Appendice al Libro V
lu questo libro, per col()a ()robabilmente degli imperfetti codici che ebbe fra le mani, il maestro commise parecchi errori.
Capitolo I.
«Li serpenti.... tutto verno giaciono nelle loro tane, e la state n’escono.» Isidoro, Origin. XII, 4 copiato da Brunetto, scrive: Unde et hyeme in nodos torquentur, aestate solvuntur. Nel t: Tout yver se gisent en lor wieten esté s’en isseut. Avendo letto in nidos, anzi che in nodos, cambiò la lezione dell’ inciso.
«Tutti i veneui sono freddi, però addiviene che r uomo ci ha paura, quando egli n’è ferito, però che l’uomo è di calda natura, e però fugge la freddura del veneno.» Il t: Car l’ome qui est chaus (bX. chaude ). Ha peraltro anche la variante l'ame. Isidoro, loc. cit. Omne autem venenum frigidum est: et ideo anima, quae ignea est, fugit venenum frigidum.
Le stampe leggono: «E la sua grandezza (del basilischio) ’.woi;)fr?/.» Corressi è sei piedi. Il t: Sa grandor est VI piez. Ma Isidoro scrisse: longitudine 5?mipedalis. Solino (XXVII, 51): est poene ad smipedem longitudinis. Plinio (Vili, 78): duodecim non amplius digitorum magnitudine. Fortunati ((uegli uomini, che impunemente poterono misurarlo a tutto loro aaio!
«E ’l suo polmone schiara gli occhi a chi gli ha turbati.» Il t: ses poumons, colle varianti pohnon, pnrnions. Vincenzo de Bauvais (Bellovacensis) nello Speculimi natur. XVI, 44. Os crassum in crure, cujus medulla oculos caliginantes si quis linierit, eos clarifìcatos boni visus effìcit. Lo sappiano i medici (X’ulisti! 33:3
Capitolo LVII.
«E nella sua coda ha una lana d’aiKOfc, che la si lieva co’ denti suoi, quand’egli conosce ch’egli sia preso.» Il t: Et en la fin de se eoe a une ìame de amo)’s quo li lous oste à ses dens, quant il crient estro pris. Bisogna dire che il codice usato da Bono leggesse laine, ovvero ch’egli correggesse il maestro. Il Chabaille qui non ha varianti de’ quaranta suoi codici. Solino copiato da Brunetto ( Coìlectanea, II, 30) ha villiis (u/iatorlics. Plinio (Hist. nat. Vili, 83) amatorinnì rirus e.mgno in rillo.
Nella Prelazione fu anii)ianiente dimostrato quanta diversità sia nei varii testi del Tesoro e francesi ed italiani, e quali ne siano state le cagioni.
Avvegnachè la stranezza delle notizie zoologiche dei libri IV e l’possa in qualche lettore eccitare il desiderio di maggiore ampiezza di dottrina, dallo Studio del Mussafia estraggo le notizie che seguono intorno ai medesimi libri.
Il codice L 23 ha il libro IV conforme allo stampato. Solamente il capitolo delle serene è al(luanto più diffuso. Dopo soggiunge:
De lo pesce sagitte che nasce nella contrada di Egitto. Dello granchio del fiume, e dello marino. Parlando degli animali, vi aggiunge di soventi le loro proprietadi. Per esempio: Polvere di rana secco, è beveraggio erotico Olio, in che siano arse alcune api, fa crescere i capelli. — Lo colombo salvatico a mangiar si ène caldo e coustrittivo; e se alcuna persona vuole mangiar di sua carne, mangila con aceto, e con coriandre e sugo di senape.
Libro V. — Fra il capitolo II e III. De orflmenie con due teste, e di sua leggerezza.
Fra il capitolo IV e V: Della calcatrice.
Nel capitolo VII: della salamandra si racconta: E voglio che voi sappiate, che le donne d’India fanno di belle robe delle cuoja di quelle salamandre, e non si possono mai lavare se non in fuoco ardente.
Fra il capitolo VII ed Vili: Della botta, e della rana, e di suo veneno, e di sua proprietà.
Fra il capitolo XIV e XV: Dei rodioni, e di loro vita, e come muojono.
Fra i capitoli XVII e XVIII: Dello ragnolo, e come è dificata la sua sottilissima tela.
Fra il capitolo XVIII e XIX: Della cicala, e di suo cantare, e di sua vita, e di sue proprietadi.
