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Lettere autografe edite ed inedite

Cristoforo Colombo · 1863 · Free in the US

22,194 words · about 1 h 33 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1863 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Lettere_autografe_edite_ed_inedite_di_Cristoforo_Colombo&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Cristoforo Colombo
Language
Italian
Published
1863
Length
22,194 words · about 1 h 33 min
Sections
10 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (10)

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1. LETTERA a RAFAELE SAXIS sull’isole da lui scoperte (tratta da una stampa rarissima; 15 febbraio 1493). 2. ALLA NUTRICE DEL PRINCIPE DON GIOVANNI venendo dall’Indie prigione (1500). 3. ALL’AMBASCIADOR M. NICOLO’ ODERIGO (21 marzo 1502). 4. AL RE E ALLA REGINA DI SPAGNA, giusta l’edizione del Morelli del 1810 (7 luglio 1503). 5. AL DOTTOR M. NICOLO’ ODERIGO (27 dicembre 1504).

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Indice

Proemio

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1. LETTERA a RAFAELE SAXIS sull’isole da lui scoperte (tratta da una stampa rarissima; 15 febbraio 1493). 2. ALLA NUTRICE DEL PRINCIPE DON GIOVANNI venendo dall’Indie prigione (1500). 3. ALL’AMBASCIADOR M. NICOLO’ ODERIGO (21 marzo 1502). 4. AL RE E ALLA REGINA DI SPAGNA, giusta l’edizione del Morelli del 1810 (7 luglio 1503). 5. AL DOTTOR M. NICOLO’ ODERIGO (27 dicembre 1504).

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I monumenti sono ai martiri della scienza e delle grandi scoperte quel che le messe alle anime del Purgatorio: un acceleramento della loro santificazione, a queste in Paradiso, all’altre nel Valhalla della memoria dei popoli pentiti, che, in tali occasioni, hanno graziose Valkirie a versar loro idromele e birra in copia; e con tanta soddisfazione che ei ricominciano a far nuovi martiri per aver nuove feste. Ecco Genova, ecco la città di Cardenas nell’isola di Cuba elevar monumenti a Colombo; la madre e la figlia a dir così, essendo Cuba per lui nata alla luce dell’incivilimento cristiano ed europeo. Dopo 370 anni la poetessa compose l’inno di suffragio allo spirito del grand’uomo, che è uno dei pochi a cui sian possibili e perdonabili le distrazioni in cielo, avendo quaggiù un mondo di suo, che va vincendo l’antico, come nella ricchezza, così nel furore e nella follia.

E noi ancora, secondo la frase dei nostri muratori di civiltà, portiamo la nostra pietra all’edifizio, e pubblichiamo le sue lettere autografe, mandando loro innanzi un discorso, che crediamo valga facilmente assai più che i versi dell’, o di quanti altri poeti ed oratori si sgolano ad annegare nelle loro note il genio degli eroi. Che fanno qui queste cicale direbbe Colombo come Bruto nel di ,

What should the wars do with these jigging fools?

le guerre della scienza e della vita eroica; ma crediamo che il severo profondamente poetico spirito di Colombo accetterebbe volentieri l’elogio che, al risorgere delle speranze italiane, gli tesseva in questa nobile città Cesare Correnti, invocante ad auspici e protettori tutti gli Dei della nostra patria.

è una di quelle felici intelligenze, proprie d’Italia, che associano insieme mirabilmente la scienza e la poesia. Egli andò dietro a Colombo con l’intelligenza non diremo del vecchio , ma del grande e con l’amore di Ferrando Colon, il figlio della cordovese, che con tanto affetto fa moglie legittima e nobile. Veduto e studiato ch’ebbe tutti i suoi andamenti e tutta la sua vita, egli, con piena dottrina ed efficace eloquenza modellò e fuse l’imagine a cui invidieranno i Piquer e i Morell di Cardenas e la valente schiera di Genova.

Meglio ancora che la parola inspirata del , varrà la voce stessa di Colombo raccolta nelle sue lettere che noi pubblichiamo. La prima a Raffaele Saxis è come nuova, per gli studj postivi in nostro favore dall’egregio signor e dal valente paleografo , i quali in un sugoso e ben dedotto proemio ne dan notizia. La seconda, la terza, e la quinta le traemmo dal (Genova, Ponthenier, 1823), seguendo in tutto il lavoro del dotto editore .

