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Un corpo
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La mia compagna non so se fosse ninfa o folletto. Io la chiamavo col verso di un vecchio Stornello: La bizzarrina del campo dei fiori. Aveva diciott’anni. Di quando in quando si svincolava dal mio braccio per fuggire sull’erba verde di que’ bei prati del Prater. Talvolta le correvo dietro, ed ella mi scansava, girando intorno all’enorme tronco di una quercia, e sbalzando da ogni parte con salti da gazzella; talvolta la lasciavo andare, ed ella allora, vedendosi lontana, si fermava, si sdraiava sull’erba, e m’aspettava ansando. Nel giungerle vicino, guardavo tutto intorno se qualcuno ci vedesse. Facendo puntello delle braccia ella rovesciava indietro il corpo flessuoso, che s’incurvava come l’ansa di un vaso greco. M’inchinavo e le davo un bacio. Poi le dicevo: — Carlotta, bada che lasci vedere i legacci delle tue calze. — Ed ella allora, scattando in piedi, scuoteva la sottana del suo abito color di rosa, e con cara ironia mi susurrava nell’orecchio: — Sei geloso della luna che nasce? —
Eravamo infatti soli soli in quel sito del parco, e i raggi della luna cominciavano a vincere la luce rossastra del crepuscolo. Di lontano s’udiva una grande allegria di suoni e di canti: le mille voci di un popolo in festa. Attraverso le frondi si vedeva accendersi un lume, poi un altro, poi un altro ancora e via via, finchè gli alberi disegnarono la loro forma nera sopra un gaio incendio di luce gialla. — Fermiamoci qui — disse Carlotta; — mettiamoci a sedere su questa panca. Non senti anche tu nell’anima una dolcezza tutta serena e come una gran voglia di solitudine? — E sospirava soavemente, e mi stringeva la mano, e alzava gli occhi umidi e sorridenti al cielo. Stavo per risponderle, ma mi troncò la parola il romore di un passo vicino. Un signore smilzo e lungo, vestito di nero, ci passava dinanzi. Carlotta, nel vederlo, tremò tutta, soffocò un grido e si avvinghiò al mio corpo.
— Che cos’è, mia cara? — domandai tutto agitato.
— Niente, niente — rispose Carlotta; ho avuto paura. È una fanciullaggine. Perdonami. — E mentre io, stringendola alla cintura, volevo farla sedere di nuovo, ella scappò via, dicendo: — Andiamo, ti scongiuro, al Wurstel-Prater. Ho bisogno di distrarmi. — M’afferrò per la mano e, quasi correndo, mi trascino in mezzo alla folla e alla luce.
Alle mie interrogazioni replicava ch’era una ubbia, e mi giurava di spiegarmi un’altra volta la cosa.
— Ma quell’uomo t’ha egli fatto del male? — insistevo.
— No.
— T’ha egli voluto corteggiare?
— Oh no, no!
— Ma dimmi almeno se t’ha mai parlato?
— Mai, te lo giuro.
— Ebbene?
— Insomma è una scempiaggine. Te la dirò domani. Adesso, scusa, non ci voglio pensare. — E si piantò dritta in faccia ad un casotto di burattini.
La commedia era delle solite: una ragazza che nasconde gli amanti nel cassone della farina; il diavolo che porta via dalla tavola il vino e le pietanze, e una vecchia che vi rimette tondi, bottiglie, e l’altro che la bastona, e simili cose da fanciulli. Poi veniva in iscena una cassa da morto, e due becchini vi cacciavano dentro la vecchia, e picchiavano coi martelli per inchiodarvela, e si mettevano la cassa in ispalla, facendo le viste di andarsene, quando a un tratto un coniglio, un vero coniglio bianco, gettato via il coperchio, n’usciva fuori, con infinitissime risa de’ bambini, delle bambinaie e dei caporali e sergenti che le stavano aocchiando. Carlotta, la quale s’era un po’ tranquillata e principiava a sorridere, all’ultimo si annebbiò di nuovo, e mi pregò di accompagnarla altrove.
