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Avvertenza degli editori
Se avessimo voluto illustrar Petronio, avremmo ricorso al Giornale degli scavi di Pompei, e trovatovi gli esempj di quel raffinamento della depravazione romana, che intonacò la sua laidezza di qualche eleganza, finchè seguì i Greci, e sprofondò in ogni scelleraggine e bruttura quando si lasciò andare alle abiezioni asiatiche. Da Caligola a Commodo, da Nerone a Eliogabalo il progresso è forte; e, per ventura, dei tempi neroniani è Petronio, secondo consentono i migliori critici col nostro Vincenzo Lancetti, e tra gli altri nella sua bella edizione di Petronio (Berolini apud Weidmannos, 1862); di che se abbiamo le sozze inventive di Elefantide, le abbiam almeno di mano di Giulio Romano.
Il dà lode a Petronio di avere rappresentato con parole onestamente velate le cose disoneste che aveva a mano; ma ci pare sollecitudine d’ingegno, che raffina le idee del piacere, non studio di modestia. Sarà quella nube di lino, quell’aer tessuto, (nebula linea, ventum textilem), com’egli chiamava il velo onde si velavano le saltatrici, che il Dufour dice essere state le stesse che quell’almee, le quali hanno conservato nell’Indie la tradizione dell’antica voluttà. Nube che non nascondeva la bellezza, ma ne facea maggior bramosia. Anche questo velo è tolto nella presente versione, e l’idioma italiano, meno sfrontato del latino, ne sente rossore. Vincenzo Lancetti nacque a Cremona nel 1767 e venne a Milano co’ suoi nel 1780. D’ingegno facile e versatile ebbe quella curiosità che lo trasporta per tutti i sentieri della scienza e talora nol lascia mai fermarsi in uno studio e riuscirvi eccellente. Giovanni Gherardini, prima d’essere un gran filologo fu medico; il Lancetti prima d’essere un polistore fu chirurgo. Curioso anche di novità o meglio desideroso del progresso politico consentì co’ novatori francesi e ne seguì la fortuna. Nel 1799 emigrò in Francia; tornò con loro in Italia, s’impiegò in cose di governo e singolarmente presso il Ministero della guerra del primo regno italico. Caduto Napoleone, e venuta questa nobile terra in man dell’Austria, il Lancetti fu custode dell’Archivio militare del caduto governo, e come quel deposito fu trasferito a Verona, l’archivista ebbe riposo e pensione. Ond’egli prese più che mai gli studj ad occupazione e conforto, e s’abbandonò alla mania del bibliofilo, mania che pare innocente anche ai despoti. Egli spendeva il tutto in libri, e ci narrano che la moglie gli votasse le tasche prima ch’uscisse di casa, perchè trovandosi senza denaro si temperasse. Egli morì pieno d’anni in Milano il 18 aprile del 1851.
Nel beato rifiorimento delle lettere classiche nei troppo brevi anni del il Lancetti si volse a Petronio, e lo ritrasse, come direbbero i pittori, di colpi, con franchezza e disinvoltura singolare, non lasciando però talora d’essere spada alle scritture, torcendole a suo modo, accettando per buoni e genuini i supplimenti del fr:François Nodot, e sciabolando, ci si permetta questa parola che come si vede deriva da , i verbi assai crudelmente, e scegliendo nelle colonne del Mastrofini, le forme ch’eran per l’appunto biasimate o reiette. Onde il dissimo, il posimo, e con doppio barbarismo fecimo de’ baci; e lombardeggiando senza un rispetto al mondo; ma facendosi perdonare i suoi trascorsi con la sua facilità e grazia, come si perdonano i suoi peccati ad un libertino di spirito. Sicchè noi, sebbene ci sentissimo accapponare la carne da tutti i suoi solecismi, non toccammo il dettato seguendo solo a puntino l’edizione bresciana del Bettoni 1806 e resecammo le note che non contenessero spiegazioni del testo e giustificazioni della versione, ma solo raffronti volgari e altre cose inutili. Levammo la dedica ch’egli fece della sua versione a Giuseppe Luoso gran giudice e ministro di giustizia del regno d’Italia, in data di Milano 1 dicembre 1806, che ci parve altresì inutile, ma lasciammo intera la sua prefazione, la quale con vivacità e chiarezza dà ragguaglio dell’idee del suo tempo sulla satira di quell’epicureo, che morì come uno stoico, e si vendicò di Nerone con spirito mandandogli forse in questo libro medesimo il racconto delle sue occulte lascivie.
