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Canto primo
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Già il temuto vessillo della croce, Che a ritor Terra-Santa al Musulmano Spinto in Asia votivo avea la voce Dell'Eremita e del secondo Urbano, I gioghi soverchiava del feroce Tauro mal domo e del selvaggio Amano, E di Bitinia all’aure si svolgea Sulle trecento torri di Nicea.
Già l’oste innumerevol d’occidente Da’ suoi mille baron capitanata, Del giurato conquisto impazïente Che in terra di soldan l’ha trascinata, Verso Antiochia spensieratamente Traea per una via fiera, inusata, Sotto il tormento degli assidui raggi Da macchine impedita e da fardaggi;
E per l’ardente, faticosa arena Di larghi piani o d’affondate valli, Ogni di più fiaccavasi la lena Delle bestie da soma e de’ cavalli, Che a fren guidati si reggeano a pena Su per quei dubbi svarïati calli, E dall’arsura, e dal travaglio spenti Cadeano a frotte, ingombro ai sorvegnenti;
Quando, fallite i guidator le strade, L’esercito commiser per un’erta, Che da principio il vïator süade A guadagnarla, agevole ed aperta; Ma a poco a poco più s’innaspra e cade Sdrucciolevol, dirotta, e sol coperta Qua e là di mali triboli e di spine Fra ignude, erette balze e fra ruine.
Corsa che ha l’antiguardo una giornata Ode il mugghiar di grossa acqua cadente, Sbocca ad un poggio rovinoso, e guata Raccapricciando il salto d’un torrente, Che giù dal monte in una sterminata Voragin piomba spaventosamente; L’orrida gola, tortüosa, oscura Empiendo di rimbombo e di paura.
Un angusto ciglion rasente il masso Serpeggia, e in fuor sulla voragin pende, A far più dubbio e mal fidato il passo, Pur quello in più d’un loco si scoscende; Di greppo in greppo corre il guardo al basso Poi fugge dall’altura che l’offende, Ma inaccessibil rupe è tutto il resto, Nè s’apre calle al passeggier che questo.
Da manca, inverso borea una montagna Alta, scheggiosa l’ima chiostra adugge, E sovra quella incurvasi e si bagna Nella infranta tra i sassi onda che fugge; A chi la mezza costa ne guadagna Sotto ai piè la voragine rimugge, E appar di fronte il periglioso calle Onde lo parte il rotto della valle.
Ivi nel sen del monte ampia s’interna, Di ladroni già un tempo occulta sede, Una fosca antichissima caverna Nominata la Bocca delle prede: Noiosa intorno le fan nebbia eterna L’acque che a franger le si vanno al piede, Un sentier turtüoso e dirupato Cala da quella al fondo del burrato.
Già da molt’anni un pellegrino ignoto, Dopo lungo vagar per l’orïente, Fra quelli ermi dirupi avea per voto Preso stanza, lontan d’ogni vivente; E l’armonia d’un cantico devoto, O il rotto suon d’un pianto penitente, Fioco, indistinto spesso si mescea Al selvaggio magghiar della vallea.
Strani prodigi ed avventure strane Per la Siria narravansi di quello: Chi signor lo dicea d’ampie, lontane Terre a lui tolte da un minor fratello, Chi reo d’opre nefande ed inumane, Chi un santo il vuole, anzi un Elia novello; Alcun non avvi che più in là discerna; Lo noman tutti l’uom della caverna.
Sulla bocca dell’antro, in piedi eretto Ei stassi e il guardo desïoso intende; Un bruno saio che sui lombi è stretto Dalle spalle al ginocchio gli discende: Nude ha le braccia; oltre al confin del petto Nera la barba ed ispida gli pende; Recise in giro a mezzo orecchio, come È l’uso longobardico, ha le chiome.
Mentr’egli, all’alternar di preci sante, Per gli omeri a due man si flagellava, Un remoto fragor vario, incessante Udito avea pel vano della cava: Non era il vento che investia le piante, Non l’onda che dall’alto rovinava, Ma sì ben quale udir giammai non suole, Un fragor d’armi effuso e di parole.
