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Parte prima
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Quando la Lombardia dall’odio antico E dal nuovo pericolo commossa Sorgea contra il secondo Federico Nipote del respinto Barbarossa, E il Papa a quello in apparenza amico, Certamente pur con ogni possa Già suscitando più che mai gagliarda La lega formidabile lombarda;
Sdegnosa ancor della tedesca offesa Speditamente reputò Milano Legato presso il Capo della Chiesa Il marchese Rolando Gualderano; Il qual, fattosi aggiungere all’impresa Compagno il figlio, corse al Vaticano, Ove onorata entrambi ebbero stanza Finchè il periglio tenne l’alleanza.
Or qui Rolando famigliar divenne D’un conte Ermengardo Falsabiglia, A cui, perchè improvviso a morir venne La moglie di ricchissima famiglia, Legavasi con tal patto solenne, Che a sposa ei gli darebbe una sua figlia La crescente Ildegonda, che rimasa È con la madre alla paterna casa.
E il conte parimente strinse fede Che avrebbe al figlio di Rolando data Una fa nciulla sua, l’unica erede Che la madre morendo avea lasciata. Il Gualderan, che in queste nozze vede La sorte di sua casa ristorata, Stimola e assedia il conte, e lo tien stretto Perchè tosto si pongano ad effetto.
Rogier le nozze affretta quant’ei puote — Così il figliuol di Gualderan s’appella — Convenïenti per la ricca dote, E pel casato ond’esce la donzella; Ma son le cure, son le istanze vote Che ripete ogni dì presso di quella: Però ch’egli era alla fanciulla esoso, La qual morrebbe anzi che averlo sposo.
Prega ella il padre che non voglia farla Con un marito tal misera e grama, E piange, e lo scongiura, e sì ben parla Ch’egli che alfin le è padre, e che pur l’ama, Fermo quantunque di sacrificarla, Contraddirle non sa l’ultima brama. Che differita almen venga ogni cosa Finch’ei pur meni la novella sposa.
Sebben l’indugio ai Gualderan dispiaccia, E d’inetto fra lor dien nota al conte Che obbedir da una figlia non si faccia E ai capricci di lei chini la fronte, Non gli danno però querela in faccia; Ma a quanto ei vuol mostran le voglie pronte Temendo ch’egli offeso non ritratti Le sue promesse, e star non voglia ai patti.
E tosto che la lega fu disciolta, Giusta l’accordo che fra lor si prese, Dal Vaticano i Gualderan dier volta, Tornando in fretta al lor natio paese; D’onde la bella fidanzata tolta Di nuovo a Roma esser dovea fra un mese A celebrarvi splendidi e reali Gli statuiti duplici sponsali.
Ildegonda e la madre giubilando Rivider così alfin gli amati volti: Gli abbracciamenti si iteraro, e quando Tutti alla mensa furono raccolti, Gli occhi alla ingenua sua figlia Rolando Con un riso festevole rivolti, A indovinar l’invita di qual dono Apportatori egli e Rogier le sono.
Lungi d’apporsi l’innocente figlia Nominava con aria di contento Un cintolo, un monile, una smaniglia E altro tal muliebre adornamento; A giuoco ei lungamente in pria si piglia Quell’esitante püeril talento; Alfin le chiede se le fia gradito Più d’un gioiello, il dono d’un marito.
La vergine si tinse di rossore, Poi chinò gli occhi, impallidissi e tacque: Diede quell’atto al giovanil pudore Della candida figlia, e sen compiacque Blando a lei sorridendo il genitore; E seguitò, narrando come nacque Il pensier primo, e come poscia fatto Avea del doppio maritaggio il patto.
E lei sempre chiamando avventurosa Oltre a quanto arrivar possa il pensiero, Ch’era prescelta a divenir la sposa Del più ricco e prestante cavaliero; E giovin, bella, docile, amorosa Commendando l’amata di Rogiero, Conchiudeva con dir che termin prese A tale effetto lo spirar del mese:
E che il corredo d’allestir gli preme Alla sposa, già tal la figlia noma, Affinchè tutti, il dì composto insieme, Sian per le nozze statuite a Roma. La fanciulla che il padre incitar teme Con ogni sforzo sè medesma doma, Ch’ei non s’accorga di che ria ferita L’abbia trafitta la novella udita.
