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Parte prima
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I
ct In quel tempo, circa trent’anni or sono, da Macomer a Nuoro si viaggiava ancora in diligenza, e quasi sempre di notte. La strada era ben tenuta, ma poco frequentata e non sempre sicura; il vetturino, quindi, che era allora un vecchietto energico e dispettoso, aveva cura di frustare i cavalli, e se per caso si addormentava, dopo un attimo si svegliava di soprassalto, bestemmiando.
Unico viaggiatore, in quella notte di aprile, era un capo-macchia, cioè uno di quei carbonai per lo più toscani, che in Sardegna dirigono il taglio dei boschi. Era un bel giovane, alto e svelto e dal viso pallido i cui lineamenti regolari ave- vano però alcunchè di duro; e i suoi capelli dritti e i baffi spioventi sul mento forte e sporgente erano dello stesso colore biondo-scuro del suo vestito di fustagno.
Egli veniva di lontano, sebbene il suo bagaglio si componesse appena di un ombrellone turchino e di un sacchetto pieno di castagne e di biancheria; ma doveva conoscere i luoghi che attraversava, perchè i suoi occhi azzurri, melanconici, velati da lunghe ciglia dorate, guardavano senza curiosità il paesaggio fuggente.
La notte era tiepida e chiara, nonostante le nuvole che oscuravano qua e là il cielo biancastro. All’orizzonte, sopra una linea azzurra di colline, apparivano le montagne di Barbagia dai profili argentei, e pareva che là lontano si stendesse una terra di sogno; ma al di qua, la luna, quando si liberava dalle nuvole, illuminava un paesaggio livido e rugginoso, una distesa di roccie che parevano blocchi di ferro, sparse fra macchie di fichi d’India simili anch’esse, sotto il chiarore lunare, a mucchi di pietre grigie.
Tutto il paesaggio era morto, e per la campagna deserta pareva non dovesse più incontrarsi anima viva; quando a un tratto, fra Bortigali e Silanus, apparve un uomo fermo sul ciglio della strada, e una voce forte gridò:
— Oh, cristiano, ferma! Carrozziere, dico a te!
Il vetturino neppure rispose. Allora la voce diventò supplichevole:
— Figlio di Dio, ferma; pago il viaggio da Bortigali. Mi sono storto un piede.
Questa notizia aumentò la diffidenza del vecchietto.
— Va alla cantoniera!
— Come posso camminare?
— E allora va al diavolo. Qui non posso fermarmi.
Il capo-macchia mise la testa fuori del finestrino e disse:
— Ma fermate, perdio! Non sentite che non può muoversi?
— Ed io non posso fermarmi!
— Voi fermerete, invece; altrimenti scendo io.
— Su diaulu chi tin ch’at battiu!
Ma il forestiere capiva benissimo il dialetto, e cominciò anche lui ad imprecare, finchè non riuscì a far fermare la vettura.
L’uomo s’avanzò lentamente, zoppicando, con una scarpa in mano: salutò, e aiutato dal capo-macchia salì sulla diligenza. Era un borghese, di media statura, grosso, vestito modestamente, con un cappello a cencio e una vecchia cravatta attortigliata attorno al colletto molle di una camicia di colore.
Sulle prime il capo-macchia lo credette un vecchio, ma esaminandolo meglio si accorse che nonostante la sua figura molle e i suoi capelli grigi l’uomo era giovane ancora e d’aspetto non volgare. La sua pelle era bianca, gli occhi neri e vivi: e i denti bianchissimi apparivano fra due labbra fresche, giovanili. Ma una barba grigiastra e ispida copriva le sue guancie giù fino al collo grosso; e un’espressione di stanchezza, di debolezza, come nei vecchi grassi, faceva apparire ancor più molli i suoi lineamenti.
Appena fu seduto parve rianimarsi alquanto; allungò il piede fasciato con un fazzoletto, e sentì subito il bisogno di far sapere che non era un vagabondo, nè un pezzente, ma un proprietario.