Perch’ei n’uscia maravigliando fuore, E pei gioghi lontani e per le valli Un brulichio confuso, uno splendore, Un luccicar vedeva di metalli; Quindi i vessilli e il segno redentore Raffigurava e gli uomini e i cavalli, Che la montagna ingombrano da lunge Fin dove del veder l’acume giunge.
A quella vista prono con la faccia Devotamente sul terren si prostra, Poi tende in atto di dolor le braccia Alla soggetta spaventosa chiostra; Nè valendo a stornar da quella traccia La schiera che di fronte gli si mostra Nel pio fervor del confidente zelo Sovr’essa invoca la pietà del cielo.
Affoltato frattanto, alla rinfusa Si rovescia uno sciame miserando Per sentieri ove andare il piè ricusa, Seguitamente l’un l’altro incalzando: Una gran parte dentro l’armi chiusa Sospende a lato ponderoso brando; V’ha chi d’acciaro ha lucidi brocchieri, Le corrazze d’argento e gli schinieri.
Molti hanno targhe d’osso; agili e presti Altri nel corso, portano celate D’arrendevoli vinchi insiem contesti E le man di taurine pelli armate; Varie di specie e di lavor le vesti, Bianche, gialle, di porpora, screziate; Chi di Baldacco o di Bisanzio ha il saio, E chi ’l mantello d’ermellin, di vaio.
Lance, spade, balestre, archi e tormenti, Zagaglie e mazze e fionde e ronche e spiedi, Che in guerra adopran le diverse genti, Miste ondeggiar confusamente vedi, E pellegrin fra mezzo e penitenti, Del campo impedimento, ignudi i piedi, Coi feltri rabbassati in su la faccia, Col bordon benedetto e la bisaccia.
E, immemori del sesso e dello stato, Matrone illustri e nobili donzelle, E femine del vulgo più spregiato Coi miseri lattanti alle mammelle, Ed affannosi pargoletti a lato, Cui traggon per le braccia tenerelle Su per l’erto cammin rotto e malvagio, Dalla sete piangenti e dal disagio.
Capre vedi e monton, maiali e cani D’armi, di scudi e di bagaglie onusti E cavalieri e prenci e capitani Dalla fatica e dal calore adusti, Sotto larghi turcheschi abiti strani Cavalcar tori e bufali robusti; E vacche macre, estenuate e lente E dromedari e indomite giumente.
Soldati e pellegrin, fanciulli e donne Tutti segnati d’una croce vanno, Sui mantelli, sull’armi e sulle gonne Pinta o tessuta, serica o di panno, V’ha chi sospese al collo anco portonne, Incisa nelle carni altri pur l’hanno: Trïonfal segno dappertutto splende Alle bandiere in vetta ed alle tende.
Molti che per le cime ardue sbandârsi Seguendo indicio di fallaci strade, Fra balze e fra dirupi errano sparsi E le corazze gettano e le spade; Alcun tentando nel sentier calarsi Dirupa a valle, e sovra l’aste cade, E vi s’infigge, e nella sua rovina Precipitosa seco altri strascina.
Ma allo sbocco è l’angoscia e lo spavento, Ch’ivi il sentier più sempre angusto fassi; E dai bronchi intricato, a grave stento Muta per l’erta il tragittante i passi: Sul capo e d’ogni intorno al guardo intento Null’altro appar che trarupati massi; Giù la vorago, e la vallea risponde All’incessante rimugghiar dell’onde.
In quel fondo una poca luce e tetra, Fra gli sprazzi onde l’aëre s’ingombra, Rotta dai greppi qua e là penetra E più gravosa e cupa ne fa l’ombra: L’uom guarda, e bianco di terror s’arretra, Ogni animal più mansuelo adombra; Ma vien la folla e sì li calca e preme Che tutto spinge al duro passo insieme.
S’impennano i cavalli esagitati Dai tanti echi che desta il suon dell’onda; E calcitrando, femine e soldati Slancian nella voragine profonda; Stridono gli altri allor che trabalzati Per lo stretto sentier, che non ha sponda E svolti a forza vengon dal torrente Della turba incalzantesi e crescente.
Gridan molti ai vegnenti, e con la mano Pur di sostare accennano alle schiere, Ma propagato troppo di lontano È l’impeto e nessun si può tenere: Chi a stento si converte, e come insano Urta il vicino e bestemmiando il fere: Travolte intanto per dirotte vie Rotan genti, animali e salmerie.
