Ai lettori
L’amore ad un luogo vicino alla mia terra natale, a cui si legano le memorie de’ miei primi anni, sostenuto dall’eccitamento di persone autorevoli e benemerite di esso, mi valse a raccogliere a traverso pazienti ricerche e notabile dispendio di tempo le Notizie che qui ti offro intorno a Busto Arsizio. Tu non ci troverai frequenza di avvenimenti guerreschi, come appaiono presso a poco eguali in tutte le età e nazioni, ma verrai in chiaro delle istituzioni civili, amministrative e religiose, delle usanze e de’ costumi di un borgo, la cui storia si connette strettamente con quella di Milano. E ben lieto io n’andrei se questo breve dettato potesse valer di conforto ad una penna migliore della mia che illustrasse alcun altro de’ principali borghi del suolo lombardo, come ce ne hanno già dato lodevoli esempi, a giorni nostri, , descrivendo l’Abbazia di Chiaravalle, l’abbate , di cui rimpiangiamo la recente perdita, colle , nella ; e il cav. nelle e in quelle di . Perocchè un popolo, che non abbia compiute memorie delle proprie terre, non può bene apprezzare l’eredità delle avite glorie domestiche, e seder degnamente nel consorzio delle nazioni più civili.
Or ti dirò da quali fonti io abbia attinto. — Una cultissima dama milanese, la principessa de’ marchesi Trivulzio, che ricordo con gratitudine e riverenza, m’ebbe concesso di consultare e giovarmi di un manoscritto della sua biblioteca, dove si descrive la peste che infierì in Busto Arsizio nel 1630, e vi si raccontano diversi fatti storici successivi del Milanese fino al 1642; — il bibliografo mi fu cortese anch’egli di un manoscritto intitolato , che ora si conserva presso la Direzione degli Archivi di Milano, ed il signor Carlo Magnaghi offerse alla mia ispezione una copia della storia di Busto co’l titolo: Relationes ad Aloysium Marlianum Busti comitem, 1614. Di questi due ultimi lavori, come altrove ripeterò, è autore un . Il canonico curato di San Giovanni, Luigi Ajroldi, mi somministrò alcuni componimenti in dialetto bustese, il sac. Luigi Falciola e l’avv. Carlo Travelli, parecchi importanti ragguagli. Da ultimo, pur tacendo di quanto potei spigolare nell’Archivio della Curia metropolitana fra li atti delle visite arcivescovili, mi fornirono nuovi, sicuri, e copiosi materiali i publici Archivii di Milano.
I cenni sui monumenti artistici mi furono communicati dal cav. , professore di prospettiva presso l’Academia di Belle Arti in Milano.
Dopo questi tocchi bibliografici, crederei inutile l’avvertirti che di tali notizie non ti ho fatto mercato alla grossa, ma vi ho usato assai diligenza per vagliarle e comporle insieme con qualche ordine. Perdona adunque, o Lettore, le mende che in questo libro sarai per iscoprire, e, se sei bustese, non ti dimenticar dell’intenzione che mi mosse.
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Se l’etimologia di Busto sia etrusca o gallica non posso con certezza definirlo, ignorandosi la vera fonte dalla quale deriva il vocabolo. Se la parola si vuole di conio latino, si ha Bustum, che significa tomba o sepolcro. Si aggiunge che tra i paesi denominati dal luogo, ove furono abbruciati cadaveri, v’ha, non molto lungi da Busto, Galliasco, che suona Gallici corpi o Galliche tombe; e Arsasco, altro nome greco-latino, rimasto alla campagna vicina a Galliasco, e che vale si- milmente arsi corpi. Vi fu pure chi derivò l’appellativo di Arsizio dalle molteplici arti a cui attesero i Bustesi, come se si fosse voluto dire Artitium. Etimologia, come ognun vede, in urto colle leggi della genesi dei vocaboli. Ecco il guasto patito dalle parole rimescolate per lungo tempo dal vulgo, che d’ordinario sfigura colla sua pronuncia la natía loro sembianza e ne confunde i primitivi elementi. Ben più probabile è che il qualificativo d’Arsizio venisse attribuito a Busto nel secolo IX a cagione di un grave incendio sofferto. Altri opinarono invece, appoggiati alla tradizione, che venisse chiamato Arsizio dal fuoco appiccato al borgo nel 1176 dalle truppe dello sconfitto imperatore Barbarossa. Ma ciò non può ammettersi, perchè Busto si chiamava già Arsizio, alcuni anni prima di quella famosa battaglia, come si ha da una pergamena dell’Archivio diplomatico di Milano, del 28 di febrajo del 1171 proveniente dal monastero di S. Vittore al Corpo, ove leggesi che un certo Suzio milanese impegnò all’abbate di quel monastero le sue tenute in Limido, Baradegio, Tainate, Limbiate, Gorgonzola, Maniago, et Busti Arsizo.
