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LEZIONI ELEMENTARI
D I
NUMISMATICA ANTICA
Dedica
Benchè la tenuità della mole accusi di povertà il tributo di questa Traduzione, io ve la presento di buon animo per ogni riguardo.
Professore prima, che Mecenate della erudizione Greca, e Latina nella nostra Congregazione, Voi avevate già un diritto a questa sorte di produzioni.
Voi inoltre coll’insinuazione di Amico, anziché coll’autorità di Superiore, mi avete eccitato a questa piacevole fatica; perchè servisse a scientifico trattenimento della nostra
Gioventù studiosa, fra la quale ho previsto dai primi sperimenti doverne sortire de’ fervidi Candidati.
Opportunamente vi siete impegnato a far conoscere colle stampe all’Italia questo prelibato saggio del Genio antiquario Eckheliano, che per l’esotico Idioma le era nuovo, e le sarebbe fors’anco sparito onninamente col tempo di vista.
Il rapido spaccio, ch’ebbe questo Corso di Lezioni in Germania, dove l’Autore l’avea composto ad uso dell’Università di Vienna, ne ha talmente esaurita l’edizione; che fu somma ventura l’averne scoperto in Roma, e ottenuto in prestito uno de’ rarissimi esemplari, dalla gentilezza del proprietario Sig. Muller danese dilettante di Numismatica venuto a perfezionare le sue cognizioni in questa Metropoli delle antichità.
Gradite reverendissimo padre questa mia dedica; giacchè facendo io la corte alla vostra modestia, ometto quegli encomj, che la renderebbero più voluminosa del testo.
Prefazione
Per quanto ristretti, e limitati possano in seguito sembrare a più di un lettore questi Principj Elementari, son però dessi nè più nè meno quali esser debbono rispetto al loro destino.
Poichè si è giudicato espediente d’introdurre nella Università nostra la Numismatica antica, non si è già preteso, che la Gioventù, la quale dee attendere a molti altri oggetti, la maggior parte de’ quali ha un più stretto rapporto col futuro suo stato, venga trattenuta in disquisizioni profonde, che senza le nozioni analoghe a una completa filologia non sarebbero per giovarle gran fatto: ma si volle soltanto porgerle un idea generale di questa scienza, il cui merito, rispetto all’antica Storia, è comunemente conosciuto; e presentarle nel tempo stesso in un breve schizzo quanto essa ha di utile, e di gradevole, per addestrare ad ulteriori indagini nella scienza numismatica quelli, che dal loro genio fossero trasportati a battere una tale carriera.
Egli è indubitato, che l’arenamento delle notizie spettanti a’ diversi rami delle belle lettere, ha presso della nostra nazione cagionato quello altresì della stessa letteratura. Quando ne fosse stata presentata alla Gioventù una idea sul gusto delle altre sciente moderne, più di un bell’ingegno vi avrebbe presa, per l’analogia degli studj, quell’affezione, che non potea aver luogo per mancanza di oggetto conforme alla sua propensione: di quel modo stesso, che accade di non saper estimare il pregio dell’amicizia, perchè non si ebbe mai la sorte d’incontrarsi in un vero amico. Da ciò vuolsi ripetere la ragion principale di tanti talenti, che andarono perduti; e fors’anco la principale ragione dell’indolenza, che la nostra nazione in gran parte mostrò inverso la Letteratura, per difetto di quelle nozioni necessarie, che ne debbono precedere sempre l’attrattiva. La propagazione di non poche nozioni vantaggiose fu dunque la causa, che s’introdusse la Numismatica nelle scuole.
Ma posciachè per le addotte ragioni le si potevano appena accordare poche ore nel corso dell’anno, l’impegno mio primario fu quello di ridurre in compendio le mie lezioni, senza peraltro mancare all’oggetto essenziale di darne un idea più estesa. Questo è il punto di vista, sotto del quale si hanno a valutare i principj elementari contenuti in questa operetta.