Sparsa è la valle d’elmi, di brocchieri, Dipinti a più color, d’oro, d’argento, Che disperati gettano i guerrieri Cui son per quelle strette impedimento: Si rimpinza al ristarsi de’ primieri La calca soverchiante ogni momento: Donne, vecchi, fanciulli, egri e mal presti Son nel trambusto soffocati e pesti.
A tanta furia di cavalli e fanti Umana forza contrastar non puote: Chi stracciasi i capegli e gridi e pianti Al cielo alza, e la fronte si percuote: Chi a Dio si vota in suo segreto e ai Santi, Col pallor della morte in sulle gote: Chi la Vergin bestemmia e il Divin Figlio Che non li traggan da quel rio periglio!
Così il terror dell’Asia, l’indomata Oste di Cristo perigliando venne Fra mezzo ai precipizi travïata; Finchè il lontano urtar non si contenne: Cesse allor lo scombuglio: e alla sfilata Un dopo l’altro in suo cammin si tenne: Bendati gli occhi, guidansi i cavalli Mansi per gli ardui disastrosi calli.
Già declinava il sole all’occidente, Allor che da corazze ampie difesa E da scudi quadrati, una gran gente Lungo la via montana si fu stesa. Alle chiome raccorce, alla cadente Barba sul petto, all’abito e all’impresa Non fu già l’uom della caverna tardo A conoscer l’esercito lombardo.
Gli balzò il cor di mesta gioia, ascese Sull’erta punta d’un aëreo masso Curvo sul precipizio, onde palese La via di fronte gli si scopre al basso: Le prime file procedenti, illese Già son di là del periglioso passo, E valicando in queto ordine e piano Già venia la battaglia a mano a mano.
Quando sul dorso d’un cammello assisa Una fanciulla approssimarsi ei vede, In bianca vesta sotto al sen divisa, Che lenta scorre oltre i confin del piede; Su gli omeri le ondeggia in molle guisa Il nero crin, che all’aure ella concede: Di perle orïentali ornata e d’oro, Bellissima di forme e di decoro.
Due donzellette assise in compagnia Le reggevano a muta un vago ombrello, Quattro scudieri per l’angusta via Il corso moderavan del cammello, E dietro seguitando la venia Di cavalieri un provvido drappello, Onde con ogni studio era all’entrata Dei passi più difficili, guardata.
Giunta allo sbocco la fanciulla scese Già päurosa sull’angusto piano; Ratto a lei corse un cavalier cortese Che le fe’ cor porgendole la mano; Con trepida dubbiezza ella la prese E il seguì del burron fin sopra il vano, Radendo il monte con le aperte braccia Tutta tremante e sbigottita in faccia.
Ma quando fra la nebbia umida e folta A lei dinanzi il precipizio aprissi, E vide la spumante onda travolta Che parea sprofondarsi negli abissi, Da subita vertigine fu colta, Diè un grido, gli occhi colle man covrissi, Sull’orlo barcollò della costiera, E ne cadea, se il cavalier non era.
Smarrita ei la sorregge fra le braccia Nè sa come la tragga a salvamento; Levarsela sul petto invan procaccia Per lo stretto sentier pien di spavento: Il cammel che seguia sulla lor traccia Fa di sua lenta mole impedimento, E indietro chi vien dopo è rattenuto Ne recar puote ai periglianti aiuto.
Allor giunger fu visto a tutto corso Giovane cavalier, che come un lampo, Del frapposto animal balzò sul dorso, Movendo della vergine allo scampo; Ma il cammel che a ritroso era trascorso, S’accoscia in quella urtando in un inciampo E dal ciglion trabalza, e nel cadere D’un grand’urto sospinge il cavaliere,
Che pel vano dell’aria in giù piombando Le acute rocce trasvolò a dichino, Illeso in mezzo a precipizii, e quando Al fondo della valle fu vicino, Una prunosa macchia attraversando Fra scoglio e scoglio l’esizial cammino, Col volume arrendevole ebbe possa L’impeto d’allentar della percossa.