Ma come poteva essere altrimenti circa l’incendii, se a quell’epoca le case costruivansi di legno co ’l tetto di paglia anche nelle stesse città; come evitare il disastro, se la causa era sì prossima? Infatti, a malgrado di tutte le precauzioni suggerite dalla necessità, e d’una legge che proibiva di accendere il fuoco ne’ giorni di vento gagliardo li incendii erano frequenti. Ma questi diminuirono notabilmente allorchè si fabricarono case con pietre e mattoni, e s’introdussero nelle città e borgate machine opportune a spegnere il fuoco.
L’origine di Busto, che al pari di molte città sorse in tempi da noi rimoti, è involta nelle tenebre delle favolose tradizioni. L’indagarne quindi i principii è un problema che spetta al vasto campo delle congetture. Sei secoli prima della nascita di Cristo, i Galli, varcate le Alpi sotto la condutta di Belloveso, e venuti a battaglia con li Etruschi popolo assai temuto e che in allora aveva il dominio della nostra penisola, riportarono sopra di questi una compiuta vittoria. Secondo , questo avvenimento ebbe luogo non molto lungi dal Ticino. È fama che nel territorio di Busto il conduttiere dei Galli facesse ardere i corpi degli estinti guerrieri. Quivi, a poco a poco, sorsero alcune capanne, che, moltiplicatesi co’l crescere degli anni, formarono un aggregato di abitazioni, ruinate poi dai Galli Senoni. Allettati questi dall’idea di dominio e dalla natura del suolo, convertirono quel luogo in un ricetto di avventurieri, che per opporsi alle scorrerie di altre bande alpestri costrussero sette torri e le fornirono alla meglio di presidii. Caduto in potere dei Romani, i quali stabilirono nell’Insubria le proprie colonie, Busto fu da loro ristaurato ed ampliato, come quelli che non miravano a distruggere i paesi, ma bensì a sottometterli. Queste per altro non sono che sbiadite rimembranze de’ primi tempi di Busto.
II
Li storici della prima metà del medio evo non toccano che alla sfugita ed a frammenti lo stato della campagna milanese e non sempre aprono la via ad osservazioni generali applicabili ai varii fatti particolari. Li abitanti di Busto a quest’epoca erano quasi in nessuna relazione con quelli della città per le strade malagevoli che accrescevano la distanza, quantunque fossero soggetti ai medesimi ordinamenti civili. Ma la mancanza dei documenti m’impedisce di ricordare le costumanze religiose e civili, le leggi, la frequente mutazione di governo, nata dall’alternarsi d’uomini diversi di favella, di sentimenti e di passioni, lo stato dell’agricultura e dei mestieri di un luogo, che, con piccola differenza, ebbe communi le vicende con li altri paesi circostanti.