M’ero già accorto, ne’ quattro mesi dacchè stavamo insieme, che Carlotta, non ostante il suo umore tutto gaio e la sanità del suo corpo, aveva una grande paura della morte. Tutto ciò che in un modo o nell’altro poteva ricordargliela, bastava a farla impallidire e tremare. Dinanzi agli ospedali non voleva passare mai; e una volta, che andavamo in carrozza all’Augarten, ordinò al cocchiere di svoltare da una via laterale, per non avvicinarsi nella Taborstrasse allo spedale dei Fate-bene-fratelli. Se vedeva di lontano un funerale, tornava indietro, o si ricoverava in una bottega, girando altrove la testa. Non voleva leggere di morti o di malati, o sentirne parlare. Tollerava la compagnia de’ medici, ma quella dei chirurghi le era insoffribile; e un giorno che, in una birraria, il Dumreicher mi raccontò, nel discorso, non so più che strano caso di autossia, Carlotta, la quale era con me, sentì venirsi male. Si riebbe tosto; ma per ventiquattr’ore quelle sue belle labbra non vollero comporsi al loro solito riso. Io pigliavo tali stravaganze per la espressione involontaria di una sensibilità eccessiva; le perdonavo, le rispettavo, mi piacevano anzi in quell’anima senza malizia.
L’anima era da fanciulla, ma il corpo era da Dea. Il paragone con le statue greche può solo dare un concetto di quelle membra snelle, vigorose, di acciaio temprato. Somigliava alle Amazzoni, alle Diane cacciatrici di Scopa e di Prassitele; aveva anche le movenze delle Veneri callipigi, delle Veneri accoccolate, delle Ninfe sdraiate, di Psiche quando stringe Amore. Cleomene figlio di Apollodoro certo le insegnò ad atteggiarsi, dopo avere fatto l’ultima carezza alla Venere de’ Medici.
Il suo volto ricordava la testa di quella cara Euterpe, che sta nel museo di Berlino: il naso non si staccava dal fronte se non per una dolcissima sinuosità; gli occhi, lunghi, rialzati un po’ verso il mezzo della faccia, parevano tracciati con l’arco di un compasso; le labbra ferme scendevano un tantino alle estremità, unendosi per due infossature quasi impercettibili alle narici; il mento disegnava con le guancie la curva rovesciata di una perfetta parabola. L’Euterpe ha i capelli increspati, e s’indovina che sono biondi; quelli di Carlotta erano biondi e increspati, e componevano, per annodarsi dietro, come nella figura antica, due larghe treccie in giro al fronte e sopra le orecchie. Nel viso di Carlotta non era peraltro niente di quella freddezza un po’ disdegnosa e solenne, ch’è quasi sempre il carattere de’ volti greci; anzi nella perfezione attica della forma portava i segni di una gaiezza facile, aperta, buona e gli occhi azzurrini compievano il ritratto dell’anima ingenua.
Quanto al colore, lo splendor di Tiziano e la finezza del Van-Dyck non sarebbero bastati. In quel candido si notavano de’ passaggi ammirabili quasi dall’azzurro al cinabro: sotto la pelle liscia, fresca, trasparente scorreva la vita fervida. Quella donna era il simbolo della grazia e della forza: però della salute. A Vienna, città delle belle donne, quando andavo in compagnia di Carlotta, la gente si voltava con ammirazione. Una mattina, nel Graben, il bizzarro Raal, che stava dipingendo allora i freschi dell’Arsenale, proruppe in questa esclamazione: — Ah, se potessi avere costei per modello della mia Germania! — e la salutò, togliendosi rispettosamente il cappello.