Forsechè il perdono di colpa e pena non si può concedere ai versi, come alla prosa del Lancetti, massime che egli scriveva sotto il regno di e , re doppi, come a Sparta e discordi come tutti i re doppi. Ma, sommato tutto, crediamo che questo suo tradurre piaccia più che non quello del , sì puro e talora a detto dei fiorentini sì improprio; a detto di tutti sì caricato che sarebbe parso un pedante anche a Firenze nel cinquecento.
Abbiamo aggiunto i frammenti di Petronio che trovammo nella Biblioteca degli scrittori latini di Giuseppe Antonelli (Venezia 1838) tradotti da , e due saggi di traduzione di e di .
Quel gentile ingegno del Carrer aveva pubblicato nella Strenna Italiana la versione dei primi paragrafi della Satira, e datala poi rivista e corretta all’Antonelli, e il Cesari a petizione del Dottor Carlo Bologna, buon filologo, tentato la Matrona efesina. L’erede del Bologna concesse all’editor veneto il saggio che ora noi ristampiamo, perchè, se errammo a dire che il Cesari piacerebbe al presente meno del Lancetti, possa, com’egli direbbe, riscuotersi, notando però che lo stile affaticato più affatica quando si distende non solo per una breve novella ma per tutto un libro.
Noi non intendemmo dare un’edizione critica di Petronio; sibbene una versione che lo facesse gustare. Ci parve che il Lancetti potesse ben valere a questo fine, e che il latino non v’avesse luogo. Ammettendo il testo, avremmo dovuto seguire in assai parti l’edizione già citata dal , e rifare il lavoro del Lancetti, peso non dalle nostre braccia, nè ovra da polir con la nostra lima; anche mutilarlo nelle parti che i migliori giudici non credono genuine. Se non che ci parve di dover servire al facile diletto di coloro che d’un libro piacevole non voglion farsi un rompicapo. È vero che a tal ragguaglio avremmo dovuto lasciare parecchi frammenti che non hanno utilità che per la lingua latina, e tradotti non servono. Ma non volemmo mutilare il lavoro del , e i belli e gli arguti acquistino grazia o perdono agli altri.
Speriamo che questa ristampa non ci tiri addosso gl’incerti che toccarono ai versi d’Eumolpo. Che siano le Satire di Petronio Arbitro,
Assai la voce lor chiaro l’abbaia.
Nè v’ha luogo l’inganno della vecchierella che guidò male Encolpio: Subinde ut in locum secretiorem venimus centonem anus urbana reiecit et hic, inquit, debes habitare. Senzachè tutto non è osceno in Petronio. Egli è il critico più fine della corruzione romana; ei la dipinge con tal verità che muove più stomaco che riso. Scendiamo in questa tomba come in quell’arca dell’arcivescovo di Napoli per trarne il caro anello; involiamone il bello stile, e le curiose notizie dell’antichità, turandoci il naso.
Prefazione del traduttore
Petronio Arbitro è per comune sentenza de’ critici annoverato tra i classici della latinità. O perchè i frammenti che di lui ci pervennero, destano vivissimo desiderio del rimanente, o perchè troppo liberamente abbia scritto de’ costumi de’ tempi suoi, o per la difficoltà di bene intenderlo, o infine per le controversie che a suo riguardo si sono agitate nella repubblica letteraria, egli ha sempre eccitata la curiosità de’ studiosi. Merita dunque a mio avviso che alla traduzione dell’opera sua venga premesso un discorso, col quale, dopo tante e tanto discordi opinioni de’ dotti, abbiasi con buone ragioni a conoscere chi veramente egli fosse, a quale età vivesse, qual sia l’oggetto delle sue Satire, e qual conto dì esse abbiano fatto in ogni tempo i letterati più insigni di tutte le colte nazioni.