Introduzione
La Numismatica antica ha per oggetto le Monete, che furono coniate dalle vetuste nazioni per lo più Greche, e Romane, e che vengono di tanto in tanto dissotterrate. Queste rimasero sepolte o per alcuno di quei molti accidenti, che ben’è facile immaginare, o in grazia di quella superstizione, che induceva a collocare entro le tombe delle Monete accanto ai cadaveri, oppure nelle urne cinerarie, o per la precauzione di nascondere all’avidità dello straniero i tesori adunati. A quest’ultimo intento si dee realmente attribuire la maggior parte di somiglianti scoperte. Non son già molt’anni, che nelle vicinanze di Brest nella Bretagna minore si trovarono da trentamila monete antiche, e nella contea di Foix da sessanta mila rinchiuse in vasi di creta. Volfango Lazio riferisce essersene estratte ai suoi giorni da un fiume in Transilvania quarantamila tutte d’oro, la maggior parte delle quali portava l’epigrafe greca di Lisimaco Re di Tracia. Dacchè per somiglianti incontri n’è provenuta una sì prodigiosa quantità di antiche Monete, le quali naturalmente formano appena una scarsa porzione degli erarj d’allora, potendosi più facilmente trovare fino a cento diverse Monete di Augusto, di Nerone, o di Durazzo città in que’ tempi non molto riguardevole nell’Illiria, che una sola di Carlo Magno, di Ottone, Enrico, ed altri Imperatori in Germania del basso secolo, ne viene chiara la conseguenza essere non solo di una somma dovizia l’oggetto della Numismatica antica, ma doverlo divenire ancora più in appresso, poichè il suolo ne offre quasi giornalmente Monete di tuttora ignoto argomento.
Tutto il mercimonio facevasi in origine per via di concambj, stantechè si contraponea ciò che aveasi di superfluo, di qualunque genere ei si fosse, contro quello di cui si avea bisogno, e sovrabondava ad altrui; e perchè un tale concambio era soggetto a varie difficoltà, si devenne a un ritrovato, per cui col mezzo di segnali arbitrariamente scelti e sanzionati dal governo si potesse negoziare ogni specie di mercanzia. Fu a questo intento preferito sopra ogni altra materia il metallo, perchè esso oltre al noto valore intrinseco resiste più a lungo per la sua durezza, e riceve facilmente l’impronta che se gli vuol dare o per fusione, o per martello. Ecco d’onde venne il metallo monetato. Il vantaggio che ne derivò parve troppo plausibile per farne onore all’industria d’un mortale; talché se ne volle attribuir l’invenzione a Saturno, a Giano, e ad altre fittizie Divinità: fin’ora però non si saprebbe fissar l’epoca della monetazione, come non si può fissarla per tanti altri utili ritrovati. Quello che abbiamo di certo si è che fin’ai tempi d’ si praticava il concambio di merci con merci; il valore delle manifatture veniva regolato dietro ad un tale sistema. Un tripode di bronzo, per esempio, è presso di lui valutato dodici buoi, e quattro soltanto una femmina industriosa di mano.
Le monete antichissime, delle quali si possa asserire con certezza l’età, sono unicamente quelle dei Re di Macedonia, de’ quali Alessandro I. e Archelao I. precedono di cinque secoli la venuta di G. C. Esiste per altro un gran numero di Monete Urbiche specialmente della Magna Grecia, e Sicilia, nelle cui impronte, e iscrizioni si hanno incontrastabili indizj di una provenienza assai più remota. Fra quelle si distingue la Moneta incusa di Sibari in argento (vedi Tav. 1. n. 1.), dalluno dei cui lati si vede un Bove in rilievo colla iscrizione al di sotto VM, e dall’altro vedesi lo stesso ma in incavo; la qual maniera di coniare era in uso ne’ remotissimi tempi della Magna Grecia. L’iscrizione VM denota quel secolo, in cui si scriveva M in luogo di Σ, e V in luogo di Υ, e di più l’uso originale degli Orientali di portare scrivendo la penna da destra a sinistra, poiché VM vale quanto ΣΥ, dalla quale sillaba iniziale vien accennata la famosa città di Sibari nella MagnaGre- cia. Peraltro non si può fissar niente di preciso con tali monete, siccome prive di una data Cronologica da poterne rettificare l’Epoca. Si comprende da questo che l’antica Numismatica presa dalla sua origine non ha un certo confine.
La Numismatica comune però de’ Secoli posteriori corre di pari colla Storia, poichè si estende fino alla decadenza dell’Impero Occidentale, il quale terminò con Romolo II. nel 476. Con Carlo Magno comincia la Numismatica dei bassi tempi, e con Massimiliano I. la moderna.
Tanto basti aver detto riguardo ai limiti del Regno Numismatico dell’Epoche antiche. Dei confini se ne tratterà alla VII Sezione.