Il Wurstel-Prater era pieno di teatri da opera, da commedia, da pantomima, equestri, fantastici, di panorami, di lanterne magiche, di botteghe da caffè, di sale da concerti, di bersagli, di serragli, di gallerie fotografiche, di suonatori ambulanti, di cantambanchi, di saltimbanchi, di rivenduglioli d’ogni sorta di roba, di birrarie sopratutto. Migliaia e migliaia di persone passeggiavano intorno, fermandosi chi qua, chi là, entrando chi nell’uno, chi nell’altro casotto, comperando quale una cosa, quale l’altra, urtandosi, pigiandosi da ogni parte, pestandosi i piedi, sempre con bonomia tollerante, con garbatezza ruvida, ma espansiva. Il riso usciva da quelle grosse labbra abbondante, come la birra entrava in que’ gorgozzuli. Le birrarie, alcune formate di ricche sale, adorne di sete, di velluti, di festoni e di fiori, parecchie altre composte di una piccola baracca di legno e di un immenso steccato tutto sparso di tavole e di scranne, erano piene zeppe. Chi non trovava da sedere, si sdraiava sull’erba pesta. I giovani garzoni, le fresche serventi, correvano senza posa, partando a diecine le tazze di cristallo, colme della birra d’ambra con ispuma d’argento. I fanali, le lanterne, i lampadarii, i lampion- cini di cento forme e di cento colori rischiaravano in diverso modo quella vasta scena: da una parte tutto nuotava nella luce; poco discosto tutto si nascondeva quasi nel buio. Guardando in alto si vedevano luccicare le foglie umidette de’ grandi alberi, e scintillare le profondità del cielo. Lo schiamazzo babelico, il frastuono, infernale aveva qualcosa di misterioso. In mezzo al parlare confuso ed allo sghignazzare di tante innumerevoli bocche, si udiva a tratti l’armonia di una orchestra, il suono rauco della tromba de’ funamboli, la nota sibilante del piffero d’un educatore di topi, la voce stentorea di un venditore di salami, il ruggito di un leone dalla sua gabbia, o il guaire di un cane smarrito.
Il Wurstel-Prater era, per solito, la delizia di Carlotta. Si divertiva di tutto. Sulle facezie de’ pagliacci faceva le più grasse risate; dinanzi alle marionette stava con la bocca aperta; voleva udire sino alla perorazione il sermone dei ciarlatani. Una volta mi fece montare insieme a lei sullo stretto sedile di un’altalena; poi nella carrozzetta di una delle giostre meccaniche, e, correndo in cerchio rapidissimamente al suono dell’immenso organone, a me che sentivo quasi venirmi il capogiro, ella mostrava scherzando i due delfini di legno, i quali face- vano le viste di tirarci, e paragonava, con infantile compiacenza, sè ad Anfitrite e me a Nettuno. Solo non le piacevano le figure di cera.
Ma quella sera Carlotta aveva mutato umore, sembrava preoccupata da qualche uggioso pensiero, guardava distrattamente, sorrideva poco. Dinanzi ad un circo equestre, dove, sapendo che le piacevano molto i cavalli, volevo condurla, ci si udì salutare da parecchie voci. Erano padre, madre, cinque figliuole, la cameriera e la cuoca tutta la famiglia del buono impiegato all’ufficio di censimento, il quale ci dava a pigione una parte del suo quartiere, quattro stanze nel Franz Josefs-Quai, verso il largo canale del Danubio. Andavano a pigliare l’omnibus per ritornare a casa, e Carlotta mi pregò di lasciarla andare con essi, dicendo che si sentiva un po’ stanca, che dopo un’ora l’avrei trovata più pazzerella che mai, e che — lo mormorò con un divino sorriso — m’avrebbe voluto anche più bene del solito.
Le strinsi la mano, e rimasi solo in mezzo alla calca.
M’avviai lentamente ad una birraria modesta, fuori del chiasso, dove aveva costume di sorbirsi otto o dieci tazze di birra a quell’ora appunto un mio carissimo e solidissimo amico, il dottore Herzfeld. Era di dieci anni più vecchio, o, per meglio dire, men giovine di me, che n’avevo allora ventiquattro: piccoletto, grassoccio, rosso in viso, con due occhietti cerulei da cui schizzavano scintille. Egli professava medicina, ed io professavo pittura. I nostri studii si toccavano in un punto, l’anatomia; per la quale egli non sentiva nessuna inclinazione, ed io provavo una repulsione quasi invincibile. Questa repulsione aveva fatto andare in bestia il mio vecchio maestro, e m’aveva tirato addosso le celie de’ miei colleghi; sicchè, di quando in quando, per dare a me stesso lo spettacolo della mia forza di volontà e di stomaco, m’ero sforzato a cacciarmi nell’osteologia, nella miologia e nelle altre ricerche del corpo umano. Da quattro mesi Carlotta, alla quale non toccavo mai di tali brutte malinconie, aveva contribuito ad allontanarmi compiutamente da quello studio schifoso.