Ma quel tapin che rovinando preso D’un rovero il sottil gambo cedente, Riman sulla voragine sospeso Sobbalzato nell’aria alternamente, E tanto aggrava l’arboscel col peso Che la cima si bagna nel torrente, Scricchiola il tronco, la radice vassi Scalzando e caggion sgretolati i sassi,
Dall’alto l’uom della caverna appea Il lombardo piombar veluto avea, Che doloroso con ansante lena Per salvario sollecito accorrea Giù pel distorto suo sentier, che il mena Nel più profondo sen della vallea; Ratto snodasi allor duplice zona Onde ai lombi ricinta ha la persona.
E un ampio scoglio attinge che dal piede Il flagellar dell’onde avea scavato; Nè più il caduto, né l’arbusto vede A ch’ei con ambe man s’era avvinghiato; Dalla terra però che frana e cede Raccoglie che n’è il tronco sbarbicato, Perchè a seconda del torrente, e verso Un picciol sen va in traccia del sommerso.
Le sabbie della squallida riviera Fra la speme e il terror corse e ricorse Di su, di giù, tutto in angustia, ed era Già di lasciar la vana inchiesta in forse, Quando nelle prime ombre della sera Un ramo galleggiar vide, e s’accorse Come da estrania forza era nell’onda Tratto talor, sicchè sparia la fronda.
Balza e nel fiume infino alla cintura, La fune slancia, il mobil ramo apprende E d’un nodo scorsoio l’assecura, Poscia il tragge, nè quel però s’arrende: Raddoppia allor lo sforzo, e un’armatura Ecco s’è mossa, ed a fior d’acqua ascende; Un uomo attiensi al tronco, e conosciuto Dal solitario è il cavalier caduto.
Com’egli ricovrato in sulla riva, E l’elmetto e l’altr’arme ebbe ritratte, La man sul cor posandogli sentiva Che a scarsi tocchi lento lento batte, Perchè, fatto securo ch’ei pur viva, Sferrar gli tenta dalle dita attratte L’arbusto, che d’impaccio per la via Portandolo alla grotta gli saria.
Ma visto che ogni sforzo usciagli vano, Un ferro tragge a’ suoi bisogni presto, E rasente reçidegi alla man Il tronco inarrendevole e molesto Poi sulle spalle il cavalier cristiano Assume, e tutto pensieroso e mesto Per fratte e per dirupi il passo alterna Movendo a stento verso la caverna.
Le tenebre frattanto eran discese Pei burron risonanti a poco a poco, Ma i molti fuochi, che a rincontro accese L’esercito sbandato in più d’un loco, Facean dall’alto il nero antro palese, Invïandovi un lume incerto e fioco, Che a traverso le nebbie della valle Quel pietoso reggea per l’arduo calle.
Ei fra i silenzi della notte, fuore Dal reboato assiduo del torrente, A quando a quando uscir sente il fragore D’una lontana innumerevol gente, E gl’inni che notturna erge al Signore De’ pellegrin la turba penitente, E de’ Pastori e delle affrante schiere, L’assüeto alternar delle preghiere.
Quel lungo mormorar, quell’armonia All’orecchio di lui tant’anni muta, Al pensier gli riduce la natia Terra diletta ch’egli avea perduta: Intanto sospirar languido udia Risentito il garzon dalla caduta, Ond’ei commosso a un senso è di segreta Religïosa gioia irrequieta.
Un di sua fè nel suol lombardo nato Onde s’è tolto per la santa guerra, El giovin cavalier da lui salvato In sì lontana abbandonata terra, Dacchè ramingo senza nome è stato, Profugo e tristo pel levante egli erra, Dolce all’orecchio mai, mai non gli scese Il caro accento del natio paese.
E or dopo il volger di tant’anni amari Fra il trepido desir, sempre deluso, D’una dolcezza, cui null’altra è pari, Il purissimo fonte gli fia schiuso, E il suono inebbiante udrà dei cari Nomi ch’ei porta in cor per sì lungo uso, E finalmente pur fia che ritorni Alle memorie de’ suoi primi giorni.
Fervendogli nel cor tanta speranza, Fra mille care fantasie pietose Giunse dell’antro alla più interna stanza E qui il languente sul terren depose; Stese poscia d’un letto a somiglianza Foglie olezzanti e sopra ve l’ compose, Il volto molle, il seno, il crin gli terse E di caprine pelli il ricoverse.