La materia delle antiche monete fu come in oggi l’oro, l’argento, e il bronzo, Per una legge di Licurgo si vuole introdotta una monetazione di ferro, e si pretende lo stesso ancor di Bisanzo. La sperienza però non ha comprovata una somigliante notizia, la quale sperienza sebbene fosse fondata non avrebbe vigore di pruova, perchè la ruggine inimica del ferro non avrebbe lasciate pervenire quelle monete infino a noi. Le antiche monete che ci restano son tutte de’ tre citati metalli, siccome lo dichiara il gran numero di quelle di Augusto, nel di cui rovescio soli nominati i Triumviri ispettori della Monetazione che vi portano il titolo IIIVIR . A. A. A. F. F. cioè Auro. Argento. Aeri. Flando. Feriundo (V. tav. 1. n. 2.)
Oro ed argento erano presso i Greci e i Romani della miglior lega: presso a’ Romani però accaddero rilevanti variazioni per l’argento, la cui bontà intrinseca andava diminuendo col diminuire delle interne forze dello stato. Da Settimio Severo Imperadore in poi la lega ignobile vi entrava già notabilmente. Dopo Alessandro Severo la moneta era più composta di rame che non di argento; dal che ne venne la denominazione di Numi Aerosi, oppure incoctiles pel rame che vi era mescolato. Da Claudio Gotico fino a Diocleziano più quasi non si vede argento, e solo per dargliene l’apparenza si copriva la moneta di una fogliuccia di stagno e si sottoponea al martello.
Le monete di Bronzo sono in parte composte di bronzo fino, e in parte miste di una estranea lega di rame, per cui ogni serie di questa classe appare variamente colorata. Si è nudrita lungo tempo l’idea di monete fatte di metallo di Corinto. Secondo l’asserzione di , e , si è creduto che nell’incendio di quella Capitale sotto Lucio Mummio Acaico l’oro, l’argento, e il bronzo liquefatti, e concorsi a unirsi in una massa nelle regioni più basse avessero poi data la materia alle belle statue, e vasi detti Corinziaci; ma posciachè nella decomposizione chimica di tali supposte monete non si è trovata alcuna particella d’oro, si è dovuto rinunziare al vecchio pregiudizio.
Poichè all’oro non può la ruggine recar nocumento, le medaglie di un sì nobile metallo riescono di una stupenda conservazione. Per l’argento non è possibile il garantirnelo onninamente: pel bronzo poi non v’è remissione. In un solo caso ne vengono risparmiate, quando cioè restano sepolte in una qualità di terreno che le ha vestite di una finissima spoglia, per cui anco nella minima forma le più sottili masse della capigliatura, e i più leggieri tratti delle lettere, vi sono rimasti intatti perfettamente. Una tal tinta ch’e tutta produzione della natura inimitabile malgrado ogni più studiato artifizio, riesce varia ne’ suoi colori, bruno, cilestro, violetto, o smeraldino. E siccome ha spesso un bel lucicante, che sembra una inverniciatura perfetta, le si è dato il nome di vernice, ossia di patina, la quale a medaglie di tale natura aggiugne un credito, e valore considerabile.
Dal maggiore o minor numero delle monete d’oro, che son pervenute fino a noi, ovvero dalla lor privazione, si deduce lo stato di opulenza delle Capitali d’allora. Non si saprebbe produrre una sola moneta d’oro di quegli, antichi Re di Macedonia, finche rimasero in povera condizione: da Filippo II. però, il quale introdusse molto oro ne’ suoi stati, da Alessandro Magno di lui Figliuolo, e da Lisimaco Re di Tracia assai potente, se n’è fatta coniare una quantità prodigiosa. Altrettanto si può argomentare delle famose Città di Siracusa, Taranto, e Cirene, le cui copiose monete d’oro attestano l’antica dovizia. Non è per altro questa regola senza eccezione; poichè dei monarchi della Soria, de’ quali è notissima la potenza, pochissime di tali monete si veggono; e nissuna se ne potrebbe attribuire con certezza ad Atene la metropoli per così dire di tutta la Grecia. Della potentissima Roma non vi è quasi nessuna moneta d’oro fino all’epoca degli Imperatori, dopo i quali si fece pur sì commune. La maggior parte consisteva inar- gento, e bronzo. Per buona sorte le Città greche incominciarono la loro monetazione dall’oro, ed argento, e terminaron col bronzo. Nell’età lor più rimota non era neppur concesso alla moneta di bronzo il corso; e appena usò un Demagogo introdurla in Atene a’ tempi della guerra del Peloponneso che venne bentosto abolita. All’opposto s’incominciò a Roma col bronzo, e gradatamente si passò all’argento, e all’oro. La ragione più verisimile pare indicarne, qualmente le Città greche incominciarono a batter moneta al lor che si videro pervenute a una florida consistenza; e si dovettero nel loro decadimento appigliare per forza alla moneta di merito inferiore; Roma però cominciò nella sua ristrettezza sotto di Servio Tullio colla moneta erosa, e l’andò poscia arricchendo a misura dell’interno proprio ingrandimento.