L’Herzfeld non era solo. Discorreva con un signore. Come mi vide si alzò, e, correndomi incontro: — È un secolo che non ci vediamo — disse.
— Sono molto occupato — risposi, — ed è un gran pezzo davvero che desideravo stringerti la mano.
— Sì, sì — replicò l’Herzfeld, con un certo suo ghigno, il quale voleva parere sardonico ed era pieno di benevolenza — sì, sei affaccendato ad essere l’uomo più felice della terra. Ti perdono. Dio voglia che tu non abbia mai più bisogno nė degli amici, nè della birra — e mi offriva la sua tazza, che una servente aveva in quel momento recata e in cui bolliva ancora la spuma. Poi, accennando me al signore che gli stava presso, gli disse il mio nome, e, indicando a me quel signore, profferì con voce piena di rispetto la sola sillaba: — Gulz. —
— Carlo Gulz? — Il signore, alzandosi in piedi, fece un leggiero segno affermativo col саро.
— Carlo Gulz, l’anatomista? — Fece un altro segno affermativo, e si rimise a sedere, dopo avermi con la mano accennato di fare altrettanto.
Le ragioni del mio stupore erano due. Carlo Gulz aveva un nome già celebre fra gli scienziati e gli artisti tedeschi. La sua magnifica opera sull’Anatomia estetica era già pubblicata da più di tre anni, ed io, in uno de’ brevi periodi del mio faticoso studio anatomico, l’avevo letta da capo à fondo. Ora, dov’io m’aspettavo di trovare un uomo bene innanzi d’età, ecco che vedevo un giovine di aspetto quasi infantile. Era alto di statura, ma smilzo smilzo, come un ragazzo che sia cresciuto prima del tempo; portava gli occhiali, e aveva, a guardar bene, qualche ruga sul fronte, ma i capelli biondissimi gli scendevano a onde sulla pistagna dell’abito nero, e il mento non era ornato se non di una barbetta gialla, che pareva di primo pelo. La fisonomia indicava una placidezza concentrata e triste. Vidi poi che, nel parlare, il naso, disegnandosi in leggera curva aquilina, dava a quel volto certa strana espressione di fermezza rigida e quasi sinistra, espressione accresciuta dal carattere della voce, dolce nel suono, ma uscente a tratti rapidi, con concitazione dura.
La seconda causa del mio stupore stava in una vaga somiglianza di Carlo Gulz con quel- l’uomo, di cui non m’era riescito scorgere le fattezze un’ora prima nell’ombra del crepuscolo, e che aveva fatto tremare e gridare Carlotta. Carlotta sapeva ella che quegli fosse un anatomista? Poteva bastare ciò perchè, pur essendo tanto schifiltosa, le venisse indosso un sì forte spavento? Ma, soprattutto, non m’ingannava forse una facile analogia di statura, di magrezza, di portamento, di abito?
Tali stupori e tali sospetti mi traversarono il cervello in un lampo, e non feci niuno sforzo nel rivolgere un caldo complimento al Gulz sul suo libro, il quale, dicevo, aveva fatto progredire di pari passo l’arte e la scienza.
Egli rispose con molta semplicità, ma con profonda convinzione: — Quel libro, signore, è un’opera giovanile, incompiuta e fiacca. La mia nuova teoria aveva bisogno di moltissime prove e di larghissimo sviluppo. Sto adesso occupandomene, e fra sette anni, se la natura mi aiuta, il lavoro sarà fornito.
— Ed ella vive intanto in mezzo ai cadaveri?
— Dieci ore al dì, regolarmente. In nove anni, dacchè ricerco la bellezza del corpo umano, non mi rammento di avere rubato qualche ora al mio caro studio se non una dozzina di volte, e, glielo assicuro, senza mia colpa. Il tempo impiegato di giorno nell’andare in cerca dei modelli vivi e nello studiarli, si riacquista di notte. Ma purtroppo il caso non mi vuole favorire sovente; purtroppo m’accade assai di rado che i perfetti modelli vengano a finire sulla mia tavola di marmo bianco!
