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VOLUME PRIMO
I. — A Monsignor Luigi Lollin
Ho sentito piacer grandissimo che il padre abbi servito V. S. illustrissima conforme al suo debito e mio desiderio, e mi ritrovo molto obbligato per li favori che s’è degnata farli a mia contemplazione: quali abbenchè sieno molti, non mi ritirano dal supplicarla per altri nuovi; perchè in quest’anno il convento nostro di Asti è fatto stazione di molti amici miei, persone che per molte loro buone qualità sono meritevoli della grazia e servitù sua. Vengono al presente portatori di questa il padre fra Leone di Verona e il padre fra Guglielmo di Vinezia, e’ quali faranno benissimo note le sue virtù senza ch’io le narri: supplico V. S. illustrissima favorirli della sua grazia in qualche parte ancora, acciò veggano essergli grata la servitù mia. Credo che avrà sentito piacere della elezione del nostro Niccolò Morosino in Savio di Terra-ferma; sebben non se gli aggiunge nuovo ornamento, poichè di molto tempo innanzi è Savio anco di regione celeste. S’intende il viaggio della Santità di Nostro Signore; il qual mi fa molto rallegrare, dovendo attraere qua V. S. illustrissima, la quale desidero personalmente servire qualche giorno in questa città. Il che sperando, farò fine a questa mia baciandole la mano.
Di Venezia, il 23 aprile 1598.
II. — Al medesimo
Oggi ho visitato monsignor di Valenza, e ritrovatolo tanto memore di V. S. illustrissima e reverendissima, che quantunque io avessi disegnato dopo le prime parole di complimento fare in primo luogo le raccomandazioni sue, egli nondimeno mi ha prevenuto col dimandarmi dello stato suo, e commemorare la dolcissima conversazione che quando era in Venezia tenne con lei, e comandarmi che nella prima lettera le baciassi la mano. Questo signore si ritrova inchiodato d’un piede in maniera, che in modo alcuno non può servirsene, sicchè li conviene essere immobile; con disegno di provare se la medicina delli fanghi fosse per portarli qualche giovamento; poi trasferirsi a Venezia per viver quivi, quando non possi movendosi, almeno portato. La necessità che ha di star fermo, lo fa studiare perpetuamente. Ho ricevuto molto gusto dalla sua visita: credo che parimente V. S. illustrissima e reverendissima avrà grato intendere di lui, e mi darà occasione di avere qualche ragionamento suo. Il padre , che si ritrova qui per passare a Fiorenza, persevera nell’intenzione di rivedere cotesti monti, e far riverenza a V. S. illustrissima. Del padre mio G. Antonio non credo faccia bisogno dubitare, ma quando saremo al Natale io farò un rinfrescamento. Son per trattenermi in Padova qualche giorno, ed aspetto lettere di lei, alla quale con ogni umiltà bacio la mano.
Padova, li 26 luglio 1599.
III. — Ad un Anonimo prelato
Ill. et Rev. Mons. pad. mio colend.
Qui in Padova, già quattro giorni, ho ricevuto quella di Vostra Paternità illustrissima e reverendissima delli 24 settembre, e ieri quella delli 29 opportunamente, essendo qui monsignore da Ponte ca- nonico, il quale già pochi anni fu procuratore di questo vescovo ad visitanda etc. Da lui ho inteso che il procurator fiscale lo ricercano onninamente de gremio; ma in alcuni piccioli vescovadi s’ammette ancora altra persona, con alligazione però delle cause per quali non s’abbia commodamente potuto mandar persona di tal qualità; e che, per ogni buon rispetto, è bene mandar persona pratica della diocesi, non però necessario, imperocchè non si negozia cosa particolare, anzi che in doi giorni si spedisce del tutto. S’invia in procuratore con lettere al signor Carlo Mattei, al quale pertiene il carico per esser proponente nella congregazione del Concilio: al primo Diacono non si scrive, nè si negozia con altra persona che col suddetto Mattei, e col secretario suo. La procura va in forma ben nota alli notari; la giustificazione degli impedimenti è ammessa facilmente, sebbene non avesse tutte le esattezze. Non ho saputo dimandar altri particolari, perchè egli m’ha detto che altro non occorre, nè la lettera di V. P. illustrissima e reverendissima ricercava altro: ma se li occorrerà saper altra cosa, scrivendomi a Vinezia, dove sarò in fine di questa settimana, mi resta qui un amico, il quale avendomi introdotto al suddetto canonico, potrà intendere ogn’altra cosa che facesse bisogno sapere.