Ma la madre che in lei sola si piace E l’ama quanto amar madre più possa, Nè sa il pensier pur confortarsi in pace Che sia così dal fianco suo rimossa, Or la veggendo pallida, che tace, E che la guarda, da pietà commossa Asconde il volto, come chi a gran pena Le prerompenti lagrime raffrena.
E quella allor d’un impeto repente, Quasi più non sapendo che si faccia, Surse dal desco a guisa di furente, E si lanciò fra le materne braccia, Cadendole sul collo, e dolcemente Baciandola per gli occhi e per la faccia, Mentre pur non potendosi far motto Davan ambe in un piangere dirotto.
— Godi, bella innocente sventurata, Di questo istante, che t’ha il Ciel concesso, Godi il piacer del pianto, inebbrïata Nella dolcezza del materno amplesso. Ah! misera, non sai quanta giornata Di sacrificio ti si volge appresso; Né allora il pianto della madre avrai, Che ti conforti fra cotanti guai. —
A quella vista il padre ed il fratello Conturbarsi, e in fortissimo sospetto La prima volta entravano di quello Segreto amor ch’ella tien chiuso in petto; Al qual dubbiar fu in seguito suggello L’aver, siccome ella poi fe’, disdetto L’assentimento, mendicando scuse, A quelle nozze senza lei conchiuse.
Locato avea la travagliata il core In un gentil garzon belìo e valente, E con tutto il furor del primo amore Accesa era di lui perdutamente: Nomavasi Rizzardo Mazzafiore, Sceso di buona popolana gente, Un cresciuto nell’arti della guerra A salvamento della patria terra.
Spesso armeggiando visto ella l’avea Venir per gioco alle più strette prese, Che fra i rischi dell’armi allor godea La gioventù bollente milanese: Uno fra tanti bello le parea, E di tutti più nobile e cortese; E in ogno scontro inavvedutamente Desiderava ch’ei fosse vincente.
Quindi giunta al domestico soggiorno Si fea più sempre pensierosa e mesta Nulla bramando più, fuorchè il ritorno Del consüeto primo dì di festa; Però che ai torneamenti per quel giorno La gioventù belligera s’appresta E sotto l’armi, fra la nota schiera, Veder quel forte un’altra volta spera.
Ma in mirarselo poi passar dappresso, Siccome diè più fiate la ventura, Provava in cor quel turbamento stesso Che è solito destarvi la paura; E avria voluto in quel momento spesso — Sì timida e modesta è per natura — Potersi asconder, ch’ei non la notasse, E tenea il volto e le pupille basse.
Né il garzon di desio men vïolento Per lei punto sentiasi ed infiammato, Che la gentil persona, e il portamento Altero, e il viso bello e delicato Della fanciulla, fra il marzial cimento, Aveva più volte con stupor notato; E in ogni atto e in ciascun rischio d’onore A piacerle, e non più, poneva il core.
E quando, dopo lungo indugio, vana Ch’ivi tornasse vide la speranza — Che, assente il padre, la tenea lontana La genitrice da ogni ragunanza — Venne ne’ dì festivi alla gualdana Che avea di correr la cittade usanza, E galoppando cogli armati in folla Ad un balcon la vide e salutolla.
Notò la casa, e quindi ebbe raccolto Chi fossero i parenti, e prese usata In que’ dintorni, e procacciò con molto Studio di rivederla ogni giornata: Ella arrossiva, e tutta era pel volto La fiamma ond’arde il cor significata: Sicclh’ei fatto più ardito a poco a poco Le discoverse l’amoroso foco.
E ufficïoso sempre e riverente Con sì modesto zel la perseguìa, Glie piegò ad ascoltarlo finalmente La verginale intatta ritrosia Dell’ingenua fanciulla, che gli assente Quella parola ch’ei tanto desia: E sebben vergognosa, a lui confessa Tutto l’amor che gli portava anch’essa.
Avea fidente la donzella onesta Schiuso all’amor del suo Rizzardo il core, Dacch’ei giurava che l’avrebbe chiesta Per le nozze agognate al genitore: Il fervido garzon solo di questa Dolce speranza nutre il casto amore; La virtù della vergine era tanta Ch’ei la guardava come cosa santa.