E lo vegliò tutta la notte al lume D’un resinoso arido tronco acceso, Che tener conficcato avea costume Entro un fesso ove l’antro è più scosceso; Mandava il tizzo un languido barlume Sulla pallida faccia dell’offeso: E l’uom della caverna ansio raccolto Tenea sempre lo sguardo su quel volto.
Lo schiudersi degli occhi tuttavia Erranti, incerti, la vaghezza ardita Di tutto il bel sembiante che s’apria Novellamente all’aure della vita, Tornangli alla commossa fantasia La memoria tremenda e pur gradita D’una infelice, cui si maraviglia Di scorger quanto il giovin s’assomiglia.
Al suol seduto, pensieroso, intento Bramosamente su quel volto ei stava: Stringea la destra al sen, nell’altra il mento Inchinando la bocca si celava; Allor che il rinvenuto lento lento Volse attonito il guardo per la cava, E sospettoso in atto e sbigottito Quell’estranio mirò loco romito.
Disadatto era l’antro e dirupato, Dall’acque un dì nella montagna aperto: Pendon reliquie in questo ed in quel lato, Di cenere e flagelli è il suol coperto; Sorge un altar nel fondo, e un nero strato A frange d’or da quattro aste sofferto Il nudo veste della rotta balza E sull’altare a padiglion s’innalza.
Era lo strato istesso in che s’avvolse Di quello speco l’abitante ignoto, Allor che al fin d’un gran viaggio sciolse Sul sepolcro di Cristo il primo voto; E seco ognor pellegrinando il tolse, Giusta l’uso del secolo devoto, Perchè, ovunque l’estrema ora lo colga, In quello il suo cadavere s’avvolga.
Poiché stupido il tutto ebbe veduto Mutando fianco il cavalier s’accôrse Di lui, che stava contemplandol muto A’ pie del letto, e di levarsi in forse; E alzando il volto attonito e sparuto Sovra le braccia vacillando sorse; Ma lo reggea nel novo sforzo appena Dell’egra salma l’affralita lena.
L’ospite, tosto che gli lesse in viso dubbio, che di lui concetto avea, L’austera faccia componendo al riso, — Fa’ cor, diletto figlio, gli dicea, Son io che te dai sensi ancor diviso Quassù recai dalla fatal vallea: Quantunque peccator, quantunque indegno Il ciel m’avea prescelto al suo disegno.
Un servo io sono di Gesù che in questi Ignoti al mondo chiostri abbandonati Trascino i giorni pensierosi e mesti Tutto pien dell’orror de’ miei peccati; Nacqui anch’io nella terra in cui nascesti, In quei climi diletti e fortunati, Ai quali dolcemente or mi rappella La longobarda tua sembianza bella. —
L’atto benigno di quel pio cortese, Una parola di cotanto affetto, E l’idïoma del natio paese Tornâr la vita in core al giovinetto; Fra i labbri allor parole non intese Mormorando affissava con sospetto Gli occhi nel volto all’ospite eremita Siccome suol chi alla risposta invita.
Questi s’accorge ben che della bella Pericolata il cavalier gli chiede, La pellegrina longobarda, quella Ch’egli a salvar correa con tanta fede; Però gli dice come ha visto ch’ella Venia soccorsa e ch’ei salva la crede: Un cielo azzurro allor che spunta il sole Parve il volto dell’egro a tai parole.
Più giorni poscia con pietoso impero Il governava l’ospite cortese, Finché alle membra fu il vigor primiero Tornato, e l’armi il cavalier riprese; Allor tra quei dirupi uno straniero Tutto tremante di päura ascese: Fulvi i capelli cadongli pel volto, D’orridi peli ha il labbro ispido e folto;
Gli traspar dal sembiante e dallo sguardo Un non so che d’abbietto e di feroce; Sulle spalle una targa, in mano ha un dardo, Larga dal collo pendegli una croce: Muto il guardava il giovine lombardo, E come sciolta quegli ebbe la voce, Porse ei l’orecchio alle parole attento, Ma intender non potea l’estranio accento.
Era un armen che assunto già s’avea Per guida l’uom della caverna, quando Visitata la terra di Giudea Si mise per l’Egitto ramingando; E poi ch’ivi racchiuso egli vivea, Di tempo in tempo gli venia recando Di che potesse sostener la vita In quella valle inospita e romita.
