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Lettere sulla Alceste seconda

Nicolò Bettoni · 1808 · Free in the US

14,569 words · about 1 h 1 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Nicolò Bettoni
Language
Italian
Published
1808
Length
14,569 words · about 1 h 1 min
Sections
9 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (9)
  1. Lettera prima about 3 min
  2. Lettera seconda about 6 min
  3. Lettera terza about 11 min
  4. Lettera quarta about 13 min
  5. Lettera quinta about 5 min
  6. Lettera sesta about 6 min
  7. Lettera settima about 7 min
  8. Nota I about 2 min
  9. Nota II about 10 min

Continue:

Lettera prima

Voi siete dunque in collera, mia gentile e bella amica, col Giornale letterario di Padova, di cui ricevo in questo momento un esemplare, e col Signor Guill.... uno dei compilatori del Giornale italiano, perchè han mossa guerra alla mia edizione dell’? Voi esigete assolutamente, che rompa un silenzio, che a parer vostro mi condanna, e per cui giungete perfino a sospettare che io abbia il torto? Ebbene, giacchè così vi piace, tratterò la mia causa dinanzi a voi, ma con quella moderazione che non dovrebbe esser mai dimenticata nelle letterarie contese. Rispetto troppo i compilatori del Giornale di Padova per osar di misurarmi con essi; ed il signor Guill... è in guerra con tanti, che mi sembrerebbe quasi indiscretezza il presentarmi a lui qual nuovo nemico; e l’uno e gli altri urbanissimi furono nelle loro censure. Mi limiterò pertanto alla difesa, tenendomi ben lontano dall’offensiva. So quanto sieno tenui le mie forze, e contento di non esser l’ultimo fra gli artisti, non oserò mai inscrivermi nella classe rispettabile dei dotti. Quella forza ignota, irresistibile che segna la linea su cui scorre la nostra vita, mi staccò giovinetto da’ miei diletti studj, e passati i più begli anni nelle cure ministeriali e nel vortice de’ pubblici affari, allorchè la patria nostra fu soggetta a politici cambiamenti, troppo tardi fui ridonato alle occupazioni letterarie interrotte sempre dalle cure dell’arte a cui mi sono consecrato. Ma a che tutte queste proteste con voi, che non ignorate alcuna delle mie passate vicende? Parliamo della nostra , sublime modello d’amor conjugale.

Mentre intorno a me, come in questo momento, tutto era calma e riposo, e regnava il profondo silenzio della notte, che più dell’aurora io trovo amica de’ liberi pensieri e delle affezioni del cuore, lessi per la prima volta la tragedia postuma del Cit- , intitolata l’. A gradi a gradi il mio cuore si sentiva deliziosamente commosso, e soavi lagrime cadevano dagli occhi miei. Quell’ affettuosa, tenera e vera moglie, m’inspirava un tale interesse, e bramava tanto ch’esser potesse restituita alle braccia del suo sposo, che il desiderio mi faceva trovar possibile ad un Ercole il rapirla agli artigli di morte. Io seguiva palpitando l’Eroe, ed allorchè vincitore la riconduce ad Admeto, era a parte della pura gioja di due sposi felici.

Calda la fantasia di queste immagini fu breve ed interrotto il mio sonno. Sorgeva appena il giorno, ed io già svegliato non aveva nel mio pensiere che Alceste. L’idea di ridonarla al pubblico co’ miei torchj, il disporre tutti i dettagli dell’esecuzione, determinare la forma, i caratteri, ordinare all’incisore il ritratto d’, estendere le poche linee da cui è preceduta l’edizione, fu questa tutta opera di due ore. Voi già sapete ch’io mi affretto sempre, giacchè sono convinto che la misura della vita desumer si debba più dal numero delle azioni che dei giorni. Esce alla luce dopo poche settimane la mia Alceste.

