Read here

Sextarius Pergami. Saggio di ricerche metrologiche

Angelo Mazzi · 1877 · Free in the US

71,673 words · about 5 h 1 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1877 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Sextarius_Pergami_saggio_di_ricerche_metrologiche&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Angelo Mazzi
Language
Italian
Published
1877
Length
71,673 words · about 5 h 1 min
Sections
12 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (12)

Continue:

Front matter

ct

ct ct

ct ct

Avvertenza

A queste poche notizie ed a queste poche investigazioni sopra le nostre misure di capacità degli aridi e dei liquidi noi non vogliamo dare l’importanza di un trattato scientifico sulla nostra Metrologia medievale, chè, sarebbe stato un presumere troppo delle nostre forze e delle nostre cognizioni, se anche solo per un rapido istante ci fosse balenato nella mente un intendimento di tal fatta; nostro solo scopo fu quello di raccogliere quel pochissimo che nella nostra legislazione, come in numerosi altri documenti, si trova disseminato su questo argomento, di salvare queste domestiche memorie, che ogni di più vanno dileguandosi, e di preparare un materiale, che coi suoi risultati possa prestare un sincero ajuto a coloro che investigano i prezzi delle cose nella età di mezzo. A quest’uopo, speriamo, potranno giovare le Tavole che diamo in fine di questo volumetto, per quanto i valori in esse segnati non sieno che appros- simativi. Volevamo aggiungere una Appendice sulla Moneta, ma trovammo difficoltà quasi insormontabili. Da noi si deve aver cominciato a battere moneta solo intorno al 1237 e si deve aver continuato non più in là del 1311 (, Memor. stor. 5 p. 14), poichè lo Statuto del 1331, mentre intralascia di occuparsi di questo grave obbietto, ne adduce anche apertamente la ragione, vale a dire, perchè da lungo tempo la nostra città non fabbricava più moneta propria. La storia della moneta adunque prima e dopo questo periodo non può essere per noi che la storia del corso delle monete forastiere sulla nostra piazza, con tutte quelle innumerevoli variazioni, che la maggior parte delle volte non erano regolate che da uno sfacciato arbitrio. L’operetta quindi del conte Sozzi sulla Moneta di Bergamo può supplire fino ad un certo punto alla mancanza del nostro scritto: il tentativo poi di porre d’accordo gli esemplari sopravvissuti colle indicazioni date dai documenti esigerebbe, oltre alla investigazione storica sui documenti stessi, nuovi e più dilicati assaggi, che per mille circostanze ci quasi impossibile di poter ottenere.

Perchè non abbiamo dato un titolo più generale a questo scritto, lo chiarirà la piccola Introduzione che lo precede; solo il Sextarius dei grani e quello del vino sono creazione veramente nostra: i pesi, le misure lineari e quelle di superficie non sono che alterazioni più o meno notevoli di vecchi sistemi a noi pervenuti di generazione in generazione: ed è per questo che non ce ne occupammo che in apposite Appendici. Se è ardire, senza veruna scorta, l’aver affrontato un argomento, al quale nessuno fra noi volse lo sguardo, come a troppo umile cosa, valga la buona intenzione di aver voluto riunire ordinatamente in un unico corpo quanto riguarda questo importante subbietto almeno a salvarci di soverchia temerità. Questi sono i limiti che ci siamo prefissi: questo è il modesto nostro cómpito. Naturalmente quando potessimo trovare riuniti assieme i materiali metrologici di un numeroso gruppo di città legate da antichi rapporti e da condizioni topografiche speciali, gli apprezzamenti riuscirebbero più agevoli e le induzioni più sicure. Così, a cagion d’esempio, un brano di Statuto modenese ci pôrse il modo di chiarire come venisse stabilito il calmerio per gli osti anche da noi nella prima metà del secolo decimoterzo: così gli Statuti di Como ci spiegano con qual forma si desse ai fornai nostri il calmerio prima del 1263, mentre le troppo brevi espressioni dei nostri Statuti ci avrebbero da sole lanciati in un campo di congetture, senza permetterci di dire alcunchè di certo. Libri, che contengono nudi prospetti di pesi e di misure di tutti i luoghi d’Italia, sono assai giovevoli pei confronti, ma possono anche condurre ad erronee induzioni in ricerche di questa natura. Il trovare, a cagion d’esempio, il Braccio di Cremona o quello di Como uguale a quello di Milano, potrebbe prestare argomento ad indurne una comune origine ed una perfetta conservazione in quelle città, se non sapessimo che solo nel 1781 i Bracci di quelle due città furono aboliti per sostituirvi il milanese. È necessario, non solo che noi conosciamo il valore di queste misure, ma che seguendole, per così esprimerci, passo passo colla indagine storica, possiamo accertarci, verbigrazia, che in un dato luogo le misure non subirono che alterazioni portate dal tempo, indipendentemente dalla volontà degli uomini, oppure che in un altro a una cert’epoca un sistema di misure cessò di esistere per fatto dell’uomo, e ad esso se ne sostituì un altro, come avvenne a Cremona ed a Como. In questo caso ogni apprezzamento ha una base nella condizione effettiva delle cose, e non in una isolata, e quindi ingannevole coincidenza di cifre. E questo ci premeva di avvertire, perchè collo scarsissimo materiale metrologico, che era a nostra disposizione, alcune volte dovemmo appoggiarci a cifre isolate, e lasciar quasi alla ventura il cómpito di raffermare le nostre induzioni. E una tale scarsezza di materiale è quella, che ci lascia incerti se, nel tentativo da noi fatto di porre in luce il sistema di misure dei terreni creato da re Luitprando, e la sua connessione col sistema romano, noi abbiamo portato vasi a Samo o nottole ad Atene. Tuttavia una nota confusa, posta dall’editore appiedi di un documento milanese pubblicato, non ha guari, nel Codex Diplomaticus Langobardiae (Histor. Patr. Mon. 13 col. 449), ci lascia sospettare, che nella stessa città, nella quale si mantennero vivissime le traccie di quel sistema, non si sia ancor giunti a formarsene un esatto concetto, e quindi restaci un debole filo di speranza, che non al tutto inutili abbiano a riuscire le nostre investigazioni. E quand’anche avessimo côlto in fallo, saremmo lieti di aver prestato mezzo ad altri di gettare una maggiore luce su questo sistema di misure agrarie, sul quale, tutti coloro, che sono a nostra cognizione, si esprimono, o con peritanza, o con incertezza. Il sistema metrico decimale, per la base semplice insieme e rigorosamente scientifica sulla quale è fondato, fra non molto farà scomparire persino la memoria degli antichi pesi e delle antiche misure nostre: se a noi sarà avvenuto di far sì, che almeno qualche ricordo ne sopravviva, non foss’altro, che per una più chiara intelligenza dei nostri documenti medievali, avremo ottenuto quello scopo, che per noi maggiore non saprebbesi desiderare.

