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Storia di due anime

Matilde Serao · 1904 · Free in the US

42,442 words · about 2 h 58 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1904 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Storia_di_due_anime&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Matilde Serao
Language
Italian
Published
1904
Length
42,442 words · about 2 h 58 min
Sections
5 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (5)
  1. Front matter under 1 min
  2. I about 45 min
  3. II about 43 min
  4. III about 48 min
  5. IV about 42 min

Continue:

Front matter

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I

ct La bottega dei santi era la penultima della piccola via bassa e oscura, che sinuosamente lega la piazza grande di santa Maria la Nova alla piazzetta di santa Maria dell'Aiuto: e godeva un po' d'aria, un po' di luce, sol perchè, dirimpetto ad essa, le antiche e brune case del vecchio quartiere popolare cessavano, e poco indietro si ergeva la chiesa della Madonna dell'Aiuto, avente, accanto, il portoncino della sua Congregazione di Spirito. La bottega rozza e sguarnita, aveva una insegna di legno dipinto, scolorita dalla pioggia, dalla umidità costante della piccola via; vi si leggevano, appena, un nome e un cognome: Domenico Maresca. Tre impannate, a vetri, di cui quella centrale era la porta, erano, anch'esse, molto stinte nella loro base di legno e i vetri, oltre che sudici, erano appannati, velati da uno strato di gesso, qua e là più forte, come se vi fosse stato messo a ditate: sicchè nulla si potea scorgere nella bottega, da chi passava nella strada. Anche la maniglia della porta era impiastrata di bianco. Chi era nuovo della bottega e voleva entrarvi, poggiava le dita con precauzione, su questa maniglia: o bussava con leggerezza ai vetri, per farsi aprire. Un ragazzotto, storpio, sciancato, ma svelto, vestito con certi panni logori e coverti di macchie di ogni colore, macchie più vive o più smorte, ma ove, sovra ogni altra, vincevano le ditate di gesso, di biacca, il ragazzotto veniva ad aprire e non si toglieva, dal capo grosso di rachitico, il berretto singolare di carta bianca che distingue, a Napoli, i pittori di stanze, gli scultori di grosso, gli stuccatori: insegna del mestiere che essi non lasciano mai e con cui passeggiano, o vanno alle loro faccende, per la via.

Dentro, la bottega aveva le sue quattro mura dipinte di bianco, il che la chiariva assai: e sulle pareti erano sospesi, qua e là, dei calchi di gesso riproducenti delle faccie femminili e maschili, talvolta solo la maschera, talvolta la testa intiera; erano sospese delle mani, alcune tagliate al polso, alcune col braccio intiero; dei piedi senza gambe, o con tutta la gamba e il ginocchio. I visi femminili eran tutti della medesima apparenza di giovinezza e di bellezza, con la stessa espressione immobile di dolcezza e di pietà, occhi levati al cielo o palpebre castamente abbassate, bocche socchiuse, come in atto di preghiera, o chiuse e pensose, senza sorriso: riproduzioni di Madonne antiche, di antiche sante, modelli già copiati tante volte, le cui linee si smussavano per il tempo e l'uso, deturpate dalla polvere, che si accumulava, nei cavi, negli angoli. I calchi delle fisonomie maschili erano svariati, di giovini, di vecchi, di uomini imberbi, di uomini con lunghe barbe, con atti diversi, con espressioni diverse, di pensiero, di fierezza, di sdegno, di estasi: mescolati, fra tutto questo, tanti calchi di volti infantili, teste ricciolute, visetti ridenti, visetti sorridenti, visetti di bambini Gesù o di angioletti, con le ali piccole attaccate sotto al collo pienotto, ali aperte e levate, come un'aureola.

