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CONTESSA ELDA DI MONTEDORO
Introduzione
Fermarsi in un sito sconosciuto e montuoso dell’isola di Sardegna, cogliere fra i lentischi e le roccie una timida rosa montana, nata all’ombra degli elci e fra i profumi delle folte borraccine, — esaminarla foglia per foglia, sino agli intimi più segreti ed olezzanti del suo calice, — descriverne le tinte rosee sfumate in diafani pallori o in porpore di fuoco, i misteriosi profumi miti sotto le perle della rugiada, acri sotto i raggi ardenti del solleone, — ecco il modesto scopo del presente Racconto.
Chiunque da una novella sarda attende le solite storie atroci di sangue, di odi feroci e di amori terribili, non legga questo povero lavoro, chè nulla troverà di tutto ciò. Chi invece ama conoscere un poco i costumi, le passioni, gli usi odierni, la vita e i paesaggi del centro della Sardegna legga con pazienza e bontà queste modeste pagine, che tutto ciò descrivono con fedeltà, secondo le poche forze della giovine autrice, — la quale prega infine i suoi lettori Sardi di non offendersi se per caso trovano qualche fortuita rassomiglianza di nomi, non intendendo alludere a nessuno col narrare casi accaduti soltanto nella sua fantasia — e i colti lettori del Continente di perdonarle gli errori e le imperfezioni, pensando che essa, ancora inesperta nell’arte dello scrivere, ma sempre pronta a perfezionarsi col tempo, non conta ancora venti anni.
Capitolo I
Siamo in Sardegna, nella parte montuosa della Sardegna, in una piccola città che ci contenteremo di chiamare solo X***, benchè nella carta sia segnata con un nome assai sonoro e lungo. X*** possiede la sua brava passeggiata, le sue piazze, esenti ancora di fontane di marmo, e di statue, i suoi caffè splendidissimi, il suo «club», e qualche volta anche, a intervalli di due o tre anni, si permette il lusso del teatro: tutto ciò però non impedisce che vi si tragga la vita più noiosa di questo mondo, sicchè la più piccola novità basta per mettere in fermento gli abitanti pacifici e poco interessati nelle gravi questioni d’oltre monti e d’oltre mari. Ai primi dell’anno 1881, la novità più saliente, la novità che più dava di che pensare e di che dire nei crocchi, nei caffè, nelle conversazioni private di X*** era una palazzina misteriosa che da circa due mesi stavasi fabbricando all’estremità nord della città, vicino alla casa di don Salvatore Mannu, ch’era l’ultima di X***, una palazzina bianca, elegante, dai balconi di ferro verniciati a rosso, circondata da uno spazio destinato a giardino. Gli studenti, che poco più o meno s’intendevano tutti di francese, dicevano che quella casina di uno stile mai più conosciuto in X***, le cui case erano tutte disadorne e ineleganti al di fuori — allora — era uno «chalet», e che probabilmente lo faceva costruire qualche ricco per venirsene in Sardegna nella bella stagione, — qualche inglese, ben sottinteso, molto eccentrico ed originale, dal punto che sceglieva la Sardegna per luogo di villeggiatura... — Ma un negoziante che aveva viaggiato in Spagna e abitato per tre settimane in Granata, un gran sognatore idealista che smentiva la massima: “i commercianti son tutti gente positiva„, asseriva che lo stile della nuova palazzina era moresco, lo conosceva ben lui... e aveva la sua idea fissa: doveva venir abitata, la palazzina s’intende, e non l’idea, da un signore orientale, forse qualche pascià, gelosissimo e innamorato di una bella fanciulla sempre velata, il quale venivasene lì, in fondo al mondo, per nascondere a tutti la sua donna e vivere senza il timore d’essere tradito da lei, ignara delle nostre lingue, ben custodita da eunuchi e da schiavi. Sì, doveva essere così! Infatti, al pian terreno della palazzina, le finestre venivano munite da grosse per quanto eleganti e ricurve inferriate rosse, i balconi eran tutti velati da persiane, e uno dei muratori, interrogato a proposito dal negoziante sognatore, aveva detto che il giardino doveva venir circondato da un muro di tre metri e chiuso da una porta foderata a lamine di ferro.
