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Cristoforo Colombo

Cristoforo Colombo · 1863 · Free in the US

16,725 words · about 1 h 10 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Cristoforo Colombo
Language
Italian
Published
1863
Length
16,725 words · about 1 h 10 min
Sections
6 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (6)
  1. Front matter about 4 min
  2. I about 5 min
  3. II about 8 min
  4. III about 15 min
  5. IV about 13 min
  6. V about 25 min

Continue:

Front matter

Spesso, lettori, avrete voi pure pensato, maravigliando e dubitando, a quella contraddizione di giudizii singolarissima, per cui l’Italia talora è celebrata come maestra antica e naturale d’ogni civiltà, e talora compianta come immedicabilmente fantastica e destinata, per le blandizie del suo cielo, per la diversità de’ suoi popoli, e per la sua stessa disadatta giacitura, a lunghi ozii e a dissidj perpetui. E mentre v’ha chi ci grida stirpi dilombate ed anime svampate quasi sotto la sferza del sole meridionale, altri ci decreta pur tuttavia risolutamente l’universale primato, infeudatoci fin dai Pelasgi, dagli Etruschi e da Roma. E, a dir vero, la stessa provvidenza educatrice, con qual consiglio lo potranno forse argomentare i venturi, lasciò che su questa terra fatale si versasse luce più ardente, più varia e di più cieche tenebre avvicendata. Di che la tanta diversità dei giudizii e il trapassar facilmente dall’orgoglio alla viltà, anzi il congiungere le miserie dell’uno colle miserie dell’altra; e il rassegnarsi disprezzando, come di chi abbia vita immortale e non curi il tempo presente più che un’ombra fuggevole; e l’intricare ogni concetto con lungo strascico di memorie e con remotissime previsioni dell’avvenire. Codesto vacillamento di vasti e indeterminati pensieri toglie fermezza all’ingegno e nerbo alla volontà e ci fa andar curvi ed invecchiati sotto il peso delle famose ruine. E quando sento taluni, che non solo vorrebbero rivendicarci, come preziosa e vivente eredità, la superbia per cui Roma fu grande e odiata, ma che pur vanno ristuzzicando colla storia passioni e diseppellendo nomi di parte, su cui da cinque secoli pesa la maledizione dell’ e la condanna della seguace sciagura, m’addolora il dubbio, che i popoli per ringiovanire abbiano bisogno, come per le anime immaginava Pitagora, di bere il provvido oblio. — Ma poi m’assicura il pensare, che davanti alla storia vera si dissiperanno codeste storiche mitologie; le quali vorrebbero ricondurci, senza la scusa dell’inesperienza, alle illusioni per cui gli avi nostri credevansi solo popolo civile, e condannavano di barbarie la robusta, snella e semplice gioventù d’altre genti. E perchè codeste teorie, che, capo volgendo l’ordine della tradizione, sovrappongono il passato al presente, e codeste letargiche lusinghe di un’arcana predestinazione, le quali perturbano ogni ragione storica, di niun’altra cosa più volentieri si giovano, che della memoria degli uomini miracolosi, per rispetto ai quali l’Europa tiene ancora in qualche onore il nome italiano; è a desiderarsi che il culto de’ nostri genii si riduca a ragionevole ossequio, ed offra piuttosto esempi imitabili a tutti, che argomento di puerile e scoraggiata meraviglia o di misteriose speranze.

Certo intorno alla storia di sommi Italiani assai bene potrebbe ordinarsi la storia dell’italiana civiltà; e ne parrebbe forse più viva, più vera, più popolare; e nel cercare come e perchè ci crebbero que’ gloriosi, si risponderebbe assai opportunamente a chi vitupera la natura o gli uomini d’Italia; nel cercare come e perchè quasi tutti i nostri genii vissero infelici, profughi, irosi a’ loro tempi, pietosi indarno a’ tempi venturi, si assennerebbero coloro, che a far risorgere le glorie antiche, non temono tornare agli antichi errori. Fu destino d’Italia, che le sue glorie uscissero dalle sue sciagure: poichè quella strana complicazione d’opinioni e di forze, che nel medio evo l’aveva fatta riboccante di molteplice vita o infelicemente feconda di popoli diversi e sobbarcati alla mole di tutto l’edificio feudale e clericale della Cristianità, e sbranata dalle ambizioni, che altrove furono provvidamente unificatrici, e sviata ad ogni tratto da venerabili memorie, e assottigliata da intempestivi presentimenti, quella strana complicazione medesima, e le pressure dolorose che la accompagnarono, accesero le anime straordinarie, le quali si levarono su quelle età, come da tizzo tormentato per forza interna di fuoco e per forza esterna, che lo percuota, sprizzano roventi e impetuose le faville. Niuna nazione ebbe vita positiva più convulsa e confusa, niuna ebbe più libera e splendida la vita ideale. Lo sforzo vario e la lotta serrata di tante avverse attitudini non potendo spiegarsi nei fatti, si sviluppò ne’ grandi uomini, ciascuno de’ quali appar quasi una personificazione monumentale delle grandi idee, che nacquero tutte insieme, forti, armate, implacabili, e tutte si consunsero in una guerra mortale. Ma una gloriosa famiglia di esuli, di solitarii e di veggenti, uscendo dal tumulto delle feroci e pur troppo necessarie discordie, e purificando col pensiero quella ricchezza di passioni e d’energia, che nell’infanda lotta doveva profondersi indarno, vengono incontro all’avvenire a cercarvi la patria e la verità! E intorno ad essi, che furono la coscienza de’ loro tempi, naturalmente si ordina, meglio forse che intorno ai disgregati municipii ed alle instabili famiglie signorili, tutto il processo della storia italica; intorno ad essi rivivono le forti e irrequiete generazioni, che li educarono e li addolorarono; rivive quella lunga catena d’uomini oscuri, pei quali lo studio ebbe poche consolazioni d’onore, e che nondimeno durarono faticando, sperando e preparando, quasi con paterna compiacenza, le splendide vie al presentilo genio. Ond’è che la sua grandezza più non apparirà un isolato miracolo, e alla luce ch’egli diffonde scopriremo i beneficii e le glorie di quelle vite operose e segrete, che serbano la magnanimità anche nella modestia dell’ingegno e della fortuna. E forse avverrà, che i moltissimi i quali mai non pensarono, o già disperarono di ottener pregio di rara fama, piglino da ciò conforto agli alti desiderii e ai degni amori, pensando che solo alle generazioni magnanime concede Iddio d’operare i grandi falli e di produrre non indarno i grandi uomini.