Su cavalletti di legno grezzo, su colonne, su trampoli da scultore, i santi popolavano, intorno intorno, in mezzo, la bottega, lasciando solo lo spazio ad una larga tavola coverta di vasi e vasetti, di bottiglie e bottigliette, piene di colori da dipingere, di pasta da formare; e mucchietti secchi o umidi di creta, di biacca, di stucco, sporcavano la tavola, e pennelli grossi e sottili vi si confondevano con ogni strumento di legno, di ferro, per formare, per plasmare, per dipingere, per lucidare. I santi popolavano la bottega, tanto numerosi, che, appena appena, lo scultore pittore poteva girare fra i cavalletti e le colonne, e fare il suo duplice lavoro: e ve ne erano di tutte le dimensioni, da una piccola Madonna della Salette, alta quanto una bambolina, che si nascondeva, quasi, in un cantoncello, a un grande san Michele Arcangelo, posto nel centro della bottega, grande due terzi del naturale, poggiato sovra un largo piedistallo, coi piedi vittoriosi sul corpo e sul capo di un grosso dragone, vinto dal guerriero di Dio e che era lì lì per essere trapassato dalla fulminea, luminosa spada; mentre, in fondo alla bottega, sovra un piedistallo anche più maestoso, vi era una grande figura di santo o di santa: s'ignorava, poichè era completamente coperta e chiusa da un grande panno grigio, che ne celava ogni linea. Era molto più grande del naturale: una di quelle statue colossali, destinate a salire in cima a un altare, in alto, in fondo a una vasta chiesa, e a esser guardata, ammirata, adorata, da una folla di persone oranti, oranti sino laggiù, alla porta estrema del tempio. Questi santi, anche, apparivano di fattura diversa. La piccola Madonna della Salette aveva di stucco, delicatamente dipinto, solo il volto idilliaco e le mani lunghette e fini: mentre era tutta vestita di una vera veste di lana bianca, con una coroncina di rosette artificiali che le orlava la gonna, un'orlatura di rosette intorno alle ampie maniche bianche, e una coroncina di rose sul capo. Un cordone di seta bianca le stringeva alla cintura la tunica e i suoi piccoli piedi non si vedevano. Un san Giuseppe, alto mezzo metro, era, invece, tutto di legno e di stucco; e il volto e le mani e la prolissa barba grigia dipinta finemente sullo stucco, le vesti di Nazzareno, bigie e azzurro cupo, la tonaca e il mantello, eran dipinte, a pieghe immote, sul legno; sul suo alto bastone, però, vi era un mazzolino di fiori artificiali. Un san Vincenzo Ferreri misurava due terzi della persona, appoggiato sovra una larga base; aveva un vero vestito monacale, come è raffigurato sempre, tonaca nera, scapolare e cappuccio bianco, in lana grossa: e la sua testa ardita e pensosa, opera eguale di pittore e di scultore, si ergeva, plasmata e stuc- cata, con una fiammicella rossa, posata, sul cranio, dipinta, con evidenza, nelle ondulazioni della vampa, la fiammicella raffigurante lo Spirito Santo: mentre, nelle sue mani, vi era un vero libro, rilegato in nero, un Evangelio aperto. Così, alcuni fra questi santi dovevano la loro forma di vita, esclusivamente al pittore e allo scultore: altri avevan bisogno, inoltre, di chi foggiasse loro le vesti, in istoffe adatte, e gliele mettesse addosso, aggiustandone le pieghe, e vi aggiungesse i simbolici attributi della loro santità, gli emblemi, i fiori, i gioielli. Non così la statua del bello e temibile e terribile san Michele, centro di tutta quella singolare e curiosa coorte. La consuetudine non vuole che il cherubino, debellatore di Satana, si adorni di stoffe, di nastri, di galloni, di gioielli, di fiori: la sua immagine sfolgorante deve essere tutta dovuta all'arte: e nel riprodurla, come le regole dei vecchi, come le antichissime tradizioni degli scultori e dei pittori di santi impongono, bisogna rispettare il sacro carattere mistico e bellicoso di Michele, che, nei Cieli, tiene il cuore del Signore, quanto Gabriele, l'Annunciatore di Maria. Nella bottega dei santi, dunque, l'arcangelo levava il suo capo fiero e indomito sotto l'elmo tutto dorato, su cui l'artefice pittore aveva molto e molto faticato, per ottenere una doratura perfetta, lucidissima, abbagliante, adoperando la migliore delle porporine, sullo stucco: il collo era stretto da una gorgiera, e il petto tutto quanto chiuso in un'armatura di argento, a larghe scaglie rotonde, ove anche l'argento, tirato su dalle esperte mani, luccicava singolarmente, mentre di sotto la corazza usciva un gonnellino a pieghe, che appena copriva le ginocchia; le gambe erano nude, muscolose, ben modellate, di un bel color carnicino, con un lieve disegno azzurro di vene; i piedi calzati di stivaletti, pestavano il dragone vinto, che si torceva di dolore e di collera. Ma, in tutto questo, il viso di san Michele era roseo come quello di una fanciulla, e dei riccioli biondi spuntavano dal suo elmetto d’oro e i suoi occhi erano d’un cilestrino infantile, e il Vittorioso conservava la sua dolcezza di cherubino, nel suo impeto di guerriero divino.