Checchè fosse, nessuno riusciva a dire precisamente chi faceva costruire la palazzina: gli operai lavoravano sotto la sorveglianza di un capo mastro che aveva lui stesso, senza bisogno d’ingegneri, disegnato il tutto; venivano pagati da lui, non sapevano oltre, nè chiedevano oltre...
Dunque, il gran segreto lo possedeva lui, il severo capo mastro piemontese, che non parlava mai, fuori dello stretto necessario per farsi capire, che non aveva amici a X*** e che faceva solo ciò che dovrebbero far tutti perchè il mondo vada bene: i fatti suoi. — Fu interrogato il capo mastro, ma lui rispose di saperne quanto gli altri; e quando, vista la assurdità della sua risposta, i curiosi l’incalzarono vieppiù di domande, il brav’uomo li mandò a farsi friggere, spiegando loro la santa sua massima di far ciascuno i suoi affari. — In realtà neppur lui sapeva di chi era la palazzina. — Chi ne doveva saper qualche cosa, era don Salvatore Mannu, chè appunto lui aveva comandato al capomastro di innalzare la palazzina e somministravagli i fondi, pregandolo però del più profondo segreto; ma nessuno pensava di interrogare don Salvatore, che, ridendosela sotto i baffi, si mostrava curioso al pari degli altri e si divertiva assai delle chiacchiere e della curiosità che la palazzina destava. Agli ultimi di aprile fu completata: era qualcosa di meraviglioso, coperta tutta da un terrazzo circondato di balaustrate di ferro, gli ampi balconi dalle persiane verdi, il muro del giardino tutto a merli e torricelle come la cinta di una città fortificata, le quattro facciate bianche, filettate da eleganti striscie di smalto azzurro. E giù giù ai piedi, la vallata verde, ampia, ridente, chiusa dai monti bruni, selvaggi, pittoreschi; su su il cielo azzurro e profondo, su cui essa si disegnava ardita, leggera, aerea, come un brano di paesaggio svizzero o fiammingo.
Don Salvatore ne era incantato, e spesso, guardando la palazzina dall’orto di casa sua, accarezzava il viso della sua piccola primogenita e le diceva: Quando anche tu ti sposerai con un bel giovine ricco, nobile, laureato, ti farò costruire un palazzo così.
Nel pubblico, intanto, la curiosità era arrivata all’ultimo grado; si invigilava l’arrivo dell’omnibus, delle carrozze pubbliche e delle private, pochine davvero, e ad ogni volto sconosciuto che si vedeva, si diceva: Ecco che arriva! Ecco che arriva!..
Ma invano: arrivavano nuovi impiegati; operai italiani, che fanno più fortuna, emigrando in Sardegna che in America; arrivarono i nuovi soldati, i nuovi ufficiali, i nuovi carabinieri, gli studenti dei villaggi partiti per le vacanze di Pasqua; arrivarono le rondini, il nuovo sotto prefetto, i fiori, un ingegnere con la famiglia, uno scozzese viaggiatore, e tutti destarono un fremito nell’anima degli abitanti di X***, ma nessuno andò ad abitare la palazzina misteriosa... Alla fine ci si stancò di aspettare; i mesi passavano, nessuno veniva, altri avvenimenti accadevano ad X***, altre notizie e novità incalzavano. Sicchè la palazzina fu posta in disprezzante oblio, e nessuno si accorse che un giorno di luglio arrivò a X*** l’avvocato Marco Ferragna con la sua giovine sposa, Lara Mannu, nipote di don Salvatore. Insieme a loro arrivò la splendida mobilia per la palazzina di cui essi erano i padroni e che essi appunto dovevano abitare....