Ringrazio con tutto l’animo V. P. illustrissima e reverendissima della offerta che mi fa della predica di Agort, la quale mi è stata richiesta per impetrarla da lei per il padre maestro Andrea da Brescia e per il padre maestro Mariano da Bologna; e io m’era scusato con ambidue, per non essere tanto grave et importuno con lei. Ora che me ne fa grazia, la offerirò ad uno d’essi se non saranno provvisti, ovvero ad altra persona che sii quale l’audienza ricerca.
Quando sarò in Vinezia li scriverò li particolari del conflitto letterario di Francia, che credo le sarà di gusto intenderli. Li resto ubbligatissimo per le offerte fatte al padre Lauro; et per fine di questa le bascio con riverenza la mano, et prego Dio N. S. che li doni aumento di felicità.
Di Padova, il 9 ottobre 1600.
IV. — A Galileo Galilei
Eccell. Signor Padrone mio Colend.
Poichè li 25 miglia per quanto siamo distanti, m’impedisce il discorrere con V. S. (cosa che desidero sopra tutte le altre), voglio tentare di farlo con intermedio delle lettere, e al presente nel proposito ch’incominciai trattare con esso lei, quando l’altro giorno fummo insieme, della inclinazione della calamita con l’orizonte. Il nostro autore molto ragionevolmente dice, quella non essere una attrazione ma conversione più tosto, nascendo dalla virtù d’una e dell’altra, che vogliono essere situate in un certo modo insieme: per il che il più desiderato modo di situarsi è quello quando per li poli; imperocchè fa l’asse uno, e se ci è moto, ancora tutte le parti participano del moto non solo circa l’asse della grande, ma anco circa il suo; anzi forse si fa talmente uno, che perde il suo equinoziale e fa accostare quello della grande, perdendo ambi due li poli in che si congiungono, e facendo come d’un corpo li due poli estremi. Ma se sono situate per li equinoziali, si vede anco la unione avendo li assi paralelli, e l’equinoziali in un piano, e participando il moto sopra quelli. Ora, nelle altre situazioni io non so vedere che cosa voglino fare. Andava pensando che accomodassero in qualche maniera insieme il cerchio d’ambe due paralello all’equinozione e per il vertice della regione, ma non è così. È ben forza che voglino accomodarsi in qualche maniera pertenente alle sue parti, e che da quelle venga regolata e denominata. Le parti non sono se non poli, asse e cerchi parellelli. Come adunque? forse come il nostro autore dice? che però non veggo come e a che fine, nè qual parti o quale vogli situare. Ma egli come ha trovato il suo modo? per esperienze o per ragione? Non per esperienze; perchè con la terra, e questo ricercherebbe viaggio regolato per una quarta: non con la terrella, perchè si ricerca che il versorio non abbia sensibile proporzione con la terrella, acciò nell’istesso luoco sii il centro e la cuspide; altrimenti non ha fatto niente. Non mi par manco che per ragione, imperocchè bisogna render cause della descrizione di que’ cerchi che lui chiama conversionis, che nella picciola dichiarazione ne descrive tre (B. C. L. sotto l’equinoziale; O. D. L. di 45; G. L. di 90). Essendo tutti li tali come si vede nella figura grande descritti sopra il punto della regione come centro, intervallo una retta da esso centro al polo opposito; cerco prima la ragione di questo intervallo. Poi perchè questi cerchi conversionis non sono simili, ma quello del 45 e un quarto, li precedenti più, li seguenti meno; al che si dà per regola che siino tra il polo opposito L. e il cerchio B. O. G, quale è descritto sopra il centro della balla, intervallo quella che può quanto il semidiametro e il lato del quadrato; quale è la ragione di fare questo centro e tanto intervallo (12. 14.)