Ma questa statua non era completa: mancavano ancora dei pezzi intieri dell’armatura, tutti bianchi di gesso e di biacca, su cui ancora non era stato adattato l’argento: le gambe, di fresco dipinte, erano lucidissime, come se non si fossero asciugate ancora: la spada fulgente era dorata solo per metà: il piedistallo, su cui il Maligno gonfiava di rabbia impotente le anella del suo corpo di animale feroce e orrendo, anche era tutto bianco e aspettava il color d’oro, o di argento, su cui risaltasse il verde livido del dragone, e gli occhi di fuoco, e la lingua rossa ridotta a sibilare invano, sotto le folgori celesti del cherubino. Del resto, anche qualche altra statua, ma minore, appariva non finita. Un san Rocco, per esempio, tutto di legno e stucco, posato sovra una colonnina, apriva la sua tonacella marrone, col gesto fatidico, e mostrava il suo ginocchio nudo, ove una piaga vivida rammentava che egli è protettore contro la peste: era seguito da un piccolo cane, che la cara leggenda cristiana gli assegna per fedele compagno. Di questo san Rocco, non eran completi che il viso, le mani e una delle gambe, appunto quella della piaga: tutto il resto era grezzo: e il fedel compagno era informe. Un san Biagio, un mezzo busto, appena appena iniziato, aveva il viso dipinto per metà, e l’aureola di metallo posava accanto a lui, mentre le due dita che si alzano per benedire, eran due bastoncelli di legno, sovra un pezzo di legno, che doveva esser la mano. Altri santi eran semicoperti da cenci oscuri, per non mostrare che mancavan di vesti, o che l’opera di stuccatura non era neppure cominciata e che la pittura era lontana. E, su tutta questa famiglia, s’innalzava, in fondo alla bottega, la statua ignota, grandissima, ermeticamente coperta e serrata nel suo drappo bigio, che non ne rivelava alcuna forma e lasciava sognare un santo, una santa, più possente, più ardente, più mirabile, uno dei grandi taumaturghi, a cui si piegano le ginocchia dei desolati, dei disperati!

In un angolo della bottega era spinta, contro il muro, una piccola tavola, ove giacevano, alla rinfusa, due o tre libri consunti e laceri, un calamaio di terra cotta, una penna dalla punta morsicata, un calendario vecchio: su questa medesima tavola, facendo posto, il pittore mangiava il suo modesto pranzo, nei giorni in cui il lavoro premeva assai, ed egli non potea andare a casa sua, a mezzogiorno: una terrina di maccheroni, un pezzo di formaggio, un finocchio, un mezzo fiasco di vino, formavano il suo desinare, ed egli mangiava, in mezzo ai suoi santi di legno e di stucco, completi, non completi, incompleti, che guardavano il Cielo con occhi desiosi, che chinavano gli occhi sui sacri libri, piamente, e il soffio divino passava sulla loro fronte carica di pensiero; mentre si asciugava la bocca sporca di sugo di pomidoro, al tovagliolo che covriva la sua piccola mensa, egli beveva nel bicchiere di grosso vetro pesante, o beveva dal collo verdastro della caraffa. Pure, egli faceva tutto questo con modestia, curando, sempre, di non volger loro le spalle, e sogguardando, ogni tanto, verso la immensa statua che nessuno aveva mai vista, nascosta sotto quel lenzuolo oscuro, che ne celava assolutamente il viso e la persona. Dopo pranzo, si alzava subito, e il suo sciancatello portava via, immediatamente, fuori bottega, ogni avanzo: rientrava e spazzava, intorno alla tavola del pranzo, mentre il pittore prendeva dell’aria, sulla porta, guardando a sinistra, in alto, ove l’imponente palazzo Angiulli si estendeva, accanto alla Chiesa. Il pittore dei santi non fumava: suo padre, che aveva fatto lo stesso mestiere suo, glielo aveva sempre proibito, portandogli il proprio esempio, dicendo che un pittore dei santi non fuma, per rispetto alla santità delle immagini, che sorgono dalle sue mani plasmatrici e dalle sue dita che dipingono.