Che la famiglia de’ Petronj fosse Romana, e addetta all’ordine equestre, sono tante le prove prodotte dagli scrittori, e conservateci dalle antiche iscrizioni, che non è pur lecito il dubitarne. Forse da quella derivarono i Petronj di Marsiglia, che il marsigliese ha celebrati nell’opera sua degli uomini illustri, da cui gli scrittori francesi traggono quasi tutti argomento per collocarvi anche l’autor nostro. Ma perchè i monumenti della famiglia Romana sono di più antica data di quelli dell’altra famiglia, così, mancando più valevoli obiezioni, io stimo che a quella il nostro Arbitro debba appartenere.
Che egli avesse il prenome di Tito datogli da , e non quel di Gajo attribuitogli da , a me sembra egualmente sicuro. Imperocchè, concesso che egli sia il Petronio rammentato da Tacito nel sedicesimo de’ suoi annali, come una delle molte vittime della crudeltà di Nerone, e Plinio accordandosi con Tacito sulla morte inflittagli dalla ferocia di quel Principe, è da credersi piuttosto alla esattezza dello storico, che a quella del naturalista, e per conseguenza doverglisi mantenere il prenome di Tito. Cessa poi ogni dubbio su questa denominazione, ove riflettasi che quasi tutti i codici, dai quali si è tratta la presente opera, portano in fronte la sigla T. nella iscrizione
T. Petronii Arbitri Satyricon.
Il cognome di Arbitro ha occasionato tra i critici assai più discussioni ed indagini che il prenome. Malamente Pier Daniele Aurelio in una sua prefazione pretende che Tacito gli attribuisca il cognome di Turpiliano. Altro è presso Tacito il Petronio Turpiliano, altro è il Petronio Arbitro. Il Turpiliano fu console nell’anno 813 di Roma insieme a C. Giunio Cesonio Peto, e ci resta di essi la legge Giunia Petronia, che può riscontrarsi nel libro 24. Digesto de manomissionibus. Costui morì sotto Galba, come si ha da Tacito nel primo libro delle sue storie, e l’altro morì sotto Nerone, come ci riferisce egli stesso nel sedicesimo degli annali. Tuttavia Tacito, parlando dell’Arbitro, dice ch’ei fu viceconsolo in Bitinia, indi consolo; e noi dalla serie cronologica de’ consoli altro Petronio non rileviamo che il solo Turpiliano summentovato. Ne segue adunque che Tacito ha commessa una inesattezza attribuendo all’uno le dignità dell’altro, laddove questi due Petronj fossero realmente due persone diverse. Che se per iscusar Tacito si vuol che fossero una sola persona, noi allora l’accuseremo di una inesattezza ancor più grande quale sarebbe il farlo morir due volte, e in diversi tempi, cioè prima sotto Nerone, poi sotto Galba. O nell’un caso, o nell’altro non può evitarsi a così illustre istorico questo leggero rimprovero, quand’anche si supponesse che Arbitro fosse fratello di Turpiliano, e seco lui viaggiasse in Bitinia, e seco a Roma in occasione del consolato tornasse, dove poi dal favor di Nerone, del quale regolava i piaceri ad arbitrio suo, gli venisse il cognome, o soprannome di Arbitro. Supposizione che a me sembra accettabile, e che diminuirebbe di molto l’error dello storico che l’uno confuse coll’altro.