? Poi, perchè debbono essere divisi in tante parti, come un quadrante, così li grandi come li piccioli? Queste sono le difficoltà. Della spirale non ho difficoltà alcuna, ma è un bel genere di elica, generandosi di due moti circolari. Prego V. S. che abbia un poco di considerazione sopra le mie difficoltà, e supplisca al mancamento del mio autore, il quale ha taciuto le cause delle più oscure cose che siano: almeno avesse detto come ne è venuto in cognizione! Appresso, perchè desidero far isperienza di questa inclinazione, per levarmi la fatica, prego V. S. scrivermi il modo tenuto in far il versorio, con che li applica li perni; se con fuoco o con colla, o come e di che materia li fa, e sopra che li appoggia; e in somma ogni particolare, perchè non vorrei consumar tempo in isperimentar molte cose, poichè ella ha fatto la fatica. Qui farò fine, pregando V. S. scusare la mia importunità, e non curare di rispondermi se non con suo comodo, sì che non venga impedita nè da’ suoi negozi nè dalli studi. Però li bascio la mano.
Di V. S. eccellentissima.
Di Venezia, il dì 2 settembre 1602.
V. — A Monsignor Luigi Lollin
Come le annotazioni di sono appresso le Pirronicæ e sopra quelle solamente non mi servirebbero, essendo in quello con Math. le cose che mi si rendono oscure. Di pur l’altro giorno parlai con un Fiamingo, che mi considerò fredde le opere composte dopo ch’egli s’è composto co’ padri Gesuiti; e mi commendò alquanti giovani di Leida, volendo che avessero relazione a Lipsio quale Publio Cornelio Scipione Emiliano e Gaio Lelio Sapiente a . Ma quel non fa professione di scrivere eruditamente, ma cose sode. Della calamita, tutti quelli che hanno toccato qualche cosa, hanno balbutito: questo è il primo che ne scriva. Resta bene qualche cosa da fare alla perfezione; nondimeno l’uomo e l’opera sono degni di eterna memoria; nè credo che se V. S. illustrissima consumerà qualche giorno leggendolo, sarà perduto. Nessuna produzione de’ savi è più naturale, secondo la dottrina di nel Convito, quanto se si fanno ex philosophiâ: per il che possiamo dire, mai essere stato il Collegio in tanta perfezione, essendo oltre quelli di Terra-ferma, nella mano del Consiglio, il signor e il signor ; onde se si farà il solito carnevale, sarà, come quel di , convivium sapientum. Il freddo qui essendo stato acutissimo già quattro giorni, si è rallentato, e non ci è speranza che presto debba succedere l’istesso costì. Io non poteva manco leggere, che le specie delli caratteri s’agghiacciavano prima che giungere alla vista. Ora si può vivere. Bacio la mano di V. S. illustrissima, a quale prego Dio Nostro Signore che doni ogni felicità.
Di Venezia, il 20 gennaro 1603.
VI. — Al medesimo
Venendo costà il padre baccelliere Domenico da Udine, a cui V. S. illustrissima ha fatto grazia dell’udienza di Agord, ho voluto accompagnarlo con questa mia, per non tralasciar occasione alcuna che mi si presenti di farle riverenza. Qui siamo più nel verno che mai e sepolti nella nebbia, onde le visite librarie dormono: io mi trattengo a leggere di , che mi pare più bello di Plutarco stesso, e mi doglio che non sia tradotto talmente da un italiano. Siamo in un gran mancamento senza quel libro. L’altro giorno feci un poco di comparazione con l’italiano del , e col latino che abbiamo, così lontani da questo come la notte dal giorno. Si vede bene che il tradur non è solo di chi sappia ambedue le lingue, ma di chi sii trasformato nell’ingegno dell’autore. Mi viene detto per certo, che alla fiera prossima avremo l’ di , purchè una cosa fattasi tanto desiderare riesca all’espettazione. Io resto pregando Dio Nostro Signore per la prosperità di V. S. illustrissima e reverendissima, alla quale con riverenza bacio le mani.