Tutte le notti, e alcun non s’era accorto, Recavasi Ildegonda ad un verone Interior, che rispondea nell’orto, Fatto patente al cupido garzone Per un cancello ond’ella il fece scorto, Che dalla strada agevol si frappone: E qui insiem convenuti per lunghe ore Intratteneansi a ragionar d’amore.
Esca novella al foco ministrando In che avvampavan gl’innocenti petti, Così, finchè lontan stette Rolando, Beati i dì traean quei giovinetti: Ma, deh! qual cor fu il tuo, misera, quando Giunse inatteso il padre ai patrii tetti Recando la novella dolorosa D’averti altrui già destinata sposa!
Passan più giorni, e il tempo s’avvicina Che a Roma egli debb’esser con la figlia: Invan pregata, invano è la meschina Stimolata da tutta la famiglia; Ma il padre, come l’ira lo strascina E Rogier sempre instando lo consiglia, Due giorni alfin le accorda di pensiero Per sceglier quelle nozze o un monastero.
Desolarsi in quei giorni fu veduta, E il fratello, ed il padre ir supplicando, Ma dal fiero proposto non si muta Per questo l’inflessibile Rolando: Protesta che per figlia ei la rifiuta, Se resiste al paterno suo comando, E che una cella a compiere l’aspetta I suoi giorni da tutti maledetta.
La notte che il fatal giorno precesse, Dal terror, dall’angoscia delirante, Non che dormir la misera potesse, Nè sulla piume s’adagiò un istante: Va in mente rivolgendo le promesse Iterate più volte al caro amante, E la speme, e i delirii fortunati A che s’erano entrambi abbandonati.
Spesso, abbracciando gli origlieri e il letto, Il suo Rizzardo d’abbracciar si crede; E come donna fuor dell’intelletto Sensibilmente a sè dinanzi il vede, E con lui parla, e sente il poco affetto Rimproverarsi e la mancata fede, Le par ch’ei pianga, e pur com’ella suole, Di lagrime il conforta e di parole.
— Ch’io t’abbandoni? dicea spesso, ch’io Giammai ponga in altr’uom gli affetti miei? Deh! per pietà non crederlo, cor mio, Chè nè manco volendo io lo potrei: Ti giuro, o mio Rizzardo, e sallo Iddio Siccome a me tu necessario sei: Ei che il segreto mio gemito ascolta Sa ch’io di duol morrò se ti son tolta.
La madre? Oh! la dolente madre mia! La dolce madre: io l’ho pur sempre in core; Sai di che amore io l’ami e tuttavia Quel che a te porto è più possente amore; Tutta in pianto pregavami la pia, Che cedessi al voler del genitore, Con cari nomi mi pregava, ed era Rifiutata per me la sua preghiera. —
Si vaneggiando, il letto d’infocati Baci travaglia tuttavolta e abbraccia; A più illudersi gli occhi tien serrati E sulle coltri abbandona la faccia; E così stanco ne’ bei dì passati Lascia rapirsi d’aurei sogni in traccia, Di pensiero in pensier passa e delira E dimentica il duol che la martira.
Ma intanto che la bella dolorosa, Così fra il sonno e il vaneggiar sopita, Dolcemente dal pianger riposa E il travaglio addormenta della vita, Ecco giunger Rizzardo, d’ogni cosa Ignaro, che dappoi fosse seguita, E cruccioso dall’orto, e pien di sdegno Invitarla al veron col noto segno.
Era ogni notte quel tapin venuto Celatamente al consueto ostello; Ma da gran tempo non avea potuto L’innamorata giovine vedello, Ché più guardinga dopo il suo rifiuto Fatta de’ scaltrimenti del fratello, D’avventurarsi non avea baldanza A metter piede fuor della sua stanza.
Ora in cupi pensier Rizzardo assorto Nuda recando in una man la spada, Schiuse il cancello, e penetrò nell’orto, Come il sicario che al delitto vada. Il difende da due parti un ritorto Muro, che il volger segue della strada, Sorge a destra il palagio, e lo circonda Il terrazzo ove già vide Ildegonda.