Ma per essere pienamente informati del nostro Petronio Arbitro veggasi il racconto che Tacito nel citato luogo ne ha lasciato. Io ne riporto la traduzione del . “Il giorno dormiva, e la notte trattava le faccende e i piaceri. Come agli altri l’industria, a lui dava nome la trascuranza: fondeva sua facoltade non in pappare e scialacquare, come i più, ma in morbidezze d’ingegno; quanto più suoi fatti e detti pareano liberi, tanto più, come non affettati, piacevano. Viceconsolo in Bitinia, e poi consolo, riuscì desto e intendente. Ridato a’ vizj, o lor somiglianze diventò de’ più intimi. Fu fatto maestro delle delizie: niuna ne gustava a Nerone in tanta dovizia, che Petronio non ne fosse Arbitro. Onde nacque invidia in Tigellino, ch’ei seco competesse, e de’ piaceri fosse miglior maestro: adoperando adunque la crudeltà, più possente nel Principe di ogni altro appetito, corrompe uno schiavo a rapportare che Petronio era tutto di Scevino: non gli è data difesa: la famiglia quasi tutta rapita in prigione. Cesare per sorte era in Terra di Lavoro; e Petronio, giunto a Cuma, vi fu ritenuto; ma non corse a torsi la vita: fecesi tagliar le vene, poi legare, poi iscioglierle a sua posta, e disse alli amici parole non gravi, nè da riportarne lode di costante: e fecesi leggere non l’immortalità dell’anima non precetti di sapienti, ma versi piacevoli: ad alcuni donò: altri fe’ bastonare: andò fuori, dormì, acciò la morte, benchè forzata, paresse naturale; non come molti che moriano, adulò nel testamento Nerone, o Tigellino, o altro potente; ma al Principe mandò scritte le sue ribalderie con tutte le sue disoneste foggie, sotto nome di sbarbati e di femmine, e le sigillò e ruppe l’anello, perchè non fosse adoperato in danno d’altri. Maravigliandosi Nerone in che modo le notturne invenzioni si risapessono, si ricordò che Silia, donna conosciuta come moglie di un senatore, e sua, tolta in ogni sporcizia, era tutta di Petronio: e cacciolla in esiglio per odio, ma sotto colore di aver ridetto quanto avea veduto e patito.„
attribuisce la morte di questo cortigiano ad una ricchissima tazza di pietra orientale, di cui venne vaghezza a Nerone di farsi erede.
Dopo un racconto così circostanziato e preciso, chi crederebbe che uomini dottissimi non solo abbian conteso al nostro Petronio il merito di aver composte queste Satire, ma fin anco lo abbiano creduto un nome immaginario, e mentito?
Quest’ultima opmione fu lanciata leggermente da Pietro Burmanno, come semplicissima sua congettura. Egli osserva che alcuni libri in luogo di portare in fronte il nome di coloro che gli scrissero, adottano il nome di colui che grandeggiò nell’arte, della quale è in essi trattato, e adduce l’esempio de’ libri intitolati Apicius de re culinaria, e Cato libellus dystichorum, i quali nè , nè sicuramente composero, ma così furon detti, perchè Apicio fu uomo sommo nella ghiottoneria, e Catone nella severità de’ costumi. Questa congettura, sulla quale il non si ferma gran fatto, riconoscendola troppo debole e sfiancata, è stata ultimamente con molto apparato logico accettata ed ammessa come una verità incontrastabile dal signor sapientissimo Napoletano nella veramente dotta ed erudita sua dissertazione de Palaestra Neapolitana. Chi forzò , dice egli, a dare il nome di alle orazioni ch’ei scrisse contro Antonio, se non perchè eran dettate a simiglianza di quelle di contro Filippo, come è noto sino ai fanciulli? Sappiamo che il Petronio console riferito da nel sedicesimo era salito in fama per tracuranza e morbidezza, che i suoi fatti e detti, quanto parean più liberi, tanto piacevano più. Dall’impudentissimo Nerone egli era stato innalzato Arbitro di sue delizie: scriveva leggiadre poesie e facili versi; e cangiata poi la fortuna, e da Nerone costretto a morire volontariamente, ei mandò scritte al Principe le sue ribalderie con tutte le disoneste sue foggie, sotto nome di sbarbati e di femmine. E ciò potrebb’essere ragione più che bastante, perchè un libro di argomento ed ingegno quasi consimile, ove gareggiano l’erudizione, l’eleganza e il concorso di molli versi e di oscenissime ribalderie, atteso il costume d’imporre que’ nomi che più convengono alle cose, venisse intitolato Petronio Arbitro: imperocchè solamente con questo titolo il lettore riman prevenuto, che il libro così intitolato esce come dall’officina di Petronio, e quasi è scritto di sua mano.