— Ho qui un pezzo di terra! Ho un cavallo indiavolato, che pascolava là intorno (accennò la campagna che si lasciavano addietro). Ero venuto per cercarlo, perchè dovevo recarmi a Nuoro, ma non l’ho trovato. Me lo avran preso i benefattori, che non mancano da queste parti. Buon prò a loro! Oltre al resto, nel cercare quella bestia indiavolata ho saltato un muro e mi sono storto il piede. Meno male che a Nuoro ho un buon amico che mi farà curare....
Il forestiere ascoltava e non trovava nulla da ridire; solo, di tanto in tanto, guardava al di fuori, quasi cercando con gli occhi il cavallino smarrito; e ad un tratto si appoggiò all’angolo della vettura e parve addormentarsi.
Le ruote della pesante diligenza scricchiolavano sulla ghiaia, come rompendo del ghiaccio; tutto era silenzio, al di là della strada solitaria. Anche il viaggiatore dal piede slogato tacque, e solo verso l’alba tanto lui che il suo compagno parvero svegliarsi e ripresero a chiacchierare.
La vettura correva attraverso una campagna ondulata, dal terreno scuro, ove qualche distesa d’orzo già alto metteva come delle sfumature verdi; torme di corvi s’alzavano gracchiando dalle macchie umide, e solo due pini solitari sorgevano nel mezzo delle vigne ancora spoglie.
In lontananza si scorgeva Nuoro. L’aurora illuminava l’orizzonte, e i monti di Oliena apparivano azzurri sul cielo d’oro, ma dai fianchi dell’Orthobene spuntavano bianche nuvole simili a colonne di fumo. Siccome il forestiere guardava con insistenza i boschi dell’Orthobene, il suo compagno di viaggio gli domandò se doveva andare a lavorare lassù.
— Sì. Sono capo-macchia nella «lavorazione» Perrò.
L’uomo si volse, con sorpresa e quasi con gioia.
— Io volevo appunto domandare lavoro al Perrò. È vero che cerca lavoranti sardi perchè i toscani non vogliono più venire? Li paga troppo male, mi han detto.
— È il contrario, invece, — disse con calma il capo-macchia. — I toscani si contentano di poco. Ma essi vengono solo per la lavorazione del carbone, dall’ottobre in poi. I sardi fanno il resto, ma per loro è quasi vergogna lavorare nelle foreste, cioè estrarre e pulire la scorza delle piante. Si capisce che ci vanno solo gl’individui che non trovano altro lavoro, cioè i più miseri.
— Eh, sicuro, lo scorzino non è un conte, — disse il viaggiatore, e si mise a ridere goffamente.
Il capo-macchia cercò di attenuare il significato aspro delle sue parole.
— Il lavoro è duro: bisogna farlo con pazienza.... per questo, secondo me....
— Io non ho vergogna di lavorare, — dichiarò il presunto proprietario, — per conto mio credo non sia vergogna adattarsi a tutto, pur di vivere onestamente! Oramai non basta possedere qualche cosa per poter vivere; bisogna lavorare. Il proprietario che dice: voglio sedermi accanto al fuoco, con le gambe accavalcate, sputar sulla cenere e passar i giorni senza far niente, è un poltrone e null’altro! Il fisco gli succhierà il midollo e un giorno o l’altro lo caccerà di casa.... Allora egli farà lo scorzino e sarà un pezzente davvero, mentre se lo fa prima che il bisogno lo costringa.... Potrebbe fare qualche altro mestiere più lucroso, anche, non dico, ma per esempio, se non trova altro.... per esempio se non può fare il contabile.... dico, può fare anche lo scorzino! Credo di spiegarmi!
Egli declamava alquanto, parlando l’italiano con quell’accento lievemente cadenzato che prendono i paesani sardi dopo un lungo soggiorno nel continente. Il capo-macchia conosceva bene quest’accento, sopratutto speciale a certi condannati che hanno scontato la pena nei reclusori di Nisida e di Civitavecchia; e quindi guardava con freddezza, se non con diffidenza, il suo compagno; ma più lo osservava più si convinceva di aver a che fare con un uomo di condizione civile. Il vestito del viaggiatore, stretto e quasi logoro, accusava miseria; ma la scarpa abbandonata sul sedile della vettura, una scarpa nuova, fina, quasi elegante, svelava i gusti signorili del suo possessore.