Dietro alla testimonianza di si cominciò a batter moneta sotto il Re Servio Tullio, e fu in bronzo. Una tal moneta de’ Romani veniva ripartita alla maniera appunto dei loro pesi; Il peso (pondo) consisteva in una libbra in latino chiamata As, il quale veniva suddiviso in oncie XII. La mezza libbra si chiamava Semis. Il segnale su di una libbra era una lineetta perpendicolare I; la metà segnavasi S, siccome lettera iniziale della parola Semis. Quando la moneta era di 1, 2, 3, 4, 5 venivano in essa effigiati altrettanti globetti. Dalla prima istituzione, e anche un pezzo dappoi l’As veniva riguardato egualmente come peso, e moneta: ma a poco a poco questa moneta venne a riuscire assai inferiore di peso di prima. L’asse venne improntato dall’una parte colla testa bifronte di Giano, e dall’altra con una nave, a significare che Giano era approdato nel Lazio da oltremare in qualità d’ospite (V. tav. I. n. 3. 4. 5.).
La moneta di argento cominciò a Roma pochi anni avanti della prima Guerra Punica. Consisteva nel denario, quinario, e sesterzio. Il denario veniva così denominato perchè valeva denos asses, ossiano dieci libbre di Bronzo (una decussi ): così il quinario cinque libbre, e la di lui metà, chiamata sesterzio due libbre e mezzo, precisamente a tenore del Latino vocabolo. Il segnale del denario era un X, del quinario V, del sesterzio IIS a indizio del numerato degli assi, cui ognuna di tali specie di moneta si ragguagliava (tav. I. n. 6. 7. 8.). Negli anni più remoti tutte tre queste monete di argento portavan la testa di Pallade nel diritto, e i Dioscuri, ossiano Castore, e Polluce al rovescio. Più tardi però si devenne secondo le circostanze ad altri tipi arbitrarj, come vedremo nelle monete delle famiglie. Sui Quinarj si rappresentò per lo più una Vittoria, per cui ebbero la denominazione di Vittoriati.
I Romani contarono a sesterzj le loro somme: ma una tal maniera di esprimersi portò qualche confusione, quale convien togliere per ben intendere gli autori classici; il che si otterrà coll’uso delle tre regole quì sotto notate.
1. Se la parola sesterzio è posta in genere mascolino per esempio, tercenti sestertii vi si sottintende numi, e tanti sesterzii si devono calcolare, quanti n’espone il numero arabico, o romano, il quale nel caso presente dice 300.
2. Se la parola sestertius è posta nel genere neutro del numero plurale, per esempio trecento sestertia, convien per ottenerne il vero calcolo moltiplicare il numero per 1000; e allora trecento sestertia vengono a fare 300,000 sesterzj.
3. Se la parola sestertius è posta nel genere neutro di numero singolare, e il numero è formato colla desinenza in ies, per esempio decies sestertium, allora bisogna moltiplicare qui il numero per 100,000, e allora il decies sestertium dà un milione.
Nello scrivere codesti numeri vengono disposti così: IIS trecenti; oppure IIS trecenta; oppure IIS decies. Ma se uno di tali numeri vien espresso unicamente con cifra, allora si rende assai difficile indovinare il numerato. Quando per esempio viene scritto IIS. CCC, si può interpretare la somma in tre modi: sestertii trecenti, sestertia trecenta, sestertium tercenties, e da un somigliante equivoco l’Imperator Tiberio prese appunto motivo di fare la nota burla a Sulpizio Galba fraudandolo della ricca eredità lasciatagli per testamento da Livia sua Madre, e moglie di Augusto. La formola portava che a Galba pervenisse la somma di IIS.D, la quale espressione dovea naturalmente importare IIS quingenties: ma egli volle per economia venisse letto e interpretato sestertia quingena. Per altro la vera lezione del numero vien determinata dalle circostanze.