Io non capisco in qual modo questa opinione così ragionata possa persuadere non dico un Ignarra, uomo dottissimo, ma il più piccolo principiante tra i critici. Gli esempj prodotti dal , e da lui stesso riconosciuti per poco sodi, riduconsi all’opera de re culinaria, che dice attribuita ad Apicio e ai distici morali, che dice attribuiti a Catone, mentre nè Apicio, nè Catone gli scrisse. Questi due libri anche nel loro titolo primitivo non ne annunciano altrimenti per autori Apicio, o Catone; al contrario essi portano un frontispizio, che toglie la presunzione che Catone o Apicio gli scrivesse. In quella forma che il trattato delle buone creanze del nostro è intitolato , dal nome di una persona che in fatto di urbanità sapea passar per modello, così di quei due trattati uno è intitolato Apicio, ossia dell’arte cucinesca, l’altro Catone, ossia distici morali, per la già detta ragione che e Catone ed Apicio erano sommi uomini rispetto all’argomento di quei trattati; ma il loro titolo non dice esserne essi gli autori. All’incontro tutti i codici delle Satire di Petronio non hanno il titolo di Petronio, ossia Satire, ma bensì quello di Satire di Petronio: Titi Petronii Arbitri Satyricon, cioè aggiungono al titolo il nome dell’autore. Quanto poi all’esempio prodotto dall’Ignarra esso è ancora più debole, perchè il titolo di Filippiche dato da Cicerone alle sue orazioni contro M. Antonio, non è applicabile nè all’autore, nè alla persona combattuta, ma soltanto al carattere di quelle orazioni, il cui oggetto rassomigliavasi all’oggetto per cui Demostene inveiva contro Filippo.
Tale esempio varrebbe, se il titolo dicesse Satire Petroniane; perchè alcuno potrebbe intendere che tali Satire fossero scritte sullo stile e sul gusto di quelle di Petronio. Ma noi dobbiamo assolutamente prestar più fede a ciò che ne portano i codici, che ad una opinione vaga e sforzata di un erudito. Conchiudiamo dunque che il nome dell’autore non è mentito, nè immaginario, o almeno che le ragioni prodotte dal Burmanno e dall’Ignarra non provano nulla.
L’altra accusa data al Petronio di non aver egli composte le presenti Satire, viene principalmente dal Burmanno medesimo. Egli fa un lungo ragionamento, col quale tenta persuaderci che non poteva un uomo ridotto a morte pensare a vendicarsene collo scrìvere queste Satire, per le quali abbisognava tempo e tranquillità; tanto più (segue egli) che esse erano contenute ne’ codicilli dal condannato mandati al Principe, i quali per la loro natura e forma (di cui va con molta dottrina parlando) non potevano tanta scrittura rìnchiudere, quanta l’opera ne esigeva. Egli certamente non mal si apporrebbe, se fosse vero che Petronio avesse aspettato a scrivere quando cadde in disgrazia, ed era per finir la sua vita. Ma l’ordine, la leggiadria, l’eleganza, e la varietà che in queste Satire si ammirano, non potrebbero ottenersi giammai da scrittore anche valentissimo nel termine di tre o quattro giorni, e molto meno il Poemetto della Guerra Civile che vi è inserto. Nè si può dubitare che gli scritti mandati a Nerone non dovessero essere voluminosi, giacchè le ribalderìe, e tutte le disoneste foggie e notturne invenzioni (che poche e leggieri non furono) contenevano di quel regnante. L’autore adunque non aveva perduto tempo a registrarle e porle in ordine; e ben si vede che non aspettò a farlo quando fu condannato, perchè anzi a tutt’altro in quei pochi giorni diè opera, che a scrìvere, come Tacito nota. Dal che procede ch’egli avea già disposti i suoi codicilli, e che scelse il momento della sua morte per mandarli a Nerone. Evase adunque le difficoltà sopraccennate, perchè non crederem noi che Petronio sia il vero autore di queste Satire? Se Tacito ci assicura ch’ei mandò scritte al Principe le sue ribalderie sotto nome di sbarbati e di femmine, dove è andato a finir quello scritto? E se Nerone l’avesse bruciato, crediam noi che l’autore non ne avesse conservato almeno il primo schizzo e che questa sia la cagione delle lagune che vi si tro- vano per entro anche al dì d’oggi? Se il Satyricon è appunto la storia delle ribalderie del Principe sotto il nome di sbarbati e di femmine, perchè non la crederemo l’opera che Tacito attribuisce a Petronio? E perchè il Burmanno e l’Ignarra, quando trattasi di tacciare d’immaginario e mentito il nome di Petronio come autor delle Satire, attengonsi alla testimonianza di Tacito e la rifiutano poi quando trattasi di accordargli il merito di averle scritte? Quando una opinione è chiara, conveniente, e sufficientemente provata e probabile, perchè hassi a forzar la ragione per rifiutarla e correr dietro a chimere ed a sogni?