— Chi dice che il mestiere dello scorzino sia disonorevole? Voi, sardi, lo dite, — ribattè calmo e freddo il capo-macchia.
— Certi scorzini sono diventati ricchi.
— Il Perrò, dicono!... È molto ricco, vero?
— Chi? il Perrò? Sì.
— È vecchio? Avrà sessant’anni.
— Ma non li dimostra.
— Ha famiglia? Dicono abbia moglie e figli, ma in Continente. Vive solo, qui? Ha la famiglia, qui?
— No!
Dopo qualche momento di silenzio le domande divennero più intime.
— Ha l’amante in casa?
— Chi sarebbe?
— La serva! La conosco, è del mio paese. La conosce, lei?
— Ne ha più d’una, di serve!
— Quella di cui parlo si chiama.... Marielène Azzèna....
— Ah, Elena! La conosco....
L’uomo abbassò un momento la testa sul petto, e parve ricordarsi di cose lontane. — Sì, l’ho conosciuta ragazzetta.... Adesso avrà ventisei.... no, ventisette anni! Era graziosa, molto seria, quasi bella.
— Elena? È brutta! — dichiarò francamente il capo-macchia, guardando al di fuori impensierito.
Le nuvole incoronavano tutto l’Orthobene coi loro cirri fumosi; i cavalli nitrivano come eccitati dalla paura del temporale imminente; e per qualche istante anche l’altro viaggiatore guardò dal finestrino, corrugando le sopracciglia.
Anche lui era altra volta passato per quella strada solitaria e polverosa; e riconosceva i luoghi, i campi qua e là coltivati, le vigne, la piccola città di cui si distingueva, sullo sfondo verde e grigio della montagna, la mole rotonda e bianca delle carceri e la facciata rosea della cattedrale, che coi suoi due campanili ai lati dava l’idea d’una mano che facesse le corna al cielo.
I monti d’Oliena e d’Orgosolo eran diventati grigi, d’un colore di perla morta; le nuvole coprivano il cielo.
Vedendo che il viaggio stava per finire, il presunto proprietario parve prendere una decisione; sollevò il capo con una certa fierezza e disse, battendosi le mani sulle ginocchia: — Io mi chiamo Pietro Maria Dejana. Sono di buona famiglia, e Marielène Azzèna può dirlo. Ho avuto molte disgrazie, ma sono un galantuomo. Vorrei stabilirmi a Nuoro.... vorrei lasciare definitivamente il mio paese perchè ho molti nemici.... Infine, per farla corta, sono un uomo che desidera lavorare. Qualsiasi lavoro, non importa. Lei, dunque.... dicevo, dovrebbe raccomandarmi a Mossiù Perrò.... che fa lavorare tanta gente. Egli troverà lavoro anche per me....
— Va bene, — interruppe il capo-macchia, traendo subito il suo taccuino e scrivendovi qualche parola.
— Farò quanto potrò. Qualsiasi lavoro? — aggiunse, chiudendo il taccuino, dopo aver consegnato al Dejana una carta di visita, giallognola, che non mancava d’una certa eleganza.
Predu Maria guardò per qualche momento il cartoncino, come studiandovi attentamente quel nome stampato a caratteri gotici; poi sollevò la testa e disse esitando:
— Io andrò ad ospitare presso un mio amico.... Antonio Maria Moro.... So che
sta vicino al Perrò. Quando potrei avere la risposta?...
— Passerò io stesso; conosco di vista il Moro, so dove sta.
Questa notizia parve aumentare la timidezza del Dejana, ma come spinto dal bisogno di far capire al suo compagno di viaggio che malgrado le disgrazie sofferte egli si conservava un galantuomo, prima d’arrivare a Nuoro egli cominciò a raccontare la sua storia.