Fra il capitolo XXII e XXIII il cap. XXI della pernice, ed in luogo di esso dopo il cap. XXX: Della starna che spesso ène chiesta in preda. Fra il capitolo XXXIV e XXXV il cap. XXXIX dol picchio.
11 capitolo XXXV dell’avvoltoio è molto lungo, poichè in esso ricordansi gli animali che hanno l’uno l’altro senso molto perfetto, per esempio, il ragno il tatto, il lupo cerviere la vista ecc. Poi delle proprietà: «La sua lingua, se la teri-ai nello diritto calzalo, et anderai con essa per via, li tuoi nemici temeranno te... Alessandro dice, che l’avvoltoio presta molta sanitade allo corpo dell’omo.»
I capitoli XXXVII e XXXVIII, del cuculo, e del rigogolo, mancano.
I capitoli XL del gallo, e XLIV de’ buoi, sono molto prolissi.
Dopo il capitolo XLIV della pecora, i capitoli che seguono, o mancano nelle stampe, o sono disposti in ordine diverso: cioè, becco, capra, porco (cap. XLIX amplificato), ciavrello e bicia, castorno (sic), cammello, cani, camellione, cavallo, alifante, riccio, bellota (sic) ciò ène donnola, formica, lupo, lupo cerviere, volpe, lepre, lucrota, manticuore, pantera, pai-iulda, scimia, tigro, tal()a, unicorno, orso. Finalmente: Della fine della prima parte di questo libro.
Capitolo I
lu questo libro, per col()a ()robabilmente degli imperfetti codici che ebbe fra le mani, il maestro commise parecchi errori.
Capitolo I.
«Li serpenti.... tutto verno giaciono nelle loro tane, e la state n’escono.» Isidoro, Origin. XII, 4 copiato da Brunetto, scrive: Unde et hyeme in nodos torquentur, aestate solvuntur. Nel t: Tout yver se gisent en lor wieten esté s’en isseut. Avendo letto in nidos, anzi che in nodos, cambiò la lezione dell’ inciso.
«Tutti i veneui sono freddi, però addiviene che r uomo ci ha paura, quando egli n’è ferito, però che l’uomo è di calda natura, e però fugge la freddura del veneno.» Il t: Car l’ome qui est chaus (bX. chaude ). Ha peraltro anche la variante l'ame. Isidoro, loc. cit. Omne autem venenum frigidum est: et ideo anima, quae ignea est, fugit venenum frigidum.
Le stampe leggono: «E la sua grandezza (del basilischio) ’.woi;)fr?/.» Corressi è sei piedi. Il t: Sa grandor est VI piez. Ma Isidoro scrisse: longitudine 5?mipedalis. Solino (XXVII, 51): est poene ad smipedem longitudinis. Plinio (Vili, 78): duodecim non amplius digitorum magnitudine. Fortunati ((uegli uomini, che impunemente poterono misurarlo a tutto loro aaio!
«E ’l suo polmone schiara gli occhi a chi gli ha turbati.» Il t: ses poumons, colle varianti pohnon, pnrnions. Vincenzo de Bauvais (Bellovacensis) nello Speculimi natur. XVI, 44. Os crassum in crure, cujus medulla oculos caliginantes si quis linierit, eos clarifìcatos boni visus effìcit. Lo sappiano i medici (X’ulisti!
Capitolo III
chaude ). Ha peraltro anche la variante l'ame. Isidoro, loc. cit. Omne autem venenum frigidum est: et ideo anima, quae ignea est, fugit venenum frigidum.
Le stampe leggono: «E la sua grandezza (del basilischio) ’.woi;)fr?/.» Corressi è sei piedi. Il t: Sa grandor est VI piez. Ma Isidoro scrisse: longitudine 5?mipedalis. Solino (XXVII, 51): est poene ad smipedem longitudinis. Plinio (Vili, 78): duodecim non amplius digitorum magnitudine. Fortunati ((uegli uomini, che impunemente poterono misurarlo a tutto loro aaio!
«E ’l suo polmone schiara gli occhi a chi gli ha turbati.» Il t: ses poumons, colle varianti pohnon, pnrnions. Vincenzo de Bauvais (Bellovacensis) nello Speculimi natur. XVI, 44. Os crassum in crure, cujus medulla oculos caliginantes si quis linierit, eos clarifìcatos boni visus effìcit. Lo sappiano i medici (X’ulisti!