Villa d’Almè 30 Luglio 1877.

Introduzione

. Il Sextarius servì di misura tanto dei liquidi quanto degli aridi anche sotto i Romani: sei Sextarii formavano il Congius, misura del vino, come d’altra parte sedici Sextarii entravano nel Modius, misura dei grani. Così pure due Quartarii formavano una Hemina; due Heminae o quattro Quartarii un Sextarius. Per gli aridi la misura massima è il Modius, ma pei liquidi non è già il Congius ma sibbene il Culeus, sicchè quattro Congii sono eguali ad un’Urna, due Urnae, od otto Congii, un’Amphora o Cadus, venti Amphorae ad un Culeus. Il Modius romano era la sesta parte del Medimno attico, e la suddivisione di queste maggiori misure era spinta fino al Cyathus: ma in ultima analisi la base di queste misure di capacità era la stessa e pei liquidi e per gli aridi; il Cyathus degli uni e degli altri corrispondeva a litri 0,0456, l’Acetabulum a litri 0,0684, il Quartarius a litri 0,137, la Hemina a litri 0,274, il Sextarius a litri 0,547. La differenza che si trova nelle misure superiori a queste dipende dal differente numero di Sextarii che entrò a formare ciascuna di esse: il Modius dei grani con 16 Sextarii corrisponde a litri 8,754; mentre il Congius dei liquidi di soli 6 Sextarii contiene litri 3,283, quindi la Urna litri 13,13 l’Amphora o Cadus litri 26,26, infine il Culeus litri 525,27.

. La base di queste misure era il peso. È bensì vero che il Quadrantal od Amphora dovea essere un recipiente che avesse la capacità di un piede cubico, ma una volta che si introdusse il sistema di verificare queste misure col peso dell’acqua, del vino, dell’olio e così via, e una volta che si comprese quale difficoltà vi fosse nel verificare le minori suddivisioni mediante le misure di lunghezza, era naturale che il peso diventasse la norma generale per guarentirsi della esattezza delle misure di capacità. Quindi è, che sebbene gli antichi definissero il Quadrantal o Κεράμιον come un vaso della contenenza di un piede cubico ed indicassero persino il modo col quale andava costruito, si ebbe però cura di stabilire il peso esatto dei contenuto, così di questa, come dell’altre misure, e col plebiscito Siliano venne sanzionato: ­­«ex ponderibus publicis, quibus hac tempestate populus oetier solet, uti coequator se (sine) dulo malo, uti quadrantal vini octoginta pondo siet, congius vini decem pondo siet, sex sextari congius siet vini, IIL sextari quadrantal siet vini — librari in sient.» Conferma, oltre a parecchie altre testimonianze, questo fatto il così detto Congio Farnese, dove la iscrizione, oltrec- chè ci fa sapere che fu verificato sotto Vespasiano, ce ne indica anche la contenenza colle parole P(ondo) X, le quali concordano perfettamente colle prescrizioni del plebiscito Siliano qui sopra riportate. La capacità era ragguagliata ora sull’acqua piovana, che si teneva per la più sicura guida in questo argomento, ora sull’acqua usuale, che si credeva avesse peso uguale al vino, ora sull’olio, ora sul vino stesso, e persino sul miele, ma se non era appariscente il divario che correva fra l’acqua ed il vino, si avea cura d’altra parte di stabilire l’esatto rapporto di peso che correva fra l’olio, il vino ed il miele, e di indicare il corrispondente peso delle diverse misure di capacità. Quest’era l’uso comune, sebbene una esperienza intelligente ed accorta avesse fatto comprendere, collo andare del tempo, che una differenza di peso esisteva, non solo fra l’acqua ed il vino, o fra i vini prodotti in disparate situazioni, ma persino fra l’acque, sia che si attingessero nei fiumi, sia che si attingessero nei pozzi od alle pure sorgenti.