Di Venezia, il 1 febbraro 1603.
VII. — Al medesimo
Alla ricevuta di quella di V. S. illustrissima delli 9, io feci il debito ufficio con li signori Savi Morosini e Mula, quali ritrovai e facili a ricevere la informazione e pronti ad adoperarsi conforme al desiderio suo. È certo cosa meravigliosa che cotesta città vogli da lei altro che quanto si può fare. Quantunque andassero con solennissima ambasceria a Roma, non sono per ottenere altro, che quanto ella otterrà con una semplice lettera. Il tutto è richiedere cose fattibili, e servar il precetto evangelico nel fabbricare la torre. Intendo da tutti li Capi, che se cotesti gentiluomini dimanderanno di andar a Roma, non diranno cosa grata al Collegio; onde mi pare che debbia star sicuro. Ho differito il rispondere alla suddetta sua, aspettando narrarli qualche cosa di risoluto; ma dovendo partire per Padova, non ho voluto prolungar più.
De re litteraria. È venuto il Catalogo, dove mi par vedere poco di buono. e dormono. ha mandato fuori cinque scrittori Historiæ Augustæ, e quelle Vite dei piccoli storici ed ultimi. Un tal manda un Thesaurus Poliglottus linguarum 400; numero molto terribile a quello che il libro è in 8°. Credo al proverbio: Parturient montes ec. E qui faccio fine, e con riverenza le bacio la mano.
Venezia, 24 marzo 1603.
VIII. — A Galileo Galilei
Ecc. sig. padrone mio osserv.
Con occasione d’inviarli l’allegata m’è venuto pensiero di proporli un argomento da risolvere, e un problema che mi tiene ambiguo. Già abbiamo concluso che nessun grave può essere tirato all’istesso termine in su, se non con una forza e, per conseguente, con una velocità. Siamo passati (così V. S. ultimamente affermò e inventò ella) che per gli stessi termini tornerà in giù per quali andò in su: fa non so che obiezione della palla dell’archibugio: il fuoco qui intorbida la forza dell’istanza. Ma diciamo: un buon braccio che tira una freccia con un arco turchesco passa via totalmente una tavola, e se la freccia discenderà da quella altezza dove il braccio con l’arco la può trarre, farà pochissima passata. Credo che l’instanza sii forse leggiera, ma non so che ci dire. Il problema: se saranno doi mobili di disuguale specie e una virtù minore di quello che sii capace ricevere qual si voglia di loro, se comunicandosi la virtù a ambi dua ne riceveranno ugualmente; come se l’oro fosse atto di ricevere dalla somma virtù 20 e non più, e l’argento 19 e non più, se saranno mossi da virtù 12, se ambi dua riceveranno 12. Par di sì, perchè la virtù si comunica tutta; il mobile è capace: adunque l’effetto l’istesso. Par di no, perchè adunque doi mobili di specie diversa da ugual forza spinti, anderanno all’istesso termine con l’istessa velocità. Se un dicesse: la forza 12 muoverà l’argento e l’oro all’istesso termine, non con la stessa velocità. Perchè no? Se ambi dua sono capaci anco di maggiore che quella qual 12 li può comunicare? Non obbligo V. S. a risposta. Solo per non mandar questa carta bianca, la quale aveva già appetito peripatetico d’essere empita di questi caratteri, l’ho voluta contentare, come l’agente fa alla materia prima. Adunque qui farò fine, e li bacio la mano.
Di Vinezia, il 9 ottobre 1604.