Capitolo XVIII
chaude ). Ha peraltro anche la variante l'ame. Isidoro, loc. cit. Omne autem venenum frigidum est: et ideo anima, quae ignea est, fugit venenum frigidum.
Le stampe leggono: «E la sua grandezza (del basilischio) ’.woi;)fr?/.» Corressi è sei piedi. Il t: Sa grandor est VI piez. Ma Isidoro scrisse: longitudine 5?mipedalis. Solino (XXVII, 51): est poene ad smipedem longitudinis. Plinio (Vili, 78): duodecim non amplius digitorum magnitudine. Fortunati ((uegli uomini, che impunemente poterono misurarlo a tutto loro aaio!
«E ’l suo polmone schiara gli occhi a chi gli ha turbati.» Il t: ses poumons, colle varianti pohnon, pnrnions. Vincenzo de Bauvais (Bellovacensis) nello Speculimi natur. XVI, 44. Os crassum in crure, cujus medulla oculos caliginantes si quis linierit, eos clarifìcatos boni visus effìcit. Lo sappiano i medici (X’ulisti! 33:3
Capitolo LVII.
«E nella sua coda ha una lana d’aiKOfc, che la si lieva co’ denti suoi, quand’egli conosce ch’egli sia preso.» Il t: Et en la fin de se eoe a une ìame de amo)’s quo li lous oste à ses dens, quant il crient estro pris. Bisogna dire che il codice usato da Bono leggesse laine, ovvero ch’egli correggesse il maestro. Il Chabaille qui non ha varianti de’ quaranta suoi codici. Solino copiato da Brunetto ( Coìlectanea, II, 30) ha villiis (u/iatorlics. Plinio (Hist. nat. Vili, 83) amatorinnì rirus e.mgno in rillo.
Nella Prelazione fu anii)ianiente dimostrato quanta diversità sia nei varii testi del Tesoro e francesi ed italiani, e quali ne siano state le cagioni.
Avvegnachè la stranezza delle notizie zoologiche dei libri IV e l’possa in qualche lettore eccitare il desiderio di maggiore ampiezza di dottrina, dallo Studio del Mussafia estraggo le notizie che seguono intorno ai medesimi libri.
Il codice L 23 ha il libro IV conforme allo stampato. Solamente il capitolo delle serene è al(luanto più diffuso. Dopo soggiunge:
De lo pesce sagitte che nasce nella contrada di Egitto.
Capitolo LVII
33:3
Capitolo LVII.
«E nella sua coda ha una lana d’aiKOfc, che la si lieva co’ denti suoi, quand’egli conosce ch’egli sia preso.» Il t: Et en la fin de se eoe a une ìame de amo)’s quo li lous oste à ses dens, quant il crient estro pris. Bisogna dire che il codice usato da Bono leggesse laine, ovvero ch’egli correggesse il maestro. Il Chabaille qui non ha varianti de’ quaranta suoi codici. Solino copiato da Brunetto ( Coìlectanea, II, 30) ha villiis (u/iatorlics. Plinio (Hist. nat. Vili, 83) amatorinnì rirus e.mgno in rillo.
Nella Prelazione fu anii)ianiente dimostrato quanta diversità sia nei varii testi del Tesoro e francesi ed italiani, e quali ne siano state le cagioni.
Avvegnachè la stranezza delle notizie zoologiche dei libri IV e l’possa in qualche lettore eccitare il desiderio di maggiore ampiezza di dottrina, dallo Studio del Mussafia estraggo le notizie che seguono intorno ai medesimi libri.
Il codice L 23 ha il libro IV conforme allo stampato. Solamente il capitolo delle serene è al(luanto più diffuso. Dopo soggiunge:
De lo pesce sagitte che nasce nella contrada di Egitto. Dello granchio del fiume, e dello marino. Parlando degli animali, vi aggiunge di soventi le loro proprietadi. Per esempio: Polvere di rana secco, è beveraggio erotico Olio, in che siano arse alcune api, fa crescere i capelli. — Lo colombo salvatico a mangiar si ène caldo e coustrittivo; e se alcuna persona vuole mangiar di sua carne, mangila con aceto, e con coriandre e sugo di senape.
Libro V. — Fra il capitolo II e III. De orflmenie con due teste, e di sua leggerezza.
Fra il capitolo IV e V: Della calcatrice.
Nel capitolo VII: della salamandra si racconta: E voglio che voi sappiate, che le donne d’India fanno di belle robe delle cuoja di quelle salamandre, e non si possono mai lavare se non in fuoco ardente.