Capitolo II
Il vero nome di Lara era Maura. Rimasta orfana da bambina, Maura, posta in collegio a Sassari dallo zio don Salvatore, tutore e custode del piccolo patrimonio, lasciatole da suo padre, era cresciuta a poco a poco in un ambiente se non del tutto signorile e aristocratico, assai più civile e colto di quello fra cui crescevano le signorine di X***; sicchè, divenuta una bella, elegante, coltissima fanciulla, aveva fatto pazzamente innamorare di sè uno dei più giovani e celebri avvocati del fôro sassarese. E Marco Ferragna, ch’era lui, non ostante l’opposizione della famiglia, una delle più ricche e aristocratiche di Sassari, un bel giorno se ne era venuto a X*** e aveva chiesto a don Salvatore la mano della nipotina Lara, raccontandogli come l’avesse conosciuta nelle campagne di Sassari, ove Lara trovavasi ancora, in villeggiatura, presso una sua amica, come se ne era innamorato e come intendeva sposarsela benchè la sua famiglia fosse contraria al suo matrimonio. Don Salvatore ne fu sulle prime sbalordito. Ah, a X*** non si fanno così i matrimonî, no, Dio buono: un giovine, specialmente se trovasi in buona posizione, prima di decidersi a prender moglie, ci pensa su per due o tre anni... eppoi, dato il caso che vi si decida, ascolta prima il parere non solo della famiglia, ma del paese intero, e si comporta secondo il consiglio dei savî.
Così la pensava don Salvatore; ma siccome era uomo di senno e abbastanza istruito nella sua qualità di cavaliere e proprietario, pensava pure che secondo i paesi i costumi; e i costumi di Sassari dovevano essere assai diversi da quelli di X***, perchè Marco Ferragna, nel chiedere la mano di Lara, vestito inappuntabilmente in abito da società, e inguantato, aveva gli stivaletti verniciati, il che non si vedeva tutti i giorni in X***.
— Mia nipote si chiama Maura, non Lara — osservò lo zio dopo aver dato il suo solenne «sì» a Marco.
— Lo so, — rispose questi, — ed è da pochi giorni che Maura si fa chiamare Lara, dopo aver letti i versi della , in omaggio della illustre poetessa. Li ha letti lei, don Salvatore, o piuttosto zio Salvatore?... Non meritano che una gentile e bella signorina come Maura cambi per loro il suo nome?... — Don Salvatore sorrise e scosse la testa: in realtà lui conosceva molti versi, da quelli del Dore a quelli dell’illustre Paolo Mossa, ma questa contessa Lara non sapeva chi fosse.
— Che vuole? — si scusò. Io non ho tempo di leggere i bei libri e non conosco nulla... nulla. Sono sempre occupato in campagna ed ho appena qualche volta il tempo di leggere l'«Unità Cattolica» in casa di prete Giovanni...
Questa dichiarazione troncò sul labbro di Marco la storia dei sette infanti di Lara che stava per raccontare a don Salvatore... Gli parlò invece di agricoltura e fu più compreso; e quando si divisero, Marco, che aveva alfine convinto il futuro zio a dargli del tu si portò seco il cuore dell’onesto possidente dopo due sole ore di conoscenza, come dopo una serenata sotto le finestre della villa delle verdi campagne di Sassari avevasi conquistato il cuore di Lara.
Don Salvatore fece subito ritornare a X*** la nipote: Marco rimase anch’egli nella piccola città finchè tutto fu pronto per gli sponsali. Si sposarono nel più profondo segreto, per espressa volontà di Lara che non amava le pompe e le chiacchiere, e partirono per il viaggio di nozze in continente ed anche all’estero: al ritorno si sarebbero stabiliti a Sassari, ove Marco teneva il suo splendido e ricercato studio. — Tutto ciò fu un avvenimento così meraviglioso, che i bravi cittadini di X*** credettero di sognare. Ma figuratevi dunque! Prima di allora nessun giovine straniero, come Ferragna veniva considerato, si era mai sognato di sposare una signorina di X***, tanto più se povera e sconosciuta come Maura Mannu; — mai, prima d’allora, si erano compiute senza feste e senza pettegolezzi nozze così cospicue; — mai, prima d’allora, sposi per quanto ricchi e aristocratici erano partiti da X*** per fare il viaggio di nozze, e tutt’al più s’erano spinti a Cagliari per la festa di sant’Efisio.