IX. — A Monsignor Luigi Lollin
Sarà così tarda questa mia risposta alla lettera gratissima di V. S. illustrissima del 3, come se venisse d’India. Delli 10 giorni primi non ne ho colpa, chè tanto stette a venirmi in mano: della dilazione seguente me ne accuso, poichè parte le mie occupazioni, parte la negligenza, m’hanno ridotto a questo giorno. Alla petizione sua, mi dicono che Hua e Huet in francese significa il Nibbio, latine Milvus. Quell’uccello sebbene in altre provincie della Francia è nominato Milan, in Normandia però si chiama vulgarmente Huet, contuttochè in ambi due li nomi per tutto sieno ugualmente intesi. Veramente li putti ebbero molta ragione; perchè vedere un domenicano in pulpito, con le braccia levate ed allargate, sicchè scuopre il petto bianco e le ali della cappa negreggianti, è vedere un nibbio quando in aria con le ali larghe pare star fermo. Ma che sforzata soprannominazione è quella, che meriti esser chiamato Nibbio chi non prova quel che propone; se non ci è qualche particolare ragione per la quale il nibbio si compari al peccato originale? Avrà intesa la persecuzione eccitata contro il cardinale per l’ultimo tomo degli Annali suoi. Non so come farà a sostenere con tanta potenza l’opinione sua; o se vorrà moderarla, come li riuscirà con onore. Sino al presente par che perseveri in difendere quanto ha detto: in tutti i modi, lo veggo in travaglio. Se riuscisse papa, come è stato vicino, sarebbe libero ipso jure; siccome anco sarebbe esente di scrivere il rimanente degli Annali. Crederò che V. S. illustrissima avrà veduto l’ultima e perfettissima opera di , e avrà considerato la dedicazione della sua penna all’imagine della Beata Vergine: anatèma ben degno del dedicatore, ma non appeso con utilità del mondo, venendo noi privati di quelle belle opere che la penna, se fosse in mano dell’autore, alla giornata opererebbe. Aspetteremo, poichè non più da lui, da quegli altri valentuomini alcuna cosa bella per questa fiera. In questo mentre, io resto pregando Dio per la conservazione di V. S. illustrissima, alla quale per fine bacio la mano.
Di Venezia, il 28 marzo 1606.
X. — Al Doge di Venezia
Serenissimo Principe.
Nel principio delle controversie, che al presente sono al colmo, tra la Serenità Vostra e il sommo pontefice, quando non aveva fulminato egli se non il primo breve intorno alle leggi di non fabbricar chiese e non alienar beni laici agli ecclesiastici senza licenza; in una mia scrittura presentata a V. S. dissi, che due contro i fulmini di Roma sono i rimedi da apporre: uno de facto, ch’è proibirne la pubblicazione e impedirne la esecuzione, resistendo alla forza violenta colla forza legittima, la quale non passi i termini di natural difesa: l’altro de jure, che è di appellarsi al futuro Concilio. Non feci alcun dubbio che il primo non fosse da usarsi. Quanto al secondo, dissi che in diverse occasioni è stato usato da molti principi e privati e dalla S. V. ancora; ma che ove il primo bastasse, si potrebbe soprassedere al secondo: cosa che offenderebbe sopra modo il pontefice. Tuttavia, se paresse necessario per accidenti che sopravvenissero, si potrebbe valersene: imperciocchè in Francia ed in Germania si tiene la superiorità del Concilio; ed in Italia i dottori celebri, sebbene sostengono che la è del papa, non hanno la difficoltà per decisa e determinata.
Gli accidenti sembran venire adesso, poichè il papa ha stampato e pubblicato ed affisso un monitorio contro Vostra Serenità; il quale, in quanto si astiene dalle maldicenze, è assai modesto, ma nel rimanente è severissimo, così per la sentenza che ha fulminata contro il Senato in corpo (cosa insolita) e l’interdetto di tutto lo Stato, come anco perchè minaccia il suo ad ulteriora: nel che non v’ha termine alcuno. Benchè per gli esempi passati degli altri pontefici possa congetturarsi quello che sia per fare; nondimeno, atteso il modo assai straordinario finora tenuto, puossi ancora temere di qualche cosa più assurda. Fa dunque bisogno di bilanciare tutte le ragioni che persuadono l’appellazione o la dissuadono, e considerare qual sia la più sana e utile risoluzione da eleggersi.