La quarta lettera fu per noi tratta dalla edizione Remondini di Bassano 1810, procurata dal cav. ab. Morelli, già bibliotecario regio in Venezia. È scritta al re di Spagna Ferdinando V e alla regina Isabella, dalla Giamaica addì 7 luglio 1503, e fu stampata in spagnuolo e in italiano; ma era rimasta occulta ai principali scrittori moderni intorno al Colombo, finchè un esemplare dell’edizione italiana diede in mano al Morelli, che ne discorre così: "È il volumetto composto di carte otto, l’ultima delle quali da ambe le facce è vuota, in forma di quarto, in carattere semigotico, come dire si suole, e porta a guisa di frontispizio questo titolo: Copia de la Lettera per Columbo mandata a li Serenissimi Re et Regina di Spagna: de le insule et luoghi per lui trouate. Nel rovescio della carta che questo titolo contiene la seguente lettera dedicatoria del traduttore si legge; la quale secondo la scrittura originale, onde serva di saggio del testo, do ricopiata:

Alli anni proximi passati mentre io era in Spagna: tra le altre cose admirande che alli tempi nostri sono trouate: intesi anchora de la nauigatione de Columbo Vice Re di Spagna et gouernatore de le insule Indie per lui nouamente trouate per una lettera per lui andata alle Sacra Maiesta del Re et de la Regina de Spagna. La quale lettera per le cose mirabile che in essa se contengono hauendo io traducta de Hispana in nostra Italica lengua: et uolendola pubblicare sì per seruirne alchuni miei amici: che cum grande instantia me la domandauno: como anchora per fare cosa grata a tutti quelli che sono desiderosi de cose noue: et degne da essere lecte et sapute: l’ho dedicata a tua Magnificentia la quale scio se delecte de historie degne: et presertim noue: quale questa, marauigliosa et inaudita. Poi anchora per monstrarli lamore mio et seruitu in epsa si per li beneficii soi in me como per le grande uirtute: de quale e ornatissima. Quale historia se piu longa fosse: piu uolentieri l harei a tua Magnificentia dedicata. Ma siami licito excusarmi con quello dicto. Verum et Diis lacte rustici: multaeque gentes supplicant: et mola tantum salsa litant; qui non habent thura. Vale.

Viene poi la lettera del Colombo con quel medesimo titolo, che nella presente ristampa v’è premesso, e nel fine questa data si trova: Stampata in Venetia (a nome de Constantio Bayuera citadino di Bressa) per Simone de Louere. a di 7 di Mazo. 1505. cum priuilegio. E finalmente intorno al titolo, che in quella stampa la lettera porta, s’aggiunge così: Aduerte lectore a non legere Columbo Vice Re di Spagna: ma legerai solum Vice Re de le insule Indie".

Questa lettera è importantissima imperocchè, dice il Morelli: "a conoscere l’epoche della vita del Colombo, e le vicende di essa, a meglio intendere le sue teorie e opinioni cosmografiche, le pratiche di navigazione che teneva, la maniera di suo pensare in fatto di religione e di vari altri soggetti, e a più precisamente sapere ciò che risguarda l’ultimo viaggio, da lui fatto negli anni 1502 e 1503, lumi particolari e notizie di osservazione degnissime schiettamente e nella più autentica forma ne presenta”.

Rispetto al modo tenuto dal Morelli nel ristamparla, egli dice: “Io ne ho solamente ridotto il testo ad ortografia, non facendovi cambiamento d’importanza, nè alterandovi frasi o voci: li nomi propri, i quali nelle vecchie scritture vogliono ritenersi assolutamente, ho ricopiati; e così pure le date dei tempi, o con le lettere o con li numeri arabici, come nella prima stampa trovavansi, affinchè di qual peso essere possano meglio si vegga, ho riprodotte: in somma, non facendo mai cambiamento nella sintassi, ho tolta soltanto alla dicitura quella rozzezza ch’ella seco portava, e di cui una mostra nella Lettera di dedicazione ognuno vede.”

Noi seguimmo il Morelli nella grafia. Delle sue annotazioni trasceglieremo o smembrammo il meglio; vale a dire quanto serviva all’illustrazione del testo, non ad erudizione curiosa e più remota da quello.

Pochi scritti, come le lettere del Colombo, ci fanno figger lo sguardo nel processo creativo dello spirito che, secondo la mirabil parola di , cova il vasto abisso. Si vede l’idea a cui la fede è l’amianto che le fa sfidare le fiamme delle persecuzioni. Si sente il dolore del grande intelletto, che crea gemendo e consolando.