Fra il capitolo VII ed Vili: Della botta, e della rana, e di suo veneno, e di sua proprietà.
Fra il capitolo XIV e XV: Dei rodioni, e di loro vita, e come muojono.
Fra i capitoli XVII e XVIII: Dello ragnolo, e come è dificata la sua sottilissima tela.
Fra il capitolo XVIII e XIX: Della cicala, e di suo cantare, e di sua vita, e di sue proprietadi.
Fra il capitolo XXII e XXIII il cap. XXI della pernice, ed in luogo di esso dopo il cap. XXX: Della starna che spesso ène chiesta in preda. Fra il capitolo XXXIV e XXXV il cap. XXXIX dol picchio.
11 capitolo XXXV dell’avvoltoio è molto lungo, poichè in esso ricordansi gli animali che hanno l’uno l’altro senso molto perfetto, per esempio, il ragno il tatto, il lupo cerviere la vista ecc. Poi delle proprietà: «La sua lingua, se la teri-ai nello diritto calzalo, et anderai con essa per via, li tuoi nemici temeranno te... Alessandro dice, che l’avvoltoio presta molta sanitade allo corpo dell’omo.»
I capitoli XXXVII e XXXVIII, del cuculo, e del rigogolo, mancano.
I capitoli XL del gallo, e XLIV de’ buoi, sono molto prolissi.
Dopo il capitolo XLIV della pecora, i capitoli che seguono, o mancano nelle stampe, o sono disposti in ordine diverso: cioè, becco, capra, porco (cap. XLIX amplificato), ciavrello e bicia, castorno (sic), cammello, cani, camellione, cavallo, alifante, riccio, bellota (sic) ciò ène donnola, formica, lupo, lupo cerviere, volpe, lepre, lucrota, manticuore, pantera, pai-iulda, scimia, tigro, tal()a, unicorno, orso. Finalmente: Della fine della prima parte di questo libro.
Illustrazioni al Libro I - Capitolo I
La sapienza dei Latini, sofia dei Greci, da ser Brunetto è abbracciata nell’infinita latitudine, per cui da fu detta la scienza delle cose divine ed umane. quasi spaventato innanzi a tanta ampiezza, modestamente s’intitolò filosofo e non sofo, cioè amatore anzi che posseditore di essa. Il sublime concetto nel proemio dell’opera, ci addita senza più il maestro di , degno del memorabile elogio di tanto discepolo, come abbiamo dimostrato.
I nomi di Tesoro, di Somma, di Corpo, applicati alla scienza, sono alquanto strani per noi. Non erano tali, quando nelle mani di tutti, oltre libri omonimi di Provenzali, era il Thesaurus sanctorum patrum, la Summa theologica, il Corpus juris. Di qui qualche oscurità in qualche frase e concetto del libro.
La lingua è argutamente paragonata alla moneta, qual provvidenziale strumento di comunicazione e commercio fra gli uomini. Anche nell’Epistola ai Pisoni aveva fatto simile paragone, quando sentenziò, ragionando sulla nuova formazione dei vocaboli, che fu e sarà sempre lecito fondere nuove monete e parole col conio presente:
.... licuit semperque licebit
Signatum praesente nota procudere nummum (alias, nomen).
L’alta stima professata da Brunetto a , autore del libro De consolatione philosophiae, era comune agli scrittori di quell’epoca. Basti ricordare fra molti, e . Era considerato, e non senza ragione, quale anello tra la filosofia pagana e la cristiana. In qualche luogo, come a Pavia, ebbe anche l’onore degli altari.
è detto «nostro imperadore» a que’ giorni, ne’ quali della grandezza del sacro romano impero (comechè, a dir vero, nè sacro, nè romano, nè impero) erano inebbriate le menti di tutti. Si ricordi solamente il trattato De monarchia, ed il politico scopo del poema divino del gran discepolo di Brunetto. In ogni primato si vedeva a que’ giorni un impero Il sole è pianeta imperiale (Tesor. lib. II, 41) — Dio era
quello ’mperador che lassù regna ():
lo ’mperador che sempre regna ():
Lucifero era
Lo ’mperador del doloroso regno (). Perfino nel regno dei cieli, e nel regno dell’eterne pene, vedeva un imperadore.
La sentenza qui riportata, è attribuita ad nel Libro di Sentenze; testo di lingua edito da a Faenza, Tip. Conti 1853.