La nostra ben amata Augusta Vice-Regina e l’inclito Principe Eugenio, modelli di amor conjugale, l’accolgono qual cosa cara al loro cuore, ed ambedue quasi a gara colmano di favori l’editore. Lieto d’aver portata a fine la mia intrapresa, e d’aver trascelta fra le opere postume d’ quella sua tragedia, unica ch’egli ha lasciata fra i molti suoi manoscritti, io reputava d’aver toccata la meta propostami, di presentare ai miei concittadini la più apprezzabile fra le opere postume d’, il di cui nome, come gran tragico principalmente, per generale consenso, sembra che passar debba alla rimota posterità. Vi confesso pertanto che non poca sorpresa mi cagionò l’articolo che trovai nel N. 123. del Giornale italiano. Tutte le idee che potevano comporre una compiuta risposta, mi si presentarono alla mente; ma il caldo, gli affari, ed alcune seducenti distrazioni, di cui voi dovete aver memoria, non mi lasciarono nè voglia, nè tempo di estendere la facile pronta risposta. Il Giornale di Padova ed i vostri eccitamenti mi porgono opportunità d’incontrare la contestazione; ed a ciò mi accingo con piacere, giacchè sono intimamente convinto, che i rispettabili miei censori in questo caso si sono a me rivolti non colle armi che offre la verità, ma con quelle del sofisma e della finezza del loro ingegno. . . . . . . Abbastanza per questa notte: è troppo tardi, e voi mi sgridereste a ragione di questa intemperanza nell’uso delle ore destinate al riposo. Dimani a sera darò principio alle mie difese, e mi troverete rivestito d’armi come un Paladino. Buona notte, mia bella amica.

Brescia 28 Gennajo 1808.

Lettera seconda

Convien pur confessare, mia amabile amica, esser ben gentile la nazione a cui ha l’onore di appartenere il signor Guill.... Ecco in qual modo dà egli principio ad un articolo critico — Sull’ d’, e sulla bella edizione eseguitane dal tipografo signor Bettoni di Brescia. — Voi ben vedete che io come tipografo gli debbo un ringraziamento, ma come editore sarei tacciato di poca urbanità se non ascoltassi ciò che vuol dirmi. Ascoltiamo dunque.

È difficile a capirsi, come il signor Bettoni, che nell’entusiasmo della sua giusta ammirazione pel genio di Alfieri ci ha promesso una magnifica edizione di tutte le sue opere, abbia scelto, per darcene un saggio, la sola Tragedia, che l’autore geloso della propria gloria non volle pubblicare. Mentre che egli visse questa non fu conosciuta; e ritrovatasi dopo la di lui morte fra le sue carte era accompagnata da un avvertimento scritto di propria mano, col quale egli suppone altro non esser quella se non la versione di una seconda d’, il di cui testo fu smarrito, dacchè era passato sotto i suoi occhi. Questa pretesa traduzione era posta al confronto della vera Alceste d’Euripide messa egualmente da in versi italiani.

In verità, signor Guil..., che fra tutte le cose da me fatte e scritte non ne conosco alcuna più facile a capirsi di questa, tanto più che per intenderla non occorre aggiugnere neppure una parola alla stessa vostra frase. L’Alceste è la sola tragedia originale, che Alfieri ha lasciata tra le sue opere postume: i diritti all’immortalità di questo Genio italiano sono principalmente fondati sulle sue tragiche produzioni; dunque fra le sue opere postume meritava la preferenza quella tragedia, che eccitar doveva giustamente la curiosità del pubblico; ed appunto per soddisfar questa io primo nel Regno ebbi il piacere di offrirla alla pubblica luce, siccome quella che forma l’ultimo anello del teatro tragico d’. La mia scelta cader non poteva sulle opere già pubblicate, ed è una supposizione gratuita e falsa quella, che nell’ io abbia creduto di scegliere il capo d’opera d’Alfieri. Non oserò mai erigermi in giudice delle produzioni de’ grandi uomini, ed in questo caso, se avessi pubblicata alcuna delle tragedie già conosciute d’Alfieri, non ne avrei raccolto nè vantaggio, nè lode. I tipografi editori imparano a loro spese ad interpretare il gusto del pubblico, e nella supposizione accennata gli esemplari d’una sola tragedia già conosciuta sarebbero rimasti a tener freddissima compagnia al tipografo, lo che può non interessare il sig. Guill...., ma interessa moltissimo, e giustamente l’editore. L’Alceste al contrario (e l’esperienza ed il fatto saranno senza dubbio ammessi quali giudici inappellabili anche dal signor Guill....) formando il compimento del teatro d’Alfieri, si presentava con un titolo così legittimo, che era certa di essere subito ricercata dai colti miei concittadini, i quali fra le opere d’Alfieri amano avere almeno la collezione delle sue tragedie. Parliamoci schiettamente, eran difficili a capirsi queste ragioni? Non appartenevano esse alle dimostrazioni che portano il carattere dell’evidenza? Eppure io ebbi la disavventura di non esser capito.