Indice

I

Cristoforo Colombo, fin oltre il cinquantesimo anno di sua vita, fu oscuramente grande. In qual terra d’Italia nascesse, e di che famiglia, e in qual anno, ancor oggi n’è disputa, come già vivente il suo figlio e biografo Fernando. Marinaio, mercatante, soldato, corsaro fors’anco; appena può congetturarsi quel ch’egli abbia fallo prima che l’Europa attonita imparasse a salutarlo trovatore d’un mondo; e all’Italia divenne tanto straniero, che mutò nome; e i contemporanei gli furono tanto lungamente restii e schernevoli, che la sua scoperta parve rivelazione celeste, la sua fermezza miracolo: anzi egli stesso venne a credersi divinamente ispirato. E nondimeno la sua grande idea altro non era che una semplice ed innegabile conseguenza delle cognizioni scientifiche d’allora; e nondimeno dalle lunghe tradizioni mercantili, politiche e letterarie d’Italia prese movenza e colore il suo genio; e nondimeno il carattere e le passioni e gli errori stessi di lui fanno un mirabile riscontro a’ suoi tempi. Le quali tre rispondenze della scienza, delle tradizioni nazionali e degli avvenimenti nell’animo di Colombo, io qui verrò divisando, come lo stanco ingegno e la fretta degli studi e la vostra pazienza me lo concederanno.

Tanta poesia ha in sè il nome solo di Cristoforo Colombo; di tante rivoluzioni e nelle idee e nei fatti è grave questa parola: nuovo mondo; che non è meraviglia se ogni minima circostanza di sì gran fatto venisse cercata con amorosa trepidazione. Il momento in cui per la prima volta balenò allo spirito umano la stupenda speranza; il dì in cui le navi salparono al mirabile viaggio; le parole, i sussurri, i terrori della ciurma attenta ai segni ed agli augurii che inasprivano calmavano le ansietà di sì lunga incertezza; il nome del marinaio, che primo vide e salutò la nuova spiaggia; tutto infine questo dramma straordinario, che segna uno de’ più solenni momenti nella vita dell’uman genere, attrae il pensiero con invincibile incantesimo. E però la tradizione (come suole de’ più grandi avvenimenti, che divengono quasi parte della storia di tutte le anime) seguì passo passo Colombo, e si piacque delle scene ove più vivo risalta il contrasto fra la ragione passionata, serena, incrollabile di cotesto

e la frivola incredulità della plebe, la schernevole burbanza de’ cortigiani e dei dottori, la tranquilla ingratitudine dei regnanti.