Quella Maura, quella Maura!.... Che aveva mai fatto per guadagnarsi tanta grazia di Dio? Era forse bella, ricca o che più delle altre? Perchè era stata tutta la sua vita in collegio, riuscendo appena a saper scrivere lettere intarsiate di versi, a suonare il pianoforte ed a saper ricamare in seta e oro! Perciò le cascava tanta fortuna! No, no, Maura doveva aver fatto qualche stregoneria a Ferragna perchè egli si fosse innamorato di lei... Ma del resto!... Chi diceva che Marco era tisico, chi gelosissimo tanto che avrebbe fatto morire Lara di crepacuore, chi affermava essere un avvocatino spiantato che avesse sposato Lara unicamente per il di lei minuscolo patrimonio, e tutte le signorine di X*** si consolavano al pensiero che la famiglia Ferragna odiava a morte la piccola Lara. E mentre sparlavano orrendamente dei due sposi, per loro fortuna assai lontani, ognuna in cuor suo invidiava Lara e la sua sorte e imprecava l’avarizia del proprio padre che non l’aveva posta in collegio a Sassari come Lara. Chissà allora se l’avvocato Ferragna si fosse innamorato di Lara smorfiosa o di lei così bella!
Così pur troppo è, gentile mia lettrice. Guai a chi ha un po’ di fortuna, nelle piccole città di provincia, e non nella sola Sardegna, ma nel mondo intero. L'invidia plasma subito la sua croce e la pone addosso al mal capitato che, se di animo dolce e tranquillo, finisce col maledire la fortuna che lo solleva alquanto e rimpiange il tempo in cui, piccolo e sconosciuto, non destava invidia, nè veniva tormentato dalle maldicenze e dalle calunnie.
Però bisogna rendere onore al merito, e un merito assai onorevole negli abitanti di X*** era quello di obliare a tempo e luogo i disgraziati che destavano le loro chiacchiere. Perchè? Lo disse un poeta di Ozieri, se non erro:
E dopo due o tre mesi Lara fu lasciata in pace dalle signorine della sua città. Venne la volta della palazzina bianca, le cui vicende vedemmo poco fa; poi, all’arrivo dei Ferragna, risorse la loro questione più viva e animata di prima; ma a poco a poco, appagata la curiosità del pubblico e sfumati i sogni degli studenti e del negoziante viaggiatore, le chiacchiere cessarono: le si- gnorine e signore fecero a gara per farsi amica Lara, e in pochi giorni Marco Ferragna ebbe in sue mani le cause, le carte e... il cuore dei pezzi più grossi di X***.
Capitolo III
Lara aveva diciott’anni, Marco ventisei o ventisette. Allorchè passavano stretti a braccetto per le vie di X***, così eleganti, così ben vestiti, entrambi giovani tanto, il viso sfolgorante felicità ed amore, ognuno si fermava ad ammirarli, ognuno li salutava, inchinandosi alla felicità che passava con essi, pensando che fossero gli esseri più felici del mondo. Così sembrava e questa volta l’apparenza non ingannava, no. Lara e Marco, ancora in piena luna di miele, favoriti da tutto ciò che un buon cristiano senza smodate ambizioni può chiedere a Dio, erano completamente felici. Essa, bruna, alta, sottile, i grandi occhi neri sempre velati da una leggera tinta di naturale tristezza e dalle lunghe ciglia nere nere, le labbra carnose, rosse e ardenti, molto elegante, molto «chic» nell’acconciarsi i capelli oscuri, crespi e folti, aveva lei sola un segreto per potersi vestire sempre così bene benchè semplicemente, aveva lei sola un talismano per essere così spiritosa, così appassionata, così svelta e operosa; lui, al contrario, biondo, gli occhi vivacissimi, bruni, ma non neri, dallo sguardo profondo, corruscante, impenetrabile; alto lui pure, magro, elegante e aristocratico sino alla punta delle unghie, la bocca stupendamente tagliata, le labbra sottili increspate ad un sorriso indefinibile come il suo sguardo, il volto pallido e il profilo stirato, era di un carattere serio, parlava lentamente, sempre in italiano, ma bastavano solo dieci sue parole per acquistarsi la simpatia e la ammirazione di chi l’ascoltava. V’era qualcosa di misterioso nella sua voce tranquilla e armoniosa, nella sua pronunzia dall’«esse» spiccata: tutta l’istruzione e l’ingegno e la gentilezza del suo animo trasparivan nella sua conversazione. Il fisionomista più ingegnoso non avrebbe potuto indovinare nulla dal volto, dal sorriso, del profondo eppure impenetrabile sguardo di Ferragna; ma il primo venuto, il villano più igno-