Due osservazioni mi restano ancora sul brevissimo periodo citato dal signor Guill.... L’una ch’io non ho altrimenti promessa una magnifica edizione di tutte le opere d’, ma che ho proposta soltanto ai miei concittadini una edizione simile al saggio che offriva quella dell’. La seconda osservazione più importante si è, che il non essere stata pubblicata l’Alceste prima della morte dell’autore non dà il diritto di concludere bruscamente ch’egli non volesse pubblicarla. Ognun sa che il della Germania, il nonagenario pubblica quasi ogni anno qualche nuova produzione del suo ingegno. Ma a che addur esempi stranieri? I sommi nostri italiani e riposan essi forse all’ombra de’ raccolti allori, e non ci dan essi, quali benefiche piante, frutti sempre squisitissimi, per cui orgogliosa ne va la patria nostra?

Supponete per un momento, signor Guill...., che ci fosse stato tolto prima della pubblicazione delle ultime sue tragedie; e che queste fossero state trovate fra’ suoi manoscritti, si poteva forse dire, che non avesse voluto pubblicarle, nè le credesse degne della pubblica luce?

Lo che trovasi unito all’Alceste, prova anzi che era sua intenzione di pubblicarla, senza di che sarebbe stato inutile affatto. Rileggetelo quello schiarimento, signor Guill.... e poi datemi il torto se ancor vi piace. Ma, e dove lascio il sonetto che precede e forma l’intitolazione delle due Alcesti? Leggiamolo insieme. Sembra ch’egli l’abbia scritto quasi prevedendo la nostra contestazione. Egli è intitolato alla Nobil Donna la signora Contessa .

Da questo sonetto vi par forse che non osasse pubblicare la sua , o la credesse cosa di poco pregio? Mi rincresce, signor Guill...., ma non ho ancora finito. È ella mia la colpa, se sono incalzato dall’evidenza delle mie ragioni? Occupatissimo, come siete, o almeno come vi suppon- go per la fretta, con cui sembrano scritti alle volte i vostri articoli critico-letterarj, io spero che non vi avrete a male se ricorderò alla vostra memoria l’allusione contenuta nel quarto verso del sonetto. Abbiate la bontà di ricorrere al 5. volume del teatro d’, della edizione di Didot eseguita sotto gli occhi dell’autore, e vi troverete la seguente

Aveva dunque giurato fin d’allora il nostro Alfieri di non iscrivere più tragedie: perciò forse protrasse la pubblicazione della sua , e ricorrendo ad un’innocente finzione la fece adottare per figlia del gran tragico che vanta la più colta tra le antiche nazioni. Sì, Alfieri amava questa sua ultimogenita figlia, e l’amava tanto, che la offrì, estremo dono, all’egregia donna ch’ei paragona ad Alceste; ed imitando i sommi pittori, nella prediletta fra le sue opere ei dipinse sè stesso nell’uno de’ due Adméti. Ma su ciò ritorneremo allorchè si avrà a discorrere del merito intrinseco della tragedia. Mi scordava d’essere ancora in istato d’accusa. Ecco come prosegue il signor Guill....

Si potrebbe credere che il signor Bettoni ristampando con tanto lusso quest’ d’ abbia voluto supplire a quella parte d’interesse che manca a siffatta produzione, e smentire col mezzo di una grande magnificenza tipografica quel tal mistero che l’autore, molto giudizioso in questo caso, aveva creduto a proposito di conservare per sempre.