Se la poesia e la tradizione, fedeli alla grandezza ed alla sventura, predilessero Colombo, e pigliarono vendetta dei suoi contemporanei, non così l’erudizione, cavillosa e fredda notomizzatrice di frasi. L’orgoglio nazionale e il puntiglio di scoprir cose da altri non avvisate (e in ciò gli eruditi spesso sono più inventivi de’ romanzieri) fecero strazio della gloria di Colombo. Ogni nazione volle avere il suo scopritore dell’America, ogni frugatore di vecchi in-foglio volle scrivere il suo capitoletto de orbe novo non novo. aveva chiusi gli occhi il grande Ammiraglio, che il fisco reale d’Aragona mosse lunga contesa a suo figlio don Diego, impugnandogli il premio della paterna scoperta. Poco dopo i Veneziani trassero fuori i Zeni; poscia i Tedeschi l’astronomo di Norimberga Martino Behaim, i Polacchi Scolny, la Danimarca i suoi vecchi corsari, che sin dal mille avevano forse toccata qualche spiaggia dell’America settentrionale; e testè anche la Francia scovò un nuovo rivale a Colombo, il dieppese Cousin. Nè meno studiosamente si assottigliò la più grave e barbata erudizione per discoprire un’America nei libri. Citano gli adoratori dei classici l’Atlantide di , il continente Saturnio di , la Meropide di , la grand’isola occidentale che ed il pseudo fanno trovata dai Fenicj o dai Cartaginesi. Gli studiosi delle cronache del medio evo parlano di terre transatlantiche, che le tradizioni vagamente ricordano, e che talora veggonsi figurate sulle vecchie carte geografiche; le isole di Satanasso, di S. Brandano, delle Sette città, la Stokafixia, e perfino l’Antilia, perfino il Brasile. Né mancarono altre difficoltà nel giudicare il merito di Colombo, ostinandosi alcuni a credere che il fiorentino Americo Vespucci prima di lui toccasse la terra ferma, e però meritamente le desse il nome; altri recando la lode del primo viaggio all’ardimento de’ piloti baschi, che accompagnarono Colombo: tutti infine, quasi com- piacendosidi ripetere come un bel concetto; essersi l’America trovata a caso, anzi doversi la più grande delle scoperte ad un felice errore.

Così una fortuna stranamente varia, l’invidia dei rivali, il sospetto de’ potenti e una scusabile gara di patria carità — se mai può usurpare questo sacro nome chi piglia l’amore a pretesto d’ingiustizia — circondarono di lustre fallaci e sparsero di ombre favorevoli alla poesia ed alle sofisticherie erudite, la storia di quest’uomo, che tutti vorrebbero conoscere come un amico, col quale, almeno per mezzo della fantasia, tutti vorrebbero convivere.

Ma qui non vogliamo fare la storia degli errori che corsero intorno a Colombo. Basterà dire che il , uomo di quella incontentabile diligenza che ognun sa, nella sua , parlando di Colombo, incappò anch’esso in errori non lievi; segno, che allora erano quasi inevitabili. Ma dopo che per opera dello , del , del , dello e del si cominciò a meglio conoscere lo stato della geografia e della nautica italiana durante il XIV ed il successivo secolo; dopo che per cura dei Decurioni di Genova fu stampato il (1823); dopo che e ebbero pubblicati i documenti che giacevano negli archivj spagnuoli, la critica ne divenne più sicura, e crebbero argomenti a giustificare la fortuna e la gloria di Colombo. potè su questi nuovi studj compiere la sua bella , l’unica non indegna dell’argomento; sebbene per ambizione di popolarità trascorra forse troppo leggermente sul processo mentale della scoperta. Questo processo ebbe la coraggiosa pazienza di seguirlo nella sua celebratissima opera ; la quale ri- splendenon solo per eletta e inesauribile erudizione, ma ancora per quella poesia della realtà, ottimo antidoto alle esagerazioni rettoriche e ai giuochi di figure, che fanno paralitica la letteratura dei popoli e degli uomini oziosi. Anche diede un ottimo saggio di critica filosofica nei suoi commentarii sul di , esaminandovi la più famosa tradizione geografica dell’Antichità, quella dell’Atlantide, e mostrando come da essa non abbia potuto Colombo trarre indizio e incoraggiamento alcuno alla sua impresa. Ma le ricerche del Martin troncano un solo nodo della molteplice controversia; e gli studii dell’ procedono impacciati quasi dalla loro ricchezza medesima, come quelli che seguono compiacentemente tutte le ambagi di una svariatissima erudizione: sicchè non è senza difficoltà, nè senza fatica, che si possa ritrovare il filo delle idee in siffatto labirinto.

Forse per questo ci avvenne di vedere, anche in opere pregevoli e recenti, ripetuti antichi e volgari errori; fra i quali piacemi ricordare ad esempio quella favola di una statua equestre che i primi navigatori portoghesi trovarono sul lido di Madera col braccio teso, quasi ad invito, verso le plaghe occidentali; monumento misterioso di cui parla ancora il nelle sue lezioni sulla , benchè si sappia che niun’altra origine ebbe quella marinaresca tradizione se non una certa rupe fantasticamente stagliata e sporgente sul mare. Ma di queste minute circostanze e, quasi direi, curiosità della vita di Colombo, non mette conto parlare. Il dramma, a cui vorrei farvi assistere, è quello delle idee, che, come germi nascosi, passano d’età in età, favorite talora dalle stesse alterazioni che vi porta l’ignoranza, finchè nuovi bisogni e nuovi tempi le svolgano e le fecondino. Epperò, lasciate da un canto le narrazioni ricche di tante poetiche circostanze che aiuterebbero la più povera eloquenza, io toccherò prima la genesi della divinazione colombiana.

II

Riviviamo, o signori, colla fantasia nell’anno 1470, quando Colombo, oscuro avventuriero di mare, veniva a Lisbona.