Ma qui si fa innanzi il signor Ignarra, e ponendosi alla testa di tutti i commentatori, interpreti, e critici di Petronio, dice egli il perchè. Perchè Petronio Autor delle Satire non visse altrimenti al tempo di Nerone, ma a quello degli Antonini, e probabilmente di Commodo. Ecco le sue ragioni, che trovansi tutte nell’indicata opera de Palaestra Neapolitana, a pag. 200 e seguenti. Egli nota che Ermero dice (nel Capo 15 della mia traduzione): lo servii quarant’anni, pur nessun seppe, se io mi fossi libero o schiavo. Venni fanciullo ancor chiamato in questa colonia, pria ch’Ella fosse Basilica, cioè Augusta, o Imperiale, come il nostro erudito ha riccamente provato. Dunque (dice a ragione il sig. Ignarra) quando l’Autore scriveva, Napoli, che è la colonia sopra indicata, doveva essere recentemente elevata al rango di Colonia Augusta, ossia di Città Romana. Ma Napoli non ebbe questo favore che dopo i tempi di Adriano, e forse a quelli di Antonino Pio; dunque l’Autore non è il Petronio di Tacito, e non è a Nerone, ch’egli ha voluto far onta. Osserva oltre a ciò che Petronio si lagna di quella vaniloquenza testè recata dall’Asia, onde il bello stile era caduto, e trova verosimile che il testè sia applicabile ad Apollonio chiamato a Roma da Antonino con tutta quella sua caterva di sofisti, che tanta licenza introdussero nel bel parlare. Inoltre osserva che non parla mai della Palestra di Napoli: ma bensì dei giochi Circensi, ch’egli assicura esservi stati introdotti dopo l’impero di Commodo; e finalmente argomentando dallo stile fiorito di Petronio, dalla bizzarria delle invenzioni, dalla riverenza agli astrologi, dalla trascuranza de’ Dei gentili, da qualche oscuro sarcasmo al rito Cristiano, e da alcune voci e modi di dire che sono comuni ad , nè prima usati dai buoni scrittori, egli conchiude a crederlo posteriore di poco a S. Giustino martire, e in somma lo colloca tra la fine del secondo secolo e il principio del terzo, cioè all’epoca di , di , e di Apuleio.
Di tutte queste prove la prima sola è quella che ci conviene combattere, come la più calzante e robusta, se fosse vera. Chè quanto alle voci non usate da buoni scrittori, prima di Petronio, noi vedremo tra poco colla scorta del Burmanno, che ciò dipende dall’aver voluto in alcun luogo usar le parole vernacole del paese, ove è posta la scena del suo romanzo; quanto ai frizzi vibrati al Cristianesimo, non ve n’ha uno che veramente si possa conoscer per tale, nemmeno fra quelli avvertiti dal signor Ignarra; quanto alla trascuranza de’ propri Dei, ella era in voga anche avanti Nerone, come abbiamo dagli scrittori contemporanei; quanto alla fede negli astrologi, e nelle stregherie, ne abbiam tanti esempj anteriori in ed altri fin dal tempo d’Augusto, che sarebbe inutile di citare; quanto alla bizzarria delle invenzioni, ed allo stile fiorito, ciò è qualità dell’ingegno, e non dei tempi, e quanto alla falsa eloquenza, ella era di già imputata da Orazio e da , all’età loro; cosicchè tutti questi argomenti non servono in verun modo ad ottenere l’intento di trasportare l’età del nostro Petronio dai tempi di Nerone a quelli di Commodo, o anche più tardi. Nè il cenno che vi si ha dei giochi Circensi in Napoli, e il silenzio della Palestra, induce alcuna certa prova di posteriorità, sì perchè nel corso dell’opera non gli occorse parlare della Palestra, come perchè in bocca a quel volgo i trattenimenti della Palestra potevano aver nome di giochi Circensi, perchè così chiamavansi nelle città romane vicine a Napoli, attesochè Napoli essendo già municipio, ed aspirando alla qualità di Colonia Augusta, poteva aver adottate anche preventivamente voci e forme di dire Romane, onde corteggiare anche in tal guisa i suoi dominatori. Finalmente il signor Ignarra accorda egli stesso che trovansi tuttavia alcune lacune nelle Satire di Petronio e può darsi che ne’ periodi che se ne sono smarriti, vi fosse fatto cenno della Palestra, seppur vi si presentava occasione di nominarla. Non resta dunque a distruggere che la prima prova, come la più forte, e ciò riuscendo, tutto l'edificio dell’Ignarra dovrà cadere.