Oh! signor Guill.... si crederebbe malissimo, anzi non è permesso credere ch’io sia di così poco buon senso fornito per immaginarmi, che la venustà tipografica, con cui ornar poteva l’edizione dell’Alceste, supplir potesse a quella parte d’interesse di cui accusate mancante quella tragedia. In verità che non trovo alcuna analogia fra la bella carta, l’inchiostro, i caratteri, e l’interesse maggiore, o minore che inspirar può una composizione poetica. Credete voi che il vostro articolo magnificamente ristampato da Bodoni o da Didot fosse per acquistare maggior interesse, e che fosse per accrescersi neppur di un grano il peso delle vostre critiche osservazioni? Meno ancora intendo come la magnificenza tipografica smentir possa quel tal mistero. Oh questo sì, che è veramente un mistero, signor Guill...., nè so, se mente umana giungerà a comprenderlo.

Voi ben vedete, mia gentile amica, che riscaldato nella mia difesa, mi figurava quasi di parlare coi signor Guill.... ed obbligava voi, qual giudice, a pazientemente ascoltarmi. Ecco compita la mia parte di accusato. Vi assicuro che l’aver troppa ragione scemò in me il piacere della difesa. Ma i miei doveri non sono terminati. Il signor Guill.... citò al suo tribunale non me soltanto, picciola creatura, ed artista nascente, ma per opporre de’ contrasti a guisa de’ pittori, mi obbligò a presentarmi al suo cospetto porgendo la mano all’immortale . E siccome sapeva che il prodigio di Alceste non è probabile che in questi tempi si ripeta a favor dell’autore dell’, così ha creduto forse di poter sentenziare lui e me in contumacia, persuaso, senza dubbio, che la mia debole voce arrivar non potesse fino all’altezza, dove la sua immaginazione lo ha collocato senza dimandar licenza ad alcuno. Nella lusinga però che almeno col vostro mezzo esser possa ascoltato ed inteso, oserò presentare alcune idee per contrapporle a quelle del signor Guill.......

... Ma battono le ore due dopo mezza notte..... mentre placidamente dormite, io mi trattengo con voi quasi foste presente!....... Felice notte.

9 Gennajo 1808

Lettera terza

Signor giudice gentilissimo, rimettetevi la vostra toga, il vostro berretto, sedete, ed ascoltatemi. Non più qual accusato, ma qual difensore a voi mi presento questa sera.

Il signor Guill. . . . non volge più neppure uno sguardo di compassione sopra di me: egli mi crede già forse tra la perduta gente. Parla ora d', conviene far silenzio: zitto, zitto, ascoltiamo.

Verosimile sembrerà a chiunque conosca i movimenti e gli artificj del cuore umano, che dopo d’aver letto l' d' si credè capace di pareggiare, e forse di superare il poeta greco, trattando il medesimo soggetto alla maniera greca. Egli pensò che se fosse vissuto al tempo de' Greci, avrebbe potuto eccitare la meraviglia degli Ateniesi, come l'aveva fatto ; e mise l' ch'egli compose con questa persuasione, sulla stessa linea dell' di quel poeta giudicato da per il più grande de' Tragici. Ma se ad Alfieri parve il suo saggio corrispondere alla celebrità di Euripide, lo credette però inferiore alla riputazione ch'erasi acquistata egli stesso. In conseguenza lo lasciò sotto il nome del poeta greco, astenendosi fino dal pubblicarlo, anco pel timore che gli si chiedesse ragione del preteso testo smarrito.