Costui veduto il cavalier cristiano Con volto l’affissò cupo e selvaggio; Ma gli accennò il romito con la mano, Ed ei tosto curvossi a fargli omaggio; Poi narrò come in fuga iva il Soldano Di strage seminando il suo passaggio; Che dalla brama del saccheggio punti Gli s’eran dieci mila arabi aggiunti;
Che la Siria correndo, dappertutto Con simulata gioia fea quel tristo Sonar voci bugiarde ch’ ci distrutto Avea l’immenso esercito di Cristo, Ed era poi di sua menzogna il frutto Che ogni forte a difendersi provvisto, Ogni castello che scontrasse in via A lui siccome a salvator s’apria.
Ma tosto che intromesse le sue frotte Nelle ospitali avea mura tradite, Mettere a ruba e a sangue per la notte Fea le fidate case e le mesciute; E in dura, oscena servitù ridotte Le donne fra le stragi sbigottite, IL ladron con la truce sua masnada Di prede carco riprendea la strada.
Narrò che appena in Antiochia intesa Fu la marcia de’ Franchi a quella volta, Armi fé’ il turco e macchine a difesa E gente entrarvi bellicosa molta; E d’insano furor la plebe accesa Sedizïosa trascorreva e stolta Manomettendo niquitosamente Ogni quartier della cristiana gente.
E ne incendea le porte e le nascose Ricchezze invidiate ne rapia, Giovani madri, verginelle e spose Strascinando per forza in sulla via, Ove in mezzo alle spoglie sanguinose Tepide e palpitanti tuttavia De’ teneri mariti e de’ parenti Stridean costrette a sozzi abbracciamenti.
Narrò com’ei medesimo, scampato Nel buio della notte dal periglio, Per tre dì rimanesse rimpiattato Senza cibo in un cieco nascondiglio, Dappoichè sotto gli occhi trucidato S’avea visto cader l’unico figlio, E dalle fiamme scellerate invasa Dirovinar la poveretta casa.
— Oh! gridò l’uom della caverna, ed io Qui rimarrommi, e non potrò fra l’armi Alla chiamata accorrere di Dio E nel sangue di questi empi tuffarmi? O mia corazza irruginita, o mio Decaduto cimier, chi potrà darmi Ch’io vi riprenda, e in cor giovine, ardita Ancor mi senta palpitar la vita! —
Così dicendo, per l’ardente volto E per gli occhi mettea lampi di guerra: Ma tosto in sè lo sguardo ebbe raccolto E in atto umil chinò la fronte a terra: Quindi al lombardo cavalier rivolto, La man commosso nella sua gli serra E: — Te beato, esclama, o giovinetto Alle battaglie dell’Eterno eletto! —
Quando poi nel vigor primo tornato Con lungo profferir di grazie e voti Quegli instava chiedendogli commiato: — Solo andrai, disse, per sentieri ignoti? Oh quanto volentier t’avrei guidato In fra i campion di Cristo e i sacerdoti! Ma ho sacramento dì non mover passo (E qui accennò col dito) oltre quel masso.
Però t’indugia, che alla nova luce Quando dal sonno confortato sia, Questo armeno per me ti sarà duce Nella fallace perigliosa via. — Quei nel voler dell’ospite s’adduce, Fisso è il partir pel giorno che seguia: In ammonirlo intanto la dimora Dispensa e di consigli l’avvalora.
Poscia grappoli biondi, che le viti Di Damasco nutriro e di Barutto E fichi al sol de! Libano appassiti E aranci e cedri e delle palme il frutto Da un suo panier traendo, entro puliti Giunchi in villose pelle avvolge il tutto, Perchè la scorta e il cavalier latino Sien provvisti a tre giorni di cammino.
Venne la seni; dai disagi stanco Un sonno di terror dormìa l’armeno E l’uom della caverna assiso al fianco Del giovine sul ruvido terreno; — Doman tu parti, gli diceva, o almanco Fammi pago un desir die m’arde in seno Parlami dell’Italia, della mia, Della diletta tua terra natia.