. Augusto avea introdotto nel novello impero unità di pesi e di misure: dalla capitale si spedivano gli esemplari nelle provincie, ma la cura colla quale le città non solo, ma anche i luoghi di campagna veniano provveduti di un ponderario e in pari tempo dei campioni di misure degli aridi e dei liquidi, indica che la frode, e mille altre cause, concorrevano ad alterare queste misure, sì da recare. gravi sconcerti nelle giornaliere contrattazioni. La legislazione e insieme la poesia parlano dei pondera iniqua e delle heminae iniquae: la iniquità dei pesi e delle misure fu quella che decise gli Edili, probabilmente di Rimini, a provvedere la loro città dei pesi e della stadera, e senza dubbio le differenze, che si trovano oggidì nel peso dei diversi esemplari sopravvissuti, sono da ascriversi, od alla mala fede, ovvero alla imperizia colla quale erano costrutti, verificati o racconciati. Il regno dei Goti fu troppo breve e troppo travagliato, perchè ci sia dato anche solo di sospettare che siensi potute introdurre delle modificazioni in questo sì grave negozio: i Langobardi si attennero pure al sistema romano di monete e di misure, ed anche là dove introdussero certo una modificazione verso il finire del loro regno, cioè nelle misure agrarie, il sistema però ereditato da Roma rimase quasi inalterato (v. seg.): tuttavia si può immaginare agevolmente che in mezzo a tanta confusione ed a tante barbarie, una esatta concordanza cogli antichi esemplari non sarà stata che un desiderio od una presunzione. Carlo Magno, come ad ogni altra cosa, rivolse la sua attenzione anche all’importantissimo obbietto dei pesi e delle misure: introdusse quel sistema monetario, che, almeno di nome, durò fino ad oggidì: aumentò il valore dell’antica libbra romana e, preoccupato dai bisogni del commercio nel vasto suo impero, sull’esempio di Augusto, volle nelle misure una perfetta uniformità. A noi non è dato rintracciare fino a qual punto il sistema introdotto da questo grande conquistatore abbia potuto sradicare sistemi che qui vigevano da secoli, poichè le nostre misure di capacità, come vedremo, sono una creazione del secolo undecimo; quelle di superficie sono un ricordo dell’epoca langobarda (v. seg.); la libbra, ora detta sottile, ci pervenne quasi inalterata da quando l’Italia era la sede di un impero mondiale (v. .); il peso di marco da noi non fu introdotto che nella prima metà del secolo decimoterzo (v. , ): forse unico ricordo di quella conquista rimase il Braccio, parte di una più lunga misura colla quale nei secoli di mezzo si misuravano le tele, i panni, e probabilmente in alcuni luoghi anche i terreni (v. ). Ma certo il valore delle misure romane ricevette da Carlo Magno un colpo mortale, e se gli antichi nomi sopravvissero ancora quasi inalterati fino ad oggidì, tuttavia, in mezzo allo scompiglio politico e sociale che tenne dietro alla morte del grande conquistatore, in mezzo alle usurpazioni dei diritti signorili ed alle prepotenze del più forte, il solo nome non può essere per noi sufficiente indizio per argomentare del valore di quelle misure. Se Carlo Magno, abbandonando del tutto il sistema romano, abbia attinto dagli Arabi il suo sistema, non è questione che possa essere trattata qui: fino a qual punto in questi nostri paesi abbiano agito l’uno sull’altro i due sistemi posti dalla conquista l’uno accanto all’altro, manca ogni documento per poterlo dire: certo è però che ogni ragguaglio delle misure attuali con quelle, che troviamo accennate nei nostri documenti dalla caduta del regno langobardo al secolo undecimo, riesce, non pure difficile, ma quasi impossibile, e questo non solo, ma non ci è neppure concesso di poter dire con qualche certezza in questo periodo di tempo quanti Sextarii entrassero nel Congius, quanti nel Modius. Poichè, oltre a tutto, quanto più andava sciogliendosi il potere centrale e la vita politica si sminuzzava e si disgregava in numerosissimi centri, e quanto più ognuno di questi tentava di trarre a sè le bricciole di una frantumata sovranità, tanto più anche le monete e le misure dovevano risentire la influenza di questa condizione di cose, sicchè, per citare due o tre esempi, un documento del 963 ci attesta di già la esistenza della moneta cremonese: qui a Bergamo per lo meno dal 985 i contratti si facevano in moneta milanese, come nel 915 la pavese correva in Lomellina: nel 897 è già ricordata la «iusta statera Mediolani:» come nello stesso anno pei grani si trova ricordata la «iusta mensura mediolanensis.»