Dite il vero, signor Guill. . . ., vi sarebbe mai per avventura comparsa una qualche notte l'ombra d’, e vi avrebbe ella confidati i più reconditi segreti del suo cuore? Se la cosa è così, non fatene un mistero; noi resteremo muti, muti come pesci. . . . . . . . . . Ma voi niente rispondete. Convien dunque credere, che abbiate voluto far prova se avete alcun talento nell'arte, un po' fuor di moda veramente, dindovino. Devo però dirvi, che l'esperimento riesce male, e che non avete afferrato il filo magico. A che proposito mai citate i movimenti del cuore, e ne fate la base del vostro ragionamento per imputare ad una vanità, un orgoglio, ed un amor proprio illimitato? La radice dell'amor proprio e dell'orgoglio non fu mai riposta nel cuore. Quest’organo; causa di tanti piaceri e di tante pene, si fa appena sentire, e quasi più non esiste pegli orgogliosi e pegli egoisti. E pertanto superfluo ch'io vi segua nelle conseguenze di un falso principio, per cui ci presentate in questo caso piuttosto come un orgoglioso imbecille, che qual grande, il di cui genio ha brillato in faccia all'Europa, ed ha sparsi raggi di non mai estinguibile luce. Signor Guill. . . ., il nome d’ è un gran nome, un nome rispettato, e l'attaccarlo con delle supposizioni non è un'ingiuria, ma una cosa altamente ridicola. Che si direbbe di voi, se osaste pingere quasi fosse un imbecille il gran Cornelio?

E non sarebbe forse un tratto di vera imbecillità il timore, per cui supponete che si astenesse dal pubblicar la sua ? È egli possibile che lo schiarimento citato potesse indurre in errore il pubblico sul vero autore di quella tragedia? dir non voleva che fosse sua, ma era ben certo che tutti l'avrebber creduta sua figlia. Rileggetelo, vi prego, quello schiarimento, e poi ridite, se è possibile, che temesse che gli si dimandasse conto del testo greco. In verità che allorquando scriveste quelle righe, il sonno stava per impadronirsi de' vostri sensi. Me ne rincresce; ma se un’altra volta sentite un po' il sonno, gettate via presto la penna, e dormite subito. Noi vi promettiamo e vi giuriamo per tutti i dei marini, che vi lascieremo dormire quanto vi parerà e piacerà.

Continuate ora le vostre critiche osservazioni, e soltanto permettetemi che di tratto in tratto far vi possa qualche osservazione. Per tal modo mi risparmierete l'incomodo di riassumere le vostre proposizioni.

L'arte drammatica era vicina alla sua infanzia quando compose le sue tragedie. La semplicità nel disegno, le cose ingenue e familiari, che in quelle tragedie si ravvisano, evidentemente procedono dai costumi, la di cui ingenuità dimostra che l'umana società era in allora al principio della sua adolescenza. Un momento, signor Guill. . . . . . . . . Oh è sonno sicuramente, sonno. Non vi ricordate voi di ciò che avete detto un momento fa? ha giudicato ch' è il più grande de' tragici. Questa frase è pur segnata da voi. Come trovavasi dunque nell'infanzia l'arte drammatica, se fioriva in allora il più grande fra i tragici? Voi accordate almeno, che a quell'epoca l'umana società fosse al principio dell'adolescenza. Non so per altro se vi sarà fatta buona da tutti questa vostra decisione ex cathedra.... Ma continuate pure la vostra lezione storico-metafisica.

trasportato in questo secolo, avrebbe probabilmente superati i primi tragici dell'età nostra; e questi trasportati ai suoi tempi sarebbero forse stati inferiori a lui. Ma le tragedie di questi, benché abbiano molto preso ad imprestito dalle tragedie greche, sono però superiori tanto rapporto all'arte quanto a quello dei costumi. Avendo fatto de'progressi la società, maggior coltura hanno pure acquistato gli spiriti, ed i costumi sociali giore delicatezza; la tragedia è divenuta più difficile a farsi, e perciò si esige più perfetta.

Quest'antitesi di supposizioni convien pur confessare ch'è un capo d’opera di finezza. Ci vuole un ingegno straordinario e trascendente per aver misurati e paragonati i talenti e la forza del genio d’Euripide con quelli de’ tragici moderni. Io non oserò contraddirvi, ma vi osserverò soltanto che questa vostra proposizione estende fino a' nostri tempi la sentenza di a favor d’, e per tal modo vi fate maggiore del maestro d’Alessandro. Con una sola frase voi giudicate inappellabilmente i molti grandi ingegni che fiorirono da fino ai nostri giorni. Effetto prodigioso di una buona penna!!