La sentenza è questa, al n. 41: Lo cominciamento è grande parte di tutta l’operazione.
È anche nel Fiore di filosofi e di molti savi, attribuito a Brunetto Latini, edito da nelle Curiosità Letterarie di Bologna N. 63.
Quando l’autore scriveva quest’enciclopedia del suo secolo, perseguitato da’ propri cittadini ramingava in terra straniera: fatto pur troppo non raro nella storia d’Italia. Ma per la nequizia di pochi, non era in lui spento nè intiepidito il santo amore di patria. Noi siamo d’Italia! prorompe con nobile alterezza nell’esordio dell’opera. La terza parte del mio Tesoro, egli dice, insegnerà come il signore debba governare le genti che ha sotto di sè, specialmente secondo l’usanza d’Italia. È indigena del bel nostro paese la sapienza civile.
Noi, generosamente egli dice, quando considera come mallevadori della sua dottrina tutti i cultori della sapienza.
Io, modestamente soggiunge, quando annuncia qualche cosa di rilievo minore, per privato suo conto.
Saggiamente previene colla sua giustificazione la domanda che può fargli il lettore italiano: Perchè detti il Tesoro in lingua francese? Due sono le cagioni, egli risponde: La prima è, perchè siamo in Francia... E qui sospirando sottace un volume di autobiografia. La seconda è, perchè la lingua francese è più dilettevole, e più comune di tutte le altre. E qui sottace: Impara, o Italia, meglio coltivando la tua letteratura, il tuo commercio e la tua politica, a rendere del pari, e più, dilettevole e comune la nuova tua lingua. L’, il , il , adempirono gloriosamente questo voto del maestro Latini. Quante volte il grande Allighieri, nel suo abituale silenzio avrà meditato sopra queste sentenziose parole! Erano il testamento del caro e buono suo padre.
Udiamolo, parlando della nuova lingua, assumere perfino lo stile ispirato dei profeti: Questa sarà luce nuova, sole nuovo, il quale surgerà ove l’usato tramonterà, e darà luce a coloro che sono in tenebre e in oscurità per lo usato sole che a loro non luce ().
Non credetti mai contro di Brunetto fulminata la terribile sentenza del Convito: «A perpetuale infamia e depressione de’ malvagi uomini d’Italia, che commendavano il volgare altrui, e dispregiavano il proprio «(Trattato I. cap. II).»
Non più indugi, o bel dolce amico, dice Brunetto, quasi prendendo con lieto volto per mano il lettore. A que’ giorni la gentilezza delle corti di amore fioriva altresì nelle scuole severe della sapienza. Beatrice chiamava il discepolo di ser Brunetto, il suo fedele, colui che l’amò tanto che uscì per lei della volgare schiera (), e finalmente, a dir tutto in un verso,
La dedica del Tesoro, è molto simile a quella che ser Brunetto aveva fatta del Tesoretto al re di Francia, il Santo:
Essendo alquanto complicata la divisione e suddivisione del Tesoro, e molto diversa dal modo presente di divisione delle scienze; e di più essendo intralciata colla divisione della Filosofia, secondo il si- stema di Brunetto; presento al lettore in due prospetti paratamente e l’una e l’altra divisione, che può tener luogo di commento anticipato a molti brani dell’opera, i quali con questa fondamentale divisione hanno riscontro.
Tesoro | Parte I. — | Filosofia teorica | del cominciamento del mondo.
dello stabilimento del mondo.
delle vecchie istorie.
della natura di tutte le cose.
Parte II. | Filosofia pratica | Che l’uomo deve fare
Che l’uomo non deve fare.
Filosofia logica - | Ragione di ciò che l’uomo | dee fare
e che no
Parte III. — | Filosofia pratica | arte di parlare
arte di governare
Filosofia | Prima parte o scienza-Teorica | della natura delle cose celestiali e terrene | teologia
fisica
matematica
Seconda parte o scienza-Pratica | etica
economica
politica | in parole | grammatica
dialettica
rettorica
M|in opere — | Tutte le arti necessarie al governo dell’uomo
Terza parte o scienza-Logica | dialettica.
efidica
sofistica
Illustrazioni al Libro I - Capitolo II
Valicato l’atrio, mettiamo riverenti il piede nel tempio della divinità. Eccoci ad essa di fronte. Sublime è la definizione della sapienza, che può dirsi la divinità di questo magnifico tempio. Essa è conoscimento, ma verace. Comprende tutto lo scibile. Fra le cose divine e naturali, assegna un posto d’onore all’uomo, secondo l’insegnamento cristiano. Essa è fuori dell’uomo, sopra di esso, prima di esso. Si sforza notte e giorno con lena affannata di comprenderne sempre più «ma tutta non la può l’uomo sapere.» Solo in Dio potrà comprenderla tutta. Sarà allora beato.