. Il Sextarius, che fu stabilito dai nostri avi nel secolo undecimo, vige ancora nelle abusive contrattazioni in mezzo ad un popolo, che non dovrebbe soltanto ubbidire supinamente ad inveterate abitudini, ma avere almeno la coscienza delle gloriose memorie, che vanno congiunte a questa plateale misura. Non era più l’epoca, è vero, in cui Augusto imponeva a tutto l’orbe romano unità di monete, di pesi e di misure; in cui Carlo Magno alla testa di eserciti vincitori, sconvolgendo un ordinamento radicato da secoli, introduceva una unità di sua creazione: erano piccole città, che cominciavano a conoscere di poter rivolgere da sè la loro attenzione a questi sì vitali interessi, e sentivano la forza di attuare i loro ordinamenti, afferrando nelle giovanili mani una parte così importante della sovranità. I potenti mezzi di comunicazione, che atterrarono secolari barriere, e aprirono un orizzonte sconfinato alla umana attività, fanno ogni dì più sentire il bisogno di una unificazione nei sistemi metrologici dei varii popoli; ma se questa è reazione contro il passato, la quale trae la sua forza da potenti e da elevate ragioni, non fu meno una reazione contro un passato, che ogni dì più dovea diventare impossibile, quella che indusse i nostri Comuni a crearsi le loro misure, a guarentirne la esattezza, svincolandosi così da ogni esterna ingerenza, e cominciando con questi atti a dare libero corso alle forze locali ed al loro completo sviluppo. Sui primi albori di una delle più splendide giornate, che un benigno sorriso di cielo abbia mai concesso a questa terra travagliata, i nostri avi crearono il loro Sextarius; e quando questa misura entrò nelle loro abitudini, si preparava nella vita dei nostri Comuni un’era luminosissima, destinata a far risentire alle più lontane generazioni la più feconda e la più benefica influenza; un’era, che forza umana non varrà mai a cancellare nè dalla nostra storia, nè dai nostri cuori.

Capitolo I - Le Misure degli Aridi

ct ct Nel 1076 un certo chierico Andrea lega i suoi beni al fratello perchè passino nei primogeniti della sua progenie col peso, che nella ricorrenza della festa dei ss. Giacomo e Filippo «sexaginta panes factos ex Medio uno frumenti ad currentem Sextarium suprascripte civitatis Pergamensis dederit sexaginta pauperibus manibus propriis per unumquemque pauparem panem unum.» D’allora questa espressione ad currentem Sextarium, ovvero Sextarius qui nunc currit, si fa frequente nei nostri documenti: in una carta inedita di locazione di fondi in Lallio, la quale spetta all’anno 1102, è prescritto «ut ipsi Vitalis et Gisalbertus et eorum heredes habeant ad tenendum ipsas petias terre — et persolvendum exinde fictum eidem Lanfranco eiusque heredibus per singulos annos Modios duos de grano unum de sicale in S. Laurentio et alium de panico in S. Martino ad rasum Sextarium civitatis qui nunc currit: in altra locazione fatta nel 1110 dai Canonici di S. Vincenzo i locatarii si obbligano a pagare annualmente «eidem Ecclesie Sextarios decem et otto sicalis in S. Laurentio et decem et octo panici in S. Martino vel infra octo dies post ea ad rasum Sextarium civitatis qui nunc currit» e così espressioni presso a poco identiche si ripetono nel 1112, nel 1122, nel 1136, nel 1154, nel 1162, nel 1169, nel 1203. Non vi ha dubbio che qui ci troviamo di fronte ad una riforma che nel secolo undecimo fu fatta delle nostre misure degli aridi, le quali aveano per base il Sextarius. Quando effettivamente si sentisse la necessità di dare uno stabile assetto alla contenenza di questa nostra misura, è assai difficile il poterlo dire: tuttavia vedremo, parlando delle misure dei liquidi (c. II. § 1 e Nota 120), che una tale riforma per lo meno prima del 1057 dovea essere già compita. Che il Sextarius, di cui troviamo la prima menzione nel 1076, si mantenesse inalterato fino ad oggidì, vi sono molti argomenti per ritenerlo, il primo dei quali si è, che, nè nei documenti posteriori a quest’epoca, nè nell’accurata nostra legislazione municipale, non ci fu dato trovare una sola espressione dalla quale appaja essersi introdotta alcuna modificazione in questa nostra misura. D’altra parte noi abbiamo il mezzo per guarentirci di questo fatto prendendo per base il multiplo dello Stajo, che è la Soma.