II
ct — Mio padre era un uomo benestante, — raccontò Predu Maria Dejana, — un proprietario quasi ricco, un galantuomo che tutti onoravano: morì giovane, lasciando noi figli in tenera età. Era questo il suo destino! Egli non aveva altro pensiero che la sua famiglia, e morì quando la sua famiglia aveva maggior bisogno di lui! Quelli che non credono in Dio ci dicono: ecco che cosa fa il vostro Dio! Io però credo a quello che diceva mio zio prete, che cioè ogni cosa sia prestabilita,
nella mente di Dio. I suoi fini? Egli solo lo sa: noi non possiamo saperlo. Altrimenti, se noi non ci spieghiamo così le cose, diventiamo pazzi. Egli è il nostro padrone, e il padrone non è obbligato a dar schiarimenti ai suoi servi.
Il capo-macchia fece segno di sì; anche lui credeva in Dio. Ma non approvò quest’altra ipotesi del Dejana:
— Ed è appunto quando noi ci dimentichiamo di Dio, quando noi vogliamo far giustizia da noi stessi, è appunto allora che diventiamo pazzi. Quando noi, per esempio, commettiamo una cattiva azione, o un delitto....
— Ebbene, bisogna appunto frenarsi, — disse con calma alquanto sprezzante il capo-macchia, bisogna esser sempre padroni di noi stessi. Dio è il nostro padrone, sì, ma un pochino dobbiamo esserlo anche noi....
— Impossibile!
— Basta calcolare le conseguenze, esser prudenti, pazienti, compatire.... tollerare....
Ma il Dejana rise, col suo riso goffo pieno di amarezza e riprese a raccontare la sua storia. Sua madre, rimasta vedova, s’era lasciata ingannare e truffare da molte persone.
— L’ultimo inganno di cui fu vittima fu il suo matrimonio con un mercante di Luras, di quelli che viaggiano con tre o quattro pezze di tela e panno sull’omero, e il metro in mano!
Egli pronunziò queste parole con disprezzo e rabbia; e al ricordo del patrigno il suo viso si rannuvolò.
— Mia madre era una donna saggia, buona, religiosa; amava i figli come può amarli una santa, eppure fu la loro rovina. Il Lurisincu, il nostro patrigno, era un mostro di malvagità, e fu il mio tormento, la mia sventura. Era destino anche questo! Egli si stabilì nel paese e dilapidò le nostre sostanze. In ultimo mia madre fu costretta a vendere tela e berrette in una botteguccia di panno ultimo avanzo della nostra fortuna. Egli bastonava a sangue noi figliastri, ed anche i bambini nati da lui e da mia madre. Era una bestia; da un uomo simile io non potevo certo ricever buoni esempi.
Il capo-macchia ascoltava e taceva, e solo dopo che il suo compagno ebbe finito di raccontare tutti i guai della sua disgraziata famiglia, domandò se il patrigno era vivo ancora.
Predu Maria sospirò:
— È morto! Attraverso il velo mobile della pioggia che cominciava a cadere, si scorgevano le prime case di Nuoro; allo svolto della strada apparvero tre alberi, curvi sul paracarri, quasi intenti a guardare lo sfondo roccioso del paese e le lontananze della valle grigia di vapori; poi la vettura si avanzò nel silenzio della Via Majore, fra due file di casette addormentate. Solo una donna col busto avvolto nella tunica e un’anfora di latte sul capo, si scansò mentre la diligenza si fermava davanti a un portone spalancato.
Il capo-macchia saltò svelto a terra, coi suoi sacchetti infilati al braccio, aprì l’ombrellone e aiutò Predu Maria a scendere.
— Se vuole posso accompagnarla. Si appoggi a me, — gli disse bonariamente prendendogli il braccio. — Venga, venga, non perdiamo tempo, se no ci inzuppiamo per bene.
— Ebbene, Dio glielo paghi! — esclamò Predu Maria commosso da tanta gentilezza.
Impiegarono un buon quarto d’ora per arrivare alla casa del Moro.
Predu Maria sentiva acutissimi dolori al piede, ma si trascinava stoicamente senza lamentarsi; arrivati sotto l’arco del Seminario, allagato da un rigagnolo di fango che scendeva dal rialzo ove sorge la Cattedrale, il Papi dovette però sostenerlo con più forza per aiutarlo a passare; e quando furono più su gli domandò:
— Il Moro Antonio Maria è quello che è stato condannato per firme false?