Sono creazione della Bibbia codeste idee sublimi, ignote ai Greci, ed agli Italici. In essa proclama agli uomini la Sapienza: «Io fui creata a principio, innanzi del tempo, nè verrò meno giammai. Io era con Dio, tutto ordinando, quand’egli creava. Sono con esso, che crea tutto dì conservando. Beato, chi veglia instancabile alla mia soglia. Chi mi trova, e possede, sarà beato per sempre in Dio ( Prov. VIII).»
Brunetto chiama i filosofi, figliuoli di filosofia, imitando la nobilissima frase della Bibbia, che ha i figliuoli di Dio, della luce, e simili.
Come si usava al suo secolo, dice cherici i letterati. Non confonde i filosofi coi letterati, e perciò nè pure coi chierici, comechè della scienza di essi la sua filosofia fosse informata, e primeggiassero tra essi grandi filosofi, celebrati altresì dall’.
I concetti di Brunetto Latini intorno a Dio, alla creazione, alle creature, ed alle loro attinenze, sono illustrati da queste frasi del suo divino discepolo.
Iddio è, Essere primo (): La somma essenzia (): La prima cagione (): Quel che è primo (): Prima virtù ( e ): Punto fisso (): Intelletto primo (): Primo vero (): Lo primo ed ineffabile valore (): Primo amore (, , XXVI, ): La prima luce (): La prima equalità (Par. XV): La suprema possanza (): L’alto fattore (Inf. III): Chi tutto discerne (): Colui che mai non vide cosa nuova (): La fonte onde ogni ver deriva (Par. IV): La profonda e chiara sussistenza dell’alto lume (): L’eterna luce, che vista sola, sempre amore accende (): L’alta luce, che da sè è vera (Par. XXXIII): Il vivo lume, che tal è sempre qual era davanti (): L’amor che muove il sole, e l’altre stelle (): Il bene, che non ha fine, e sè in sè misura (): Lo sommo bene, che solo a sè piace (): Il ben dell’intelletto (): Lo bene, di là dal qual non è a che s’aspiri (): Non circoscritto, tutto circoscrive (): Il vero, in che si queta ogni intelletto (Par. XXVIII): Il vero, di fuor del qual nessun vero si spazia (): Il fine di tutti i disii (Paradiso XXXIII).
La gloria di colui, che tutto muove Per l’universo, penetra e risplende In una parte più, e meno altrove (). Quel che dipinge lì, non ha chi il guidi; Ma esso guida, e da lui si rammenta Quella virtù, che è forma per li nidi (). Colui che volse il sesto Allo stremo del mondo, e dentro ad esso Distinse tanto occulto e manifesto; Non poteo suo valor sì fare impresso In tutto l’universo, che il suo verbo Non rimanesse in infinito eccesso (). Oh abbondante grazia, ond’io presunsi Ficcar lo viso per la luce eterna, Tanto che la veduta vi consunsi! Nel suo profondo vidi che s’interna Legato con amore in un volume Ciò che per l’universo si squaderna; Sustanzia, ed accidente, e lor costume, Tutti conflati insieme per tal modo, Che ciò ch’io dico è un semplice lume.
La forma universal di questo nodo Credo ch’io vidi, perchè più di largo, Dicendo questo, mi sento ch’io godo ().
Illustrazioni al Libro I - Capitolo III
Dante distingue le creature in modo simile a questo di Brunetto:
Nè pur le creature che son fuore D’intelligenza... Ma quelle ch’ànno intelletto ed amore (). Quanto per mente e per occhio si gira ().
cioè il mondo delle idee e il mondo reale.
Ciò che non muore, e ciò che può morire ().
Il traduttore fa l’astrologia, da Brunetto chiamata nel Tesoretto storlomia, sinonimo di astronomia, come per etimologia dovrebbe essere. Ma nè dell’astrologia propriamente detta, quantunque fosse allora comune, e creduta perfino da quegli sciaurati che non credevano in Dio, nè dell’alchimia Brunetto ragiona, forse perchè scienze parziali, che in tal qual modo facevano parte da sè. Dall’ fu condannato all’inferno solamente chi di esse abusò. Credette anch’egli alla sua stella.