Dissuade l’appellazione il decreto che del 1459 fece , in un congresso tenuto a Mantova col consiglio della sua corte, scomunicando tutti gli appellanti dalle sentenze del pontefice al futuro Concilio, perchè s’appella a chi non è nè si sa quando sarà. Questo decreto è stato sempre confermato dai successori e posto fra’ casi della bolla In cœna Domini; ancora perchè si tiene in Italia la superiorità del papa sopra il Concilio, nè si appella mai se non al superiore. Si deve quindi tenere per certo, che quando si facesse un tal atto d’appellazione al pontefice, verrebbe un altro breve di scomunica per questa causa, e tanto più si difficolterebbe il negozio, e dei quattro punti di controversia se ne formerebbero cinque. Ragioni son queste, per dissuaderlo, potenti; ma si potrebbe rispondere:
Primo, circa il decreto; avvertendo che dopo di essere stato fatto da Pio II, tutti i principi contro de’ quali è stato fulminato, hanno appellato; e questa Serenissima Repubblica due volte, una sotto , l’altra sotto . Fra gli esempi degli altri principi, si possono mettere per notabili l’appellazione del re e della Chiesa gallicana dallo stesso Giulio II, e quella di imperatore da . Non si troverà esempio che in tali occasioni alcun principe sia restato d’appellare per rispetto di questa scomunica. Oltre che si può dire con qualche apparenza di ragione, che quel decreto non comprende i principi se non sono, giusta le regole della cancelleria, nominati specialmente nella bolla In cœna Domini. Per più casi sono eglino nominati, e per questo no: adunque pare che non sia stata intenzione di compren- derli in questo. E se si dirà che in tutti li altri vengono compresi, ne segue che superfluamente sieno con distinzione nominati in alcuni.
Secondo, circa le ragioni del decreto; cioè, si appella a chi non è, e non si sa quando sarà. Elleno certamente non vagliono; imperocchè vacante la Sede apostolica e non avendovi il papa, si appella ad Sedis apostolicæ adfuturum pontificem, il quale parimenti non è, nè si sa quando sarà. E se alcuno dicesse che si suole presto creare il papa, io replico che 250 anni fa, vacò la Sede per due anni continui, e un’altra volta sett’anni. Chi sa quel che può nascere? E poi, ancor del Concilio si saprebbe quando sarà, se si osservassero i canoni di farlo ogni dieci anni, come si dovrebbe.
Terzo, intorno alla suprema potestà, che è dai pontefici voluta per promovere la conferma perpetua del decreto, bisognerebbe parlare a lungo se ella sia nel pontefice o piuttosto nel Concilio; e questo lo farò in appresso. Unicamente si ha da considerare, che se il pontefice non ha giudice alcuno in terra, non resta agli altri, così principi come privati, se non che l’obbedienza; onde bisogna dirsi quel detto di : Tibi supremum vero arbitrium Dii dedere, nobis obsequii gloria relicta est. Egli avrà avuta potestà di fare tutte le leggi che gli parrà, e tutte saranno valide, nè egli regolato sarà da alcuno. Quando avrà controversia con altri, farà una legge per la sua opinione, ed ecco tutto deciso.