Scaturisce spontaneo dall’indole speciale di quei tempi, che il numero degli abitanti di Busto fosse di lunga mano inferiore a quello d’oggidì. Nè potè risorgere durante il dominio de’ Longobardi e de’ Carolingi, nè dei molti principi che si disputarono il regno d’Italia, sino a Federico Barbarossa; causa la crassa ignoranza che vi dominava congiunta al più deplorabile disordine sociale. E invero non trovasi alcuna notizia di fatti che tramandassero cara ed onorata ai posteri la memoria dei Bustesi. I quali in allora, come tutti li altri terrieri, tenevano in conto di prodezze quelle scaramucce che nascevano per leggiere e vili cagioni coi circonvicini, e si riducevano a reciproci guasti e saccheggi, attestatori della profonda avversione ch’era fra loro. Certo anche i Bustesi saranno stati colpiti dalle communi sventure che afflissero le terre consorelle durante que’ secoli tempestosi, e perciò avranno ben presto riconosciuto il bisogno di erigere un castello, che non tardò infatti a comparire, dove or sorge la chiesa parochiale di S. Michele. Non era cosa singolare per que’ tempi, giacchè quasi tutti i villaggi della nostra campagna si munirono allora di castelli per le frequenti invasioni dei Barbari in Italia. Se bene io non abbia potuto scoprire quali fossero i primi che avessero in Busto signoria, un anonimo scrittore (che io credo ) pretende, che il borgo sia stato suggetto ai Crispi, i quali vi tenessero un grande castello. Ecco le sue parole, a cui ciascuno potrà dare quel valore che la critica d’oggidì concede:
Quin etiam ex domibus Romanis, Crispe Sallusti, Crispa domus tua restat adhuc, et manet in urbe Nunc etiam nostra, Romana sicut in urbe, Sed Busti plures ex illa, ubi prorsus aperto Aeris in campo castrum prægrande tenebat, Restat adhuc turris sine vertice trunca vetusto, Parvula, cui tantum non eminus adiacet ædes Aucta sacræ matri valide monumenta ruinæ.
La torre ricordata in questi versi superava in larghezza 15 cubiti, e ruinò per vetustà, e per colpo di fulmine nel 1578. Fu ricostruita un’altra volta nel 1584 e si vede ancor oggi presso S. Maria di Piazza. Era la prima un avanzo delle sette antiche torri di Busto, le quali ergevansi siccome un contrasegno di potenza, di ricchezza e di nobiltà, e si conservarono finchè i loro signori non s’occuparono che di guerresche imprese. Ma come cessò il bisogno di rendersi forti e sicuri contro l’insulti stranieri, allorchè fu diminuito il potere de’ feudatarii e stabilito un principio di diritto publico, ove la giustizia sovrana era superiore ad ogni altra, quelle torri furono in parte distrutte ed in parte ridutte a diverso uso, cosicchè di esse non rimase che il nome, o qualche avanzo. Tanto valgono il tempo e le opere degli uomini a mutar faccia alle cose!
Allorchè poi, su’l principio del secolo XIII, si propagò l’uso degli emblemi, o su le monete, o nei sigilli, o dipinti su’l muro, o su’l legno, anche il borgo di Busto adottò uno stemma consistente in uno scudo spaccato con due B; uno de’ quali sta in un campo rosso fiammante, e l’altro sottoposto in campo bianco co’l fuoco alla estremità inferiore. Il rosso è simbolo di carità verso le spoglie dei guerrieri consunti dalle fiamme, ed il bianco l’imagine della purezza conseguita per l’incendio a cui Busto andò suggetto verso il secolo X. Questo stemma trovasi dipinto sopra uno dei corali stupendamente miniati esistenti presso la collegiata di S. Giovanni. E su la fede del cronista Crespi ricordo che il 21 di maggio del 1609, praticandosi degli scavi presso Santa Maria, si rinvenne una piccola moneta con l’impronta di tale stemma ed una seconda ne scoprì l’architetto Francesco Richini, allorchè fu ampliato il tempio di S. Giovanni Battista. Se non che, non ostante le più diligenti ricerche, mi fu impossibile il sapere in qual museo archeologico quelle monete si conservino.
Com’è noto, nel secolo XII tutte le città di Lombardia reggevansi a Commune, e dettavano liberamente i loro statuti ispirati dalle tradizioni romane e da consuetudini antichissime, cui anche il ferro de’ Barbari non era valso ad estirpare del tutto. Non erano anch’esse affatto indipendenti, come quelle che riconoscevano sopra di sè l’alto dominio del rinovato impero Romano. Tuttavolta, il luogo natale era di questi tempi l’oggetto di un’entusiastica affezione e ciascun terrazzano reputava religioso dovere serbare coll’armi inviolata la libertà. Fin da fanciullo egli s’avvezzava agli esercizj del milite; quando squillo di tromba o tocco di campana annunciava un grave pericolo della patria tutti dai 18 ai 60 anni accorrevano su la piazza a schierarsi sotto il vessillo de’ consoli, attendendo impazienti l’ora di misurarsi co’l nemico; venuti alla mischia, unico ordine era il combattere e non discostarsi dalla bandiera. Se uscivano vincitori, li vedevi ricondursi al domestico focolare, e quì, altéri della salvezza e gloria del loro Commune, deporre le armi per riassumere le usate fatiche delle arti loro. Fatta ragione a questo istituto di vivere, scema in parte quel sentimento d’ammirazione che sorge al primo leggere nelle croniche di quell’età tanti prodigi di valore operati da cotali milizie dei Communi, le quali sapiamo aver più volle respinti fortissimi eserciti d’Oltrealpi.