Domenico Maresca, pittore di santi, aveva ventotto anni. Era di media statura, piuttosto grasso, tendente alla pinguedine; un po’ goffo nei movimenti, quando non era intorno alle sue statue, come impacciato dai piedi, dalle mani, dal suo torace che si gonfiava, quasi, sulle gambe sottili e sproporzionate; molto bianco di carnagione, ma di un biancore opaco, con qualche riflesso giallo, alle tempia, alle orecchie, agli angoli del naso: biondastro, di capelli molto deboli e che cominciavano a diradarsi, sulla fronte: biondastri i baffi, sfolti, sovra una bocca dalle labbra grosse, su cui restava una costante e curiosa espressione di puerilità: gli occhi di un azzurro molto pallido, come se un latte vi fosse mescolato, un po’ rotondi, un po’ esterni, spesso meravigliati, sempre che si fissavano su spettacoli che le sue Madonne e i suoi santerelli non erano. Tutto l’insieme dava l’impressione di una gioventù che non fosse mai stata aitante e vigorosa, che una occupazione assorbente avesse intorpidita, che la mancanza di piaceri avesse già sfiorita: l’impressione, latente, di una salute segretamente minata da mali ereditarii, misteriosi, compromessa, forse, dall’esistenza trascorsa nei cattivi odori della creta, dei colori, delle biacche, nella umidità della bottega, respirando atomi di metalli e di minerali nocivi. E in tutto questo, solo un dettaglio della persona attraeva gli occhi, li fermava, li seduceva: la beltà delle mani, due mani bianche, dalle dita agili, dai gesti rapidi e armoniosi, due mani assolutamente belle, sane, giovani, ove viveva la forza e la grazia di un lavoro umile e nobile, insieme.

Domenico Maresca discendeva da una razza antica di pittori di santi, e quest’arte singolare, poichè essa ne riassume tre o quattro, quella del plasmatore, dello stuccatore, del doratore e del pittore, quest’arte curiosa e pia, si trasmetteva, di padre in figlio, con ostinazione ereditaria, da forse duecento anni. Un antenato Maresca, quello che sembrava il capostipite di questa famiglia popolana di artisti, aveva avuto bottega, in quel singolarissimo vicolo di san Biagio dei Librai, ove non si traffica, non si vende e non si compra, cioè, che di oggetti di santità, quadri, statue, presepi, ogni sorta d’immagini, argenteria e chincaglieria sacra, dallo scintillante ostensorio, all’ex voto di cera, dai rosari di lapislazzuli a quelli che costano due soldi. I Maresca venivano di là: ma, di generazione in generazione, si erano allontanati, diffusi verso il Divino Amore, verso il Corso di Napoli, verso San Giovanni Maggiore e, infine, quasi sulla soglia della Napoli nuova, della Napoli rifatta, verso santa Maria la Nova, alla Madonna dell’Aiuto. Uno di essi, Ferdinando Maresca, verso il principio del secolo aveva, anzi, acquistato una bella rinomanza, come scultore e pittore di pastori, le piccole statue, talvolta opere d’arte, talvolta ricchissime, che servono a popolare i Presepi delle grandi famiglie divote o, semplicemente, amanti del lusso e dell’arte. Don Ferdinando Maresca aveva venduto dei pastori al Presepio della e, forse, nelle collezioni della Reggia di Capodimonte e di Caserta, vi sono ancora dei Re Magi, dei mendicanti, delle zingare, dovuti alle sue mani sapienti. Questa gloria della umile discendenza dei Maresca era, però, tra- montata con lui; nessun altro aveva raggiunto la sua perfezion d'arte, neppure il suo lontano nepote Domenico. Anzi, qualcuno di essi aveva stentata la vita, perchè, o non intendeva il lavoro, o non lo amava, o era stato sfortunato: tutti, poi, erano morti presto, prima dei cinquant'anni, corrosi da quel mestiere faticoso e pericoloso, avvelenati da quell'aria carica di odori malsani, umida e stagnante, consunti dal respirare quei corpi metallici, minerali, che eran necessari alla composizione delle loro statue. Anzi, uno zio, scapolo, di Domenico Maresca, a cui egli, pare, somigliasse molto, si era spento a trentadue anni, divorato da una piccola febbre quotidiana, datagli, dicono, da un tumore nel fegato. Suo padre, di cui egli era unico figlio, neanche aveva toccato i cinquant'anni, ed era morto di una violentissima colica epatica, lasciandolo a ventidue anni, orfano, poichè Domenico Maresca aveva perduto sua madre, piccolissimo; non se ne ricordava neppure, e suo padre, interrogato, talvolta, evitava di parlarne, troncava il discorso, un po' turbato, e subito diventato muto e triste. Aveva assai lavorato, suo padre: e, morendo, aveva lasciato a suo figlio Domenico qualche migliaio di lire, accumulate soldo a soldo, dovute a grandi privazioni, ad una vita oscura e quasi povera, a un lavoro costante.