— Nove anni dacch’ella studia il corpo dell’uomo! Dottore, ella doveva essere ben giovinetto quando cominciò le sue indagini anatomiche.
— Quando principiai ad occuparmi dell’uomo avevo più di vent’anni; ma sin da ragazzo mi occupai degli altri animali. Abitavo in campagna, e mio padre era veterinario. Mi rammento che, appena desinato, correvo a fare il mio compito scolastico in una specie di stalla tutta mia, piena di uccelli, di galline, di conigli. Finito di sbadigliare sulla gramatica o sull’aritmetica mi cacciavo nelle mie investigazioni e nelle mie esperienze infantili. Mio padre verso le dieci della sera veniva a pigliarmi per le orecchie, e mi trascinava a letto. Spesso attendevo che tutti dormissero, mi rivestivo, e in punta di piedi tornavo pian piano nella mia stalla, dove talvolta lo stridio di qualcuna delle mie bestie mi tradiva, e dovevo, piangendo, abbandonare il frutto della operazione. Passai quindi ai cani, ai gatti, ai cavalli....
— E stampò — interruppe l’Herzfeld, che sino allora aveva ascoltato tacendo — nella Rivista universale di Anatomia uno studio intitolato: L’indole morale degli animali domestici, dedotta dal loro corpo.
— Appunto; e avevo sedici anni.
— Conosco lo scritto. E l’opera di un vecchio, non l’opera di un fanciullo. Ma chi volesse dedurre il carattere personale dell’uomo dalle ossa e dai muscoli....
— Farebbe in parte quello che faccio io — notò il Gulz: — e non ho cominciato io; giacchè dopo e prima del Gall e del Lavater cento altri hanno tentato il medesimo.
— Ma con qual frutto, dottore?
— Con poco, è vero; perchè i loro sistemi erano incompiuti. Non le sole forme esterne del corpo bisogna guardare, nè le sole gibbosità del cranio, ma tutta intiera la macchina umana. Tutto si collega, tutto s’immedesima. Ciò che i più dicono anima, forma una cosa sola con ciò che tutti usano chiamare materia.
— Il pensiero è materia! Come lo dimostra, dottore? — chiesi io, ripigliando il dialogo.
— E lei come dimostra, scusi, che il pensiero sia spirito? Che cosa è questo spirito, che cosa è quest’anima? La vanità dell’uomo ha voluto crearsi dentro un certo non so che di- verso dalle molecole e dalle forze della natura. L’idea di un così fatto privilegio mi ripugna davvero, perchè rompe le leggi dell’universo, e mi sembra puerile, perchè in fondo non dice e non ispiega niente. Non pare a lei più naturale il credere che i pensieri ed i sentimenti non sieno altra cosa che le infinite e rapidissime combinazioni di atomi infinitamente piccoli, i quali si muovano, s’aggruppino, si sciolgano, si ricompongano, si riposino, si ridestino nelle cellette del cervello? E così vengono facilissimamente spiegati il sonno, i sogni, la memoria, il rammentarsi improvviso, le bizzarrie della immaginazione, lo svolgersi ordinato del criterio e via via.
— E la morte?
— È la putrefazione della materia del pensiero: la putrefazione dell’anima.
— Ma le passioni, ma il genio dell’uomo?
— Con soli novanta numeri si formano più di quarantatrè milioni di cinquine. Metta che le molecole del pensiero sieno miliardi e miliardi, e mi dica se nelle loro combinazioni non istieno dentro tutto il genio, tutta la scienza e tutte le passioni umane.
— Già, la madre che piange sul figliuolo malato, la donna che abbraccia l’amante, Goethe che scrive il Faust, l’Allighieri che detta la Divina Commedia....
— Cristallizzazioni, per così dire, singolari e molteplici; fenomeni, de’ quali non si è ancora trovato il modo e il perchè. Si troverà.
— E potremo allora, scusi, dottore, rinnovare in un laboratorio di fisica, di chimica o di anatomia il processo della mente di Volfango e di Dante, le lagrime della madre e il sorriso della sposa?
— In piccola parte, chi lo sa? Ma sempre, intendiamoci, in piccolissima parte...
— Manco male!