I Portoghesi, schiacciati tra il mar Atlantico e la Spagna, aveano da 60 anni intrapreso con magnanima pertinacia di conquistare l’impero dell’Oceano, tragittarsi, girando l’Africa, alle Indie, e tirare per tal modo a sé i commerci delle spezierie, che da quattro secoli stavano in mano degli Italiani. Avevano da principio sperato di trovare poc’oltre la spiaggia Mauritana il mare equatoriale, che, secondo i cosmografi antichi, spartiva le due zone temperate: e sostennero quella speranza, voltando faticosamente i tempestosi promontorii, che fanno irta quell’inospite riviera, finché s’accorsero che al di là della Guinea continuava terra dritto verso mezzodì, senza indizio d’alcun passaggio all’Oceano indiano. Onde sembra che per alcun tempo cadessero di animo. In questo appunto Colombo fu a Lisbona. Accasatosi colla figlia d’un navigatore italiano che avea tenuto il governo di Porto-Santo, una delle Canarie, spesso stanziò in quell’isola allora dell’estremo Occidente. Di là potè vedere e sperimentare come lunga e perigliosa riuscisse la navigazione rasente l’Africa: là in faccia all’Atlantico inesplorato pensò pel primo il semplicissimo pensiero che quelle vaste acque dovevano stendersi fino ad un’opposta sponda; forse fino alle Indie. Ammessa la sfericità della terra, nulla di più naturale. Le Indie e special- mentele Isole delle Spezierie credevansi poste all’estremo Oriente: Colombo trovavasi sull’estremo lembo dell’Occidente. Ora non è egli evidente che due punti presi su un cerchio, quanto più s’allontanano da una parte, tanto più s’avvicinano dall’altra, finché, giunti all’estremo, si toccano e si confondano? Da quest’idea semplicissima, elementare, accessibile anche ad un’intelligenza puerile, partì l’uomo che dovea fare la più grande delle scoperte. E questo appunto ci spiega la lucidità e l’irremovibile fermezza del suo genio. Nella sicurezza della base teorica, nel concorso di fine e ripetute osservazioni, nel consenso di tutti i geografi, che allora avevano autorità, sta il segreto della sua ostinazione. No: né i visionarii, né i caparbiì non potranno invocare l’esempio di Colombo; perocché egli sentiva di essere null’altro che la conseguenza delle premesse, confessate da tutti i suoi avversarli. Infatti già da 1800 anni i filosofi greci avevano dimostrata la rotondità della terra. Nessuno, fuor di pochi teologastri, contraddiceva i maestri della scolastica. , , gli Arabi consentivano cogli antichi; e nondimeno si continuava a parlare del lontanissimo Oriente come di un punto immobile ed estremo della terra. — L’Europa, credendosi confinata all’ultima plaga del mondo abitabile sotto il povero cielo settentrionale, teneva fissi gli occhi nel suo Oriente, alla terra del sole, dell’oro e delle spezie, cercando sguisciarvi rimpicciolita, supplichevole, tributaria traverso la Siria, l’Egitto, la Persia e la Tartaria, tenute da popoli barbari, potenti e irreconciliabili ai Cristiani. Colombo solo si rivolge all’Occidente, e grida: là è l’Oriente estremo; quest’essa è una nuova via per le Indie. Buscar el levante por el ponente! Voltar le spalle alla meta e far cammino a ritroso! Ben è dritto se lo schernivano i popoli, se lo inseguivano per via i fanciulli gridando al pazzo (El loco, el loco!) Buscar el levante por el ponente! Nondimeno chi oserà dire che la scienza d’allora, che lo stesso volgare buon senso potessero trovar qualche ragione, qualche apparenza di ragione da opporre alla dimostrazione geometrica di Colombo?

Ma fra l’una e l’altra terra, fra l’ultima regione orientale e l’ultima occidentale, s’interpone un mare ignoto, fino a quei giorni intentato, forse immenso, forse innavigabile. Ecco l’altra parte della quistione. A scioglier la quale non può negarsi che entrassero errori, come altri vollero chiamarli, fortunati; ma Colombo non vi mise di suo, che la limpida perspicacia, la fermezza logica e lo spirito di osservazione. Consultate gli antichi; l’India secondo essi tanto era vasta che quattro mesi di cammino appena bastavano a traversarla () e teneva certo una metà dell’Asia () e forse la terza parte di tutta la sfera (Onesecrito: ). Guardate la geografia e il mappamondo di ; l’India stendesi fino al limite orientale del nostro emisfero, né ancora se ne trovano segnati i lidi estremi. A questa sconfinata grandezza aggiungevano presunzione di grandezza maggiore le notizie che gli Arabi, i Missionarii cattolici, i mercanti viaggiatori aveano diffuse sulle meraviglie del Prete Gianni e sull’impero del Gran Kan che regna i cento re dell’Oriente. S’aggiungevano i racconti sull’immensa estensione e popolazione del Cataï, non creduti a Marco Polo, ma che allora ripetuti e confermati da molti altri, non si potevano più volgere in ischerno. Ora ben oltre quel vastissimo paese (che teneva la parte più orientale del continente e non si trovando nella geografia e sulle carte di Tolomeo abbraccianti tutto il nostro emisfero, doveva supporsi proteso nell'e- misfero opposto) correva sicura fama che giacesse sempre più verso Oriente la vasta isola del Cipango; e più in là ancora e però sempre più vicine all’Occidentale Europa altre isole disperse per grande spazio di mare, delle quali si conoscevano anche i nomi (Java maior, Java minor, Angava, Candia). Se a tutto ciò s’aggiunga, che i calcoli degli arabi astronomi, adottati da’ più autorevoli cosmografi cristiani, facevano la circonferenza della terra minore un migliaio di miglia della misura assegnatale da Tolomeo, si vedrà come tutta la scienza del tempo necessariamente portasse alla persuasione, che le terre incognite dell’India e le sue isole più orientali doveano protendersi di contro all’Occidente fino ai mari, dove Colombo credeva trovarle e dove invece giacciono le Antille.