Questo lavoro, malgrado i suoi pericoli e le sue incertezze, malgrado le sue limitazioni e le sue convenzionalità, Domenico Maresca lo amava. Come, ora, lo sciancatello, figliuolo di un suo compare di cresima, adibito ai servizi infimi della bottega, imparava già a macinare i colori, a impastare la biacca, a mesticare, a preparar forme e pennelli, così, anche lui, piccino, appresso a suo padre, aveva imparato la sua arte. Un po’ di scuola elementare; un po’ di scuola di disegno; ma sempre in bottega, giorno per giorno, anno per anno, con una istruzione lenta, costante, pratica, sempre la medesima, non uscendo dalle regole tradizionali della pittura dei santi, regole fisse, immobili, strane, di un arcaismo mistico singolare, con un sapore ingenuo di leggenda primitiva, con una espressione dommatica venuta dall’insegnamento degli antichi. Qual Maresca, mai, avrebbe osato fare la statua di sant’Antonio abate, l’austero penitente della Tebaide, senza mettergli accanto, in segno di umiltà, o, in segno della tentazione vinta, la testina di un maialetto? Qual mai Maresca avrebbe tentato di fare una santa Lucia, senza metterle, nella mano destra, la piccola coppa di argento ove nuotano i suoi due occhi, ed ella vede, intanto, vede coi suoi stellanti occhi aperti, sotto la bianca fronte? Qual mai vero e schietto pittore di santi, venuto da una lunga discendenza di pittori, avendo ereditato tutti i dettami più assoluti della sua arte, avrebbe tentato di non mettere la piccola santa Barbara fra le folgori e le saette di argento e di metallo argentato? Tutto ciò era parto della coscienza dell’artefice: come l’azzurro degli occhi di san Giovanni Evangelista, colui che dormì sul petto di Gesù, come il fulvo dei disciolti capelli di Maddalena, come il roseo delle guance di Maria Egiziaca, come la barba a punta di san Francesco d’Assisi. Forse, Domenico Maresca, nel suo amore alla sua arte, aveva letto un po’ minutamente la Vita dei Santi e sapeva qualche cosa di più, di diverso, di quanto conoscevano suo padre e suo nonno, e, forse, talvolta, egli aveva trovato la storia della religione assai differente dalla tradizione popolare. Ma a che cangiare nulla del passato, poichè anche la religione diventava una cosa del passato, oramai, e il vivo amor della fede fioriva, pur troppo, solo nel popolo? Già suo nonno si lagnava della tiepidezza, della indifferenza, in materia di amor divino, poichè eran finiti i trasporti entusiastici dei ricchi, per avere una bella cappella in casa, con sontuose e artistiche statue dei santi protettori; eran finite le donazioni fatte generosamente alle chiese più amate e più protette dai ricchi, che le dotavano delle più belle immagini; eran finite le larghe elemosine, per cui curati e parroci potevano ornare la loro chiesa prediletta di qualche statua vestita maestosamente, adorna con ori e con argenti. Il culto deperiva: sovra tutto, declinava alla ristrettezza, alla economia, alla fredda parsimonia, il denaro che, un tempo, si offriva generosamente al culto. Il padre di Domenico, si lamentava anche più del nonno: anche quelli che ne avevano obbligo morale, vescovi e monsignori, anche quelli che avean fatto un voto, tutti lesinavano sopra la croce di argento che Gesù tiene sul globo, stretto nella sua manina, sul piedistallo da darsi a san Ciro, sulle frecce coperte di acciaio che avevan trafitto san Sebastiano. Le discussioni, lira a lira, soldo a soldo, facevano pena: nessuno amava più Dio, veramente, nessuno aveva più, per la Madonna, quella tenera adorazione che si deve avere per la madre di noi tutti, per la Madre delle Madri. Vi eran voluti trent’anni di fatiche, per accumulare quelle poche migliaia di lire, da lasciare a suo figlio Domenico; e le aveva riunite, perchè era stato sempre riservatissimo, austero, colpito presto da una tristezza sentimentale, di cui non parlava mai, schivo di qualunque piacere, timorato del Signore, consacrandogli segretamente il suo cuore, vedovo di un amore perduto. A che, dunque, sarebbe servita la maggior coltura di Domenico, e le sue idee più larghe, se non a guastare il suo mestiere, le cui condizioni economiche non poteano che peggiorare, fra la crescente miseria dei tempi e il crescente distacco dal culto, di tutte le persone che poteano spendere? Forse Domenico, in cui, quasi, parea che rivivesse, talvolta, il suo bisavo, don Ferdinando Maresca, il creatore dei pastori d’arte, avrebbe tentato qualche novità: ma timido, esitante, di una volontà molle, si lasciava andare alla vecchia tradizione, senza mai uscirne. Solamente, si era informato, a tempo, delle nuove forme sotto cui si venerava la Madonna, come erano fatte, cioè, la Madonna della Salette, la Madonna di Lourdes, la Madonna di Pompei, come si riproducevano, in quali vesti, con quali attributi, con quali ornamenti: qualche santo era risalito in onore, nel culto terreno, così, improv- visamente, sant’Antonio di Padova, per esempio, san Francesco di Paola, san Filippo Neri: ed egli aveva fatto anche qualche viaggetto, per vedere le statue antiche, quelle originali, o quasi originali, che potevano essere, persino, dei ritratti. Non era e non poteva diventare, quindi, un novatore, Domenico Maresca, il pittore dei santi, anche se qualche lieve movimento di libertà gli fremesse, qualche giorno, nell’anima, contro le vecchie goffaggini, contro certe bruttezze innegabili, contro certi anacronismi del mestiere: ma era un artefice pieno di coscienza, preciso, scrupoloso. La sua reputazione era così buona che, ad onta di tutto, i suoi affari prosperavano. Specialmente per le chiese di provincia, nei dintorni di Napoli e più in là, dalla bottega di Domenico Maresca partivano gli Ecce-Homo, i san Luigi Gonzaga, i san Catello, i san Matteo, in grandi casse, imballati accuratamente, come oggetti fragili e preziosi. Oltre lo sciancatello, Nicolino, egli aveva dovuto prendere un giovane stuccatore e doratore, Gaetano Ursomando, un venosino, venuto a cercar pane dalla sua povera Basilicata.