Quindi è che dopo i capi d'opera prodotti in questo genere nel nostro secolo, accingersi a fare una tragedia simile a quelle di e di , è lo stesso che voler far retrocedere l'arte drammatica, ed intraprendere un lavoro più facile che di comporne una eguale a quelle dei nostri tempi che sono le più stimate. La rappresentazione delle tragedie greche, o fatte alla maniera de' poeti greci, oggi non sarebbe tollerata dagli spettatori che sanno apprezzare la bellezza delle nostre. Il gusto divenuto più severo, e di maggiori pretese, non può contentarsi d’una moderna fatta all'antica; e senza volerlo, noi siamo mossi a giudicarla secondo le idee di perfezione in noi identificate e rese quasi naturali dai progressi dello spirito umano e de' costumi sociali.

Chi ha detto a voi, che sarebbe un far retrocedere l'arte drammatica componendo una tragedia simile a quelle di e di ? Ben intesi che simile non vuol dir eguale, son d'avviso che possa ciò farsi, anzi credo che ciò siasi fatto dai più grandi tragici dopo i greci. Edipo, Oreste, Merope, ed altri soggetti furono trattati dai moderni tragici, i quali conservarono una gran parte del disegno de’ greci modelli. Allorché si tratta un argomento greco, conviene che lo spettatore abbia la bontà di supporsi per qualche ora in Grecia: le decorazioni, il vestiario, l'allusione ai costumi, i caratteri, tutto dev'esser greco. Guai se l’autore si scorda questo principio! La di lui causa è perduta. Egli può soltanto, e deve ommettere ciò che potrebbe offender troppo i nostri costumi, ma usar vuolsi molto artifizio per non far perdere l'illusione allo spettatore. Farei torto alla vostra penetrazione, signor Guill. . . . . se volessi sviluppare di più le conseguenze che derivano da questi principj, e per cui la vostra teoria o cade senza misericordia, oppur conviene che ad essi si uniformi. Leggete di nuovo l’ d’, e troverete che questo gran tragico assoggettava i suoi disegni ai gran principj dell'arte.

L'azione drammatica dell' d' non è così conforme come quella di a ciò che le tradizioni mitologiche de' Greci avevano detto loro di questa Regina di Tessaglia.

Nessun autor tragico, stimatissimo signor Guill. . . ., si è fatto mai uno scrupolo nel tessere il suo dramma di uniformarsi con esalto rigore alle tradizioni mitologiche. M’impegnerei di citarvi cento cinquanta tragedie almeno, in cui simili tradizioni furono cangiate o difìcate. Vorreste voi farne un delitto al solo ? Povero ! cosa v’ha egli fatto? Ma se anche aveste qualche mal umore con lui, possibile che non vogliate perdonare neppure ai morti?

Primieramente vi si vede Feréo, padre d'Adméto, che si affligge perchè suo figlio gravemente ammalato sta per morire. La sposa d'Adméto, Alceste, viene ad avvertirlo, che l'oracolo da essa consultato ha risposto che non perirebbe qualora una persona del suo sangue, o a lui di stretta aderenza congiunta, volesse morire in sua vece. Essa annunzia che si è rinvenuta questa persona. Chi altri può essere se non ella stessa? Sa bene il padre, che non è egli medesimo, nè alcuno dei figli di Adméto: altri non v'è su cui possa cadere questo sospetto. Ma frattanto egli non vuole indovinare questo enimma così facile: e ciò per lasciare ad Alceste il tempo di prolungare la scena. Invano ella gli addita la vittima:

Non dovrai tu il figlio Piangere, io pianger non dovrò il marito.

Feréo si ostina nella sua ignoranza; Alceste è per lui più enimmatica della Sfinge. E d'uopo in fine che precisamente gli dica: Son io.