La domanda era fatta con accento calmo e senza intenzioni offensive; tuttavia il Dejana rispose vivacemente:
— Ma che firme false! È stata tutta una calunnia, una trama di nemici.... di testimoni pagati.... Una disgrazia....
— Sempre così.... per voi! Tutti i reati son disgrazie!
— Son dunque fortune? Del resto, Antonio Maria Moro non ha bisogno di rubare! È ricco; la sua nonna è una delle donne più benestanti di Nuoro....
— Ma lo ha cacciato fuori di casa, dopo quell’affare! Aveva falsificato anche la firma di lei.... che non sa scrivere!
Questo particolare fece ridere il Dejana. Ah, quell’Antonio Maria! Egli lo ammirava! Generoso, senza vizi, commetteva il male per aiutare gli altri, mentre per conto suo menava una vita quasi di stenti.
Che quest’uomo generoso vivesse modestamente, i due nuovi amici se ne convinsero nel vederne l’abitazione.
Un cortiletto recinto da un muro in rovina precedeva una specie di portico pri- mitivo composto di tre archi in muratura coperti da un tetto nella stessa condizione del muro di cinta. In fondo al cortile un sambuco già coperto di foglie ombreggiava un pozzo; e sulle pietre di questo, come sul tetto e sui muri, cresceva il musco umido e verde. Il luogo pareva disabitato, ma appena i due visitatori furono nel portico un uomo s’affacciò alla porticina d’ingresso, guardò il Dejana e scoppiò a ridere.
— Predu Maria Dejana! Chi si vede! Quando sei arrivato, buona lana?
— Proprio adesso!
— Che hai fatto a quel piede?
— Me l’ho storto.
— Come l’anima tua, allora!
Il capo-macchia lasciò che il Dejana entrasse, e salutò per andarsene; ma Antonio Maria con un gesto energico gli accennò di avanzarsi.
— Avanti! E tanto so chi sei!
Attraversarono una stanzetta d’ingresso che pareva una cantina, umida, ingombra di tini, di botti, di pajuoli di rame, di decalitri e d’imbuti, ed entrarono in una seconda stanza vasta e bassa che serviva da camera da letto e da cucina. Il fuoco ardeva nel camino, e da una piccola finestra si scorgeva una roccia di granito, sola in un paesaggio umido e verde; alcune goccie di pioggia cadevano dal tetto di canne sostenuto da fusti di pioppo.
— So chi sei! — ripetè Antonio Maria, sostenendo il Dejana, ma rivolto al capo-macchia, e minacciandolo scherzosamente con un dito. — E diglielo pure, al tuo padrone, che jaja mia la sua tanca non gliela vende. Per sotterrarcelo, se la vuole! E dunque, che abbiamo fatto a questo piede, Pedru Maria Dejà? Io non ti aspettavo fino a domani; ma si vede che quando zoppichi vai più svelto di quando sei sano!
— Correvo con otto gambe! Ma senza questo bravo ragazzo a quest’ora sarei sepolto nel fango come una cipolla!
I due risero ancora, e il capo-macchia osservò che il loro modo di ridere, di parlare, di muoversi, era quasi identico. Parevano due fratelli, tanto si rassomigliavano persino nel modo di vestire. I loro visi eran segnati dalle impronte della medesima razza; profilo irregolare, fronte mobile, mascelle forti e sporgenti; però Antonio Maria, calvo e coi capelli rasi, la nuca forte e grassa, sembrava il più vec- chio dei due; le sue mani rossastre parevano tinte di mosto ed esalavano un odore non sgradevole di acquavite all’anice.
Egli fece sedere il Dejana accanto al fuoco, gli battè una mano sulla spalla e si curvò ad esaminargli il piede slogato.
— Adesso viene mia nipote; la manderò subito a chiamare la maestra Saju.... Tu la conosci? — domandò al capo-macchia. — Quella è brava ad accomodar le ossa!
Il forestiere accennò di sì; conosceva quasi tutti, a Nuoro.
Intanto il Dejana raccontava le sue disgrazie di viaggio, la vana ricerca del fantastico cavallino, lo slogamento del piede, i modi da turco del vetturino, l’ajuto insperato del signor Bruno Papi, signor Bruno, vero?