. La prima menzione di questa misura di conto, anzichè effettiva, dei grani ci compare in un atto inedito di investitura di fondi in Sabbio scritto nel 1154, ove troviamo: «Similiter ibi convenerunt inter se ipse Peterbonus cum ipso Teutaldo pro su- pradictis solidis quadraginta nomine mercati quadraginta et unam Somam inter blavam et legumen. Unam Somam inter fabam et cicer et robiliam. Aliam Somam frumenti. Atteram vero sicalis. duodecim sextaria millii et totidem panici». In una enfiteusi perpetua di fondi in Villa, fatta nel 1163 dai Canonici di S. Alessandro, leggiamo: «ad persolvendum exinde anni anno fictum eidem Ecclesie in S. Laurentio Somam unam frumenti et quatuor Somas sicalis sextario uno minus et in S. Martino duas Somas milii et tres panici sextario uno minus et quatuor sextarios de castaneis pistis:» in una convenzione del 1165 si trova: «et emere debent — Somam de blava per solidos quadraginta:» e così nel testamento del canonico Alberto da Somma scritto nel 1181 i diversi legati in grani sono espressi col numero delle Some, e da quell’epoca la Soma è la misura di conto che si trova quasi esclusivamente adoperata nei nostri documenti sì pubblici che privati. Ora, per una tradizionale consuetudine, la cui origine deve risalire a questi tempi, da noi la Soma è misura di capacità e insieme di peso, poichè, sebbene essa risulti formata dalla misura effettiva di otto staja, tuttavia nelle contrattazioni di frumento si esige che abbia il peso di 160 libbre grosse (sedici Pesi), o, che è lo stesso, 400 libbre sottili (v. Appendice I.). Nè questa è arbitraria o recente esigenza, poichè infatti per tutti i secoli di mezzo con questo nome si indicò in generale un carico, al quale poi essendo stato attribuito a norma delle circostanze un determinato peso, venne quindi a prender posto fra le misure. Così in una lite insorta nel 1189 fra coloro, che riscuotevano il teloneo della fiera di S. Alessandro, ed alcuni negozianti di Novara e di Milano, parecchi testimonii chiamati in causa dichiaravano, essere antica consuetudine che si esigessero «de unoquoque plaustro tosellorum denarios quatuor — et de Soma toselli licchati (legato) denarios duos.» I Torselli (qui forse per errore di chi trascrisse il documento detti toselli) erano i rotoli di panno, il dazio dei quali non era quindi fondato sulla misura lineare, ma sibbene sul peso o Soma. Nel nostro Statuto del 1204-48 abbiamo: «Solid. sex imperial. de quolibet. carro ferri cocti non laborati et denar. decemocto imperial. de qualibet Soma ipsius ferri non laborati. — Et solid. tres imper. de qualibet Soma de cavezolis et denar. duodecim imper. de qualibet Soma lignaminis laborati, et solid. tres imper. de qualibet Soma baldinelle. et solidos duos imp. de qualibet Soma vasorum lapideorum operandorum ad coquinam. et denar. duodecim imper. de qualibet Soma sacchorum.» Nessuno degli oggetti, che sono qui enumerati, lascia presupporre la Soma come misura di capacità, ma bensì soltanto come misura di peso, poichè nè il ferro cotto, nè i rotoli di panno, nè i vasi di pietra ollare, nè infine i sacchi potevano essere valutati con misure di capacità. Quindi nello Statuto dei Dazii del 1431 la Soma di coti grandi era calcolata di 20 Pesi: quella del ferro e dell’acciaio di Pesi 14 e mezzo: la Soma della carta in 16 Pesi, e, senza indicarne la portata, vi sono accennate la Soma di mercanzia e la Soma di carbone. Quest’uso di indicare una grande massa di oggetti mediante il peso determinato di una Soma non è esclusivamente nostro, ed oltre ai moltissimi esempi già citati (v. Nota 50), giovi osservare che, a cagion d’esempio, negli Statuti bresciani del secolo decimoterzo troviamo stabilito che il Sacco di chiodi da cavallo debba essere di 27 Pesi, quello dell’acciajo di 30, quello del ferro di 25 Pesi, e in pari tempo a Soma si valutano il piombo, il rame, lo stagno ed il bronzo, ed a Soma da 20 Pesi le mercanzie grosse e le minute.