Di fronte a questo è una muraglia bruna D’un vetusto castello, ora deserto; Sbucarne i gufi al lume della luna Veggionsi e carolar col volo incerto; E le torri in lontano, da nessuna Cosa impedite, splendere all’aperto, Dubitando il garzon di qualche trama, Fra i rottami nascondesi, e la chiama.
La chiama, e quindi rattenendo il fiato, Porge ad ogni fragor l’orecchio attento, E il cor gli balza in petto conturbato, Avvisando esser dessa ogni momento; Ma non sente che un canto misurato, Or sì, or no, secondo spira il vento: Era il canto notturno che al Signore Di Benedetto ergevano le suore.
Sospira, e poi la chiama un’altra volta E pur l’orecchio intende e il respir cessa; Ed ecco l’alternar d’un passo ascolta Tacito, lento che ognor più s’appressa; Ecco farglisi sopra, i crin disciolta E nella faccia squallida e dimessa L’amata, che alle sue stanze si fura, Tutta tremante in cor dalla paura.
Dall’alto spaldo del veron, qual era Grande della persona ed aiutante, Al lunar raggio discopriala intera, Il desioso sguardo dell’amante; Appar vestita d’una veste nera, Dolorosa negli atti e nel sembiante, E il bel volume delle chiome bionde Per le spalle e pel sen le si diffonde.
Esce all’aperto tosto che la vede Il garzon corrucciato, e le si appressa, E d’aspri detti pungela, e le chiede Ragion ch’abbia mancato alla promessa; Ch’egli ogni notte sulla data fede Quivi venuto era quell’ora istessa Ansio aspettando sino al far del giorno Fra mille rei sospetti il suo ritorno.
La misera, raccolto ogni vigore, Allor con voce flebile e commossa — Vuoi tu, disse, ch’io muoia di dolore L’ultima volta che veder ti possa? — Ma qui a un tratto scoppiar sentissi il core E di frenarsi non avendo possa, Dié in un gran pianto, ed il parlar fu rotto, Ne per gran tempo gli potea far motto.
Come l’ultima notte se si desta Il reo di pena capital dannato, Dopo un torbido sonno, erge la testa E dubita fra sè d’aver sognato; Atterrito così, così s’arresta Farneticando quell’innamorato Sulle udite parole, e pur sospeso Stassi d’aver sinistramente inteso.
— E sospirando alfin dall’imo petto Tutto tremante dalla testa a’ piedi; — Ohimè! le dice, ohimè! cor mio diletto, Questa è l’ultima volta che mi vedi? L’hai tu, l’hai tu veracemente detto? Ah parla per pietà, parla, procedi. — E quella gli occhi si tergeva intanto, E seguitava con voce di pianto.
Del duplice connubio raccontando Che avea col conte il genitor statuto, E dello sdegno a che trascorse ei, quando Intese dalla madre il suo rifiuto; E che, lui sempre a questo stimolando L’ingorda rabbia del fratello astuto, Le intimò come un monaster l’attenda Quando al prossimo dì non gli s’arrenda.
Ma ch’ella mille volte vuol morire, Se sofferta esser può più d’una morte Su questa terra, innanzi che partire D’esser d’altr’uom fuorchè di lui consorte. E qui si tacque, e da lontan sentire — Che più secondo il vento era e più forte — Poté distintamente i sacri canti Delle Benedettine salmeggianti.
Le corse un gel per tutta la persona, Che quella malinconica armonia Quasi annunzio di morte in cor le suona, E pinge alla commossa fantasia Il padre che sdegnato l’abbandona Fra quella schiera penitente e pia; Sola nell’aspra sua cura tenace A tribolarsi in mezzo a tanta pace.
Dalla disperazion fatto più ardito Dopo qualche silenzio il garzon disse, Che solo di salvezza era un partito Che seco quella notte ella fuggisse; Sul terrazzo sarebbe egli salito A darle aiuto affinchè giù venisse; E tosto empiendo i riti della Chiesa Come sua sposa poi l’avria difesa.