Ei dice in primo luogo che il nostro Autore doveva essere contemporaneo all’epoca di cui Napoli fu eretta Colonia Augusta, appoggiandosi alle parole testè citate poste in bocca di Ermero. Benchè questa prima proposizione, che è la base di tutto il ragionamento, potesse in vari modi combattersi, tuttavia io la trovo buona ed ammissibile, ed accordo che Ermero, ossia Petronio che il fa parlare, vivesse circa quell’epoca. Ma Napoli, continua il signor Ignarra, ancor non era Colonia Augusta ai tempi di Adriano, dunque Petronio è posteriore di Adriano. Ammetterei la conseguenza, se mi avesse provato invincibilmente, che Napoli non fosse Colonia Augusta ai tempi di Adriano; ma le prove, ch’egli ne adduce, sono sì deboli a parer mio, o almeno sì impugnabili, che io non so accettarle. Egli confessa prima di tutto che ignorasi assolutamente il tempo in cui Napoli ottenne di essere Colonia Augusta: accorda non esistere alcun monumento che ne faccia pur cenno: e per supplire in qualche modo a codesta ignoranza ei va rintracciando in Petronio se trovisi cosa che indichi a quale età egli avesse appartenuto, perchè la sua età sarebbe press’a poco l’epoca di detta Colonia; e avendo pur bisogno di trovare a che appigliarsi, ammassa la qualità delle voci, i supposti sarcasmi ai riti Cristiani, la credenza agli astrologi, e tutte quelle altre indicazioni, che noi abbiamo poc’anzi veduto quanto sieno inattendibili. Finalmente considerando che ai tempi di Adriano tutto era in Napoli foggiato alla greca, i magistrati, i giochi, le cerimonie sacre, e che Sparziano parlando di questo Cesare dice ch’egli era dittatore ed edile ne’ paesi latini, Demarca a Napoli, ed Arconte in Atene, conclude che dunque ancor non aveva codesta Città acquisiti i diritti e i nomi di colonia romana. Ma questa conseguenza non regge; imperocchè, essendo provatissimo anche per osservazioni ben ragionate del signor Ignarra medesimo, che l'azione della Satira di Petronio è evidentemente in Napoli, ed essendosi ammesso che Petronio fosse vivente quando Napoli divenne Colonia Augusta, ciò nondimeno Petronio stesso la chiama città greca e non romana, perchè veramente ella fu tale, e sappiamo da Tacito nel 15 degli annali che Nerone (cui sicuramente deve alluder Petronio) Neapolim quasi graecam urbem delegit. Quindi le foggie e le voci greche, massimamente rispetto alle cose pubbliche ed ai magistrati non dovevano sì facilmente tralasciarsi, anche divenuta colonia, in quel modo che anche ai dì nostri una nazione qualunque venuta sotto il dominio di nazione straniera non dimentica sì facilmente le sue voci e costumanze per adottare del tutto quelle de’ conquistatori. Diffatto l’Ignarra medesimo cita Strabone, il qual testifica che il nome de’ magistrati a Napoli parte eran greci, parte campani, cioè latini: cita alcune lapidi napolitane contenenti nomi greci latinizzati, ossia con desinenze latine, come noi tante volte adottando voci straniere diam loro la desinenza italiana, cita in somma decreti e formole di lingua greca, ma in foggia latina, e somministra egli stesso argomenti e prove che distruggono implicitamente il suo raziocinio. E per qual ragione sarà egli permesso all’Ignarra nella mancanza assoluta di monumenti provanti l’epoca della qualità coloniale data a Napoli, di supporla posteriore all’impero di Adriano, appoggiandosi a prove che non sono palesemente attendibili, e non sarà permesso a me di supporla contemporanea a Nerone, sì per gli indizj sopraccennati, come per la facile congettura che può aversene dall'aver Nerone eretto in colonia la città di Pozzuolo, come si ha parimenti da Tacito, e quindi essere probabilissimo che la egual dignità accordasse a Napoli, città più ragguardevole di Pozzuolo, e che egli, come vedemmo poco fa, prediligeva?