Oltre che il suo mestiere, cui dava tutto il suo tempo, Domenico Maresca amava anche la Divinità. Certo, non di un amor mistico ardente, ma con un rispetto interiore e un timor vago, restatogli dall’infanzia, venutogli dal padre che era religiosissimo. Non frequentava molto le chiese, per pregarvi: ma vi entrava, per parlare coi parroci, nelle sacristie, con un senso di riverenza muta: ma, diceva, talvolta, scherzando, che tutte le statue dei santi, inviate in tante chiese e chiesette, in tante case di persone divote, pregavano per lui, peccatore, e che, quindi, egli aveva degli avvocati, in Paradiso, assai possenti, oltre la Grande Avvocata, la Madonna, che egli aveva cento volte riprodotta, sempre bella, sempre dolce, sempre soave. Egli stesso, però, come suo padre, faceva una vita molto castigata, molto seria, anche per necessità di mantenersi fedele la clientela: giacchè un pittore di santi, frivolo, scialacquatore, vizioso, sarebbe tale una singolarità da far fuggire tutti i preti, tutti i sagrestani, tutte le pinzochere, che sono la base della sua clientela. Era ritenuto virtuoso; la gente gli attribuiva più danaro di quello che egli possedesse e aveva ricevuto varie profferte di matrimonio; si era ricusato, egli, così impacciato e così dubbioso, in tutte le cose che non fossero l’arte sua, si era rifiutato recisamente. La sua vecchia serva, Mariangela, che viveva in sua casa da trent’anni, prima della sua nascita, approvava. Egli viveva scapolo, solitario, casto e spesso pensoso, spesso triste.