III
E quì la celebrità dell’avvenimento mi richiama al pensiero il Congresso di Pontida, ove le città lombarde fecero senno, ammaestrate dalla trista esperienza della lor divisione. Adottata la stessa politica e li ordinamenti stessi per cooperare con forze unite a scacciar di Lombardia il Barbarossa, là si strinse una lega d’interessi, i quali, ravvivando il sentimento nazionale, gittarono semi di energia anche in quella classe di popolo che è condannata all’ignoranza e alla fatica materiale. Ciascun sasso, ciascuna zolla, che pur poc’anzi calpestava indifferente il terriere di Legnano, di Borsano e di Busto, parla di quella battaglia sì famosa negli annali milanesi, che tanto elevò il nostro valore sopra le armi del temuto Enobarbo.
I Milanesi, presentendo che l’imperatore circondato da principi tedeschi stava per recarsi da Como a Pavia, città devote alla causa imperiale, adunarono un grosso esercito composto anche di milizie bresciane, veronesi, piacentine, novaresi, vercellesi e lodigiane. Con queste forze e co’l loro carroccio s’avviarono a Legnano, a fine d’impedire che le truppe imperiali e comasche s’unissero colle pavesi. Infatti l’imperatore, movendosi da Cairate il 29 di maggio del 1176 co’l suo esercito alla volta del Ticino, si scontrò coi Milanesi tra Busto Arsizio e Borsano e quivi si venne a battaglia.
I nostri, armati di alabarde, non intimoriscono innanzi alla milizia imperiale coperta di ferro, chè anzi, fatti per così dire più cauti dall’esito infelice della prima mischia, si tengono su le difese. Ormai da qualche ora versavasi sangue, e la vittoria pareva inclinata agl’Imperiali. Ouand’ecco una coorte di magnanimi in numero di 700, detti della morte, deliberati di vincere o morire, si scaglia su’l nimico nell’istante che la sorte de’ Lombardi era quasi decisa, si serra intorno al carroccio, lo difende valorosamente, mette in disordine e in fuga i nemici e fa sonare da ogni lato il grido della vittoria. Quì l’imperatore perdette i suoi più preziosi ornamenti, lo scudo, il vessillo, la croce e la lancia, quì la cassa militare cadde in potere de’ vincitori in un con tutto lo spoglio dei vinti. Notabile fu il numero de’ morti e de’ feriti, e tra i prigionieri si contò il duca Bertoldo, nipote dell’imperatore, ed il fratello dell’arcivescovo di Colonia. Dopo la battaglia alcuni andarono in traccia de’ parenti e de’ compagni feriti o morti, ed i Bustesi non mancarono in quest’occasione di prodigare ogni maniera di pietosi offici a quelli cui speravano di serbare in vita. Poco invero potevano giovare a que’ martiri della libertà, ma la presenza amica, una parola di refrigerio, rese a taluno di loro meno acerbo lo spasimo delle ferite e meno tetra la morte.
Questa vittoria sì rinomata, che consolò l’Italia da tante sventure, dicesi communemente di Legnano, e, secondo il (Capo viii), di Busto Arsizio o di Le- gnano. Essa segna uno dei fatti più gloriosi delle Republiche Lombarde. Non mai più forte amor di patria accese i nostri guerrieri, nè più singolare valore fu dimostrato per una causa sì giusta. Di quì ebbe vita il governo municipale, e guadagnarono nerbo e fermezza le città lombarde. Le quali furono rette non da principi assoluti, ma da vicarj imperiali sino al 1396, epoca in cui l’imperatore Venceslao concedette a Giovanni Galeazzo Visconti il titolo di Duca, lasciando nel pri- stino stato, anzi confermando alle nostre città ed a’ paesi dipendenti le loro regalie.