Fernando, figlio di Colombo, cercò nel nome del padre i prognostici della sua vocazione e grandezza. Cristoforo; il nome del santo che porta Cristo a traverso l’acqua; ei pianta la croce al di là dell’Atlantico; Colombo; la Colomba dell’arca; ubbie raccolte e comentate dal cattolico Roselly de Lorgues. Ma il fatto è che questo nome non ebbe fortuna. Amerigo nomina l’America, e tardi, tardi assai, una parte fu detta Colombia. I poemi fatti sotto l’invocazione del suo nome non attecchirono, dall’invido Stigliani all’elegante Costa; gli scritti pieni del suo spirito, di Chateubriand, di Humboldt, riuscirono maravigliosi.

Di questo Fernando noi vogliamo un giorno ristampar la vita che scrisse piamente del padre, e che tanti hanno posto a sacco, senza poterla render inutile. Egli fu il parelio del padre, e piace vedergli intorno tal luce.

“Il 12 luglio 1536 morì in questa città (di Siviglia) Fernando Colon figlio dell’ammiraglio Cristoforo Colombo, personaggio insigne per le sue alte qualità e pel suo sommo valore nell’armi e nelle lettere. Egli era nato a Cordova da madre nobile; suo padre essendo rimasto vedovo il 29 agosto 1487, secondo resulta dai documenti di cui la nostra santa Chiesa conserva gli originali, egli fu, nella sua prima giovinezza; paggio della regina cattolica, donna Isabella, e poi del principe don Giovanni. Egli seguì parecchie volte suo padre e suo fratello, l’ammiraglio don Diego, nelle Indie, ove patirono crude fortune, e dipoi passò con l’imperatore in Italia, in Fiandra ed in Allemagna. Nel corso di questi viaggi e d’alcuni altri che imprese di per sè egli percorse tutta l’Europa ed una gran parte dell’Asia e dell’Africa, s’arricchì di sapere e di bei libri, di cui raccolse più di ventimila elettissimi in questa città ove trapassò quietamente gli ultimi anni della sua vita.”

Così lasciò scritto nelle sue famose cronache di Siviglia Ortiz di Zuniga, citato da Antonio di Latour, nei suoi Studj sulla Spagna (Parigi, 1855), ove descrive la biblioteca colombana e il sepolcro del suo fondatore con vivacità francese.

“Un giorno, egli dice, che io attraversava la cattedrale, vidi dietro al coro una larga lastra di marmo. Da ciascuna parte di questa tomba vi era un’altra lastra più piccola, sulla quale era sculta una galea coi suoi rematori.... Sul marmo di mezzo si scorgeva un globo terrestre intorno al quale si leggevano due versi spagnuoli che dicevano: “Ai re di Castiglia e di Leone, Colombo diede un nuovo mondo.” Dubitai un istante calcar le ceneri dell’eroe. Ma presto mi ricordai che Cristoforo Colombo, morto a Valladolid l’8 maggio 1506, era stato sepolto a San-Domingo, donde la sua salma era passata all’Avana. Un’iscrizione spagnuola posta sotto alla sfera m’insegnò subito che il sepolto era il figlio di Cristoforo, don Fernando Colon. Alcuni distici latini sculti al piè della pietra composti dal medesimo Fernando dicon così:

Aspice quid prodest totum sudasse per orbem Atque orbem patris ter peragrasse meum, Quid placidi Bœtis ripam finxisse decoram, Divitias genium post habuisse meum, Ut tibi Castalii reserarem numina fontis Offerremque simul quas Ptolemeus opes, Si tenui saltem transcurrens murmure saxum Nec patri salve, nec mihi dicis ave?

È da leggere nel Latour tutto il capitolo della Biblioteca. Egli vide un trattato di astronomia e cosmografia, composto da un cardinale, maestro di Gerson. Questo libro era stato di Cristoforo Colombo, che l’avea coperto di note marginali scritte con mano ferma e carattere minutissimo. La parte cosmografica e geografica era gremita di comentarj e rettificazioni, più rade nella parte teologica ed astrologica. Fa stupore la vasta erudizione di Colombo. Tutte le sue postille sono indicazioni sicure, dotte rettificazioni, osservazioni delicate. A capo al libro è una nota di mano di Washington Irving. Vide poi il Latour quello scartafaccio scritto di mano di Colombo di tutte le profezie ch’egli aveva raccolto dalle Sacre Scritture e dagli autori profani intorno alla scoperta ch’egli volgeva nell’animo.