In quel pomeriggio d’inverno, nella piccola via annottava prima delle cinque. E Domenico Maresca, a cui premeva assai di lavorare intorno al suo san Michele, domandato con grandi insistenze dal parroco di Atripalda, dalla commissione, dal sin- daco, da quanti avevan messo insieme il denaro, per avere un san Michele nuovo, loro protettore, aveva fatto accendere da Nicolino, il ragazzo, due grandi lumi a petrolio che avevano, dietro, un riflettore di latta, per raddoppiare la loro luce: e lui e il doratore di Venosa, lavoravano, uno davanti al santo, uno dietro, in silenzio, un po’ curvi sotto i berretti bianchi di carta, con le larghe bluse azzurre tutte macchiate di bianco, di giallo, di rosso, di oro, di argento. Faceva molto freddo, fuori: non lì dentro, ove essi stavano dalla mattina: piuttosto, lì dentro, i cattivi odori delle tinte si eran fatti più forti, più densi, poichè non si mutava l’aria. In quella grossa giornata di fatica, malgrado l’abitudine, quelle puzze finivano per stordirli, con la testa pesante e vuota. Domenico Maresca, più pallido del consueto, e il venosino quasi verdastro nel suo bruno colore di contadino, strappato alle aride terre di Basilicata. Qualcuno fece stridere la maniglia per entrare.

— Buona notte, a Vossignoria — disse una voce di donna.

— Buona notte, donna Clementina — rispose Domenico, senza distrarsi dal suo lavoro.

Colei che era entrata, era una donna sulla quarantina, ma che sembrava molto più vecchia, coi suoi capelli grigiastri mal pettinati, con la sua faccia oscura piena di rughe e le labbra di un viola pallido. Era vestita poveramente, con uno scialle nero stretto sul collo e sul petto, che mal la doveva difendere contro il freddo: si trascinava stanca- mente, e cercò, subito, una delle due o tre sedie: vi si gettò sopra, con un sospiro dolente.

— Che ci dite di bello, donna Clementina? — chiese il pittore, senza levare la testa dal lavoro, adoperando la frase curiosa e convenzionale del popolo.

— Niente di bello, don Domenico mio, proprio niente. Tutte cose brutte. Miseria, malattie e disperazione. Non ne posso più.

E la voce triste e roca le si soffocò nella gola. Gittata su quella sedia, la donna così mal vestita e sudicia, così pallida e sfinita nell’aspetto, pareva uno straccio umano.

— Non vi scoraggiate, donna Clementina — mormorò vagamente Domenico, a cui quei lagni non eran nuovi, ma che lo commovevano sempre.

— Dite bene, voi! Avete un’arte nelle mani, che Dio ve la benedica, la fatica non vi manca, qualche soldo da parte lo avete, siete solo: dite bene! Sapete quanti figli ho, io? Sei! E fra tre mesi sono sette. Sapete il più grande, quanti anni ha? Dodici! E il più piccolo, un anno. Ogni mattina e ogni sera queste sei bocche si aprono per mangiare, don Domenico mio, e hanno una fame, una fame!

— E vostro marito che fa?