La libertà, che fu sempre riguardata come uno de’ primi elementi dell’esistenza, andò suggetta nel medio evo a diverse vicende. Essa vendevasi come una proprietà e si potea vincolare per tutta la vita, e per un tempo determinato. Avveniva sovente che persone libere, cadute in miseria, vendevano la libertà. Alcuni erano ridutti in servitù o per forza o per inganno, altri, oppressi dai feudatarj, rinunciavano a questi spontaneamente la libertà, stimando minor sciagura l’obedire ad un polente patrocinatore, che vivere in una indipendenza mal sicura. Frequenti poi furono i casi di persone che, non potendo sodisfare i loro debiti, davano in pegno al creditore la propria libertà. Ora questo facile passaggio dalla libertà alla servitù somministra una ragione di sostegno al riflesso suggerito dalle pergamene dal IX al XII secolo, dove trovasi di rado l’espressione di uomo libero. Per lo che si viene a sempre più assodare l’opinione, che la classe de’ servi (la più numerosa ne’ villaggi di Lombardia) non componeasi già solamente di contadini, ma altresì di artigiani. Non debbonsi però confundere i servi della gleba co’ veri schiavi. La terra di Busto allora contava parecchi servi e giornalieri addetti alla cultura de’ campi. La classe però degli uomini liberi non progrediva verso la civiltà che lentamente. È solo dopo il secolo XII che in Busto trovansi tracce del commercio del ferro e della lana, e più tardi di quello della bambagia; è in allora che i piccoli proprietarii e li artigiani dei Communi lombardi, non ancora indipendenti, cominciano a sentire i benefici effetti delle arti, e a procurarsi con l’industria la libertà. Di quì divenne frequente il costume di affrancare i servi, il quale era tuttavia in vigore su la fine del secolo XII. Una ricca e pia donna della terra di Velate presso Varese, chiamata Biriana, nel donare alla chiesa del Sacro Monte la sustanza ereditata dal marito, diede la libertà ad un servo e ad un’ancella (Così in una pergamena del 1184, 21 di luglio, spettante al monastero del Monte sopra Varese).
Dopo la pace di Costanza avvenuta nel 1183, le terre lombarde, divise già in contadi rurali, borgate, signorie e castelli, incominciarono a regolarsi indipendentemente dalle città. Imitandosi a vicenda nella forma di governo, almeno riguardo alle magistrature, richiamarono coll’appellazione di consoli un’idea romana, e colla parola podestà convertirono un’idea astratta in un titolo meramente personale. Di quì poi sorse l’autonomia, o libertà de’ Communi, che fu la condizione di quasi tutta l’Italia dalla seconda metà del sec. XII al XVI.
Uno de’ primi atti, donde si manifesta il reggimento a commune in una terra poco distante da Busto, è una dichiarazione del 1198, per la quale i massai dell’arcipretura della chiesa sopra il Monte di Varese furono sciolti dall’obligo di concorrere co’l commune di Velate a sostenere il peso delle publiche imposte.
Busto, che fin d’allora era una terra considerevole, non fu però delle prime ad accettare la forma del go- verno democratico. E ciò appar manifesto dal trovarsi menzione di un messo regio verso la metà del sec. XIII. I messi regi e i giudici, nelle cui mani stava la giustizia civile e punitiva, scomparvero a poco a poco all’introdursi dei consoli, i quali diedero un notabile crollo anche all’autorità dei conti rurali. In allora ogni terra, quantunque piccola, ma a certa distanza dalle altre, procurava di darsi sollecite le leggi, di reggersi con codici o statuti particolari, e di formare una communità. Il terrazzano Bustese e così li altri non si prendevano pensiero che di ciò che risguardava esclusivamente il loro territorio. L’affetto era tutto alla famiglia ed al Commune ed ogni terra consideravasi quasi straniera alle vicine. Di quì la ragione delle strade quasi impraticabili, dei molti pesi e delle misure, varie da un luogo all’altro, e dei continui dazii che al por piede in ciascun territorio incagliavano il commercio. Ma i Communi che già sentivano il bisogno di crescere d’abitatori e di fortificarsi, si cinsero di fossa, di mura e di palizzate, e concedettero franchigie a quelli uomini che piantavano soggiorno entro il loro recinto.