O veramente, s’ella a ciò più inchina, Nè qui restando credasi secura, Ridotti si sarian d’una vicina Terra celatamente fra le mura: Che se ha pur cor di farsi pellegrina, E gir seco cercando la ventura, Seguirebbon la turba varia e tanta Che Federico adduce in Terra Santa.
Parve un istante la fanciulla in forse, Mossa da ciò che l’amator le dice: Ma quasi un lampo all’animo le corse L’immagin dell’affitta genitrice, E il cor segretamente le rimorse Il pensier pur di renderla infelice: Quindi la tema e il natural pudore Si ridestâr nel mansüeto core.
E il parato giudicio delle genti Sovra il capo pesar grave s’intese: Onde a lui volta umanamente: — Senti, Mio primo e solo amor, senti, riprese, Sa il Ciel s’io t’amo, e s’io stato e parenti E questo dolce mio natal paese Non lascerei, teco affrontando ardita Quanto di più dubbioso è nella vita:
Ma quando penso di che duol cagione Alla povera mia madre sarei, A cui già il padre il troppo amarmi appone, E il fallo mio vendicherebbe in lei; Quando penso che innanzi a sua stagione Sospingere al sepolcro io la potrei, E che i pietosi estremi uffici invano Morendo invocheria dalla mia mano:
Oh allora a un tratto l’anima mi cade, E s’anco fossi di morir secura Restando, carità mi persüade A compiere i miei dì fra queste mura; Però ti prego, abbi di me pietade, Questo oltraggio risparmia alla natura; Di mia misera vita il breve corso Deh non m’avvelenar con un rimorso.
Ah cessa! cimentarono abbastanza La mia scarsa virtù le tue parole; Troppa hanno, troppa sul mio cor possanza, Troppo l’abbandonarti già mi duole; Ricorditi di me, non ho speranza Di più vederti dopo il nuovo sole: Orbata del tuo amor che la conforta Udrai fra poco che Ildegonda è morta.
— Che parli di morir? che mai dicesti? L’interruppe il garzon forte piangendo, Se il vuoi, più non m’oppongo che qui resti, Alla tua filïal pietà m’arrendo; Ma a che la cupa fantasia di questi Vani sogni di morte vai pascendo? Speriamo, o cara; forse il Ciel dispose Che in meglio alfin si volgano le cose.
Le sue minacce por forse ad effetto Il genitor medesmo non intende; Forse a più mite il piegherà concetto Il pianto d’una madre che al cor scende: Che se diverso pur da ogni rispetto D’umanità la stolta ira lo rende, Non ti spaventi il chiostro: avrò chi instrutto Di te mi renda, e sto parato al tutto. —
Così di consolarla ei s’affatica, Ma alla fanciulla ogni lusinga è tolta, E parle che una voce al cor le dica — Non sperar di vederlo un’altra volta — D’ogni conforto uman però nemica Disfacendosi in lagrime l’ascolta, E come certa già di sua sciagura Un suo strano pensier volge e matura.
Universal correva in fra le genti Una stolta credenza a quella etate, Che sorgesser dai tumuli recenti L’anime all’altra vita trapassate, E a visitar tornassero i parenti E le persone caramente amate, Per vari segni dando lor contezza Se in loco eran di pena o di salvezza:
Nell’età prima al creder più leggera Avea Ildegonda quell’error succhiato, Quando d’amiche tra una poca schiera Nel loco della casa il più appartato Avidamente s’accogliea la sera, E ogni lume alla camera levato, Tutte a cerchio, fantastiche avventure Narravansi di spettri e di paure.
Ed or le torna alla memoria un fatto Che avea più volte già in quel crocchio udito Siccome fêr di visitarsi il patto Premorendo un de’ due, moglie e marito: E come quel sia valido contratto Quando con certe forme è statuito, Stretto è il primo che di vivere cessa Da arcana forza a scioglier la promessa.
Perchè mesta pensando e sbigottita A Rizzardo che tosto le vien tolto, Né più speranza avendo in questa vita Che le sia dato riveder quel volto; Vederlo dopo l’ultima partita Almen vorrebbe ignudo spirto e sciolto; E un somigliante patto gli propone Sacrosanto secondo sua ragione.