— Bruno, solo Bruno, — rispose il capo macchia, respingendo il bicchierino di acquavite che Antoni Maria gli offriva.
— Tu devi bere, com’è vero Cristo. Altrimenti mi offendo!
— Mi dispiace, non posso. Sono astemio.
— Che uomo sei tu, allora? Scommetto che ti piace il caffè come alle donne.
— Mi piace, sì!
— Non ne ho! Se tu però ritorni, più tardi, faremo i maccheroni. Quelli almeno ti piacciono!
Bruno capì che doveva andarsene; si alzò quindi, strinse la mano al Dejana e gli disse:
— Non potrò forse ritornare fino a stasera; così le darò una risposta.
III
ct — Che risposta? — domandò Antoni Maria al suo ospite appena furono soli.
— Te lo dirò poi. Adesso, raccontami....
— Non fidarti del forestiere!... — ammonì Antoni Maria. — Che cosa gli hai raccontato? Quella è gente che non sa tenere segreti; e tu lo sai.
— Io non ho segreti.
— Gli hai detto che te l’ho scritto io, di venire? Questo era un segreto.
— E questo appunto gliel’ho nascosto!
— Coraggio, allora! Coraggio, Gerusalemme! Qui si tratta di far fortuna.
Ma il Dejana fece un segno di addio con la mano.
— Fortuna? Chi l’ha vista l’ha vista!
Antoni Maria gli si accostò di più, tirandosi fra le gambe lo sgabello su cui stava seduto.
— Ascoltami! Per tre anni siamo vissuti come fratelli, e come a fratello ti parlo. Tu dicevi che, appena libero, saresti andato a Gerusalemme; poi dicevi che volevi farti frate, che volevi morire prima di ricadere in peccato mortale. Io ti dicevo: aspetta, diavolo, c’è tempo per disperarsi. — Ti dicevo sì o no, così? Ora, ecco di che si tratta: Mossiù Perrò vuole dar marito alla sua serva.
— A Marielène?
— A Marielène.
Il Dejana ascoltava attentamente, ma i suoi occhi e il suo viso esprimevano più diffidenza che curiosità; e Antoni Maria se ne accorgeva e parlava fra l’irritato e il sarcastico.
— Tu credevi che io ti chiamassi per aiutarmi in qualche mala impresa? Rassicurati, Gerusalè! Se tu andrai all’inferno, come temi, non sarà per colpa mia. Dicevo dunque: Mossiù Perrò vuol dar marito alla sua serva. Il perchè preciso io non lo so; forse è stanco di lei, forse ha intenzione di tornarsene in Continente e non vuol tirarsela addietro. Tu fingi di non capire? Allora griderò e mi spiegherò meglio. Ohè, uomo, sei tu che devi sposare Marielène Azzèna. Lì correranno soldi. Predu Maria arrossì, e dopo un momento di silenzio disse con disprezzo:
— Antoni Maria Mò! Perchè ti è venuto in mente l’idea che io voglia vendermi?
— Tu parli come uno scemo che sei! Scusami allora, scusami! Sai cosa devi fare? Devi impiccarti.
— E perchè no? — rispose Predu Maria a bassa voce; e guardò il soffitto, come cercando la trave alla quale appiccarsi davvero.
Allora l’altro ricordò che una volta, in carcere, il Dejana aveva tentato di strangolarsi, e diventò serio, quasi triste.
— Ascoltami, Predu, ragioniamo. Quando eravamo là tu mi raccontavi che prima della tua disgrazia avevi conosciuto Marielène ed eri stato più che suo fidanzato. È vero sì o no, questo?
— È vero.
— Ricordati bene! Tu mi raccontavi che la tua intenzione, da fanciullo, era di farti prete; ma a diciotto anni dovesti interrompere gli studi per restare in casa a proteggere tua madre contro i maltrattamenti del tuo patrigno.... Di fronte a casa tua c’era una locanda: la servetta era Marielène....
— Basta, basta! A chi racconti questa storia? Io la so più di te! — Aspetta, cristiano! Tu non ricordi tutto! Tu dicevi, quando eravamo là: se torno al mondo sposo la ragazza.