Narrami i casi tuoi, di’ come tanta Possa di guerra siasi qui mandata. Chi sollevò, chi ragunò alla santa Impresa l’infinita oste crociata: Quai la gente lombarda aver si vanta Più illustri cavalier, chi l’ha guidata, E qual la bella dalle nere chiome E l’altre nostre pellegrine han nome —
Così pregava. Il giovane lombardo Di compiacergli desïoso assorse, Abbassò il viso in atto umile e tardo, Lieve per quello un bel rossor gli corse; Poi della mente con l’intento sguardo Dell’impresa gli eventi alti ricorse, E tutto ardente di guerresco zelo Incominciò levando gli occhi al cielo.
Canto secondo
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— Era antico nel cor d’ogni credente Argomento di sdegno e di vergogna La Terra-Santa da una sozza gente Vïolata e da un culto di menzogna; E venia dolorosa all’Occidente De’ lontani fratelli la rampogna, Che sofferenti per la fede invano, Stanca dai ceppi, a noi tendean la mano.
Luridi miserabili d’aspetto, Nudi i piè sanguinosi, il crin reciso, Tronche le nari, lacerato il petto, Monchi, deformi di cincischi il viso, Scorrean l’Europa mendicando un tetto I fedeli che al crudo circonciso Piangendo abbandonavan la campagna, Che il bel Giordano e che l’Oronte bagna.
Narravan essi qual gli Egizi e i Persi Fesser de’ battezzati orrido scempio, I santüari del Signor riversi, Contaminato di Sionne il tempio, I sacri vasi dell’aitar conversi Ad uso infame tra le man dell’empio, E calpestati gli evangeli, e infrante E sparse al vento le reliquie sante.
E pur sempre al terren dolce natio Tornava la parola dei dolenti, Ove li chiama trepido desìo Delle spose deserte e dei parenti; Degl’infelici pargoletti a rio Culto cresciuti e a crude opre nocenti, Delle caste fanciulle fra diverse Genti in nefanda servitù disperse.
Reduci dal Carmelo e dal Taborre, Ove correan di penitenza i voti Da tutta Europa ciascun anno a sciorre Peregrinanti turbe di devoti, Quando fra un lieto popolo a deporro Venìan nel tempio, in man de’ sacerdoti Il baston del viaggio e il sacro ramo Delle palme, che nutre il suol d’Abramo
Disnudate le braccia, i solchi impressi Mostravan delle barbare catene, Iddio chiamando e i luoghi santi stessi In testimon delle sofferte pene, Dei lunghi atroci strazi, a che fur messi Per quelle vaste desolate arene; E i compagni nomavan lagrimando Caduti fra gli stenti o sotto al brando.
Al duro annunzio, un gemito, un lamento, Un fremer d’ira e di pietà sorgea; Quindi larga agli aitar copia d’argento A gara ogni commosso profondea: Vile e steril tributo al truculento Domator della terra di Giudea, Che non mai sazio del tesor raccolto, Di nuove stragi ha la minaccia in volto.
Così tacea l’Europa lagrimando Della città di Dio sull’empia offesa: Non era speme in Palestina, quando Nel suol d’Italia fu una voce intesa, In cui più che mortal suona un comando, Che spento ogni odio, tolta ogni contesa Affratellato ed in Gesù possente Tutto in armi consurga l’Occidente.
Di castelli in città, di terra in terra Trascorrendo venia nunzio del cielo Un ispirato che alla santa guerra Chiama i figli oltraggiati del vangelo. Ogni più duro petto si disserra A quella voce; di pietà, di zelo Arde la terra che in passando ei preme, Ed arme! ogni contrada, arme! arme! freme.
Infra una turba di palmieri uscita Di Francia, agli altri, a sè medesmo ignoto Visitata quel grande avea l’attrita Gerusalemme e sciolto il sacro voto; E nella notte quando più romita È la casa di Dio, mentr’ei devoto Sul sepolcro di Cristo lamentava L’empio furor di quella gente prava,
Commosso in cor da subito spavento Alzò la fronte, ed una voce intese Chiara dal fondo uscir del monumento Che chiamandol per nome a dir gli prese: «Pietro Eremita! lévati! il lamento «Del mio popol calcato in cielo ascese; «Corri a terger d’Europa i lunghi pianti, «Nunzia la libertà de’ luoghi santi.»