Notevole è questo attenersi dei nuovi edificatori agli addentellati del passato, e specialmente alla parola, che l’avvenire più che l’autorità erge ed illumina a profezia. Nel medio evo non bastarono più i passi, per quanto talora fossero stiracchiati, delle sacre carte, già raccolti dagli evangelisti per chiarire la missione di Cristo, che non aveva bisogno di tali aiuti, ma si misero a sacco tutti i libri e tutti i vaneggiamenti profani dell’antichità. Così Colombo afferrò i presagj degli antichi, ovecchè gli venissero a mano; e ne avvalorò l’idea della sua missione, e forse abbagliarono assai più certi suoi avversarj che le sue induzioni e ragioni non li convincessero.

E Fernando Colombo notava in margine a quel passo di Seneca il tragico, che presagiva un nuovo mondo, che questa profezia era stata compita dal padre il 12 ottobre 1492. Non veni solvere, sed adimplere.

Avvertenza degli editori

I monumenti sono ai martiri della scienza e delle grandi scoperte quel che le messe alle anime del Purgatorio: un acceleramento della loro santificazione, a queste in Paradiso, all’altre nel Valhalla della memoria dei popoli pentiti, che, in tali occasioni, hanno graziose Valkirie a versar loro idromele e birra in copia; e con tanta soddisfazione che ei ricominciano a far nuovi martiri per aver nuove feste. Ecco Genova, ecco la città di Cardenas nell’isola di Cuba elevar monumenti a Colombo; la madre e la figlia a dir così, essendo Cuba per lui nata alla luce dell’incivilimento cristiano ed europeo. Dopo 370 anni la poetessa compose l’inno di suffragio allo spirito del grand’uomo, che è uno dei pochi a cui sian possibili e perdonabili le distrazioni in cielo, avendo quaggiù un mondo di suo, che va vincendo l’antico, come nella ricchezza, così nel furore e nella follia.

E noi ancora, secondo la frase dei nostri muratori di civiltà, portiamo la nostra pietra all’edifizio, e pubblichiamo le sue lettere autografe, mandando loro innanzi un discorso, che crediamo valga facilmente assai più che i versi dell’, o di quanti altri poeti ed oratori si sgolano ad annegare nelle loro note il genio degli eroi. Che fanno qui queste cicale direbbe Colombo come Bruto nel di ,

What should the wars do with these jigging fools?

le guerre della scienza e della vita eroica; ma crediamo che il severo profondamente poetico spirito di Colombo accetterebbe volentieri l’elogio che, al risorgere delle speranze italiane, gli tesseva in questa nobile città Cesare Correnti, invocante ad auspici e protettori tutti gli Dei della nostra patria.

è una di quelle felici intelligenze, proprie d’Italia, che associano insieme mirabilmente la scienza e la poesia. Egli andò dietro a Colombo con l’intelligenza non diremo del vecchio , ma del grande e con l’amore di Ferrando Colon, il figlio della cordovese, che con tanto affetto fa moglie legittima e nobile. Veduto e studiato ch’ebbe tutti i suoi andamenti e tutta la sua vita, egli, con piena dottrina ed efficace eloquenza modellò e fuse l’imagine a cui invidieranno i Piquer e i Morell di Cardenas e la valente schiera di Genova.

Meglio ancora che la parola inspirata del , varrà la voce stessa di Colombo raccolta nelle sue lettere che noi pubblichiamo. La prima a Raffaele Saxis è come nuova, per gli studj postivi in nostro favore dall’egregio signor e dal valente paleografo , i quali in un sugoso e ben dedotto proemio ne dan notizia. La seconda, la terza, e la quinta le traemmo dal (Genova, Ponthenier, 1823), seguendo in tutto il lavoro del dotto editore .