— Che ha da fare, poveretto! Sta col sediario della chiesa della Pietrasanta, che lo tiene con sè, proprio per carità, dice lui, e intanto il sediario guadagna cinque o sei lire al giorno, quando non è festa, e una ventina di lire, la domenica, per lo affitto delle sedie. Pasquale mio piglia quindici soldi, i giorni di lavoro, venticinque la domenica. E fatica! fatica! Il sediario dovrebbe spazzare la chiesa, lavare i vetri, spolverare tutto, e si scarica su Pasquale mio, mentre egli fa il signore, il sediario e le sue figliuole portano il cappello!

— E voi, donna Clementina?

— Io? Voi lo sapete che guadagno, io! Il lavoro non mi manca, perchè, non faccio per vantarmi, poche sarte di santi sanno tener l'ago in mano, come Clementina Ascione; e se si vuol vestir bene una santa Genoveffa, un san Ciro, si deve venire da me. Don Mimì, l'anno scorso una veste per un'Assunta, che doveva andare a santa Maria di Capua, la veste e il manto, don Mimì, una bellezza! Ebbene, che ne ricavo? Quando ho messo insieme venticinque, trenta soldi al giorno, è una meraviglia. Si paga poco. Il lavoro non si capisce. Ognuno vuole spendere pochissimi soldi. Voi me lo insegnate. Non vi è più religione: non vi sono più denari. E tutti questi figli, don Domenico mio! Ogni quindici mesi, uno: come se vi mancasse la razza della pezzenteria, in questo mondo: come se vi mancasse gente, per perpetuare la miseria.

— E che ne fate, di tutti questi figli?

— Eh, i più grandi badano ai più piccoli. Qualcuno va alla scuola pubblica; dicono che non si paga, eppure qualche soldo ve lo tirano sempre. Il primo sta col sacrestano della Rotonda, che gli dà da mangiare, un piatto caldo, ma neppure un centesimo. Don Domenico mio, voi siete un signore, ma ascoltatemi bene, non vi maritate mai!

— E voi, perchè vi siete maritata? — disse, con un fiacco sorriso, il pittore dei santi.

— Che volete, fu una stupidaggine! Io ero stata sempre ragazza di chiesa, mi chiamavano la bizzochella, mi volevo fare conversa a Regina Coeli e poi monaca, se ne ero degna: il Padre Eterno non mi ha voluta. Io vidi Pasquale, Pasquale vide me, non avevamo un soldo, nè io, nè lui, salvo la gioventù, la voglia di lavorare e la religione. Ah che sbaglio, che sbaglio! Non vi ammogliate, don Domenico, vi parlo come una madre.

Egli tacque, pensoso. Da qualche momento non lavorava più, vinto, forse, dalla stanchezza, da quel peso sulla testa che faceva vacillare, talvolta, il suo cranio troppo grosso. Si appressò alla sarta dei santi, così querula nella sua onesta e laboriosa miseria, così disfatta dalla sua esistenza, e le chiese:

— Mi avete, poi, portata la veste di santa Rosalia, col manto? Io ho da mandarla a Palermo, santa Rosalia, a un monsignore.

— Non l’ho potuta finire, don Domenico mio — mormorò ella, a voce bassa. — Questa giornata ho avuto tali e tanti malanni addosso, con questa gravidanza, col mio Gaetanuccio che ha la tosse convulsiva e, certo, la darà agli altri. Domani sera ve la porto, don Domenico. Solamente... questa sera... voi mi dovete aiutare... — E abbassò ancora la voce, vergognandosi di quella faccia verde e chiusa del basilisco Gaetano Ursomando, che segui- tava a tirar fuori l’argento sulla corazza di san Michele.

— ...anticiparmi cinque lire.

— Io vi ho abbastanza anticipato, donna Clementina — le rispose, anche a voce bassa, freddamente, ma senza durezza, il pittore dei santi.

— È vero, è vero, avete ragione, chi può negarvelo? Ma io sconterò tutto, ve lo giuro! Ne dovete fare Madonne, voi, don Domenico, e io vestirle, e, tutte belle, da far restare meravigliati tutti i divoti! Io sconterò tutto; ma, stasera, non mi abbandonate, datemi quest’altro anticipo, e poi faremo i conti. Ho da far la cena a sei figli e comprare la medicina per Gaetanuccio. Se mi fate questo favore, io vado da don Carluccio, qua, in piazza, e il pover’uomo, malgrado i suoi guai, mi fa risparmiare...

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