Quanto spetta al valore del sesterzio di que’ tempi, noi si potrebbe oggidì esattamente determinare, perchè bi- sognerebbe prima sapere in qual proporzione fosse in allora il bronzo all’argento, e l’argento all’oro, le quali relazioni si vanno di tempo in tempo alterando. Appena possiamo al presente valutarlo secondo il valore intrinseco attuale dell’argento. Ciò supposto siccome un denario contiene per lo meno 16 kreutzer di Germania (circa 12 ½ baj. Rom.) allora il sesterzio siccome quarta parte del denarius importa 4 kreutzer, dietro al quale calcolo possiamo assicurarci del quantitativo di ben molte somme che nei classici vengono indicate. per esempio racconta che il famoso Bucefalo di Alessandro gli era costato sestertia trecenta duodecim. narra che Giulio Cesare pagò una insigne perla sexagies sestertio. afferma di Nerone aver egli scialacquato in donativi bis, et vicies millies sestertium. Su di una bella moneta dell’Imp. Adriano è rappresentato un littore, il quale sostiene colla sinistra i fasci, e la scure consolare, e colla destra mette fuoco a un mucchio di cedole coll’epigrafe: RELIQUA . VETERA . IIS . NOVIES . MILLies . ABOLITA; vale a dire che Adriano annullò il debito arretrato della Nazione, il quale importava novecento milioni di Sesterzj. tav. I. n. 9.)
La moneta argentea dei Greci era la Dramma, d’onde vennero le denominazioni numi didrachmi, tridrachmi, tetradrachmi, allorchè pesavano 2, 3, 4 dramme. Una dramma benchè sorpassasse alquanto il peso del denario Romano si calcolava nondimeno al pari. Le monete inferiori di argento erano l’obolus, donde procedevano il diobolus, triobolus, 2, 3 oboli, hemicbolus, cioè mezz’obolo. Il siclo Ebraico era 4 dramme.
In Roma la moneta d’oro ebbe principio 62. anni dopo quella d’argento. La quantità n’era a’ giorni della Repubblica piuttosto scarsa; ma da Giulio Cesare in poi fino alla decadenza dell’Impero abbondò a segno da comprovare qual fosse la magnificenza di una Roma. Un pezzo d’oro denominato Aureus, pesava qualche cosa più di due nostri zecchini, e si valutava 25 denarj, e perciò 100 sesterzj. Quanto al valore, che i Greci davano alla loro moneta d’oro, non si può esattamente determinarlo.
Rispetto alla grandezza la moneta di bronzo veniva comunemente divisa in 3. classi, prima, seconda, e terza grandezza, come ad un dipresso lo rappresentano le dimensioni del n. 3, 4, 5 della Tav. I. In latino si chiamano numi I. II. III. formae; oppure moduli. Que’ pezzi che visibilmente sorpassano la prima grandezza si chiamano Medaglioni, oppure Numi maximae formae, vel maximi moduli; la qual distinzione ha pur luogo nelle monete d’oro, ed argento. Poichè però queste sono osservazioni affatto meccaniche mi danno luogo alla spiegazione che segue.
I Romani denominavano Numus, oppure Numisma un pezzo d’oro dal greco vocabolo νομος Legge, perchè il valore ne veniva per Legge determinato. Un secondo nome era quello di moneta, dalla parola latina monere; perchè dal conio, dalla mole, o da qualche altro annesso indizio denotava il proprio valore. Un terzo era pecunia da pecus, bestiame, perchè secondo le più antiche monete aveano un bove, o una pecora per impronta.
Le varie classi di moneta antica secondo le varie loro circostanze venivano diversamente denominate, siccome molte ne ricorda , delle quali io ne citerò quì soltanto quelle, la cui verità possiamo colle monete istesse confermare. Furono denominate come appresso.