rante, al solo sentirlo parlare scorgeva in lui il giovine più bravo, più onesto, più affettuoso che si possa immaginare. — E Lara sulle prime s’era innamorata della sua voce senza neppure conoscerlo: della sua voce udita cantare una poesia d’amore, ardente, melanconica, fra i silenzi azzurri di una notte plenilunare, vibrata nella solitudine della campagna deserta e del cielo bianco scintillante. — Da più di un anno Lara aveva conseguito il suo ideale di fanciulla allevata fra le gentilezze e i sogni diafani di collegio, il suo ideale che Marco realizzava completamente; eppure lei provava sempre la stessa sensazione di voluttà, di gioia, lo stesso palpito provato in quella notte, ogni volta che Marco le parlava. L’ascoltava in estasi e quella voce adorata le scendeva nell’anima ricercandole le più intime fibre, con la stessa insinuazione, con lo stesso fascino con cui la cadenza della musica sacra dell’organo s’insinua in un’anima mistica e artista fra i solenni silenzi della penombra di una chiesa e i profumi inebbrianti dell’incenso.
La bella e ardente fanciulla adorava Marco in tutta l’estensione del termine; il suo amore era qualcosa di strano, di pazzo; un amore, che se contrariato la avrebbe uccisa, che pure così corrisposto la consumava ancora, le assottigliava l’anima e la fantasia. Guai se Marco la lasciava un’ora, un solo istante! Le pareva che tutto fosse vuoto intorno a lei; e se l’assenza doveva prolungarsi, piangeva quasi le fosse accaduta una qualche disgrazia. Ma quando Marco ritornava e pigliandola fra le sue braccia robuste le esprimeva a baci tutto il suo amore, Lara finiva col ridere della sua pazza angoscia, si chiamava bambina, si prometteva di non desolarsi più... e ricominciava da capo appena lui dovea allontanarsi di nuovo.
Marco per lei era tutto: vita, mondo, Dio. Nulla esisteva per Lara all’infuori del giovine: aveva trascorso i più splendidi paesaggi d’Italia, aveva visitato le più belle e grandi città senza quasi veder nulla, gli occhi sempre immersi nel volto di Marco, la fantasia sempre rivolta a lui che pure le stava così vicino. E quando esso le indicava i panorami più incantevoli, i monumenti più famosi, essa li ammirava per contentarlo, perchè anche ammirati da lui, ma all’ultimo gli susurrava delle parole che parevano complimenti, ma che invece erano la più sincera espressione dei suoi sentimenti.
— Bello!... Bello!... Ma tu sei più bello!...
Lui sorrideva, la guardava forte negli occhi a lungo, e, se non visto, trovava ben anche il modo di ringraziarla con un lungo bacio del suo complimento, mormorandole:
— Lara adorata!.....
Dacchè aveva conosciuta Marco, Lara, assai devota e pia per lo innanzi, si era scordata persino di Dio. Marco era il suo Dio! pensava sempre a lui, adorava lui solo, e dal folto lavorìo del suo pensiero ardente se veniva esclusa qualsiasi altra idea, anche la memoria di Dio non vi si introduceva più così sovente. Una sera, a Roma, Lara disse ciò sorridendo a Marco, ma poi aggiunse seria seria:
— Pare che Dio voglia vendicarsi del mio oblio! Oggi mi sento assai male e un presentimento mi dice che dovrò ammalarmi!... Sarebbe bella che morissi ora!...
— Taci! — rispose Marco, sfiorandole la bocca con una mano. — Se tu morissi, io la finirei in reclusione...
— Oh perchè?... — chiese lei, spalancando gli occhi.