Credette, ed anzi si fa predire appunto dal maestro Brunetto:
Se tu segui tua stella, Non puoi fallire a glorioso porto, Se ben m’accorsi nella vita bella ().
Ed il :
Non mio voler, ma mia stella seguendo. Il dì che costei nacque, eran le stelle Che producon fra noi felici effetti, L’una ver l’altra con amor converse ().
Dante nel si congratula colla costellazione dei Gemini, dalla quale, come da causa seconda, riconosce il suo ingegno:
O gloriose stelle, o lume pregno Di gran virtù, dal quale io riconosco Tutto, qual che si sia, il mio ingegno; Con voi nasceva, e s’ascondeva vosco Quegli, ch’è padre d’ogni mortal vita; Quand’i’ sentii da prima l’aër tosco.
L’amanuense, e tutti i tipografi, non furono paghi che Brunetto accennasse alla ricerca della distanza dal cielo alla terra: ricerca vana, quando non sia scientificamente determinato che cosa si voglia dire col nome di cielo. Vi aggiunsero senza più la precisa ricerca dell’altezza del cielo, ricordando per avventura il faceto racconto del , col quale dal volgo si beffano tali ricerche (Nov. XXIX), colla conclusione dei savi di Parigi: «Matto è colui, che è sì ardito, che la mente mette di fuor del tondo!» Altre novelle ciò pure proverbiano. Ricordiamo quella di , nella quale il mugnajo diviene abbate appunto per questa scoperta.
La grandezza e l’altezza del cielo, i sette pianeti, l’influenza delle stelle sul calore, sui venti, sulle meteore, sono errori e pregiudizii dell’epoca, dei quali non dobbiamo ghignare, se non vogliamo accaparrare il ghigno dei nostri nepoti sui nostri. Ebbe questi ed altri pregiudizii ed errori anche .
Illustrazioni al Libro I - Capitolo IV
Con ammirabile rettitudine Brunetto insegna, che prima dobbiamo imparare a governar noi stessi coll’etica: poi la nostra famiglia, e le cose nostre coll’economia: finalmente le cose pubbliche ed i popoli colla politica. Chi non è buon cittadino, e buon padre di famiglia, non può essere buon magistrato. Qui domui suae praeesse nescit, quomodo ecclesiae Dei diligentiam habebit? inculcava (I Tim. III 5).
L’Evangelio non ha un motto di politica; ma divinamente fomentando la perfezione morale dell’individuo e della famiglia, preparò la massima rivolu- zione politica. La storia dell’umanità è per esso divisa in due gran parti: prima, e dopo di Cristo.
L’Evangelio, come nota Brunetto, ottenne ed ottiene i suoi trionfi coll’eloquenza. La creazione materiale, non che la seconda creazione morale, è opera del Verbo di Dio.
Secondo il veder nostro, Brunetto abbassa troppo la politica, annoverandola fra le arti meccaniche, anzi dichiarandola mestiere.
È vero per altro, che ministerium e mestiero, procedono dalla stessa radice.
Innalza troppo la rettorica, mettendola a fianco della politica.
La rettorica era considerata quale maestra dell’eloquenza: l’eloquenza, quale pratica applicazione di tutta la civile sapienza. Poteva dirsi, la strategia della parola a servigio della repubblica. Rammentiamo i trionfi oratorii di console.
»Haec una res, egli insegna, in omni libero populo, maxime in pacatis tranquillisque civitatibus, praecipue semper floruit, semperque dominata est. Quid enim est, aut tam admirabile, quam ex infinita multitudine hominum existere unum, qui id quod omnibus natura sit datum, vel solus, vel cum paucis facere possit? Aut tam jucundum cognitu, aut auditu, quam sapientibus sententiis gravibusque verbis ornata oratio et polita? Aut tam potens, tamque magnificum, quam populi motus, judicum religiones, senatus gravitatem unius oratione converti? Quid tam porro regium, tam liberale, tam munificum, quam opem ferre supplicibus, excitare afflictos, dare salu- tem, liberare periculis, retinere homines in civitate? Quid autem tam necessarium, quam tenere semper arma, quibus vel tectus ipse esse possis, vel provocare improbos, vel ulcisci lacessitos? (De Orat. lib. I, cap. 8)».