— ...perchè i mezzi di cui l’uomo può disporre sono infinitamente minori di quelli che ha in poter suo la natura, e perchè l’abilità della natura è infinitamente superiore a quella delle nostre mani. Noi conosciamo, per esempio, di che sostanze è composta la rosa, come germina, come si nutre, come respira, come cresce, come fiorisce, come prolifica; ma, benchè una rosa non pensi, potremo noi, per nostro uso, rifarci una rosa? Avverta, non ostante, come oggi gli strumenti si perfezionano e l’occhio dell’uomo s’ammaestra. Ecco che già noi sappiamo riprodurre sulla faccia di un cadavere con la semplice corrente elettrica le espressioni della vita: il sorriso, il sogghigno, il moto dello sprezzo, il segno dell’orgoglio offeso, il corrugare severo della fronte, la smorfia di uno che senta un cattivo odore, o l’irradiarsi sereno di un viso gaudente. La pila voltaica, il microscopio, i reagenti chimici, le operazioni chirurgiche, le osservazioni mediche, quali maravigliosi progressi non hanno fatto compiere allo studio del corpo umano? E non resta egli a giovarsi meglio del magnetismo, e, chi lo sa? di qualche altro fluido sconosciuto finora? Chi può dire alla scienza: questo è il confine? Chi avrebbe mai indovinato che un piccolo prisma di vetro potesse bastare pochi anni addietro ad un uomo per iscoprire che nel sole bruciano alcuni corpi semplici, ignoti a lui e a tutti sulla terra? E il sole ci ha insegnato a trovare il rubidium, il coesium, il thallium, l’indium. Noi, ch’è tutto dire! sperimentiamo il sole. Dinanzi ad una unica figura dobbiamo inchinarci e adorare dinanzi alla figura della Scienza. —
Così dicendo, il volto di Carlo Gulz aveva assunto una espressione solenne e mistica. I suoi occhi scintillavano, e la sua fronte pareva enorme. Nel pronunciare la parola Scienza s’era rizzato in piedi, e, cavandosi il cappello, aveva sollevato lo sguardo al cielo. — In quell’uomo, pensavo, c’è un sacerdote — e abbassai con rispetto la testa.
Dopo una breve pausa continuò: — Io vivo per la scienza. Non ho mai amato, mai sof- ferto, mai gioito per altro che per la scienza. Nelle ore di voluttà la abbraccio; nelle ore di sconforto la invoco; nelle ore di orgoglio le alzo un altare. Ma l’uomo che studia si sente le mani legate. Non siamo più, è vero, agli anni del Vesalio, che doveva disseppellire di notte tempo i cadaveri mezzo imputriditi nel cimitero degli Innocenti, o staccare dalle forche di Montfaucon i corpi già quasi divorati dar corvi e dagli avoltoi. E senza tale sua audacia sublime gli uomini non avrebbero avuto quel famoso trattato di Notomia, che venne pubblicato a Basilea nel 1543.....
— Coi disegni di Tiziano, mi pare?
— Appunto. E il Vesalio fu mandato dal Tribunale dell’inquisizione a Gerusalemme in penitenza, solo perchè, a verificare certa sua induzione, credette necessario spezzare il costato di un uomo, a cui batteva il cuore.
— È cosa da inorridire.
— Da inorridire, perchè? Non inorridite, non gridate vitupero e sacrilegio, io credo, quando per la caparbietà di un ministro o di un principe, quando per conquistare un pezzo di terra, che una nazione ruba ad un’altra, spirano fra gli spasimi più tremendi, in mezzo ad un campo sferzato dal sole o in una mefitica sala da ospedale, migliaia e migliaia di uomini, dianzi sani, giovani, belli, onesti. Che vantaggio ne cava l’umanità? Quale beneficio ne trarranno i nepoti? Quante esperienze perdute! Vi lagnate che i medici non sanno, e non li lasciate studiare. Era più umano Napoleone il grande quando ordinava le sue gloriose e inutili carneficine, o Tolomeo quando donava al medico Erofilo più di seicento malfattori, già condannati all’ultimo supplizio, perchè, sezionandoli vivi, cavasse dai loro corpi quella scienza benefica, la quale è giovata nel corso de’ secoli alla vita di milioni di uomini? Cosimo de’ Medici, un fiorentino forbito, faceva col medico Falloppio lo stesso e il Falloppio, che per l’unico amore della scienza sperimentava sul vivo, era più barbaro forse di lei, dell’Herzfeld, di me, che per una parola sgarbata infilzeremmo senza scrupoli un uomo? Ella sa — continuava con foga rapida, ma rotta, il Gulz, indirizzandosi sempre a me — ella sa che Parrasio, per figurare Prometeo dilaniato dall’avoltoio, comprò un prigioniero vecchio e venerabile, poi, fattoselo condurre nell’officina, con un ferro aguzzo gli andò lacerando il fegato, e, mentre il vecchio agonizzava fra i più atroci tormenti, il pittore calmo osservava, studiava, dipingeva.