— Perchè! Perchè se Dio si permettesse l’infamia di togliermiti, io l’ucciderei a revolverate.
Lara rise. Anche Marco, molto incredulo e scettico, rise un po’; ma guardando Lara, si accorse ch’ella era pallida e con le occhiaie, e si fece serio. La strinse fra le sue braccia e proseguì: — Ma no! Nessuno può togliermiti, nessuno, neppure Dio! io lo sfido a strapparti dalle mie braccia, lo sfido! e se, cosa impossibile, mi ti togliesse, io non l’ucciderei, perchè ha preso ben già da molto le sue precauzioni di sicurezza e la mia palla non giungerebbe a lui, ma lo dichiarerei il più ingiusto, il più crudele e feroce tiranno! — Lara pose a sua volta la mano sulla bocca di Marco, esclamando:
— Taci! Non parlare così di Dio! Egli è buono, è giusto, ma punisce chi lo offende! Tu ora l’offendi, Marco! Non offenderlo più, sai, potresti pentirtene!
Più tardi Marco si ricordò con istrazio di quelle parole dette da Lara tra il serio e il faceto: per allora si contentò di sorridere, dicendo: — Gli faccio le mie più umili scuse se lo offesi involontariamente. Vivi tu, Lara mia, vivi sempre, sana, felice, e amami, e io non solo non offenderò Dio, ma se tu lo vuoi, io gli dirò la mia preghiera a mattina e a notte ed anche prima del pranzo!....
Così scherzò per tutto il resto della sera, sul terrazzo dell’albergo, fra gli splendori del crepuscolo di una bella sera d’inverno: ma i suoi scherzi non impedirono che il malessere di Lara aumentasse tanto, che l’indomani si dovette cercare un medico. Sulle prime, Marco, se fu inquieto, provò anche una sfumatura di gioia credendo che tutta la piccola malattia di Lara segnasse l’alba della sua futura paternità, — ma consultato uno dei più famosi medici di Roma, questò lo assicurò che non v’era nulla di nuovo. — La sua signora. — disse, — è di complessione assai delicata e debole. È il viaggio continuo che le ha fatto male. La miglior cura che io possa prescriverle, perchè ella si conservi sana, è di metter fine al più presto al loro viaggio di nozze e di stabilirsi in un sito dall’aria salubre e calda, potendo, in un centro poco rumoroso, ove non sieno emozioni e avvenimenti che possano impressionare assai il morale della giovine ammalata.
Marco allarmato dalla strana ricetta, chiese al medico il suo parere, se di stabilirsi a X***, piuttosto che a Sassari. Il medico consigliò X***, luogo più caldo, più remoto e tranquillo di Sassari. Lo stesso giorno, Marco scrisse allo zio Salvatore per la palazzina ed espresse a Lara il volere del medico. Lara ne restò contentona. Non le disse però nulla della palazzina, volendole preparare una sorpresa: e appena fu ristabilita, ripresero il viaggio. Nonostante le raccomandazioni del medico, lo prolungarono assai. Le tasche di Marco erano ben foderate a biglietti da mille; Lara, completamente guarita, diceva di sentirsi in vena di intraprendere un viaggio in Africa; sicchè si spinsero sino in Svizzera, vi rimasero tutta la primavera, poi diedero una sbirciatina a Parigi, passarono per Nizza e tornarono ai silenzi delle solitudini sarde quasi un anno dopo le nozze, sempre più innamorati, pieni di ricordi e di meraviglia per le cose vedute, ma sempre amanti della loro verde e selvaggia Sardegna.
Capitolo IV
Arrivati a X***, rimasero almeno una settimana in casa di don Salvatore, sinchè la palazzina non fu posta in ordine. — La famiglia di don Salvatore era il vero tipo della famiglia sarda benestante.
