vero qualche volta loro capita in virtù dell’assurda istituzione dei giurati; così il G.., perduta una lite, aveva ferito con un colpo d’archibugio il conte Colli e fu prosciolto, per la singolare eloquenza che sviluppò avanti ai giurati; dieci anni dopo finì per invadere ad armata mano un appartamento che aveva già venduto e che voleva riavere ciò malgrado, e che ancora sostiene per suo.

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