Che la rettorica sia la scienza che drizzò prima il mondo a ben fare, può sembrare esagerazione, a chi considera la rettorica quale oggi è. Gli antichi reputarono inseparabile la parola dall’idea, l’eloquenza dalla sapienza. Insegnò : Nihil aliud est eloquentia, quam copiose loquens sapientia (Parad. LXXIX). Ed ai Pisoni:
Scribendi recte sapere est et principium et fons.
Quando a principio furono aperti in Italia ancora divisa i congressi scientifici; vedemmo a prova, che di scienziati non pativamo difetto, ma di oratori. Peggio vedemmo, quando si aperse il politico parlamento. Farse a soggetto si recitano quasi ogni giorno. Dove sono i successori di Marco Tullio? Eloquenza è faconda sapienza.
Con Brunetto esorteremo l’Italia, a coltivare l’eloquenza per servigio decoro ed incremento della libertà finalmente ottenuta.
Illustrazioni al Libro I - Capitolo V
Vedi, o lettore, storia curiosa di un errore di penna.
Tutte le stampe leggono: «Tre scienze escono da lei (cioè dalla logica): dialettica, fisica, e sofistica.» E poco appresso: «La seconda si è fisica la quale ecc.
Notava : «Nell’un luogo e nell’altro, per fisica intendi metafisica. E per quanto i trivii e quadrivii scolastici del medio evo differissero dalle partizioni usate da noi nello scibile, non credo si possa mai intendere per fisica ciò che qui troviamo indicato con tal nome. Non cangiai tuttavia, perchè concordi le tre edizioni, ripetuta la parola, e senza limiti le inesattezze in certi tempi.»
Dice benissimo che fisica non è parte della logica. Ma lo è metafisica?
, senza far motto della correzione proposta dal Carrer, l’edizione del quale, al pari di me, egli rabescava colle sue postille, nota: «Forse metafisica. Questo scambio di metafisica in fisica (o simile) trovo in tutti i t t eziandio nel francese. Potrebbe essere avvenuto all’autore leggendo un simile sbaglio di voce ne’ t t di (9. 1. ast. 1. 2.) Ivi si legge, ed in più luoghi appresso: Non fuit igitur necessarium praeter philosophicas disciplinas aliam doctrinam haberi. Alcuni t t leggono phisicas. Così molte volte anche appresso.»
Concediamo, sieno errati i testi di S. Tommaso, com’è anche errato il testo del Sorio, che legge metasisica in luogo di metafisica. Ma la metafisica, è parte della logica? Abbiamo schivato Silla, per urtare contro Cariddi.
Ricorriamo al testo francese. Esso legge efidique. Non saprei dire, come il Sorio non lo vedesse. Ma che vuol dire questo vocabolo? Manca ai dizionarii. Mi pose ciò non pertanto sulla retta via per trovare epidico. Επίδικος significa contenzioso, litigioso, giudiziario, che prova per ragione, per diritto, e argomenti, essere le cose quali si dicono. È dunque desso.
Illustrazioni al Libro I - Capitolo VI
Lontano dalla superstiziosa adorazione della lettera biblica male tradotta, e peggio interpretata, Brunetto credendo in Dio creatore, parla di archetipo, di ile (ύλη, materia), e di successiva formazione delle creature. A’ suoi tempi non si sospettavano pure possibili, le scienze che ora sono giganti, e ci fecero venerare sempre più luminoso il nome di Dio impresso e nelle massime e nelle minime creature: nelle nebulose, e negli infusorii.
L’ilozoismo riguarda la vita e la materia come inseparabili. Alcuni ilozogisti dividono la vita in tutte le parti della materia: la materia non è per essi, che un aggregato di atomi animali, o viventi, che non dipendono da alcun principio superiore. Altri ilozogisti si rappresentano l’intero universo come un solo e medesimo essere, come un animale, o una pianta, di cui la vita, il moto, e la forma sono il risultamento d’una forza unica, chiamata natura, o anima del mondo. era coi primi: gli stoici erano i secondi. Stratone, lontano egualmente dal meccanismo puro di , e dal credere che il mondo fosse un animale, faceva intervenire nella genesi delle cose quella ch’egli chiamava natura, cioè la vita, ed il caso, o l’incontro fortuito delle parti diverse della materia. Il caso dà l’impulso: poi la natura segue il suo corso. Disse l’:
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