In paese passava per aristocratica, ma figuratevi voi che razza di aristocrazia fosse. Lui, don Salvatore, un bell’uomo sui trentacinque anni, aveva fatte tutte le scuole di X***, e con la sua energica volontà, benchè fosse poco istruito, aveva immensamente allargato l’avito patrimonio, talchè ora contava fra i primari possidenti dei dintorni. Come dicemmo, la sua istruzione era assai limitata; don Salvatore non aveva mai avuto il tempo d’istruirsi; però i suoi affari sapeva ben farli; e nessuno poteva vantarsi di averlo una volta almeno burlato, oh no! In società, don Salvatore si permetteva di chiacchierare di politica, anzi su tal proposito aveva idee un po’... codine, forse perchè leggeva costantemente l’«Unità Cattolica» ogni volta che andava a visitare prete Giovanni suo antico maestro di scuola; — al caffè faceva la sua brava partita di carte ogni domenica sera; — nei lunghi crepuscoli estivi passeggiava ei pure nella passeggiata di X*** insieme agli altri, parlando del più e del meno, ben vestito e anche relativamente elegante nella sua qualità di cavaliere campagnuolo; — ma, del resto, egli la vita la viveva in campagna, nei suoi possessi ben coltivati, fra il pensiero di una buona raccolta e il pensiero di una nuova compra di terreni per accrescere sempre più la fortuna delle sue tre figlioline.
Donna Margherita, la moglie, ai suoi tempi, cioè dieci o dodici anni prima, passava per una fra le più belle fanciulle di X***; conservava ancora una sfumatura della sua antica bellezza, negli occhi neri e profondi e nel
profilo fino ma non poteva più dirsi bella donna. Continue malattie l’avevano resa magra, stecchita, con i capelli bianchi e la pelle diafana, nivea, però increspata assai sui viso e qua e là chiazzata di leggiere macchie livide. Pareva vecchia di molto, mentre contava un trentacinque anni come il marito, vecchia in tutto, nel parlare sommesso e quasi tremulo, nell’abito all’antica sempre oscuro. In casa indossava gonne e bluse di «cretonne» a righe nere e di qualche altra tinta cupa, il grembiule ampio un po’ più chiaro, e il capo coperto da un fazzoletto di seta nera con una striscia viola; per fuori la teletta di donna Margherita si componeva di una sottana di tibet nero, la giacchetta lunga orlata da righe di felpa, tutto nero, e su lo sciallo a fondo nero con uno stretto bordo ranciato, a fiorami e rabeschi bizantini dei colori della… rana! I guanti però non mancavano mai a donna Margherita, e le scarpe verniciate ed anche il ventaglio in estate, ma non più oltre, mai più!… Se tutte le donne avessero apprezzato e seguito la moda come donna Margherita, addio sete, colori e novità!… Ella vestiva come aveva vestito sua madre, sua nonna, le ave sue tutte, tutte le sue vecchie parenti; sperava di vestire come lei le sue figlie e le sue nipoti; ma non crediate che perciò essa vilipendesse le eleganti signore di X***, no, essa disprezzava la moda con tutte le sue follìe, però rispettava le opinioni altrui e lasciava che ognuno si vestisse a suo piacere, cosa che del resto non avrebbe potuto impedire, pare a me. Del resto usciva pochissimo, tutta casa e famiglia; e mentre don Salvatore pensava sempre ad accrescere il patrimonio delle sue figliuoline, donna Margherita non pensava che a farle crescere virtuose, impartendo loro la più stretta e rigorosa morale.
L’unico rimorso di donna Margherita era quello di non aver mai imparato a leggere e scrivere; non perchè le avanzasse del tempo e pensasse di ucciderlo con la lettura, oh, no, ma perchè non poteva esaminare i libri e i quaderni di scuola delle figlie; perchè da ciò proveniva l'unica e terribile umiliazione che sola aveva ricevuto in vita sua e di cui non poteva scordarsi. — Dodici anni prima, al tempo in cui, sposa novella ancora, sfoggiava il primo ed ultimo vestito chiaro indossato in sua vita, senza l’eterno sciallo in capo, le avevano detto ch’era quasi un’indecenza andar in chiesa senza il libro di preghiere.
— Ma come farò, se non so leggere! — rispose donna Margherita.
— Poco importa, — le si disse, — tu lo aprirai e farai mostra di leggere in esso mentre dirai a mente le tue preghiere.