È noto che nel medio evo le donne di nazione e legge longobarda non potevano far testamento, donazione, vendita o permuta, o qualsivoglia altro contralto senza il consenso di qualcuno de’ più prossimi in ragione di sangue, e la dichiarazione espressa di non esservi state costrette. Nel caso poi che le medesime non avessero avuto parenti vicini o lontani, dovevano dipendere da un ministro regio. E quì a confermare il fatto mi torna opportuna una pergamena del 13 di dicembre dell’anno 1243 (Doc. N.º 1), da cui raccogliesi che in Busto risiedeva certo Engheresco Brozio (de burgo Busti Arsitii) in qualità di messo dell’imperatore Ottone IV, il quale concesse a certa Piubella, previo l’assenso di suo marito Ottone dal Pozzo, la facultà di vendere a donna Rosa, ministra ed anziana delle Umiliate in Busto, un podere per lire tre e soldi sei terzoli, e che per la validità del contratto fu necessario il consenso del messo imperiale, il quale interrogò la donna se ciò avesse fatto di suo moto proprio, o vero di forza. Le donne longobarde per natali, o per elezione di legge, ove fossero passate ad un contratto insieme co’l marito, non erano vincolate di più, che se lo avessero stipulato da sole, giacchè in qualunque età e condizione trovavansi sempre suggette al mundio, o tutela. Diritto che si vendea per denaro anche ad un estraneo mundualdo, chè donzelle o vedove non potevano nè maritarsi, nè passare a seconde nozze senza il permesso de’ parenti, perocchè chi s’arbitrava sposarle altrimenti, tuttochè libero cittadino longobardo, dovea pagar 30 soldi ai parenti per la cessazione della faida o inimicizia, e 20 altri per l’anagrip, o sia pena dell’alto suo arbitrario. Nè deve recar meraviglia che per così piccola somma, qual è quella di lire tre e soldi sei terzoli, si alienassero dei beni stabili, giacchè è noto come a’ que tempi l’oro e l’argento fossero metalli assai rari e preziosi, e quindi molto alto il pregio loro, e come il primo soltanto dopo la scoperta dell’America gradatamente si abbassasse. Il veder poi Busto nominato ben quattro volte nella citata pergamena, ma una sola co’l titolo di borgo, mi fa sospettare che l’uso di questa seconda denominazione non fosse ancora officialmente stabilito. Ed il dubio si accosta alla certezza, trovandosi in documenti posteriori continuata l’indicazione in loco Busti.
Una pergamena del 1264, mutila dal lato destro del riguardante, contiene una donazione di certo Pagano milanese al frate Jacopo, e per esso alle monache Umiliate di Busto della metà d’un sedime. Come al solito, il donatario offre al donatore il launechild, che quì è un lembo di mantello (lempum unum mantelli nomine lanici). Oltre a ciò, non solo il donatore rinunziava del tutto al possesso su la parte del nominato podere, ma aggiungeva la condizione di guarentire al donatario il dono compartito co’l vincolare tutti i suoi beni. Una tal clausola è quella stessa che solevasi apporre negli atti di vendita dal venditore, perchè meglio fosse assicurata all’acquirente la cosa venduta, salvo che in questi s’ingiungeva una penale ai violatori del contratto.
Da un atto poi di donazione inter vivos del 1278, del 30 di dicembre (Doc. N.º 2), si rileva che al cospetto di Petracio Portela, console di Giustizia in Busto Arsizio, una Beldia, vedova di maestro Jacopo Beligozzi, fu interrogata da Pietro e Gregorio Gallazio detto Cozza, parenti di lei, se nel donare alcuni beni a Donna Verda ministra della casa delle Umiliate di Busto, ella avesse operato con spontaneità, o per violenza. Dopo di che i congiunti accordarono il loro consenso. Ponendo con questo a confronto l’atto del 1243, si nota che nel primo chi interrogò la donna fu il messo regio, e nel secondo furono due parenti della donatrice, se bene vi fosse presente il console di giustizia del luogo. Tale differenza non istarebbe (a mio avviso) fuorchè nella ragione della legge, poichè l’atto di donazione, siccome meramente grazioso, aveva bisogno di una tutela maggiore di quella che si richiedeva negli atti onerosi. Or dunque questa protezione della legge negli atti di donazione consisteva nella pratica che il mundoaldo o tutore, il quale era sovente parte interessata, interrogasse la donna invece del messo regio, del console, od altro officiale presente all’atto, e ne approvasse il contenuto.