Rizzardo, ancor che non ponesse fede A tali pazze e stravaganti fole, Al desio pur di quell’affitta cede, Che in ogni modo accontentar la vuole: Cominciò la donzella, e ritta in piede Giurò, guardando là onde nasce il sole; Poscia il giuro l’amante proferia Siccom’ella dettando gli venia.
Così pel santo Corpo del Signore Ambi sacramentâr solennemente Che qualunque dei due primo si muore Apparirebbe in anima al vivente, E imprecar con scongiuri di terrore L’eterna ira del Ciel sovra chi mente, O con altri abbia somiglianti patti, Suggerendo ella le parole e gli atti.
Ma già s’accommiatava dal donzello, Chè in orïente l’ombra si dirada, Quando d’agguato uscir vede il fratello, E Rizzardo investir con una spada; Quel fugge rovinando, e pel cancello Esce precipitoso in sulla strada: L’altro sempre alle coste, mentre il caccia, Tiengli il ferro, e lo grida e lo minaccia.
Mise un acuto strido la tradita Ignara di che aiuto li proveggia: Piegan quegli a sinistra nell’uscita Dietro il muro onde l’orto si fronteggia Sicchè tosto ogni vista è a lei rapita, Che mentre assorta in mille dubbi ondeggia, Trepidante di quel che intanto accade, Ode da lunge un incalzar di spade.
Cresce il fragor delle percosse... Cessa... S’ode il sonar d’un passo accelerato: È il passo d’un fuggente che s’appressa: Ecco giunge... trascorre... è trapassato, Oh! quale di lamento egra e repressa Voce move improvvisa da qual lato? Chi sarà quel languente? Ahi dubbio atroce! E forse di Rizzardo quella voce
Dal terrazzo in quell’impeto slanciata Giù nell’orto d’un salto si saria, E corsa a guisa d’ebbra e forsennata Al loco onde il lamento le venia: Ma dalle forze a un tratto abbandonata Offuscarsi la vista si sentia, E de’ sensi perduto ogni potere, Siccome morta si lasciò cadere.
Quando l’alma smarrita fe’ ritorno Al ministerio della vita usato, L’astro lucente apportator del giorno Sull’orizzonte già s’era levato; Ed ella gli occhi a se volgendo intorno Trovavasi d’aver la madre a lato, E la camera poi riconoscea, E il letto su cui posta si vedea.
Un rombazzo, un frastuono occupa intanto Del palazzo le camere e le sale, Un sussurrar di voci, un suon di pianto, Un gridar di chi scende e di chi sale; E i servi affaccendarsi in ogni canto, E un tumulto e una pressa universale; Perchè la vergin tutta päurosa Domanda che inferir voglia tal cosa.
La madre a lei rispose shigottita Del fratello narrando la sciagura, Che ai sensi tolto da crudel ferita Stranie braccia recâr fra quelle mura; Ed or concesso è, in dubbio della vita, De’ medicanti alla discreta cura, Nè ancora indizio potè aversi o spia Che manifesti l’assassin qual sia.
Ma, confortato da pietosi uffici, Aperte al giorno avea Rogier le ciglia, E al padre raccontava ed agli amici, Di Rizzardo il delitto e della figlia: Ch’ella tutti gli avea fatti infelici, E d’infamia coperta la famiglia; Sempre aggravando l’innocente errore A che spinta l’avea forza d’amore;
Tanto che il padre in sì grand’ira ascese Che corse fulminando come insano Al letto d’Ildegonda, e un ferro prese, E la volca trafigger di sua mano: Se non che la pia madre la difese E chi ai suoi gridi accorse di lontano; Perch’egli con terribili parole A maledir si volse la sua prole.
E sopra il capo le imprecò l’intera Terribile vendetta del Signore, Né della madre il pianto o la preghiera De’ congiunti frenar l’empio furore; E rinchiusa la volle anzi la sera In una cella al Monaster Maggiore, Nel cui ricinto pochi giorni pria Morte a lei tolse una diletta zia.
Parte seconda
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Gran tempo non poterono tai cose, Di che già tutta la città bisbiglia, Tenersi al conte Ermenegardo ascose, Che come miglior senno lo consiglia, In tutto finalmente si dispose, Alle preci cedendo della figlia, Di pigliarne il pretesto a sciorre il patto Nuzial che avea coi Gualderan contratto.