La quarta lettera fu per noi tratta dalla edizione Remondini di Bassano 1810, procurata dal cav. ab. Morelli, già bibliotecario regio in Venezia. È scritta al re di Spagna Ferdinando V e alla regina Isabella, dalla Giamaica addì 7 luglio 1503, e fu stampata in spagnuolo e in italiano; ma era rimasta occulta ai principali scrittori moderni intorno al Colombo, finchè un esemplare dell’edizione italiana diede in mano al Morelli, che ne discorre così: "È il volumetto composto di carte otto, l’ultima delle quali da ambe le facce è vuota, in forma di quarto, in carattere semigotico, come dire si suole, e porta a guisa di frontispizio questo titolo: Copia de la Lettera per Columbo mandata a li Serenissimi Re et Regina di Spagna: de le insule et luoghi per lui trouate. Nel rovescio della carta che questo titolo contiene la seguente lettera dedicatoria del traduttore si legge; la quale secondo la scrittura originale, onde serva di saggio del testo, do ricopiata:

Alli anni proximi passati mentre io era in Spagna: tra le altre cose admirande che alli tempi nostri sono trouate: intesi anchora de la nauigatione de Columbo Vice Re di Spagna et gouernatore de le insule Indie per lui nouamente trouate per una lettera per lui andata alle Sacra Maiesta del Re et de la Regina de Spagna. La quale lettera per le cose mirabile che in essa se contengono hauendo io traducta de Hispana in nostra Italica lengua: et uolendola pubblicare sì per seruirne alchuni miei amici: che cum grande instantia me la domandauno: como anchora per fare cosa grata a tutti quelli che sono desiderosi de cose noue: et degne da essere lecte et sapute: l’ho dedicata a tua Magnificentia la quale scio se delecte de historie degne: et presertim noue: quale questa, marauigliosa et inaudita. Poi anchora per monstrarli lamore mio et seruitu in epsa si per li beneficii soi in me como per le grande uirtute: de quale e ornatissima. Quale historia se piu longa fosse: piu uolentieri l harei a tua Magnificentia dedicata. Ma siami licito excusarmi con quello dicto. Verum et Diis lacte rustici: multaeque gentes supplicant: et mola tantum salsa litant; qui non habent thura. Vale.

Viene poi la lettera del Colombo con quel medesimo titolo, che nella presente ristampa v’è premesso, e nel fine questa data si trova: Stampata in Venetia (a nome de Constantio Bayuera citadino di Bressa) per Simone de Louere. a di 7 di Mazo. 1505. cum priuilegio. E finalmente intorno al titolo, che in quella stampa la lettera porta, s’aggiunge così: Aduerte lectore a non legere Columbo Vice Re di Spagna: ma legerai solum Vice Re de le insule Indie".

Questa lettera è importantissima imperocchè, dice il Morelli: "a conoscere l’epoche della vita del Colombo, e le vicende di essa, a meglio intendere le sue teorie e opinioni cosmografiche, le pratiche di navigazione che teneva, la maniera di suo pensare in fatto di religione e di vari altri soggetti, e a più precisamente sapere ciò che risguarda l’ultimo viaggio, da lui fatto negli anni 1502 e 1503, lumi particolari e notizie di osservazione degnissime schiettamente e nella più autentica forma ne presenta”.

Rispetto al modo tenuto dal Morelli nel ristamparla, egli dice: “Io ne ho solamente ridotto il testo ad ortografia, non facendovi cambiamento d’importanza, nè alterandovi frasi o voci: li nomi propri, i quali nelle vecchie scritture vogliono ritenersi assolutamente, ho ricopiati; e così pure le date dei tempi, o con le lettere o con li numeri arabici, come nella prima stampa trovavansi, affinchè di qual peso essere possano meglio si vegga, ho riprodotte: in somma, non facendo mai cambiamento nella sintassi, ho tolta soltanto alla dicitura quella rozzezza ch’ella seco portava, e di cui una mostra nella Lettera di dedicazione ognuno vede.”

Noi seguimmo il Morelli nella grafia. Delle sue annotazioni trasceglieremo o smembrammo il meglio; vale a dire quanto serviva all’illustrazione del testo, non ad erudizione curiosa e più remota da quello.

Pochi scritti, come le lettere del Colombo, ci fanno figger lo sguardo nel processo creativo dello spirito che, secondo la mirabil parola di , cova il vasto abisso. Si vede l’idea a cui la fede è l’amianto che le fa sfidare le fiamme delle persecuzioni. Si sente il dolore del grande intelletto, che crea gemendo e consolando.