Quest’ultimo documento non mi chiarisce quanti fossero in Busto i consoli, i limiti dell’autorità loro, le condizioni necessarie alla nomina, le solennità dell’elezione, e la durata del ministero, se bene si possa inferire da altre pergamene dell’Archivio Diplomatico di Milano, la facultà ai medesimi di radunare li abitanti per li affari communali, di deciderne le contese, di assistere alle donazioni, ed agli altri atti inter vivos, di assegnar mundualdi, o sia tutori ai pupilli, ecc.
Perchè poi in quest’atto del 1278 trovinsi ancora i riti e le formole proprie delle persone professanti la legge longobarda, io non saprei scoprirne il motivo che in una tradizione di famiglia, o nel tacito consentimento de’ notai, o nella continuazione dell’uso, o per dir meglio in un sentimento patrio per dimostrare da quali avi discendevano le parti contraenti. La legge longobarda durò presso di noi più lungamente di quello che hanno opinato li scrittori più competenti in questi studii.
Parecchi esempi di tal legge rinvengonsi nelle pergamene del secolo XIV spettanti al Bergamasco, e se ne ha traccia persino nel XV, come, a mo’ d’esempio, rilevasi da una pergamena del convento di Pontida del 5 d’ottobre del 1422. Oltre questa legge, che si mantenne in vigore più tardi delle leggi salica, ripuaria ed alemanna, v’era la romana che verso il XV secolo venne a fundersi interamente nei codici statutarj dei varii paesi. Se un miscuglio di tante leggi su lo stesso suolo nocesse alla giustizia, è disputa che esce dai confini del mio assunto. Io mi limiterò a dire che ciascuno era tenuto seguire la legge sotto cui nasceva. Così, a tacer d’altro, i Ripuarii, immigrati in Italia, erano giudicati secondo la legge loro originaria, non già secondo la territoriale. In alcuni casi però potevasi abbandonare la legge propria per seguire un’altra. Ma ciò non permettevasi che nelle forme legali; insomma non era una facultà libera a chiunque, ma un privilegio che veniva concesso dalla publica autorità.
Anche la Religione era per molte pratiche così fissa ne’ cuori, che nessuno si lasciava morire senza l’adempimento di certe determinate consuetudini ereditarie.
Un atto del 1127, spettante alla collegiata di S. Giorgio al Palazzo in Milano, m’insegna che certo Mirano Busti aveva legato lire 10 a quel capitolo coll’obligo di un anniversario con dodici preti, oltre i canonici, volendo però che questi facessero, luminariam super sepultura illius pro duabus quadrageximis, silicet in adventu domini et in majori. In allora era commune l’uso di farsi celebrare l’anniversario della morte con elemosine o pasti a’ sacerdoti, e ai poveri, e consideravasi come un atto di religiosa pietà il fornir olio per le lam- pade delle chiese e alle tombe degli estinti. La pratica di tener lampade continuamente accese sui sepolcri de’ più segnalati personaggi dura ancora non solo ne’ paesi di religione catolica, ma per fino in quelli suggetti all’islamismo. Questo costume, se bene in parte modificato, è seguito ancor oggi a Genova nel giorno de’ morti, in cui veggonsi nelle chiese e per le vie parecchi ragazzi con candele accese, credendo con ciò di suffragare maggiormente le anime de’ defunti.
Era del pari talmente radicato l’uso de’ legati pii, che, se il defunto se ne fosse scordato, o per impotenza avesse omesso di statuirne alcuno nel suo testamento, vi supplivano talvolta li eredi. Basti, per un esempio fra i diversi che se ne hanno per la Lombardia, addurre il seguente. Morto nel 1106 d’improviso un Goffredo d’Oreno, che però nihil pro anima sua minime judicare potuit, la vedova assegnò a tale scopo alcuni poderi nel territorio di Oreno al Capitolo di Vimercate. Il qual allo suppletorio fu steso in Oreno stesso, super corpus ejus Gotefredi quando mortuus in grabato jacebat.