— Se ella si fosse conservata una buona ragazza! Ma io non voglio l’avanzo di un francese, e neppure d’un italiano!
— Stupido! Sai cosa devo dirti? Che ci sarebbero dei nobili, degli avvocati, pronti ad accettare l’affare!
— Senti un po’, tu! Perchè allora non te la sposi tu?
— Lo vuoi sapere il perchè? Sì? perchè essa non mi vuole! Ella ha rifiutato persone più degne di me. Ella certo si ricorda di te, mammalucco!
Ma questa notizia, più che rallegrare parve mortificare il Dejana.
L’altro proseguì:
— Predu, non è disonorevole sposare una donna che ha vissuto con un altro uomo. Che noi uomini forse sposiamo la prima donna che tocchiamo? Disonore è lasciarsi tradire durante il matrimonio; allora sì, l’uomo passa per un imbecille, ed è questo il suo disonore. Ma credimi pure, fratello mio, l’uomo non sarà mai tradito, se non vorrà esserlo. Del resto tu dovresti sposarla per obbligo di coscienza, perchè sei stato tu il primo a metterla nella mala via. Ricordati! Dicevi che ne provavi rimorso; dicevi che Dio ti aveva castigato forse per questo tuo peccato.
Il Dejana arrossì di nuovo, ma d’una fiamma cupa, e i suoi occhi si riempirono di lagrime; si battè le mani sulle ginocchia e disse:
— Non tormentarmi! non ricordarmi quei tempi! La colpa è stata tutta del mostro! Se io non andavo in reclusione per colpa sua sposavo la ragazza, sebbene essa fosse già una creatura leggera, altrimenti non avrebbe badato a me! Perchè, poi, essa non ha atteso il mio ritorno? Perchè s’è data a correre il mondo? Ora non posso più!
— Ad ogni modo io ti ho avvertito, e adesso tu fa quello che tu credi; un uomo come te non deve aver scrupoli.
— Io sono un galantuomo!
— Ed io sono un ladro, forse? — gridò Antoni Maria, offeso. — Forse ti consiglio di rubare? Di deporre il falso? Gerusalè, — aggiunse, abbassando la voce e riprendendo il suo accento di filosofo ironico, — sai cosa devo dirti? Che noi siamo quasi sempre disgraziati perchè non sappiamo afferrar la fortuna quando ci si presenta.
— Quello che tu mi proponi non è una fortuna; anzi per me, sarebbe un castigo. — E prendilo come castigo, allora! Non volevi andare a Gerusalemme? Non volevi ammazzarti? Ebbene, sposa Maria Elène! I soldi della sua dote li darai a me. Ah, no? Vuoi anche i soldi, perchè il castigo sia più duro? Sì, vero? I soldi a te, magari, e le corna a me?...
Il Dejana si mise a ridere, ma subito cercò di cambiar discorso.
— Non mi hai dato ancora tue notizie, — disse, guardandosi attorno. — Che fai, adesso? Mi hai scritto che i tuoi affari andavano bene.
Antoni Maria cominciò a raccontare ciò che gli era accaduto dopo il suo ritorno da «quel luogo». La sua nonna era una donna del popolo, ma assai benestante, ed essendole morti i figliuoli teneva presso di sè alcuni nepoti, ed anche Antoni Maria era vissuto con lei sino al giorno della sua disgrazia, cioè del suo arresto. Al ritorno dalla casa di pena egli era andato nuovamente a star con lei, ma dopo otto giorni le sue cugine, oramai giovanette energiche come e più della nonna, lo avevano cacciato via. Egli faceva le fiche e sputava, parlando di queste sue cugine; ma si guardò bene dal raccontare a Predu Maria ciò che egli aveva fatto durante quei primi otto giorni dopo il suo ritorno. — Allora jaja mi ha regalato questo palazzo! — disse, beffandosi della sua casetta. — Per evitare questioni e perchè la gente non mormori, ha permesso a quelle diavole di cacciarmi via; essa però mi vuol bene e pensa a me.
— Beato te, che hai un appoggio! Io sono solo come un cane randagio. Del resto i miei parenti son poveri; che potrebbero fare per me?