Fernando, figlio di Colombo, cercò nel nome del padre i prognostici della sua vocazione e grandezza. Cristoforo; il nome del santo che porta Cristo a traverso l’acqua; ei pianta la croce al di là dell’Atlantico; Colombo; la Colomba dell’arca; ubbie raccolte e comentate dal cattolico Roselly de Lorgues. Ma il fatto è che questo nome non ebbe fortuna. Amerigo nomina l’America, e tardi, tardi assai, una parte fu detta Colombia. I poemi fatti sotto l’invocazione del suo nome non attecchirono, dall’invido Stigliani all’elegante Costa; gli scritti pieni del suo spirito, di Chateubriand, di Humboldt, riuscirono maravigliosi.

Di questo Fernando noi vogliamo un giorno ristampar la vita che scrisse piamente del padre, e che tanti hanno posto a sacco, senza poterla render inutile. Egli fu il parelio del padre, e piace vedergli intorno tal luce.

“Il 12 luglio 1536 morì in questa città (di Siviglia) Fernando Colon figlio dell’ammiraglio Cristoforo Colombo, personaggio insigne per le sue alte qualità e pel suo sommo valore nell’armi e nelle lettere. Egli era nato a Cordova da madre nobile; suo padre essendo rimasto vedovo il 29 agosto 1487, secondo resulta dai documenti di cui la nostra santa Chiesa conserva gli originali, egli fu, nella sua prima giovinezza; paggio della regina cattolica, donna Isabella, e poi del principe don Giovanni. Egli seguì parecchie volte suo padre e suo fratello, l’ammiraglio don Diego, nelle Indie, ove patirono crude fortune, e dipoi passò con l’imperatore in Italia, in Fiandra ed in Allemagna. Nel corso di questi viaggi e d’alcuni altri che imprese di per sè egli percorse tutta l’Europa ed una gran parte dell’Asia e dell’Africa, s’arricchì di sapere e di bei libri, di cui raccolse più di ventimila elettissimi in questa città ove trapassò quietamente gli ultimi anni della sua vita.”

Così lasciò scritto nelle sue famose cronache di Siviglia Ortiz di Zuniga, citato da Antonio di Latour, nei suoi Studj sulla Spagna (Parigi, 1855), ove descrive la biblioteca colombana e il sepolcro del suo fondatore con vivacità francese.

“Un giorno, egli dice, che io attraversava la cattedrale, vidi dietro al coro una larga lastra di marmo. Da ciascuna parte di questa tomba vi era un’altra lastra più piccola, sulla quale era sculta una galea coi suoi rematori.... Sul marmo di mezzo si scorgeva un globo terrestre intorno al quale si leggevano due versi spagnuoli che dicevano: “Ai re di Castiglia e di Leone, Colombo diede un nuovo mondo.” Dubitai un istante calcar le ceneri dell’eroe. Ma presto mi ricordai che Cristoforo Colombo, morto a Valladolid l’8 maggio 1506, era stato sepolto a San-Domingo, donde la sua salma era passata all’Avana. Un’iscrizione spagnuola posta sotto alla sfera m’insegnò subito che il sepolto era il figlio di Cristoforo, don Fernando Colon. Alcuni distici latini sculti al piè della pietra composti dal medesimo Fernando dicon così:

Aspice quid prodest totum sudasse per orbem Atque orbem patris ter peragrasse meum, Quid placidi Bœtis ripam finxisse decoram, Divitias genium post habuisse meum, Ut tibi Castalii reserarem numina fontis Offerremque simul quas Ptolemeus opes, Si tenui saltem transcurrens murmure saxum Nec patri salve, nec mihi dicis ave?

È da leggere nel Latour tutto il capitolo della Biblioteca. Egli vide un trattato di astronomia e cosmografia, composto da un cardinale, maestro di Gerson. Questo libro era stato di Cristoforo Colombo, che l’avea coperto di note marginali scritte con mano ferma e carattere minutissimo. La parte cosmografica e geografica era gremita di comentarj e rettificazioni, più rade nella parte teologica ed astrologica. Fa stupore la vasta erudizione di Colombo. Tutte le sue postille sono indicazioni sicure, dotte rettificazioni, osservazioni delicate. A capo al libro è una nota di mano di Washington Irving. Vide poi il Latour quello scartafaccio scritto di mano di Colombo di tutte le profezie ch’egli aveva raccolto dalle Sacre Scritture e dagli autori profani intorno alla scoperta ch’egli volgeva nell’animo.