Rileggete, ma subito, subito, sig. Guill. . . la scena seconda dell’, e poi fate stampare una solenne ritrattazione di quest'accusa, ed inviatela gratis a tutti quelli che avran letto il N. 123 del Giornal italiano. È questa, una spesa, lo confesso, ma conviene sacrificar tutto per non aver rimorsi. Il vecchio Feréo sta ascoltando Alceste, ed i cenni che fa questa della vittima sostituita ad Adméto, non precedono il son io che di dieci versi, che si pronunziano in pochi minuti secondi. Feréo è vecchio, e quasi fuori di sè per l'inaspettata nuova della ricuperata salute del figlio. Non merita egli scusa se non penetra subito che la vittima sostituita è Alceste? Perchè tanta impazienza, signor Guill. . .? Il tener sospesa l'attenzione è non solo un artifizio tragico, ma è una bella copia della natura. Le nuove spiacevoli particolarmente si dicono più tardi che si può.

Questa dichiarazione sorprende Feréo come se non avesse dovuto prevederla. A questa viene appresso un bel contrasto tra l'amor del padre per Alceste ed Admeto, e l'amor magnanimo d'Alceste per il suo sposo e per lo stesso Feréo. Questi dice di volersi sacrificare onde Alceste non cessi di vivere con Adméto; ma non insiste punto su ciò; ed Alceste è quella che va per votarsi a Proserpina.

Perchè mai Feréo doveva prevedere la dichiarazione d’Alceste? Egli ignorava fino a quel momento che giunta fosse la risposta dell'Oracolo.

Ma voi leggete troppo in fretta, signor Guill. . ., sì, troppo in fretta. Feréo non insiste nell'offrirsi vittima, perchè Alceste si è già votata a Proserpina, ed il voto stava già compiendosi. O non avete letti o vi siete scordati i seguenti versi di Alceste.

Ai numi inferni La omai giurata irremissibil preda Spontanea, son io.

Era pertanto affatto superflua l’insistenza di Feréo, che sarebbe stata una vittima inutile. Nell’atto II. si vede Adméto che appena guarito racconta a suo padre meravigliato di vederlo in ottima salute, ch’egli ebbe a medico Apollo. Questo Dio m’apparve, dice, ed accostandomisi

Un’Alma panacea Mirabile odorifera vitale Alle mie nari ei sottopone appena, E la benigna sua destra ad un tempo Mi stende . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . E il mio guarir e il suo sparir son uno.

Non si direbbe che Apollo ebbe d’uopo di questo misero mezzo per rendere la vita ad Adméto, e che alla foggia de’ nostri zerbini e delle signorine soggette ai vapori, aveva seco una anguistara d’etere per risvegliare i sensi sopiti? Continuando Adméto la sua narrazione aggiugne che dopo la scomparsa del benefico Apollo, vide la spaventosa morte, che in atto di furore senza spiegarsi minacciò di renderlo infelice a segno da fargli abborrire l’esistenza. Sopraggiunge Alceste; essa è pallida e languente, poichè sen va a morire per il di lei sposo. La scena 5. che comprende questo consesso, offre bellezze singolari nel conflitto de' sentimenti d'ambedue, e vi si ravvisano le vestigia dell'ingegno del nostro primo Tragico.

Il vostro scherzo sulla guarigione di Adméto mi sembra così miserabile (scusate, ma non posso contenermi) che non so determinarmi a rispondervi. Vi ringrazio che almeno nella scena quinta ravvisate le vestigia del nostro primo tragico.

All'atto III., abbiamo tutto il piacere di contemplare il quadro commovente col quale comincia. Alceste quasi svenuta giace sotto la statua di Proserpina; le stanno intorno nella più profonda desolazione i suoi figli, il suo sposo, Feréo, ed i cori. Ma io sono poco contento d’Adméto, che passando bruscamente dal dolore alla rabbia, inveisce contro suo padre, e lo tratta anche con un po' di modi brutali, poiché egli non si è per lui sagrificato in vece di Alceste. Ella più tenera nel suo dolore calma questa procella dicendo:

. . . . . . . . . . Ogni amor cede

A quel di sposa; . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Altrui non chiesi Ciò che potea, voleva e doveva io.

È vero che in non è meno brutale Adméto verso suo padre, ma ne viene in qualche modo autorizzato dal vile rifiuto di Feréo di non aver voluto sagrificare per lui que’ pochi giorni che gli rimanevano di vita. L’ d’ non ha questa scusa in suo favore.