. La Soma fu adunque in origine una misura di peso, e da essa si trassero le misure di capacità dei grani. Questo modo di procedere nella determinazione delle misure dei grani è tutt’altro che senza esempio. Così in Modena il Coppello, misura effettiva del frumento, conteneva tre libbre di questo grano, e gli stessi Statuti prescrivevano che il Sacco, composto di due Staja o di quattro Mine, avesse il peso medio di 300 libbre dello stesso grano. Ora, tutto lascia supporre che ugualmente nel secolo undecimo la nuova misura dei grani fosse fondata sopra la Soma da 16 Pesi, e che lo Stajo, ottava parte di essa, fosse un recipiente che dovesse contenere esattamente 2 Pesi e 20 libbre grosse corrispondenti a 50 libbre sottili di frumento. Era troppo naturale che si prendesse il re dei cereali come base di queste misure, e che su di esso si regolassero tutti gli altri grani. E siccome non si sarà mancato di calcolare sovra il peso medio di un buon frumento, anzichè sovra quello di un frumento di scadente qualità, così, fra il peso che può variare dai 70 agli 80 chilogrammi per ettolitro, prendendo per base i 76 chilogrammi, come quelli che da noi, salve rarissime eccezioni, rappresentano una delle buone qualità di questo grano, avremmo la capacità dello Stajo da 20 libbre corrispondente allo incirca a litri 21,39. Questo ragguaglio approssimativo viene confermato dal fatto, che la Commissione istituita nel 1801 per la introduzione del nuovo sistema metrico in questi paesi, dopo accurati studii, e dopo misure eseguite sia col sistema geometrico, sia mediante il peso dell’acqua contenuta nei rispettivi vasi, stabilì la capacità del nostro Stajo in litri 21,4, Se questa non sarà stata fin nelle più minute frazioni la contenenza esatta del Sextarius del 1076, di poco deve discostarsene, perchè non vi ha argomento per ammettere che il peso medio di una buona qualità di frumento ed il corrispondente volume abbiano potuto subire sì notevoli alterazioni, da rendere dubbi quei concordi risultati ai quali siamo pervenuti per vie affatto opposte. D’altra parte fondate ragioni ci persuadono di accettare il ragguaglio della Commissione del 1801 come quello che scientificamente deve essere più prossimo al vero. La poca perfezione delle arti ed il continuo uso non potevano a meno di portare delle modificazioni, sebbene leggerissime, in queste misure: è poi probabile che il Sextarius, il quale si trovava presso i nostri Bollatori, fosse di legno, poichè infatti solo nel 1453 si stabilì che lo Stajo ed il quartario costrutti per essi siano di rame; solo nel 1489 si diè bando a tutte le misure di legno, che si adoperavano sul mercato delle biade, ordinandosi che d’ora in avanti fossero di ferro: infine soltanto nello Statuto del 1493, e non prima d’allora, troviamo stabilito che lo Stajo e Quar- tario vengano assicurati entro una o due grandi pietre, le quali non possano agevolmente essere smosse, e che sieno esposti in luogo pubblico sì che ad ognuno sia dato ricorrere ad essi per giustificare le proprie misure. Questi fatti ci persuadono che i campioni del nostro Stajo, i quali servivano pel quotidiano commercio, non avranno certo avuto il pregio della più scrupolosa esattezza, e che quindi ci sia giuocoforza tenere il campione inviato alla Commissione pe’ suoi calcoli come quello che, secondo la comune opinione, era tenuto come l’unico e legale prototipo di tutte l’altre misure degli aridi sparse nella nostra città e nel nostro contado, e secondo le nostre indagini, come il vero rappresentante di quel Sextarius, di cui la prima menzione troviamo nel 1076, e che d’una in altra generazione pervenne fino a noi. — È poi affatto naturale il supporre, che una volta fondato sopra un determinato peso di frumento il campione legale del nostro Stajo, si sarà procurato di dargli una stabile forma, che avesse per base alcuna delle nostre misure lineari. È bensì vero che per la verifica, e molto più per il giornaliero commercio, si poteva sempre ricorrere per più sicura guarentigia al peso, come oggidì si continua tuttora a fare, e che in pari tempo restava sempre il mezzo di versare o frumento o miglio dallo Stajo del Comune nelle altre Staja, affine di porre in rilievo la maggiore o minore loro esattezza, ma è difficile ammettere che, se non altro ai costruttori delle misure, non si fosse pensato a dare una norma quasi sicura, che agevolasse, e insieme rendesse meno arbitrario l’esercizio della loro arte. Alcune mi- sure prese sopra Staja, a dir vero inesattamente costruite e malamente conservate, ci indussero nella persuasione che almeno a una cert’epoca, e forse fin da principio, siensi stabiliti con qualche approssimazione i valori e pel diametro del fondo e per l’altezza delle pareti Sextarius, poichè le nostre ricerche ci diedero a un di presso per l’uno Once 9 ¼, per l’altra Once 6 ½ del nostro Cavezzo: la sua capacità quindi sarebbe stata di Once cubiche 437. Ora facendo un ragguaglio sui risultati della Commissione del 1801, questa capacità assai prossimamente avrebbe dovuto essere di Once cubiche 441: la lieve differenza si può ascrivere alla alterazione, tanto della misura stessa di capacità, quanto delle lineari che servivano a costrurla, e quella differenza non deve d’altronde sorprendere, poichè anche i risultati di quella Commissione non sono che la media ottenuta, come vedemmo (Nota 62), da una parte colle misure geometriche ottenute mediante il Braccio milanese, dall’altra parte con quelle dedotte dal peso dell’acqua contenuta in quei vasi. E crediamo che i nostri avi in questa bisogna avranno usato del Cavezzo, poichè, come vedremo (v. sotto § 5), appunto coll’oncia del Cavezzo si indicava anche la legale altezza delle pareti dello Stajo della Calce. Non vogliamo punto dire che alle misure di capacità abbia potuto fin dall’origine stare di fondamento una misura lineare, come, a cagion d’esempio, a una cert’epoca si prescrisse a Modena, o come è nell’odierno sistema metrico, poichè, e la tradizione, ed una inveterata abitudine, e gli stessi numeri frazionarii che costituiscono gli elementi di contenenza dello Stajo, e lo stesso nome della nostra maggiore misura, la Soma, e l’esempio di altre città, non permettono punto di ammettere ciò: vogliamo dire soltanto che, una volta stabilita la capacità dello Stajo mediante il peso del frumento in esso contenuto, si sarà dedotta anche una regola approssimativa dietro la quale potevano agevolmente venir fabbricate queste misure, ma non più in là di questo limite, poichè anche dove lo Statuto prescrive la altezza delle pareti dello Stajo della calce, trascurando gli altri elementi, ci indica che in ultima analisi era sempre il peso della materia contenuta nella misura quello che toglieva le contestazioni, che per avventura avessero potuto insorgere fra i contraenti (v. Nota 94). Questa nostra supposizione ci permette di comprendere, come nella riforma delle misure del vino, attestataci dallo Statuto del 1331 (v. sotto cap. II § 6) si desse allo Stajo dei liquidi una capacità doppia di quella dello Stajo dei grani, poichè nel far ciò si poteva agevolmente partire da due vie affatto opposte, sia costruendo un vaso che contenesse un peso di acqua doppio di quello contenuto nello Stajo dei grani, sia raddoppiando uno degli elementi fondamentali, che costituivano questo Stajo, fosse poi il diametro o l’altezza: sembra che si sia preferito il raddoppiamento dell’altezza.