Notevole è questo attenersi dei nuovi edificatori agli addentellati del passato, e specialmente alla parola, che l’avvenire più che l’autorità erge ed illumina a profezia. Nel medio evo non bastarono più i passi, per quanto talora fossero stiracchiati, delle sacre carte, già raccolti dagli evangelisti per chiarire la missione di Cristo, che non aveva bisogno di tali aiuti, ma si misero a sacco tutti i libri e tutti i vaneggiamenti profani dell’antichità. Così Colombo afferrò i presagj degli antichi, ovecchè gli venissero a mano; e ne avvalorò l’idea della sua missione, e forse abbagliarono assai più certi suoi avversarj che le sue induzioni e ragioni non li convincessero.

E Fernando Colombo notava in margine a quel passo di Seneca il tragico, che presagiva un nuovo mondo, che questa profezia era stata compita dal padre il 12 ottobre 1492. Non veni solvere, sed adimplere.

Avvertenza

AVVERTENZA

La lettera di cui pubblichiamo il testo originale spagnuolo e la letterale traduzione italiana, fu il primo documento autentico che annunciò la scoperta di un nuovo mondo compiuta da Cristoforo Colombo. Questa lettera fu, a quanto sembra, originariamente scritta in spagnuolo dallo stesso Colombo e mandata a Raffaele Saxis, che nella traduzione latina ed edizione romana della medesima, di cui più sotto favelliamo, viene indicato come tesoriere del re di Spagna. Trattandosi di una relazione ufficiale mandata dal medesimo scopritore ad un ministro del re di Spagna, si può ragionevolmente supporre che venisse comunicata alle varie corti, principalmente alla corte di Roma, perchè dalla Santa Sede dovea emanare secondo l’uso di quel tempo, l’investitura delle nuove isole e terre aggiunte da Colombo al regno di Ferdinando ed Isabella. Ed in Roma. Leandro di Cosco, o di Cusco, per appagare l’universale desiderio di avere notizie di tanto avvenimento, tradusse la lettera dallo spagnuolo in latino, e la fe’ divulgare per le stampe, molto probabilmente in quel medesimo anno 1493 in cui Colombo l’avea scritta, in una edizione di nove fogli in ottavo o quarto picciolissimo, con incisioni in legno; ristampata in appresso, come ci avverte il nella sua prefazione all’altra rarissima lettera di Colombo del 1503 da noi pur qui riprodotta, in forma più compendiosa, ommettendosi le figure.

Queste due edizioni, da annoverarsi fra gli incunabuli della tipografia romana, divennero preziosissime ed ora ponno dirsi introvabili, avendo il Gianorini su di esse lasciato scritto: nullibi descriptam invenimus; del che non è arduo trovare la cagione, che consiste nella picciola mole e nella somma facilità con cui si lacerano e disperdono libriccini lasciati, il più delle volte, senza legatura. Quattro altre edizioni di questa lettera tradotta in latino, e due in tedesco, riferisce e descrive il Brunet. Un esemplare della prima edizione romana ne esisteva presso la nostra Biblioteca di Brera, ed il , sagace illustratore della vita di Colombo, lo vide, e ne riprodusse con accuratezza il testo e le incisioni; ma quell’esemplare andò, non si sa come, perduto. Già innanzi il testo era stato ripubblicato nell’opera di Andrea Scotto Hispania illustrata; e dall’abate Morelli nel 1810; e da Urano in Francia, nel 1820, colla traduzione francese.

Or noi ristampiamo qui, per la prima volta, il testo originale spagnuolo, sul quale fu condotta, come dicemmo, la traduzione latina, e di cui il Bossi affermò che alcuno forse nol vide, giacchè di esso non havvi menzione ne’ più copiosi cataloghi di rarità bibliografiche, neppure nel ricchissimo Repertorio dell’Hain; e lo ristampiamo con quella maggior cura e diligenza che fa per noi possibile. L’esemplare di cui ci servimmo esiste nella Biblioteca Ambrosiana.

Ecco l’illustrazione bibliografica di questo prezioso esemplare, che dobbiamo alla squisita cortesia del professore Longhena.

L’esemplare posseduto dalla Biblioteca Ambrosiana è legato in cartone coperto da carta marocchinata verde scura, e conservasi in una busta di cartone coperta di carta marocchinata rossa; sul corpo esterno della quale sono scolpile in oro le seguenti parole: CARTA DE COLON SOBRE LAS INDIAS 1493

e questa leggenda stessa leggesi ripetuta, scolpita egualmente in oro, sul corpo esterno del cartone anteriore, che ricopre la stampa della lettera.