— Lo so. Ma questa storia, che fa rabbrividire, è incredibile.
— La racconta Seneca, al quale, è vero, la morte non faceva paura, e la racconta come una cosa tutta semplice e tutta naturale. Il fatto è che quegli uomini antichi mettevano sopra ogni altra passione la passione del vero. Per essi la scienza aveva dei tremendi diritti. L’umanità contava più dell’uomo. Vedevano il bene con animo grande, con volontà di ferro, senza sdolcinature da femminuccie, o timori da fanciulli, o scrupoli da rimbambiti. Erano uomini. —
Dopo queste parole il giovine si alzò in piedi, cacciò indietro, squassando il capo, i suoi lunghi capelli, stese la mano all’Herzfeld, s’inchinò a me e, volgendoci le spalle, senza dire altro s’allontanò.
Io ero rimasto attonito, mezzo maravigliato e mezzo stomacato; ma l’Herzfeld, afferrandomi pel braccio e scuotendomi forte: — Svegliati — disse, — e andiamo via. Non vedi che già siamo quasi nel buio e soli? — Affrettammo il passo; si pigliò l’omnibus e si giunse al Franz Josefs-Quai, dove, salutato l’amico, salii nelle mie stanze. Carlotta mi aspettava; ma quella sera si discorse poco, non si rise affatto, e s’andò a letto di buon’ora.
Tre giorni dopo Carlotta era ridiventata più festevole che mai, ed io pensavo ben di rado e con un sorriso di scherno a Carlo Gulz, del quale non avevo detto niente alla mia sensibile amica.
Davo gli ultimi tocchi ad un gran quadro, già messo nella sua larga cornice. Ogni tantino m’allontanavo dalla tela di alquanti passi per guardarla con compiacenza; prendevo uno specchietto e, voltandomi, stavo un po’ a contemplare beatamente in esso la immagine del dipinto; poi sbalzavo presso a Carlotta, e inginocchiandomi dinanzi a lei e baciandole le mani, le dicevo: — Tu m’hai rivelato a me stesso: o questo capolavoro è tutto tuo, o tu sei uscita dal mio cervello. — E la ricercavo per la millesima volta dal fronte alle unghie rosee dei piedi con uno sguardo profondo e lento lento, ma pieno di rispetto candido e di ammirazione purissima.
I raggi del sole, che entravano senza ostacolo dall’ampia finestra, e, rischiarando di un’allegra luce il quadro, facevano brillare l’oro della cornice, di rimbalzo mandavano sul corpo divino di Carlotta un lume pieno di riflessi, che permetteva, senza il volgare contrasto di un chiaroscuro eccessivo, lo studio fine di quei contorni flessuosi e di quel colore, delicatissimo. Le membra erano modellate a cesello. Dove le ossa, non ravvolte nel fermo involucro di muscoli e di carne, lasciavano sotto la pelle trasparire, come nella rotula e tra il cubito e l’omero e all’ileo ed alla clavicola e sul frontale, la loro tinta di avorio; dove le vene sottili e leggermente azzurrognole s’intrecciavano su! colore di rose, la mia tavolozza era, dopo un’ardua ma dolcissima fatica, giunta a tal perfezione che mi faceva andare in visibilio. Carlotta m’innamorava anche più nel mio quadro che in sè stessa: la mia vanità m’aveva tanto ubbriacato che in qualche istante quella donna mi sembrava la copia viva della opera delle mie mani. Tra lo scherzoso ed il mistico declamavo a gran voce, alzando al cielo le braccia come le figure oranti delle catacombe, un verso, il quale conteneva, secondo me, la definizione di tanto splendida creatura, un verso di Terenzio nell’Eunuco:
Color verus, corpus solidum et succi plenum.