— Ma che cosa credi, Gerusalemme? Che io viva alle spalle di una vecchia? Io lavoro, giorno e notte, — disse fieramente Antonio Maria.
— Anche di notte?
— Tu ti burli di me? Tu credi che io non lavori? Di notte, sì, ti dico, e non andando a rubare, intendiamoci!
Egli prese in mano la bottiglia dell’acquavite e la scosse; allora il Dejana capì.
— Tu fabbrichi l’alcool di nascosto? Guadagni molto?
— Eh, non c’è male. Guadagnerei di più se non avessi tanti amici che vengono qui a bere come ad un pozzo!
— Gli amici! — disse il Dejana, pensieroso. — Tu hai degli amici?
— E tu non ne hai? Io chi sono? Un tuo nemico? Nonostante questa protesta, Predu Maria non si rasserenò.
— Perchè al capo-macchia dicesti che la tua nonna non venderà mai la sua tanca allo speculatore?
— Perchè jaja è caparbia, e le sembra vergognoso vendere una sola piccola unghia di terra. Ella possiede un bosco proprio in mezzo a quelli del Perrò, sul monte Orthobene. Egli vuol comprarlo a peso d’oro, perchè gli è necessario per il passaggio; ma essa piange quando le propongono quest’affare magnifico.
— Ma se lo speculatore vuole ancora comprare altri boschi e altre tanche vuol dire che non ha intenzione di andarsene!
— Pensavi a questo? — disse Antonio Maria, e si rimise a ridere, e riprese a parlare del suo progetto, mentre il suo ospite corrugava le sopracciglia come faceva ogni volta che idee o ricordi tristi gli passavano in mente.
— Io so da fonte sicura che il Perrò vuole a tutti i costi sbarazzarsi di Marielène, e se tu fai presto a presentarti sarai certo il preferito. Che egli se ne voglia andare da Nuoro non son certo; in tutti i modi so che non la vuol lasciare senza appoggio.... — E allora le fabbrichi un muro, al quale ella possa appoggiarsi!
In quel momento una voce lenta e velata chiamò Antonio Maria dal cortiletto, e mentre egli balzava in piedi e diceva: «provvidenza!» una ragazza scalza, di piccola statura, ma ben fatta e quasi procace, vestita in costume e col viso a metà nascosto da un fazzoletto nero, apparve sull’uscio. Vedendo un estraneo si fermò, non stupita, ma come in attesa d’un ordine per avanzarsi, e si levò dal capo e tenne fra le mani un cestino d’asfodelo coperto da una salvietta.
— Ho un ospite, Predichedda, lo vedi? — le disse Antonio Maria.
Ella lo aveva già veduto e le era bastato il primo sguardo per capire di che «razza» egli fosse: e il suo piccolo viso mobilissimo, olivastro e sarcastico, dal naso triangolare, e la sua bocca stretta e gli occhi verdognoli scintillanti come due pezzetti di cristallo, esprimevano nel medesimo tempo rispetto, curiosità, insolenza e pietà verso l’ospite.
— L’hai veduto, adesso? — riprese Antonio Maria, mentre ella, agile e rapida, coi lembi del fazzoletto ripiegati sulla sommità del capo, cominciava a rifare il letto ed a pulire la camera. — Bisogna che tu lo dica alla nonna. Le dirai: Antoni Maria ha un ospite, un bell’uomo, che fa onore a chi l’ospita.
— Ho capito.
— E allora sbrigati: devi subito andare dalla maestra Saju e pregarla di venire qui.
— Intanto potete mangiare quello che c’è, — ella disse. — Un ospite non è poi un lupo!
— Hai una serva spiritosa! — disse il Dejana, mentre Antonio Maria estraeva dal cestino la colazione che ogni mattina la nonna gli mandava.
— Serva mia? No, è mia nipote, e conosce anche il sapore del mio bastone.
— Io sono una parente povera e sono serva di tutti! Però, convenitene, zio mio, senza di me voi morreste di fame e di sete!
— Parla piano, ragazza! Sai che con uno zio come me non si scherza!
— Ah, è vero! perciò tutti hanno paura di voi: persino i gatti!
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The end
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