1. Dal tipo. Gli Ateniesi, denominavano Civette le loro monete, perchè portavano comunemente al rovescio quel notturno augello (tav. 6. n. 5.). Da quì ne venne il proverbio sul denaio nascosto sotto al tetto: multae noctuae sub ceramico (id est sub tegulis) cubant. Per l’istessa ragione una moneta del Peloponneso veniva detta la Testuggine (tav. I. n. 10.) donde nacque l’altro scherzevole proverbio: Virtutem, et sapientiam vincunt testudines, che cioè le monete soprafanno la virtù, e la sapienza. I Persiani aveano improntato un Sagittario nella moneta loro (tav. I. n. 11.). Agesilao re di Sparta opponendosi validamente ai Persiani invasori dell’Asia, allorchè vide insorgere contro la sua patria le Città greche sedotte dalle somme vistose loro donate da’ Persiani, si lagnò nella ritirata d’esservi stato astretto da 30m. saettatori. Nell’Asia minore la moneta d’argento venne chiamata Cistophorus per la cesta mistica di Bacco improntatavi (tav. III. n. 8.). Presso a’ Romani i Victoriati così dicevansi pel tipo della vittoria; li Ratiti per la nave (tav. I. 3.) i Bigati ovvero Quadrigati pel carro a due, ovvero a quattro Cavalli.
2. Dai primi editori di una classe di monete. Filippo II re di Macedonia introdusse la moneta d’oro, e Dario re di Persia fe’ coniare in oro, e argento il Sagittario sovra citato. Da amendue que’ Monarchi provenne la denominazione alla moneta di Filippi, e di Darici, che spesso da Classici vien mentovata.
3. Da qualche circostanza particolare. I Romani aveano delle monete dentate, che diceansi Numi serrati (tav. 2. n. 17.). Erano di argento, e venivano così nominate, perchè il lor labbra era ritagliato a foggia di una sega. Si crede essere stata questo un ritrovato de’ Romani per eludere la malizia de’ Falsarj, i quali battevano una moneta spuria di rame coprendola appena di una laminetta di argento, e doveano così incontrare la massima difficoltà a nascondere la loro frode. Data pure una tale supposizione, sembra essere ciò stato solo un gusto di moda passaggera, poichè si sono battute per lungo tempo monete serrate, dalla storia delle quali si deduce, che non si intendeva di prendersela contro ai Falsarj. Monete concave, numi incusi; sotto al qual nome s’intendono quelle che portano lo stesso tipo da amendue i lati; da uno però in rilievo, ed in incavo dall’altro. La loro classe è doppia; l’una di precisa intenzione del tipario, come lo pruovano molte monete della Magna - Grecia, e in particolare la già citata di Sibaris: l’altra per isbaglio del coniatore medesimo, il quale battè la seconda moneta sulla prima, dimenticandosi di levar quella innanzi di coniare quest’altra. Contorniati o Cotroni; sono una specie di monete così denominate dall’Italiano vocabolo contorno, perchè vi si truova sotto al bordo una linea concava in giro. Sono tutti di bronzo grandi, di conio poco rilevato, e di anche più poco buon gusto. Vennero battuti nei tempi di Roma posteriori, e invece di teste imperiali offrono spesso quelle de’ Re stranieri, come sarebbe d’Alessandro Magno, o quelle di Personaggi illustri dell’antichità Omero, , ec. Il rovescio rappresenta diversi simboli, la maggior parte de’ quali riguarda i giuochi circensi. Ne ho trascelto uno, che da una parte ha il capo del citato Alessandro Macedone; e dall’altra il tipo di Scilla, che secondo la relazione di strascina pe’ capegli fuor della nave i compagni di Ulisse (tav. 1. n. 12.). Sul destino di somiglianti bizzarre monete non convengono per anco fra loro gli eruditi. Appartengono probabilmente ai giuochi del Circo, di cui ne rappresentano ordinariamente i simboli.
Altre denominazioni verran dichiarate nelle sezioni susseguenti.
L’argomento delle antiche monete consiste in ritratti, o immagini, ed iscrizioni che s’incontrano al loro diritto, e rovescio. Ben di rado il rovescio riman senza tipo. Spesso nel rovescio appare una concavità indeterminatamente suddivisa, come l’abbiamo veduta in quella del Peloponneso (tav. 1. n. 10.); ed è questo sempre un segnale della più remota antichità, quando cioè non si sapea per anco la maniera di coniare d’amendue i lati, siccome veggiam pure nell’infanzia della Tipografia, che non si sapea stampare il di dietro dello stesso foglio.
Il diritto mostra d’ordinario una testa sia di una Deità, sia di un Re o Imperatore ec.