Possibile, signor Guill. . ., che il vostro criterio finissimo non vi faccia trovare alcuna differenza fra le invettive dell’ di , e quelle dell’ di ? Mi trovo nella necessità di rileggervi le due scene dell’uno e dell’altro . Ben vi confesso che duro fatica a persuadermi che i costumi greci tollerar potessero quella irriverenza portata all’estremo verso un padre, come trovasi in , e mi sembra d’altra parte, che mentre il nostro tragico italiano non ha creduto di abbandonar affatto quella situazione del tragico greco, sotto il cui nome comparir doveva la , egli l’abbia però maneggiala in modo, e con tali colori da eccitare la più giusta ammirazione. Admeto è il più infelice degli uomini; è sposo ed amante, due titoli d'immenso valore, ed ha quasi perduto il senno per l’affanno. Non è il suo cuore che parla, ma la più violenta passione, ed un dolore, che non ha misura. I più valenti tragici non hanno spesse volte permesso ai loro eroi d’insultare perfino la divinità?

Confessate, signor Guill. . ., che questa volta vi siete abbandonato ad un momento di mal umore, e lo avete sfogato senza pietà. Dio vi difenda da simili momenti, che esser possono fatali anche alla salute.

Per non istancare l'attenzione de' lettori, sospenderemo qui l'analisi e l'esame di questa tragedia; e per corrispondere al desiderio di chi amasse conoscere le successive nostre osservazioni, le continueremo quanto prima.

Convien dire che questo vostro saggio critico, signor Guill. . ., non abbia fatto nascere alcun desiderio di conoscere le sive vostre osservazioni, giacché siete restato là, ed il quarto e quinto atto della Alceste, fortunatissimi oltre ogni credere, furono esenti dalle vostre censure. Ricevetene i loro ringraziamenti col mio mezzo. . . . . . Eccomi al solito, stordito che sono! sempre rivolto a parlare col signor Guill. . ., e voi, mia amica, avrete avuta la pazienza di ascoltarmi tacitamente, ma forse da ciò n’è derivata maggior brevità nel dirvi ciò che voi volevate pur sentire. Ecco che noi non abbiamo più a che fare col signor Guill. . Egli ha preso congedo: io pur debbo prenderlo da voi. Andate a spogliarvi della vostra toga, ma date prima a me la buona notte. A rivederci dimani. Il Giornale di Padova ci attende. Addio.

30 Gennajo 1808.

Lettera quarta

Non iscrivo di notte questa volta, ma di giorno e di buon mattino, mia affettuosa amica. La censura, qualunque ella siasi, contenuta in un Giornale letterario riputatissimo, quale si è quello di Padova, esige che, dato bando agli scherzi ed al riso, mi occupi seriamente a sviluppare quelle idee e quei principj, che provino essere io stato non a ragione censurato. Se di ciò non avessi un interno convincimento, non ardirei ripigliare la penna, mentre reputo esser meglio aver torto una volta che due. Egli è ben vero ch'io quasi per incidenza sono attaccato nell'articolo dell'indicato Giornale riguardante l' che trovasi nel fascicolo di giugno uscito in luce soltanto ne' passati giorni, ma ciò non toglie che il mio silenzio in tal caso non confermasse le appostemi tazioni. Delle opinioni per altro che si dicon mie non si fa parola che alla fine dell'articolo, e la parte maggiore di esso è tutta diretta a censurare la .

L'altissimo poeta tragico che ci lasciò quest'ultimo dono del suo genio, non immaginava certamente che i suoi concittadini, invece di offrir corone sulla di lui tomba, non si occupassero quasi che della censura delle di lui opere immortali. Sarem dunque noi nemici della nostra gloria, nè avremo mai la nobile passione dell’orgoglio nazionale?. . . . Ma si taccia, e si lasci all'imparziale posterità il giudizio di noi contemporanei d', a'quali sembrava imposto il primo dovere della riconoscenza verso un grand'uomo.

La censura contro l' è già offerta alla pubblica luce. La mia debole penna rinforzata dal sentimento vero, che sta qui nel mio cuore, giungerà forse alla meta lusinghiera di aver cancellate quelle ombre con cui sembra che oscurar si voglia una produzione del sommo .

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