Al quale annunzio s’addoppiò lo sdegno Del padre sulla misera Ildegonda; E ben fu a lei ventura che all’indegno Impeto cieco il monaster l’asconda. Il maligno fratel con ogni ingegno Va soffiando in quel fuoco, e lo seconda, E il ravviva se dorme, affin che poi Serva ai disegni tenebrosi suoi.
Di danno fu minor che di spavento La sanabil ferita di Rogiero: Erge dal letto l’egro fianco a stento E già in cor la vendetta ha quell’altero: Ma alla frode il vigliacco, al tradimento Ruminando fra sè volge il pensiero, Che ben s’accorse quanto a lui prevaglia L’avverso cavalier nella battaglia.
Nè di Rizzardo a insidïar la vita Lo spinge pur la rabbia dell’offesa, Ma la sete dell’oro anco l’invita, Ond’ha tutta la bassa anima accesa: Che se a lui la sorella avea rapita La pingue dote ingordamente attesa, insignorirsi d’ogni sua sostanza A ristoro del danno avea speranza.
Erede dal materno avo lasciata Fu di vasti poderi la fanciulla, Ch’egli al battesimal fonte levata Aveala e prediletta dalla culla: Però pensa quel vil, che disperata, Se tor le possa il suo Rizzardo, nulla Più desïando agevolmente fia Che si conduca a quanto egli desia.
Ed è che assume il penitente voto Con che si leghi al chiostro ove fu messa Come più volte stimolata a vôto L’avea con molta istanza la badessa: Tal cura del furor nel primo moto Rolando, il padre, avendole commessa: Che se a quel passo al fin la persŭade Ogni aver della suora a lui ricade.
Però le nere trame egli coverse, E il fidente Rizzardo tenne a bada Per lunghi mesi, intanto che diverse Insidie tenta perchè al laccio cada: Finchè per avventura gli si offerse La più spedita e più secura strada, La qual guidollo senza alcun ritegno. Al compimento d’ogni suo disegno.
A quel tempo in Milano, e ne’ vicini Paesi surser crudi cercatori De’ Catari, Passagii e Paterini Nomati in Lombardia Consolatori, Seminator di dommi pellegrini, Rigermoglianti dai vetusti errori, Che con altr’armi in secoli men rei La Chiesa combattea nei Manichei.
Oldrado da Tresseno lodigiano Tenea fra noi quell’anno signoria, Un ardente fanatico, inumano Che il flagel si nomò dell’eresia; Con sì feroce zel costui diè mano A un’opra ch’egli reputava pia, Che in breve risuonavan tutti i luoghi Di confische, di carceri e di roghi.
Freme Rizzardo, e il traditor che agogna Di perderlo, raccoglie avidamente Qualunque sua parola di rampogna Contro la scelleraggine presente, Con neri avvolgimenti di menzogna Sempre aggravando quel che dir ne sente, Perchè dal volgo delirante sia Giudicato fautor dell’eresia;
E l’opre sue nascoste ad una ad una Fa spiarne, e corrompe a lui gli amici; A prezzo d’oro incontro gli raguna False testimonianze e falsi indici; E così l’asseconda la fortuna, Che cela al padre i suoi neri artifici; Talchè, con retto intendimento, spesso Ingannato, a’ suoi fin serve egli stesso.
L’afflitta madre d’Ildegonda intanto A morir venne ancor d’età fiorita, Che il pensier di una figlia amata tanto Affrettò il fin della dolente vita. Ah! chi ridir può d’Ildegonda il pianto Tosto che n’ebbe la novella udita, E le parole dolorose, e come Percosse il viso, e si stracciò le chiome!
Neil’ore sue fantastiche del duolo Fuor di senno chiedea la genitrice, E alla ragion le richiamava solo La voce d’una sua consolatrice, Una fra tante del devoto stuolo, Cui toccasse pietà della infelice; Che sorelle fra lor viveano quasi Per somiglianza d’indole e di casi.