Tuttavia, in mezzo all’osservanza scrupolosa di sì fatte pratiche pie, sorsero, nell’esordire del secolo XI, parecchie sette religiose coi diversi nomi di Cattari, Pattarini, Antropomorfiti, Manichei, Vanni, Concorezi, Fursci, le quali sparsero i semi della eresia nelle terre lombarde, e crebbero a tanto rigoglio, che diedero origine in Milano al Tribunale dell’inquisizione assistito in allora anche dal braccio secolare. Questo tribunale, intraprese le più scrupolose ricerche per iscoprire i settarii, li puniva severamente. Erano credute sì dannose le eterodosse dottrine, che il podestà di Milano stabilì nel 1254 di mettere una grave imposta sopra i borghi e i castelli infetti d’eresia. I castelli di Mozzanica, di Cattedo e di Corte Nuova nel Bergamasco furono per tal motivo distrutti. Ma che in Busto Arsizio dominasse allora l’eresia, si può con certezza negare, tuttochè consti che fosse penetrata in Sesto Calende, distante da Busto 12 milia soltanto..
L’arcivescovo , elevato nel 1277 alla signoria di Milano, s’occupò, dopo aver sistemate le cose della città, a migliorare la condizione di alcuni luoghi della campagna. La rôcca di Busto, che aveva sofferto non pochi guasti più per le guerre che per l’incuria de’ signori, e per l’incessante lima del tempo, fu da quel prelato ristorata. Cooperandovi Alberto Confalonieri, podestà di Milano, il Visconti nel 1285 cinse il borgo di una fossa più profonda, lo munì di fortilizii, ed accrebbe il numero delle porte. Tali lavori si eseguirono in parte dai Bustesi e in parte dai terrieri vicini. Il nostro castello sorgerebbe ancora, se li odii civili e le frequenti lotte seguíte fra i Torriani e i Visconti non lo avessero quasi interamente distrutto.
A questi giorni Castel Seprio, che era in potere di Guido da Castiglione, ligio ai Torriani ed ai Comaschi, fu assediato dai Milanesi. Il podestà condusse quindi a Rho, e poi a Gallarate l’esercito, il quale per maggior speditezza nelle mosse, invece del Carroccio, fece uso di un grande stendardo coll’imagine di Sant’Ambrogio e l’insegna della città. I Milanesi, impadronitisi del Seprio, lo misero a sacco, dopo aver intimato agli abitanti di uscirne fra tre giorni. Se non che dopo un consiglio militare, il podestà ordinò che l’esercito fosse condutto a Busto, dove, al ritirarsi, lasciò a custodia della terra buon nerbo di fanti e di arcieri.
IV
Mi duole che durante il secolo XIV, all’infuori di qualche pergamena che risguarda i trapassi di beni delle monache Umiliate del borgo, non mi fu dato di rinvenire documenti di notabile importanza.
Nel mese di febraio dell’anno 1408, essendo duca di Milano Giovanni Maria Visconti, il celebre conduttiere d’armi , che aveva dovuto abbandonare la
città per essersi inimicato il principe, si attendò con grosso esercito su le sponde del Ticino, e v'inalzò diverse bastie, colle quali interroppe e danneggiò il commercio tra quella regione e la città di Milano. Quivi sprovisto di vittovaglie, cercò procacciarsele per mezzo di una escursione militare, movendo con circa mille soldati a cavallo alla volta di Busto. Ciò saputo, il capitano Benedetto da Marano vicario del Seprio, ne avvertì il Duca di Milano, chiedendogli soccorso con lettera del 4 di aprile del 1408 (Doc. N. 3). I Bustesi alle minaccie di Facino opposero coraggiosamente le armi, pronti per non romper fede al Duca a sostenere la morte più sanguinosa. Circondarono quindi il borgo con uno steccato ed un secondo terrapieno, e vi scavarono all'ingiro una fossa molto profonda, sicchè solo si potesse accedervi per ponti levatoi, e quattro porte sempre chiuse. Liberali i borghigiani dall'imminente pericolo, attribuirono con facile credenza la loro salvezza alla potenza dei Re Magi, in cui onore votarono solenni processioni nei tre giorni precedenti la festa dell'Epifania, e a memoria di questo fatto rimane un frammento d'iscrizione su l'arco della porta intitolata dei tre Re Magi che così incomincia:
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The end
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