Lei, si chiamava stupida ogni volta che lo ricordava, fece così..., e alla prima occasione una vecchia signorina che le conservava un astio profondo perchè don Salvatore non aveva sposato lei dopo averle fatto un anno di corte, le si avvicinò nel banco di chiesa, guardò sul suo libro, poi le disse a voce alta, quasi ridendo:
— Margherì, perchè leggi al rovescio?
Questa novella si diffuse lenta, serpeggiando, per tutta la chiesa ingombra di folla; tutti gli sguardi si volsero ad uno ad uno verso la povera sposa, e i giovinotti là in fondo, gli studenti e gli impiegati, scettici, miscredenti al punto di chiacchierare durante la messa e di non chinar il capo all’Elevazione, ne fecero le più saporite e allegre risatine sotto i baffi, e, quel ch’è peggio, sotto le vôlte della chiesa! Poi uscì fuori, la curiosa novella, si sparse dappertutto, tanto che don Salvatore, un sabato notte, nell’andar a letto, disse a sua moglie:
— Dì, Margherì, domani, non portarlo più alla messa il libro di preghiere! — Che colpo, che colpo per la povera damina! Ne pianse per una settimana, e sempre, sempre, non ostante gli anni e la morte della zitellona sua nemica, quel ricordo le rimase in cuore come un tarlo, gettando un riflesso di ira, di umiliazione nella sua anima, per natura assai calma e proclive al perdono e alla pace.
Sì, era un’anima buona e tranquilla quella di donna Margherita; il soffio delle passioni ardenti, delle speranze pazze, dei sogni infocati, dei volubili amori che ora dilaniano l’anima di quasi tutte le donne, non aveva sfiorato la sua vita morale, nè scossa la fede serena della sua mente purissima: da fanciulla, mai le parole: «sono infelice; voglio morire!...» che sono e sono sempre state il «credo» delle ragazze da marito; erano state dette da lei; sposa, mai la gelosia, l’ambizione di comparire nel mondo, di dominare il marito, le avevano neppure sfiorato l’anima; madre, la sua unica cura era d'allevar le figlie modeste, pie, oneste e pacifiche come lei. — E ciò era un male. Nella sua santa ignoranza, donna Margherita non sapeva che il mondo cammina e la civiltà progredisce e i sentimenti delle nuove generazioni cambiano; non sapeva che la febbre del sapere, s’insinua dappertutto, che l’ignoranza è la più feconda causa della corruzione, ora. Donna Margherita pretendeva che le piccole sue figlie pregassero sempre, e sempre ringraziassero Dio dei beni ricevuti, senza pensare mai, mai e mai alle cause che spingono lo stesso Dio a darci un bene e cento mali, — e le piccine pregavano, pregavano per obbedirla, ma a fior di labbro, e già nell’anima intelligente della più grandetta fremevano strani sintomi di ribellione: che? ella aveva interrogate tutte le sue compagne di scuola e tutte le avevano risposto che le loro mamme la preghiera la facevano dire loro solo alla mattina e alla sera, ringraziando Dio dei beni ricevuti, ma pregandolo anche di preservarle dalla sventura. Dunque quel Dio, a cui bastavano due sole preghiere al dì, era diverso dal suo che ne pretendeva tante... dunque era più buono. Ah, essa il Dio fattole conoscere da sua madre lo temeva, ma non lo amava come le sue compagne amavano il loro! — Donna Margherita vestiva alla sua maniera le figlioline; abitini oscuri fuori di moda, severi, credendo di inspirare in loro la modestia, la noncuranza del mondo; e loro, invece, e tutte questa volta, vestivano così per forza, ma invece della modestia covavano in core l’invidia per le altre tutte vestite in colori chiari, chi più chi meno alla moda; e invece del disprezzo del mondo, s’infiltrava lenta nelle loro piccole anime la febbre inconscia del lusso, della supremazia su tutte, sì, anche ciò perchè erano forse le più ricche fra tutte e loro lo sapevano... come?... perbacco! perchè la loro madre diceva sovente: — Siete ricche, ringraziate Dio per ciò e procurate di rendere ricca di virtù anche l’anima vostra!...
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