Ed ei nel nome di Gesù venia D’una tanta parola banditore: Una gente infinita lo seguia Che in cor compunta da divin terrore In rudi sacchi avvolta per la via Acclamava il profeta del Signore, E a rimedio dell’anima gravata La guerra d’Oriente avea giurata.
Dell’inviato all’apparir sopita Ogni civil discordia si tacea; Al lume della fede convertita Ogni settaria plebe si volgea; Gente di sangue e d’oltraggiosa vita Gli asili abbandonando a lui correa, A lui dai chiostri e dalle tane usciti Venian caste donzelle ed eremiti.
Di mente oh! mai non m’uscirà quel giorno Quando eminente in mezzo ad una folta Procellosa, asserrata a lui d’intorno, Il vider gli occhi miei la prima volta: Sovra candida mula, in disadorno Estranio saio la persona involta, Venia siccome di rapito in atto In man recando il segno del riscatto.
Come persona che per forza è desta Nell’angoscia d’un sogno, che di fuore Palesa tuttavolta la tempesta Onde dormendo ebbe travaglio al core: Tal l’assorto pel volto manifesta La visïon terribil del Signore; Smunte ha le guance, un volger d’occhi lento, La fronte impressa di divin spavento.
Con la destra ei fe’ cenno, e in un istante Le genti innumerabili fur mute; Allor benedicendo il trïonfante Segno ei levò della comun salute In fronte alle pie schiere a lui davante Col volto nella polvere cadute; Poi cominciò parlando; nè a creata Parola mai tanta virtù fu data.
Pinse l’eredità di Dio polluta Del sangue de’ suoi servi, per le strade I cadaveri santi a cui rifiuta Dar sepolcro una timida pietade; Ai figli d’Israel l’acqua venduta, Di sue fontane in guardia a estranie spade, E la dominatrice delle genti Lacera il crin servile e i vestimenti.
Pallido il volto e verso il suol dimesso Mentr’ei le viste crudeltà narrava, Era il dir rotto dai singliozzi e spesso Le parole cessando lagrimava. L’accolta moltitudine con esso Gemendo stesa sul terren si stava; S’udian parole di devoti affetti, Un pio lagnarsi, un battersi di petti.
— Oh! diss’egli, levando allor la voce Che coperse il susurro delle genti, Correte in Asia a inalberar la croce Che dal fallo de’ padri ci ha redenti: All’anni! all’armi! gioventù feroce, L’ire tue qui che fanno? il suon non senti Della celeste tromba che ti chiama Al sangue ove più corre la tua brama?
Delle vedove voi, voi de’ pupilli Predatori sacrileghi, omicidi, D’un ladro a seguir soliti i vessilli Che a sparger sangue e a rapinar vi guidi, Voi che dai vostri focolar tranquilli Fuggir cercando estranie guerre io vidi, Come avvoltori che calati al piano I cadaveri odoran di lontano:
Armatevi su tosto! Un glorïoso Cimento in Palestina ecco v’aspetta: Sacrilega la pace ed il riposo, Santo è lo sdegno, santa la vendetta; Nel musulmano sangue abbominoso Tuffatevi, struggete l’empia setta: La vostra securtà, l’onor, la fede, Il Signor degli eserciti ve l’ chiede. —
Fiere voci di guerra in ogni canto Scoppiaro al terminar di sue parole; Gridar — La croce! — si sentia fra il pianto — La croce! Iddio lo vuole, Iddio lo vuole!— Perchè un cappuccio lacerando il santo Onde velar quegli occhi ardenti ei suole, Ov’è più forte il grido e più le mani Scuotonsi in alto, ne gettava ì brani;
Che raccolti nell’aria avidamente Di croci a guisa tosto eran foggiati, E apparian sulle vesti e sul lucente Arnese de’ predoni e de’ soldati; Sigillo al voto che nell’Oriente Alla guerra di Dio gli ha consacrati, E tocchi poi venian dall’ansïosa Devota turba come sacra cosa.
Quand’ecco all’improvviso, ecco elevato Sopra la vasta calca un mio fratello Che fuggendo, notturno abbandonato Fanciullo ancor del padre avea l’ostello; E rapinando poi scorrere armato Solea le marche e le città rubello; Odo il suo nome in cento lati espresso — È Reginaldo! è Reginaldo: è desso! —
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The end
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