Nel rovescio del cartone anteriore sta ms. la segnatura della Biblioteca S.Q. P. III.35; la quale segnatura vuol significare, che attualmente questo esemplare trovasi collocato nella Sala Quattrocentisti superiormente S. Q; nella scansia P; sul palchetto III.º; al numero progressivo 35.

Di sotto alla suddetta segnatura, ms. con inchiostro, sta l’antica anteriore segnatura in lapis nero Q. IV, 26, la quale significa che, prima dell’attuale collocamento ed ordinamento dei libri, trovavasi egualmente nella sala quattrocentisti, sul palchetto IV, al numero progressivo 26.

V’ha superiormente altro numero in matita nera 1400, il quale si riferisce al numero pro- gressivo dell’inventario dei libri del barone Pietro Custodi, la cui libreria fu donata alla Biblioteca Ambrosiana.

Segue poscia una carta di guardia del tutto bianca aggiuntavi colla legatura, che è moderna di questo secolo.

Indi comincia al recto dalla prima carta la stampa spagnuola, in carattere semigotico, senza frontespizio nè titolo alcuno.

Le carte sono quattro, in tutto conformi al fac-simile che ne porgiamo ai nostri lettori; le pagine sono otto, tutte compiute, tranne l’ultima al verso, dove la lettera finisce a un terzo della pagina con sole 11 linee, seguite da altre 14 linee a mo’ di poscritto o di aggiunta.

La pagina compiuta è composta di linee 30, senza alcun richiamo, né segnatura.

La carta, sulla quale trovasi eseguita la stampa di ciascuna pagina, è alta cent. 20, e larga cent. 14 e dec. 5.

La pagina stampata è alta cent. 15 e dec. 3, e larga cent. 10.

Il carattere è semigotico, cioè misto di lettere gotiche e tonde romane.

La prima lettera iniziale è stragrande, occupa lo spazio quadrato di cinque linee, lavorata in campo bianco su fondo scuro a fiori. Il testo comincia e seguita sino alla fine senza mai venire a capo.

Avemmo cura di ristampare questo rarissimo testo in tutta la sua interezza, anche serbando le evidenti scorrezioni tipografiche, e soltanto sciogliendo quelle abbreviature che non si ponno coi tipi da stampa riprodurre. Di alcune parole o frasi che ci parvero malamente od anticamente scritte ponemmo a piè di pagina la buona o moderna lezione.

Ad agevolarne la lettura altresì a coloro che non sanno di spagnuolo, facciamo susseguire la traduzione letterale, nella quale ci siamo più curati della fedeltà che dell’eleganza. Ed a renderne più completa e più giovevole la ristampa, riproduciamo le incisioni del testo latino già esistente presso la Biblioteca di Brera ed ora, come dicemmo, smarrito; incisioni che si vogliono con fondamento eseguite su disegni di mano dello stesso Colombo, peritissimo, come ognun sa, in tal genere di lavori.

Sono quattro.

La prima rappresenta una caravella alla vela, presso la quale vedesi un battello con entro un marinaro seduto, con berretta conica sul capo, ed in atto di vogare. La caravella è diligentemente disegnata: si discernono distintamente la chiglia, il cassero, il castello di poppa, gli alberi e cordami. Al disopra si legge: Oceanica Classis; ma dalla forma delle lettere e dal loro collocamento si può inferire che i caratteri non sono incisi sul legno, ma bensì stampati con tipi mobili nello spazio vuoto, lasciato nella parte superiore della tavola incisa. Questo vien anche confermato da ciò che i tipi dell’iscrizione escono dal quadrato della tavola medesima ed in quel luogo si vede rotta appunto la linea di contorno. Sono tipi gotici, più grandi ma simili a quelli del testo originale spagnuolo, come il lettore può riconoscere coll’ajuto dell’unito facsimile; il che ci fa credere che queste tavole andassero unite alla lettera originale spagnuola, tanto più che non si può supporre si disegnassero in Roma, ove suno potea farlo con autorità, mancando le indicazioni necessarie. Forse anche in Spagna od altrove si fecero contemporaneamente, o quasi, due edizioni spagnuole della lettera; l’una con tavole come la prima edizione romana, e l’altra senza: e quella che abbiamo sott’occhio è per avventura la seconda edizione spagnuola.

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