Finalmente le prove addotte di sopra che l’oggetto della presente Satira sia Nerone, non lasciano, a mio avviso, dubbio ulteriore che il Petronio autor di essa non sia quello stesso Petronio che dannato a morir da Nerone, gli mandò scritte le sue ribalderie. Dal che ne procede che come Petronio era a Nerone contemporaneo, così Napoli venisse eretta in colonia ai tempi loro.
Notisi poi che il medesimo, che pur in parte ha promosse codeste difficoltà sull’epoca e sulla identica esistenza del nostro autore, in altro luogo della sua prefazione è di parere che Petronio possa aver veduto gli ultimi anni di Cesare Augusto, e impratichitosi poi delle licenze di Tiberio, di Caligola, e di Claudio, le abbia voluto pungere e satirizzare, senza però derogare a quella urbanità e decenza, che ne’ più bei tempi d’Augusto aveva imparata. Locchè essendo, ognun vede quanto il signor Ignarra siasi allontanato dal vero.
Ma passiamo ora ad esaminare qual veramente fosse lo scopo che ebbe Petronio in iscrivere queste Satire. Dal cenno che qui sopra ne abbiam dato, pare che il Burmanno sia d’avviso che sotto i diversi nomi di Trimalcione, di Lica, e di Eumolpione abbia descritti ico- stumi osceni di Tiberio, di Caligola, e principalmente di Claudio, facendone di tutti un impasto e formandone questa sua favola. Se il parere dell’Ignarra avesse trionfato, era d’uopo credere che si avessero presi di mira i vizj di Commodo, o di Eliogabalo; ma abbastanza abbiam rifiutata questa opinione, e nessuno ha fin qui ammessa quella del Burmanno, anzi l’universale consenso de’ commentatori ed interpreti ha determinato sulla fede di Tacito che Nerone ne sia il protagonista. Io sottoscrivo interamente a questo parere; perchè è ben vero che a Claudio, ed a Messalina sua moglie ed agli scostumatissimi loro favoriti e liberti possono applicarsi molte parti della Satira di Petronio, ma nell’intutto non è suscettibile di questa applicazione; laddove all’incontro ogni piccolo frizzo, come io vo avvertendo nelle note, è allusivo ai costumi di Nerone, de’ quali tanti scrittori illustri ci hanno lasciato memoria. Oltre di che due forti argomenti si hanno (senza far nuova menzione della testimonianza di Tacito) per escludere l’opinione dell’editore e commentatore olandese, e sono il nome di Trimalcione, uno degli eroi della favola, e il carattere spiritoso de’ personaggi sotto la maschera de’ quali è nascosto Nerone. Il primo argomento è somministrato dal Bourdelot, il quale nella bella edizione da lui fatta di Petronio assicura in una sua nota essere stata coniata in onor di Nerone una medaglia colla iscrizione C. NERO. AUGUST. IMP., e sul rovescio TRIMALCHIO. Ciò mi induce a credere che questo nome, che vuol significare ter mollis, fosse a quel Principe proverbialmente attribuito dalla plebe di Napoli, che doveva conoscere la di lui vita deliziosa e lasciva. Ognun sa quanto il volgo di ogni paese e di ogni tempo inclini ad affibbiare altrui qualche soprannome o di onore o di derisione, fondandolo sopra circostanze o qualità particolari di colui, al quale lo affibbia. Così forse il Petronio nostro ebbe il soprannome di Arbitro, perchè era a comune notizia essere egli il direttore de’ piaceri del Principe.
L’altro argomento riceve solidità e certezza dai conosciuti caratteri di Claudio e di Nerone. Claudio era uomo torpido, ozioso, e di pochissima levatura; al contrario Nerone aveva ingegno, somma vivacità, memoria, ed amava le lettere e la poesia greca e latina, e facea pompa di dottrina e di spirito. Perciò Petronio fa spiritosi, pronti, vivaci, e non di studio digiuni, malgrado qualche caricatura perdonabile in un satirico, i suoi Trimalcione, Lica ed Eumolpione, il carattere de’ quali non potrebbe nullamente convenire con quello di Claudio.
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The end
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