. Cominciando dal 1154 fino al 1169 nei nostri documenti troviamo usato talvolta il nome di Modius, tal’altra quello di Soma, e sebbene non si trovi una espressione così aperta che esplicitamente risolva la questione, tuttavia ogni cosa induce a ritenere che, dopo la riforma del secolo undecimo, l’una e l’altra misura avessero la identica contenenza, e che la differenza stesse solo nei nomi. Come nelle misure dei liquidi, mentre la legislazione manteneva accuratamente gli antichi nomi, accanto agli stessi nullameno ne vigevano di quelli affatto popolari (v. sotto cap. II §§ 4, 8), così possiamo credere che anche rispetto al Modius fosse avvenuto lo stesso, quantunque il nome di Soma, come quello che individuava più esattamente l’avvenuta riforma, fondata sopra un determinato peso di grano, e che per la subita alterazione poteva tenersi come una vivente creazione del linguaggio popolare, fosse destinato a pigliare il sopravvento ed a far iscomparire quasi del tutto l’antico e classico nome di Modius. Se nei documenti posteriori al 1076, quando si tratta del Modius, si trovasse qualche indicazione che accennasse ad una vecchia misura, abusivamente conservata per non recare alterazioni di sorta in antichi contratti, saremmo portati a credere che il Modius posteriore al 1076, o per la differente capacità dei suoi Sestieri, o pel diverso numero che di questi entravano a fermarlo, fosse una misura, e per nome, e per capacità, al tutto diversa dalla Soma. Ma la cura che si ha, parlando del Modius, di accennare anche la circostanza che era basato sul nuovo Stajo, ci obbliga a ritenere che il Modius rinnovato era appunto la stessa cosa che la Soma. Così, cominciando fino dal 1076, abbiamo: «ex modio uno frumenti ad currentem sextarium soprascripte civitatis Pergamensis;» in una locazione di fondi in Lallio già citata (sopra § 1) troviamo il canone stabilito in «modios duos de grano unum de sicale in S. Laurentio et alium de panico in S. Martino ad rasum sextarium civitatis qui nunc currit;» nella permuta delle decime fatta nel 1112 fra i Canonici di S. Alessandro e quelli di S. Vincenzo, questi ricevono anche «totam illam terram — positam in loco et fundo Albigne unde solvitur fictus sex modii et quatuor sextarii grani ad sextarium civitatis qui nunc currit;» da due atti di vendita ancora inediti, appartenenti al Monastero d’Astino, sotto l’anno 1169 apprendiamo che il canone perpetuo, che aggravava un molino in Paderno, era di «modio uno frumenti ad Sextarium Civitatis.» Parrebbe fare una eccezione la convenzione del 1120 fra Alberto conte di Soncino ed i consorti e vicini di Levate, per la quale questi si obbligano di consegnargli annualmente «modia quartuordecim de grano et staria sex» senz’altra aggiunta: ma ciò non conta, e perchè per le prove addotte si comprende che lo Stajo del secolo undecimo era già radicato nell’uso, e perchè inoltre abbiamo esempio, che quando nei contratti si esigeva la più vecchia misura, non si mancava di indicarlo. Così in una investitura di terre in Sabbio fatta nel 1125 troviamo: «eo tamen ordine ut ipse Albertus cum suis heredibus debet dare eidem Johanni vel a suos heredes per fructum de infrascriptis denariis donec steterint per singulos annos modio uno de furmentum et milio staria quindecim et sicale starea quinque et piste castaneis starea quinque ad starium quod preterea in retro solebant dare.» Quello che, a nostro vedere, conferma tale induzione è il fatto, che anche allorquando nei nostri documenti, fino ad ora sopravvissuti, troviamo per la prima volta menzionata la Soma, non si aggiunge alcun epiteto col quale si indichi, esser questa una misura appena entrata nella consuetudine, o la quale avesse per base un’altra misura da poco od introdotta, o modificata sovra una più antica. E ciò era troppo naturale. Il Modius avea conservato il nome antico di una misura certamente diversa per contenenza, e appunto, perchè non avessero a nascere nocive confusioni, rendeasi necessario notare che il modius andava ragguagliato sul nuovo Stajo del secolo undecimo; ma il nome di Soma indicava da sè tutto il sistema qui creato; il notare che la Soma era calcolata sullo Stajo corrente nella nostra città sarebbe stata una delle più oziose e delle più insignificanti