Rinfiancava Colombo codeste ragioni ed autorità colle osservazioni ch’egli stesso aveva raccolte ne’ suoi lunghi viaggi dall’Islanda alla Guinea. Gl’isolani delle Azore gli aveano narrato che le correnti pelagiche, venute dall’ovest, gettavano spesso al lido tronchi d’alberi ignoti e canne gigantesche e cadaveri d’ uomini che a nessuna razza europea od africana sembravano appartenere: che alcuna volte, portate dalla forza di tempi avversi, navi di forma strana s’eran viste errare per le acque dell’Atlantico; che altre volte in alto mare, soffiando ponente, eransi pescati frammenti di legno lavorati ad arte, e a quanto pareva, senza ministero di ferro. Altri indizii studiosamente ravvicinava Colombo; e notò il nome di molti piloti, che il caso o la curiosità aveva spinto più dentro mare; e non ignorò che a settentrione, più in là dell’Islanda, giacevano altre terre; e fin delle tradizioni popolari tenne conto e de’ varii tentativi e delle allucinazioni. Parranno minuzie: ma di minuzie vive l’os- servazione; la quale tanto più è da lodarsi, quanto più piccoli od ovvii sono i fatti da cui trasse conseguenze grandi e inaspettate.

Cognizione perfetta dei materiali preesistenti, induzione sicura ed irrecusabile, conferma di numerosi indizii sperimentali, ecco gli elementi della grande ipotesi di Colombo che può servire di modello a tutte l’altre ipotesi scientifiche e pratiche. Perciò non parve indegno di molto studio il seguire la serie de’ pensieri di Colombo anche nelle più riposte loro particolarità; e l’ con influita pazienza scese fino a precisare le edizioni dei libri che Colombo debbe aver consultati; ma né il tempo né il luogo concederebbero a me di seguire le traccie di cotesta alemanna scrupolosità. Nondimeno accennerò sorvolando le opinioni che correvano tra i geografi sulla distribuzione e sulla forma della terra e dei mari. Il che varrà a spiegare le fallaci analogie che traviarono molti eruditi, e ingossarono d’inutili dubbii la storia della scoperta dell’America.

I Greci, nell’età poetica, immaginarono la terra circolare come l’Orizzonte visibile, e stesa in piano come anche oggidì appare ai sensi; e fantasticarono che le girasse d’intorno l’Oceano, fiume o mare o sorgente di mari che lo credessero. Al di là poi collocavano una terra che tutto abbracciava l’Oceano, la quale perciò ebbe nome di continente, nome, che ancora oggi si conserva, con manifesta contraddizione, alle due più vaste isole del globo. A questa vetusta e mitica geografia appartengono quei continenti transoceanici di cui parlano , e . Ma quando prevalse nelle scuole greche la dottrina della sfericità della terra, alla quale condusse irresistibilmente il diverso aspetto del cielo nelle diverse regioni, e l’osservazione comparativa del nascere e del tramontare degli astri, si cominciò a pensare che l’azione del sole distribuita simmetricamente sulla sfera terraquea dovesse produrre anche nell’emisfero opposto le stesse vicende di stagione e di clima, che presenta l’emisperio da noi abitato: cosicché il globo veniva ad essere diviso in due parti, l’australe e il boreale, dalla zona mediana dell’equatore, intransitabile agli uomini per la soverchia calura. Onde l’alter orbis di molti antichi scrittori, e il loro mondo degli antipodi, non si ha mai ad intendere, come molti hanno fatto, per l’America: ma sibbene per la zona temperata posta al di là degli ardori equinoziali. Perocché gli antichi non conoscendo per esperienza più che l’ottava parte della spera procedevano con ipotesi arrischiatissime; fra le quali è singolare quella di che, sviluppando l’idea simmetrica delle zone, suppone la terra quadrifida, o distribuita in quattro gruppi; il che si trova essere pressoché conforme al vero.