Risponderà taluno, ch’egli ha suprema potestà nelle cose spirituali, non nelle temporali. Avrei da replicare quali inconvenienti nascerebbero se così fosse ancora nelle spirituali. Ma parliam delle tem- porali. Quando il papa vorrà alcuna cosa, dirà che è spirituale; come succede nella controversia presente, perchè Vostra Serenità dice di aver fatte leggi di cose temporali, e il papa dice che sono di cose spirituali. Confessa egli che vuol lasciare il temporale, ma ritiene questo per spirituale. Eccoci però a capo. Se dobbiamo averlo per supremo giudice, abbiamo da credere a lui, quando determina (come al presente lo fa) che alcuna cosa sia spirituale: torna, dunque, che non ci resta se non di obbedirlo in tutte le cose che gli verranno in pensiero. Se vien detto che si può resistere de facto, lo consento; ma mi par bene che appartenga alla sapienza di Cristo nostro Signore l’aver provveduto maniera di eseguirlo piuttosto de jure che de facto, siccome ha proceduto dando la suprema potestà alla Chiesa: Si non audierit, dic Ecclesiæ; si autem Ecclesiam non audierit, sit tibi sicut ethnicus et publicanus. Del resto, siccome il papa ha comandato sotto pena di scomunica di non appellare da lui, così se comandasse di non aver ardire di replicarci sotto pena di scomunica, tanto dovremo confessarci obbligati a quello quanto a questo, e anderemo via via divenendo rei. Dirò bene senza dubbio, che nella loro immensa potestà si contengono i papi con qualche limite più per timore che l’Italia e la Spagna mettano in campo le dottrine della superiorità del Concilio ricevute in Francia e in Alemagna, che per qualsivoglia altro riguardo. E se mai potran egli uscire da questi pericoli, il mondo vedrà se si contenteranno di stare in termini di sorte alcuna.
Quarto, finalmente, cioè che il papa debba irritarsi, facendosi l’appellazione, a pubblicare un’altra censura. Da furono contro la Repubblica fulminati quattro brevi successivamente, e da tutti quattro si appellò, e le appellazioni sono una dipendente dall’altra. Credo che lo stesso si sia fatto sotto Giulio II, ma non l’ho veduto: chi però del presente di ciò dubita? Non crede forse, che contro le cose operate dal principe de facto, non pubblicando proclami per chi ha copie del monitorio e contro quello sarà necessario di operar in avvenire, non verranno altre scomuniche? Tenga ognuno per indubitato, che sino a tre o quattro bisogna aspettarne, e forse più.
Alcuno ancor dirà, che il riguardo maggiore di non appellare al Concilio non dev’essere per non irritare il pontefice, ma bensì per non sottomettere le ragioni all’ecclesiastico. Rispondo, che non s’appella se non dall’abuso della potestà del pontefice, e però non si sottomettono le leggi del Senato. E poi, questo rispetto non si ha avuto sotto Sisto IV e Giulio II, nè da altri principi nelle loro occorrenze: dunque non deve nuocerci al presente. Dico di più, che il sostener le proprie ragioni a un congresso nel quale entrano tanti principi che hanno riguardi e affari con noi comuni, non sarebbe così gran fallo. E Dio volesse che questa materia fosse trattata ad un Concilio libero! La S. V., senza crescer territorio, crescerebbe di forze un terzo più: ma non siamo degni di tanta grazia. Vediamo ora le ragioni che persuadono a fare l’appellazione.
La prima, potentissima, è l’imitazione di tanti principi grandi e della Repubblica Serenissima. La seconda è, che non v’ha esempio d’essere da alcuno stato fatto altrimenti, se non da’ Francesi contro , i quali fecero abbruciare i brevi in piazza dal ministro di giustizia. La terza è, perchè sembra poco onore se si dice che il Senato vuole tutto de facto e niente de jure, quasi che non abbia alcuna ragione. La quarta, perchè si manifesta al mondo, che è ferma di voler vivere nell’unità della Chiesa cattolica; il che devesi replicare per mostrare sotto di chi vuol vivere la S. V. con esimersi dall’obbedienza del pontefice. La quinta ragione si è, perchè, non appellandosi, non vi è altro che fare, ed ogni altra cosa sarebbe senza esempio e pericolosa. Potrebbonsi dimandar arbitri; ma ciò dal pontefice non si accetterebbe, essendo più contro la sua dignità il