I rovesci contengono la gradevole varietà di moltiplici oggetti, ben lontani dalla sterile monotonia, che tanto annoja nella moneta ordinaria de’ bassi, e de’ recenti tempi: Conviene però confessare che molte Cittadi e Re si attennero pertinacemente ad alcuni loro proprj tipi, come Atene alla sua Pallade, e alla sua Civetta; Apollonia, e Durazzo al loro Vitello lattante; Sibari al suo Bove, che guarda indietro; Alessandro alla Vittoria in piedi ovvero a Giove sedente, Lisimaco re di Tracia a Pallade assisa, i tre Tolommei di Egitto al loro Aquilotto. Quì hanno pur luogo non pochi tipi assolutamente nazionali. La Sicilia rappresenta ogni tratto, la sua Trinacria a indicazione dei tre promontori Peloro, Pachino, e Lilibeo, ciascun de’ quali difende una punta di quell’isola triangolare (tav. 2. n. 8.). I Beozj producono il loro scudo intagliato (tav. 6. n. 1.). I Macedonj lo scudo contornato di altri piccoli scudi ovali (tav. 6. n. 1.). Altre nazioni ostentano i Nazionali prodotti loro, per esempio l’Egitto il Cocodrillo, la Fenicia una Palma, Cirene la preziosa pianta Laserpicium. Anche i Greci dilettavansi di tipi allusivi al nome delle loro città. Cardia in Tracia portava un cuore così esprimendolo il greco vocabolo Καρδια. Side in Panfilia un pomo-granato dal vocabolo Σιδη (Tav. 1. n. 16.) e l’isola di Rodi una rosa dal vocabolo Ῥοδον. Allora non vi si truova per lo più il nome della Città, perchè supplisce il tipo. Perciò tali monete vengon dette parlanti, come si danno ben molte arme parlanti anche nella scienza del Blasone. Un tale scherzo ebbe luogo anche presso a’ Romani poiché veggiamo un martello nella moneta di Poblicio Malleolo; l’ascia in quella di Valerio Ascìcolo; un fiore in quella di Aquilio Floro; una conchiglia (onde se ne trae la porpora) in quella di Furio Purpureone; un piede umano in quella di Furio Crassipede; l’astro del Settentrione in quella di Lucretius Trio, le nove Muse, ed Ercole Mussagete in quelle di Pomponio Musa ec.
L’oggetto favorito de’ Greci nella monetazione siccome in altri loro monumenti d’arte erano le loro Divinità, quelle in ispecie che si riferivano più da vicino alla loro Religione. Fra le lor pratiche religiose contavano assai que’ giuochi pubblici dietro a’ quali andavano fanatici. Vengono rappresentati sovente sulle monete, o sui vasi con una palma che sporge in fuori da’ vasi suddetti, come premio del vincitore, e vi si leggono le denominazioni de’ giuochi Olimpii, Pizii, Azii, ΟΛΥΜΠΙΑ, ΠΥΘΙΑ, ΑΚΤΙΑ, e altri somiglianti. Ce ne da un’esempio la moneta di Perinto della Tracia citata alla Tav. 1. n. 13.
Presso a’ Romani si truova ne’ tipi molto più di storico, e di simbolico. Ben molti di storici ne vedremo fra poco. Il simbolico in questo consiste, ch’eglino con figure personali, ovvero con segni accessorj rappresentavano le diverse virtù, e tutto ciò che appartiene all’umana felicità, nel che la collezione di monete Romane si mostra al maggior segno doviziosa. Per esempio la FORTUNA vi è figurata da una femmina, che maneggia colla destra un timone da nave, a’ di cui piedi vedesi il modio colle spighe che ne spuntano fuori, e una barchetta, o la di lei prora: SECURITAS un’altra femmina negligentemente assisa in una poltrona coll’uno delle braccia posante sul capo. AETERNITAS altra femina che sostiene con una mano il pianeta del Sole, e quella della Luna coll’altra: oppure una fenice come simbolo della rinnovazione, e simili.
Queste danno propriamente la vita alle monete, e si distinguono dalle altre produzioni dell’Arte col rappresentare non solo il soggetto all’occhio, ma istruirlo altresì dove, quando, e ad onore di chi siano state coniate; e talvolta esprimono anche piacevolmente in parole il soggetto istesso; dalchè se ne trae lume e certezza contro quelle oscurità e dubbj che la distanza de’ tempi apporta. Ne produrremo alcune delle più comuni, e interessanti.