e invece, preoccupati forse dall’ antica tradizione del continente mitologico, inclinano a mutare in seno chiuso e mediterraneo ogni mare e a supporre negli spazii inesplorati vaste estensioni di terra. Per altra via tornarono alle fantasie dell’età poetica i primi scrittori cristiani: i quali combatterono l’idea del doppio emispero e delle due zone divise ed incomunicabili perchè offendeva il dogma dell’unità del genere umano: ma poi trascendendo, avvolsero nella medesima riprovazione la teoria della sfericità della terra, si rappresentarono il mondo colle idee infantili, immaginando un piano rettangolare cinto tutto intorno dai mari, e al di là di esso il Paradiso terrestre; e infine una gran muraglia che sorreggesse la solida vôlta del firmamento. Appena si crederebbe che lo spirito umano abbia potuto, dopo e , tornare a tanta ignoranza. Ma veramente i due che ora nominammo, seppero per forza di buon senso tenersi lontani da ogni errore sistematico; e credettero il mare uno, vastissimo, circonfuso intorno alle terre. Strabone aveva anche mirabilmente preveduto l’esistenza o almeno la possibilità dell’America. «In questa zona temperata, dic’egli, che è nell’emisfero boreale oltre la terra che abitiamo, vi potrebb’essere un’altra terra, principalmente vicino al circolo che passa per Tine ed il mare Atlantico.» Davvero è forza convenire che Strabone nella sua ipotesi riesce assai più preciso di Colombo, perocchè egli aveva preveduta la grand’isola americana. Ma che perciò? . . . . . Il letterato dei tempi d’Augusto soggiunge subito dopo con profonda indifferenza: «Codeste ricerche nulla hanno a fare colla geografia positiva; e se pur quest’altre isole vi sono, non potrebbero nutrire popoli della nostra stessa origine, e si avrebbero a guardare come un altro mondo.»

Il mondo che Strabone abbandona. Colombo lo raccolse: perchè non basta indovinare la verità, non basta, quasi dissi, toccarla; bisogna amarla d’amore operoso, bisogna sopratutto venire a tempo. Che avrebbe fatto Augusto d’un nuovo mondo, egli che decretava non doversi più allargare i confini dell’impero? Ma nasceva a’ suoi giorni un’idea che aspirando al dominio di tutte le anime non doveva conoscere altri confini che i confini del mondo, altri interessi che gli interessi dell’umanità; e Colombo fu anch’esso apostolo di questa idea. «Veramente ei fu Colomba, dice suo figlio Ferdinando; poichè per grazia del Divino spirito scoperse il nuovo mondo e vi fece conoscere il Figliuol eletto di Dio che ivi non si conosceva; e portò sulle acque dell’Oceano l’ulivo e l’olio del battesimo per l’unione e la pace di quelle genti fino allora escluse dall’arca fraterna della Cristianità.»

III

L’orizzonte del mondo antico era stato tracciato dalla spada d’ e di , i grandi geografi dell’antichità che piantarono le loro are vittoriose sull’Idaspe e sul Tamigi. Invece l’orizzonte del mondo cattolico non era sulla terra e nello spazio visibile, ma sì nel tempo che è lo spazio del pensiero.

La disciplina evangelica nel suo primo sforzo ricacciò l’uomo nella coscienza e lo sforzò a vivere coll’anima sua. «Che m’importa, grida san , che m’importa sapere se la terra sia una sfera, un cilindro, un disco od una superficie concava? Questo m’importa sapere, com’ io debba vivere con me stesso, cogli altri uomini e con Dio.» Il pio eremita nella sua volontaria prigione non altro chiede che un breve pertugio da cui guardare il cielo; né però egli si condanna all’immobile indifferenza dell’ioughi indiano, e riempie la sua solitudine colla sottile, insistente, incontentabile analisi d’ogni moto del cuore. Ma poiché molti secoli di sforzi tremendi e di poetici soliloquii ebbero rifusa l’anima umana, il Cristianesimo, trasformata la barbarie e la schiavitù, uscì dall’epoca cenobitica e taumaturgica, ribenedisse la terra, riconsacrò le armi, la mercatura, la vita civile, la scienza e quella stessa antichità di cui prima avea atterrati i tempii e lacerati gelosamente i volumi. Allora, dopo un duro noviziato di dieci secoli, l’uomo trovandosi in pace colle sue idee, avrebbe voluto cristianificare la natura e ribattezzare la terra; e la vocazione dei missionarii, alleatasi senza ipocrisia coi sentimenti cavallereschi e mercantili, diventò la vocazione d’Enrico I del Portogallo, la vocazione di Cristoforo Colombo.