sottomettersi a loro, che al Concilio: e, quel che importa, se si chiedessero arbitri, quando il papa non acconsenta, l’atto sarebbe vano, benchè servisse per mostrare al mondo che si ha tentata ogni via. Ma forse dirà alcuno, che sia passato il tempo di far l’appellazione, e che avrebbesi convenuto usar tal rimedio immediatamente dopo il primo breve, e (pare) anche avanti. Nondimeno, se anco di presente si appella, benchè il papa s’irriti, abbiamo questo beneficio, che la scomunica e l’interdetto sono sospesi. Si risponderà che il papa non la intenderà così. Confesso ch’egli non gli avrà per sospesi, ma gli avranno la Francia e la Germania cattolica, le quali tengono che de jure per l’appellazione si sospendano: sicchè con loro gli avremo per tali ancor noi medesimi. Elleno poi comunicando con questo dominio, diranno di farlo giustamente; e seco loro dolendosene il papa, come al certo si dorrà, subito risponderanno che non ci tengono per interdetti, perchè si ha interposto l’appellazione: e così la contesa sarà attaccata con altri ancora. Che se non si appella, non restaci se non di contrastare con manifesti: lo che certamente non ha da tralasciarsi, ma ancora da non usarsi solo. Ardisco dire che, non appellando, la Francia e la Germania si rideranno del timor nostro, e forse ci riputeranno di poca coscienza, per esserci contentati di operare di fatto. Bisogna quindi fare un manifesto per dichiarar il motivo di non essere appellato. Quando in esso si oserà dire il vero, cioè di essersene astenuti per timore della scomunica della bolla In cœna Domini, si farà maravigliare il mondo come si tema questa, e non l’altra fulminata nel monitorio; essendo pur quella del monitorio senza esclusione, laddove nella bolla vi son ragioni per dimostrarsi non compresi. Se si appella, ognuno sentirà secondo il suo senso. Ai Francesi e Tedeschi piacerà che si tenga la loro opinione della superiorità del Concilio. Non lo biasimeranno gl’Inglesi che van dicendo, essere necessario un Concilio per decidere la materia de Auxiliis: e chi sa che così non dicano per venire con tal pretesto a fare un Concilio? Ma passerei troppo avanti se di tutti, riguardo a ciò, volessi discorrere.
Restami di portar le ragioni per le quali si dimostra la superiorità del Concilio. Il primo di tutti si fece vivendo san Pietro, i di cui atti sono registrati da san Luca. Essendo nata controversia se i fedeli obbligati fossero ad osservare le leggi di Mosè, fu determinato di fare sopra di ciò un Concilio in Gerusalemme, dove si trovarono i santi apostoli Pietro e Giacomo, e dove parimenti già erano andati per il medesimo fine san Paolo e san Barnaba. Nel Concilio, oltre gli apostoli e preti, v’intervennero altri fedeli in gran numero. Si disputò acremente prima; di poi disse san Pietro il suo parere, quindi san Paolo e san Barnaba, e finalmente san Giacomo. Per ultimo, l’intero Concilio stabilì massima, ed egli deputò a riferirla due legati, Barnaba e Silla, e scrisse con questo titolo: Apostoli et seniores fratres, e nel corpo della lettera disse: Visum est Spiritui Sancto et nobis. Se, dunque, san Pietro nel Concilio disse il suo parere come un altro, se la deliberazione fu del Concilio, se il Concilio deputò legati, se il Concilio scrisse le lettere, chi dubiterà che questo avesse la suprema potestà? E se qui aggiungeremo che i sette diaconi furono eletti da tutto il corpo della Chiesa, e non da san Pietro; che avendosi a mandar due apostoli a Samaria per dare lo Spirito Santo a quelle genti, san Pietro fu scelto dagli altri, nè andò da sè ma fu mandato, giusta l’esposizione del sacro testo, e insieme con san Giovanni, dagli altri apostoli; chi non conchiuderà che la somma potestà fosse nella Chiesa?
L’anno 200, , essendo nata certa controversia sopra il celebrar la pasqua, comandò sotto pena di scomunica ai vescovi d’Asia, che si conformassero con la Chiesa romana. Repugnò vescovo di Gerapoli; e sant’ vescovo di Lione, in nome di tutti que’ vescovi di quella provincia, scrisse a papa Vittore una lettera piena di riprensioni, dannando la sua collera e il modo suo di procedere.
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