aggiunte, e perchè lo stretto rapporto con essa creato fra il peso ed il volume di un dato grano porgeva facoltà di guarentirsi ad ogni momento della esattezza dell’uno col mezzo dell’altro, e perchè inoltre lo Stajo corrente era appunto una parte della Soma con essa talmente legata, che non potevasi nominare l’una senza comprendere l’altro. Quindi in un atto inedito già citato di investitura in Sabbio, che risale al 1154, troviamo senz’altro: «quadraginta et unam Somam inter blavam et legumen unam Somam inter fabam et cicer et robiliam . aliam Somam frumenti . alteram vero sicalis,» e lo stesso si trova in altri documenti più sopra citati (§ 2) ed in parecchi che qui si potrebbero facilmente addurre. Dal 1169 in avanti il nome di Soma fu quello che prevalse nei nostri documenti sì pubblici che privati, onde nel testamento del canonico Alberto da Somma fatto nel 1181 a favore della chiesa di S. Alessandro, alla quale lascia i fondi da lui acquistati lo stesso anno in Calusco, troviamo la condizione che nell’anniversario della sua morte il Preposto «debeat dare ad manducandum centum pauperibus et pro quo debeat erogari Somas quatuor de omni blava.» e fra i varii legati che «Leprosi ipsius Civitatis habeant omni anno Somas tres de blava et Croxati ejusdem Civitatis habeant totidem et hospitale S. Alexandri habeat tantum Somas duas et sacerdotes ipsius Civitatis habeant Somas quatuor;» nel testamento del 1183 di Bonifacio proposito di S. Alessandro, nel quale vi sono varii legati, troviamo: «item supradictus Prepositus eodem modo donavit Vasco (che era suo erede) nomine ecclesie S. Vincentii in sorte de Jusanica Somam unam frumenti et monasterio de Valle Alta in ipsa sorte Somam unam sicalis et monasterio de Astino in ipsa sorte Somam unam sicalis et monasterio de Valle Marina in ea sorte Somam unam milii . hospitalibus S. Alexandri quos d. Landulfus de la Crotta et Grassus de Scano edīficaverunt in ipsa sorte duas somas milii item eodem modo donavit domui Misellorum Somam unam frumenti — Cruxatis in ipsa terra Somam unam milii;» in altra carta del 1183: «d. Adelardus archidiaconus nomine ipsius ecclesie — investivit villanum ad fictum raddendum iam dicte Ecclesie Somam unam frumenti.» Quindi anche in documenti ufficiali, quale lo Statuto più vecchio dal 1204-48, il canone d’affitto dei possessi comunali è determinato in Some e non ad altra misura. Perciò dalle possessioni confiscate ai traditori del castello di Palosco il Comune dovea ritrarre «centum triginta quatuor Somas bla- ve equabililer de frumento sicale milio et panico:» un’altra possessione era soggetta « fictum omni anno solvendum Comuni Pergami Somas quadraginta de blava:» altra «sumas quadraginta octo blave» e così di seguito. Il nome però di Modius non si spense del tutto fra noi. Fino a una cert’epoca il Modius dalla calce composto, come vedremo (Nota 94), di dieci sestieri rimase come misura legale anche nei più recenti Statuti, a quel modo che il suo nome sopravvisse con identico significato nelle nostre valli: ma quello che dimostra ancor più come dopo la riforma del secolo undecimo il Modius e la Soma non differissero che di nome, si è che nelle stesse valli sussiste il nome di Moggio del carbone per indicare una determinata misura di questa merce. Ora, il Moggio del quale si serbò la ricordanza nelle parti più remote del nostro territorio non può essere che quella che nello Statuto dei del 1431 è indicata col nome di Soma, sei delle quali formavano un Carro, e questo è tanto vero, che nello stesso Statuto in due differenti luoghi troviamo la identica quantità di frumento una volta indicata a Modii, un’altra volta a Some, il che dinota apertamente che il nome di Modius, sebbene oramai caduto in disuso per le misure dei grani, si riteneva però ancora equivalente a quello di Soma rispetto alla entità della misura. Questi fatti ci permettono di argomentare con tutta sicurezza, che il solo nome non può essere cagione sufficiente per ammettere, che quando nei nostri documenti dal secolo undecimo in avanti troviamo indicata ora la Soma, ora il Modius, si debba ritenere senz’altro che si tratti di due misure fra loro differenti pel differente numero di Sestieri che contenevano.

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…