Nel XV secolo, secolo d’unità confidente e possente, la poesia, la religione, la scienza e l’economia, dandosi mano con giovanile baldanza, provocavano concordi cotesta forma novella d’eroismo e d’apostolato. Ma perchè mai l’uomo che i tempi invocavano non uscì da alcuna di quelle tante nazioni europee, adagiate lungo le acque atlantiche, ove i venti spesso portavano qualche arcano saluto del fraterno continente? Perchè mai fra tanti piloti portoghesi, baschi, normanni, venturieri audacissimi, non uno pensò, guardando il quotidiano spettacolo del sole declinante sulla solitudine dei mari occidentali, ch’ei portasse la luce

Perchè da un popolo per tradizioni, per interessi, per necessità geografica tutto volto a Levante, ed il cui cuore, quasi direbbesi, batteva a Costantinopoli, ad Alessandria, sul Tanai, perchè mai da un popolo educato alla navigazione mediterranea, ai guadagni pronti e sicuri, ci doveva venire chi mettesse l’anima e la vita per verificare un’ipotesi scientifica e tentare il problema del lontano Oceano, fecondo solo di paure? Perchè insomma fu Italiano lo scopritore del mondo occidentale?

Io veramente sono lontano dal consentire cogli storici che in ogni fatto vedono la necessità, di molte cose parendomi arbitra quaggiù la fortuna, e di più molte la volontà, in virtù della quale il mondo della storia offre lo spettacolo d’una crescente creazione. Pure dell’essere stato italiano lo scopritore del nuovo mondo v’ha, se non m’inganno, una giusta cagione; perchè in Italia maturarono gli elementi del pensiero e della forza, per cui fu grande Colombo.

Chi appena guardi le condizioni d’Italia nel XV secolo, sente che essa avea diritto di educare il vincitore della antichità, l’uomo che disserrando nuovi spazii e nuovi tempi, dissipasse affatto il sonnambolismo del medio evo e ravviasse il pensiero europeo alla poesia ed alla sperienza della natura esteriore. Il XV secolo, così poco noto, è quello appunto in cui si svolsero e si bilanciarono tutte le forze intellettuali dell’Italia; lotta confusa, vorticosa e pur troppo mortale. Allora l’italiano, in mezzo alle inutili sventure ed alle inutili vittorie di tutte le fazioni, imparò a far conto, più che d’ogni altra cosa, della propria energia personale: germe funesto d’egoismo, ma scuola altresì di volontà indomabili e di nature eroiche. E mentre altrove gli uomini erano o sorretti o stritolati dalle gerarchie feudali, solo l’Italiano di que’ tempi vedeva uscire dalla plebe i pontefici, dalla officina i magistrati; e mercanti e soldati di ventura conquistarsi coll’oro e colla spada le corone. Tutti i fatti, tutte le idee s’agitano allora in Italia vive, possenti, istigatrici d’ogni rea, come d’ogni nobile ambizione; il fervore religioso si alleava col poetico entusiasmo per la classica antichità, e nella stessa generazione si scontrava e mescevasi l’esperienza dei politici, dei mercanti, dei viaggiatori colle memorie e, diremo anche, colle fantasie dell’erudizione. Di che nasceva quella felice e robusta gioventù degli ingegni, i quali creavano, credendo pur tuttavia d’imitare e fabbricavano arditissime ipotesi, interpretando con inconscia libertà il mondo e la storia. Ed è singolare a dirsi come i due uomini, che fecero la più profonda rivoluzione delle idee, mutando l’aspetto della terra e del cielo, Colombo e , i quali ora, quasi divinità tutelari, risplendono sulla soglia dell’evo moderno, volessero presentarsi ai loro contemporanei in aspetto d’umili commentatori d’una dimenticata idea d’ e di .