Nomi delle Teste. Leggesi sulle monete dell’Imperator Adriano HADRIANVS AVGVSTVS, del Re Demetrio ΒΑΣΙΛΕΩΣ ΔΗΜΗΤΡΙΟΥ, di Omero ΟΜΗΡΟС etc. Per un espediente così felice abbiamo i ritratti o veraci, o per lo meno ideali dei Personaggi più ragguardevoli dell’Antichità; dico per lo meno ideali, poiché non si può negare qualmente i ritratti dei Re, e Filosofi più antichi come sarebbero Mida, Minosse, Romolo, Omero, Pittagora ec. sono d’invenzione, come quelli di Giove, Apollo, ed altri. Gli scultori d’allora davano alle Deità loro, e ai loro insigni antenati una certa fisonomia ideale, e la mantenevano successivamente, come si pratica anco fra noi riguardo alle fisonomie del Redentore, degli Apostoli ec. ai quali non si potrebbe applicarne la vera originale che ne è onninamente ignota. Codeste fisonomie ideali però sono sempre un antichità, e per tali furono addottati dagli antichi Artisti.
Nomi de’ paesi, e Città, ove le monete vennero coniate. Su quelle di Macedonia è scritto ΜΑΚΕΔΟΝΩΝ, e su quelle de’ Siracusani ΣΥΡΑΚΟΣΙΩΝ.
La situazione delle Città viene spesso indicata dai vicini fiumi o monti, o da qualche altro segnale. Ciò cade singolarmente in acconcio, allorché si tratta di Città moltiplici, che portano l’istesso nome, per esempio nei caso di Laodicea si comprende adesso, che a Laodicea di Soria, che appunto è situata su di quel mare appartiene quella moneta che denota codesta di lei precisa situazione ΛΑΟΔΙΚΕΩΝ.ΤΩΝ.ΠΡΟΣ.ΘΑΛΑΣΣΗ. De’ Laodiceni che sono presso del mare.
Titoli onorarj delle Città. In questo si svelò propriamente l’ambizione delle Città greche. Per una piccola preminenza, per un titolo di pura ostentazione e vuoto di significato altercavano desse; ne facevano eterne lagnanze, e divenivano mortali nemiche. Ecco alcuni esempj de’ loro titoli.
ΜΗΤΡΟΛΙΣ Città Matrice. Così denominavansi secondo il senso letterale e formale le Città fondatrici rispetto ad altre che ne traevano la fondazione. Così Tiro era la Metropoli di Cartagine, Corinto di Siracusa. In questo senso Eraclea Città magnifica del Mar Nero prese sulla moneta il seguente titolo in dialetto Dorico ΜΑΤΡΟΣ. ΑΠΟΙΚΩΝ. ΠΟΛΙΩΝ cioè di madre delle Città coloniali. All’opposto le città figlie ne professavan la loro provenienza coll’esporre i simboli delle loro Madri. Siracusa perciò fece coniare il Pegaso il quale era il noto simbolo della di lei Matrice Corinto. Più tardi sotto il nome di Metropoli, si sottintese una città che vantava un certo rango sopra di altre minori, dentro una data estensione di paese, ed esercitava su quella una specie di diritto, come Antiochia nella Soria, Cesarea nella Cappadocia, Nicomedia nella Bitinia etc. Talune presero anche il titolo di primarie della provincia ΠΡΩΤΗ.
ΝΕΩΚΟΡΟΣ. Di questo titolo i Greci specialmente nell’Asia minore fecero pure la più sontuosa pompa, e ciò che sorprende si è il non sapersi neppure al dì d’oggi con certezza qual onore esprimesse. La parola νεωκορος presa a rigore non disegna altro che una persona alla quale incombe la materiale pulizia del tempio. Conviene però che sotto un tal titolo si ascondesse un grande significato; poichè ben sovente veniva prodotto con tanto impegno e sfarzo. Infatti alcune città si vollero far conoscere distintamente privilegiate col denominarsi nelle loro monete per Neocore la seconda, e la terza volta ΔΙΣ, oppure ΤΡΙΣ ΝΕΩΚΟΡΩΝ. Gli Efesini ci hanno fatto vedere un privilegio anco più sublime dichiarandosi nella moneta gli unici, che fossero stati onorati del titolo di Neocori per la quarta volta: ΕΦΕΣΙΩΝ . ΜΟΝΩΝ . ΑΠΑΣΩΝ . ΤΕΤΡΑΚΙΣ . ΝΕΩΚΟΡΩΝ.
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The end
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