Ildeben si nomava la pietosa, Che reluttante ai sacri voti avvinta, Trascinava una vita dolorosa Da lunghi strazi attrita e quasi estinta; Alle sorelle, alla badessa odiosa Che a quel passo fatai l’avean sospinta Or con lusinghe, or con acerbi modi Per ogni via di monacali frodi.
Questa alla nova amica rivelati I lacci ascosi avea della badessa E le insidie aggirevoli e gli agguati A che fu presa iniquamente anch’essa. Fatta cauta Ildegonda, agli iterati Assalti stette ferma, a che fu messa, Sempre eludendo le imprudenti inchieste Con parlar dolce e con maniere oneste.
Ma, tosto che le giunse la novella Che la madre era morta, e che al pensiero I duri modi di Rogier rappella Che troncâr forse il suo mortal sentiero, In tanto odio le cade la sua cella E le claustrali e tutto il monastero, Che qualunque riguardo ella abbandona, Nè veder più, nè vuol sentir persona;
E dal dispetto e dal dolor cacciata Il dì e le notti sempre immersa in lutto, Se docil era e mite, or diventata È ritrosa e intrattabile del tutto: Preci e minacce più d’una fiata Cimentò la badessa, e non fe’ frutto: Le leggi del convento disdegnosa Rompe e scompiglia, e lacera ogni cosa.
E quindi ebbe principio la nefanda Guerra che poi sostenne la tradita: Tolta le venne a un tratto della blanda Fedel compagna la pietosa aita; Di cibo ebbe difetto e di bevanda, Da ogni sua cosa amata fu partita; E le claustrali a tribolarla diersi Tutte a gara con stimoli diversi.
Vituperosamente dalle crude, Che prendosi di lei barbaro gioco, Talor fra dense tenebre si chiude In sotterraneo disagiato loco: Con flagelli e cilicii delle ignude Sue carni si fa strazio a poco a poco; Vegliar la fanno lunghe intere notti Pei corridori orando e per ridotti.
Ma una notte che stesa al pavimento Ne’ suoi tristi pensier stava raccolta, Le giunse il suon d’un flebile concento Che udito aver pareale un’altra volta: Sorge e là s’indirizza a passo lento, D’onde un’imposta leggermente tolta, Il vasto spaldo dominar le è dato Che la città difende da quel lato.
Era sereno il ciel, splendea la luna Ridente a mezzo della sua carriera, Sicchè da lungi in armatura bruna Vedea un guerrier calata la visiera: Nessun fragor s’udia, voce nessuna: Sol quella universal quïete intera D’improvviso venia rotta talvolta Dal grido dell’allarme d’una scolta.
S’innalza un canto... «Errante pellegrina «E pur segnata della croce il petto «La regal casa abbandonò Fiorina «Per seguitar l’amato giovinetto: «Combattendo al suo fianco in Palestina «Fu il terror de’ credenti in Macometto: «Da valorosi insiem caddero in guerra, «Dormono insieme in quella sacra terra.
«Era d’autunno un bel mattin sereno «L’ultimo ch’ella si destava all’armi — «Fiorina, ah non voler, diceale Sveno, «Non voler nella pugna seguitarmi: «Immensa strage s’apparecchia, oh! almeno «Il diletto tuo capo si risparmi — «Non l’ascoltava: insiem caddero in guerra, «Dormono insieme in quella sacra terra.
«I cadaveri santi fur trovati «Nel campo ove la strage era maggiore «Tenacemente insieme ambo abbracciati «In atto dolce di pietà e d’amore: «Riposano gli spiriti beati «Nella pace ineffabil del Signore: «I corpi, come già caddero in guerra, «Dormono insieme in quella sacra terra.»
Tacque, ma non fu il suon del tutto spento Che in quell’alto silenzio trascorrea, Però che dalle mura del convento Le triste note l’eco ripetea; E mormorare un flebile lamento Per la vasta campagna s’intendea, Che a poco a poco manca, e si confonde Col susurrar dell’acque e delle fronde.
Fu il suo Rizzardo a riconoscer presta La bella solitaria innamorata, E la memoria lusinghiera e mesta Della coppia che il canto ha ricordata, Invitandola al pianto, in cor le desta Il desio della prossima crociata, A che Rizzardo contra il suo volere Dalla città fu assunto cavaliere.
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The end
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