L’Italia adunque ai tempi di Colombo e, appunto come Colombo, piena di pensieri nuovi sotto nome antico, presentiva l’avvenire attraverso le visioni del passato. Ad uno ad uno essa vedeva morire i suoi popoletti ringhiosi; pur non distratta dalle fervide contemplazioni, nemmanco per l’acerbità dei supremi dolori, generava eroi che fondarono la divina nazionalità del pensiero, conquistandole una lingua comune e confondendo e consolando col culto delle glorie fraterne le umiliate gelosie municipali. — Ora sofferite, ch’io cerchi nelle tradizioni commerciali e geografiche d’Italia la genealogia vera di Cristoforo Colombo ch’io non mi curai ripescare fra le ingiurie dei municipii contendentisi l’onore d’averne ascoltato il primo vagito. Tutti sanno come il commercio del medio evo avesse legato gli stati marittimi della nostra penisola coll’Asia, coll’estremo Oriente: perocchè le spezierie, rarissime preziosità, di cui gli Italiani avevano in Europa il monopolio, ci venivano dalle Molucche (Malucco) isole circonfuse dell’Oceano Pacifico, allora non navigato che da giunche chinesi e da selvaggie piroghe. Quando primamente s’avviasse questo commercio non può sapersi: e forse sempre ne durò qualche filo anche nell’età della più scabra barbarie. Checchè ne sia, abbiamo notizia che nell’822 già navigavano ad Alessandria contrabbandieri veneziani; e prima delle crociate praticavano gli Amalfitani ne’ porti di Levante e i Pisani avevano fattorie sul Mar Nero. Nel XII secolo troviamo la prima menzione del commercio delle spezierie colle quali non può farsi che alcune notizie non giungessero dei tanti popoli che per sì lungo tragitto se le passavano di mano in mano. I rozzi verseggiatori di quei tempi ci dicono che a Pisa e ad Amalfi conoscevansi di fama e di presenza i popoli dell’Asia centrale e gli Indi che avevano sì antico grido di sapienza e di ricchezze. Nel tumulto delle crociate si piantarono gli Italiani negli scali di levante e vi convissero con quegli Arabi che già da due secoli avevano allargata la loro prodigiosa potenza dalle Africane costiere di Sofala alla valle dell’Indo, e si erano sparsi, mercatanti o missionarii, da Madagascar a Canton su tutte quasi le rive dell’Oceano indiano e dell’Arcipelago orientale. — Per questo mezzo molte notizie geografiche ci dovettero pervenire insieme colle prime confuse cognizioni sulle cifre algebriche, sulla polvere e sulla stampa, mirabili strumenti del pensiero operoso, che giacevano inutili in mano alla frivola gravità delle autocrazie e delle teocrazie asiatiche. Due strade teneva il commercio delle Indie; quella di terra per l’Oxo, il Caspio ed il Mar Nero; quella di mare per l’Egitto ed il Pelago Indiano, o per la Soria ed il golfo Persico. Prevaleva or l’una or l’altra di queste strade, secondochè o sinistrava l’anarchia arabica o scomponevasi la vasta unità dell’impero Mingolico cadevano sotto la tutela or dei Veneti or dei Genovesi le decrepite provincie del Greco impero. Da ciò le guerre secolari delle due maggiori repubbliche Italiane che si contendevano il monopolio di quei commerci. Fra esse più tardi entrò terza Fiorenza, in cui le vivaci industrie avevano accumulati capitali e che, dopo l’acquisto di Pisa, volgendo vasti pensieri di marittima prosperità, avviò faticosamente per l’America e la Persia una linea commerciale che forse spingevasi fino alla China. Mirabili viaggiatori ebbe l’Italia per cagion di commercio o di religione, in cui risplende energia di mente, di corpo e di vo- lontà. E primi i Poli, che sullo scorcio del XIII secolo peragrarono tutta l’Asia fino al mar Chinese ed alla Polinesia. E benchè i racconti di Marco, con quella profusione d’isole, di regni, di città, di palazzi d’oro e di eserciti innumerevoli, paressero intemperanti fantasie, nondimeno s’accesero dell’Oriente lutti gli animi, e Marin Sanudo, che Humboldt chiama il Raynal credente del medio evo, cominciò nei primi anni del XIV secolo, col suo singolarissimo libro intitolato , quella discussione sulla migliore strada del commercio orientale che gli Inglesi non hanno ancora oggidì terminata. — Nel tempo stesso s’andavano facendo comuni i viaggi per l’Armenia, per l’Egitto e per l’Asia minore; e par che fino all’India penetrassero i nostri e vi avessero stazioni, poichè di là riceveva lettere. Nell’età più vicina a Colombo, apostata Veneziano percorse tutta l’Asia meridionale e tornato in patria narrò cose che acquistarono fede a ; al quale la moderna critica decretò il nome d’Erodoto Italiano: tanto appare al paragone delle nuove scoperte schietto e sottile osservatore, narratore conciso, spirito libero e robusto. Contemporaneo a Colombo, , elegante latinista e sagace filosofo, sosteneva la possibilità della circumnavigazione dell’Africa, fondandosi sulle notizie fornitegli dal genovese Giorgio Interiano da molt’anni stanziato nell’India; e Behaim nel suo celebre mappamondo del 1492, divisando i dieci trapassi a cui soggiacevano le spezierie, cita l’autorità di Bartolomeo Fiorentino, che per 24 anni era stato alle Indie. Quali sentimenti destassero negli animi i maravigliosi racconti dell’orientale magnificenza, quanta ammirazione per la grandezza materiale, quale spirito sitibondo di avventure si accendesse nelle menti scaldate dalle im- maginazioni poetiche e dalle avidità mercantili, io non saprei meglio esprimerli che recandovi innanzi le parole di uno svegliatissimo fiorentino, scritte nel 1500 da Malaca, quando per la prima volta v’incontrò le navi dei Chinesi: «Credete che le cose di qua sono di gran sostanza: cose grandissime; vaste città murate; tratti di mercanzia e di ricchezza; costumi e modi di vivere diversi. Noi altri siamo uno zero; l’India è la minore e più piccola cosa che sia qui, sendo pure una sì grande rispetto a noi.... Sono cose per chi le ha viste da non crederle: pensate chi non le ha viste!» Così per costui l’Italia rispetto all’Asia è uno zero, come uno zero era stata pe’ suoi padri rispetto alle grandi idee della Chiesa universale e della Monarchia Cristiana. Direbbesi che per uno strano destino in Italia sempre vi sia sproporzione fra i concetti e i fatti, e che l’indomabile istinto dei dominatori del mondo non lasci riposare, neppure nell’ignoranza della propria miseria, questo popolo irrequieto, sulla tomba del quale potrebbesi scrivere quella famosa epigrafe: Aut Caesar, aut nihil.

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