Ma Carlotta intanto s’era alzata in piedi, ed era venuta leggiera leggiera dietro a me, gettandomi le braccia sulle spalle e incrocicchiando le mani sul mio fronte. Mi girai a un tratto, ma era già fuggita nella sua stanza, e aveva serrato l’uscio. Un quarto d’ora dopo, rientro vestita col suo abito color di rosa.
L’Aretusa del mio dipinto rappresentava tal quale Carlotta. Avevo condotto a fine quella figura grande al vero e il paesaggio in due soli mesi, lavorando quattro ore al giorno, poichè volevo sempre dipingere col sole in istanza; e il sole in quei due mesi mi aveva, per sua grazia, tutti i dì favorito. La tela era più larga che alta. Il boschetto di tamarisci lasciava vedere tra le fronde ed i rami un lembo di cielo azzurro; ma chiudeva nell’ombria diffusa e quasi lucente il dinanzi del terreno, dove tra i verdi trifogli e le tenere mortelle e le vermiglie rose — qual avvi al mondo cosa — bella senza la rosa? — tra le rose e le mortelle e il trifogli scorreva, blando ruscello, il corpo della ninfa. Diana, per salvarla dalle amorose persecuzioni di Alfeo, la volle trasformare in fonte; ma l’amore, più ingegnoso della Dea, insegnò tosto al cacciatore di trasformarsi in fiume: e le acque della sorgente e del fiume si confusero insieme, e, sotto alle onde salse del mare, così mischiate, ricomparvero dolci e limpidissime sul lido di Sicilia. Questo mito elegante piaceva in quei giorni a me, che col beato Anacreonte andavo ripetendo, fra gli altri, questi versi:
Monile al tuo bel collo vorrei farmi, O zona al colmo seno; O in socco pur cangiarmi, Sì che il tuo piede mi premesse almeno.
Alfeo aveva fatto meglio; ed io volevo dipingere i due amori, che diventano uno. Ma nel pormi all’opera avevo prima messo da parte Diana, poi lasciato fuori Alfeo; e a un po’ per volta la favola si ridusse a un nome. Intorno a quel nome io posi per altro tutto il mio affetto e tutto quanto il mio ingegno. Invocavo Aretusa come Faust aveva invocato Elena.
La ninfa dunque, nel suo alveo di erbette, seguiva con le membra la inclinazione del suolo; e il braccio sinistro, disteso lungo il terreno, sorreggeva il capo, da cui sgorgavano come onde d’oro i capelli; e la mano destra si ripiegava sotto il mento; e il seno schiacciava mollemente i fiori variopinti; e il con- torno dalla prominente spalla scendeva giù giù con una curva ineffabile, poi si rialzava nel tondo fianco e tornava a muoversi tra rette brevi ed archi soavissimi sino al piede. Il volto esprimeva l’amore quando comincia, fra il sereno ed il mesto: un sorriso e un sospiro.
— Bravo il mio pittore — diceva Carlotta. — Io sono tanto orgogliosa di parer così bella. Ma tu mi dovrai dipingere di nuovo, in cento modi, vestita da odalisca, da monaca, da vestale, vestita da Eva. In campagna, ne’ folti boschetti della vallata di Brühl, non mi atteggerai su questo prosaico divano, coperto da questa sbiadita stoffa di color verde, ma sull’erba alta del color di smeraldo.
— Sì, e se passasse qualcuno?
— E tu lascierai passare. Non vuoi tu forse esporre questa nostra Aretusa alla Mostra permanente?
— Sì certo. Ha da essere la prima pietra dell’edificio della mia gloria. Ma, chi sa? gli uomini, e specialmente gli artisti, sono tanto corrivi alle illusioni...
— Cattivo. Mi hai pur detto che te l’avevo fatto io il quadro. Non voglio che si dubiti della mia sapienza, sai. Or dunque, se tu vuoi esporre agli occhi di tutti l’Aretusa, e dici che l’Aretusa sono per l’appunto io...
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The end
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